venerdì 14 aprile 2017

Della cara e vecchia Pasqua di una volta


Questa mattina ho letto con molto piacere che alcune mie amiche su Facebook si raccontavano a vicenda dei riti tradizionali della Settimana Santa (il digiuno di magro, la musica classica alla radio e in televisione... ) che attorno agli anni '60 e dintorni si osservavano rigorosamente nelle famiglie e nella nostra società in generale e si chiedevano se anche altri amici li ricordassero.

E come no? Certo che li ricordo bene...la settimana che precedeva la Pasqua era un crescendo rossiniano di sobrietà, meditazione e penitenza che culminava con il venerdì santo e terminava con lo slegarsi delle campane di San Marco alla mezzanotte del sabato. I cinema erano praticamente tutti chiusi e alla televisione, che allora c'erano solo Rai Uno e Rai Due e i canali li cambiavi alzandoti dal divano e ruotando la sintonia, trasmettevano solo la Via Crucis e film edificanti di carattere religioso, tra i quali Bernadette, Quo vadis, La tunica, il Re dei re e l'immancabile Marcellino pane e vino, che già Don Camillo era considerato troppo ridanciano. Se in quei giorni di sobria meditazione volevi vedere qualcosa di più... laico, noi avevamo la fortuna di ricevere Tele Capodistria, che io guardavo di nascosto appena la nonna andava a dormire (all'epoca vivevo a Venezia con i nonni e la zia per via della continuità scolastica, perché i miei erano in giro per tutte le basi navali italiane). Il guaio era che mentre qui finivano le trasmissioni con la musichetta celestiale e le nuvolette che salivano in cielo, loro pompavano Bandiera rossa, che era tutto un programma, così la nonna, credendo che fossero arrivati i comunisti, si svegliava e s'incazzava.

Ricordo anche che la domenica delle palme si tornava dalla messa a San Marco (ero precettato dai nonni e dalla zia, non potevo esimermi) con il ramoscello di ulivo che finalmente sostituiva quello rinsecchito dell'anno prima sopra la porta della cucina e si doveva tenere la casa in ordine perché al pomeriggio passava don Gino, il Parroco di Santa Maria Formosa con il chierichetto e l'aspersorio per benedire tutte le stanze della casa, compresa la mia, sperando che almeno servisse per andare bene a scuola. Alla fine della benedizione, si facevano quattro chiacchiere seduti in cucina e mia nonna stappava per il nostro sacerdote una delle bottiglie di Bonarda che le mandavano a Natale i suoi parenti di Viarigi Monferrato e che teneva come una reliquia (per il chierichetto, c'erano dei biscotti fatti in casa).

Don Gino, che era una simpatica persona, gradiva molto quell'assaggio che veniva ripetuto più volte e quando nel '68 si guadagnò l'appellativo di "Prete Rosso" forse non era solo per le sue posizioni politiche. Comunque, durante il venerdì santo anche in casa nostra si digiunava come prescritto dalla liturgia, ma per modo di dire, che mia nonna tirava la sfoglia alla mattina e poi faceva degli strepitosi ravioli di magro, con gli spinaci e la ricotta (lei seguiva curiose ricorrenze alimentari e, per esempio, a Natale c'erano sempre i cappelletti in brodo e la gallina bollita con la salsa verde e i funghi sott'olio di contorno, mentre la sua minestra di ceci e fagioli bianchi la faceva sempre il due novembre, per la ricorrenza dei morti, e non c'era verso di fargliela fare prima). L'altro piccolo ricordo che ancora conservo è che alla mezzanotte del sabato santo, quando finalmente si scioglievano le campane di San Marco che risuonavano festose per tutta Venezia, la nonna ci faceva bagnare gli occhi perché pare che preservasse la vista. Bei tempi comunque, quando le piccole tradizioni di famiglia erano ancora sentite, ti facevano sentire parte di un mondo degli affetti e nessuno si scocciava di parteciparvi, anzi...


Buona Pasqua a chi mi legge (la sorpresa è il mio bretone)

Oggi anche la Pasqua, come già da tempo il Natale che ormai è solo un puro delirio consumistico, pur mantenendo ancora i suoi connotati originali di ricorrenza religiosa, nel comune sentire è diventata più che altro l'occasione per aprire l'uovo con la sorpresa personalizzata per i maschietti e le bambine (che altrimenti si litigano), strafogarsi di colomba farcita con la cioccolata o la cremina al Grand Marnier e far la gita fuori porta, tanto che sul Montello, sul Cansiglio o sui Colli Euganei devi aver prenotato almeno da gennaio se vuoi sperare di trovar un posto a tavola. Molti, approfittando del ponte, hanno preso un volo low cost Ryanair o Volotea e ora sono già sparapanzati su qualche spiaggia greca o chissà dove, le multisala cittadine sono aperte al gran completo, domani a mezzogiorno c'è il derby tra l'Inter e il Milan e questa sera, che sarebbe venerdì santo, basta guardare i palinsesti delle televisioni e vi si trova di tutto, da Fast and furious a Scuola di Polizia 2 e comunque, se per caso vuoi farti del male e ti viene voglia di guardare le 50 sfumature di grigio che ti eri perso al cinema, beh... ce l'hai su Netflix . Però mi sa che non ci abbiamo guadagnato con il cambio. Non si può riavere indietro la Pasqua di una volta con la sobrietà, la musica classica, i ravioli di magro e un bel bicchiere raso di Bonarda da bere discutendo di politica con don Gino ? Lo apprezzerei molto, grazie...

giovedì 13 aprile 2017

Delle vecchiette incaute che si perdono tra i boschi dell'Arizona

Ogni tanto i quotidiani nazionali ci regalano qualche perla. Infatti, ho appena letto una notizia di spalla con tanto di servizio fotografico e il titolo: "Esploratrice si perde nella foresta, un SOS di bastoncini la salva (avrebbe scritto Help, veramente, ma non stiamo a sottilizzare) " e tu pensi istantaneamente con emozione alla vicenda di un'avventurosa eroina come Amelia Earhart persa tra le foreste del Borneo o ad una Freya Stark smarrita tra le oasi del deserto e invece, proseguendo nella lettura, scopri che l'esploratrice è solo una smilza e truccatissima vecchietta di 72 anni di Tucson che andava a trovare i nipoti (dove abitavano? nel ranch di Bonanza?) e che, rimasta a secco di gas con la sua auto (cosa guidava la nonnina? Una Duna con impianto a metano?), si era messa a girovagare perdendosi per nove giorni tra i boschi dell'Arizona e facendo una salutare quanto involontaria dieta Mességué a base di bacche, erbe e acqua piovana. Ora, il fatto che una girovaghi sperduta per una foresta perché ha finito il carburante e il suo Nokia del 1994 guarda caso non prende il segnale, avrebbe dovuto suggerire al titolista che la signora non esplorava affatto per spirito di avventura, ma solo per sfiga. Ovviamente, i soccorritori avevano trovato subito il suo cane, ma solo perché l'unico esploratore vero della vicenda era lui, e comunque immagino che la bestiola avesse rifiutato ogni collaborazione pensando "Che si salvi da sola quella vecchia arpia, che lesina sulle crocchette e le compera scadute e ammuffite per risparmiare". Poi, fortunatamente, qualche giorno dopo, grazie ad un elicottero che ha visto il segnale di soccorso, hanno recuperato anche l'arzilla vecchietta e come nei film abbiamo avuto il lieto fine, anzi: l'happy end. 


Momento critico durante un guado .


Certo che quella volta in cui mi sono perso tra i boschi del Resciesa andando a funghi e sono sbucato fuori verso le undici di sera sulla strada statale in un punto che ero quasi arrivato a Santa Cristina anziché ad Ortisei, nutrendomi solo di fragole e lamponi, magari un trafiletto, anche nella cronaca sportiva, il Gazzettino o l'Adige dell'epoca potevano dedicarmelo, anche perché comunque avevo con me una decina di porcini, un paio di sbrise e oltre un chilo di finferli, che era pur sempre un gran bel risultato (servì a mitigare l'incazzatura di mia madre una volta rientrato a casa con l'autostop). La drammatica immagine che riporto qui sotto è di quegli anni e mi ritrae in mezzo ai boschi gardenesi nel momento in cui attraversando a guado un torrente ero scivolato e avevo messo lo scarpone in acqua costringendomi alla manovra di emergenza dello strizzamento del calzettone di lana, proprio come Messner durante la scalata della parete sud dell'Annapurna.

domenica 19 febbraio 2017

Sul ponte sventola bandiera bianca.


So bene di essere un po' invidiato per il fatto di vivere a Venezia. C’è gente che risparmia duramente per anni pur di vedere almeno una volta nella vita e di persona le luci e i colori del nostro cielo e della laguna, le architetture mozzafiato dei palazzi e l’intrico delle calli scure e dei campielli pieni di sole e di gatti stravaccati sulle vere da pozzo. Lo so bene anche questo, così come conosco la domanda inevitabile: ma quanto è fantastico vivere a Venezia? La risposta è: Oh si! Lo è sicuramente e posso indicarne mille motivi che di solito sfuggono a chi non ci abita e lo dico convinto malgrado il fatto che qui tutto costa più che altrove ed è più complicato (provate a fare la spesa grande del sabato e a portarla a casa per calli e per ponti, magari con una bella confezione da sei bottiglie di minerale, poi ne riparliamo), oppure che se stai male devi pregare che ci sia la marea giusta perché l’ambulanza possa passare sotto i ponti o non incagliarsi nel canale (lo stesso vale per i pompieri) altrimenti ti alzi e te ne vai da solo in ospedale o l'incendio provi a spegnertelo tu. E’ fantastico malgrado il fatto che se non parli veneziano nelle trattorie ti applicano per default il menu turistico con il pasticcio di lasagne, la pizzetta del fornaio riscaldata al microonde e la frittura di pesce surgelato e se siete in tre seduti ad un tavolo da quattro vi trovate un coperto in più sul conto o che se hai comprato un appartamento restaurato, fai un buco nel muro per montare una mensola e scopri che è di cartongesso e che sotto ci sono le grisiole (cannette di palude) impastate con la malta come nel 1300. Ma non solo, perché se il tuo appartamento si affaccia su un canale, oltre all'odore persistente da uova marce dei giorni di bassa marea, dopo pochi mesi l'intonaco dei muri appena dipinti comincerà inevitabilmente a mostrare le sue belle macchie e infiorescenze arancioni di salso e di umidità e sotto le eleganti placche di design degli interruttori, scoprirai che si nasconde un impianto elettrico non a norma, realizzato con le piattine e i chiodini ai primi del '900.


