giovedì 27 luglio 2017

Di quelli che in autobus raccontano al telefono ad alta voce i fatti propri per farli sentire a tutti.


Ore dieci del mattino, devo andare in centro, vicino a Via Cappuccina e prendo l'autobus. E' abbastanza pienotto, ma trovo posto vicino ad una giovane signora elegantina impegnata a telefonare. Provo ad estraniarmi dai fatti suoi spegnendo l'audio, ma non ci riesco perchè il suo tono di voce è troppo alto per non sentire quel che racconta alla sua interlocutrice e che qui riporto fedelmente, scusandomi con i non veneziani se non traduco il nostro dialetto (comunque è comprensibile) ma è dai tempi di Goldoni che è efficacissimo per pettegolezzi che in italiano perderebbero molto:

“Ti sa che geri go visto la Barbara? Eh… già… la gera vinti giorni che non la se fasèva vèdar, ma mi lo sentivo che ghe gera sotto qualcossa, anca parché non la podeva esser in ferie, che mi passo sotto casa sua tutte le mattine e le finestre le gera sempre verte. Poarèta, solo a vardarla la me ga fato un peccà… eh sì… la gaveva l’aria da quea che ghe xe appena morto el gato… 
Già, proprio la Barbara, che la xè sempre tanto allegra… così go capìo che la gaveva vogia de sfogarse, poarèta... e semo andae a torse un caffè. Insomma… la me ga contà che el mese scorso gà scovèrto che so marìo ghe metteva i corni… sì… lui... so marìo Gianni…. lo conosci, no? proprio queo là, eh… che el ga tanto l’aria da mona che no ti ghe daressi quattro schei e invece… 
Come la ga fatto a savèrlo? E ciò… quel mona el se gà desmentegà el telefonin a casa e cussì ea ga letto le mail che ghe mandava st’ altra. La Barbara, poarèta, la me ga dito che i se scriveva de quee robe che la se ga parfin sentìo mal… chi la xe ea? Certo che la conossi anca ti... la xè la Debora, ti sa la parrucchiera del Lady Fashion? Sì, la biondina…. brava, proprio quea che la gà la Citroen bianca… che po’ anca sto mona de Gianni… ti gà do fioi, na famègia … cossa ti te meti co ‘na fietta de vinti anni? Comunque… quando el xe tornà a casa la Barbara ghe ga mostrà indriomàn el telefonin. Lui cosa ga dito? Niente… nol ga gnanca provà a dir de no, el ga confessà subito, come se la fusse stada una roba normale… ti sa come che i fa lori, no? Ghe ga dito che per lu el gera un momento difficile, che el gaveva bisogno de ritrovarse… e qui e là… polenta e baccalà… e alla fine la Barbara lo ga butà fora de casa. Si.. sì, lo gà butà fora,… eh lo so che la gà fato ben, ghe lo go dito anca mi… 
El Giani che ga fato? Ah, non si sa…el sarà andà a dormir da so mama o da qualche amigo, anca parché subito dopo la Barbara la gà telefonà a la Debora e la ga desfàda, che la ga fata pianzer e non penso proprio che ora i staga più assieme. Sì ma no la xe miga finìa, parchè il beò xe che domenega la Barbara la ga sentìo sonàr il campanèo e la se gà trovà di fronte Gianni che el gera vegnùo par domandarghe perdono e le me ga dito che el pianseva come un putèo e… oh… spetta... spetta che so rìvada, che gò da scendere…" 

Beh... non ci crederete, ma per un momento sono stato tentato di scendere anch'io alla fermata della signora per sapere come andava a finire. Non s'interrompe così un emozione.

martedì 25 luglio 2017

Di quelli che si tuffano nei canali e della proposta di trasformare Venezia nella più grande piscina pubblica del mondo.


Quando questa mattina ho letto l’intervista di Oliviero Toscani sulla Nuova Venezia a proposito dei tuffi e delle nuotate nei canali sul momento mi sono indignato, perché di solito quando gli artisti fanno delle provocazioni a volte queste contengono delle scintille di genialità e altre volte sono unicamente delle grandi stronzate dette solo per uscire dal dimenticatoio e riavere un momento di notorietà e questa aveva tutta l’aria di esserlo. Infatti, l’Oliviero, visto che a quanto pare il turista medio brama tuffarsi nei suoi canali ed è difficile impedirglielo, a questo punto proponeva di trasformare Venezia nella più grande piscina pubblica del mondo, che sarebbe come dire “siccome non si riesce ad evitare che ci siano quelli che passano con il rosso, allora aboliamo i semafori”. Ovviamente, visto che a Venezia le logiche “spenna turisti” sono ormai la prassi, la sua proposta prevedeva accortamente di far pagare un biglietto per l’accesso alla città trasformata in piscina, in modo da ripartire poi gli incassi tra gli operatori turistici e il Comune i cui bilanci ne avrebbero tratto grande giovamento. 

Naturalmente, l’ammontare delle tariffe per la balneazione turistica avrebbe dovuto essere affrontato in una fase successiva, magari con un apposito gruppo di studio o un comitato di tutti gli operatori di settore. Perché devo ritenere che, come accade per le spiagge al Lido, dove un conto è prendere la capanna all’Excelsior o al Des Bains e un conto è farlo agli Alberoni o in Zona A, il prezzo del biglietto debba variare a seconda del pregio turistico della zona. Una nuotata in un rio secondario della Celestia o davanti alle Casermette dell’Arsenale non può avere lo stesso costo di un tuffo dal Ponte di Rialto o dal pontile davanti alla basilica della Salute. Così come immagino e spero che il costo di due sdraio e un ombrellone in Piazza San Marco, non solo perché vi suona l’orchestrina del Florian e vi sono i portici delle Procuratie per pranzare all’ombra, sia diverso da quello di campo Sant’Alvise o dell’Angelo Raffaele, destinati ad un’utenza più “popolare” e giornaliera.


Campo Angelo Raffaele Beach, come potrebbe essere...

Purtroppo la rivoluzionaria proposta di Oliviero Toscani non affronta alcuni problemini “minori”, tipo che fare del traffico dei vaporetti e delle centinaia di barche da trasporto che percorrono i canali da destinare alla balneazione e che dunque, una volta trasformata Venezia nella più grande piscina mondiale, non potrebbero di certo passare tra le famigliole di bagnanti e i loro canotti di gomma e, come conseguenza di tutto questo, anche come riqualificare al ruolo di bagnino (con appositi corsi del FSE?) i vigili addetti al controllo del traffico acqueo che finirebbero in esubero. Ma non solo, perché c’è anche da capire come convincere le pantegane a trasferirsi in terraferma sul Marzenego (incentivi all’esodo? agevolazioni fiscali sull’acquisto della prima tana?). Soprattutto, però, la proposta non sembra affrontare il problema di come rifare ex novo la rete fognaria della città che fin dal medioevo scarica i suoi liquami in acqua confidando nella forza pulitrice della marea oltre alla necessità di ripulire e ripavimentare il fondo dei canali con delle belle piastrelle in maiolica azzurra, che farebbe tanto piscina olimpionica. Questo perché altrimenti la USL troverebbe di sicuro da ridire sulla balneazione e difficilmente i nostri canali otterrebbero la certificazione d’eccellenza della Bandiera Blu. 

Come dicevo, fino a questo punto mi sono indignato per la proposta di Oliviero Toscani, ma poi proseguendo nella lettura mi è diventato subito chiaro quale ne fosse stata la fonte d’ispirazione. Infatti il nostro, alla stregua di un personaggio burlone di Signore e Signori (non a caso ambientato nella marca trevigiana) che ha fatto qualche giro di troppo tra un bianchetto e l’altro ti fa subito capire che in realtà sta perculando il giornalista che lo intervista quando propone anche di riempire i canali di prosecco in modo che la gente vi possa nuotare e bere in allegria. Che francamente, a parte il problema di quelli che fanno pipì in acqua, la proposta per un veneziano ha un suo fascino indubbio, anche se però m’induce a porre un quesito all’anziano e geniale spiritosone: “scusa Oliviero, ma intendi prosecco fermo o con le bollicine? Perché in tal caso potremmo fare di Venezia anche la più grande Jacuzzi del mondo”. Pensiamoci, fratellli veneziani, pensiamoci…

