venerdì 3 maggio 2019

Dei ragazzi degli anni '60 che sognavano di andare in India, delle ragazze che volevano l'Inghilterra e alla fine si andava in una pensioncina a Firenze.


Chi ha bazzicato da ventenne la fine degli anni sessanta probabilmente ricorderà che frammisti al magma ribollente delle lotte politiche, dei cortei per il Vietnam e delle occupazioni, dei nuovi stili di vita, della questione femminile che avanzava, di Woodstock, del profumo del patchouli e delle prime canne, assieme ai pantaloni a zampa di elefante per lui e alle gonne da zingara lunghe e a fiori per lei c'erano due punti fermi: noi ragazzi volevamo andare in India e loro, le nostre ragazze, volevano andare in Inghilterra. Lo so perché in quegli anni grondanti voglia di cambiamento, di viaggi e di avventure, con alcuni amici, dei libri, carte geografiche alla mano e lo spirito di un novello Marco Polo ne avevo pianificato uno in automobile che avrebbe dovuto durare oltre un mese, con attraversamento di Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Turchia, Iran e Afghanistan con passaggio del Khyber pass, attraversamento del Pakistan e arrivo in India (forse). L'idea era nata una sera in campo Santo Stefano, tra il solito giro di perditempo seduti dopo la mezzanotte ai tavolini del bar Paolin, ovviamente chiuso. Di solito, fumando Gauloises come dei belli e dannati alla Alain Delon, si parlava/bisticciava fino a notte fonda di politica, donne, amori, cinema e di tutto lo scibile umano, ma quella sera qualcuno raccontò di gente del Marco Polo che in India c'era andata e di quanto fosse stato epico il loro viaggio via terra e questo bastò per scatenare lo spirito competitivo. In fondo, se gliel’aveva fatta gente del Marco Polo, noi ex del Liceo Foscarini ci saremmo andati in carrozza. In breve tempo, raccogliendo amici dell'università e di varia provenienza, riuscii a trovare un buon numero di sostenitori del progetto. 

Alla prima riunione, attorno ad un tavolaccio dell'osteria da Codroma, ci ritrovammo in nove, tutti entusiasti e con tre vetture disponibili (un Maggiolone, che doveva fungere da ammiraglia, una Fiat 127 e una Simca 1000). Dopo il giuramento collettivo di portare a compimento il viaggio della nostra vita qualunque ne fosse il costo, brindammo ripetutamente per essere veramente convinti. Nelle riunioni successive, disponendo il gruppo di due futuri ingegneri, pianificammo con cura ogni cosa, comprese le soste nelle città, i rifornimenti di acqua, cibo e benzina, le possibili strade alternative e perfino quando partire per evitare la stagione dei monsoni. Naturalmente, man mano che si avvicinava il giorno della partenza cominciarono le defezioni per i più futili motivi, tipo: i miei non vogliono più, la ragazza dice che se parto mi lascia, non ho i soldi, devo dare l'esame di diritto amministrativo e non voglio rovinarmi la macchina che papà mi ha appena regalato per la laurea. La scusa migliore fu: non vengo più perché c'è da dormire all'aperto in sacco a pelo ed io ho paura dei serpenti. Alla fine, ci ritrovammo in cinque, con la 127 e la Simca ma, soprattutto, con due traditori che all'ultima riunione del giorno prima della partenza se ne uscirono con un' inattesa mozione d'ordine dal titolo: "Ma perché invece di romperci le balle tra deserti, guadi e passi di montagna per andare in India non ce ne andiamo belli e tranquilli a Capo Nord, che è quasi tutta autostrada?". 


Appena ventenne, attraversato laicamente dal dubbio, come al solito.

I cospiratori ebbero facilmente la meglio, anche perché le auto erano le loro e poi promettevano diverse soste "di piacere" lungo il percorso in paesi sessualmente liberi. Diciamo che di fronte agli eros center tedeschi, il Taj Mahal, il Gange e il Brahmaputra non erano molto competitivi. Così, alla fine di un voto drammatico, mi ritrovai in minoranza e tanto contrariato per quel voltafaccia da salutarli e abbandonare sdegnato la squadra, che peraltro non andò lontano perché al secondo giorno di viaggio furono respinti bruscamente alla frontiera della Germania Est in quanto nessuno di loro si era ricordato che serviva il visto per l'ingresso sul passaporto. 

