sabato 15 settembre 2018

Degli anni felici di Taranto, di Luciano detto: "o' scippacore" e della definitiva caduta in disgrazia della signora Pepe.


Dopo avervi presentato nel racconto precedente la Signora Pepe, nostra invadente e impicciona vicina di  pianerottolo, ora, come annunciato, vi presento l'altra persona indimenticabile del mio soggiorno tarantino, che però questa volta lo è stata in positivo. Infatti, tra i marinai in servizio di leva nella base di Taranto in quegli anni c'era anche la nostra ordinanza (allora ogni ufficiale ne poteva avere una) ovvero un giovanotto di Resìna (oggi denominata nuovamente Ercolano, alle falde del Vesuvio) furbo matricolato, un fisico atletico (faceva lotta greco-romana), biondo riccioluto e con l'aria da guappo dei bassifondi ma buono come il pane e di gran cuore. Si chiamava Luciano e i suoi compiti a casa nostra erano limitati a qualche piccola commissione tipo comperare il pane oppure accompagnare e prendere noi a scuola, perché per regolamento era proibito fargli svolgere le pulizie di casa e del resto un pomeriggio che mia madre gli aveva chiesto se per favore poteva lavarle i piatti, che lei doveva uscire d’urgenza, lui lo fece in modalità: "jatevenne serena, signò che ce penza o' marinariello vostro" ma sbeccò un piatto e ruppe un paio di bicchieri e dunque, divieti a parte, non era consigliabile. Luciano aveva una pazienza infinita e un grande affetto per i figli del suo comandante, anche se per farci stare buoni minacciava sovente di farci il “polso”, una stretta (dolorosa assai...) dei minuscoli ossicini della nostra mano che c’induceva subito a più miti consigli. Luciano, poi, che sapeva leggere e scrivere a fatica, riusciva perfino a farci svolgere i compiti (e non escludo che la cosa servisse anche a lui...). Con mia madre, invece, erano guerre divertenti al momento del rendiconto della spesa poiché Luciano, svelto come tutti quelli cresciuti per la strada, trovava sempre un modo fantasioso di giustificare la cresta evidentissima che aveva praticato, tanto che ad un certo punto ebbi il sospetto che mia madre si divertisse a vedere cosa non fosse capace di inventarsi. Una mattina la mamma pesò ostentatamente quelli che, secondo lui, dovevano essere due chili di arance e che invece risultavano (a stento) essere sui settecento grammi. Pensava così che il reo, colto finalmente in flagranza di reato, confessasse di aver incamerato una parte dei soldi. Invece, con un riflesso fulmineo quel simpatico mascalzone di Luciano assunse un’espressione sgomenta ed esclamò “Gesummarìa! Signora, che scuorno c'aggia avuto... un napoletano fregato da un tarantino ...”. Epiche furono poi anche le lotte con le matite per segnare i livelli sulle etichette delle bottiglie di liquore. Ci arrendemmo solo quando l'infame per nascondere i suoi prelievi cominciò ad annacquare il whisky. A quel punto nascondemmo con cura quella buona di malto e mettemmo nell'armadietto dei liquori una bottiglia di whisky andante da quattro soldi.


Il nostro buon Luciano, lo "Scippacore"

Luciano, come si nota dalla sua foto, era davvero un bel ragazzo molto intraprendente e intratteneva rapporti amorosi con un giro impressionante di cameriere, parrucchiere e commesse di qualsiasi età, purché d’aspetto volgarotto. Mia madre per questa sua indefessa caccia alle gonnelle e la sua aria da guappo dei Quartieri Spagnoli l'aveva soprannominato "o' scippacore" e lui, non cogliendo l'ironia e il gioco di parole, se ne compiaceva molto. Il guaio era che a tutte le sue prede, con scarsa fantasia, lui fissava l’appuntamento proprio sotto il nostro portone dove pertanto nel tempo successero scenate memorabili perché il nostro, assai distratto oltre che perennemente in ritardo (portava un costoso pataccone dorato al polso, ma quando gli faceva comodo quell'orologio era sempre fermo) spesso confondeva gli orari e quindi prima o poi una delle due fanciulle in attesa sul nostro marciapiede chiedeva all'altra "Scusa, ma tu chi stai aspettando?". Ad ogni modo, il luogo eletto per gli appuntamenti del nostro "scippacore" cambiò repentinamente  la sera in cui mia madre rientrando a casa ebbe un duro battibecco con una popolana scarmigliata che l’aveva aspettata davanti al portone per intimarle (con adeguato corredo di strilli, insulti e minacce) di stare alla larga dal suo amato Luciano con il quale l’aveva vista passeggiare insieme al mercato. Ci volle del bello e del buono e l'intervento di alcuni passanti per chiarire l’equivoco con la signora Pepe che aveva osservato estasiata tutta la scena dal balcone.

