domenica 11 ottobre 2020

Quelli che sono nati nel 1948 e le Topolino amaranto le hanno viste davvero


"Sulla Topolino amaranto si va che è un incanto nel’46 " cantava Paolo Conte in una sua bellissima canzone che ogni volta che la sento ha il potere di farmi naufragare nelle più vorticose malinconie. Perché io (ahimè!) sono nato nel 1948, nel letto di casa nostra (mia madre era andata a vedere al cinema Malibran un film con Totò e aveva riso tanto da rompere le acque) e grazie alla levatrice, una signora che abitava dall'altro lato della calle e che poi, per anni, ha continuato a farmi i complimenti per quanto ero diventato grande ogni volta che mi incontrava mentre andavo a scuola, mettendomi in imbarazzo. Dunque, le Topolino amaranto le ho viste di persona, assieme alle Lancia Aprilia, alle Fiat Giardinetta e a qualche Balilla residuale. Ma ho vissuto anche gli anni di De Gasperi, Gronchi, Scelba con le sue cariche di polizia, Fanfani, Nenni e Togliatti ma pure del bandito Giuliano. Con la vecchia Radiomarelli che troneggiava in cucina, con cui anni prima si ascoltava Radio Londra, ora sentivamo le notizie sulla guerra in Corea e qualche anno dopo, con il fiato sospeso, quelle sull'invasione dell'Ungheria e la crisi di Suez, con mio padre che un paio di volte era stato svegliato nel cuore della notte per uscire in mare con la Squadra navale perché c'era aria di guerra. Da bambino ho fatto a tempo a vedere film con Amedeo Nazzari, Alida Valli, Anna Magnani e Raf Vallone e ho sentito cantare Rabagliati, mentre Nunzio Filogamo presentava Sanremo con Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Nello sport, grazie alla Settimana Incom che precedeva i film, ho potuto vedere in azione Coppi e Bartali, Primo Carnera "il gigante buono",  i duelli automobilistici tra Fangio e Stirling Moss,  mentre l'Inter aveva ancora in squadra Benito Lorenzi detto "Veleno" e il biondo svedese Naka Skoglund dal dribbling fantasioso, nel Milan giocava Schiaffino, nella Lazio c'era Selmosson detto "raggio di luna" e la Roma aveva l'uruguagio Ghiggia, che segnando il goal della vittoria nel finale aveva fatto piangere il Brasile intero ai mondiali, mentre la Juve schierava il danese Praest, Muccinelli e Boniperti. Dunque, di quegli anni dell’immediato dopoguerra che ho vissuto da bambino e di quel modo di vivere e anche dei suoi valori conservo ricordi ancora molto intensi e profondi. Che ora provo a raccontare, man mano che mi riaffiorano alla mente.

La nostra vita, all'inizio degli anni '50, era semplice e senza aspirazioni consumistiche. Eravamo tutti, insomma, dignitosamente poveri e impegnati  a rimettere in piedi la nostra cara e sgangherata Italietta, uscita a pezzi dalla guerra. Infatti, pur in mezzo a tante vicissitudini, le fabbriche al nord, sgomberate le macerie, stavano lentamente riavviando la produzione e di lì a poco la povera gente del sud avrebbe lasciato le sue terre per affrontare (come i loro padri agli inizi del secolo) la dura vita dell’emigrante. E con loro tanti veneti e friulani che attraversavano la frontiera diretti al nord con le valigie di cartone in cerca di un futuro che qui non vedevano anche se oggi, che siamo benestanti, con la villetta stile Dallas, il Suv in garage e i dobermann che ringhiano al cancello per difendere la proprietà, facciamo finta di essercene dimenticati.



Le merci che non fossero generi di prima necessità avevano ripreso gradualmente a tornare nei negozi, ma la gente aveva ancora come necessario punto di riferimento lo stile di vita spartano degli anni di guerra e, d'altronde, non è che ci fosse molto da spendere nel superfluo. Anzi, in verità non c'era di che spendere tout court. Vi era, infatti, una larga fascia di popolazione che viveva in condizioni di reddito che oggi definiremmo d’estrema povertà ed anche la borghesia, che pure stava un tantino meglio, si arrangiava secondo livelli di vita che oggi considereremmo inaccettabili. Noi, grazie allo stipendio da ufficiale di marina (comunque statale, quindi magro per definizione...) di papà stavamo abbastanza benino, ma non tanto da permetterci quei due pasti completi al giorno cui oggi ci sottoponiamo con esiti fatali per la linea. La sera, come cena, la mamma ci presentava, infatti, un bel caffelatte (con la miscela Leone...) con tanto pane raffermo da inzuppare e - subito dopo - buonanotte, bacino e tutti a nanna. L'arancia, fonte invernale di vitamine, era solo alternativa perché con il caffelatte non ci stava e poi c'era da fare i conti con il proverbio della nonna secondo il quale "L'arancia è d'oro al mattino, d'argento al pomeriggio e di piombo alla sera". 