Sfortunatamente, in quel periodo i nostri sogni di viaggio in India sulle orme dei Beatles, del suono del sitar, del curry, del pollo tandoori e dei santoni alla Sai Baba rimasero solo esercizi teorici e velleitari. Erano bolle di sapone lievi e dai mille colori (come se fossero uscite da Lucy in the sky with diamonds) che scoppiavano di fronte alla prima difficoltà. Il guaio era invece che le nostre ragazze, quando volevano andare in Inghilterra, beh... loro ci andavano davvero e anche per dei mesi, tornando oltre che con qualche chiletto in più per via della scoperta del burro salato, anche con con i classici innamoramenti estivi da college. Ma questa è una triste storia d’amore di cui ho già narrato e che comunque alla fine ebbe anche un suo perché in quanto diede il via ad un lungo, ma in fondo eccitante, biennio di turbamenti sentimentali del tipo “Ci siamo rimessi assieme” e di “ No, è meglio che ci lasciamo” e di “Ma che bello! stiamo di nuovo insieme” seguito dalla variante pragmatica: "Lo facciamo, ma però non stiamo insieme" fino al ”Lo vedi che tra noi non funziona? È meglio che ci lasciamo” che si sono trascinati quasi sino alla fine dell’università, quando poi ci siamo rotti reciprocamente le scatole e ci siamo trovati dei nuovi amori meno tormentati. 

Piuttosto, parlando di primi viaggi a loro modo memorabili, quello che ricordo ancora oggi con emozione, anche se per me non era il primo, è stato quello che ho fatto all'inizio della nostra storia d’amore, quando tutto era ancora zucchero e miele, con la mia ragazza di allora, a Firenze, dove per la prima volta abbiamo potuto dormire assieme (cosa scandalosa per l’epoca) in un alberghetto a una stella dove non facevano caso se fossimo una coppia sposata o meno (M'importa fava, disse il portiere dopo un'occhiata distratta ai nostri documenti, basta che avete i "pimpi" per pagare), in Borgo Ognissanti, a due passi dal Lungarno Vespucci. Quel viaggio, ancora così vivo nel ricordo, e’ stato anche un piccolo capolavoro di astuzia, perché né io né lei avremmo mai avuto dalle nostre famiglie il permesso di farlo assieme in quegli anni (parlo del 1969). Quindi, per raggiungere il nostro scopo, si fece così: lei aveva ottenuto la complicità di una sua cugina più grande che studiava a Firenze e che, apparentemente, l’aveva invitata per un soggiorno di una settimana nell'appartamento che condivideva con un'altra studentessa. Che però era già andata via da mesi e, in realtà, all'insaputa della famiglia, questa ragazza ora viveva con uno studente americano e quindi necessitava a sua volta di… molta discrezione e, ovviamente, l’ospitalità sarebbe stata solo di facciata. Il giorno dopo la partenza della mia bella per Firenze, per eliminare ogni sospetto da sua madre che così avrebbe visto di persona che io ero rimasto a Venezia e non ero partito con sua figlia come temeva, mi recai a casa sua con la scusa di riprendere alcuni dischi che le avevo prestato e con l’occasione mi informai di come stesse andando il soggiorno fiorentino della mia beneamata e le raccomandai di salutarla tanto da parte mia quando l’avesse sentita. Un’ora dopo questa vergognosa quanto abile messa in scena ero già seduto a bordo del rapido per Firenze con lei che di lì a poche ore sarebbe corsa ad abbracciarmi in stazione a Santa Maria Novella. 


L'elegante ingresso proprio sotto al lampione del nostro nido d'amore fiorentino

Quei primi giorni di viaggio assieme furono per tutti e due un’esperienza di vita memorabile. Anche se era autunno inoltrato, iniziava a fare freschetto e ogni tanto piovigginava pure (che però era una buona scusa per rimanere in camera), Firenze, senza il turismo invadente e all'epoca ancora autentica nei suoi umori, seppe essere complice come la Venezia dei miei ricordi. Così scoprimmo tante cose straordinarie, dal Museo Stibbert, alla salita lungo i 463 gradini del campanile di Giotto con le gambe che poi facevano male e dalle passeggiate notturne sui lungarni sino, più prosaicamente, alla bontà del panino con il lampredotto. Scoprimmo anche i risvegli con il “ma quanto hai russato?” e il conseguente “...e tu pensi di no?”, e pure che lei aveva sempre i piedi gelati e scalciava durante il sonno e che io quando mi lavavo i denti spargevo dentifricio dappertutto, ma soprattutto che sua cugina, nello sceglierci la stanza, aveva preso troppo alla lettera la richiesta di essere “parsimoniosa”, perché è vero che il prezzo era davvero da studenti, la stanza era spartana negli arredi ma pulita ed in fondo, trovandosi l’alberghetto al terzo piano di un palazzo (si saliva con un vecchio e cigolante ascensore dalla deliziosa cancellata liberty e che costava l’inserimento di una monetina da dieci lire a viaggio) ci concedeva pure, dall'unica finestra disponibile, la visione di qualche tetto, di un campanile non identificato e delle colline, che era molto romantico. 