Mia madre era letteralmente furibonda e il giorno dopo, appena se lo ritrovò di fronte, somministrò al reo una terrificante lavata di capo. Luciano si presentò al lavoro, la mattina successiva, a capo chino e portando con sé un gran mazzo di fiori di campo e una lettera di scuse tanto sgrammaticata quanto commovente che gli valse il perdono. Per fortuna del giovanotto in quella settimana mio padre era in mare con la squadra navale per delle esercitazioni, altrimenti non so cosa gli sarebbe successo.


L'Aviere a Venezia e dietro il Duca degli Abruzzi, la nave ammiraglia. 

Comunque, il nostro marinaio durante le sue libere uscite, oltre a tentare di sedurre ogni essere di sesso femminile tra i diciotto e i sessant'anni che gli si parasse davanti, doveva anche sguazzare in ambienti non proprio raccomandabili e sicuramente tra le sue amicizie tarantine ci doveva essere gente con dei dossier alti così negli archivi della Polizia. Infatti, ogni tanto, quando il suo comandante non c'era, altrimenti non avrebbe osato, si presentava a casa con stecche di sigarette o liquori di contrabbando (Gin soprattutto, ma anche brandy Metaxa e liquori spagnoli sconosciuti), presi chissà dove e che mia madre, per quieto vivere gli comperava, anche perché i prezzi erano davvero stracciati. Questo non ci piaceva, ma, d'altronde, il contrabbando era l’attività ordinaria di ogni porto del Mediterraneo e quindi mia madre, essendo donna pragmatica e di riflessi svelti, chiudeva un occhio.

Ad ogni modo di questi suoi strani giri di amicizie ce ne accorgemmo definitivamente una mattina quando a mia madre, che si era fermata davanti alla bottega del macellaio Ubaldo (il Ribaldo), giusto il tempo di comperare due fettine, rubarono la bicicletta, una vecchia Bianchi rugginosa, con tutta la spesa nel cestino. Tornata a casa fuori di sé, mia madre raccontò del furto a Luciano che, dopo aver seguito con molta partecipazione la triste storia e aver commentato che Taranto era davvero una città di mariuoli, suggerì di non fare denuncia perché ci avrebbe pensato lui. Uscì di casa a fare delle telefonate riservate “alle persone giuste” e rientrò dopo qualche ora tutto sorridente, dicendo a mia madre con aria d’intesa di non preoccuparsi dato che si era trattato di un errore e che ora era tutto a posto. Altro non aggiunse e noi ci domandammo cosa intendesse dire con quel “tutto a posto”.


1957 - Papà e mamma a cena in un ristorante di Taranto.

