mercoledì 27 dicembre 2017

Di noi che eravamo bambini quando le Topolino amaranto le vedevi davvero per strada.


"Sulla Topolino amaranto... si va che è un incanto... nel’46 " cantava Paolo Conte in una sua bellissima canzone che ogni volta che la sento ha il potere di farmi naufragare nelle più vorticose malinconie. Perché io (ahimè!) le Topolino amaranto le ho viste di persona e di quegli anni dell’immediato dopoguerra e di quel modo di vivere (e anche dei suoi valori...) conservo ricordi ancora molto intensi e profondi. Che ora provo a raccontare.

La nostra vita, all'inizio degli anni '50, era semplice e senza aspirazioni consumistiche. Eravamo tutti, insomma, dignitosamente poveri e impegnati (parlo degli adulti, naturalmente...) a rimettere in piedi la nostra cara e sgangherata Italietta, uscita a pezzi dalla guerra. Infatti, pur in mezzo a tante vicissitudini, le fabbriche al nord, sgomberate le macerie, stavano lentamente riavviando la produzione e di lì a poco la povera gente del sud avrebbe lasciato le sue terre per affrontare (come i loro padri agli inizi del secolo) la dura vita dell’emigrante. E con loro tanti veneti e friulani (anche se oggi, che siamo benestanti, facciamo finta di essercene dimenticati...). Quando nel 1956 avvenne l'incendio drammatico nella miniera di carbone belga di Marcinelle, delle 256 vittime di quel giorno oltre la metà era italiana e proveniente da tante regioni diverse. Del resto, in quell'epoca, nelle varie miniere del belgio lavoravano 44.000 minatori italiani, oltre un terzo del totale.

Le merci che non fossero generi di prima necessità avevano ripreso gradualmente a tornare nei negozi, ma la gente aveva ancora come necessario punto di riferimento lo stile di vita spartano degli anni di guerra e, d'altronde, non è che ci fosse molto da spendere nel superfluo. Anzi, in verità non c'era di che spendere tout court. Vi era, infatti, una larga fascia di popolazione che viveva in condizioni di reddito che oggi definiremmo d’estrema povertà ed anche la borghesia, che pure stava un tantino meglio, si arrangiava secondo livelli di vita che oggi considereremmo inaccettabili (quantomeno dai nostri viziatissimi figli...).


1951 all'Alpe di Siusi con il latte e lo Sciliar

Noi, grazie alla pensione del nonno e allo stipendio (da statale, quindi magro per definizione...) di papà stavamo abbastanza benino, ma non tanto da permetterci quei due pasti completi al giorno cui oggi ci sottoponiamo con esiti fatali per la linea. La sera, come cena, la mamma ci presentava, infatti, un bel caffelatte (con la miscela Leone...) con tanto pane vecchio da inzuppare e - subito dopo - buonanotte, bacino e tutti a nanna. L'arancia, fonte invernale di vitamine, era solo alternativa perché con il caffelatte non ci stava e poi c'era da fare i conti con il proverbio secondo il quale "L'arancia è d'oro al mattino, d'argento al pomeriggio e di piombo alla sera". Inoltre, quando eravamo a Taranto, al mercato si trovavano quasi sempre solo le "arance vanigliate", una varietà dolciastra e stucchevole che non mi piaceva affatto anche perché era piena di semi. Quindi vi rinunciavo volentieri

Nelle famiglie dell’epoca, poi, non si buttava via niente. Mamme e nonne erano delle sapienti esperte d’ogni sorta di riciclaggio di materiali domestici. Bucce d’arancia, pane raffermo, mozziconi di sapone, giornali vecchi, fiammiferi usati... tutta roba che oggi finirebbe senza remissione in pattumiera e che allora era riportata a nuova vita con una fantasia illimitata. Non parliamo poi degli avanzi di cucina, dove si sfiorava il sadismo. Il pane vecchio che non finiva nel caffelatte o che non era tostato per la grattugia (e la relativa passata al setaccio...), era riproposto bollito con una cipolla e un filo d’olio e denominato pan bògio. La sua versione extralusso prevedeva anche l’incorporazione nella minestra fumante di un uovo crudo. Detto uovo crudo costituiva talvolta anche la mia colazione. Ricordo ancora con apprensione gli sforzi sovrumani per succhiarne il contenuto attraverso i forellini che la nonna praticava in punta di forbice e l’improvviso sblòpp! con cui il tuorlo e l’albume viscido mi riempivano sgradevolmente la bocca. Nel polpettone del venerdì finiva di tutto, tanto da essere conosciuto presso molte famiglie (e anche alla mensa FIAT) con il sinistro appellativo di Milite ignoto. La mia mamma produceva abilmente un finto sugo di carne che era composto da un soffritto di tutte le verdure e gli aromi che insaporiscono il ragù. Ma della carne - che si mangiava si e no una o due volte la settimana - neppure l’ombra. Del resto, in quegli stessi anni, nelle campagne del nostro Veneto, allora molto povere e spopolate dall’emigrazione, le famiglie mangiavano in un rito collettivo la polenta versata fumante sul tavolo e da insaporire toccando fuggevolmente la sardèa affumicata appesa con un filo alla lampadina, mentre nelle sere d’inverno, si ritrovavano insieme con le altre famiglie vicine, nelle tiepide stalle, per fare quei filò da cui provengono tante bellissime storie contadine che, purtroppo, sono state in gran parte tramandate unicamente a voce.


Quando l'Aviere arrivava a Venezia con la squadra navale, era festa grande
perché papà stava con noi qualche giorno.

Rimanendo sempre in tema d’economie domestiche, per i nati della mia generazione il concetto del vestitino nuovo era pressoché sconosciuto. I cappotti, i colli e i polsini delle camicie venivano puntualmente rivoltati per raddoppiarne la durata e i vestiti passavano di padre in figlio. Da un vecchio cappotto con la martingala di mio padre n’era fuoriuscito il cappottino con la martingalina che accompagnò la mia infanzia accoppiandosi nei giorni di gran freddo con i resti di un collo di lince appartenuto a mia madre e che, in seguito, terminò la sua ventennale ed onorata carriera sul cappotto di mio fratello Franco. La mia nonna materna era perennemente in azione con la sua Singer a pedale e con il gessetto bianco per segnare le stoffe sopra le carte modello quadrettate di Burda. Credo che a forza di cucire gonne e vestiti per la mia mamma e la zia, avesse pedalato almeno quanto Coppi e Bartali messi insieme. Anche per abbandonare un paio di scarpe occorreva che il calzolaio, all’ennesima richiesta di risolatura, confessasse l'impotenza della scienza calzaturiera a procedere oltre ed emanasse la luttuosa sentenza scuotendo consolato il capo (il calzolaio, in genere, non parlava mai perché aveva sempre la bocca piena di chiodini !).


Nel 1958, con il capottino che poi avrei riciclato a mio fratello

Le signore che potevano permetterselo andavano dal parrucchiere giusto quelle tre/quattro volte all’anno per il taglio e per il resto provvedevano in proprio con messe in piega casalinghe, bigodini improvvisati e con strane alchimie per le tinture. Più tardi, verso l’inizio degli anni sessanta e sull’onda impetuosa delle prime spinte consumistiche, sarebbe apparso in molte case, tra cui la nostra, un diabolico arnese costituito da una calotta di plastica collegata con un tubo alla bocchetta del motore del mitico aspirapolvere Folletto (quello che viene ancora oggi venduto a porta a porta...). La cosa, invertito il flusso di aspirazione, doveva funzionare come il casco del parrucchiere. In realtà, oltre a dare la sensazione che un jet stesse decollando dal salotto di casa, l’arnese forniva degli splendidi esempi di come si potesse cuocere a puntino un cuoio capelluto e renderlo invitante con una glassata di polvere. Ai figli innocenti non veniva risparmiata l’umiliazione del taglio casereccio a scodella o della pettinatura all’Umberto (ultima tragica eredità di Casa Savoia...) con i capelli fissati all’indietro da spatolate di untuosa brillantina Linetti.