Molte calli veneziane dopo la chiusura dei negozi storici (panifici, latterie...)
si sono trasformate da tempo in un suk di paccottiglia acchiappa turisti

Tutto questo lo posso accettare in fin dei conti ed è lo scotto da pagare per vivere in una città colta e civile (oggi non ci giurerei) realmente unica al mondo, che ti consente ritmi di vita impensabili altrove, dove puoi passeggiare per ore seguendo il flusso dei tuoi pensieri e ti offre visioni di palazzi magnificenti, tramonti velati di rosa  e silenzi incredibili. Insomma, la mia città che amo profondamente anche a dispetto delle nebbie che non fanno navigare i vaporetti e delle acque alte sino alle ginocchia, dell’umido che te lo senti fin dentro le ossa con il salso che sale su per i muri rovinando gli intonaci, dello scirocco che ti soffoca d’estate e ti fa sentire appiccicoso e dell’odore fetido dei canali in secca che ti entra dentro casa, come dicevo prima. O forse anche per tutto questo che è parte della sua unicità. Però...c’è un problema. Da troppo tempo ormai vivere a Venezia vuol dire provare una decisa sensazione di disagio. Pare infatti che il pretendere di vivere in città senza alcun legame diretto o indiretto al turismo costituisca un'ingiustificabile ostinazione ed un motivo di fastidioso impiccio par chi che el gà da far i schei.

I veneziani, per le masse dei turisti che si appropriano della città per almeno otto mesi all'anno, costituiscono un'entità astratta ed impalpabile. Molti, a quanto pare, pensano che siano estinti come i Maya e gli Incas. Se riveli loro di essere un autentico abitante della città da alcune generazioni è probabile che ti rivolgano lo stesso sguardo che avrebbero incontrando un antico romano a spasso per Pompei. E comunque, se ci sono, gli abitanti indigeni danno fastidio, intralciano e impediscono al signor Schultz, al signor Smith e al signor Nagasawa di godere liberamente ciò per cui pagano 80 euro a notte, colazione con brioche cellophanata compresa ma bagno in corridoio nella pensione a due stelle con vista sul Canal Grande sporgendosi dalla finestra e guardando in fondo lungo la calle del traghetto.


La circolare per Giudecca, Murano, Fondamente Nuove e Piazzale Roma.
Anche quella ormai è strapiena di turisti e a volte nemmeno si riesce a salire

Mi spiego meglio con un esempio pratico. Per lavorare ti devi spostare in città e non potendo farlo in macchina devi usare i vaporetti esattamente come useresti gli autobus altrove, ma con una differenza: che questi sono sempre strapieni come un uovo e tu sei annullato in una massa di gente che è li solo per andare a zonzo e cazzeggiare lento pede. Sui motoscafi e i vaporetti resti trasparente, e dunque sgomitabile o maciullabile a colpi di zaino almeno fino a quando non capiti nel mirino di una qualche fotocamera nel qual caso ti è perentoriamente fatto cenno di levarti di torno che rovini l'inquadratura o il selfie. Ma questa momentanea riconsiderazione della tua fisicità non deve essere motivo d’illusione. Ritorni infatti improvvisamente trasparente quando, per non rischiare di scendere ad una o due fermate successive a quella da te desiderata, cominci a chiedere cortesemente il passo. Potrai emettere allora con voce baritonale o supplichevole tutti i "Please, pardòn, sorry, bìtte, pòr favòr, izvìnite... ." che vorrai, ma il groviglio di gambe, braccia, ascelle e teutonici petti resterà più fitto e solido di prima. E se per avventura, e con l'ultima disperata spallata, riuscissi ad avvicinarti al barcarizzo, ecco l'ostacolo più spaventoso: il muro di valigie! A questo punto, mentre cerchi d’arrampicartici sopra o di sal­tarlo in un improbabile stile Fosbury, ti accorgi con sgomento di aver superato il tempo limite concesso per lo sbarco (cinque minuti con la fiacchetta per le comitive e cinque secondi per i residenti) e dell'imminente sgancio della catenella.

La catenella, su gran parte dei pontili dove non ci sono ancora le entrate separate tra residenti e turisti, è una potente arma a disposizione dell’ACTV per la selezione naturale del veneziano e del foresto. E’ usata a totale discrezione del Sig. Marinaio Addetto al Pontile per decidere se aggiungere venti minuti d’attesa supplementare alle tue uscite lavorative o ai tuoi ritorni a casa. Nel caso in questione lo sganciamento della catenella serve per dar via libera alla comitiva di turno affinché possa riversarsi come un onda possente all'interno del motoscafo travolgendo tutto al suo passaggio e ricacciando indietro ogni tuo ulteriore tentativo di sbarco. Perché noi Veneziani abbiamo affrontato con coraggio e siamo sopravvissuti alla peste, ai turchi a Lepanto e ai genovesi alle porte di Chioggia, ma stiamo soccombendo inesorabilmente di fronte alla nuova calamità dei tempi moderni: la comitiva. 

A proposito di comitive, dopo lunghe e pazienti osservazioni ne ho catalogati alcuni tipi tra i più pericolosi che vi segnalo perché nel caso veniste a Venezia possiate starne alla larga:

A- Comitiva d’ultrasessantenni americani.

Si tratta di una delle più fastidiose. Contiene solitamente maschi e femmine in uguale proporzione, trattandosi d’arzille e stordite coppiette di sapore Old America (il peggio di Ginger Rogers e Fred Astaire ma con una spruzzata di Trump). I maschi sono solitamente dei lungagnoni ossuti come Gary Cooper e vestiti sul sobrio, pur con qualche discutibile puntata nello stile coloniale e/o hawaiano, le donne sono raramente inferiori al quintale e vestono come le cameriere negre di Rossella O’Hara in Via col Vento o come Doris Day ad Honolulu.


Occhietti a mandorla e possenti chiappe yankee ovunque.
La nostra realtà quotidiana.

Delusi perché gli abitanti di questa copia di Venice (California, U.S.A.)  non girano in costume d’epoca come i camerieri dell'omonimo albergo di Las Vegas, sono fermamente convinti che il Doge, Marco Polo e Casanova siano la stessa persona. Nei ristoranti accostano con disinvoltura il cappuccino, il latte macchiato o la Fanta ai folpetti in tècia o alle sarde in saòr (si narra di un vecchio nobilomo venessian, intento a suggere masanete al Graspo de Ua, che chiese al cameriere un paravento per evitare il disgusto di tali visioni...) e applaudono cori di panciuti gondolieri con repertorio partenopeo, ingurgitando pietanze da fucilazione immediata dello chef con successivo vilipendio del cadavere. Quasi sempre sotto scrosci di pioggia battente durante l'inevitabile gondol serenade si ammucchiano nelle gondole incappucciati in impermeabili di fortuna comperati sulle bancarelle, quelli di plastica trasparente tipo preservativo con il serbatoio che al primo colpo di vento si spalancano irrimediabilmente e che servono solo per inzupparsi in modo più omogeneo. Costoro subiscono stoicamente ore di tenore sfiatato e di fisarmonicista impazzito (ne ho sentito perfino uno che svisava sul tema del dott. Zivago…) .

Apprezzano abbastanza la simpatica trovata dei vaporetti (anche se a Disneyland sono più colorati.), ma si capisce che se ci fossero dei bei pullman granturismo con aria condizionata sarebbero più a loro agio e che si chiedono perplessi come mai questi fucked latins non abbiano ancora provveduto ad asfaltare i canali. In ogni caso, salgono e scendono dai battelli (sempre e rigorosamente quelli delle linee che dovrebbero essere riservate ai veneziani che lavorano) con snervante lentezza. Particolarmente insidiosa, in tal caso, è la cosiddetta "rulèta" che nel calcio è il particolare dribbling che si effettua girando improvvisamente attorno all'avversario per cambiare direzione. L'avanzato stato di stordimento della maggioranza dei partecipanti fa sì che ad ogni fermata una parte di loro tenti invariabilmente di sbarcare a terra, salvo rientrare all'improvviso a bordo precipitosamente e in pieno caos entrando in collisione con chi sta ancora scendendo. Tale tipo di turista (ma non solo lui, ci sono anche quelli convinti che gli imbarcaderi si muovano...) pensa, infatti, che a Venezia esista una sola fermata: S.Marco e quindi ogni volta che il battello accosta ad un pontile ritengono di essere arrivati. Ogni tanto qualcuno tra i più distratti resta davvero a terra e questo crea agitazione tra i superstiti che secondo i canoni dell'American way of life tentano con indignate proteste di indurre il capitano ad invertire la rotta e recuperare i dispersi, proprio come John Wayne nel film Berretti verdi. Naturalmente l'unica fermata dove non tentano neppure di scendere è proprio quella di S.Marco.

B-Gita Parrocchiale e/o Gita giornaliera mordi (il panino) e fuggi

Queste due tipologie le ho unite assieme perché hanno caratteristiche comuni. Carattere distintivo di questo tipo di comitive è la periodici­tà. Le gite parrocchiali compaiono prevalentemente in primavera, a partire dal ponte di Pasqua e intorno al mese Mariano e sparisco­no ai primi apparire dei bikini da Piazza quando gli subentrano le gite giornaliere mordi (il panino) e fuggi scaricate senza sosta dai bus turistici al Tronchetto o dai lancioni sulla Riva degli Schiavoni nei mesi estivi. Tutti costoro si muovono in prevalenza a piedi creando lunghe fiumane lungo Strada Nova, calle lunga San Polo e le Mercerie, ma talvolta si trovano in gran numero anche sui vaporetti della linea 1 che di fermata in fermata percorrono lentissimi tutto il Canal Grande in modo che loro possano occupare qualsiasi spazio all'aperto a prora, a poppa e davanti ai barcarizzi per fare fotografie. Le gite parrocchiali si trovano facilmente intorno alle principali chiese e basiliche per ovvi motivi ideologici le altre soprattutto in Piazza e nelle direttrici di transito tra Rialto, la stazione e San Marco. Tra i segni distintivi di questi appassiti visitors parrocchiali si annoverano: strani dialetti basso-padani o apulo-sannitici, età avanzata, fisico tarchiato, abiti dimessi e/o da festa paesana, scia di briciole di pane e di bucce di mortadella (quella con i riflessi arcobaleno, da 50 centesimi all’etto), una forte concentrazione di parroci e suore da pastore. Sono molto spartani nello stile di vita perché pare non abbisognino di altro per dissetarsi se non di un bottiglione tappo corona di Cabernet del discount tagliato con l’Idrolitina.