A metà pomeriggio sentimmo suonare con forza il campanello di casa. Mia madre, non avendo ottenuto risposta, scese da basso a vedere di cosa si trattasse e trovò la sua bici appoggiata al portone, tutta lucidata (sembrava nuova) e con tanto di spesa fresca nel cestino. Mio padre fu tenuto all'oscuro di tutta la faccenda (legalitario com'era ne avrebbe fatto una tragedia) e noi, ovviamente, ci accontentammo di quella grazia ricevuta senza approfondire ulteriormente. Luciano, da parte sua, lucrò qualche soldino, una bottiglia di whisky e tre giorni di licenza premio. Un paio di giorni dopo mia madre incontrò per le scale il marito della signora Pepe, detto “o’ ragioniere” che, dopo averla ossequiata con tutta l’untuosa deferenza di cui era capace (faceva il baciamano alle signore, ma non accennandolo semplicemente, bensì infliggendo loro umidi baci, vere e proprie slappate, sul dorso della mano), le chiese se fosse contenta di aver ritrovato la bicicletta. Siccome nessuno sapeva del furto oltre a Luciano, mia madre restò allibita. Ma le sorprese non erano ancora finite poiché “o’ ragioniere” le chiese subito dopo di accettare le scuse del giovanotto che aveva fatto “il lavoretto” senza sapere che quella bici apparteneva ad una “persona di rispetto” per troppa inesperienza (sa come sono i giovani…). Le chiese però una piccola mancia per il ragazzo che, in fin dei conti, le aveva lucidato la bici e rifatto la spesa pagando di tasca propria. Mia madre, pur di porre termine a quel colloquio così imbarazzante, frugò nella borsa e gli mise in mano una manciata di banconote senza nemmeno contarle. Messo velocemente in tasca il gruzzoletto “o’ragioniere” ringraziò e rientrò in casa sua (dal portone aperto si sprigionò denso un profumo di penne al ragù napoletano verace). Quando Luciano tornò dalla licenza premio si prese una nuova terribile lavata di capo per averci esposto ad una figura così compromettente, ma finalmente la Pepe e il suo preoccupante marito vennero rimossi per sempre dalle nostre frequentazioni


La Signora Pepe finì sugli scogli, come la USS Grommet Reefer a Livorno

Luciano, malgrado questi incidenti di percorso, si affezionò moltissimo a noi (e noi a lui) e anche quando lasciò il servizio militare rientrando a Napoli, continuò a farsi vivo ogni tanto con qualche telefonata. Poi, tra una vicissitudine e l’altra, lo perdemmo di vista. 

Ricomparve misteriosamente una sera di oltre vent'anni dopo, a Venezia. All'ora di cena sentimmo suonare il citofono e siccome nessuno rispondeva ci affacciammo per vedere chi fosse al portone e dal campo una voce maschile, con un forte accento napoletano, ci chiese se abitava lì il suo comandante, facendo il nome di mio padre. Dio solo sa come, ma era riuscito a trovarci (magari grazie a qualche telefonata con “o’ ragioniere”). Luciano arrivò in casa carico di stecche di sigarette americane e regalini per tutti (per me uno Zippo con effigiata una procace donnina nuda, che fu subito sequestrato da mia madre con la scusa che non fumavo...). Lo abbracciammo con tanto affetto e poi, una volta accomodati in salotto, lui ci raccontò tutte le sue peripezie familiari, del fallimento della sua lavanderia, dei suoi quattro figli (un quinto gli era morto giovanissimo dopo una caduta dal motorino) e di come vivesse, per sbarcare il lunario, facendo il macchinista a bordo di scassatissime navi da carico attraverso i mari più esotici. Il classico cargo battente bandiera liberiana, insomma. Ma quale fosse la sua mansione a bordo, purtroppo, non aveva bisogno di dircelo, perché avevamo capito subito che con il frastuono delle macchine era diventato sordo come una campana. Poi non lo abbiamo rivisto più. Ma non è detto che dopo altri vent'anni, come in un racconto di Conrad, Luciano non ricompaia di nuovo. Io sono qui che lo aspetto...


martedì 11 settembre 2018

Degli anni felici di Taranto, della signora Pepe, del dramma dei cachi e altre storie


Qualche giorno fa, ripubblicando su Facebook un vecchio post che raccontava del mio primo giorno alla scuola elementare Armando Diaz di Venezia e degli anni scolastici seguenti in quel di Taranto, ho scoperto, con un certo divertimento, che Marcello, un caro amico anche lui veneziano e figlio di un ufficiale compagno di corso di mio padre, aveva condiviso le mie stesse esperienze scolastiche fino al punto di frequentare la stessa scuola privata tarantina che mi aveva visto tra le sue mura. La cosa, in realtà, non era poi così straordinaria, perché per noi figli degli ufficiali di marina imbarcati su qualche nave, il peregrinare al seguito della squadra navale da una base all'altra era inevitabile e tutti prima o poi ci siamo ritrovati a Taranto, La Spezia, Brindisi o ad Augusta, alloggiati alla foresteria del Circolo Ufficiali Vandone, perché lì a quel tempo, subito dopo la guerra, al massimo c'era una pensioncina fatiscente.