Tra l'altro, quando abitavamo a Taranto, al mercato si trovavano in abbondanza solo le "arance vanigliate", una varietà dolciastra e stucchevole che non mi piaceva affatto anche perché era piena di semi. Quindi vi rinunciavo volentieri. Ancora meno piacevole il ricordo delle spine dei fichi d’india che, assieme alle cozze fresche, venivano venduti sulle tante bancarelle adiacenti la passeggiata a mare nei pressi del ponte girevole. E rammento anche un pomeriggio di sgomento quando, avendo bevuto di nascosto dai miei un po’ di vino puro (che mi era tassativamente proibito) mi ricordai di colpo del curioso proverbio paterno: “latte e vino veleno sopraffino” e, soprattutto, del fatto che poco prima avevo mangiato della mozzarella, che, fino a prova contraria, era prodotta con il latte. Pertanto, essendo solo in casa e non potendo quindi contare su alcun tipo di soccorso, con socratico distacco mi rassegnai alla morte, ormai certa, per grave avvelenamento da latte e vino e mi stesi sopra il letto dei miei che - come si può ben immaginare - al loro ritorno mi ritrovarono immerso in un sonno beato, accompagnato da vigorose russate. Di lì a poco, ad ogni modo, il vino, doverosamente annacquato, mi fu concesso e mio papà m’introdusse anche alla bontà del V.A.L.Z, una bibita dissetante di sua invenzione (Vino, Acqua, Limone e Zucchero...). 


la mia Cresima a Taranto (1956) con la signora sullo sfondo in evidente crisi mistica


Tra i miei ricordi tarantini c’è ancora il cinema Lux, dove vendevano i gelati Lola con il doppio stecchino per separarlo in due parti e le litigate con mio fratello che sosteneva che spezzassi sempre il gelato a mio favore (e forse era vero...). Al cine Lux, vidi anche uno dei primi film americani di fantascienza (il pianeta proibito, mi pare si chiamasse) con un robot parlante e ne rimasi a lungo affascinato, tanto che a Natale me ne venne regalato un modellino che fu a lungo il mio giocattolo preferito. A Natale poi, a noi austeri bimbi degli anni '50, arrivava quasi sempre un unico regalo (spesso frutto di sapienti bricolage...) e, alla Befana, il calzino appeso lo si trovava riempito di qualche sparuta caramellina e di molte arance e mandarini. L'unico tesoro in mio possesso, una scatola con una trentina di cow-boy e indiani di gesso, si squagliò miseramente la volta che la dimenticai in terrazza sotto un acquazzone. Il rovescio di pianto che ne seguì fu di pari intensità di quello atmosferico.

Negli anni successivi, in quel di Venezia, il mio gioco favorito, quando non si giocava a "campanon" disegnando con il gesso sui masegni della riva i riquadri in cui saltellare a gambe unite o con un solo piede (ma a me non piaceva perchè le bambine erano molto più brave e vincevano sempre) o si pescavano le anguelle in Riva degli Schiavoni con il sughero e il pezzettino puzzolente di schia, era composto da un tacco da scarpe in gomma con il fondo tempestato di puntine da disegno per farlo scorrere con meno attrito. Con gli altri bambini si giocava a colpire le figurine dei calciatori - messe a turno in palio - lanciando da distante i tacchi e facendoli scivolare sui masegni come fossero dischetti da hockey su ghiaccio. Chi colpiva il mucchietto si teneva le figurine e poteva arricchire la sua collezione. In un luttuoso mattino del gennaio 1955 persi in un sol colpo le tre rarissime figurine di Skoglund, Montuori e Julinho e quel trauma me lo ricordo ancora oggi. 


Il robot del film "il pianeta proibito" che divenne il mio giocattolo preferito

Nelle famiglie dell’epoca, comunque, non si buttava via niente. Mamme e nonne erano delle sapienti esperte d’ogni sorta di riciclaggio di materiali domestici. Bucce d’arancia, pane raffermo, mozziconi di sapone, giornali vecchi, fiammiferi usati... tutta roba che oggi finirebbe senza remissione in pattumiera e che allora era riportata a nuova vita con una fantasia illimitata. Non parliamo poi degli avanzi di cucina, dove si sfiorava il sadismo. Il pane vecchio che non finiva nel caffelatte o che non era tostato per la grattugia (e la relativa passata al setaccio...), era riproposto bollito con una cipolla e un filo d’olio e denominato pan bògio. La sua versione extra-lusso prevedeva anche l’incorporazione nella minestra fumante di un uovo crudo. Detto uovo crudo costituiva talvolta anche la mia colazione, tranne durante i soggiorni da mia nonna paterna a Rapallo quando, visto che ce lo producevamo con un piccolo frantoio in pietra giù in cantina, mi veniva proposto del pane abbrustolito inzuppato di olio e, a richiesta, leggermente strofinato con l'aglio. Di quell'uovo, ricordo ancora con apprensione gli sforzi sovrumani per succhiarne il contenuto attraverso i forellini che la nonna praticava in punta di forbice e l’improvviso sblòpp! con cui il tuorlo e l’albume viscido mi riempivano sgradevolmente la bocca. Nell'inevitabile polpettone del venerdì, momento di sintesi della settimana, finiva di tutto, tanto da essere conosciuto presso molte famiglie (e in seguito anche alla mensa FIAT) con il sinistro appellativo di Milite ignoto. La mia mamma produceva abilmente un finto sugo di carne che era composto da un soffritto di tutte le verdure e gli aromi che insaporiscono il ragù. Ma della carne, che si mangiava, si e no, una o due volte la settimana, neppure l’ombra. 