Il dramma del costoso giro turistico in carrozzella con cavallo non stitico  

Però la porta non si chiudeva bene e di notte ci costringeva a barricarci tenendoci contro una sedia con una valigia sopra ma, soprattutto, non avevamo il bagno in camera. C’era solo il lavandino, senza acqua calda, con un saponetta già usata da terzi (dunque gettata con raccapriccio) per le abluzioni e quindi per il resto occorreva recarsi nella toilette in corridoio, dalle dimensioni di uno stanzino minuscolo, con solo la tazza. E qui si scopriva che la lampadina del bugigattolo era fulminata e che, se per caso ti scappava di notte, dovevi mirare verso il centro di quella sagoma biancastra che intravedevi alla luce fioca di un piccolo lucernaio, verificando prima che il coperchio della tavoletta non fosse abbassato, altrimenti la mattina dopo saresti stato svegliato dalla donna delle pulizie che in corridoio strepitava contro la Maremma maiala e bucaioli vari. Durante il soggiorno ci fu solo un momento di tensione quando lei s'impuntò, ovviamente avendola vinta, per fare un giro del centro storico con la carrozzella che ci costò quanto due giorni in albergo. La mia considerazione che se proprio voleva provare il brivido della passeggiata in carrozza avrebbe potuto farlo anche al Lido, lungo il Gran Viale a minor prezzo e che francamente mi sentivo a disagio nelle vesti del turista gonzo americano da spennare, non ebbe alcun risultato e comunque nell'occasione quel maledetto cavallo non ci risparmiò niente in termini di deiezioni e relativi odori e lo considerai un castigo divino. 

Al termine della settimana assieme a Firenze, io presi un treno che partiva al mattino, mentre il suo partiva a metà pomeriggio e appena sceso a Venezia telefonai ai suoi genitori, che ci sarebbero di sicuro andati, per chiedere se potevo venire con loro quella sera a prenderla in stazione. Gran bella mossa, vero? Diciamo pure che se von Clausewitz si chiamava Carlo, in fondo non era casuale.

martedì 26 marzo 2019

Dei suonatori lungocriniti in giro per il Mar Nero e il Mediterraneo alla fine degli anni' 60


Ai nostri occhi di ragazzi della fine degli anni '60, dunque poco avvezzi ai viaggi all'estero così normali per i ragazzi di oggi, i luoghi che visitavamo navigando e suonando come complesso di classe turistica a bordo dell'Ausonia apparivano tutti fantastici, come viverli nei racconti di Conrad o nelle cronache dei viaggiatori inglesi di fine '800. Peccato solo che le soste nei porti, come accade in tutte le crociere per allettarti con il maggior numero di mete possibili, durassero non più di una giornata (scarsa) cadauna. Per cui di molti celebri luoghi avevi solo una visione mordi e fuggi, magari per riprometterti di tornarci.

Ad Istanbul, per esempio, se non era prevista l'escursione notturna con spettacolo di suoni e luci sul Bosforo, si sostava solo dalle otto del mattino alle sei del pomeriggio (con imbarco entro le cinque). Quindi potevi solo inebriarti della visione di una fuga di torri, palazzi e moschee che l’umida foschia del Bosforo trasformava in una moltitudine indistinta di cupole, tetti e pinnacoli azzurrini. La nostra nave attraccava infatti nel cuore del Corno d'oro, al ponte di Galata, pullulante di biciclette, turisti di tutte le razze e di venditori di fumante pesce fritto. E dal ponte, dunque, ti godevi quello spettacolo di pinnacoli e cupole di cui vi dicevo e che per un veneziano ha un sapore particolare. Ci dev'essere un qualche imprinting particolare nel nostro DNA, perché ci sono al mondo dei posti dove ti sembra di esserci stato da sempre. Istanbul è tra questi. Della città, però, riuscivi, in fretta e furia e districandoti in un traffico da paranoia, a vedere solo le Moschee più celebri e aperte al pubblico (S.Sofia e la Moschea Azzurra) dove, mentre tutti con il naso all’insù guardavano i mosaici dei soffitti, io, con il naso all’ingiù, guardavo i tappeti che calpestavo. Sul pavimento c'erano strati di tappeti antichissimi e dalla bellezza mozzafiato ed io, che ho avuto un bisnonno proprietario a Smirne di due delle più rinomate fabbriche di tappeti della Turchia, non potevo evitare di affascinarmene. Durante la visita alle Moschee, ovviamente, una decina di minuti andava persa per convincere Emanuele, il nostro bassista, sempre sospettoso di quei mondi sconosciuti e ipocondriaco, che nessuno al mondo da quelle parti si sarebbe mai sognato di rubargli le scarpe lasciate all'ingresso e che del fatto che avesse i calzini con l’immancabile buco non interessava nulla a nessuno. Emanuele ad ogni modo era assillato dalla paura di misteriose e letali malattie orientali, ma eventualmente anche balcaniche. Per cui, quando pensava di non essere osservato, puliva scientificamente non solo il suo microfono, ma perfino le sterilizzatissime posate di bordo. E quando eravamo a terra preferiva stoicamente morire di sete piuttosto che bere da un bicchiere locale o, peggio, da una fontana. Ad Istanbul, girava per il bazar con un fazzoletto premuto sulla bocca per non respirare germi, ed il suo orrore crebbe a dismisura quando io e Lele, il nostro batterista, volemmo provare degli spiedini di interiora di agnello deliziosamente speziati che una vecchietta, accucciata a terra davanti alla griglia con la brace, arrostiva pazientemente scacciando le mosche con un ventaglio. Emanuele stette alla larga da noi per diversi giorni perché era convinto che stessimo covando, quanto meno, il colera.
Oltre alle Moschee, si riusciva a vedere durante la mattinata, e sempre trottando, una minuscola parte del Topkapi, che era davvero una città nella città. Il pomeriggio, tra mille raccomandazioni di stare sempre attaccati alla guida, si visitava, sempre trafelati, il vastissimo bazar coperto.