La mia prima comunione a Taranto. Notare la signora sulla sinistra in evidente estasi mistica 

In quell'epoca (1956) mi trovavo a Taranto perché mio padre era stato nominato comandante in seconda dell'Aviere, un cacciatorpediniere americano veterano della guerra del Pacifico, ceduto all'Italia nel primo dopoguerra (e nello stipetto della cabina di papà erano rimasti ancora alcuni attaccapanni con le iniziali del precedente proprietario e, cosa assai gradita, una bella vestaglia da camera a quadrettoni rossi e giallo senape, d’inconfondibile gusto Yankee). Forse per questo motivo, proprio come i marinai americani dei film, i ragazzi dell’Aviere diedero un bel grattacapo a mio papà e al suo comandante quando, avendo provocato un gruppetto di marinai francesi per via del pompon rosso sul loro berrettino, diedero vita ad una terrificante scazzottata all'interno della Standa di Taranto con un fuggi fuggi generale, arrivo della polizia a sirene spiegate e due milioni di danni (cifra rispettabilissima, per quei tempi...).

L’Aviere, come più tardi la corvetta Bombarda nella base di Augusta, diventò la mia seconda casa e, nel periodo in cui mia madre era dovuta rientrare a Venezia con mio fratello per le condizioni di salute del nonno, anche il doposcuola, tanto che qualche pomeriggio, quando la nostra ordinanza era in permesso o non c'erano mogli di nostri amici al Circolo Ufficiali a cui affidarmi, svolgevo i compiti per casa nella cabina di mio padre servito di freschissima aranciata versata in un calice con l’ancoretta della marina da un marinaio in giacca bianca e bottoni dorati. Visto che ormai ero diventato una specie di mascotte dell'Aviere potevo girare (solo accompagnato) per la nave e così sapevo tutto sulla sala macchine (affascinante), sui lanciasiluri, sul radar e sulle bandiere di segnalazione, che riconoscevo una per una e citavo in fila come l'alfabeto (Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Echo...) e un pomeriggio un marinaio, per farmi giocare, mi aveva fatto accomodare sul seggiolino dell'impianto binato di mitragliere da 40 mm. azionando il comando elettrico a pedaliera (lui, io non ci arrivavo con i piedi) per brandeggiarlo in modo che ruotasse quasi come una giostra, cosa che mi era piaciuta moltissimo, anche se mio padre, quando lo raccontai, non ne fu molto contento. Qualche volta mio papà, se per caso ero a bordo, verso l’ora di pranzo mi faceva salire sul ponte e mi nominava: Comandante in Seconda Temporaneo ponendomi il suo berretto sulla testa e affidandomi così il grande onore (sollevando il vero comandante dall'incombenza) di assaggiare come da tradizione il rancio dei marinai (che era regolarmente composto da: maccheroni con il sugo, pollo arrosto e una monumentale pasta con la glassa) con il cuoco di bordo e l’equipaggio in ansiosa (e divertita) attesa del mio placet. Essendo il cuoco dell'Aviere piuttosto bravo, di solito ero molto coscienzioso nell'assaggio (lasciavo solo l'insalata, mentre, quando c'erano le patate al forno le spazzolavo) e così mio padre risolveva brillantemente anche il problema del mio pranzo.