martedì 18 luglio 2017

Delle astuzie dell'elfa e del patto del Tango


Eppure avrei dovuto conoscerle le astuzie della mia elfa per ottenere subdolamente quel che desidera sfruttando i miei frequenti momenti di modica attenzione. Nel caso in questione, lei ha usato la tecnica collaudata delle domande a grappolo sulle solite menate da fare in casa alle quali di solito, quando sono seduto al computer per lavorare sulle foto o per scrivere, rispondo di sì distrattamente, in automatico e talvolta mettendo l’audio al minimo. Infatti, ero intento a lavorare con Lightroom sulle luci di un paesaggio quando lei è arrivata di sorpresa alle mie spalle chiedendo: 
“Hai portato fuori il cane?” 
“Sì”
“Hai preso il pane?
"Sì”
“Hai dato acqua alle piante?”
“Sì”
“Vieni al corso di tango?”
“Sì”
“Hai rifatto i letti?”
“Sì”
“Hai steso la biancheria?”
“Sì, cioè no…. ”
“Come? L’hai stesa sì o no?”
“Sì, la biancheria l’ho stesa… mi riferivo a due domande prima, al corso di tango. Non ho alcuna intenzione di venirci...”
L'elfa ridacchiò soddisfatta, perché era lì che mi aspettava.
“Mi dispiace Carluccio, ormai quel che è detto è detto… rien ne va plus ”
“No, dai....hai ottenuto il mio sì con l'inganno, mi avvalgo del quinto emendamento e della facoltà di non capire.”
“A parte che il quinto emendamento riguarda la facoltà di non rispondere e tu mi stai rispondendo, comunque ti avevo già iscritto qualche giorno fa, volevo solo la tua conferma e ora ce l’ho… in ogni caso il corso c’è solo un paio di sere a settimana, lo fanno qui vicino, che ci possiamo andare anche a piedi, così magari passeggiamo assieme romanticamente e non hai nemmeno la scusa che l’Inter gioca in Coppa, perché tanto so che quest’anno le coppe non le fa…”
Quest'ultima sua affermazione, oltre all'inganno perpetrato introduceva anche uno scenario nuovo e inquietante.
“Fammi capire… ma ti sei iscritta anche tu?”
“Sì, certo…”
“Ma allora proprio non conosci vergogna… è un corso per principianti, tu balli tango da almeno dieci anni, che ci vieni a fare?” 
L'elfa fece subito quella faccettina innocente che le riesce tanto bene quando vuole sviare i miei sospetti.
“Ti aiuto e ti faccio compagnia, che altro?”
“No, bellezza... diciamo invece che, siccome sei malfidente, hai paura che non mi presenti a lezione e vuoi controllare che ci vada... ho indovinato?”
“Beh… effettivamente c’è qualche gelateria lungo la strada e anche qualche bar con ottimi spritz e cicchetti che potrebbero indurre l’uomo in tentazione… comunque sia, il corso è a metà settembre e hai tutto il tempo di prepararti spiritualmente”.


Mi sa che questa volta mi tocca proprio...

A quel punto, non potendo modificare l'esito del negoziato, provai almeno ad inserire qualche clausola di salvaguardia a mio favore.
“Va bene, ormai vedo che non mi lasci scampo, anche perché so perfettamente che se ora mi tirassi indietro, mi pianteresti un muso epico e inizieresti la guerriglia domestica quotidiana con scassamenti di palle devastanti, però almeno esigo che venga stipulato tra noi un patto ferreo e intangibile che accetterai senza discutere. La pongo come una conditio sine qua non per confermarti il sì”
“Quale sarebbe?”
“Ti avverto ora per allora che alla prima volta che tu oserai esclamare “Stai attento! Ma cosa fai? il piede va messo così e non come fai tu. Concentrati! Sei sempre il solito…” io mi metterò elegantemente sull'attenti davanti a te, accennerò ad un inchino molto charmant, ti farò il baciamano e, dopo aver salutato il maestro e i presenti, abbandonerò all'istante la lezione senza fiatare, per non farvi più ritorno”.
“Va bene, accetto, ma facciamo che sia alla terza volta?”
“Va bene… siamo d’accordo: tre strikes e sei fuori, come a baseball…” . 
Subito dopo, una vigorosa stretta di mano ha suggellato il patto tra me e l'elfa.
Ecco, lo scrivo qui sul mio blog perché siccome conosco la mia furbetta, voglio che anche le amiche, gli amici e pure nostro figlio che mi legge dalla Germania siano testimoni e garanti del patto, casomai qualcuna di mia conoscenza poi sconfinasse al quarto strike e magari anche al quinto…

mercoledì 12 luglio 2017

Delle rocciose genti del Cadore, dei ricordi indiscreti delle signore anziane e dell'epica battaglia dello stracotto d'asino


La scena si svolge durante un sabato sera d'estate di qualche anno fa in un albergo di montagna, il giorno prima della partenza. L’elfa ed io, seduti in veranda sotto una stellata memorabile eravamo intenti a scacciare le malinconie della vacanza quasi finita sorseggiando il caffè e le grappe al cumino del dopo cena conversando amabilmente con due simpaticissime signore, casuali vicine di tavolino, una delle quali una volta appurato come fossimo veneziani a nostra volta (anche se sulla venezianità dell’elfa ci sarebbe da discutere) mi aveva raccontato di essere stata la proprietaria del bel negozio di biancheria che c’era tanti anni fa in Salizada San Lio, quello vicino all’orefice. Appena le avevo rivelato di essere nato e di aver vissuto per diverso tempo proprio dalle parti di campo San Lio e di ricordare benissimo il suo negozio, era accaduta una di quelle sorprese straordinarie che a volte ci riserva la vita. Infatti, la signora, dopo avermi scrutato per bene, aveva sorriso di colpo come se avesse trovato il ricordo che cercava dicendomi divertita: “Ah! Ma lei non sarà mica il figlio della signora Carla, la pittrice?" e dopo la mia risposta affermativa aveva subito proseguito: "Lo sa che la sua mamma era una mia cliente affezionata e veniva sempre a comperare i costumi da bagno da me? Era tanto simpatica, ma così esigente … mi faceva diventare matta, sa? C’era sempre qualcosa che non le andava e me ne faceva tirare fuori a decine, poi però me ne comperava anche due o tre assieme”. 

Quell’ultimo dettaglio mi diede la conferma che si trattava proprio di quell’eccentrica spendacciona di mia madre e rese del tutto superflua l’ulteriore informazione che a volte veniva a fare acquisti anche con la fidanzatina di uno dei figli (che ero io). Mi era ben noto, infatti, che Donatella in quegli anni si era fatta un intero corredo di biancheria intima e costumi a spese nostre grazie alla tendenza di mia madre, che l’adorava, a riempirla di regalini e quando quelle due amicone uscivano a negozi assieme il nostro modesto conto in banca subiva dei veri e propri smottamenti. In tutto questo l’elfa mi osservava deliziata dal racconto e con l’aria di dire “Quindi, tua madre regalava allegramente costumi alle tue fidanzatine, mentre tu a me….”. 

Ma non ebbi tempo di preoccuparmene perché la signora, dopo i rituali “Oh! Ma che divertente!” e “Ma tu guarda la combinazione!” e le previste considerazioni sulla piccolezza del mondo che ci aveva fatto incontrare tanti anni dopo in un piccolo albergo sull'Alpago, divenne subito preda della sindrome da rimembranze in stile “Carramba, che sorpresa!” decidendo di dar fondo a tutta la sua indiscrezione che doveva essere di notevoli proporzioni. 
“Lei, dunque, dovrebbe essere il figlio chitarrista con i capelli lunghi. Quello che la faceva disperare con lo studio, giusto?” 
“Temo di sì… sono il figlio lungocrinito, come mi definiva per distinguermi dall’altro di pelo corto” 
La mia interlocutrice ridacchiò soddisfatta della mia ammissione.
“Allora, caro il mio signore, ora che ho capito chi ho di fronte non se ne stia lì così tranquillo perché adesso le farò andare la grappa di traverso. Guardi che io so tutto di lei… altarini compresi".


Piccoli paesini, grandi pettegolezzi...

Sentendo i propositi della signora l’elfa si era messa comoda sulla poltroncina e aveva assunto l’aria del “Questa proprio non me la perdo...” mentre io, pur essendo abbastanza certo dei miei trascorsi di rettitudine, posavo il bicchiere sul tavolino per precauzione. Infatti, mia madre, che normalmente era una persona molto riservata, sulle mie vicende era un libro aperto forse perché essendole io molto simile per carattere viveva la sfida di farmi crescere con particolare coinvolgimento e quando la deludevo se ne doleva molto e non lo nascondeva. Comunque, essendo curioso di scoprire se stava bluffando e cosa sapesse davvero di me, dopo aver rabboccato il bicchiere con un altro goccetto di grappa sfidai la signora a vuotare il sacco dei ricordi. Però, come quando in una partita a poker vai a vedere il gioco dell’altro sicuro che non possa avere in mano più di una doppia coppia e invece gli è entrato il full, non fu una buona idea perché mia madre a suo tempo doveva proprio essersi sfogata per bene con quella donna raccontandole che io ero lo sciagurato sovversivo del Manifesto che tornava con il naso rotto dai cortei, la faceva stare in pena perché rientravo a notte fonda da chissà dove, frequentava chissà quale gente trinariciuta, pensava a tutto fuorché a studiare e, come se non bastasse, dava tante amarezze a quella povera ragazza così di buona famiglia che l’accompagnava a comperare i costumi nel suo negozio. E qui a momenti mi andava la grappa di traverso perché sulla bontà della famiglia di Donatella non potevo discutere, ma sul definirla una povera ragazza, beh... insomma, diciamo che avrei avuto molto da dire a mia volta.
Alla fine la signora, accorgendosi di avere esagerato un tantino, decise di lanciarmi un’ancora di salvezza evidenziando almeno un aspetto positivo delle mie vicende personali “Però lei, se ben ricordo, era quello che giocava bene a bridge e faceva i tornei con la mamma. E' vero?
Ma, sfortunatamente, i ricordi della signora, precisissimi fino a lì, in quel frangente avevano cannato completamente bruciando l'unica possibilità di un punto a mio favore. 
No, mi spiace, ma purtroppo anche in questo il figlio virtuoso era mio fratello. Mia madre ha cercato invano per anni di coinvolgermi con il bridge, mandandomi perfino a lezione al Circolo e insistendo in ogni modo e sino al punto di usare subdolamente la carta Donatella, immagino corrotta a suon di costumi, pur di convincermi. Tanto che alla fine per reazione ho iniziato a giocare a scacchi. Ai suoi occhi era uno dei miei peccati originali…” 

L’imbarazzo crescente fu interrotto dal trillo una volta tanto salvifico del telefonino. Si trattava di un nostro amico veneziano che essendo a sua volta in vacanza con la moglie dalle nostre parti ci invitava a raggiungerli la mattina seguente per pranzare assieme in una malga sperduta tra i monti e i prati al confine tra il Cadore e la Val di Fassa che conoscevano solo loro e dove si degustavano vere prelibatezze locali per tacere dei formaggi d’alpeggio prodotti direttamente nella vicina casèra. Accettammo entusiasticamente anche perché, visto che il nostro programma per la domenica prevedeva solo il ritorno a Venezia, era l’occasione per regalarsi ancora qualche ora di montagna.