Tanto per continuare con qualche minimo esempio del vivere quotidiano, noi, che pure eravamo classificabili tra la media borghesia, all’epoca ci lavavamo con degli economici pani di quel sapone di Marsiglia che qualcuno continuava a fabbricarsi in casa, come in tempo di guerra e che serviva indifferentemente per la faccia e per il bucato. Ma, per restare in tema di igiene personale, ricordo bene che l’uso del dentifricio era considerato da molte famiglie come un’americanata abbastanza originale e comunque superflua. Ivi compreso l’uso della vasca da bagno (le abluzioni di grandi e piccini avvenivano, se andava bene, con cadenza settimanale nel pomeriggio della domenica... con le nonne che sorvegliavano fuori della porta in grande apprensione). In molte case di civile abitazione (a noi capitò a Taranto, nelle case Incis dove alloggiavano molti dipendenti della Marina...) i servizi igienici, oltre ad essere il più delle volte collocati sul balcone o esternamente (incoraggiando così nelle notti gelide e piovose il poco igienico uso del pitale celato nel comodino...) erano rudimentali e limitati...al minimo indispensabile. Il bidè, il cui uso intensivo era limitato alle case di tolleranza, era considerato dalle famiglie normali poco più che un lavapiedi o, nel peggiore dei casi, una curiosa custodia per violino in maiolica. Esattamente come amici maligni mi dicono accada ancora oggi in alcune lande della civilissima Inghilterra. 

la mia Prima Comunione a Taranto (1956) con l'aria compunta
e la signora in alto a sinistra in preda a crisi mistica

Non esistevano dunque gli shampoo delicati e/o medicamentosi alle erbe medicinali, i prebarba e i dopobarba, i dentifrici antiplacca, i colorati e sommamente inutili colluttori, le lacche, le creme prebagno e dopobagno i deodoranti, i saponi al pH neutro (?!) e tutte quelle cose che troneggiano ingombranti sulle mensole dei nostri due bagni di casa e senza le quali oggi ci parrebbe di non poter vivere dignitosamente. Anzi, per dirla tutta, la gente doveva lavarsi decisamente poco, tanto che, sia nelle Forze Armate che nelle scuole si svolgevano, oltre a quelle contro la tubercolosi (dove, con un’offerta di 100 lire, ti davano i francobolli e un distintivo con spillone che era una vera arma impropria...) delle periodiche campagne di sensibilizzazione anti pidocchi. Mio padre, fortunatamente, ci educò da subito (da buon militare qual era...) all’uso spartano del sapone e dell’abbondante acqua gelata sul collo e dietro le orecchie (le mollezze dei lavacri con l'acqua tiepida ci erano sconosciute.).

Per restare in tema di abluzioni, ricordo che la rasatura della barba di papà e del nonno consisteva in una specie di cerimonia mistica, con lunghe lisciate di rasoio (quello a lama lunga, che richiedeva la mano ferma del chirurgo e la rassicurante presenza dell’allume di rocca sulla mensola del bagno...) sulla striscia di cuoio grasso attaccata vicino al lavandino e la meticolosa preparazione del sapone nella ciotola con il pennello di tasso. Ci si impegnava oltre mezz'ora, giusto il tempo di far bollire la napoletana del caffè sulla stufa economica a legna. Le cucine a gas (con la bombola) erano, infatti, ancora privilegio di pochi. In casa nostra, come quasi dappertutto, troneggiava da tempo immemorabile la cucina economica a legna che, con il suo calore diffuso, consentiva agli alimenti cotture meno traumatiche di quelle impartite dagli attuali fornelli a gas e quindi di rilasciare quietamente gli umori più suggestivi. Era, naturalmente, un modo di cucinare adatto ad una vita serena e senza fretta. Oggi, per la gioia dei fabbricanti di pastiglie contro l’acidità di stomaco, noi, che non abbiamo tempo per definizione, sbattiamo nel forno a microonde degli intrugli insapori, precotti e predigeriti e riusciamo a nutrirci in cinque o sei minuti. E ad avere acidità di stomaco per cinque o sei ore.

 l'Aviere (D554) dove mio padre era comandante in seconda, si rifornisce
in navigazione dall'incrociatore Montecuccoli (Taranto, 1954)

Grazie alla stufa a legna, invece, era possibile mangiare delle strepitose e digeribilissime paste e fagioli (rigorosamente di Lamon) così dense da tenere il cucchiaio ritto in piedi, come esige la più nobile tradizione veneta. Dette paste e fagioli era ghiotta tradizione riproporle il giorno seguente appena intiepidite e cònse con il raicièto amaro di campo, l’ògio (de quel bon), il pèvare, il sàl e appena un profumo de asèo. Oppure era possibile godere di intingoli tirati alla cassopipa (tra questi, il sughetto di cipolle, acciughe e uvetta passita per i bigoli in salsa che veniva lasciato a consumarsi per ore quasi al...tepore di candela). E, soprattutto, raschiare sul fondo del paiolo le più croccanti croste di polenta che si potessero concepire. Il carbone e la legna per la stufa venivano accatastati nella grande terrazza coperta di casa nostra e venivano portati su per le scale, con gerle di vimini tenute in precario equilibrio sulla testa, da facchini anneriti e seminascosti da un sacco di iuta (ecco da dove mi veniva la paura dell’uomo nero!). Dopo un rifornimento di carbone si puliva per giorni la casa dal pulviscolo nero che si depositava su tutto. 

In casa avevamo anche un (quasi) lusso: la ghiacciaia. Questa era alimentata con grandi stecche di ghiaccio, dal costo di cinque lire, che erano prodotte dalla vetusta fàbrica del giàso, alla Giudecca. Le stecche venivano distribuite per la città con un apposito barcone il cui arrivo era annunciato con grandi grida dal canale. A queste, facevano subito eco le signore alle finestre, gridando per le ordinazioni. I facchini portavano in spalla le stecche su e giù per le ripide scale delle case, arpionandole con uncini di ferro tipo mattatoio. Per salire i quattro piani di casa nostra con tutto quel peso sulle spalle si accontentavano di: "un ombrèta de quèo bòn". Calcolando il numero di case visitate e di ombre conseguenti, dubito che a sera fossero in grado di reggersi in piedi. D’altronde l’offerta dell’ombra di vino, in una casa veneziana, era un fatto di normale ospitalità. Anche don Gino, il parroco di Santa Maria Formosa, quando veniva a benedire la casa con l'incenso e il chierichetto, di fronte all’offerta dell’ombra non si tirava indietro, tanto che, quando molti anni dopo, nel pieno del sessantotto, fu soprannominato il prete rosso qualcuno insinuò che fosse per via del Cabernet.