L'Aviere si rifornisce in navigazione dall'incrociatore Montecuccoli

Quei due anni tarantini costituirono la sola occasione della mia vita di poter stare con i miei genitori e mio fratello durante l’anno scolastico. Frequentai, infatti, la terza e la quarta elementare presso la rinomata scuola privata delle sorelle Traversa, cui erano affidati gran parte dei pargoli degli ufficiali di marina (che facevano una specie di vita appartata tra la foresteria del Circolo Resta e l’arsenale). Le tre nubilissime sorelle Traversa (la più vecchia delle tre era perennemente raffreddata ed aveva sempre lo scialle sulle spalle, una gonna scura lunga fino alle ciabatte e una goccia luccicante che le pendeva dal naso, minacciando di cadere sui miei quaderni...) utilizzavano per la bisogna il loro appartamento ed in ogni stanza era collocata una classe. Feci la terza elementare nel tinello e la quarta in veranda, seduto accanto ad un vaso di azalee. Ho naturalmente molti altri ricordi degni di nota di quel periodo, dalle corse in bicicletta nei giardini di Villa Peripato affacciati sul Mar Piccolo, alle carrozzine tirate dall'asinello, dai venditori di cozze sul lungomare da mangiare crude con una goccia di limone (meno piacevoli i fichi d'india, che te li vendevano da spellare e con tutte quelle spinette) al cinema Lux (a cui immagino avessero solo cambiato una consonante) dove certe sere interrompevano la proiezione portando in sala un trespolo traballante con un televisore per consentire agli spettatori di vedere "Lascia o Raddoppia?" . Al cinema Lux durante il film vendevano anche i gelati Lola "Duplo" chiamati così perché avevano un doppio stecchino in modo da poter dividere il gelato in due parti, con successivo pianto di mio fratello perché secondo lui imbrogliavo e la mia parte di gelato era maggiore della sua (ammetto che era vero). Tra i ricordi di quel periodo, oltre ai bagni fino a novembre inoltrato nella spiaggia della Marina a Praia a Mare,  essendo piuttosto precoce c'era anche quello della prima cotta per una ragazzina esile e con lunghi capelli neri e lisci che si chiamava Costanza e stava seduta di fronte a me, vicino alla credenza e ad un orrido soprammobile in ceramica. Era la figlia di un ammiraglio che era stato Addetto Navale a Parigi e quindi parlava con quell'accento francese che sembra fatto apposta per far innamorare perdutamente uno che già di suo è molto portato ad invaghirsi, ma ora vorrei raccontarvi dei ricordi legati a due persone davvero speciali. Una la presento subito, l'altra lo farò tra qualche giorno nella prossima puntata.


L'Aviere in navigazione con mare grosso

Sul nostro pianerottolo al quarto piano di una palazzina in Corso Umberto si affacciava anche l’appartamento di una piccola e cicciottella casalinga napoletana (immaginate una sorta di Marisa Laurito, ma in formato mignon) moglie di un impiegato comunale, tale signora Pepe, che era una di quelle persone che sembra vivano unicamente per impicciarsi dei fatti altrui e si fanno un punto d’onore ad aggiornarti su quel che succede nelle altre famiglie del condominio, con particolare riferimento alle tresche amorose. Noi, dopo solo una settimana dal nostro arrivo nella palazzina, eravamo già stati messi al corrente, con fare complice, che quella biondona tutta cotonata che stava con il signor De Cataldo al quinto piano in realtà non era la vera moglie, che invece viveva a Bari con un altro, mentre correvano voci che la signora Angelillo, quella del secondo piano, se la intendesse da anni con il titolare del bar di fronte, mentre quel povero marito, tanto una brava persona, ma tanto ingenuo, non s’accorgeva di nulla (e solo un cieco non avrebbe notato come il figlio non gli assomigliasse affatto). Naturalmente a noi di tutte queste vicende private non poteva importare di meno, ma per la Pepe questo sembrava essere un dettaglio di poco conto. 