Rimanendo sempre in tema d’economie domestiche, per i nati della mia generazione il concetto del vestitino nuovo era pressoché sconosciuto. I cappotti, i colli e i polsini delle camicie venivano puntualmente rivoltati per raddoppiarne la durata e i vestiti passavano di padre in figlio. Da un vecchio cappotto con la martingala di mio padre n’era fuoriuscito il cappottino con la martingalina che accompagnò la mia infanzia accoppiandosi nei giorni di gran freddo con i resti di un collo di lince appartenuto a mia madre e che, in seguito, terminò la sua ventennale ed onorata carriera sul cappotto di mio fratello Franco. La mia nonna materna era perennemente in azione con la sua Singer a pedale e con il gessetto bianco per segnare le stoffe sopra le carte modello quadrettate di Burda. Credo che a forza di cucire gonne e vestiti per la mia mamma e la zia, avesse pedalato almeno quanto Coppi e Bartali messi insieme. Anche per abbandonare un paio di scarpe occorreva che il calzolaio, all’ennesima richiesta di risolatura, confessasse l'impotenza della scienza calzaturiera a procedere oltre ed emanasse la luttuosa sentenza scuotendo consolato il capo (il calzolaio, in genere, non parlava mai perché aveva sempre la bocca piena di chiodini). Le signore che potevano permetterselo andavano dal parrucchiere giusto quelle tre/quattro volte l'anno per il taglio e per il resto provvedevano in proprio con messe in piega casalinghe, bigodini improvvisati e con strane alchimie per le tinture. 


il cappottino con la martingalina che poi finì a mio fratello

Più tardi, verso l’inizio degli anni sessanta e sull'onda impetuosa delle prime spinte consumistiche, sarebbe apparso in molte case, tra cui la nostra, un diabolico arnese costituito da una calotta di plastica collegata con un tubo alla bocchetta del motore del mitico aspirapolvere Folletto (quello che viene ancora oggi venduto a porta a porta...). La cosa, invertito il flusso di aspirazione, doveva funzionare come il casco del parrucchiere. In realtà, oltre a dare la sensazione che un jet stesse decollando dal salotto di casa, l’arnese forniva degli splendidi esempi di come si potesse cuocere a puntino un cuoio capelluto e renderlo invitante con una glassata di polvere. Ai figli innocenti non veniva risparmiata dalle nonne l’umiliazione del taglio casereccio a scodella o della pettinatura all’Umberto (ultima tragica eredità di Casa Savoia...) con i capelli fissati all'indietro da spatolate di untuosa brillantina Linetti. 

Tanto per continuare con qualche minimo esempio del vivere quotidiano, noi, che pure eravamo classificabili tra la media borghesia, all'epoca ci lavavamo con degli economici pani di quel sapone di Marsiglia che qualcuno continuava a fabbricarsi in casa come in tempo di guerra e che serviva indifferentemente per la faccia e per il bucato. Ma, per restare in tema di igiene personale, ricordo bene che l’uso del dentifricio era considerato da molte famiglie come un’americanata (subito dopo la guerra erano arrivati i Colgate, i Durban's e gli Squibb) e comunque superflua (e si sentiva...). Una sorte simile spettava all’uso della vasca da bagno che era molto parco e con l'acqua che veniva scaldata a parte per mancanza dello scaldabagno o per risparmio (le abluzioni di grandi e piccini avvenivano, se andava bene, con cadenza settimanale nel pomeriggio della domenica, con le nonne che sorvegliavano fuori della porta in grande apprensione). In molte case di civile abitazione (a noi capitò a Taranto, nelle case Incis dove alloggiavano molti dipendenti della Marina...) i servizi igienici, oltre ad essere il più delle volte collocati sul balcone o esternamente (incoraggiando così nelle notti gelide e piovose il poco igienico uso del pitale celato nel comodino) erano rudimentali e limitati al minimo indispensabile. Il bidè, il cui uso intensivo era limitato alle case di tolleranza, era considerato dalle famiglie normali poco più che un lavapiedi o, nel peggiore dei casi, una curiosa custodia per violino in maiolica. Esattamente come figli rassegnati mi dicono accada ancora oggi nella civilissima Inghilterra. 

Non esistevano dunque gli shampoo delicati e/o medicamentosi alle erbe medicinali, i prebarba e i dopobarba, i dentifrici antiplacca, i coloratissimi colluttori, le lacche, le creme prebagno e dopobagno i deodoranti, i saponi al pH neutro (?!) e tutte quelle cose che troneggiano ingombranti sulle mensole dei nostri due bagni di casa e senza le quali oggi ci parrebbe di non poter vivere dignitosamente. Anzi, per dirla tutta, la gente doveva lavarsi decisamente poco, tanto che, sia nelle Forze Armate che nelle scuole si svolgevano, oltre a quelle contro la tubercolosi (dove, con un’offerta di 100 lire, ti davano i francobolli e un distintivo con un lungo spillone che era una vera arma impropria) delle periodiche campagne di sensibilizzazione anti pidocchi. Mio padre, fortunatamente, ci educò da subito (da buon militare qual era) all’uso spartano del sapone e dell’abbondante acqua gelata sul collo e dietro le orecchie (le mollezze borghesi dei lavacri con l'acqua tiepida ci erano sconosciute.). 


il dentifricio come strumento fondamentale dell'armonia di coppia.