Con l'estate arrivano i plotoni del turismo mordi (il panino) e fuggi.

Le comitive giornaliere mordi (il panino) e fuggi, invece sono prevalentemente cosmopolite, di età media abbastanza giovane e indossano solitamente jeans corti e sdruciti, magliette da squadra di calcio o tipo Michigan University e t-shirt con frasi idiote, canottiere con le ascelle bene in vista oltre alle immancabili infradito e le scarpe Adidas da jogging indossate senza calzino, per la gioia di chi gli siederà accanto in vaporetto. Costoro, che sciamano per le calli trasformate in suk alla ricerca della paccottiglia souvenir che gli consenta di dire di essere stati a Venezia, avanzano con lo stesso incedere indolente della processione tarantina dei Perdoni (due passi avanti e uno indietro), si ammassano solitamente nel triangolo tra Rialto, i Frari e San Marco e si nutrono esclusivamente di street food, quindi panini con la mortadella, kebab e pizzette da addentare trangugiando lattine di Fanta, Coca o birra che poi verranno abbandonate schiacciate sul posto, gettate in canale o infilate tra le inferriate delle finestre dei palazzi. Consumano di solito i pasti seduti sui gradini delle Procuratie (se non arrivano i vigili) su quelli dei ponti, sulle panchine dei Giardinetti Napoleonici e a volte anche seduti sul bordo di Riva degli Schiavoni con i piedi penzolanti nell'acqua e combattendo con i gabbiani. Completamente sprovvisti della benché minima nozione storica e di buon gusto acquistano esclusivamente da quei simpatici tagliagole delle bancarelle le cose più repellenti senza battere ciglio, purché ritenute (da loro) economiche. Sono quindi ripuliti fino alle mutande per l’acquisto di maschere da Pierrot Lunaire con lacrima di lustrini, merletti di Burano made in Taiwan (ma fatti laggiù rigorosamente a mano!), orsetti in peluche con remo e cappello da gondoliere, magliette I love Venice, pellicole Kodak scadute nel 1967, torri di Pisa, David, Bronzetti di Riace e tronchetti di abete con veduta dolomitica e saluti dalla Val Gardena. Talvolta arrivano fino all'acquisto (con mutuo ipotecario) delle rivoltanti coppiette di damini e damine di vetro fatte a Poggibonsi (notoriamente in provincia di Murano) che nelle case più raffinate hanno preso il posto, insieme con le immagini di Papa Giovanni XXIII e di J.F. Kennedy serigrafate su piatto (tanto care alle gite parrocchiali), della tradizionale gondola in plastica con la ballerina in tutù che danza il valzer delle candele al suono del carillon. A fine gita, e nell'attesa di rientrare sul bus o sul battello che li riporterà nei loro lontani alberghi o campeggi, in disciplinata coda nelle calli più buie aspettano il turno per orinare contro i muri perché i bar a Venezia hanno sempre il bagno guasto per chi non consuma.

C- Giapponesi

Arrivano sempre più numerosi grazie a degli Europa Tour organizzati in modo che solo la leggendaria pazienza orientale può reggere. Infatti in soli quattro giorni (compresi il volo d’andata e il ritorno per Tokyo) gli Jap riescono di solito a vedere Parigi, Londra, Roma, Amsterdam, la Torre di Pisa e Venezia. Il vero divertimento lo devono provare, una volta a casa, nel riordinare le fotografie e cercare di ricordare se il Colosseo era ad Amsterdam o a Pisa. In realtà di fronte alla nostra cultura devono provare lo stesso senso d’impotente estraneità che proviamo noi di fronte al teatro Kabuki o ai lottatori di Sumo. Camminano silenziosi, irregimentati in plotoncini e sono molto popolari tra i gondolieri e i ristoratori veneziani perché possono essere stipati anche in dieci per gondola (o tavolo) e pagano senza fiatare qualsiasi conto gli sia presentato. anche quello dei vicini.

Mai dire banzai...

Anni fa ho letto di alcuni giapponesi che avevano pagato un’aragosta di poco più di un chilo la bellezza di quattrocento euro. Nel caso in questione uno di loro, avvertendo una volta tanto...un senso di pressione dolorosa nell’apposita scanalatura posteriore, chiese timidamente lumi ad un vigile che trenta secondi dopo aveva già fatto sigillare il locale. Anche loro affrontano dunque, con lo stoico coraggio dei samurai, qualsiasi cibo gli sia offerto come tipical venetian food, comprese le olive ascolane o la caprese di pomodoro e mozzarella industriale.

L'unico disappunto su quei volti altrimenti imperscrutabili lo noti quando cercano invano di utilizzare i grissini torinesi come bacchette. Ogni volta che la bacchetta si sbriciola scuotono sconfortati i loro craponi orientali emettendo strani suoni gutturali. Lo stesso accade quando il cameriere, dopo essersi visto cortesemente rifiutare l’imposizione automatica del sedicente prosecco della casa, gli porta una fumante tazzina alla volta di Tè Ati nuovo raccolto (ogni mezz'ora e con crescente malagrazia.) .
Non disturbano, quindi, gli orientali Jap, ma, essendo dappertutto e numerosissimi, alla fine sono fastidiosi come uno sciame di chironomidi .

D-Gita scolastica.

È il tipo di comitiva più micidiale. Rasenta il codice penale, nel senso che è molto duro resistere alla tentazione di farsi giustizia da sé, come un qualsiasi Exterminator, scaraventando a mare una buona parte dei suoi componenti. Fortunatamente tale tipo di comitiva si esaurisce in pochi mesi, in concomitanza con gli esami e le vacanze estive. Caratteristica dell’orda è quella di essere, una volta a bordo di un motoscafo, in perpetuo movimento e comunque completamente disinteressata al fatto di stare a Venezia e non a Suzzara, a Garbagnate o a Cesano Boscone.

Nel breve tratto di una corsa tra Piazzale Roma e S.Marco nascono repentini amori, litigi selvaggi, e appassionate dispute calcistiche sotto lo sguardo assente di docenti presumibilmente avviliti dalla qualifica di dipendente statale o dal proprio precariato. I pochi che simulano una qualche strumentale attenzione per l'ambiente circostante, in vista degli scrutini finali, si abbandonano a ripetute e gioiose esclamazioni di: "Guarda! Ci stanno le gondole per davvero..." dandosi di gomito e sbracciandosi festosi ad ogni natante incrociato, fosse pure la bettolina degli spazzini. Siccome il darsi di gomito è contagioso come il passaparola, dopo un po' ti troverai coinvolto tuo malgrado e ti sembrerà di giocare a rugby contro gli All Blacks. Questo tipo di mucchio selvaggio appena preso terra svolge subito un intensa attività sportiva che prevede alcune innovative discipline agonistiche. Tali sono, infatti, le gare di suona il campanello e fuggi, di salta pozzo e, soprattutto, di Fanta-calcio.

Il Fanta-calcio si gioca per l'appunto con una lattina vuota della nota bevanda e due squadre di trentacinque/quaranta gioca­tori con tre portieri per parte. Il gioco riesce particolarmente bene se si svolge in un campo di particolare transito o in Piazza S. Marco. Si segna il punto quando la lattina, cannoneggiata alla Ibrahimovic, colpisce alla nuca una qualche vecchietta di passaggio. Lo sdeng! che ne consegue costituisce il segnale acustico del punto conseguito.
I pochi restii all'attività fisica possono dedicarsi con profit­to alle creative suggestioni del disegno e/o incisione con pennarello e/o mazzo di chiavi. Fioriscono così veri e propri capolavori in stile elvetico, goti­co, Bodoni e New wave tra i quali possiamo citare un monumentale: Elvis lives! (portici del Palazzo Ducale), uno sportiveggiante: romanisti feroci, laziali veloci. (interno Basilica), un vigoroso e perentorio: III Magistrale Ist. G. Deledda (Scuola grande S.Rocco) in pennarello fluorescente, uno struggente: Deborah, ti amo ancora e, per finire, un postmoderno e francamente pettegolo: Cinzia F. fa l'amore con Gigi (auguri e figli maschi!).


Il Ponte dell'Ovo, in pieno centro, istoriato dall'imbecillità umana

Quando ero studente io, e qui lo dico con invidia, le nostre gite scolastiche si spingevano al massimo a Cividale o ad Aquileia, duravano dalla mattina alla sera della domenica e comprendevano obbligatoriamente la Santa Messa (lascio immaginare la devozione con la quale veniva seguita...).
L’unica volta che si fece una gita un po’ più lunghina, addirittura con pernottamento, si andò a Firenze in un albergo che, se non ricordo male, era nella centralissima Via dè Pancani. I professori, come previsto, montavano una guardia feroce alle stanze delle nostre compagne (era il 1966 e l’Italia era ancora terribilmente conformista…) e così noi, rassegnati, ma pur sempre eccitatissimi, ci raggruppammo in una stanza e cominciammo febbrilmente a gonfiare i preservativi che uno di noi (non si sa per farne che...) si era portato dietro. I graziosi ed inconfondibili palloncini ottenuti erano poi fatti uscire dalla finestra tra le risate generali e varie considerazioni amene sui fratelli Montgolfier. Un professore ne raccolse un paio per strada, davanti alla porta dell'albergo e fu grande scandalo.