I Mottarelli al latte e ricoperti: il mito delle
nostre lunghe estati degli anni '50

Le lavatrici e i detersivi "che più bianco non si può" erano di là da venire. In casa nostra sarebbero arrivate intorno alla metà degli anni sessanta. Nell’attesa, i panni si lavavano dentro la rugginosa vasca da bagno sfregandoli energicamente su un asse di legno con lo spazzolone e il sapone marsigliese (sempre lui !). Per sbiancare i lenzuoli che bollivano per ore nei pentoloni si versava la cenere nell’acqua bollente, rimestando in continuazione con il bastone. Il ferro da stiro era una sorta di carrarmato di pesantissima ghisa e veniva perigliosamente alimentato riempiendolo di brace incandescente prelevata dalla stufa. Soppiantati poi dai ferri elettrici e a vapore ed essendo praticamente indistruttibili, finirono la loro carriera come fermaporta vivacemente colorati. Le mamme e le nonne, oltre a stirare impeccabilmente (con la riga dei pantaloni che faceva mia nonna ci potevi affettare il pane...) e a ruotare e profumare la biancheria nei cassetti con i sacchettini di lavanda, controllavano assiduamente lo stato di tenuta di tutti i bottoni, rinforzandoli all’occorrenza. Così, fino al giorno in cui cominciai finalmente a vivere fuori di casa rimasi all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi. Dopo la conquista dell’indipendenza, e la scoperta della caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare nel cestino da lavoro di mia madre esclusivamente aghi con il filo già inserito. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le donne. Lo faccio ancora oggi, ma mia moglie non s'intenerisce. Forse ha sgamato il trucco...


martedì 26 dicembre 2017

Della magia dei cenoni natalizi e delle malinconie per le cose buone di una volta.


Vedo in queste ore decine di foto provenienti dai cenoni di tutti i miei amici che mostrano con orgoglio le proprie tavolate e i piatti preparati con maestria per l'occasione, anche se talvolta ho notato la presenza in tavola di diversi "mappazzoni" ipercalorici, iperpannosi o iperfritti, in rappresentanza di quel cibo "iper" che poi uno lo digerisce dopo l'epifania. C'è stato anche chi ha fatto il cenone in pizzeria, fotografandosi orgogliosamente davanti alla quattro stagioni e chi ha pasteggiato su tovaglie di lino di Fiandra, con i candelabri, i bicchieri di cristallo e la posateria in argento in stile pranzo ufficiale a Buckingham Palace, però mi domando se in tali occasioni il galateo di corte preveda un commensale con la felpa gialla e la scritta Minnesota University. Qualcuno poi ha anche scritto e raccontato dei propri cenoni e di conseguenza, ha risvegliato anche i miei ricordi più antichi. Perché essendo figlio di un ufficiale di Marina da squadra navale e non da scrivania, di Natali in giro per basi militari e foresterie di Circoli Marina ne ho fatti a bizzeffe, da Taranto ad Augusta e da Brindisi a La Spezia, trascorrendone un paio perfino a Belgrado, con 15° sottozero e la neve a metà cancello, che poi voi che mi leggete direte subito che lì c'è il Danubio, ma non il mare, però all'epoca mio padre era l'addetto militare della nostra ambasciata, quindi la cosa si spiega. 

A volte, da bambino, le feste le trascorrevo da solo con i nonni nella loro casa veneziana, oppure c’erano anche la mia mamma e mio fratello, ma non mio padre che era in missione da qualche parte e magari ci dovevamo accontentare di una telefonata, sempre che fosse possibile inviarla. Però alcuni natali dove riuscivamo a essere tutti riuniti a tavola li ricordo bene e sono legati a qualche settimana di licenza o al periodo in cui mio padre comandava la flottiglia dei dragamine magnetici dell’Alto Adriatico che era di base qui a Venezia. Quel giorno il menù, assolutamente tradizionale e tramandato a quanto sembrava da generazioni, prevedeva che sulla tovaglia di lino ricamata a mano delle grandi occasioni arrivasse la zuppiera con i cappelletti in brodo fumante di manzo e gallina o cappone. Questi erano preparati di buon mattino con la pasta tirata sottilissima da mia nonna, chinata sulla spianatoia a darci dentro con il mattarello a maniche rimboccate, con il fazzoletto in testa e avvolta da nuvole di farina come una divinità greca ed erano ripieni di un profumatissimo trito di pollo, carne, mortadella, parmigiano, uovo e noce moscata. Non amando il brodo (che tanto poi me lo rifilavano il giorno dopo con la pastina a farfalline) io li mangiavo asciutti e conditi con una noce di burro e tanto formaggio. Solo una volta, con mia grande delusione, arrivò in tavola, come omaggio a mio padre che era un milanese doc, un risotto allo zafferano ma con i fegatini di pollo che all’epoca non mi piacevano (oggi, padellati con burro e salvia sarebbe un'altra storia) e che quindi finirono ad ammucchiarsi in un lato del piatto come fa mia moglie con i canditi del panettone, ma nel mio caso con relativa sgridata perché a tavola non si butta via niente, che ci sono i bambini poveri che muoiono di fame (così mi veniva pure il senso di colpa). Dopo i cappelletti era il momento del cappone o della gallina bollita (che già ci avevano fornito il brodo) portati in tavola su un grande vassoio. In alternativa, a volte c’era il lesso misto, anche con la lingua e la testina (che da bambino detestavo perché, a parte la gallina e il cotechino, tutta la carne comunque aveva grasso e nervetti). In entrambi i casi mia nonna preparava per accompagnarli un bagnetto verde con le acciughe, il pane ammollato nell’aceto, l’uovo sodo, l’aglio e tanto prezzemolo, che era buonissimo anche sul pane e proprio per questo era spazzolato via subito, che al massimo me ne rimaneva un cucchiaino. Se andava bene e la nonna aveva avuto il tempo di farla potevo consolarmi con la sua peperonata molto “cipollosa” e senza melanzane, messa a “tirare” sul fuoco bassissimo, che a volte appariva a dare man forte al bagnetto verde, altrimenti per mandar giù il boccone di lesso mi toccava un cucchiaino di concentrato di pomodoro Cirio.

In realtà il contorno più atteso da tutti era composto dall’apertura di uno dei vasi di porcini sott’olio che producevamo in quantità industriale durante le vacanze estive in montagna. Infatti, il viandante che fosse venuto a trovarci a Moena verso fine agosto, già salendo le nostre scale sarebbe stato colto dal profumo di acqua e aceto in perenne ebollizione e dove mia nonna, dopo averli ripuliti con un panno umido, avrebbe tuffato i porcini più belli e sodi (gli altri, tagliati a lamelle, finivano sul balcone a essiccare al sole per i risotti invernali), per poi coprirli di olio nei vasi a tenuta ermetica assieme ad una foglia di alloro e chiodi di garofano. Anche i porcini sott’olio venivano spazzolati hic et nunc ed erano spesso fonte di accesa rivalità i porcinetti piccoli e interi, considerati, chissà perché, ancora più prelibati. Infine, arrivava il momento atteso da noi bambini del panettone, che allora o era Motta oppure Alemagna e aveva tutti i canditi e l’uvetta che doveva avere, senza se e senza ma, con mio padre che inesorabilmente ci raccontava che per un milanese l’unico vero panettone era quello basso delle Tre Marie, che allora era un piccolo panificio con forno dove suo papà andava appositamente a comprarlo e bisognava prenotarlo mesi prima. Sembrava quasi che se prima non si fosse ascoltata la storia delle Tre Marie, non si sarebbe potuto affettare il panettone. Qualche volta, infine, mia nonna, poco prima del pranzo di Natale, preparava in casa il torrone, con il miele e tante mandorle e nocciole ma senza i pistacchi che costavano troppo. Però lei non lo faceva a barretta e avvolto da due cialde di ostia come si usa, ma il suo era basso, bitorzoluto e tondo, un po’ come quello di Cologna Veneta (per chi lo conosce) e bisognava spezzarlo con il coltello sul tagliere da quanto era duro. Però era davvero buonissimo tanto che alla fine, senza essere visto, m’inumidivo il dito per raccogliere anche le schegge più piccole rimaste sulla tovaglia. 