Per restare in tema di abluzioni, ricordo che la rasatura della barba di papà e del nonno consisteva in una specie di cerimonia mistica, con lunghe lisciate di rasoio (quello a lama lunga, che richiedeva la mano ferma del chirurgo e la rassicurante presenza dell’allume di rocca sulla mensola del bagno) sulla striscia di cuoio grasso attaccata vicino al lavandino e la meticolosa preparazione del sapone nella ciotola con il pennello di tasso. Ci si impiegava oltre mezz'ora, giusto il tempo di far bollire la napoletana del caffè sulla stufa economica a legna. Le cucine a gas (con la bombola) erano, infatti, ancora privilegio di pochi. In casa nostra, come quasi dappertutto, troneggiava da tempo immemorabile la cucina economica a legna che, con il suo calore diffuso, consentiva agli alimenti cotture meno traumatiche di quelle impartite dagli attuali fornelli a gas e quindi di rilasciare quietamente gli umori più suggestivi. Grazie alla cucina economica a legna, invece, era possibile mangiare delle strepitose e digeribilissime paste e fagioli (rigorosamente di Lamon) così dense da tenere il cucchiaio ritto in piedi, come esige la più nobile tradizione veneta, oppure era possibile godere di intingoli tirati "alla cassopipa" (tra questi, il sughetto di cipolle, acciughe e uvetta passita per i bigoli in salsa che veniva lasciato a consumarsi per ore quasi al...tepore di candela) ma, soprattutto, raschiare sul fondo del paiolo le più croccanti croste di polenta che si potessero concepire. Il carbone e la legna per la stufa venivano accatastati nella grande terrazza coperta di casa nostra e venivano portati su per le scale, con gerle di vimini tenute in precario equilibrio sulla testa, da facchini anneriti e seminascosti da un sacco di iuta (ecco da dove mi veniva la paura dell’uomo nero!). Dopo un rifornimento di carbone si puliva per giorni la casa dal pulviscolo nero che si depositava su tutto. Poi c'era l'omino che passava periodicamente lungo le calli gridando "Donneee...è arrivato l' ombreller ... el gua" e aveva al suo fianco  una bicicletta con una mola smerigliatrice per affilare pedalando i coltelli. Invece, in campo San Lio c'era un  tale che vendeva le "pierette" e gli accendigas con voce tonante, i pescatori pellestrinotti stavano sui ponti con le ceste piene di pesce e granchi che scappavano dappertutto e in campo Santa Maria Formosa le contadine del Montello con delle enormi gerle di vimini vendevano le uova fresche e la domenica i fiori, mentre mia nonna che abitava al quarto piano quando suonava il postino e c'era la posta da ritirare per non fare le scale calava, come facevano quasi tutti, il cestino dalla finestra  

  
Le contadine del Montello vendevano le uova fresche e la domenica i fiori

Verso la fine degli anni '50 le cose cominciarono a migliorare, l’economia tirava, c'era una sostanziale stabilità politica (anche se il governo cambiava ogni sei mesi era in ogni modo invariabilmente democristiano!) e circolava già qualche soldino in più. Si cominciava così a conoscere la sottile ebbrezza dei consumi superflui. Il nostro primo televisore fece la sua comparsa nella casa di S. Lio all’incirca nel 1957 . Era anche lui un mastodontico Radiomarelli, lungo quasi come una Topolino. Fu messo a troneggiare nel nostro salotto sopra un vezzoso mobiletto, acquistato dal premiato mobilificio Dolcetta, in salizada San Lio, che faceva pendant per cattivo gusto con la credenza dai cerbiatti serigrafati sui vetri scorrevoli (altro pregevole manufatto Dolcetta) e i centrini di pizzo sui divani. Mentre il nostro primo frigorifero arrivò a Taranto, grazie all'ufficio della Marina che faceva gli acquisti anche per il personale, ed era un massiccio Kelvinator americano, che si apriva premendo un pedale e che quando chiudevi lo sportello tremava la casa.

Tra le altre immagini curiose che restarono impresse nei miei ricordi di bambino, c'è quella del nostro medico di famiglia che per praticare a mio nonno un salasso si era presentato a casa nostra con una boccetta di vetro da cui aveva estratto delle sanguisughe che gli aveva applicato sulla schiena. Ma, del resto, mi era stato raccontato che mia madre da ragazzina era guarita dalla scarlattina mangiando pezzetti di carne di rana cruda, che probabilmente fungevano da antibiotico, dunque non mi meraviglio di nulla, anche perché per curarmi da un orzaiolo, mia nonna mi fece guardare per qualche minuto dentro la bottiglia dell'olio (peraltro senza risultato alcuno). In molte case e anche nella nostra, sopra la credenza del salotto navigava anche, dentro una boccia di cristallo, di quelle per i pesci rossi, riempita di tè, il disgustosissimo e viscido fungo cinese. Era una specie di medusa che, come la triaca veneziana, dicevano servisse da panacea contro tutti i mali conosciuti. Soprattutto, ma non si doveva dirlo in giro, faceva dimagrire le signore, che, infatti, ingurgitavano appassionatamente litri di quel tè che a me faceva venire il voltastomaco. Qualche anno dopo arrivò in casa anche un altra cosa di gran moda: un registratore a nastro Geloso, grazie al quale scoprii, con mia grande delusione, di avere la voce come Paperino. Quindi, arrivò anche l’hula hoop, con la mamma e la zia che per snellirsi i fianchi si esibivano in contorsionismi da danzatrici del ventre, con il cerchio intorno alla vita. Ma su questo stendiamo un velo pietoso...e sopravvoliamo, così come sopravvolo sulle quantità industriali di DDT che mi devo essere inalato grazie all’uso disinvolto del flit da parte dei miei parenti. Bastava, infatti, che si avvertisse il ronzio di una solitaria e misera zanzarina nella mia camera da letto perché giungesse di corsa la zia, armata di stantuffo, a pompare energicamente nuvole dall’odore acre di benzina tutt' attorno. Qualche anno più tardi il DDT fu ritirato dal commercio in tutto il mondo, in quanto fortemente cancerogeno ed inquinante. Ne trovarono tracce perfino nel fegato dei pinguini al Polo Sud. Io, però, sono sopravvissuto. 