Il viaggio di ritorno in treno si trasformò in una sorta d’udienza in tribunale con il professore di chimica in veste di Pubblico Ministero e i sospettati convocati e fatti entrare ad uno ad uno nello scompartimento dei giudici per l'interrogatorio. L'ideatore di tanto delitto contro la pubblica morale fiorentina, individuato grazie alla delazione del suo compagno di banco scoppiato in lacrime, fu sospeso per una settimana e le famiglie degli altri lanciatori furono avvisate del malfatto. Indovinate chi era?

martedì 14 febbraio 2017

Zibaldone ferrarese

Tempo fa ho appreso casualmente che una mia cara amica di blog e di Facebook oltre alla passione per la montagna e per il narrare divertita il mondo dei propri affetti e le piccole vicende di tutti i giorni (che poi sono il sale della vita) condivideva con me anche l’amore per Ferrara. Tutti e due et pour bonne cause. Lei, infatti, ha sposato felicemente un ferrarese (e ne parla oggi sul suo blog) mentre io, invece…. beh, faccio prima a raccontarvelo. 

Intanto dovete sapere che grazie alla bella idea di rinchiudermi a chiave nel suo studio con l’allora preside della facoltà di Giurisprudenza di Padova annunciandogli che non saremmo usciti di lì finché non mi avesse apposto sul libretto la firma necessaria per sostenere il suo esame che mi negava per ripicca (l’avevo contestato in assemblea per le sue continue assenze) ma, soprattutto, grazie alla sbadataggine di non accorgermi che nello studio c’era una seconda porta da cui il professore uscì subito a chiamare i bidelli per farmi allontanare, sono stato costretto a sostenere gli ultimi quattro esami e a discutere la tesi all'Università di Ferrara, dove, peraltro, prendendo spunto dal colore dei libretti universitari padovani, all'epoca si diceva che c’erano più libretti rossi che nella Cina di Mao. E con Ferrara fu subito amore a prima vista. 

Mi piaceva la sua gente, così solida e concreta ma sempre gentile, sorridente e pronta alla battuta bonaria (non come i bolognesi, che sembrano a loro volta tanto cordiali e gentili, ma è solo per farti raccogliere la melina, che sarebbe la versione agreste della saponetta, e annichilirti subito dopo con una battuta ironica), tanto che dopo pochi giorni in facoltà conoscevo tutti e avevo rapporti cordiali perfino con qualche docente, con il quale si poteva chiacchierare amabilmente dopo la lezione e prendere un caffè o una birretta assieme  (lo spritz no perché a quei tempi sull'altra riva del Po te lo preparavano con lo shaker e lo pagavi come un cocktail).

Gironzolando per le viuzze di Ferrara (1971)

Ma soprattutto di Ferrara mi affascinavano l’eleganza discreta di quelle sue case basse senza troppi orpelli se non il colore caldo del mattone che nelle giornate di sole sembrava prendere la luce dell’oro antico e la bellezza quasi sfacciata della Cattedrale contrapposta alla massa possente del Castello Estense che però non aveva l’aria guerresca e cupa dei castelli al nord. Poi, appena abbandonato il traffico di Corso della Giovecca, c’erano solo i silenzi delle stradine interne a farti compagnia e il fruscio discreto delle centinaia biciclette che le percorrevano, il profumo di pane che usciva dai forni (il pane a Ferrara ha un profumo tutto suo, che sa delle cose buone di una volta…) le piccole librerie antiquarie e i vecchi negozietti di carabattole della Ferrara ebraica descritta da Giorgio Bassani e poi la bellezza della vecchia cinta delle mura, con le passeggiate lungo i cammini di ronda e i bastioni.


Ferrara e le sue le biciclette onnipresenti (1972)

A queste scoperte si aggiunsero presto anche quelle enogastronomiche, con l’apparizione salvifica non tanto della salama da sugo (il cui sapore per me è troppo intenso anche se mitigato dal purè di carote) quanto dei cappelli da prete, della coppa di testa e delle bondiole, che acquistavo in una salumeria all'inizio di via Garibaldi, dove tenevano appeso al soffitto ogni ben di Dio e ogni volta che vi entravo andavo in estasi solo per i profumi e se davvero il paradiso esisteva, me lo raffiguravo così. Subito arrivò a ruota anche l’amicizia con quella stupenda persona che è stato Moreno Pellegrini, uomo generoso che allora accoglieva noi studenti nella sua antichissima enoteca “Al brindisi” (la storica Taverna al Chiucchiolino citata dall'Ariosto) a cui si accedeva da un piccolo vicolo scuro a fianco della Cattedrale e oltre a sfamarci con i suoi “pinzini” e i “fulminatopi” (fragranti sfogliatine salate al formaggio) aveva sempre qualche buon consiglio da darci, ascoltava paziente le nostre storie di esami non dati e donne fuggiasche commentando alla fine: "Te sei proprio un patacca..." e ci deliziava con gli assaggi di vini pregiati che stappava senza farsi troppi problemi, soprattutto quando lasciava la moglie a servire al banco e si univa a noi per qualche partita a carte. Lui era anche un appassionatissimo intenditore e collezionista di whisky (la sua cantina, che ci mostrava con orgoglio, aveva bottiglie strepitose che costavano una fortuna) e solo grazie a lui ho potuto scoprire i whisky “affumicati” dell’ isola di Islay e gliene sono immensamente grato. Possiedo ancora oggi alcuni libri che raccontano dei suoi vagabondaggi tra le distillerie scozzesi con tanto di dedica e ne vado orgoglioso.


I libri con dedica di Moreno Pellegrini, dell'enoteca  "Al brindisi"
Una stupenda persona che sono onorato di aver conosciuto.

Poi c’era il negozio di “sfogline” a metà di via Mayr che lavorava la pasta fresca e, se glieli ordinavi, nel giro di una passeggiata in centro ti preparava un vassoio di tortelli di zucca strepitosi, che per anni ho dovuto portare a Venezia per soddisfare le richieste di mamme, zie e poi dell’elfa. Tutta gente che se passavi da Ferrara e non glieli portavi, poi si offendeva (l’elfa soprattutto). Infine, c’era “Prinella”, una modestissima trattoria, scoperta grazie alle rivelazioni di un bidello della facoltà. Si prendeva il 9 fino al capolinea di Quacchio e poi ci si incamminava costeggiando gli argini di un canale per qualche chilometro, dapprima lungo una strada asfaltata, poi per uno sterrato. Da “Prinella” si mangiava solo anguilla, in umido o ai ferri. Quando la cuoca aveva i bioritmi giusti a volte si trovavano anche un risotto di cipolle e Trebbiano che era la fine del mondo e delle tagliatelle caserecce condite con uno di quei ragù che “lasciano pulito il piatto” (anche perché non sarà di bon ton, ma la scarpetta con il pane è inevitabile). Durante gli anni seguenti ci sono andato molte volte e un giorno ho suggerito al titolare di provare a cucinare l’anguilla “all’ara”, come i vetrai di Murano che, per non allontanarsi dal posto di lavoro, la ponevano tagliata in pezzi sul mattone rovente dei forni a cuocere nel suo grasso completamente ricoperta da foglie di alloro. Detto e fatto e ritornando alla trattoria qualche tempo dopo ho trovato sul menù con legittimo orgoglio anche “l’Anguilla alla veneziana” .


Il lungo argine che portava a mangiare le anguille da Prinella

Comunque, la storia del mio amore per Ferrara è più complessa e trae origine dalle otto di sera di un venerdì pomeriggio di ottobre, quando l’elfa ed io rientrando in macchina da Firenze, appena passata Bologna troviamo il solito bel muro di nebbia autunnale ad accoglierci. Facciamo qualche altro chilometro con ansia crescente e strizzando gli occhi per seguire le luci di quelli che ci stavano davanti e che diventavano sempre più fioche nonostante i fendinebbia, poi vediamo all’improvviso dei segnali luminosi lampeggianti e delle fiaccole agitarsi in quella coltre lattiginosa con delle sagome scure ferme davanti a delle auto . E’ la polizia stradale che ci fa segno di fermarci e ci dice che dobbiamo uscire subito a Ferrara Nord perché più avanti, dalle parti di Occhiobello, l’autostrada è bloccata per via di un grosso tamponamento tra una dozzina di camion e auto. A quel punto eseguiamo e ci mettiamo in marcia per rientrare in autostrada a Rovigo, ma ovviamente tra la nebbia, il buio e una zona industriale senza troppe indicazioni inizio a perdermi e ad innervosirmi e anche l’elfa comincia a inquietarsi, tanto che all’ennesima strada che si perde nel nulla della campagna mi dice “Senti… siamo stanchi tutti e due e così andiamo solo a cercare guai. Quindi dormiamo qui a Ferrara nel primo albergo che troviamo e torniamo a casa domani mattina con il chiaro.” 
La guardai sconsolato.“Si, ottima idea…ma il problema è di riuscire a trovarla Ferrara...

Dopo aver girovagato per oltre mezzora con l'elfa sempre più inquieta e già sul: "Beh.. ma se non conosci Ferrara, fai guidare me..." per merito del mio angelo custode passandoci davanti riconosco finalmente la sagoma della stazione e subito mi viene in mente che imboccando il lungo rettilineo di viale Cavour sarei finito diritto in corso della Giovecca e lì, a due passi dal castello, c’era l’albergo Europa dove “scendeva” spesso mia madre che, memore dei nostri (molto) lontani fasti di famiglia, negli alberghi non ci andava come tutti i comuni mortali, ma ci “scendeva”, immagino da qualche carrozza immaginaria.


L'espressione da: com'è che conoscevi già quest'albergo? Contamela giusta...

Arrivati finalmente in albergo che erano le nove passate, la gentilissima signora che ci accoglie alla reception ci dice che se volevamo cenare il ristorante era ancora aperto e accettiamo volentieri. Le lascio i documenti e ci accompagna a tavola. Dopo un po’ fa ritorno tutta sorridente e mi dice allegra porgendomi la mano: “Ma con quel cognome lì lei non poteva mica pensare di sfuggirmi. Lo sa? Ma che piacere rivederla dopo tanti anni… io sono l’Elisa, si ricorda di me?” . Francamente non me ne ricordavo, ma decido di non deluderla e reggo il gioco, così finalmente rammento che lei era la giovane figlia dei proprietari che, ospitando l’albergo una ricca colonia di studenti tra cui molti veneziani, spesso e volentieri ne ospitava anche le feste di laurea (tra cui la mia) e quelle di compleanno a cui lei era invitata per definizione anche perché era nostra coetanea e pure carina (e in più portava delle amiche). Terminati tutti i convenevoli e gli amarcord sulle conoscenze comuni mi attraversò di colpo il cervello una strana idea, che sembrava suggerita da una voce arrivata da chissà dove: “Senta… se è libera, potremmo avere la stanza numero tre? Mia madre vi ha dormito diverse volte e si raccomandava che la vedessi perché diceva che era bellissima. Così mi è rimasta la curiosità”.