La nostra esuberante vicina di pianerottolo, oltre al desiderio – mai esaudito per assoluto divieto paterno – di essere invitata a cena e d’intrattenere rapporti con la famiglia di uno di quegli ufficiali di marina che in città erano considerati una casta a parte, aveva come apparente scopo della sua esistenza quello di rivaleggiare con il nostro tenore di vita (che poi non era nulla di speciale). Perciò, se noi si comperava una qualunque cosa, lei come minimo ne comperava due, oppure una (vistosamente) più grossa. Come devo aver già raccontato in un post di qualche tempo fa, l’unico vantaggio per noi piccoli arrivava alla vigilia di Natale, quando la Pepe c’invitava ad ammirare il suo albero (il doppio del nostro) e ci rimpinzava degli addobbi di cioccolata e marzapane (due volte più numerosi dei nostri). Il lato negativo della cosa, invece, era che la Pepe, per confermarci che eravamo proprio di fronte ad una pia donna, ci invitava a recitare le preghierine a mani giunte e solo dopo sganciava il cioccolato. E, proprio alla vigilia di un Natale, la Pepe se ne uscì con un lapsus clamoroso, invitandoci premurosa, con la sua vocina cantilenante, ad essere tanto buoni e a dire le preghierine:“Che facciamo tanto contento il Gesuino Bambù!”. Questo fatto del “Gesuino Bambù”, subito riferito, scatenò per giorni l’ilarità di mio padre e divenne un vero tormentone.



Abitando vicini lo spettacolo del ponte girevole e delle navi non lo perdevamo mai

La Pepe era in perenne agguato sulle scale (per me sorvegliava i nostri movimenti dallo spioncino della porta) ed era quasi impossibile uscire o rientrare a casa senza vederla comparire ad offrirci preziosi suggerimenti non richiesti. Se riuscivamo a sottrarci con qualche sotterfugio all'agguato per le scale, allora la Pepe agguantava mia madre non appena si recava a stendere la biancheria sul balconcino della cucina che era adiacente al suo. Bastava attendere qualche secondo e subito compariva la nostra vicina che, anche lei, ma guarda il caso, era lì per stendere i panni. Da quel momento, apriti cielo! Le sue conoscenze, a quanto c’era dato di vedere, spaziavano su qualsiasi settore della vita tarantina. Mia madre aveva comperato la carne dal macellaio Ubaldo, quello con il negozio all’angolo? E lei subito ti diceva sgomenta “Uuh! Mamma mia! Ma dove è andata? Signora, chillo è nu mariuolo di tre cotte! Io lo chiamo Ubaldo il Ribaldo perché rubba sempre sul peso! Le dico io dove deve andare…” e giù una lista dei migliori macellai di Taranto. Mia madre era appena stata dal parrucchiere? E via con una serie di considerazioni sulla permanente non perfetta (fosse andata al Salone Lola di Corso Umberto, invece…). Per acquistare il pesce (“Uuh! Mamma mia! Signora, ma che pesce le hanno venduto?”) ovviamente si doveva andare soltanto da Salvatore, quello che aveva il secondo banchetto a sinistra nel mercato di Taranto Vecchia (e che facessimo pure il suo nome). Un vero incubo, insomma. 

Quando poi riusciva a mettere piede dentro casa nostra, sempre con le scuse più inverosimili, soppesava ogni nostro avere, dalle stampe antiche appese sopra il divano, alle chincaglierie d’argento sul tavolino del salotto (“Mamma mia! Quante belle cose che tenete, signora cara!”) e sembrava sempre che ci facesse i conti in tasca. Se poi riusciva a penetrare in profondità, fino alla cucina, si scatenava nel valutare quali cibi fossero in preparazione (talvolta alzava persino i coperchi delle pentole) e trovava sempre qualche miglioria da suggerire su tempi di cottura o condimenti. A volte mia madre si accorgeva che la Pepe cercava di sbirciare anche in camera da letto attraverso la porta socchiusa e questo l’irritava assai (anche per il caos inestricabile che vi regnava).