L’unico momento di pausa, prima del ritorno a bordo, era dato dalla sosta non casuale in un negozio di orribili tappeti (di fibra sintetica) per turisti (dove evidentemente la guida aveva i suoi interessi...). Noi che sapevamo l’inganno, gironzolavamo per i fatti nostri cercando solo di farci trovare puntuali al pullman, e allora scoprivi che il bazar, oltre ad essere uno scuro budello pervaso da centinaia di persone indaffaratissime e dagli odori più strani, era una miniera affascinante e inesauribile di negozietti di filigrane d’argento, stoffe, tappeti kilim, spezie e altre mercanzie che erano un vero compendio dei libri di Salgari e Marco Polo. Per fare acquisti con successo occorreva solo avere la pazienza infinita di contrattare. E la cosa, per un occidentale abituato alla certezza del cartellino del prezzo o a massimo al "Mi fa un po' di sconto?", non è affatto semplice, poiché richiede un raffinato gioco delle parti. E una certa sensibilità mercantile sul valore delle cose. Questo concetto ora ve lo spiego molto in soldoni. 

Occorre sapere, infatti, che se accetti senza fiatare il primo prezzo che ti fa un negoziante del bazar, in pratica, oltre ad essere un cretino che butta via i soldi, lo offendi a morte, perché da un lato gli togli il piacere della lunga negoziazione e dall'altro è come se gli dessi del ladro. Perché lui parte consapevolmente da un prezzo da ladro (poniamo 100 lire turche) giacché la prassi prevede che tu debba rilanciare con un prezzo da strozzino (poniamo 10 lire turche). Poi, alla sua risposta sdegnata, devi fare il gesto di allontanarti senza più interesse dal negozio. Allora lui t’inseguirà tirandoti per il braccio e proponendoti il prezzo di 90 lire, cui tu risponderai: " Non più di 20 lire, altrimenti non se ne fa niente.". Alla sua nuova faccia sdegnata ti allontanerai e lui t’inseguirà di nuovo, proponendoti:"Facciamo 80 lire, perché se lo vendo a meno dovrò mandare i miei figli a lavorare nelle miniere di sale!", al che tu rilancerai :"Le do al massimo 30 lire, non una di più..." e così via. 
Dopo quasi due chilometri di inseguimenti, sdegni e rilanci vari, probabilmente vi metterete d'accordo su 50 lire turche. Che erano l’esatto valore di scambio dell’oggetto. 
Però la trattativa non sempre riesce bene. Infatti, se ad un certo punto il negoziante dell’esempio ti manda forsennatamente al diavolo e se ne torna in bottega, vuol dire che hai raggiunto e superato, senza saperlo, la sua soglia minima di trattativa. Ed a quel punto anche se gli offri le 100 lire iniziali, lui l'oggetto non te lo vende più. Perché ne andrebbe della sua dignità (e di quella... dell’oggetto, che tu hai vilipeso valutandolo così poco!). Ecco perché dicevo che occorre sensibilità per il valore intrinseco delle cose ed anche perché solo noi veneziani, da mercanti smaliziati quali eravamo, commerciavamo bene con i nostri amici/nemici turchi. 