Curiosamente ricordo anche qualche cenone natalizio a cui non ho partecipato e in particolare uno che mi è stato raccontato come segnato da un magico evento e che vide protagonista la mia nonna materna che era delle Langhe ed anche una curiosa miscela di monarchia sabauda (teneva nel cassetto del suo comodino un piccolo sacchetto di terra di Cascais inviatole personalmente da Umberto di Savoia dal suo esilio portoghese) e di fervente socialismo turatiano. Così, da bambino ascoltavo affascinato come se fosse un'avventura emozionante il suo racconto delle cariche a sciabola sguainata dei Regi Carabinieri a cavallo contro gli operai in sciopero davanti ai cancelli della Borsalino dove aveva lavorato per qualche tempo. Mentre le nonne normali t'insegnano le preghierine, lei m'insegnò invece l'Internazionale che poi ebbi la bella idea di cantare al Circolo Marina di Taranto quando durante la festa natalizia per i bambini degli ufficiali che precedeva il cenone una signora mi chiese se sapessi qualche canzoncina. I miei non ne furono molto entusiasti e tanto meno l'ammiraglio che comandava la base, che il giorno dopo convocò mio padre a rapporto. Comunque, nonostante la vocazione al risparmio più austero, ogni tanto la nonna si concedeva qualche lusso inaspettato e nel nostro frigorifero compariva, come per magia, un bicchiere pieno di riso profumatissimo. Dentro, piccola gemma delle mille voluttà, vi era nascosto un tartufo bianco d’Alba (la trifula) i cui inquietanti effluvi sul risotto alla milanese o sulle uova strapazzate mi allargavano gli orizzonti e l’appetito. Che ci fosse in casa la trifula lo capivo al volo, perché la nonna si aggirava per la cucina sorvegliando il frigorifero con gli occhietti furbetti e complici. A tavola, quando le preziose lamelle si posavano volteggiando sui risotti fumanti, non si sentiva volare una mosca, salvo, a cose fatte, avviare il contenzioso sullo scarso ammontare del proprio grattugiato rispetto a quello del vicino. Ed una volta accadde il miracolo di Natale perchè la nostra vicina di pianerottolo, moglie di un Generale della Guardia di Finanza, si era presentata alla porta di casa nostra con in mano un tartufo bianco grande come un'arancia, dicendo che era un regalo ricevuto da suo marito, ma che a loro il tartufo non piaceva e poi puzzava tanto, quindi se a noi faceva piacere ce lo avrebbe regalato, altrimenti lo buttava via. Naturalmente la nonna si offerse volontaria per lo smaltimento rifiuti, con grande entusiasmo della famiglia. Io ascoltavo sempre con invidia la storia del trifulone piovuto dal cielo, poiché all’epoca dell’evento, come ho detto, ero a Taranto a cantare l'Internazionale per allietare il cenone dei miei.

Gran bei tempi, insomma e tanta malinconia nel ricordarli anche se in fondo anche noi questa mattina abbiamo fatto il pranzo di Natale a famiglia finalmente riunita e mia moglie ci ha deliziato con fettuccine di pasta fresca con ragù d’anatra e altre bontà di cui non dico, altrimenti mio figlio poi mi annuncia che ho appena vinto il “machissenefrega award 2017” ed è un premio al quale tengo poco.

sabato 4 novembre 2017

Della signora Luisa e dello stramaledetto sabato al supermercato.

Rivoglio la signora Luisa! Lo so che ha venduto da tempo “La Fromagerie” che, al di là del nome da negozio raffinato ed elitario, di quelli che puoi trovare in centro a Milano o Roma, in realtà era la modesta ma ben fornita botteguccia di alimentari a due passi da casa mia, che quando mi mancava qualcosa ed era tardi riuscivo a vedere dalla mia terrazza se era ancora aperta o aveva già tirato giù la saracinesca. E’ andata in pensione e ha chiuso ormai dieci anni fa e una volta che era in vena di confidenze mi ha raccontato di essere stufa, stanca e anche amareggiata. Infatti, il negozio languiva da tempo costretta com’era a lottare con il vicino supermercato Ca’ D’oro e in seguito con un nuovo discount aperto a cento metri da lei, che, oltre a tutto, stava su una strada trafficata e stretta tra le case, dove non si poteva parcheggiare e pure con un marciapiede dove passava un pedone alla volta. Adesso, dopo un negozio di musica che ha avuto vita brevissima, ha preso il suo posto un ufficio di amministrazione condomini dove dietro alla vetrina c’è pure un barboncino bianco che viene colto da una crisi isterica quando passo con il mio, che nemmeno se lo fila di striscio. Sarà pure vero che nella vita “panta rei” e bisogna farsene una ragione, ma nel cambio non ci abbiamo guadagnato.

Ogni tanto la signora Luisa la incontro per strada e siccome ho capito che abita più o meno dalle parti del mio dentista, se solo sapessi come fa di cognome mi piacerebbe suonarle il campanello non solo per salutarla ma con il sogno impossibile di vedere se, insistendo, magari mi riapre il negozio, anche solo per poco. Perché dalla Luisa, di prima mattina, ci trovavi il pane ancora caldo, croccante e di un profumo stupendo che con l’olio di frantoio e un pizzichino di sale poi ti ci leccavi i baffi e, comunque, da lei non dovevi sorbirti tutta la commedia dell’arte delle due Mirandoline del panificio dall’altra parte della strada, che prima di venderti mantovanine e rosette ti dispensano almeno un paio delle loro battute argute. Ma, soprattutto, dentro alle vetrinette del banco della Signora Luisa in mezzo alle confezioni di stracchino industriale, ai formaggini e alle banali sottilette che trovi dappertutto, ogni tanto vedevo apparire misteriosamente delle vere prelibatezze di nicchia, quelle degne davvero di una gastronomia di lusso e che mi sono sempre chiesto chi (a parte me) gliele acquistasse, visto che i pochi clienti che incontravo in negozio erano la vecchietta che per risparmiare comprava lo scartoccetto di spalla di prosciutto cotto e l’etto di Asiago, il tipo male in arnese che voleva la lattina di birra di buon mattino o il bambino che si prendeva la merendina andando a scuola. 

Invece lei, che talvolta mi diceva orgogliosa e con gli occhietti che brillavano furbizia “Ha visto cosa mi è arrivato?”, aveva delle meraviglie come lo Spretz, il formaggio puzzone di Moena, un gorgonzola artigianale da spalmare sul pane come una crema o lo straordinario pecorino siciliano con i granelli di pepe (che grattugiato sulla pasta era pura felicità…). Spesso vi trovavo il Bastardo e il Morlacco del Grappa, ma talvolta anche dei canestrati di pecora toscani e perfino il formaggio di fossa stagionato da mangiare con il miele di castagno. Perché la signora Luisa di formaggi ne capiva assai e quando non c’erano clienti alle volte ne discutevamo e magari mi faceva assaggiare qualche pezzetto dei nuovi arrivi che non conoscevo e spesso erano talmente buoni che alla fine me ne comperavo un paio di etti (così mia moglie, oltre a mangiarli di gusto, s’incazzava, che avremmo dovuto essere a dieta). Naturalmente la signora Luisa aveva anche i salumi, pure loro pochi ma buoni, e tra questi, oltre al Felino e a quello all’aglio di Schio, ricordo con malinconia la mortadella con i pistacchi e una buonissima coppa di testa, ma soprattutto le soppressate che periodicamente portava su dal paese suo marito che era un calabrese della costa jonica, come mi aveva tenuto subito a sottolineare, casomai avessi pensato che fosse dell’altro versante.