L'Aviere (a sinstra) e il Granatiere in bacino di carenaggio


La nostra vicina, assolutamente indomabile nel suo desiderio di avviare relazioni cordiali con noi, visto che da parte nostra non arrivava alcun segnale d’incoraggiamento (e mai sarebbe giunto) prese direttamente in mano la questione e, sapendo di colpire nel ventre molle, cominciò una furba manovra d’aggiramento con una serie di inviti a pranzo per noi bambini (tanto simpatici e educati). Poiché la signora si riteneva irresistibile nell’individuare e risolvere problemi altrui, per dare maggior forza all’invito e con grande sensibilità verso mia madre le fece notare come i due guaglioncelli fossero tanto pallidi e magri e ne concluse che sarebbe stato il caso di sottoporli ad una bella cura ricostituente a base delle sue celeberrime penne al ragù napoletano verace. Mia madre rimase a lungo incerta se offendersi o esserle grata, visto che le risparmiava l’incombenza di cucinare. Poi prevalse lo spirito pratico. Di conseguenza, la Pepe ci mise all'ingrasso come maiali, sempre previa preghierina pre e post-prandiale, perché era tanto devota. Qualche settimana dopo anche mia madre, incrociata casualmente sul pianerottolo, venne considerata sciupata e magrolina e di conseguenza gli inviti a cena vennero estesi anche a lei (senza preghiere e solo quando mio padre era per mare). Con mio padre, uomo di carnagione olivastra e dal fisico atletico, il trucco del pallore non poteva funzionare. Ma funzionava benissimo il debito d’ospitalità (perché noblesse oblige). Pertanto, una sera, grazie a questa sapiente escalation, la Pepe ottenne un risultato di grande importanza che sancì il trionfo delle sue strategie. Una cena a casa sua con tutta la nostra famiglia, mio padre compreso. In realtà, mio padre, aveva nicchiato per giorni chiedendo a mia madre se non poteva dirsi affondato e disperso in mare o cose del genere. Poi, rassegnato, di fronte alla considerazione che non si poteva fare la figura dei maleducati, accettò.

La prima preoccupazione della Pepe (bardata come una cavallerizza del Circo Orfei e sfoggiante una vistosa acconciatura nero-corvina sicuramente proveniente dal rinomato Salone Lola di Corso Umberto) una volta varcata la fatidica soglia fu quella di farci subito visitare con orgoglio ogni stanza del suo appartamento, cosa della quale, come capirete, non ci poteva fregare di meno. Fummo così condotti in mesta processione ad ammirare una serie di mostruosità domestiche, tra le quali ricordo un numero impressionante di santi sotto campana di vetro e madonne ingrottate dentro enormi conchiglie (con il lumino, proprio come al cimitero), una credenza baroccheggiante dove spiccavano due cavalli rampanti di maiolica dipinta, un copri asse del water in ciniglia rosa, alcuni quadri ad olio stile pizzeria (una natura morta con cozze, limone e cesti di sardine e un ritratto di bimbo imbronciato con lacrimone sulla guancia) ed in camera da letto, colpo finale, la bambolona con il vestito di pizzo e le treccine adagiata sul copriletto di raso. Sbirciai la faccia dei miei. Mia madre lanciava dagli occhi lampi di puro divertimento, il volto di mio padre era impassibile e terreo, come di chi sa soffrire in silenzio.

Mia madre e mio padre a cena al Circolo Ufficiali

Tra gli orrori in mostra, comparve ad un tratto anche un buffo omino bassottello, spelacchiato e con gli occhiali che la Pepe ci presentò subito come suo marito “o’ ragioniere”. Che non si capiva se era un titolo di studio o il soprannome del bar del biliardo. Caratteristica di “o’ragioniere” era quella di non poter aprire bocca senza essere contraddetto o zittito da sua moglie che monopolizzava il dialogo con tutti noi e in special modo (anche se senza troppo successo) quello verso “o’comandante”. Colpiva soprattutto nel poveruomo, oltre alla cravatta fantasia sulla camicia fantasia, l’aria sottomessa e abbacchiata (e, del resto, con una virago di moglie così…). A sentire la sua dolce metà, l’unica attività degna di nota di “o’ragioniere” era quella di prendere parte annualmente alla processione dei Perdoni, quella dove penitenti incappucciati con un abbigliamento a metà via tra le processioni sacre spagnole e quelle del Ku Klux Klan (mi perdonino gli amici tarantini) sfilano per tutto il centro cittadino al ritmo di due passi avanti e uno indietro, pregando e flagellandosi le spalle con la frusta. Veniva spontaneo chiedersi cosa mai quel poveruomo, che già portava la croce di quella moglie, avesse ancora da farsi perdonare (ancora qualche settimana e l’avremmo scoperto).