Atene, forse per le aspettative che vi riponevo,  aveva  costituito, invece, una delusione paurosa e non solo per il Pireo che dietro al sipario elegante e moderno dei grattacieli nascondeva il tipico degrado urbano dei porti, con vicoletti scuri, gatti pulciosi, cani randagi, traffici illeciti di vario tipo, locali e avventori poco raccomandabili. L'unica cosa positiva era che le edicole attorno porto all'epoca oltre ai giornali, alle cartoline e ai souvenir vendevano anche i preservativi "Petit diable" confezionati in lunghe cartucciere da dieci pezzi e ovviamente, visto che in Italia era difficile procurarseli in farmacia perché a volte ti facevano storie e ti chiedevano se eri maggiorenne, ne facevamo incetta. 
Appena saliti sulla collina del Licabetto, Atene si rivelava solo un convulso termitaio di casette bianche che si stendeva a perdita d’occhio, tra pianura e colline. Il centro era attraversato perennemente da quel traffico rumoroso e disordinato che appartiene all'eredità genetica dei popoli mediterranei e che rende penoso ogni tentativo di passeggiata. E, del resto, il centro di Atene non presentava particolari delizie architettoniche e neppure negozi di un qualche fascino, se non tanti chioschetti di paccottiglia turistica. Anche l’arredo urbano all'epoca era notevolmente consunto e trasandato (oggi non so). C’era, invero, qualche buona pasticceria (mi pare che la più apprezzata da me ed Emanuele si chiamasse Flokas) dove poter bere sciroppo di rose e assaggiare enormi baklave cariche di miele, ricotta e noci che, a parte il prezzo ottimo, dopo due soli morsi ti saziavano e le lasciavi lì. Per fortuna in molti banchetti per strada si potevano mangiare dei souvlaki e dei gyros davvero ottimi e a buon prezzo. In cima all’Acropoli, allora polverosa e mal tenuta, tra le consuete carovane di giapponesi e americani, spiccava un chioschetto di angurie e bibite con esercente napoletano, come nelle migliori barzellette. 

Di Tripoli, dove solo pochi mesi prima c'era stato il colpo di stato che aveva portato Gheddafi al potere e quindi la situazione era ancora abbastanza tesa, ricordo in pratica solo di aver passato un’intera mattinata chiuso al buio nello shop di bordo (e rifocillato di focaccia genovese dalla gentil signora che mi ci aveva nascosto in fretta e furia, intuendo il peggio...) per sottrarmi alle ricerche di un poliziotto che mi aveva scorto mentre filmavo alcune motovedette in rada, ignaro dei divieti perché la notte prima, in navigazione, avevamo suonato sino alle due durante il veglione di capodanno e pertanto io mi ero svegliato alle undici senza sentire gli annunci degli altoparlanti di bordo che proibivano qualsiasi ripresa del porto. La città, invece, non pareva un granché - per quel poco che mi fu concesso di vederla - essendo un curioso incrocio tra l’EUR (con i suoi palazzoni marmorei, i finestroni e le statue dell’era fascista) e il Lido di Venezia (con le stesse mattonelle del Lungomare Marconi e lo stesso arredo urbano, perché evidentemente la ditta che prima della guerra aveva avuto quell'appalto era la stessa) . Ma, come dicevo, l'ho potuta visitare in fretta, con l’apprensione di essere riconosciuto e di finire i miei giorni a mangiare datteri in qualche prigione nel deserto. 

Malta, invece, era ai miei occhi una meraviglia delle meraviglie, con un mix curioso e affascinante di colori arabi, lokum, pub inglesi, birre scure e silenziosi hotel in stile vittoriano, con i parquet tirati a cera e i grandi ventilatori sul soffitto. E poi, almeno una volta nella vita, bisogna provare l’emozione di entrare con la nave nel Grand Harbour. Magari alle prime luci dell’alba, quando la torreggiante muraglia di case, bastioni e campanili con il colore del tufo si tinge dell’oro del sole che nasce. Non a caso poi a Malta ci sono tornato altre volte e vorrei tanto farlo ancora.

Di Rodi e Cipro, a parte un paio di limonate ma non intese come bibita, ricordo invece la luce, il profumo della vegetazione e la sbalorditiva trasparenza delle acque. Ma anche una spettacolare scivolata giù per una pietraia di Rodi, con una rugginosa Lambretta presa a noleggio, (armeggiando con le marce avevo genialmente affrontato la curva con la frizione staccata...) e la fatica nel convincere il suo sospettoso proprietario che al suo mezzo non era successo assolutamente nulla, nonostante i ciuffi d’erba e il terriccio che spuntavano da ogni dove. Degno di nota, infine, il cameriere di un ristorantino sul mare di Pathmos che, attraversando la strada in precario slalom tra le automobili con il piatto di portata, fece cadere il nostro enorme cefalo ai ferri sull'asfalto. Con sublime noncuranza lo rimise sul vassoio e ce lo servì con un olivastro sorriso. Non essendo in grado, nonostante i nostri studi classici, di contestargli la cosa in greco, decidemmo a larga maggioranza di mangiarlo ugualmente. Emanuele, naturalmente, si rifiutò, e la sua parte fu incamerata dai nostri robusti appetiti. Nell'occasione il famoso detto classico fu così rivisitato: timeo Danaos et pisces ferentes. 