Costui era un omone olivastro con i capelli ricci, due baffoni neri da Stalin e un vocione baritonale, ed era curiosamente dissonante per stazza, carattere e portamento rispetto alla moglie, un donnino minuto quasi nascosto dietro al banco, con una vocina sottile e un fare garbato, che quando ti diceva con lo sguardo mortificato “Ho messo venti grammi di mortadella in più, lascio?” si vedeva che le dispiaceva davvero e fosse stato per lei ti avrebbe anche fatto omaggio di quella fettina colpevolmente in eccedenza. Lui, invece, se ne stava seduto come un patriarca su una sedia impagliata di quelle da osteria in un angolo del negozio, talvolta leggendo il giornale ma più spesso guardando la moglie lavorare e talvolta commentando, che se lo avessi fatto io con la mia, avendo tutti quei coltelli a portata di mano me ne sarei trovato uno piantato nello sterno in un amen. Una delle poche volte che avevo visto quell’uomo darsi da fare per la moglie era stato quando le aveva spaccato in due una forma di grana con il coltello in un colpo solo, facendomi una grande impressione per tanta forza bruta.

Così gli avevo fatto i complimentie dopo uno scambio di battute che mi aveva permesso di apprendere che lui quando era giù al paese era quello che scannava il maiale, era nata tra noi una certa cordialità, tanto che un pomeriggio entrando nel negozio, mentre la moglie era indaffarata a servire un altro paio di clienti mi aveva fatto cenno di avvicinarmi alla sua sedia e mi aveva bisbigliato con aria complice “Se vuole ho da darle il Viagra…” lasciandomi abbastanza interdetto, fino al momento di capire che si riferiva al “Viagra calabrese”, un vasetto di piccantissima crema di peperoncino che mi avrebbe venduto sottobanco. Da quel giorno, quell’uomo della costa jonica, diventò il mio fornitore di fiducia di ‘nduja (quella vera, fatta in casa) e di altre meraviglie gastronomiche della terra calabra come il capocollo, il caciocavallo silano e pure l’olio di frantoio di un suo cugino dalle parti di Lamezia.

Racconto tutto questo “amarcord” della signora Luisa e di suo marito della costa jonica, che immagino accoppasse il maiale a cazzotti, perché oggi è sabato e quindi mi è toccato fare lo “spingicarrello” al seguito dell’elfa (un po’ come il caddy che porta le mazze da golf a Tiger Woods) nel solito mega supermercato affollatissimo e come di consueto ho dovuto affrontare le schiere di rintronati che ti vengono sulle caviglie con il carrello pieno all’inverosimile o trascinando con noncuranza i loro cestini con le ruote, i maledetti che alla cassa gli mancano sempre quei dieci fottuti centesimi e iniziano a frugare in tutte le tasche o piantano una grana interminabile perché sul depliant il melone doveva essere in offerta e comunque vogliono pagare con i buoni mensa. E come dimenticare quelli che lasciano il carrello di traverso in mezzo alla corsia per andare chissà dove o hanno bambini iperattivi che toccano tutto e giocano a rincorrersi strillando come fossero al parco giochi. Ma ci sono anche quelli che fanno salotto mettendosi a chiacchierare con gli amici incontrati per caso e che se gli chiedi due o tre volte “Permesso…potrei passare?” nemmeno ti badano, tanto che ti monta l’istinto omicida di usare il tuo carrello come una boccia da bowling e fare strike.

Poi ci sono quelle che impiegano dieci minuti per decidere se prendere il latte Granarolo o il Soligo o il Latte Busche, come se da questa scelta dipendessero le sorti dell’umanità e quando finalmente ne prendono uno poi ci ripensano, tornano indietro e ne prendono un altro (Ooops! Questa è mia moglie, sarà meglio che non lo scriva…) e quelle che se ti lamenti che sei solo lì a spingere il carrello e ambiresti a mansioni più consone al tuo ruolo tipo scegliere anche tu qualcosa, allora ti mandano a pesare i sacchetti con la verdura “Le zucchine sono il numero 122 e il porro il 104, non ti sbagliare…” (sempre lei, sono recidivo…). Insomma, in questi ipermegasupermercati c’è davvero qualsiasi cosa tu possa desiderare, dalle patatine al Wasabi, ai lokum turchi alla rosa, dai cetrioli sottaceto rumeni, al camembert greco al latte di capra e fino al pesto genovese con il tofu (purtroppo esiste), ma non c’è nulla che mi attiri più di tanto e, comunque, qualsiasi cosa metta nel carrello lo faccio in automatico perché a casa l'ho finita o perché c’è l’offerta. E’ tutto impersonale, troppo sfacciatamente “entra, metti nel carrello, vai alla cassa, paga e poi fuori dalle balle …” . Alla fine ti senti solo un numero di scontrino, una delle migliaia di facce anonime di quel sabato e questo lo detesto. Mi mancano l’umanità nel rapporto con il cliente e magari le quattro chiacchiere al banco (quelle che faccio con il mio macellaio mentre mi taglia le bistecche) o lo scoprire di condividere una cultura del cibo, la curiosità che nasce dal sentirsi raccontare un prodotto che non conosci e dal poterlo provare, il piacere di sentirsi un cliente ormai conosciuto nei propri gusti che verrà seguito e consigliato per il meglio perché ci tengono a farti ritornare contento. 
Insomma… non si può riavere la signora Luisa? Magari solo al sabato...

mercoledì 20 settembre 2017

Dell'antico Egitto, dei Cimbri e Teutoni e dei loro piatti nelle malghe del Cansiglio

C’è nel mondo dell’editoria un grande mistero che, in quanto tale, non riesco a spiegarmi e forse richiederebbe l’intervento di Alberto Angela e magari anche di suo padre Piero. Vi spiego: io so perfettamente che quando viene dato in omaggio o a prezzo stracciato il primo numero di una qualsiasi enciclopedia o dizionario questo sarà dedicato alla lettera “A”. Nella mia biblioteca ho diversi libri, alcuni anche ponderosi, che trattano della lettera “A” e quindi posso affermare di essere un vero esperto di temi che spaziano da “Abaco” ad Azzimato” e se dovessi ridare oggi l’esame di Diritto Civile, non farei più scena muta sul significato di “Abigeato”e di “Anatocismo”. 

Quello che invece non comprendo è perché ogni numero speciale di rivista, allegato a qualche periodico, collana in DVD o a fascicoli debba sempre iniziare dall’ “Antico Egitto” con o senza riproduzione dei templi di Luxor in 3D. Anche perché ormai so tutto di Nefertiti, Anubi, Osiride, la disposizione astronomica delle piramidi, il mistero della sfinge, il limo del Nilo e Abu Simbel. Ho appreso discretamente anche le tecniche di mummificazione, che potrei sperimentare sul gatto dei vicini, conosco il significato di almeno una ventina di geroglifici e so cosa mangiasse a colazione Tutankhamon il cui faccione enigmatico mi osservava anche questa mattina dal numero speciale di National Geographic passando davanti all’edicola. Dunque, difficilmente comprerò queste pubblicazioni perché ormai non mi possono più sorprendere o incuriosire, salvo che non mi dimostrino che le piramidi sono un manufatto alieno e che in realtà noi ne vediamo solo la punta emersa tra le sabbie perché la loro base è situata venticinque chilometri sottoterra. 


In questa malga sostengono che i Cimbri mangiassero così.