Per Lascia o Raddoppia si fermava tutta l'Italia


Tornando alla televisione, fu un vero boom, anche se allora non esisteva che un solo canale nazionale: prendere o lasciare! Nei cinema, quando c'era Lascia o raddoppia, si sospendeva a furor di popolo la proiezione e si portava un televisore sul proscenio per consentire al pubblico di vedere le imprese di una prosperosa tabaccaia di Pordenone, tale Bolognani, dell’elegantissimo Marianini e del prof. Degoli, quello che perse un montepremi allora favoloso confondendosi sugli strumenti usati da Mozart in una tal opera lirica, facendo nascere così il controverso caso del controfagotto che divise in due l’Italia (come per Coppi e Bartali...). Anche in casa nostra, quando appariva Mike con l’Edy Campagnoli, subentrava un coprifuoco di due ore, con la tavola che neppure veniva sparecchiata per non disturbare. Soprattutto la nonna assumeva nella sua poltrona uno stato di trance ipnotico a bocca aperta, dal quale era pericolosissimo svegliarla. 

Lo stesso succedeva con il Musichiere di Mario Riva. Un giorno la nonna ritornò dal mercato di Rialto in stato di insolita eccitazione perché, ci raccontò, aveva stretto la mano di tale Spartaco D'Itri, un ruspante salumiere romano, campione in carica della trasmissione. Lo stesso era successo l’anno precedente a Taranto, quando aveva stretto la virile mano del cantante Gino Latilla. Mi sono sempre domandato, in seguito, cosa non sarebbe stata capace di fare se avesse incontrato Achille Togliani, il cantante bellone degli anni sessanta (ruolo che negli anni settanta toccò a Mal dei Primitives e, infine, a quel damerino con l’occhio da pesce lesso di Julio Iglesias). 

Da parte mia, e sempre a proposito di belloni e bellone, guardando quella stessa trasmissione mi presi una cotta tremenda per la valletta Lorella de Luca che sostituì quella, altrettanto tremenda, per l’attrice Eleonora Rossi Drago. Poi, crescendo, provai brevi (ma tremendi) trasporti per Lea Massari e Audrey Hepburn e, finalmente, approdai al mitico amore (platonico) di tutta una vita: Catherine Spaak. Un altra trasmissione che all’epoca mi piaceva moltissimo era Campanile Sera, con il povero Enzo Tortora, Silvio Noto che faceva il mimo e il gioco dell’oggetto misterioso, sul quale si cimentavano interi paesi, sindaco e parroco compresi, e che il più delle volte si rivelava essere un normalissimo rubinetto o un pelapatate, ma che, inquadrato sapientemente dalla telecamera, sembrava la testimonianza di una misteriosa tecnologia aliena. Naturalmente, in cima ai miei divertimenti si trovava lo spassosissimo Un, Due, Tre con Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, che fu però interrotto bruscamente quando quei due ribaldi osarono fare il verso al Presidente della Repubblica che era precipitato dalla poltrona in diretta televisiva, durante la prima alla Scala di Milano. Nei palinsesti dell’epoca c’era anche una trasmissione a puntate che, stranamente, seguivo con molto interesse (ed il perché mi fu chiaro molti anni più tardi...). Si chiamava : “Viaggio lungo le rive del Po” ed era condotta dal grande scrittore Mario Soldati. Si trattava di un pigro vagabondare lungo la Val Padana alla scoperta di vini e cibi genuini. Da tale trasmissione ebbi i primi sentori della sublime esistenza del taleggio, della salama da sugo, del salame felino e del Barbaresco. 


Quando c'era solo il Mottarello fiordilatte, ricoperto o al cioccolato
 

In casa, fino all'avvento del frigorifero, avevamo anche un (quasi) lusso: la ghiacciaia. Questa era alimentata con grandi stecche di ghiaccio, dal costo di cinque lire, che erano prodotte dalla vetusta fàbrica del giàso, alla Giudecca. Le stecche venivano distribuite per la città con un apposito barcone il cui arrivo era annunciato con grandi grida dal canale. A queste, facevano subito eco le signore alle finestre, gridando per le ordinazioni. I facchini portavano in spalla le stecche su e giù per le ripide scale delle case, arpionandole con uncini di ferro tipo mattatoio. Per salire i quattro piani di casa nostra con tutto quel peso sulle spalle si accontentavano di: "un ombrèta de quèo bòn". Calcolando il numero di case visitate e di ombre conseguenti, dubito che a sera fossero in grado di reggersi in piedi. D’altronde l’offerta dell’ombra di vino, in una casa veneziana, era un fatto di normale ospitalità. Anche don Gino, il parroco di Santa Maria Formosa, quando veniva a benedire la casa con l'incenso e il chierichetto, di fronte all’offerta dell’ombra non si tirava indietro, tanto che, quando molti anni dopo, nel pieno del sessantotto, fu soprannominato il prete rosso qualcuno insinuò che fosse per via del Cabernet. 