Le spiagge del Mar Nero della Romania (Mamaia) e della Russia (Yalta) invece erano tristi e spoglie. A Mamaia ci si cambiava dietro i radi cespugli ai bordi della strada statale e per chilometri la linea della battigia era punteggiata da scalcinati palazzoni simili ai condomini popolari delle borgate romane, con file di panni stesi alle finestre ad asciugare e che servivano come alberghi riservati per i lavoratori romeni e, quindi, non era permesso entrarci. E, d'altronde, il divieto d’ingresso era del tutto superfluo, poiché il greve odore di cipolla e cavolo che proveniva da quegli edifici costituiva di per sé una barriera invalicabile. Sulla spiaggia non esisteva alcuna struttura per la balneazione. Neppure un chioschetto per le bibite. Alla Casa del ferroviere, unico posto dove ci fu permesso di consumare un frugale e caro spuntino, ci servirono di contraggenio del pane raffermo con un formaggio così giallognolo ed avvizzito che faceva tristezza a mangiarlo e delle stranissime birre egiziane, quasi tiepide, con le piramidi e il cammello sull'etichetta, che ricordo ancora come sommamente sgradevoli. Emanuele, prendendo spunto dall'etichetta, insinuò, et pour cause, che fosse proprio orina di cammello. Al ritorno verso la nave, lo sgangherato pullman su cui ci trovavamo (su di un finestrino, con orrore d’Emanuele, passeggiava un voluminoso scarafaggio...) si fermò in mezzo alla campagna e ne scese il conducente. Al suo posto salì una robusta massaia con il fazzoletto sulla testa e la borsa della spesa da cui fuoriuscivano uno sfilatino di pane e un ciuffo di sedano. Tra il nostro stupore, la massaia si sedette al posto di guida e l’autobus ripartì. Noi eravamo già abituati agli autisti dell’ACTV con l’orecchino e le divise casual, ma una cosa così non l' avevamo mai vista. 

Yalta invece conservava ancora tracce visibili dell’antica bellezza di quella che, all'inizio del secolo, era stata la meta favorita delle vacanze balneari della buona borghesia zarista. A riprova di uno stile di vita raffinato ed omogeneo con i valori della borghesia europea dell’epoca c'erano le prospettive ampie ed eleganti delle piazze, i giardinetti con le palme, gli oleandri e le fontane, il teatro dell’opera in stile neoclassico e le palazzine liberty che ne costeggiavano le strade alberate e che non erano molto dissimili da quelle di Viareggio, del Forte dei Marmi, d’Abbazia o del Lido di Venezia. Su tutto, però, era calato uno stato di malinconico abbandono amplificato dalla vista degli intonaci cadenti, dei marciapiedi dissestati, delle aiuole piene d’erbacce e delle panchine dei giardinetti stinte e traballanti. La gente che s’incrociava per le strade era una moltitudine sbracata e malmessa, visto che Yalta, per il suo clima mite e le acque termali, era diventata la località di cura di varie malattie per le maestranze di tutta l’URSS e il centro della cittadina era, di fatto, un unica grande clinica all’aperto, affollata d’uzbeki, mongoli, lituani, georgiani etc. I bagni si facevano, molto proletariamente, nello specchio d’acqua del porto, oleoso di nafta, e la gente (centinaia e centinaia di persone) si tuffava tra i rimorchiatori e prendeva il sole stravaccata a strati sulla banchina, tra le bitte e le gomene. Quasi tutti gli stranieri che uscivano alla spicciolata dal porto passeggeri erano avvicinati da persone che proponevano commerci d’ogni genere. Purché illecito. 