La malghe sperdute in montagna conosciute solo dai pochi eletti

I nostri amici ci aspettavano verso mezzogiorno sulla porta del loro albergo e appena saliti in macchina ci diedero le istruzioni per raggiungere la malga che era all'inizio della Val Fredda e a cui si accedeva da una piccola strada sterrata salendo verso il passo di San Pellegrino. Essendo uomo di mondo e sapendo come la montagna la domenica sia strapiena di gitanti m’informai subito se avessero prenotato e per che ora, ma mi venne risposto che quel locale lì lo conoscevano solo i pochi eletti che lo avevano scovato e non serviva prenotare. Infatti, appena arrivati sul posto fummo accolti da una lunga fila di auto parcheggiate sino a duecento metri di distanza dalla malga che appariva brulicante di eletti. Così fummo costretti a ripiegare in cerca di altre soluzioni iniziando, di locale in locale e di paese in paese, a collezionare tutta una serie di “Siamo al completo”, “Mi spiace, ma è tutto prenotato.” sino al classico: “Se volete aspettare… ma vi avverto che c’è almeno un’ ora di attesa…(che poi si raddoppia)”. Verso le due, discendendo in disordine e senza speranza le valli che avevamo risalito con orgogliosa sicurezza, facemmo l’ultimo disperato tentativo di mettere qualcosa sotto i denti a Canale d'Agordo, un piccolo paesino lungo la strada tra Falcade e Cencenighe Agordino.

Quando scopri che gli eletti che conoscono le malghe sperdute in montagna
sono alcune migliaia e tu non hai prenotato.

L’unico ristorante del luogo era un locale dall'aria anonima proprio nella piazzetta dove a fianco della chiesa e del campanile erano parcheggiati due autobus turistici e a giudicare dal vociare che ci giungeva da una delle finestre aperte non ci voleva molto a capire dove si stessero rifocillando i passeggeri. Però all'ingresso del locale faceva bella mostra di sé una lavagna con la scritta: “Oggi stracotto d’asino e polenta e finferli” e questo migliorò sensibilmente il mio umore, ma solo per pochi attimi perché prima ancora che potessimo varcare la soglia per chiedere se c’era posto giunse una cameriera per avvisarci che il cane non poteva entrare, ma che però, se volevamo, girando attorno all'edificio potevamo accomodarci sulla loro terrazza belvedere all'aperto che aveva un ingresso a parte e lì il cane ci poteva stare, purché al guinzaglio.

La terrazza era una sorta di grande ballatoio in legno che dava su un ruscelletto sottostante che dalla strada non si vedeva ed anche se l’unico panorama offerto dal “belvedere” era abbastanza modesto trattandosi unicamente della boscaglia sull'altra riva, sembrava comunque carina oltre che deserta. Prendemmo posto su uno dei tavoloni con le panche, sotto l’ombra di un paio di ombrelloni bianchi. Appena seduti, non ci fu neanche il tempo di chiederci “Chissà se qui fuori, con il ristorante pieno, si ricorderanno di noi? “ che giunse con apprezzabile solerzia la cameriera di prima per prepararci rapidamente il tavolo con delle tovagliette di carta e le posate avvolte nei tovaglioli. Appena terminato e prima di rientrare nel ristorante ci informò che l’elenco delle pizze era stampato sulle tovagliette e che tra un attimo sarebbe ritornata per le ordinazioni. Quattro paia di occhi (cinque con quelli del cane) la guardarono stupiti “Pizze? Ma noi non siamo qui per le pizze. Noi vorremmo…” 
La ragazza c’interruppe subito con fare deciso. 
Qui in terrazza facciamo solo servizio pizzeria. Se volete pranzare con il menù del giorno dovete sedervi dentro, però vi ho già detto che il cane non ci può stare”.


Quello che per colpa sua non ci fanno entrare nei ristoranti

Detto questo rientrò nel locale, mentre il bretone assumeva l’aria mesta del colpevolizzato e tra di noi si apriva il dibattito sul da farsi. Alla fine la mia mozione d’ordine dal titolo “Alziamo i tacchi e lasciamo questo luogo gastronomicamente inospitale” fu messa in minoranza grazie all'azione disfattista delle signore felici di non dover fare un pasto completo e abituate a mangiare solo il centro della pizza perché il bordo è solo pane e fa ingrassare. In aggiunta a ciò, il nostro amico avanzò la considerazione che ormai non aveva senso cercare altri ristoranti in zona con il rischio di trovarli strapieni e di arrivare all'ora di chiusura delle cucine. Di conseguenza il gruppo si rassegnò alle pizze. Tutti tranne uno, che appena la cameriera ebbe preso nota delle ordinazioni disse: “Io invece prenderò lo stracotto d’asino con la polenta. Ne avete ancora, vero?” 
“Dovrebbero essercene rimaste ancora alcune porzioni, ma quello però, come ho detto prima, lo deve venire a mangiare dentro” 
“Perché dentro?” 
“Perché questa è la pizzeria, il ristorante è all’interno” 
“Si ma la terrazza fa parte dello stesso locale e lei è la stessa cameriera che serve al ristorante. Perché non posso avere lo stracotto d’asino qui?” 

La cameriera, una ragazzotta ben piantata, con i capelli raccolti a chignon e un allegro grembiulino a fiorellini che strideva con tutta quella fermezza, si mise le mani sui fianchi come per intimidire quel cliente così puntiglioso. “Perché questa è la pizzeria e qui serviamo solo pizze” 
“Certo, lo capisco benissimo, mi creda. Lei mi dice che la terrazza è l’area della pizzeria e quindi si servono pizze. Logica stringente, non fa una piega. Ma mi faccia capire… lei non può oltrepassare la porta che separa la terrazza dal ristorante con un piatto di stracotto d’asino con la polenta?” 
“No… a questi tavoli esterni possiamo servire solo pizze” 
"Sì, questo mi è chiaro e non l'ho dimenticato. Ma proprio non può fare un'eccezione per una volta? Non se ne accorgerebbe nessuno, resterebbe un segreto tra lei e me e io non le farei di certo la spia."
“Le ripeto che a questi tavoli esterni possiamo servire solo pizze”
L'elfa, dopo avermi rifilato un calcetto negli stinchi sotto al tavolo sibilò "Avranno un problema di licenza. Non insistere e sbrigati ad ordinare..." ma ormai quella faccenda dello stracotto era diventata una sorta di sfida personale che avrei dovuto risolvere con la mia consueta creatività.
Ma se io le vengo incontro fin sulla soglia della porta del ristorante e lei mi passa il piatto di stracotto senza oltrepassarla, può essere la soluzione? Me lo porterei da solo al tavolo e quindi sarei io ad infrangere le regole, non lei ”. 
“No, non si può….”
"Neanche se vengo a prendere il piatto in cucina mentre lei magari è a servire al banco e non mi vede?" 
"No..."
“Apprezzo la coerenza, ma davvero non esiste un modo per risolvere il problema?” 
“Se proprio vuole, visto che a quei signori gli ho già portato il conto, tra due minuti si libera il tavolo vicino a questa finestra che io ora le apro, così lei può sedersi lì, ordinare il menù del ristorante con lo stracotto e continuare a parlare con i suoi amici sulla terrazza.” 