Le lavatrici e i detersivi "che più bianco non si può" erano di là da venire. In casa nostra sarebbero arrivate intorno alla metà degli anni sessanta. Nell’attesa, i panni si lavavano dentro la rugginosa vasca da bagno sfregandoli energicamente su un asse di legno con lo spazzolone e il sapone marsigliese (sempre lui!). Per sbiancare i lenzuoli che bollivano per ore nei pentoloni si versava la cenere nell’acqua bollente, rimestando in continuazione con il bastone. Il ferro da stiro era una sorta di carro armato di pesantissima ghisa e veniva perigliosamente alimentato riempiendolo di brace incandescente prelevata dalla stufa. Soppiantati poi dai ferri elettrici e a vapore ed essendo praticamente indistruttibili, finirono la loro carriera come fermaporta vivacemente colorati. Le mamme e le nonne, oltre a stirare impeccabilmente (con la riga dei pantaloni che faceva mia nonna ci potevi affettare il pane) e a ruotare e profumare la biancheria nei cassetti con i sacchettini di lavanda, controllavano assiduamente lo stato di tenuta di tutti i bottoni, rinforzandoli all’occorrenza. Così, fino al giorno in cui cominciai finalmente a vivere fuori di casa rimasi all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi. 

Dopo la conquista dell’indipendenza, e la scoperta della caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare nel cestino da lavoro di mia madre esclusivamente aghi con il filo già inserito. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le donne. Lo faccio ancora oggi, ma mia moglie non s'intenerisce. Forse ha sgamato il trucco... 


 


domenica 4 ottobre 2020

Diventa americano anche tu! Prontuario ragionato delle frasi più utilizzate su Real Time e Cielo


Lo adoro!

Esclamazione tipicamente femminile che in America esprime approvazione istantanea e incondizionata per qualsiasi abito, paio di scarpe, accessorio purché pacchiano e costoso. Gli uomini americani sostituiscono il "Lo adoro!" con il classico "Wow!" pronunciato però come un "Waaaaaouuuu" con un numero di A e di U variabile in rapporto alla meraviglia e al gradimento suscitati. Mentre il "Wow!" maschile di solito cessa il suo effetto istantaneamente nel momento in cui lo si pronuncia o Charlize Theron nel film si rimette il reggiseno ed è comunque un'emissione singola, la caratteristica del "Lo adoro!" femminile è quella di replicarsi nel tempo, soprattutto se viene pronunciato in un atelier di moda, in un negozio di profumi e cosmetici o in una gioielleria e a volte provoca effetti collaterali anche gravi sulla Master Card. L'esclamazione "Lo adoro!" in presenza di un abito da sposa spesso precede lo scoppio di pianto (vedi) mentre, se avviene nel contesto di una gara di cucina, di solito indicherà l'apprezzamento unicamente per un singolo dettaglio del piatto da valutare, dal rametto di cerfoglio messo per guarnizione, alla goccia di salsa di lamponi del dessert caduta accidentalmente sul bordo del piatto con la tempura di gamberi. Rimane comunque un mistero come si possa esclamare "La adoro!" per la purea di pastinaca, che assieme alla quinoa e alle noci di macadamia imperversa nei vari Master Chef senza che nessuno ne capisca la necessità.


Ha appena pronunciato "Lo adoro!" ed ora sta osservando l'effetto "Big meringa"
prima del previsto scoppio di pianto che perfezionerà la vendita.


Mi vien da piangere. 

Frase che di solito viene pronunciata quando, dopo essere riuscito a fare entrare a viva forza e con la promessa di ampie modifiche strutturali un'aspirante sposa da 120 chili in un abito nuziale di tre taglie più piccolo e da cinquemila dollari, dopo aver cercato invano di farle calzare quello da venticinquemila e in progressione decrescente di prezzo almeno un'altra mezza dozzina di capi, l'elegantissimo titolare del negozio, sempre sorridente ma esausto, può porre finalmente la fatidica domanda: “E’ l’abito giusto?”. A quel punto, dopo aver ammirato allo specchio l’effetto “big meringa” dell’abito strabordante di maniglie dell’amore e veli di chiffon, scoppieranno a piangere in rigorosa successione: la sposa, la mamma della sposa, la nonna della sposa (che in precedenza aveva cercato inutilmente di rifilarle il suo vestito degli anni '50) e le due damigelle rosicone che hanno stracciato i marroni a tutti disapprovando con metodo ogni vestito precedente anche quando la sposa sembrava convinta e aveva già esclamato "Lo adoro!" (vedi). Il pianto irrefrenabile, secondo la consuetudine americana, è il momento che suggella l’approvazione del contratto tra le parti e a quel punto inizierà anche quello del padre che dovrà staccare l’assegno. Il “Mi vien da piangere” è anche pronunciato da ogni concorrente di un Master Chef che presenti nell’invention test un “timballo di tortellini ripieni al cotechino con mousse di ceci, lenticchie e topinambur” di sua creazione, che, nella nostra edizione del programma, verrà subito definito da Barbieri un “mappazzone” e sarà seguito da un silenzio inquietante di Cannavacciuolo e dal piatto scagliato in pattumiera da Bastianich che veste i panni brutali di Gordon Ramsey in quello americano. In tali circostanze, normalmente il "Mi vien da piangere" è seguito a ruota dal "Sono deluso..." ma i più tenaci arrivano a rilanciare subito con il "Sono qui per vincere" (vedi) perché occorre infondere sempre al telespettatore ottimismo e positività. In un caso del genere, quando arriva l'inevitabile "Togliti il grembiule, sei fuori da Master Chef" si percepirà l'intensa soddisfazione, quasi erotica, dei giudici nel pronunciarlo.