Anche noi, non appena usciti dalla dogana, fummo avvicinati da un ragazzetto che, con fare misterioso, ci fece cenno di seguirlo fino ad una panchina dei vicini giardinetti, dove ci chiese se volevamo rubli in cambio dei nostri jeans. Naturalmente ci rifiutammo di prendere l’idea in considerazione, sia perché i controlli sull'importazione di valuta erano rigidissimi, sia perché, anche accettando lo scambio, avremmo avuto delle difficoltà a rientrare a bordo in mutande senza che la polizia se n’accorgesse. Propose anche, come ultimo tentativo, di acquistare il mio anello nobiliare per cinquecento rubli, ma lo feci correre... così come si mise a correre come un leprotto, asserendo di aver visto la polizia, il giovanotto che a Costanza, in Romania, aveva appena scambiato con due nostri passeggeri ventimila lire con un mucchio di banconote locali  per un controvalore decisamente superiore al cambio ufficiale. Ovviamente, i due nostri connazionali gonzi avevano presto scoperto che del mucchietto rimasto loro in mano, solo le prime due banconote erano autentiche, le altre erano carta straccia. Per la verità, anche noi eravamo stati avvicinati da due graziose giovanette non appena sbarcati, ma lì si capiva benissimo cosa volessero vendere e, a prescindere da altre considerazioni, facemmo capire loro che non era proprio il caso. In ogni caso, che lo sgarrare con i cambi in Russia fosse cosa assai imprudente l'avevamo ben visto di persona, dato che pochi giorni prima a Odessa, malgrado le raccomandazioni di comperare solo in valuta estera nei negozi Intourist oppure di conservare gli scontrini di ogni acquisto fuori dai negozi ufficiali per confrontarli con la ricevuta del cambio un vero cumènda milanès, di quelli del tipo: "Mi sun minga un pirla che compro il rublo dei comunisti al cambio fisso di mille lire", aveva acquistato da uno dell’equipaggio una carrettata di rubli presi in Libano al modico prezzo di 120 lire, e, al rientro a bordo, si era presentato ai controlli doganali davanti alla passerella d'imbarco carico di vodke, balalaike e matrioske, ma senza poterne giustificare l’acquisto. Così era stato trattenuto in stato d’arresto con tutta la famiglia ed era potuto ritornare a bordo solo con la confisca dei beni, una denuncia a piede libero e il pagamento di una spaventosa multa. 

Noi, invece, gironzolando piacevolmente per Yalta con i pochissimi spiccioli cambiati ufficialmente, ci comperammo un gelato al latte della ignota marca Kosmonaut, confezionato in un'anonima coppetta di cartoncino chiusa con due punti metallici e con un legnetto in dotazione, ad uso cucchiaino. Lo ricordo ancora, commosso, come uno dei più buoni gelati della mia vita. Emanuele invece, dopo aver sentenziato che, per lui, quel latte non era pastorizzato in quanto troppo grasso (e quindi chissà che cosa ti poteva procurare con tutti quei bacilli sovietici in libertà...), si autocondannò alla morte per disidratazione, quando si accorse che tutti i distributori di bibite in città ti versavano la bevanda richiesta in un bicchiere di vetro comune che era risciacquato automaticamente ogni volta, con un modesto spruzzetto d'acqua. 

Le crociere a bordo dell’Ausonia duravano però solo un mese, tra luglio e agosto. D'inverno navigavamo, invece, a bordo dell’Esperia, una vecchia carriola rugginosa, affondata in porto a Trieste, rimessa a galla dopo la guerra e restaurata alla buona (praticamente solo in prima classe). 

La chiamavamo la Caienna, e non senza buoni motivi. 

Caratteristica dell’Esperia era quella di essere stretta e lunga e quindi di ondeggiare paurosamente con il mare al traverso. Prerogativa, questa, che era messa ancor più in risalto dal fatto di essere una delle ultime navi da crociera al mondo a non possedere uno straccio di aletta anti-rollio. E la cosa, per l’appunto, si notava parecchio. In compenso era abitata da nerboruti fuochisti (gli scarafaggi rosso bruno, tipici delle sale macchine) che avevano, per la nostra delizia, una vera predilezione per le accoglienti pantofole d’Emanuele. Le cabine interne di seconda classe erano dei veri loculi, con scarso ricambio d’aria e un impianto di riscaldamento che eruttava in continuazione aria rovente dalla bocchetta, senza alcuna speranza di poterla regolare. Uno degli scherzi più frequenti tra noi era quello di orientare il getto dell’aria verso la cuccetta di un compagno dormiente per vederlo gradualmente smaniare e scalciare per il tormento delle ustioni, come un santo sulla graticola. Alla fine, per limitare i danni, Emanuele aveva avuto l’idea brillante di stroppare la maledetta bocchetta con un calzino. Il ché, fetore a parte, sembrò funzionare egregiamente allo scopo, fino al momento in cui l’accumulo di pressione dell’aria sparò il calzino come una schioppettata. Da quel momento la tipologia degli scherzi effettuabili si arricchì di un nuovo affascinante strumento di guerra: la bombarda termica. 

In ogni modo l’Esperia - fuochisti e calzini roventi a parte - era la nave ideale per godere di robusti mal di mare, costituendo un opportunità davvero imperdibile per un appassionato del genere. A questo si aggiunga che, essendo Genova il suo porto di partenza e arrivo, durante il primo e l’ultimo giorno di crociera, proprio quando si svolgevano le feste di benvenuto e d’addio, l’ Esperia transitava inevitabilmente nel Golfo del Leone. Ora, esistono al mondo alcuni posti fetenti dove, se ci passi in nave, puoi essere sicuro di ballare come un turacciolo in qualsiasi giorno dell’anno. Questi sono: Capo Horn, Il Capo di Buona Speranza, le Bocche di Bonifacio, Capo Matapan e il Golfo del Leone. Noi, per l’appunto, si ballava come turaccioli due volte a viaggio. La cosa funzionava così. 