Il sorrisetto di quella che ha già capito che tanto lo stracotto d'asino non lo mangerò

Presi quella proposta come una provocazione e stavo per replicare duramente, ma poi incrociai lo sguardo di Morena che era lo stesso di Orazio Nelson a Trafalgar un attimo prima di pronunciare la frase: “L’ Inghilterra si aspetta che ognuno faccia il suo dovere” e mi fu subito chiaro che il mio dovere era quello di porre termine immediatamente a quella discussione che ritardava l’arrivo delle pizze di tutti. Quindi, non volendo irritare l’Inghilterra ed avendo una certa padronanza delle tecniche negoziali decisi di spiazzare quell'avversaria irriducibile cambiando improvvisamente l'obiettivo. Se non potevo raggiungere il miglior risultato possibile, cioè lo stracotto mangiato al tavolo in terrazza e non volendo ottenere il peggior risultato possibile, cioè il digiuno sdegnato e con le palle in giostra, potevo ricorrere allo “stile rapido” di Cristoforo Colombo e puntare con decisione al risultato realistico-accettabile. In fondo, se non potevo avere dalla regina Isabella la flotta spagnola e un intero corpo di spedizione, piuttosto che essere cacciato a calci nel sedere dal palazzo reale potevo pur sempre scoprire l’America con tre piccole caravelle ed essere ugualmente soddisfatto. 
Allora rinuncio allo stracotto d’asino, anche perché immagino che a quest’ora è probabile che sia finito. Però, visto che siamo in montagna vorrei mangiare qualcosa di tipico e non una banale pizza da città. Ho visto che oggi avete anche i finferli con la polenta, ma pure quelli dovrei ordinarli al ristorante, giusto?” 
Sì…” 
“Però, se rimango qui in terrazza posso ordinare una pizza ai funghi, vero?” 
“Certo…è nel menù della pizzeria, abbiamo la funghi semplice e la prosciutto e funghi” 
“Perfetto, ci siamo quasi… ora mi segua: i finferli cosa sono?” 
“Beh… sono funghi…” 
“Ottimo… allora mi porti una pizza con i finferli… abbondanti se possibile e senza prosciutto” 
A quel punto i nostri amici e l’elfa seguirono entusiasti le mie orme cambiando le loro ordinazioni in favore della pizza con i finferli da me appena ideata. 
Messa con le spalle al muro dalla mia logica stringente la cameriera, che almeno disponeva di un’etica sportiva, dovette cedere, ma giunta sulla soglia della porta che la riconduceva nel ristorante si girò per scagliare l’ultima freccia .
“Però qui non posso portarvi la polenta di contorno”. 
“Sopravviveremo lo stesso…” fu la risposta corale.

sabato 24 giugno 2017

Del primo giorno di spiaggia, del Wi-fi balneare e delle vicine francesi d'ombrellone.


Sono da poco passate le sei del mattino. La luce del sole inonda già la nostra camera da letto filtrando tra i rami dei platani sulla strada. Il caldo e il rumore del traffico seguiranno a ruota. Essendo ormai sveglio da diversi minuti anche per l’ennesima ginocchiata da “cartellino rosso diretto" dell'elfa che quando si gira nel sonno colpisce all'inguine con precisione chirurgica, decido di andare nel mio studiolo ad accendere il computer nell'attesa che la mia compagna apra gli occhi. Così, aprendo Facebook vi scopro un messaggio non letto di mio figlio, che immaginavo tranquillo a Dusseldorf e invece dopo avermi rivelato che l’altro ieri era stato in Olanda, e il giorno dopo in Belgio ci teneva a farmi sapere di essere in partenza per Lubiana dove lo attendevano lunghe passeggiate nei boschi attorno alla città con il nonno di Ana e che qualche giorno dopo lui e lei avrebbero preso un mezzo per raggiungere Novigrad e farsi una settimana di mare in Croazia. Il tutto per la serie del non ti dispiace se Ana ed io veniamo a Venezia a fine agosto anziché adesso, vero, papà? Ma ovviamente io, che da ventenne andavo e tornavo in giornata da Venezia a Busto Arsizio per amore di una ragazza conosciuta in vacanza e già mi sentivo un eroe romantico, per un minimo di coerenza non me ne posso dispiacere. Talis pater, talis filius. 

Vedo, ad ogni modo, che il giovane "farfallone amoroso" è ancora collegato su internet e così chattiamo per qualche minuto finché sento una mano che si posa leggera sulla mia spalla e la voce dell’elfa ridestata. "Lasciami il posto che voglio parlare con mio figlio. Tu intanto vai a portare fuori il cane che appena rientri andiamo a Jesolo a prendere il primo sole dell’anno. Sbrigati che non voglio fare le code…"

Gèsolo on my way, anzi, Cortellazzo...

La notizia mi coglie del tutto alla sprovvista. "Andiamo a Gèsolo? Ah! Non me l’aspettavo!
"Sì, visto che non abbiamo impegni e le spese le abbiamo fatte ieri sera, oggi si va proprio a Jesolo che tu denigri tanto chiamandolo Gèsolo per indispettirmi, anche se in realtà, visto che non te ne sei accorto, da un paio di anni andiamo a Cortellazzo."
"Ah già... dimenticavo che siamo passati da Gèsolo a Corteàsso. Avessi detto Saint-Tropez...."
"Perché? Adesso non ti va più? Non sei quello che me la sta smenando da settimane perché ha bisogno assolutamente di un bagno di mare per drenare il naso dall'allergia da polline? Ora che te lo propongo ti tiri indietro?
"Beh…no… va bene, a patto che ci stiamo poco: due bagnetti, un po’ di sole e via. Lo sai che in spiaggia mi annoio mortalmente ad osservare per ore te che ti abbronzi mentre io mi ustiono.
“Però se andassimo al Lido tra le capanne del tuo amato Des Bains, che a sentire te è l'unico luogo al mondo degno di chiamarsi spiaggia, andrebbe tutto bene, vero? Comunque, se è solo per la noia che ti infliggerei, sappi che quest’anno se vuoi puoi portarti il tablet perché ho letto che ora c’è il wi-fi anche sulla nostra spiaggia. Dunque, potrai cazzeggiare a tuo piacere sul web come fai a casa, contento?".

Faccio finta di non cogliere l'accusa di cyber-dipendenza domestica lanciata dall'elfa e incuriosito dalla nuova possibilità provo immediatamente ad immaginarmi intento a scrivere questo post sulla sdraio con il tablet in precario equilibrio tra l’addome sudaticcio (un po’ fuori forma, lo ammetto) e le ginocchia. Purtroppo, mi affiora subito alla mente il ricordo del giovane “American idiot” che ciondolando come uno zombie con in mano un bicchierone di Coca-cola tra le poltroncine del Frecciarossa Roma-Venezia mi aveva allagato e distrutto un portatile aziendale da 1.500 euro pensando di cavarsela disinvoltamente con un: "Ooops! So sorry...." (il suo corpo crivellato con la penna a biro giace ancora da qualche parte tra Arezzo e Cortona...). Inoltre, essendomi occupato anche di FMEA (Failure Mode Effects and Analysis) effettuo un brain storming personale per immaginare da dove potrebbe arrivare il pericolo e classificarlo in base ad un coefficiente di probabilità di impatto con il mio tablet e di gravità potenziale del danno in modo da poterlo prevenire. Gli eventi possibili che mi vengono in mente sono nell'ordine: 

1) Moglie che si spruzza spray abbronzante al cocco nelle vicinanze dello schermo rendendolo appiccicoso (gravità del danno teorico e sua probabilità di avverarsi valutabile con punti 6.5) 

2) Bambino molesto e iperattivo del vicino di ombrellone che fa una battaglia a secchiellate di sabbia con la sorellina (6,2) 

3) Cenere di sigaretta di moglie che viene a curiosare fumando (7,5)

4) Acqua salmastra che gocciola sul tablet dal costume di moglie che viene di nuovo a curiosare fumando ma ancora fradicia subito dopo il bagno (7,5) 

5) Moglie che per vedere un filmato di tango su You Tube effettua il touch screen con le dita insabbiate tipo carta vetrata rigandoti lo schermo (8,7) 

6) Signorina tatuata e tamarra dal forte accento trevigiano che tra poco sbatterà al vento il telo da bagno pieno di sabbia (punti 5,8)

7) Bambino e sorellina molesti e iperattivi del vicino che dopo essersi ridotti come i guerrieri di terracotta di Xi’an corrono in mare a ripulirsi e ritornano fradici scrollandosi l’acqua di dosso come due cagnolini (6,0) 

8) Adolescenti che si rincorrono tra gli ombrelloni con i fucili ad acqua giocando a Steven Seagal e Van Damme contro Schwarzenegger e allagando te e la presa USB del tablet (6.5) 

9) Fulmineo e non autorizzato passaggio di proprietà del tablet mentre tu e l'elfa state facendo il bagno (8.5)

10) Wi-fi della spiaggia niente affatto free, ma a pagamento, debole e carissimo (9.5)

Alla fine, considerato l'alto coefficiente di rischio complessivo, decido di lasciare il tablet a casa malgrado il “Non lo vuoi portare? Cavoli tuoi, ma poi non mi dire ogni due minuti che ti annoi” e si parte. Arriviamo in spiaggia verso le dieci dopo la solita coda a Caposile per l'incrocio con la Treviso Mare e c’è già un carnaio di gente bianchiccia richiamata come noi dalla giornata di caldo afoso.
Comunque, preso il lettino e l’ombrellone ci buttiamo finalmente nelle acque dell’Adriatico tiepide e opache come un brodo primordiale per la prima nuotata della stagione da cui ritorno coperto di alghe ma orgoglioso per aver fatto quasi trenta metri filati a stile libero (ho provato anche a nuotare a farfalla, ma dopo cinque bracciate avevo già un fiatone imbarazzante e ho pure bevuto cercando peraltro di darmi un contegno di fronte all'elfa ridacchiante dicendo che facevo dei gargarismi di acqua salata benefici per la gola). A seguire: io sdraio, lei lettino e successivo slaccio del reggiseno e unzione meticolosa della schiena della consorte con le creme solari. Quindi, lettura di Repubblica, con le pagine già incartapecorite, insabbiate e ora pure unte di crema solare, sino all'ora del pranzo. Evento atteso con crescente impazienza e che verrà consumato a un chilometro di distanza, al baretto della spiaggia, dopo essersi scottati i piedi camminando tra la passatoia in cemento e la sabbia rovente e attendendo pazientemente in coda un quarto d'ora solo per ordinare.