In posa turistica sulle scale del Municipio di Ferrara

La signora Elisa mi guardò stupita non tanto per la richiesta quanto per la rivelazione.“Come è possibile? Sua madre ha dormito nella stanza di Giuseppe Verdi? Ma quanto tempo fa?” 
Saranno almeno vent'anni… perché?” 
Beh… allora me lo spiego perché la stanza all'epoca era ancora disponibile. Non è una stanza normale, ma sarebbe la suite dove sono passati nel tempo tanti personaggi celebri, però da qualche tempo la facciamo solo visitare ai clienti che ce lo chiedono come se fosse un piccolo museo perché gli arredi sono ancora quelli originali e vorremmo evitare che… “ 
Fece una pausa e prima che le dicessi che se la cosa era un problema sarebbe andata benissimo qualsiasi altra stanza, mi disse. “Va bene… se ci ha dormito la madre ci può dormire anche il figlio, no? Vi chiuderò solo la porta del salottino perché tanto quello non vi serve. Il tempo che cenate e ve la faccio preparare.”. Così, appena alzati da tavola ci condusse a prendere possesso della nostra camera che era comunicante con un salotto graziosissimo arredato con poltroncine, trumeau e tappezzerie dell’epoca, con il soffitto affrescato e tanto di pianoforte usato dal maestro quando era ospite dell'albergo oltre ad avere vari ritratti alle pareti tra i quali uno di Napoleone e Giuseppina, che sembrava fosse stato donato dall'imperatore in persona per riconoscenza dopo un soggiorno (a sbafo). 
Ma quella che ci colpì di più era la camera da letto, insolitamente spaziosa e dalle grandi finestre che si affacciavano proprio sul Corso della Giovecca, arredata con pochi e semplici mobili dell’‘800 che garantivano giusto l’essenziale. L’unico accessorio in dotazione era un piccolo treppiede che, oltre ad un asciugamano in lino con le frange, sorreggeva una brocca e una bacinella smaltate, di quelle che a quel tempo si usavano per le abluzioni). 

Tutto quell'arredo però aveva l’aria di casa perché era identico a quel che mia nonna materna si era portata ai primi del '900 dalle sue campagne del Monferrato. Compreso il grande letto in noce e l’armadio ad un’anta con la specchiera che facevano bella mostra di sé sopra una palladiana di splendide piastrelle in cotto a due sfumature diverse e che profumava di cera. Guardai la stanza affascinato, come al cospetto di un luogo magico in cui mi sembrava di esserci stato da sempre e dopo aver incrociato lo sguardo intenso dell’elfa capii che provava la mia stessa sensazione. Prima di andare a dormire ci regalammo una romantica passeggiata notturna nel silenzio di Ferrara avvolta dalla nebbia e il seguito lo potete immaginare.


Quella che s'impadronisce del tuo pigiama e della tua marmellata e che
tra poco, appena posato il caffelatte, ti rivelerà che avremo un bambino...

La scena seguente si svolge circa un mese dopo questi fatti e siamo in una piovosa mattina di novembre nella cucina della mia minuscola casetta veneziana di calle del Pestrin con vista su tetti e comignoli fradici di pioggia. Stavo trangugiando il caffelatte nel solito disperato e vano tentativo di svegliarmi e di rispondere alle domande: “chi sono, da dove vengo, chi è questa ragazza con il mio pigiama addosso che mi osserva ridacchiando forse perché è la criminale che appena alzata ha spalancato tutte le finestre per farmi prendere la polmonite e, soprattutto, perché sto bevendo questo intruglio inzuppandoci savoiardi infiappiti quando potrei prendere un bel caffè con la brioche calda di forno al bar in calle?”. In quell'istante incrociai lo sguardo dell’elfa (l‘avevo finalmente riconosciuta) che mi fronteggiava apparentemente ostile con le braccia conserte.

Siccome lei potrebbe dare lezioni a Von Clausevitz sull’efficacia dell’attacco preventivo, soprattutto quando si ha la coscienza sporca nei miei confronti, esordì subito con un “Guai a te se ti lamenti dei biscotti scaduti, che in questa casa si buttano sempre via tante cose ancora buonissime…” 
Si, ma erano aperti da due settimane, magari hanno anche fatto le camole…” 
No ho controllato… non ce n’erano” 
Forse perché i savoiardi erano talmente infiappiti che saranno volate a suicidarsi nel caffè, che, tra l'altro, sa di metallo e sembra fatto con le carrube. E’ scaduto anche lui?” 
No, è solo il caffè di ieri riscaldato, così forse capisci che la devi smettere di usare la caffettiera per quattro quando in questa casa siamo in due (breve pausa )…anzi, in tre.


Born in the USL, ma forse concepito proprio a Ferrara

Quest’ultima frase dell’elfa mi sorprese perché arrivando dallo scientifico e avendo fatto economia aziendale, qualche dimestichezza con il far di conto la doveva avere. Ma non feci tempo a farle notare l’errore di calcolo poiché la stessa noncuranza con cui mi avrebbe detto che c'era da comperare il pane, Morena mi disse: "Comunque, non so se ti può interessare... (altra pausa sapiente per dosare l’effetto)... ma credo d’essere incinta! "

Mi cascò il biscotto nella scodella (cosa che odio) e rimasi seduto a guardarla a bocca aperta finché lei riprese con la sua aria da sfottere: "Oh! Guarda che se vuoi puoi anche darmi un bacio, ma solo se ti sembra opportuno... ". Glielo diedi, ma non è questo il punto: quasi certamente sarà successo in un altro momento, visto che in quel periodo ci eravamo messi d’impegno per avere il bimbo che volevamo, però mi diverte ancora pensare che il nostro giovanotto possa essere stato messo in cantiere proprio in quella notte nebbiosa, nella stanza numero tre dell’Albergo Europa e nello stesso letto in noce dove aveva dormito Giuseppe Verdi e forse anche Napoleone con Giuseppina. Mica è da tutti, no?

domenica 5 febbraio 2017

Dell'antica arte veneziana di essere salvati dalle acque e giungere al lieto fine

(continua...)
Lo strillo di terrore di Donatella arrivò una frazione di secondo prima che l’acqua gelida dell’Adriatico mi accogliesse in un ribollire di schiuma e di spruzzi e appena riaffiorai in superficie la vidi in piedi a poppa che stava per lanciare il giubbotto salvagente mentre Vittorio accorreva sul ponte. Il giubbotto cadde in acqua ad una ventina di metri di distanza (la ragazza poteva far di meglio…) incuriosendo alcuni gabbiani che ci seguivano dall'alba e questo mi diede modo di scoprire all’istante quanto fosse difficile tenersi a galla e nuotare quando si è intirizziti dal gelo (l’acqua del mare aperto è freddissima anche d’estate) oltre che in preda ad attacchi di tosse per tutto quello che avevo bevuto. Questo perché quando si cade in mare sarebbe consigliabile tenere la bocca chiusa evitando imprecazioni blasfeme durante il tuffo, dal momento che, nella peggiore delle ipotesi, non sarebbe un buon modo di presentarsi davanti a San Pietro. Essendo per mia fortuna un buon nuotatore, nonostante il giubbotto arancione apparisse e scomparisse tra le onde lo raggiunsi con poche bracciate indossandolo subito e anche se non sembrava portare un grande beneficio in termini di galleggiamento, almeno mi diede subito un senso di sicurezza. Salendo e scendendo come un turacciolo a mia volta tra un’onda e l’altra osservai la nostra imbarcazione che si allontanava rapida sotto la spinta dal vento e ormai era già distante un centinaio di metri da me. 


Vele bianche nel Golfo di Trieste, forse in rotta per l'Istria

Ora non la voglio fare tragica, ma cadere in acqua da una barca a vela è molto peggio che farlo da un motoscafo, dove devi stare solo attento a tenerti lontano dall'elica. Questo perché i tempi per tornare a recuperarti sono assolutamente diversi. Al motoscafo basta fermare i motori e inserire la retromarcia per consentirti di raggiungerlo o fare una virata per essere sul posto in un baleno, mentre la barca a vela, che spinta dal vento non può frenare, andando di media a otto o nove nodi (circa una ventina di Km ora) si allontanerà di parecchio e dovrà fare necessariamente delle manovre e dei bordi per invertire la rotta. Dunque, immaginavo che la nostra barca non sarebbe tornata a ripescarmi prima di una decina di minuti.  Questo mi mise addosso l’ansia di non farcela a resistere per tutto quel tempo anche perché iniziavo già a battere i denti e a sentire i brividi, non so se per la temperatura dell’acqua o per la paura che poi non riuscissero più a localizzarmi. Invece, Vittorio accese il motore diesel che usava per le manovre o le giornate di scarso vento e tornò sui suoi passi così presto che nel giro di qualche minuto potei afferrare la biscaglina di poppa e un paio di robuste braccia per issarmi a bordo. Ora, le prime parole che avrei voluto sentire da Donatella appena le fui di fronte grondante acqua erano del genere affettuoso e preoccupato. Qualcosa di materno del tipo “Povero amore mio, come ti senti? Stai bene? Mi hai fatto prendere uno spavento…”. Invece, precedute da uno sguardo furente, subii una specie di aggressione strillata e gesticolante.
 “Ma sei scemo? Come hai fatto a cadere? Solo a te succedono queste cose!” .