Si partiva dal molo Garibaldi verso le due del pomeriggio, con la musichetta della banda, i ciao-ciao con la manina, i coriandoli e le stelle filanti, e con il mare liscio come l'olio. Per le prime due/tre ore di navigazione i passeggeri, emozionatissimi e festanti, si aggiravano per la nave prendendo possesso delle cabine e curiosando in ogni locale disponibile (ivi compreso le sentine e lo sbratto di cucina.). Noi si aveva il nostro bravo daffare a tenere a bada i bambini che venivano a curiosare tra gli strumenti (Lele ingaggiava vere e proprie zuffe per scacciare gli aspiranti batteristi e preservare le bacchettine...) e i soliti perdigiorno che volevano sapere, seduta stante, i titoli di tutte le duecento e passa canzoni del nostro repertorio per vedere se sarebbero state di loro gradimento (io continuavo a tenere d’occhio la Hofner rossa, naturalmente). In tanta allegria, verso le sei di sera, vedevi comparire qui e là camerieri che portavano sinistri vassoi di panini raffermi e ripieni d’acciughe, sottaceti e altre zavorre. E, a saperlo cogliere, era un gran brutto segno. 

Verso le otto si aprivano le porte della sala dei buffet e la gente si avventava ad ingozzarsi di tutto quello che trovava, purché unto e bisunto. Nella corsa affannosa ai vassoi del cibo si vedevano scorrettezze plateali, con spintoni, tirate di giacca e gomitate da espulsione. L’epicentro degli scontri era soprattutto davanti ai branzini con la maionese e alle aragoste in bellavista. Anche il prosciutto di cinghiale tagliato a mano e la porchetta in crosta esigevano solitamente un alto tributo di sangue. Si vedevano madri in preda a crisi d’isterismo mandare avanti i bambini (intanto che papà prende i piatti e le posate...) con la stessa risolutezza con la quale Napoleone muoveva i suoi battaglioni ad Austerlitz: "Paolino, dirigiti alle insalate! Manuela punta ai risotti! Giulio... tu vedi se riesci a conquistare la zuppa inglese...e tieni la posizione che mamma arriva con i piatti!". Tutto questo nell’illusione che l’agile corporatura dei figli li agevolasse ad intrufolarsi nella calca e rischiando invece seriamente l’estinzione della prole, perché in tali frangenti e sotto tutte le latitudini: pietà l' è morta!. 
Immancabilmente c'era chi, in preda a fami ataviche, tentava di riempirsi il piatto perfino di parti delle sculture decorative in margarina raffiguranti il Dio Nettuno e le Naiadi, provocando lo sdegno dello chef. Quasi tutti poi, temendo di restare senza cibo o di non riuscire più a condurre un secondo assalto con successo, dimentichi di essere nella vita di tutti i giorni dei raffinati ed esigentissimi gourmet, infilavano nello stesso piatto il roast beef, la zuppa di cipolle, i tortellini con la panna, le melanzane al funghetto e l’ananas al maraschino. Altri mangiavano direttamente davanti al vassoio duramente conquistato (fosse anche quello delle cipolle in agrodolce...), senza neppure ritornare al proprio tavolo. E, soprattutto, si ingurgitavano litri di bevande gassate e di spumanti, che costituivano degli ottimi propellenti. 

Alle nove, spazzolate anche le ultime briciole e sorbiti i caffè e gli amari, si aprivano finalmente le danze, con la nave intenta ad un grazioso dondolio. Poi la nave, verso le dieci, cominciava a beccheggiare sempre più sensibilmente e noi dal nostro palco vedevamo le signore e i signori in abito da sera diventare dapprima verdognoli e poi, attraverso varie sfumature, di un bel grigio plumbeo. Si vedevano le prime coppie abbandonare a precipizio la sala. Verso le undici, riuscivamo a suonare solo tenendo ferme le aste dei microfoni con le gambe e dopo aver assicurato con le corde alle colonne del salone gli amplificatori e il pianoforte a coda. Intanto, i camerieri accorrevano di gran lena con la segatura in varie parti della sala. 

Verso mezzanotte era tutto finito. La sala era deserta e i corridoi pullulavano di gente elegante in coda davanti alle latrine. Fino all’alba si aggiravano per la nave rari zombie verdognoli, mentre dalle cabine si levavano gemiti lamentosi. La mattina dopo, a tavola facevamo la conta dei superstiti e, soprattutto, vedevamo scorrere esclusivamente litri di brodino. Noi ci salvavamo grazie al fatto che ci nutrivamo di cose secche, senza bere alcunché e che prendevamo il Valontàn, anche se Emanuele sosteneva che il nome del farmaco derivava dal fatto che ti consentiva di non vomitare in cabina, bensì qualche decina di metri più in là. Forse aveva ragione...