Iniziamo il noioso compito d'abbronzarsi stando all'ombra.

Caldo afoso del dopo pranzo in spiaggia. Il panino alla piastra con formaggio sintetico, rucola e prosciutto made in Taiwan, ingurgitato in fretta seduto sotto il sole al tavolino del chiosco bar circondato da una mandria di tedeschi e trevigiani sudati e in attesa del nostro posto, ha iniziato un lungo viaggio spazio-temporale nel mio stomaco alla ricerca dei succhi gastrici, mentre la birra tracannata nel tentativo di deglutirlo, ora zampilla allegra dal mio corpo in tanti rivoletti di sudore. Il mio sonno sulla sdraio, spezzato periodicamente dalle gomitate leggere di mia moglie (stai russando, ti guardano tutti…) viene definitivamente interrotto dal rumore di un ombrellone vicino che si apre e dalle imprecazioni in dialetto del bagnino che nel farlo si è pizzicato le dita informando gli astanti che la madre dell'ombrellone esercitava un mestiere molto antico.


Il momento delle granite, una delle poche soddisfazioni della spiaggia.


Metto a fuoco la scena. Alle sue spalle è in attesa una bella signora, tutta fasciata in un fluttuante pareo azzurro cielo che lascia intravedere un pudico costume intero blu notte. I capelli sono fermati da un nastrino in seta e ai piedi porta delle infradito in pelle naturale, sicuramente di marca. Tutto molto semplice, ma di raffinata eleganza. Mentre ho la sensazione di averla già vista e mi sforzo di capire dove, mi soccorre inattesa la mia compagna che la stava osservando a sua volta con lo sguardo compiaciuto della vipera che ha visto comparire l’ignaro topolino. "Prima che tu me lo chieda, è la signora che al baretto era seduta al tavolino accanto a noi…". 
Guardo l’elfa stupito ed ammirato. "Ma lo sai che hai ragione? Brava… è proprio la signora francese."
Essendo uomo assai incauto ed ingenuo malgrado i 32 anni di vita con l’elfa che dovrebbero avermi insegnato ad essere un tantino più attento a scorgere cosa ci sia sotto le foglie dove poso i piedi, mi arriva subito uno sguardo indagatore. "E tu come fai a sapere che è francese? A forza di vedere Sherlock su Netflix hai sviluppato le capacità dell'investigatore che osserva i dettagli e deduce?", 
"Beh... a parte che scrivendo libri gialli non ne ho bisogno, diciamo che l'ho intuito perché oltre alla salad mixte ha ordinato al cameriere con la tipica cadenza francese quel “capiucinò” che mi ha ricordato mia zia Ines, quella di Marsiglia che mi chiamava sempre “Carlò” e non sono mai riuscito a farle arretrare di un millimetro quell'accento ". 
L'elfa ridacchia con il tono di quando vuol essere perfida. "A me la tua amica ricordava più Peter Sellers nella parte dell’ispettore Clouseau, comunque è lo stesso…"



Anche quest'anno stessa spiaggia, stesso mare, stesse code in auto,
stesso ma dove ca... parcheggio? stesso caldo, stessa noia sotto l'ombrellone...
Non è che si potrebbe andare in montagna per una volta?


Guardo intanto con interesse le cose che escono dalla borsa etnica in rafia della nostra vicina e che ripone con cura sulla brandina. Creme, oli solari quanto basta, poi “Le Monde” e proprio quando mi aspetto il solito Ken Follett o Wilbur Smith in versione francese mi salta fuori “Una donna spezzata” della Simone De Beauvoir. Dunque, la signora, oltre che molto charmant, è anche una donna di buone letture.
Appena concluso tutto questo e mentre la signora francese si aggiusta per l'ennesima volta il costume, l’elfa, che aveva seguito a sua volta tutta la faccenda attentamente, riprende il discorso "Comunque, tutta questa tua premessa era solo per dirmi che ti ha colpito e l’hai notata?". 
"Beh, sì… ammetterai che ha un bellissimo viso e poi mi sembra molto raffinata. E' l’archetipo della signora colta e di gran classe, un po’ come lo era Ingrid Bergman in “Indiscreto”. Te la ricordi? E’ il film con Cary Grant che fa il diplomatico e lei è una famosa attrice di prosa…". 

La sua domanda però non era affatto innocente ed apparteneva a quella serie di quesiti del tipo: “Mi trovi ingrassata?” o “Come mi sta questo vestito?” che nella logica femminile significano: “E’ da tanto che non litighiamo... ti va di strillare un po'?” e ai quali si deve evitare di rispondere, ma come al solito e sempre per via della faccenda che non controllo cosa ci sia sotto le foglie che calpesto ci casco dentro fino al collo. Infatti, preso dal piacere della citazione, dimentico imprudentemente quale tragedia avesse scatenato Paride porgendo quella benedetta mela alla donna sbagliata, e, soprattutto, che elementari regole di prudenza suggeriscono di non parlar mai bene di una nuova presenza femminile ad una donna che già conosci, tanto più se è tua moglie.

Basterebbe, a tal proposito, aver presente come una donna in spiaggia osservi diversamente da noi l’arrivo di una nuova vicina d’ombrellone, soprattutto se sola e potenzialmente competitiva. Noi aspettiamo di vederla finalmente in costume per ammirarne le forme. Il nostro fine è almeno inizialmente solo di tipo estetico e comunque innocente fino (eventualmente) al momento successivo in cui cominciamo a valutarla in termini di scopabilità (passati i cinquanta, diventa puro esercizio teorico). La nostra lei, al contrario, attende perfidamente di vedere la rivale in costume per controllarne di persona il numero delle smagliature, la consistenza delle masse cellulitiche e l’eventuale gluteo o seno cadente per farti poi notare il tutto puntigliosamente. Il suo fine, in questo caso, è esclusivamente l’annientamento dell’avversaria, hic et nunc e non si fanno prigionieri.


Ci mancava pure il Templare come vicino d'ombrellone

Infatti, lo sguardo di mia moglie cambia subito colore e diventa intenso come quello della mia gatta Mitzi quando studiava attentamente le mie mosse per graffiarmi con comodo. 
"A parte che il tuo archetipo di donna fascinosa ha già superato i quaranta da un bel pezzo, non vedi che si tiene su disperatamente con il trucco? Se guardi bene noterai che è il trionfo del mascara e il viso è irrigidito nel rigor mortis dagli strati di fondo tinta. C’è più argilla addosso a lei di quanta ce ne sia in un liceo artistico. Se invece parliamo di portamento dovresti vedere anche tu che è rigida come una scopa e, in quanto a classe, ti basti sapere che prima, quando mangiavamo al bar, ha portato alla bocca con le dita i pezzetti di tonno dell'insalata. Ha solo delle discrete tette, ma probabilmente ha il reggiseno con i ferretti. Se solo lo sgancia, crolla l’impalcatura. Il sedere, invece, lo tiene ancora su probabilmente a forza di diete e di palestra, ma su quei fianchi matronali che si ritrova ha due stupende maniglie dell’amore, non trovi? Ti concedo solo che ha delle belle mani da pianista… vuoi ancora dell’altro?". 

Allargo le braccia rassegnato. La bordata di un’intera fiancata di cannoni della galeazza veneta aveva sbriciolato l’innocente vascello francese. "Colpita e affondata! Ritiro tutto. Ammetto di essere orbo e di aver scambiato una vecchia cariatide per una donna incantevole ". 
L'elfa sorride soddisfatta dandomi una pacchetta cordiale sulle ginocchia. 
"Bravo! Così va meglio…anzi, bravò!
Detto ciò, si distende di nuovo sulla brandina ad abbrustolirsi al sole, Provo a mia volta a riprendere il sonno, ma non ci riesco più. Sicuramente è colpa del caldo e del panino…

mercoledì 21 giugno 2017

Noi che abbiamo vissuto quel lungo esame del 1966


L’avvisaglia che ormai ci fossimo vicini l’avevo percepita in un crescendo di voci sul web e subito dopo ne ho avuto conferma sulla prima pagina di Repubblica: “Maturità conto alla rovescia: si preparano 450.000 studenti”. Questo semplice titolo è bastato per rimettere in moto come ogni anno ai primi di giugno quel senso di agitazione incoercibile che mi attanaglia al solo sentir pronunciare le parole: esame di maturità. Non so perché, ma essendone abbondantemente lontano (gli esami che si affrontano alla mia età sono altri e ben più fastidiosi…) ed avendo un figlio ormai laureato e con tanto di Master che a domanda risponde: “abbiamo già dato” dovrei leggere la notizia con superiore distacco o addirittura ignorarla. Invece, ogni volta che si avvicinano gli esami ed escono fuori le prove della maturità sono subito pervaso da un senso di solidarietà verso tutti quei miei giovani alias seduti sui banchi e da qualche oscuro timore retrospettivo. Apro ansioso il giornale, leggo i compiti assegnati e mi domando se sarei stato capace di venirne a capo e spesso, tanto per farmi del male, arrivo al punto di cimentarmi perfino con le versioni (tanto ho la traduzione e posso copiare). 