Per questo mi chiedo: proprio non si può iniziare una qualsiasi collana storica da un altro popolo un tantino più inedito? Dando per abbastanza conosciuti Romani, Etruschi, Ateniesi e Spartani, proporrei magari i Sumeri o gli Ittiti che nella battaglia di Qadeš agli egiziani di quel presuntuoso di Ramses II gli hanno fatto un mazzo così. Andrebbero bene anche i nomadi Getuli del Maghreb oppure i Sanniti delle forche caudine o le popolazioni danubiane dei Daci, che tante rotture di scatole hanno dato ai romani. Oppure, poiché abitano ancora qui sul Cansiglio e sui Colli Berici dopo che il console romano Gaio Mario li aveva sconfitti ma se n’era dimenticato qualche drappello, potremmo parlare dei Cimbri e dei Teutoni (io partirei comunque avvantaggiato perché una mia amica che insegna Filologia Germanica ci ha scritto sopra qualche libro). Far conoscere lingua, tradizioni e cultura di questo popolo (a Barbarano Vicentino si stampa ancora un giornale in lingua Cimbra) sarebbe davvero interessante, anche perché uno eviterebbe di vedersi servito come “piatto Cimbro” in una malga sul Cansiglio, la desolante salsiccetta con cubettino di polenta della Barbie e formaggio gravemente ustionato alla piastra che mi hanno portato in tavola per la modica cifra di 14 Euro. Voglio proprio sapere cosa mangiassero realmente i Cimbri…

martedì 12 settembre 2017

Del signor Giuseppe, che volava sui Fiat C.R.32


Sei anni fa, avevo appena preso il bretone e con le mie prime passeggiate con lui iniziavo anche a conoscere tanti proprietari di cani, con alcuni dei quali poi sono anche diventato amico. Tra questi, incrociavo ogni tanto anche il signor Giuseppe, un uomo molto anziano (era già novantenne), alto e magrissimo, una vaga somiglianza con Gary Cooper, ma soprattutto con quell’eleganza sobria e signorile e quei pantaloni stirati con la piega “a coltello” che chi come me ha vissuto per anni tra Circoli Marina e basi navali, riconosce a prima vista: doveva essere stato un ufficiale. Dopo qualche tempo, a forza di incontrarci, lui che aveva sempre quel suo cagnolino vecchietto e ansimante e io con il mio cucciolone vivacissimo, pur senza conoscerci ci scambiavamo il classico cenno di saluto con la mano e un sorriso. Una mattina, lo vidi arrivare da solo verso di me, pallido in volto. Non feci a tempo a chiedergli se si sentisse bene e come mai fosse da solo che lui scoppiò a singhiozzare in un pianto disperato. Lo abbracciai e così, una volta calmato, dopo essersi scusato per quella commozione di cui si vergognava mi raccontò che il suo cagnolino, che stava con lui da quindici anni, era morto due sere prima e che ora lui rifaceva gli stessi percorsi quotidiani perché non riusciva a rassegnarsi a quella perdita. Rivedendo me e ricordando di come fino a pochi giorni prima c’incontrassimo con i nostri cani, era stato sopraffatto dal ricordo doloroso del suo che non c’era più.

Così, iniziammo a fare amicizia e parlando in varie occasioni successive delle nostre vite scoprimmo che avevamo molti punti in comune e che le sue vicende avevano delle curiose somiglianze con le storie della mia famiglia. Lui era di una nobile e benestante famiglia toscana che aveva le sue tenute e viveva in un piccolo paesino vicino ad Arezzo. Sua madre era morta presto e suo padre si era risposato con l’amante e gli aveva dato due fratellastri, mentre lui, che non aveva approvato quelle nozze e non sopportava la compagna di suo padre, per andarsene da casa si era arruolato giovanissimo in aviazione. Pochi anni dopo, allo scoppio della guerra era stato inviato in Libia con la sua squadriglia da caccia, nella zona del fronte della Cirenaica, dove poi era stato fatto prigioniero e una volta tornato a casa dopo anni di prigionia e molte vicissitudini, arrivando in paese tra lo stupore e lo spavento dei compaesani che lo credevano un fantasma redivivo aveva scoperto che nel frattempo il padre era morto ed essendo convinto a sua volta che fosse caduto al fronte aveva lasciato tutti i suoi beni e le proprietà ai due fratellastri e al parroco del paese che avevano brigato assai per ottenere quel risultato. A seguito di questo, naturalmente, gli accaddero altre vicende tumultuose che non racconterò. 

Un FIAT C.R.32 : robusto e manovriero e tra i migliori caccia degli anni '30,
ma del tutto superato di fronte ai moderni Hurricane e Spitfire inglesi.  

Ma, soprattutto, Giuseppe mi aveva raccontato un episodio straordinario vissuto in quei suoi pochi mesi di guerra che lo aveva segnato profondamente e che ora vi racconto a mia volta. Era il dicembre del 1940, le divisioni inglesi del generale Wavell, modernamente armate e ben motorizzate, con i carri armati pesanti “Matilda” ai quali i nostri cannoncini anticarro da 37 mm. chiamati “sparapiselli” facevano il solletico, avevano appena lanciato la controffensiva dell’operazione Compass e stavano riconquistando rapidamente il territorio egiziano perso pochi mesi prima sfondando le nostre linee e puntando decise in direzione della Cirenaica. L’Afrika Korps di Rommel sarebbe arrivato solo a marzo del 1941 a riequilibrare le sorti sul campo e la nostra situazione era ogni giorno sempre più disastrosa. Una mattina, Giuseppe, dopo aver completato un giro di ricognizione lungo le piste camionabili che lo attraversavano per osservare possibili movimenti delle avanguardie nemiche segnalate già a Sollum, stava sorvolando il deserto a bassa quota con il suo Fiat C.R.32 , diretto verso Bardia. Lì c’era la sua base e la città s’intravvedeva già con il bianco delle sue case sul limitare della striscia di mare azzurrissimo che era all’orizzonte, quando all’improvviso venne colto come da un presentimento di pericolo. Guardò nello specchietto retrovisore, ma vi scorse unicamente il lampo del sole abbagliante di quella mattina e forse un puntino nero che cresceva rapidamente, ma non fece tempo a spaventarsene perché di colpo un'ombra scura passò veloce sopra di lui allontanandosi rapidamente e ondeggiando le ali in segno di saluto, per poi virare decisa verso le linee inglesi e sparire ben presto alla sua vista. Era un Hawker Hurricane della Royal Air Force, che gli era arrivato alle spalle in picchiata controsole e avrebbe potuto facilmente abbatterlo con una raffica dei suoi quattro cannoncini da 20 mm. ma, con un gesto di cavalleria d’altri tempi, aveva voluto risparmiare quel bersaglio troppo facile e la vita di quel pilota che volava inerme in un abitacolo scoperto (seduto in giardino si diceva allora) su un piccolo biplano di legno, tela e alluminio che andava alla metà della sua velocità.



Lo Hawker Hurricane: contro un C.R.32 
                                                   avrebbe avuto vita facilissima

Giuseppe fece a tempo a memorizzare il pennant number, cioè la sigla sulla fiancata che identifica l’aereo e la squadriglia e poi fece ritorno alla sua base, ma quattro giorni dopo le truppe inglesi e australiane di Wavell, precedute da un violento bombardamento aeronavale, arrivarono a Bardia, catturando 36.000 militari italiani e tra questi Giuseppe, che aspettò così la fine della guerra in un campo di prigionia in Sudafrica. Qualche anno dopo il ritorno in patria, con i dati a sua disposizione, Giuseppe cercò di conoscere il nome di quel pilota inglese che lo aveva risparmiato, contattando l’ambasciata britannica e poi anche il Ministero della difesa inglese e la Royal Air Force ma alla fine dopo mille difficoltà e superando burocrazie e segreti militari venne finalmente a sapere che quel pilota dello Hurricane si chiamava Trevor Davies, all'epoca aveva venticinque anni ed era uno dei migliori del suo squadrone, già con alcune vittorie in combattimento, ma che purtroppo era stato abbattuto dalla contraerea durante una missione sulla Germania qualche anno dopo quell’episodio. E il non averlo potuto conoscere e abbracciarlo o almeno portare un fiore sulla sua tomba rimase per sempre uno dei più grandi rimpianti della sua vita. 