La cena, annunciata come alla buona e in famiglia, fu un vero sfoggio di alta gastronomia partenopea (il lettore s’immagini qualsiasi cosa, purché sostanziosa, fritta, rifritta e affogata nell'olio extra vergine) e tutto sembrava filare alla perfezione fino al momento di portare in tavola il lussureggiante vassoio della frutta, dove spiccavano alcuni splendidi cachi maturi. Qui la signora Pepe fu probabilmente tradita dal suo disperato bisogno di vincere la soggezione che le ispirava mio padre e così lo invitò premurosamente a servirsi con uno stentoreo: “Comandante! U’ pigliainculo!”. Mio padre, folgorato, restò con la forchetta per aria. Noi tutti ci fermammo attoniti. Gli occhi di mia madre brillarono luciferini, mentre la Pepe, ostinata, ribadiva il suo invito con un bel sorriso: “Comandante! Gradisce nu pigliainculo?". 
Scusi, signora, non sono certo di aver capito…che cosa intende dire?” le chiese gelido mio padre.
Perchè? Non le piacciono i pigliainculo?”. La sventurata proprio non si capacitava che mio padre rifiutasse una tale prelibatezza, finché immagino le sia giunto provvidenziale un calcio sotto tavola da parte di “o’ ragioniere” giacché di colpo le connessioni di quel cervello ripresero a funzionare. “Uh! Mamma mia! Comandante! Non vi sarete offeso? Come la chiamate voi al nord questa frutta accà? ” disse prendendo un caco in mano e mostrandocelo.
Cachi, signora, noi li chiamiamo semplicemente cachi, al massimo kaki con la kappa” 
Mio fratello e io non riuscivamo più a trattenere le risa guardando il viso di mio padre che era tutto un programma. La mamma ci fece un rapido cenno di stare buoni, immagino perché non voleva perdersi il seguito del dramma umano che si stava consumando davanti a lei.
Aaah! Adesso ho capito. Mi dovete proprio scusare. Qui in dialetto li chiamiamo pigliainculo, perché se ne mangiate troppi e non sono maturi, poi non vi fanno più venire la cacarella. Lo sapevate Comandante?”.
Detto questo, cercando di tornare nelle nostre simpatie pur senza mai esserci entrata, con la mossa della disperazione si rivolse a mio fratello e ponendogli affettuosa una mano sulla testa gli domandò “E tu, giovanotto, la fai la cacarella?”. Mio fratello, sgomento, dopo aver cercato con lo sguardo l’approvazione materna, borbottò di sì e la Pepe concluse sospirando “Uh! Mamma mia! Quanto è bbravo stù guaglione!” e subito si lanciò lungo la china scivolosa di un dettagliato resoconto di quanto accaduto ad un suo nipote di Caserta che, non facendo la cacarella per delle settimane, aveva avuto non so più quali problemi intestinali e che lei aveva amorevolmente curato con non so più quali rimedi naturali. Il tutto si concluse con una lunga e appassionata perorazione a favore della regolarità delle funzioni intestinali.

La Pepe ormai si era incartata senza speranza, navigava sbandata e in procinto di capovolgersi e mio padre l'affondò definitivamente con un siluro: “La ringrazio del prezioso consiglio di cui mia moglie, i miei figli ed io faremo tesoro. Anzi, poiché domani mattina usciamo in mare lo ricorderò all'equipaggio. Ci sarà sicuramente molto utile!”. La cena ebbe termine nella più gelida cortesia formale (clima siberiano) e la Pepe iniziò quella vertiginosa caduta in disgrazia che si completò rovinosamente poco tempo dopo, giacché il peggio doveva ancora arrivare, ma ve lo racconto tra qualche giorno....