Pirano, la meta involontaria della nostra gita in tutto il suo splendore

Ora, siccome il sangue non è acqua malgrado la quantità che ne avevo bevuta, mi venne subito la voglia di rispondere per le rime facendole notare che se una prende in mano il timone, invece di dare poi dello scemo agli altri, sarebbe meglio che evitasse di far sbandate o di mettersi in filo vento facendo afflosciare di colpo le vele mentre c’è qualcuno in movimento sulla barca e che in ogni caso, a proposito di cadute in acqua tragicomiche, ricordavo benissimo la volta che ormeggiando la barca al Diporto lei aveva messo un piede sul pontile mentre l’altro era rimasto a bordo ignorando che le barche si allontanano anche solo per una piccola spinta (ricordavo pure come si fosse offesa a morte per le mie risate e quanto mi fosse costato il mazzo di rose per riprendere le relazioni diplomatiche con quella permalosa). Per sua e mia fortuna un nuovo e violento attacco di tosse per liberare i polmoni all'acqua, m’impedì di dirle tutto quel che pensavo. Vittorio, invece, dopo un principio di sgridata per l’imprudenza di non indossare il giubbotto intimò a sua figlia di non rompermi ancora le scatole e di lasciarmi andare in cabina a togliere i vestiti  fradici che in seguito vennero sciacquati in acqua dolce, strizzati e appesi ad asciugare a prora, così che saremmo entrati in porto a Pirano con le mie braghe, la polo, i calzini e i boxer a disegni scozzesi  messi in bella vista e al vento a far da gran pavese. 

Mentre padre e figlia riprendevano la navigazione dirigendo la prora verso il porto me ne restai seduto dentro la cabina a tossicchiare e a battere i denti avvolto in un telo da bagno rimuginando rancoroso sull'accaduto e sul comportamento sgradevole di Donatella, fino a che non la vidi scendere sottocoperta. Mi fece cenno di alzarmi con fare imperioso e senza dire una parola, poi, dopo aver spostato i cuscini del divanetto dove ero seduto che di notte diventava il letto di suo padre, si mise a frugare nella cassettiera portaoggetti sottostante. La guardai quasi con fastidio per quell'atteggiamento ostile.
"Stai cercando qualcosa per darmi il colpo di grazia?"
"No... mi piacerebbe, ma non posso finché c'è mio padre che guarda"
“Allora cosa sei venuta a fare?”
“Due cose importanti… la prima è questa” 
Mi mostrò una bottiglia di Glenfiddich comparsa dal nulla, poi dopo aver sciacquato uno dei bricchetti in metallo con cui bevevamo il caffè lo riempì generosamente di whisky e me lo porse.
“Buttalo giù, papà dice che ti farà bene…  toglie l’umidità e lo spavento”.


Entrare in porto con le luci dell'alba è un'emozione da provare una volta nella vita

Il primo sorso di liquore per via del sale che ancora m'impiastricciava la bocca, in un primo momento mi sembrò disgustosamente aspro e forte scendendo lungo la gola e nello stomaco come un'onda rovente, ma poi giunse l'atteso effetto tonificante tanto da restituirmi la vis polemica, prima piuttosto inumidita.
“Avendo escluso il colpo di grazia, la seconda cosa che volevi fare era per caso quella di verificare che non fossi morto per dirmene ancora?”
No, affatto… volevo invece scusarmi con te per come ti ho trattato prima. Ero terrorizzata dal fatto che avessi rischiato di morire per colpa mia ed appena ti ho visto in salvo, come per reagire alla paura che mi avevi fatto prendere ho avuto una reazione nervosa da stupida. Mi scusi?”.

Buttai giù di fila un paio di sorsate di whisky tanto per riavermi dallo stupore di quell'ammissione di colpa inattesa che doveva esserle costata parecchio ben conoscendo quanto Donatella fosse orgogliosa e, visto che tra i poteri tonificanti del Glenfiddich c’era anche quello di renderti magnanimo, le sorrisi.
Certo che ti scuso…  ma perché dici che è colpa tua?
Lei mi guardò stupita per quella domanda che considerava superflua.
Dai… lo sappiamo tutti e due che è stata colpa mia. Mentre mi sedevo al tuo posto ho mosso per sbaglio il timone e ho perso il vento facendo afflosciare le vele, così istintivamente ho dato un colpo di barra per riprenderlo ma in quel momento ho preso l’onda e la barca ha avuto uno scarto, così tu hai perso l'equilibrio e sei volato fuori bordo…”
“Quello che dici ti fa onore, ma sono cose che possono succedere a tutti, non sentirti in colpa e poi anch'io avrei potuto tenermi meglio alle sartie o al corrimano sulla tuga, quindi diciamo che tutti e due ci abbiamo messo del nostro per movimentare la mattinata”
“Già… ma per movimentarla di meno avresti anche potuto indossare il giubbotto salvagente come ti avevo chiesto di fare…”
“Hai ragione e ti chiedo scusa per non averlo fatto… ma tanto sapevo che me l’avresti lanciato”.
"Ne sei così sicuro?"
"Certo... non ti saresti mai persa l'occasione di sgridarmi da vivo, anche se per un attimo ne ho dubitato vista la distanza a cui me lo avevi lanciato."



La bellissima passeggiata lungo il mare a Pirano

Lei annuì dedicandomi un mezzo sorriso mentre le riconsegnavo il bricchetto vuoto, poi mi osservò preoccupata.
Tremi tutto… hai i brividi. Vuoi che ti prepari qualcosa di caldo? Magari un caffè…
Conoscendo bene il sapore indegno del caffè liofilizzato che veniva servito su quella barca, preferii rinunciare.
E’ vero… sto ancora battendo i denti e non riesco a fermarmi. L’acqua sembrava ghiacciata. Comunque più che di una bevanda calda per lo stomaco ho bisogno di scaldarmi le ossa. Non avete qualcosa da mettermi addosso? Questo telo da bagno sembra più impregnato di umidità che altro…
Potrei darti uno dei lenzuoli, ma non credo serva a molto anche perché sulle barche l’umidità è di casa e se vieni su in coperta con tutte le nuvole che ci sono questa mattina trovi più vento che sole…”
"Che se mi va bene mi predo un torcicollo, altrimenti la pleurite..."
"Non fare l'esagerato... diciamo che non migliorerebbe la tua situazione."
Fece una pausa come se stesse valutando qualche altro sistema per risolvermi il problema, poi disse: Forse è meglio che ci pensi io a scaldarti con il calore del corpo. Mettiti sdraiato…”
Obbedii all'istante e lei, anche se stare in due su quel lettino minuscolo era un vero gioco d’incastri, si stese al mio fianco abbracciandomi.
“Va meglio ora?”
“Si…credo di si”
Avrei voluto dirle (ma forse lo capiva da sola) che trovavo molto confortevole il calore del suo corpo contro il mio, ma fui sopraffatto da un nuovo attacco di tosse.


L'ingresso al porto di Pirano con i due faretti rosso e verde


Donatella mi guardò sorpresa e incuriosita.
Beh? Cosa sarebbe questa tosse? Non sei più abituato alla mia presenza o ti è andato il whisky di traverso da quanto te lo sei scolato alla svelta? Non mi dire che hai ancora acqua nei polmoni...
“Non fare ironie gratuite. Anche se non lo credi è proprio così. Grazie alle tue manovre inconsulte ho bevuto qualche litro di Adriatico, lo sai? In certi momenti mi sento ancora soffocare."
"Poverino, quanto ti ho fatto soffrire..."
"Senti... invece di prendermi in giro, non è che mi faresti la respirazione bocca a bocca?”
Mentre le parlavo avvertivo il sibilo dei miei bronchi irritati che sembravano una zampogna e feci un respiro a fondo perché lo sentisse anche lei.
Donatella sorrise maliziosa.
“Abbiamo un medico a bordo, Se vuoi chiamo papà che te la fa lui….”
“No, dai… non disturbarlo che è al timone e deve fare le manovre. Sei sua figlia, la saprai fare anche tu, no?”
“Certo… ho fatto il corso di pronto soccorso”
“Allora me la fai? Sto malissimo, te l’ho detto che non riesco a respirare” (mi produssi nuovamente in una tosse stizzosa per incoraggiarla, battendomi anche più volte il pugno sul petto per teatralizzare la cosa)
Assolutamente no… in primo luogo perché nel tuo caso non serve a nulla e in secondo luogo perché, conoscendoti, so che poi ci metteresti la lingua
No, dai … ti giuro che non la metto” (altro colpetto di tosse)
Su cosa giuri?”
“La mia chitarra…”
“Troppo facile. Ricordo benissimo che mi hai detto che la stavi per cambiare. Giura su qualcosa a cui tieni di più”
“Mio fratello va bene? Che possa essere subito lasciato dalla sua ragazza se…”
“Questa è pura invidia perché so che piaceva anche a te… giura sulla Carla II che possa affondare in mille pezzi se solo ci provi”
“Lo giuro sulla mia barca” (la voce usci esitante e fioca come quella di Violetta della Traviata un attimo prima di accasciarsi consunta dalla tisi)
“Ripetilo, che non ho sentito bene…”
“Giuro sulla mia barca, che possa essere travolta dalle eliche di una petroliera e triturata a julienne come le carote”
Lei mi guardò soddisfatta poi posò le sue labbra sulle mie.
La lasciai fare per qualche secondo, anche se il suo metodo di respirazione bocca a bocca si rivelò subito piuttosto insolito.
“Ehi! Ma la lingua la stai mettendo tu…”
“Lo so… lo so… lasciami lavorare…”


Piazza Tartini, il cuore di Pirano

La sua tecnica di rianimazione, anche se poco ortodossa, a testimonianza della validità del corso infermieristico che aveva seguito produsse subito dei benefici effetti sul paziente che divenne immediatamente collaborativo e la faccenda sarebbe degenerata alla svelta se non fosse stato per il rumore di ferraglia dell’ancoretta di prora che scendeva attraverso la cubia per tuffarsi nell’acqua del porto di Pirano e che ci indusse a rimettere a posto le cattive intenzioni facendoci subito ricomporre. 

Una volta ultimate le manovre d’ormeggio Vittorio, che oltre ad essere molto pragmatico era anche un uomo di mondo, bussò con discrezione sulla porticina della cabina prima di affacciarsi, poi dopo aver chiesto alla figlia notizie sulla mia salute ed avendo constatato con i suoi occhi come fossi perfettamente guarito, forse anche troppo, le disse:
Donatella, Io vado alla capitaneria e in dogana a fare le pratiche e a pagare per l’ormeggio, poi vado a fare un po’ di cambusa al supermercato. Tu prenditi cura del naufrago e ci vediamo con comodo a mezzogiorno sul molo davanti al ristorante Tri Vdove, che dopo tutte queste ore di mare ci meritiamo una bella scorpacciata di pesce.”
Una volta rimasti soli a bordo, essendo sua figlia una ragazza molto obbediente, come da istruzioni ricevute si prese cura del naufrago che apprezzò moltissimo quel lieto fine sperato da tempo e più che meritato.

lunedì 16 gennaio 2017

Dell'antica arte veneziana di cadere in acqua dalla barca a vela in navigazione.