Due anni fa, dopo qualche tempo che non incontravo Giuseppe, l’avevo rivisto mentre passavo con il cane sul marciapiede di Via Calabria. Lui era seduto sulla macchina della figlia ferma al semaforo e dopo avermi scorto a sua volta mi aveva fatto un cenno di saluto da dietro il finestrino, che avevo ricambiato. Purtroppo quella è stata l’ultima volta che l’ho visto, perché qualche tempo dopo ho saputo da sua moglie che se n’era andato via una mattina, all’improvviso. Una volta mi aveva detto che per lui volare era la vita stessa e così ora quando guardo verso il cielo azzurro ogni tanto sorrido al signor Giuseppe che volava sui C.R.32

venerdì 1 settembre 2017

Dei cibi che un giorno vanno bene e l'altro no, come le targhe alterne

Bene... e con quello di oggi fanno 327. Parlo degli ordini e contrordini sugli alimenti che sui nostri quotidiani nel periodo estivo passano a settimane alterne da altamente nocivi ad altamente consigliati a seconda di qualche studio di università o centri di ricerca universalmente ignoti, quali il Royal Research Center for Yorkshire Pudding, La Wyoming's Bullshit University e il Deutsche Institut fur Nicht Hinauslehnen. Oggi, infatti, i soliti autorevoli studiosi ignoti, con uno spettacolare colpo di scena ci assicurano sulla prima pagina di Repubblica che bistecche, formaggi e grassi non fanno male al cuore (e così i vegani sono serviti, che si riprendessero il loro seitan e via, a casa...). Anzi, sarebbero proprio le diete povere di grassi e ricche di carboidrati a fare male (oddio! mi sono appena fatto due spaghi pomodoro e basilico: rischio qualcosa?). 


Le mie mezze penne con melanzane, olive nere, pomodorini, capperi e acciuga.
Faranno anche male, ma sono tanto buone...

Venti giorni fa però erano proprio le diete a base di salsicce e costicine a finire sul rogo, ma però non si trattava di quello del barbecue, ma più di una cosa alla Savonarola mentre la dieta mediterranea spopolava e le azioni dei produttori di basilico e origano schizzavano alle stelle, per non parlare dei prezzi della caprese nei ristoranti. Prima ancora è stata la volta delle uova, della cioccolata e poi del caffè che nei giorni pari fa male al cuore e nei giorni dispari gli fa bene, e credo funzioni come le targhe alterne. Non parliamo poi del vino, che a volte va bevuto solo rosso per via dei flavonoidi, per altri solo bianco per via di certi enzimi che aiuterebbero la digestione, per altri ancora non va bevuto affatto per via dei solfiti e del tannino mentre per noi veneti va bevuto di qualsiasi colore e a prescindere, come direbbe Totò. Ora, capisco benissimo che d'estate è difficile riempire le pagine dei giornali, dato che la Principessa Kate è in vacanza a Balmoral e non ci delizia con i suoi vestitini ciclamino, Briatore ormai è in età pensionabile, il palestrato Vacchi ha stufato (che almeno all'inizio uno si chiedeva: ma chi cazzo è? Ma ora che lo sappiamo ci resta solo da domandarci: ma perchè fa notizia?) e che le coppie di calciatori e veline sono abbastanza viste e riviste e comunque ormai rientrano nel genere tamarro fuori moda, come la Canalis.


Avrà anche il tannino, i flavonoidi e quel che volete, ma è un Cabernet  Franc
maturato in barrique. Dunque, chi se ne frega...

Però volete lasciarci in pace almeno con il cibo che mangiamo? Perché devo mangiare una pasta con le vongole o un panino con la mortadella e poi tormentarmi la digestione pensando angosciato "avrò fatto bene o male?" . Al massimo, consento al Corriere, se non ha proprio nulla da scrivere, di svelarci i 10 errori più comuni che facciamo al ristorante o quelli che facciamo quando cuociamo gli spaghetti (li ho letti: nemmeno un americano del Kansas City li commetterebbe) montiamo la maionese o condiamo l'insalata. Però essere indotti a mangiare con il senso di colpa e l'ansia proprio no... non ci sono più i cari vecchi dischi volanti delle estati di una volta?

giovedì 31 agosto 2017

Del mio lungo rapporto con il cinema, del fascino di quelli di allora e dei disturbatori nelle multisala odierne


Mi sono innamorato del cinema forse già in quell’ottobre del 1948 quando ho iniziato a nascere al cinema Malibran con mia madre che a forza di ridere per un film di Totò aveva rotto le acque con qualche giorno di anticipo o quando, vent’anni dopo, da studente politicamente impegnatissimo mi sono infilato in qualsiasi cineforum proiettasse film d’autore con il dibattito incorporato, meglio se con la mia compagna dell’epoca (del Manifesto anche lei) che così avrebbe potuto vedere di persona quanto fossi politicamente determinato nell’individuare e denunciare le contraddizioni borghesi dell’autore. Pertanto, in quel periodo mi sono sciroppato il Napoleon di Abel Gance, il Nosferatu di Murnau, il Dies Irae di Carl Theodor Dreyer e, naturalmente la trilogia dell’Alexandr Nevskij, del Que Viva Mexico! e della Corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, montaggio analogico della scalinata compreso (lo so, ora vi aspettate che dica “è una cagata pazzesca!” ma non lo dirò. A me era piaciuto moltissimo…). Anche il neorealismo italiano ebbe il suo giusto tributo in quegli anni e ho visto la Magnani stramazzare colpita dal soldato tedesco almeno una dozzina di volte e altrettante la Silvana Mangano di Riso Amaro buttarsi nel vuoto e poi venire ricoperta di riso dalle altre mondine. Quindi è stata la volta del cinema colto d’autore e posso dire con orgoglio di essere sopravvissuto alla noia mortale del Deserto Rosso di Antonioni e del Dillinger è morto di Ferreri, con tutte le nevrosi, l’incomunicabilità, l’alienazione e, soprattutto, il disagio esistenziale dello spettatore in sala. 

Poi, dopo la contestazione della Mostra del Cinema, le cariche della polizia e l’inizio delle giornate alternative del cinema con lo schermo in campo Santa Margherita e gli straordinari dibattiti del dopo proiezione con gli attori e i registi democraticamente seduti con noi ai tavolini dei bar, accadde che l’anno successivo la mia compagna, molto pragmaticamente secondo lei, ma con tipico opportunismo borghese secondo me, venne assunta proprio alla segreteria della Mostra del Cinema cercando in seguito di acquisire la mia comprensione con una elargizione di biglietti omaggio per vedere nella piccola saletta riservata alla stampa dei film polacchi con le didascalie in tedesco. Che rifiutai ovviamente con sdegno perché la coerenza ideologica non poteva essere comprata e anche perché a me interessava vedere il Satyricon di Fellini. 