Sono al settimo cielo.

La frase indica una località celeste che nel mondo anglosassone dev'essere affollatissima come la metropolitana di Tokyo nell'ora di punta. Infatti, nei vari programmi la salita al settimo cielo pare avvenga per qualsiasi cosa, dall'essersi aggiudicato un box a scatola chiusa (contenente solo stracci sporchi, videocassette VHS e paccottiglia) per soli settecento dollari, all'essere riuscito a squamare un salmone reale da 15 chili buttandone via solo un terzo. Ma anche dall'aver acquistato dai due fratelli in affari per soli seicentomila dollari la casa dei sogni sul limitare del bosco che andrà ristrutturata sempre che le termiti (vedi) non si portino avanti con il lavoro e una simpatica famigliola di grizzly non decida di conoscere i nuovi vicini, sino all'aver venduto al negozio dei pegni per 50 dollari il vecchio quadro di un certo Edward Hopper che il nonno teneva in casa, ovviamente dopo aver sentito il parere dell’esperto (vedi). Come la scala di Maslow anche la salita al settimo cielo può essere percorsa rovinosamente all'indietro e nelle gare di cucina di solito la frase in questione si colloca temporalmente a metà tra il “Sono qui per vincere” (vedi) e il “Sono deluso”.

Già! 

Esclamazione di cui viene fatto largo uso nei programmi ma di nessuna utilità pratica perché serve solo a confermare quanto appena detto dal concorrente precedente e agli autori per riempire qualche secondo di trasmissione e fare apparire in video una persona che altrimenti non avrebbe nulla da dire. Esempio classico il/la concorrente che afferma “La prova di oggi fa molta paura” e l’altro/a che inquadrato/a subito dopo dice con aria pensosa “Già!” senza aggiungere altro in modo che tu ti chieda quale possa essere il valore aggiunto della dichiarazione. L'uso puramente confermativo del "Già!" può presentare alcune insidie quando durante la gara uno dei concorrenti agita il pollice squartato che gronda sangue gridando "Mi sono tagliato!" e l'altro annuendo pensoso risponde "Già!" e per questo te lo pregusti riverso sul pavimento della cucina con un coltello da cucina piantato nello sterno.


Al centesimo jogurt alla banana verrà uccisa dai suoi bambini a colpi di cucchiaino
mentre il marito calvo le farà bere tutti quegli shampoo alla mela verde


Sono qui per vincere 

Convinta dichiarazione d’intenti che viene effettuata da ogni concorrente ammesso a partecipare ad un master chef o a una gara tra pasticceri e finanche tra chi possieda la malattia più imbarazzante e serve per rassicurare gli spettatori che nessun concorrente sia lì per pareggiare o perdere. Normalmente la pronuncia anche qualsiasi sposa che partecipi alla gara tra i quattro matrimoni, pur essendo consapevole che il suo si svolgerà in una chiesa rupestre persa tra le brughiere scozzesi e il ricevimento sarà nella vicina locanda con una sala da pranzo allegra come una mensa aziendale dove al suono delle cornamuse verrà servito da mesti camerieri in tartan del brodo tiepido di montone e dello haggis di interiora d’agnello. Qualche giorno fa la frase “Siamo qui per vincere!” l’ho sentita pronunciare trionfalmente in coppia da una moglie e un marito australiani che durante una gara di cucina tra cuochi amatoriali si apprestavano a servire ai giudici una polenta italiana cotta in forno e condita con aceto e limone. Non mi è stato difficile immaginare che le loro speranze di vittoria sarebbero rimaste tali… 

Farò (faccio) del mio meglio 

Enunciazione sia maschile che femminile che spesso viene equiparata a "Sono qui per vincere" in quanto apparentemente ne condivide il proposito ma che in realtà ne differisce per la presenza laica del dubbio. Nelle gare tra cuochi amatoriali, dichiararlo prima e durante la prova serve infatti per mettere la mani avanti e indossare le "iron underpants" quando si viene colti dal sospetto che forse il peperoncino Habanero nel ripieno dei calamari non ci sta molto bene e tanto meno in quella quantità. Affermare che si sta facendo del proprio meglio chiarisce comunque al telespettatore medio americano (che a questi principi è sensibile) oltre che ai giudici di gara che nessuno è lì per fare del proprio peggio o per lavorare in modo approssimativo, dunque l'Habanero non l'ho messo per caso, ma facendo del mio meglio, sappiatelo. La dichiarazione però pare non funzionare con la stessa efficacia nelle gare di cucina a coppie. Infatti quando la moglie aspetta impaziente le venti costine d'agnello da mettere al forno e il marito, a quindici minuti dalla fine, sta ancora togliendo il grassetto dalla prima, pronunciando infastidito all'ennesimo sollecito il "Sto facendo del mio meglio" verrà percosso più volte con la padella... 