Forse tutto nasce dal fatto che la mia maturità l’ho vissuta come un incubo non del tutto rimosso e tuttora ignoro come abbia fatto a conseguirla. Parlo del diploma, ovviamente, non della maturità comportamentale. Mia moglie, infatti, dubita fortemente che io ne sia in possesso sostenendo da sempre che devo esser stato colto dalla sindrome di Peter Pan attorno ai sedici anni e che ancora oggi mi comporti di conseguenza.


In campo Sant'Angelo, con l'aria serafica che deriva
 dalla consapevolezza di non sapere un tubo.

L’esame, comunque, l’ho passato nel 1966, all'acerba età di diciassette anni, perché ero stato spedito a scuola avanti di un anno nella certezza che tanto prima o poi sarei stato bocciato e mi sarei rimesso in pari, invece non accadde. Era la maturità pazzesca in vigore prima della riforma degli anni '70, praticamente immutata dalla fine del 1800 e dove si portavano i programmi di tutti e tre gli anni di liceo, si facevano tutti gli scritti possibili e gli orali erano due, separati da una settimana e su tutte le materie. Prima c'era il blocco di quelle scientifiche, poi quelle classiche. In entrambi i casi, erano almeno due ore d'esame garantite e t'interrogavano anche in storia dell'arte, in chimica e in scienze naturali. Alla mattina e anche al pomeriggio. 

Io non ho mai pompato eccessivamente sui libri, ma in quelle settimane disperate in cui ci si giocava tutto restavo a studiare fino a notte fonda, con solo la gatta assonnata a tenermi compagnia. Un po’ ero motivato dal fatto che non vedevo l’ora di uscire dal mondo della scuola con tutti i suoi riti che non sopportavo più e molto lo facevo per orgoglio personale e per dare finalmente una gioia a mia madre, che se la meritava. Un pochino anche perché se mi avessero bocciato immaginavo le prese per i fondelli e i sorrisetti ironici dei miei amici nel chiedermi per tutto l'anno seguente a che facoltà mi fossi iscritto. Infine, c'era anche la faccenda della storia appena iniziata con Donatella, ma di questo ne stiamo già parlando altrove e ci ho scritto pure un libro, dunque ve la risparmio.


Quello che "potrebbe fare, ma non si applica.." colto in un momento
in cui si applicava (forse...)


Le dimensioni dell’esame e l’impegno richiesto erano qualcosa di terrorizzante e non solo per me, ma anche per i più bravi. Fin da gennaio non si pensava ad altro e l’ultimo mese di scuola non si riusciva neppure ad organizzare una partitella a calcio o un’uscita al cinema perché erano tutti chiusi in casa chini sui libri (avessero avuto Wikipedia invece del Bignami, magari…). Emanuele si faceva negare al telefono e Marcello si aggirava per le Mercerie con una faccia che sembrava l’urlo di Munch. Lino, invece, era stato mandato da sua madre Serenina in ritiro come i calciatori nella cinquecentesca villa avita di Biancade persa nelle campagne vicino a Treviso perché si concentrasse nello studio (difficile conoscendolo) tra vecchi libri e i quadri del nonno ed era irraggiungibile. Le ragazze poi non parliamone. Già molte di loro erano secchione per tendenza naturale, ma anche quelle allegrotte del tipo usato sicuro sembravano entrate in clausura, con le madri che rispondevano seccate al telefono “Lasci stare tranquilla mia figlia che deve studiare. Anzi, lo faccia anche lei, che le conviene…”. 

A spasso con una compagna di classe, ma solo per ripassare
il greco, che non si pensi male...

L’unico tra noi che appariva serafico era un certo Magrofuoco, un giovanottone mite, dinoccolato, con le camicie di flanella a quadrettoni tipo tovaglia di trattoria sul Piave, i sandali con il calzino bianco e gli occhiali da miope spessi come un fondo di bottiglia, che veniva dalle campagne attorno a Treporti e che dopo il liceo voleva entrare in seminario (infatti, fa il sacerdote). Lui era il fenomeno che quando ci davano la versione dal latino, visto che la finiva in quindici minuti, poi la traduceva anche in greco per la gioia del professore ed era abbonato al 10 con lode venendo portato ad esempio per tutta la classe. Per questo, pur essendo un degnissimo figliolo, stava sulle palle a tutti e quando alla maturità cannò entrambi i compiti e prese un misero sei in latino e in greco molti di noi (si dice il peccato, non il peccatore) fecero gesti scurrili davanti ai tabelloni con i risultati. 

Qualcuno tentava perfino la via del doping. Ricordo un mio compagno che su consiglio di “uno che sapeva” si era impasticcato di simpamina prima dell’orale per presentarsi lucido e brillante di fronte alla commissione. Purtroppo per lui la commissione sospese gli orali per qualche ora per dare spazio a due privatiste fuori elenco che dovevano ritornare non so dove e quando venne il suo turno la pastiglia aveva finito l’effetto galvanizzante e si presentò al colloquio con la stessa brillantezza di un bradipo esausto. 




C'è poco da fare, il diploma l'ho preso, ma la maturità...
beh, quella mi deve ancora raggiungere e io corro veloce...

Qualche giorno prima dell’esame si era saputo che l’insegnante esterna di latino e greco sarebbe stata una certa professoressa Chiozzi di Modena. Qualcuno si prese la briga di telefonare al suo liceo e ne venne fuori la storia che era severissima e che a Modena generazioni di studenti se la facevano sotto solo a sentirne il nome. In realtà non la ricordo particolarmente crudele, anzi, era perfino una donna dotata di un bel senso dell’ironia espressa con un bonario accento emiliano. Infatti, appena mi sedetti di fronte a lei per sostenere l’interrogazione di greco mi guardò soddisfatta e disse: “Lo sa che non vedevo l’ora di conoscerla?”. Ovviamente lusingato le chiesi il motivo e lei prendendo il compito con la mia traduzione rispose: “Perché lei è uno stratega eccellente. La sua idea che Pericle suggerisca agli ateniesi di dare fuoco alla propria flotta per disorientare gli spartani che assediavano la città è assolutamente geniale…” . Provai a sostenere la tesi che Pericle in realtà faceva il doppio gioco ed era un infiltrato spartano, ma venni ugualmente rimandato ad ottobre in greco con un bellissimo 3 (numero spesso ricorrente in quella materia)


la sigaretta della notte prima con gli amici...

Per la prova di italiano scelsi il tema storico anche perché inizialmente ero stato tentato di affrontare quello su Ungaretti pensando che avrei potuto scrivere qualcosa sulla sua raccolta poetica “Ossi di seppia” ma per fortuna Emanuele mi suggerì che era di Montale e quindi lasciai perdere. Il compito chiedeva di descrivere il periodo delle campagne risorgimentali da Cavour a Garibaldi dove qualcosina, avendo madre e nonna piemontesi e sabaude, sapevo. Dopo quattro ore, al momento di consegnare, avevo scritto moltissimo della situazione socio-economica del Piemonte (anche con un sapido excursus sulla cucina delle Langhe e gli agnolotti con il plìn e il sugo di brasato) un po' di Cavour (giusto che amava mangiare il risotto con il tartufo al ristorante del Cambio), ma di Garibaldi nessuna traccia (doveva essere ancora in viaggio di nozze con Anita). Ero praticamente rimasto bloccato nei pressi dello Statuto Albertino e della fatal Novara come i gitanti della domenica al casello di Melegnano.


... ma anche la birretta della notte prima con gli amici
(che non ci facevamo mancare niente, noi...)

Quindi, rassegnato ad andare ad ottobre anche in italiano, oltre che in greco e forse altro, tralasciai di studiare per l'orale e di conseguenza andai molto male. Mi arrampicai sugli specchi come Messner quando mi chiesero del Parini (confuso con il Monti) e non riuscii a recitare a memoria i sepolcri del Foscolo oltre alle prime tre righe e a quel "vero è ben Pindemonte!" che declamavo con piglio tenorile. Mi risollevai un po' con Carlo Goldoni (avevo visto la Locandiera di recente), ma crollai quando gli attribuii una commedia di Giacinto Gallina. Dunque, presi un bel 4 con la commissione che sembrava molto rammaricata della cosa, come se da me si aspettassero tutt'altra performance, anche se non ne capivo il motivo (scusate, ma non avete visto chi avete di fronte?). 

Così, alla fine, visto che non ci arrivavo, il nostro commissario interno (il preside, ormai un vecchio amico per tutte le volte che mi mandavano a fargli visita) me lo spiegò e con mia grande sorpresa mi rivelò che avevo preso 10 nel tema, che all'epoca era un voto pazzesco, dunque i professori erano delusi perché si aspettavano che li stupissi con altrettanta brillantezza all’orale. Fatta la media, il voto finale in pagella fu 7 che andò ad aggiungersi ad un altro 7 del tutto estemporaneo in fisica, guadagnato perché il professore mi disse ridacchiando che intendeva premiare il coraggio spudorato di uno che per la disperazione si era inventato su due piedi la tortuosa dimostrazione di un teorema che ignorava, peraltro riuscendoci. Talento precoce, no? 


Pensoso e dubbioso sull'esito dell'esame. Sarò andato peggio in  greco o in latino?
Però in filosofia ho fatto un figurone...