La sera seguente all’esproprio brutale della Carla II e al mio conseguente abbandono sull'isola di Sant’Erasmo arrivò, subito dopo cena, una telefonata gentilissima di Vittorio, il padre di Donatella, che aveva appreso da uno dei custodi del Diporto Velico di come la figlia vi avesse ormeggiato abusivamente una barca non sua. Avendo chiesto spiegazioni all'interessata, che dopo una prima spiegazione fantasiosa era crollata indecorosamente ammettendo tutto, ora si scusava con me per l’accaduto e mi ribadiva l’invito a bordo per la gita in Istria della settimana seguente. Mi disse anche di aver sgridato a dovere la figlia per il suo comportamento indecente e la cosa mi diede un certo compiacimento postumo. Tralasciai però di riferirgli la faccenda del ceffone (anche se Donatella era stata la prima donna dopo mia madre a darmene uno e la cosa bruciava parecchio nell'orgoglio) e di rivelare a quel brav'uomo che sua figlia, oltre ad essere una piratessa che si appropriava di vascelli altrui, si era rivelata anche piuttosto manesca. Anzi, la nobiltà d’animo che da sempre scorre nel mio sangue arrivò al punto di intercedere per un gesto di clemenza nei confronti della poverina quando seppi che era stata anche messa in castigo con divieto di uscire per tutta la settimana, attribuendomi un concorso di colpa per averla provocata con delle considerazioni inopportune di cui mi scusavo.

Siccome la facevo un po’ troppo lunga, alla fine Vittorio, che come tutti i chirurghi era un uomo assai pragmatico, tagliò corto dicendo: “Senti… è inutile che mi racconti tutte queste storie di malintesi e di bisticci che sapete solo voi. Ci aspettano lunghe ore di navigazione a contatto di gomito e quindi avrete tutto il tempo di guardarvi negli occhi e di chiarirvi. Ho già detto a Donatella e ora lo dico anche a te, che il primo di voi due che crea problemi a bordo con ripicche e musi lunghi, lo butto in mare e se ne torna a casa a nuoto. E’ chiaro questo punto?”. 

Gli dissi di sì con qualche apprensione perché non sapevo sino a che punto scherzasse e lo salutai. La mattina dopo andai a riprendere la Carla II al Diporto velico di Sant’Elena e con mia grande sorpresa la trovai tirata a lucido come non l’avevo mai vista e perfino con il pieno di benzina. Al momento di slegare gli ormeggi uno degli addetti mi consegnò un cartone da tre bottiglie di Chardonnay che, come diceva lo scherzoso bigliettino allegato, rappresentava la “pecunia doloris” e l’invito a chiudere la faccenda bevendoci sopra. Cosa che feci diligentemente nei giorni successivi.


In uscita verso il mare aperto, costeggiando il Lido...

Il giorno della partenza, arrivato sul pontile del Diporto Velico verso le sei di sera, scorsi subito Donatella che stava sistemando degli attrezzi nel vano del pozzetto di poppa della barca. Doveva essere ancora arrabbiata perché pur non essendo difficile scorgere un giovanotto di un metro e ottantaquattro con una sgargiante polo rosso lacca (volutamente uguale alla sua come segnale di pacificazione), sembrava ignorare la mia presenza. Al mio saluto cordiale rispose con un “Ciao” che sarebbe suonato anche bene se non fosse che subito mi parve di cogliere l’aggiunta di un “…onzo” che non doveva esserci. Così le chiesi conto di quell'atteggiamento ostile e lei sibilò che avevo una bella faccia tosta ad essere lì e che se avessi avuto un minimo di intelligenza avrei dovuto declinare l’invito perché potevo ben immaginare che lei non avrebbe avuto alcun desiderio di vedermi dopo la sgridata che aveva preso per colpa mia (colpa mia?) e della mia stronzaggine (quale?) . Poi mi avvisò perentoria che suo padre aveva finito il turno in ospedale e stava arrivando e dunque, se proprio volevo venire via con loro, di sistemare la mia borsa nel microscopico e scomodissimo vano delle cuccette di prora, una specie di loculo caldo e umido dove sarei stato alloggiato per espiare le mie colpe. Aggiunse anche, casomai avessi avuto qualche idea bizzarra, che lei avrebbe dormito nella cabina principale con suo padre e di non rivolgerle mai la parola se non per questioni strettamente legate alla vita di bordo. 

Essendo uno che qualche piccola permalosità ogni tanto se la concede, di fronte a tanta ostilità verso la mia persona le risposi che se le cose stavano così l’avrei liberata subito dall'incomodo della mia presenza tornandomene a casa e l’ invitai a trovare una qualche scusa credibile con suo padre. Purtroppo, proprio in quel momento, a rovinare la mia virile impennata d'orgoglio arrivò tutto allegro Vittorio, carico di provviste e pacche sulle spalle al suo nocchiero e così dovetti salire a bordo tra un ribollire di sguardi inviperiti, come se anche quella fosse stata colpa mia.

Tra una cosa e l’altra mollammo gli ormeggi all'imbrunire da S.Elena, con direzione golfo di Trieste, superando ben presto la boa del miglio fuori dalla diga di S.Nicolò. C'era una buona brezzolina da terra e la barca filava bene su di un mare Adriatico in formato estivo, liscio come l’olio. Le uniche parole che mi aveva rivolto Donatella sino ad allora erano state: “Passami quella cima” e “Attento al boma che facciamo il bordo” (quest’ultima con qualche sforzo, perché immagino che l’idea di vedermi colpito sulla nuca dal boma durante la virata le avrebbe fatto piacere). Per il resto un muso lungo e occhiatacce da far spavento, tanto che mi domandai se suo padre avrebbe davvero messo in atto anche con la prole la sua minaccia di buttare fuori bordo i piantagrane. 

Per fortuna, la crescente tensione a bordo venne interrotta da un grosso cabinato che dopo aver navigato di conserva con noi fino all'uscita in mare aperto, quando pensavamo che se ne sarebbe andato per i fatti suoi sul più bello ci puntò deciso illuminandoci con il faro di bordo e con il brontolio minaccioso dei suoi due entrobordo che si avvicinavano in rotta di collisione. Ci ponemmo di conseguenza quesiti preoccupati sulla natura e le intenzioni del nostro visitatore. Poteva infatti essere la Guardia Costiera o la Finanza che aveva deciso di farci un controllo ed in questo caso ci sarebbe stato solo da mettere la mano sul portafoglio, perché, per quanto uno si doti di tutte le mille carabattole prescritte per i natanti, quando quelli si mettono in testa di rovinarti il week-end o il conto in banca, puoi star tranquillo che una qualsiasi cosa scaduta o fuori posto te la trovano.


In ricordo di Vittorio, grande uomo di mare e persona stupenda,
 che sono certo starà navigando in mari lontani e bellissimi


Il bestione intanto aveva compiuto una virata affiancandosi a noi, ma tenendosi ad una decina di metri di distanza. La barca era tutta illuminata a giorno. Due belle giovanotte in costume da bagno ci facevano ciao ciao con la manina confermandoci che non si trattava della Guardia Costiera o della Finanza. Seduto sulla poltrona di cuoio, in plancia, c'era un signore sulla quarantina che, sarà stata l’impressione, ma aveva l’aria da parvenu dell' industrialotto di provincia che ha fatto i soldi alla svelta con i mobili o il calzaturificio e si è comprato la barchetta da venti metri. Mi venne anche qualche dubbio sul grado di parentela delle due signorine in coperta, che immaginai destinate al sottocoperta. Siccome una malignità tira l'altra, pensai anche che, seduto così alto sul mare, anziché ricordare l’ammiraglio Nelson in plancia della Victory a Trafalgar, quel tizio ricordava più che altro un conducente di trattore e non ci andai molto lontano perché il nostro prese il megafono gridando con voce tonante: "Scusate!... da che parte per Portorose ? ". 
Restammo tutti basiti per la sorpresa. Vittorio fu il primo a riprendersi e gli rispose indicando un punto lontano all'orizzonte: "Guardi, è molto facile... lei vada sempre diritto in quella direzione, appena è in vista del faro di Pirano, giri a destra... e poi chieda !" e aggiunge velenoso: " ...non può sbagliare !".
Quello ringraziò, mise la prua nella direzione indicata e ripartì bruscamente con due grossi baffi di schiuma, mentre le ragazze facevano ancora ciao ciao e noi, sballottati dalle onde, respirammo il fumo acre dei suoi motori. Di lì a poco sparì alla vista con il suo bestione inutilmente irto di antenne e radar e noi, tutti assieme, scoppiammo finalmente a ridere fino alle lacrime.


Il campanile di Pirano, copia in scala ridotta di quello di San Marco

Tornata almeno una parvenza di serenità a bordo, poco dopo Vittorio ed io, seduti accanto nel pozzetto di poppa, chiacchieravamo amabilmente su come organizzare al meglio la giornata che ci attendeva e soprattutto i turni al timone di notte, mentre giù in cabina sua figlia, con una dimostrazione di alta scuola culinaria, stava aprendo la scatoletta di tonno da versare sugli spaghetti in cottura. Nella nostra scia gorgogliava da un’ora una bottiglia di pinot grigio legata ad una cima e messa in acqua a rinfrescarsi proprio mentre stava scendendo rapida la notte e il mare ci regalava gli ultimi bagliori rossastri. Appena gli spaghetti arrivarono pronti e fumanti nei nostri piatti di plastica, la bottiglia venne recuperata e brutalmente decapitata con un colpo secco contro il bordo metallico del verricello (chissà mai perché sulle barche deve mancare sempre il cavatappi...) poi di chiacchiera in chiacchiera e di bicchiere in bicchiere, quando ormai le luci di Jesolo e Cortellazzo erano lontane sulla nostra scia si decise che Vittorio avrebbe fatto il primo turno fino alle tre del mattino e io il secondo sino alle sette. Donatella, invece, che si era ritirata subito dopo la cena a leggere in cabina per non prendere parte alla discussione, avrebbe dormito tranquilla fino all'alba. 