Quando i giudici di Master Chef Australia ti hanno appena suggerito
un uso alternativo di tutto quel peperoncino Habanero

Sono angosciato/a

Frase che viene spesso pronunciata dai concorrenti a Master Chef quando i giudici hanno assaggiato i calamari ripieni di peperoncino Habanero e sono ancora chiusi in camera di consiglio da tre ore. Di solito i presenti che l'ascoltano replicano con un "Già!" (vedi) che in tal caso prende il significato di un "Potevi mettercene di meno, coglione..." oppure con un "Va tutto bene" (vedi) che in quel contesto significa: "Anche se hai messo le mutande di ghisa, appena escono quelli l'Habanero te lo ficcano dentro con il bazooka". Il passaggio dal "Sono angosciato" al "Sono qui per vincere" (vedi) in tali circostanze non è possibile e al massimo si potrà esprimere un "Sono deluso" prima di correre dal proctologo. La frase è anche tipica di chi ha appena acquistato la casa di campagna da ristrutturare dai due fratelli e sente il trombettiere delle termiti che suona l'adunata e anche della sposa da 120 chili di stazza che ha comperato l'abito nuziale da 5.000 dollari e tre taglie in meno e ora deve tirare su la cerniera. 


Quelli che a Masterchef Australia presentano un piatto di corn flakes
con panna e wurstel pensando: sono qui per vincere

Va tutto bene (andrà tutto bene, nella nostra variante Covid)

Frase che nella cultura pragmatista ed eternamente positiva degli americani ha un potente effetto sedativo e tranquillizzante e solitamente è presa in prestito dai film di guerra, quando il tenente la dice paternamente al suo soldato che, avendo messo il piede su una mina, ora si tiene le budella in mano, invitandolo ad essere ottimista, che tutto si risolverà per il meglio (di solito il poveretto spira un attimo dopo). In realtà, il significato corretto del "Va tutto bene" sarebbe: "Ci sei dentro fin al collo e se fossi in te nuoterei con la bocca chiusa". La frase, se utilizzata in certi contesti, nel mondo latino può assumere anche un forte contenuto ironico e provocatorio che invece nel mondo anglosassone non viene colto assolutamente. Per esempio dire "Tranquillo...va tutto bene..." quando il concorrente ha appena scoperto di aver dimenticato in forno le sue polpettine di astice e ora presenterà ai giudici una dozzina di biglie carbonizzate, di solito espone dalle nostre parti ad un immediato "Ma va a cagare, va..." mentre l'americano ti annuirà grato prima di pronunciare in rapida successione "Sono deluso " e "Sono qui per vincere" (vedi)



i fratelli furbacchioni che ti propongono la casa da ristrutturare 
perché ha delle potenzialità (per loro)


Purtroppo ci sono le termiti… 

Tipico espediente dei due fratelli in affari per far sforare di almeno cinquemila dollari il budget del cliente gonzo il quale non ha ancora capito che, spaventandolo con cifre insostenibili dopo avergli chiesto che budget avesse o mostrandogli intenzionalmente dei ruderi per demotivarlo, alla fine lo hanno indotto a comperare una casa da ristrutturare "Perché ha delle potenzialità" (esclusivamente per il loro conto corrente) ma soprattutto perché così i restauri li farà uno dei due fratelli facendo, tra l’altro, demolire a picconate le pareti al loro cliente come se fosse un simpatico gioco in amicizia. Nel caso le termiti non fossero disponibili perché la casa dista miglia da qualsiasi bosco o giardino, ci saranno sempre l'impianto idraulico o i cavi elettrici marci o non a norma da sostituire. Sia le termiti che i cavi da cambiare sono sempre annunciati dal fratello carpentiere con la camicia a quadrettoni con l’aria falsamente mesta e prima che il cliente varchi la soglia di casa con la frase: “Ci sono brutte notizie…” seguita dalla cifra di quanto costerà rimediare che, probabilmente, è quanto serve a lui per andarsene in vacanza ad Acapulco. 

Ti spiace se chiamo l’esperto? 

Frase che viene pronunciata dai titolari del negozio di pegni di “Affari di famiglia” dopo che l’astuto negoziatore di turno dalle idee chiarissime ha appena confidato fuori onda (che tanto quelli mica lo sanno) che per la sua lettera autografa di Abramo Lincoln intende chiedere almeno diecimila dollari, ma però potrebbe anche accontentarsi di cento. La convocazione dell’esperto (ne hanno sempre uno per qualsiasi cosa: dalla storia dei tappi di bottiglia, ai bottoni delle divise nordiste, dalle confezioni di supposte giapponesi della seconda guerra mondiale, sino alle figurine del baseball) in realtà serve, come nella migliore tradizione dei film di Totò a fare venire il compare che dopo aver sentenziato che per lui il reperto non vale nulla, consentirà al titolare del negozio di proporre un prezzo da strozzino motivato sempre da “Non posso darti di più perché anch’io ci devo fare un guadagno”. Alla fine, dopo una serrata trattativa a base di “Ti posso offrire al massimo trenta dollari” e di “Puoi arrivare almeno a quaranta?” le due parti si metteranno d’accordo per trentadue dollari, un pacchetto di sigarette e un ingresso al casinò di Las Vegas…