Infine, ho ancora vivi nella mente il batticuore e gli sguardi di quella mattina sulla fondamenta davanti al Foscarini, tutti in attesa che si aprisse il portone per poter vedere i risultati affissi in bacheca. Ricordo le scaramanzie di Emanuele, con le bretelle che gli portavano buono e il profumo spagnolo di suo padre e quelle di Marcello, che indossava ancora la stessa camicia del giorno dell'esame (e si sentiva). Ricordo Annavera che stava assorta in disparte e non voleva parlare con nessuno, che neanche ti potevi avvicinare ed Elena che guardava fissa l'acqua del canale e ripeteva come un mantra "se è andata male non torno neanche a casa, mi butto e basta" e poi la corsa tumultuosa dentro l'atrio appena i bidelli avevano aperto, con il mio nome che era in basso e avendo tutte le teste che si agitavano davanti non riuscivo a vedere che ci fosse scritto. Finalmente Emanuele che mi dice: "Che culo! Hai solo greco" e il mio urlo di gioia neanche avessi segnato a San Siro nel derby.


La cena di fine liceo, con il sollievo di avere avuto solo greco da riparare ad ottobre.
All'alba mi troverò su una panchina della Giudecca ad aspettare
il vaporetto senza ricordare come ci fossi arrivato.

Poi tutti a consolare la povera Mavi che era stata bocciata e singhiozzava tutte le sue lacrime con il seno precocemente ipertrofico che le sussultava, mentre invece Maurizio, bocciato a sua volta quando pensava di avere due materie soltanto, appariva come un eroe omerico folgorato da Zeus e stava appoggiato allo stipite del portone come un corpo senza vita. Infine il girotondo sfrenato e collettivo in fondamenta con Marcello che declamava uno per uno i nomi di tutti i professori e noi che li vaffanculeggiavamo in coro fino a far venir fuori i bidelli (vaffanculeggiati anche loro, maledette spie del preside). 

A ben pensarci, quanta magia in quelle giornate ormai tanto, troppo lontane... (fermate il mondo, voglio scendere).

Dedicato con tanto amore a Marina, Cristina, Elena, Sandro, Francesco e Marcello che non ci sono più.

mercoledì 14 giugno 2017

Stanotte a Venezia, ma anche no...



Mi sto divertendo assai in queste ore a leggere i commenti sui social di numerosi amici veneziani il cui giudizio sulla tanto attesa trasmissione “Stanotte a Venezia” di Alberto Angela è mediamente posizionato tra l’indignato e il molto indignato. Effettivamente, anch'io ho retto solo fino al terzo stacco pubblicitario, poi ho abbandonato per sopraggiunto limite di fastidio e ho preferito andare di sopra con mia moglie a vedere su Netflix Tom Mason e la Seconda Massachusetts fare la consueta strage di Espheni e di Skritter in Falling Skies.

La ragione è presto detta: appena ho visto all’inizio Alberto Angela attorniato da un nugolo festante di damine e cicisbei in maschera con la bauta e subito dopo Giancarlo Giannini nelle vesti di Carlo Goldoni in giro per le calli con tabarro e tricorno d’ordinanza, ho pensato immediatamente che sarebbe partita la solita cartolina in stile “Saluti da Venezia” farcita dei più biechi luoghi comuni per turisti, come se parlando della storia di Roma si iniziasse da Rugantino al suono di “Roma nun fa la stupida stasera” , dalla coda alla vaccinara e dai centurioni sotto al Colosseo.

Anche perché, per dirla tutta, il carnevale a Venezia era stato abolito da Napoleone nel 1807 ed è stato ripreso spontaneamente dagli studenti veneziani solo a partire dal 1974, quindi per 150 anni abbiamo vissuto perfettamente senza, ma per gli autori della trasmissione sembrava che nel corso di un millennio di storia, invece di conquistare e dominare gran parte del Mediterraneo, conquistare Costantinopoli grazie al Doge Dandolo che settantacinquenne e cieco conduce i crociati nell'unico punto indifeso delle mura che lui aveva studiato da ragazzo, sconfiggere Genova, i Carraresi, i pirati dalmati e salvare le chiappe al mondo cristiano a Lepanto, noi veneziani non avessimo fatto altro che lanciarci coriandoli e fare festa in maschera per calli e campielli come ebeti gaudenti.




Purtroppo la mia previsione iniziale si è rivelata fondata perché tutta la trasmissione che ho potuto vedere passava di palo in frasca tra tante imprecisioni storiche (se parliamo del ruolo di Torcello, allora non possiamo dimenticare Malamocco) e andando a zonzo tra i secoli senza un minimo ordine cronologico creando alla fine un minestrone in cui c’era di tutto e anche cose francamente inattese, come quell'introvabile campiello del Broglio dove a quanto ci hanno detto, i 41 patrizi rimasti al termine di una lunga e complicata selezione si ritiravano lontano da occhi indiscreti per nominare il nuovo Doge (magari anche gratificandosi con un giro di ombre e cicchetti).

Così, proponendo tra l’altro un’illuminazione pacchiana della piazza e dei suoi monumenti del tutto fasulla per chi passeggiando di notte per Venezia ne conosca il fascino della penombra che ne avvolge calli e campielli, e tale da presentarci la Basilica talmente giallastra di luci da sembrare la centrale Enel di Porto Tolle e il colonnato del Palazzo Ducale così bianco da sembrare di pasta di zucchero e marzapane, si passava in un batter di ciglia dalla curvatura a fuoco dei legni della gondola alla Scuola Grande di San Rocco (che non è affatto l’unica scuola ancora attiva, basti pensare per esempio a quella dei Carmini) e dalla sala delle torture nel Palazzo Ducale ad una spruzzatina di Marco Polo, ma giusto per gradire, fino alla lavorazione dei vetri a Murano. Il tutto con l’intermezzo dell’intervista all’astronauta Parmesano su come gli apparisse il mondo da lassù (offro uno spritz a chi me ne spiega il perché) e sino alla citazione inattesa dello scheletro di dinosauro conservato al Fondaco dei Tedeschi, che capirei se l’avessero ritrovato secoli fa scavando in Rugagiuffa o in Barbaria de le tole, ma Giancarlo Ligabue lo ha scoperto nel 1967 nel deserto del Niger , dunque un po’ lontano da Venezia e dalla sua storia.




A proposito della quale vorrei avvertire gli autori che non è che questa si è fermata per sempre al 1797 con la caduta della Repubblica. Perché magari mi sarebbe piaciuto, se non è stato fatto nella parte restante della trasmissione che non ho visto, ma ne dubito, che si raccontasse anche del ruolo avuto dalla città nella prima guerra mondiale, con il fronte che ormai era a Cortellazzo, il rombo dei cannoni che si avvertiva distintamente e i marinai sulle altane con i fucili a sparare sui Fokker austriaci mentre l’arsenale continuava a produrre mezzi d’assalto e pontoni armati, ma anche della Venezia partigiana che resiste, combatte e si libera da sola degli occupanti tedeschi dopo averli beffati al Teatro Goldoni e di quei sette ragazzi fucilati sulla Riva degli Schiavoni, e magari di Marghera e delle sue fabbriche, delle lotte operaie e di quei 55.000 abitanti (su 120.000 che erano negli anni ‘60 ) che ancora sono tenacemente innamorati della loro città e resistono alle ondate insostenibili e fuori controllo del turismo di massa che sta distruggendo il tessuto sociale. Perché avremmo gradito che si dicesse che qui c'è una città che vuole essere ancora viva e che resiste aggrappata ai suoi valori e alla sua storia millenaria, non una Disneyland carica di cineserie e paccottiglia per turisti in canottiera e infradito.




E invece no… Angela va giù di brutto con il Ponte dei sospiri e tutta la retorica dongiovannesca sul solito Casanova, che ormai è invasivo come Mozart a Salisburgo, che te lo ritrovi dappertutto, dai cioccolatini ai menù dei ristoranti, ma almeno lui ha scritto fior di musica che lo ha reso giustamente celebre in tutto il mondo, mentre Giacomo Casanova in realtà è stato un personaggio ambiguo, una spia, un corruttore e quindi un uomo di ben poche virtù, di cui non si dovrebbe menare gran vanto, ma a quanto pare, forse per una certa pruderie voyeuristica di stampo clericale, deve incarnare la venezianità nell'immaginario collettivo solo perché pare che trombasse a destra e a manca e spesso in talami non suoi, anche se in città questo lo si fa normalmente da secoli e senza pretendere di finire sui libri di storia. Pertanto, se proprio Venezia deve avere questa immagine libertina e godereccia, allora mi batterò come un leone per dare il giusto tributo a Giorgio Baffo, patrizio veneto e alle sue Poesie Erotiche, con particolare riferimento a quella deliziosa “ode alla mona” che andrebbe inserita nei programmi scolastici e sarebbe sicuramente più popolare tra gli studenti che non i Sepolcri del Foscolo.

Insomma, a farla breve, che altrimenti questo mio scritto sembra la “storia de Sior Intento che dura tanto tempo che mai no a se destriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? “ durante tutta la trasmissione ho avuto la sensazione che aleggiasse nell'aria e prima o poi sarebbe arrivata l’inevitabile domanda: “Scusi… a che ora fanno l’acqua alta?” . E ho detto tutto…

sabato 6 maggio 2017

Di quel 6 maggio del 1976 quando tremò la terra.