Le tipiche callette istriane, tanto simili a quelle veneziane

Verso le due, dopo un sonno a strappi per il caldo umido di quella specie di loculo e le dimensioni ristrette del lettino che mi costringevano a stare rattrappito senza poter distendere le gambe, raggiunsi Vittorio per dargli il cambio e prendere una boccata di aria fresca che mi togliesse dal naso l’odore misto di muffa e salso della caletta delle vele che mi toglieva il respiro. Fumammo assieme una sigaretta mentre sopra le nostre teste incombeva una stellata strabiliante e tra le luci lontane della costa e noi si vedevano solo i fanali di posizione di un mercantile in navigazione verso Trieste. Subito dopo mi diede le consegne riguardo alla rotta e se ne andò a dormire, lasciandomi al timone con le mie angosce notturne da solitudine in mezzo al mare. Ad un certo punto, per scacciare tutti i fantasmi che la mia fertile immaginazione produceva in continuazione ad ogni gorgogliare dell'acqua contro lo scafo mi misi a canticchiare qualsiasi canzone scema che mi veniva in mente, finché, verso le tre e mezza, preannunciata dall'accensione della luce della sua cuccetta Donatella si affacciò sulla porta della cabina facendomi sentire subito in colpa.
"Oddio, scusami.. ti ho svegliata io cantando?"
 “No, ho caldo e non riesco a dormire. Poi con papà che russa in quel modo… ti spiace se ti faccio compagnia?”
No, affatto… stare al timone da solo in mezzo al buio e al silenzio della notte, un po’ ti esalta perché sai che hai la responsabilità degli altri che si sono affidati a te e un po’ ti angoscia perché l’oscurità e la solitudine ti affollano i pensieri di tutti i possibili fantasmi…”
“Compreso il calamaro gigante che ghermiva nottetempo i marinai dei pescherecci. E' per quello che canticchiavi vero? ”
“Già! Compreso quello…. ad ogni fruscio insolito dell’acqua lungo lo scafo pensi che sia arrivato il tuo momento e aspetti di sentire il tentacolo che si posa sulla schiena”
Sia pure al chiarore fioco delle luci di navigazione vidi balenare un sorriso sul viso di Donatella per la prima volta da quando ero salito a bordo. “Per come cantavi avrebbe fatto bene a trascinarti negli abissi, comunque, senti... visto che siamo tranquilli e nessuno ci ascolta..."
"A parte il calamaro..."
"Sì, ma tanto non capisce. Comunque, ti va di parlare di noi? Vorrei riprendere quel che ci stavamo dicendo a Sant’Erasmo prima che tu te ne uscissi con quelle stupidaggini
Sai che non posso buttarmi a mare per sfuggirti, quindi procedi pure, ma ti ricordo che la barca è già tua, dunque non avrebbe senso impadronirsene con la forza. E comunque vada la discussione stai ferma con le mani che non voglio altri schiaffi…”.
Lei sorrise di nuovo, con un piccolo lampo maligno negli occhi." Tranquillo, al massimo se mi dici un'altra cavolata farai un giro di chiglia, niente di più..."

Così, in uno spettacolare show-down notturno ci rinfacciammo di tutto. Dal mio scarso impegno per laurearmi al suo limbo di signorina benestante e nullafacente a pensione completa dalla cara mamma. Giungemmo poi a toccare i miei amici del ramo politica/sezione che lei non sopportava, così come io non sopportavo quelle oche petulanti delle sue compagne di scuola, per finire, ormai esausti, con sua madre che s’impicciava di tutti i fatti nostri e la mia che mi viziava troppo (mio fratello forse, ma io quando mai?). Alla fine, siccome una conclusione ci doveva pur essere, decidemmo che essendoci comunque stato un chiarimento, non ci saremmo rimessi assieme per manifesta incompatibilità, ma però almeno l’amicizia era salva. Guardai l'orologio, erano le quattro e mezza passate e mi ricordai che avrei dovuto accostare almeno mezzora prima, ma in fondo c'erano cose più importanti da risolvere e un errore di rotta lo si poteva anche rimediare in seguito, tanto nell'Adriatico mica ci si perde, dunque Donatella ed io facemmo il bordo senza troppi pensieri e puntammo decisi verso la linea scurissima della costa che intravvedevo nella luce fioca della luna.


sorge il sole sule coste istriane, aspre e appuntite come l'umore di Donatella

Verso le cinque e mezza del mattino quella che sembrava una capocchia di spillo rossastra che faceva capolino all'orizzonte iniziò a fendere il cielo fino a diventare un’enorme sfera arancione che svelava il contorno della costa istriana facendo scintillare le onde. Non avevamo finito di guardare estasiati lo spettacolo clamoroso della luce che vince sul buio della notte che Vittorio, che già sentivo armeggiare con le pentole nel cucinino, si affacciò al boccaporto della cabina con i (radi) capelli tutti arruffati. “Allora, nottambuli che non siete stati zitti un minuto, che ne direste di un bel caffè bollente?
Diremmo che è un’ottima idea… anche perché ormai siamo in vista di Umag, mancherà, si e no, un’oretta di navigazione, forse anche meno “
Vittorio guardò l’orologio poi guardò verso la linea verde scuro della costa che ormai era illuminata dalla prima luce del giorno e ci squadrò sorpreso. “Davvero siamo già in vista di Umago? Ma avete seguito la rotta con la bussola come vi avevo detto di fare? Siamo in anticipo di quasi un’ora sui miei calcoli. Come avete fatto ad arrivare così presto? ”
Non so, non abbiamo fatto nulla di particolare… abbiamo semplicemente proseguito la rotta fino a quando abbiamo visto in lontananza il faro della Vittoria di Trieste e le luci della città. A quel punto abbiamo accostato di quaranta gradi a dritta come ci aveva chiesto di fare, poi appena abbiamo visto il faro sul promontorio di Savudrija abbiamo messo il timone in quella direzione da almeno un'ora e ormai il porto di Umag si vede a occhio nudo. Siamo stati bravi, no?
"Avete visto il faro e le luci di Trieste da questa distanza? Ma siete sicuri? Non è che avete visto Lignano o Grado?"
Guardai in cerca di appoggio Donatella, che però aveva assunto un'aria imbarazzata e colpevole che non le conoscevo, così fui costretto ad assumere le mie responsabilità di ufficiale di rotta.
"Beh... sì sono quasi sicuro che fosse il faro di Trieste, almeno doveva essere lui... il suo fascio di luce era molto forte e la città sembrava grande. Comunque, quelle che si vedono la in fondo sono le prime case di Umago e tra poco si dovrebbe scorgere anche il porticciolo da diporto. "
Vittorio prese il binocolo e guardò verso la costa, poi si rivolse a noi ”Vi sentireste molto imbarazzati se vi dicessi  che siamo in vista di Pirano?
Donatella ed io rispondemmo all'unisono stupiti
“Pirano? Ma è più a nord, come è possibile?”
"E' possibile se siete fuori rotta... vi dice niente che abbiamo la penisola di Savudrija sulla nostra destra invece che a sinistra?"



Quando si naviga distratti nella notte capita a tutti di sbagliare un faro, suvvia..
la rotta tratteggiata è quella che avrei dovuto seguire se non mi fossi messo a chiacchierare.

La vista di quel promontorio e delle sue pinete che erano del tutto fuori posto rispetto a dove avrebbero dovuto trovarsi, mi diede un lungo brivido di sgomento.
"Oddio! ma quindi quella è Savudrija?"
“E' proprio lei... quindi ora vediamo di capire cosa avete combinato. Tanto per iniziare, avete accostato all'ora prevista?”
“Più o meno…”
“Più o meno di quanto?”
“Diciamo una mezzora dopo… comunque, appena scorto quel faro poi abbiamo navigato a vista ”
“Purtroppo lo vedo. Diciamo invece che chiacchierando tra di voi vi siete dimenticati di virare al momento giusto, siete andati lunghi sulla rotta di oltre un'ora e quindi a quel punto per mettere la prora verso Umag dovevate accostare con un angolo maggiore.  Poi, navigando a vista avete fatto una confusione dannata tra i fari e le luci della costa, che chissà cosa avete visto.  Magari, se vi foste presi il disturbo di guardare la carta nautica con la traccia della rotta e i tempi di percorrenza che vi avevo lasciato apposta… comunque non è un dramma, tanto a Pirano ci dovevamo andare domani, vorrà dire che faremo al contrario”.
Poi, dopo aver osservato il filo di lana appeso alle sartie per indicare il vento e la sua direzione  mi disse: “Fila subito a prora a tirare giù il fiocco che mettiamo il genoa. Con questo bel vento da terra ci fa andare più veloci. Il fiocco lo rimettiamo vicino alla rada per andare di bolina e manovrare…”. 
Scese in cabina per prendere il sacco con la vela da sostituire ed io, dopo aver consegnato il timone a Donatella, mi alzai per raggiungere la prora. Lei mi chiese di indossare il giubbotto salvagente come si dovrebbe sempre fare quando si fanno le manovre, ma essendo notoriamente persona prudente e razionale non le diedi retta anche perché faceva caldo e mi impacciava.



Lo stretto passaggio per andare a prora e la sartia che non colsi...

Invece avrei dovuto farlo perché quando ci si sposta in coperta su una barca a vela è necessario tenersi sempre a qualche appiglio, poiché spesso la superficie è bagnata e scivolosa oppure mare mosso e vento possono giocare dei brutti scherzi. Nel mio caso per trasferirmi dal pozzetto di poppa fino a prora dovevo costeggiare la tuga tondeggiante della cabina lungo un passaggio largo meno di un piede e tenendomi alle sartie di acciaio dell’albero maestro. Lo avevo fatto centinaia di volte, ma quella mattina vuoi per la stanchezza, vuoi perché Donatella forse aveva messo le vele in filo vento oppure aveva preso un’onda di prora, la barca ebbe come uno scarto improvviso e la mia mano diretta verso il primo cavo d’acciaio brancolò nel vuoto. Così, chinandomi istintivamente in avanti per afferrare almeno la battagliola, persi definitivamente l’equilibrio e volai fuori bordo con un bellissimo tuffo di testa. 
(continua...)