Erano appena scoccate le nove di sera, mia madre era già in salotto a guardare la televisione ed io stavo cenando da solo in cucina, che poi sarei dovuto andare al cinema con la ragazza. Ad un certo punto sento come se qualcuno mi avesse spostato leggermente la sedia e un tintinnio di bicchieri. Istintivamente guardo la lampadina sul soffitto che però è immobile così penso che sia stata una mia immaginazione e riprendo a mangiare. Ma non è così: passerà solo un secondo o due e assieme ad un suono cupo mai sentito prima, tutto il mondo attorno a me viene scosso come dalla mano di un gigante. Una grandine di pentole, piatti e bicchieri cade giù dal lavello, dalla credenza, dallo scolapiatti con un frastuono terribile mentre dal salotto mi giungono le urla di mia madre che mi grida di salvarmi che sta venendo giù tutto. Corro da lei proprio mentre la specchiera antica precipita a terra fracassandosi in mille pezzi e i lampadari ondeggiano fino quasi a toccare il soffitto. E’ in piedi in mezzo al salotto, paralizzata dallo spavento, e la trascino via tirandola per un polso e correndo verso la porta. La scossa sembra non finire mai.


Della chiesa di San Giovanni a Venzone è rimasta solo la facciata

Scendiamo di corsa la lunga e ripida rampa di scale che conduce al piano terra e i gradini sembra quasi che si spostino sotto ai nostri piedi, tanto che li facciamo a saltelli come si fa sui ghiaioni di montagna. Non so come, ma riusciamo a non cadere e finalmente siamo al sicuro in campo. Faccio qualche gradino sul ponte e dalle case vicine mi giungono gli strilli terrorizzati di altre persone, mentre qualcuno sta uscendo di casa. Mia madre mi raggiunge e guardiamo, ancora con il cuore in gola, il nostro palazzo increduli che sia ancora in piedi come del resto tutto quello che ci sta attorno. Poco dopo ci raggiunge mio fratello, che al momento della scossa si stava preparando il bagno e che ha visto l’acqua uscire completamente dalla vasca. Ha gridato ma non lo abbiamo sentito e lui non riusciva ad aprire la serratura della porta per scappare. E’ pallido come un lenzuolo dallo spavento e lo abbracciamo per tranquillizzarlo. Solo allora mi accorgo che sto ancora stringendo il tovagliolo in mano.


Nel Duomo di Venzone i segni del terremoto si vedono ancora

Ora tutto sembra tornato calmo. Risalgo di corsa le scale e vado velocemente ad esplorare la situazione dentro casa. E’ un disastro, tutto quello che poteva cadere è finito per terra, calpesto cocci di ogni tipo e perfino un armadio in camera di mia madre ora è appoggiato contro il letto però non vedo danni alla struttura, se non qualche crepa. Trovo la radiolina che portavo allo stadio e dopo aver chiuso casa ritorno giù. Decidiamo di andare nel vicino campo Santa Maria Formosa dove ora c’è tantissima gente, spaventata come noi. Qualcuno è in pigiama e c’è anche un signore scalzo che ha solo addosso l’accappatoio. Ci sediamo al caffè dell’orologio, che aveva lasciato fuori i tavolini e accendo la radio (ce ne sono altri che ce l’hanno) per avere notizie. 

Le stradine di Venzone oggi

La prima edizione del radiogiornale dice solo che c’è stata una forte scossa in Friuli con epicentro sul monte Verzegnis, ma non dice molto altro. Poi, dopo una mezzora, inizieranno le edizioni straordinarie e un drammatico bollettino di guerra ascoltato con il cuore in gola e le lacrime agli occhi man mano che s’ingigantiva: Gemona, Osoppo, Venzone, Artegna, Pontebba… paesi interi rasi al suolo dalla furia dell’Orcolàt, il mostruoso demone nascosto nelle viscere dei monti della Carnia che secondo le leggende popolari causa i terremoti e che questa volta aveva portato con sé anche migliaia di vittime. Sono passati quarant’anni, ma se ci ripenso mi sento ancora gli occhi umidi e il groppo in gola come quella sera. Che la terra vi sia lieve, fratelli friulani…

venerdì 14 aprile 2017

Della cara e vecchia Pasqua di una volta


Questa mattina ho letto con molto piacere che alcune mie amiche su Facebook si raccontavano a vicenda dei riti tradizionali della Settimana Santa (il digiuno di magro, la musica classica alla radio e in televisione... ) che attorno agli anni '60 e dintorni si osservavano rigorosamente nelle famiglie e nella nostra società in generale e si chiedevano se anche altri amici li ricordassero.

E come no? Certo che li ricordo bene...la settimana che precedeva la Pasqua era un crescendo rossiniano di sobrietà, meditazione e penitenza che culminava con il venerdì santo e terminava con lo slegarsi delle campane di San Marco alla mezzanotte del sabato. I cinema erano praticamente tutti chiusi e alla televisione, che allora c'erano solo Rai Uno e Rai Due e i canali li cambiavi alzandoti dal divano e ruotando la sintonia, trasmettevano solo la Via Crucis e film edificanti di carattere religioso, tra i quali Bernadette, Quo vadis, La tunica, il Re dei re e l'immancabile Marcellino pane e vino, che già Don Camillo era considerato troppo ridanciano. Se in quei giorni di sobria meditazione volevi vedere qualcosa di più... laico, noi avevamo la fortuna di ricevere Tele Capodistria, che io guardavo di nascosto appena la nonna andava a dormire (all'epoca vivevo a Venezia con i nonni e la zia per via della continuità scolastica, perché i miei erano in giro per tutte le basi navali italiane). Il guaio era che mentre qui finivano le trasmissioni con la musichetta celestiale e le nuvolette che salivano in cielo, loro pompavano Bandiera rossa, che era tutto un programma, così la nonna, credendo che fossero arrivati i comunisti, si svegliava e s'incazzava.

Ricordo anche che la domenica delle palme si tornava dalla messa a San Marco (ero precettato dai nonni e dalla zia, non potevo esimermi) con il ramoscello di ulivo che finalmente sostituiva quello rinsecchito dell'anno prima sopra la porta della cucina e si doveva tenere la casa in ordine perché al pomeriggio passava don Gino, il Parroco di Santa Maria Formosa con il chierichetto e l'aspersorio per benedire tutte le stanze della casa, compresa la mia, sperando che almeno servisse per andare bene a scuola. Alla fine della benedizione, si facevano quattro chiacchiere seduti in cucina e mia nonna stappava per il nostro sacerdote una delle bottiglie di Bonarda che le mandavano a Natale i suoi parenti di Viarigi Monferrato e che teneva come una reliquia (per il chierichetto, c'erano dei biscotti fatti in casa).

Don Gino, che era una simpatica persona, gradiva molto quell'assaggio che veniva ripetuto più volte e quando nel '68 si guadagnò l'appellativo di "Prete Rosso" forse non era solo per le sue posizioni politiche. Comunque, durante il venerdì santo anche in casa nostra si digiunava come prescritto dalla liturgia, ma per modo di dire, che mia nonna tirava la sfoglia alla mattina e poi faceva degli strepitosi ravioli di magro, con gli spinaci e la ricotta (lei seguiva curiose ricorrenze alimentari e, per esempio, a Natale c'erano sempre i cappelletti in brodo e la gallina bollita con la salsa verde e i funghi sott'olio di contorno, mentre la sua minestra di ceci e fagioli bianchi la faceva sempre il due novembre, per la ricorrenza dei morti, e non c'era verso di fargliela fare prima). L'altro piccolo ricordo che ancora conservo è che alla mezzanotte del sabato santo, quando finalmente si scioglievano le campane di San Marco che risuonavano festose per tutta Venezia, la nonna ci faceva bagnare gli occhi perché pare che preservasse la vista. Bei tempi comunque, quando le piccole tradizioni di famiglia erano ancora sentite, ti facevano sentire parte di un mondo degli affetti e nessuno si scocciava di parteciparvi, anzi...


Buona Pasqua a chi mi legge (la sorpresa è il mio bretone)

Oggi anche la Pasqua, come già da tempo il Natale che ormai è solo un puro delirio consumistico, pur mantenendo ancora i suoi connotati originali di ricorrenza religiosa, nel comune sentire è diventata più che altro l'occasione per aprire l'uovo con la sorpresa personalizzata per i maschietti e le bambine (che altrimenti si litigano), strafogarsi di colomba farcita con la cioccolata o la cremina al Grand Marnier e far la gita fuori porta, tanto che sul Montello, sul Cansiglio o sui Colli Euganei devi aver prenotato almeno da gennaio se vuoi sperare di trovar un posto a tavola. Molti, approfittando del ponte, hanno preso un volo low cost Ryanair o Volotea e ora sono già sparapanzati su qualche spiaggia greca o chissà dove, le multisala cittadine sono aperte al gran completo, domani a mezzogiorno c'è il derby tra l'Inter e il Milan e questa sera, che sarebbe venerdì santo, basta guardare i palinsesti delle televisioni e vi si trova di tutto, da Fast and furious a Scuola di Polizia 2 e comunque, se per caso vuoi farti del male e ti viene voglia di guardare le 50 sfumature di grigio che ti eri perso al cinema, beh... ce l'hai su Netflix . Però mi sa che non ci abbiamo guadagnato con il cambio. Non si può riavere indietro la Pasqua di una volta con la sobrietà, la musica classica, i ravioli di magro e un bel bicchiere raso di Bonarda da bere discutendo di politica con don Gino ? Lo apprezzerei molto, grazie...