Dopo aver lasciato di lì a poco e a seguito di altre vicissitudini amorose la ragazza di cui sopra per una laureanda in lingue ispano-americane, mi toccò anche concederle la prova d’amore di vedere per quattro volte di fila il Cria Cuervos di Carlos Saura in lingua originale perché lei voleva impadronirsi per bene dell’accento castigliano, ma di fronte alla richiesta di tornare a vederlo per la quinta volta mi resi conto che forse era dura d’orecchio e comunque feci prima io ad imparare a dirle “pero ir al infierno!” e a mandarla a quel paese con una dizione impeccabile. 

Per reazione a tanto impegno e anche perché quella stagione di lotte e di passioni si andava esaurendo in un compromesso storico che non capivo, mi venne finalmente la sbornia da cinema di serie B o anche C e quindi (avendo anche pochi soldi in tasca) iniziai a vedere al piccolo cinema Accademia vicino a Ca’ Foscari e con le careghette in legno scricchiolanti, tutte le collane di film a base di vampiri con Christopher Lee e cloni vari, gli spaghetti western girati in Basilicata tipo “Lo chiamavano Tresette e giocava sempre con il morto” con il Klaus Kinski cattivissimo che veniva sempre ammazzato nel duello finale e con le battute esilaranti degli studenti a far da contorno. I primi filmini scollacciati con le Edwige Fenech e le Gloria Guida a garantire le tette e con Lino Banfi e Renzo Montagnani a garantire la parte ridanciana, si potevano vedere invece al Cinema Arsenale, tra le ovazioni dei marinai in franchigia, dei pensionati e del “lumpenproletariat” (marxianamente parlando) di Castello Alto, tanto che una sera ci fu persino uno che, colto da euforia eccessiva per l’apparire del sedere di Nadia Cassini, sparò un colpo di pistola sul soffitto causando immediatamente la chiusura del locale.


Anonimo veneziano, ma nemmeno tanto... (però la Bolkan mi piaceva assai)

Tutto questo lungo preambolo mi serve per dire quanto il cinema, qualunque sia la storia che ti viene narrata e come ciò venga fatto, sia diventato per me un rito quasi liturgico e mistico. Una magia che voglio vivere concentrato sulle immagini, le loro atmosfere e sui dialoghi. Non m’importa una cippa se la sala ha il mega-multi-maxischermo e il dolby surround che quando fischiano le cannonate ti viene da abbassare la testa e le poltroncine in velluto che ci sprofondi dentro, o se invece ha lo schermino striminzito dei cinema di periferia di una volta con l'immagine dei primi film in cinemascope che fuoriusciva ai lati lungo il muro, i seggiolini duri e traballanti, l’audio che gracchia e la pellicola che ogni tanto si spezza, si accendono le luci in sala e il pubblico urla in coro “Goboooo…” che sarebbe il richiamo veneziano all’operatore nella cabina di proiezione perché provveda. Mi va tutto bene, perfino la signora che al Cinema Garibaldi per non uscire durante la proiezione di una scena importante aveva fatto fare pipì al bambino contro il muro della sala o i ragazzini che in galleria facevano le corna nel raggio di luce del proiettore per farle apparire sullo schermo finchè non arrivava la maschera con la pila a redarguirli. Accetto tutto, purché abbia vicino gente che non mi disturba spezzando l’incantesimo. Perché una volta al massimo c’era quello/a che scartava le caramelle Charms, però almeno sapevi che il pacchetto era da dieci, dunque più di tanto non poteva andare avanti e comunque potevi sperare che una gli si piantasse nella strozza, così l’avrebbe smessa una volta per tutte. Più grave era il tizio con il pacchetto dei semi di zucca, che lo sentivi sputazzare con metodo dietro di te per tutta la proiezione, però nei cinema di prima visione non lo trovavi, così come quelli che venivano al cinema solo per limonare al buio e dunque potevano spendere poco, che altrimenti si sarebbero rivolti ad un affittacamere. Però almeno quelli si mettevano a fare i fatti loro nelle file in fondo alla sala e al massimo poteva giungere qualche gemito occasionale. Una volta, al cinema Giorgione, preceduto da uno strillo giunse anche il suono di un ceffone accompagnato da un “Te gò dito de no!” ma fu un episodio isolato, così come la banda di ragazzini che sempre nello stesso cinema si divertiva a sputazzare dalla galleria sugli spettatori in platea. Del resto bastava prendere posto qualche fila più avanti e il problema era risolto, così come bastava non andare al cinema Olimpia il giorno dopo l’acqua alta a San Marco evitando in tal modo che l’imbottitura delle poltroncine ancora zuppa d’acqua ti offrisse l’effetto bidet compreso nel prezzo.


Come vorrei poter vivere il film in sala...


Oggi invece lo spettatore medio grazie anche alle nuove sale multiplex, multi confort e multi qualsiasi cosa, si è dotato di nuove armi di disturbo di massa, quali i bidoncini di pop corn nei quali ravanare con la mano per tutto il film e che emanano nel raggio di alcuni metri l’odore tipico della rosticceria quando friggono le mozzarelle in carrozza, i bicchieroni di bibita gassata da tirare su con la cannuccia sino all’ultima goccia (ruttino all’aroma di Coca-cola in arrivo tra quattro.. tre… due…) e la scatoletta delle Tic-tac o delle M&M’s da scuotere in continuazione come le maracas alla ricerca del confetto. Ma non solo, perché ci sono anche nuove tipologie di spettatori: il branco di una decina di adolescenti che passa il tempo a cazzeggiare dei fatti suoi e ogni tanto ce n’è almeno un paio che si alza ed esce dalla sala (a fumare? a pomiciare? a prendere nuovi pop corn?) e poi rientra mentre ne escono altri due e così via. Poi c’è quello che lui il film lo ha già visto, però la sua lei seduta accanto deve sapere per tempo che “Adesso lui le spara e la crede morta, però vedrai che lei non muore…” e che “Alla fine viene fuori che lui è suo padre…” e anche la tizia che ad ogni scena cruenta ansima di terrore dicendo ad alta voce “Oddio…non posso vedere…non posso vedere” tanto da indurti a dirle “Signora, allora non guardi, ma lasci guardare a noi…”. Ci sono anche quelli/e che all’improvviso durante la proiezione si ricordano che “Ah... ti sa che geri me gaveva ciamà la Patrizia?… dopo te conto, che questa la xè grossa...” e invece il “dopo” diventa “subito” e così, mentre stai cercando di concentrarti su Colin Firth che sta  pronunciando il Discorso del Re, vieni informato delle vicende privatissime di questa Patrizia che, anche se chiedi a costoro per cortesia di fare silenzio, dopo alcuni secondi ricominciano, tanto devono essere importanti per le sorti dell'umanità. Ci sono anche quelli che arrivano a proiezione iniziata da quindici minuti e anche se hanno i posti F 21 e 22 iniziano a far alzare tutti dalla sedia F1 perché è troppo scomodo salire dall’altra scalinata. E, infine, oggi c’è la piaga biblica delle piaghe bibliche, quella che ieri sera mi ha indotto due volte a cambiare posto: gli imbecilli che al cinema invece di guardare che cavolo stiano proiettando consultano in continuazione il telefonino e si scambiano messaggi su What’s Up o twittano i cavolacci loro illuminando il buio della sala con i loro schermi formato padella, che emettono gli stessi fasci di luce dei proiettori della contraerea durante la guerra, tanto che ieri sera, siccome in queste cose utilizzo il principio “à la guerre comme à la guerre” ad un certo punto ho acceso il mio e dopo aver detto “Guardi, gliela passo subito…” l’ho porto alla ragazzina seduta a qualche sedia di distanza da me che stava trappolando con il suo Samsung dicendo “Scusi... è’ per lei…" e appena la giovinetta mi ha risposto sorpresa " Davvero è per me?" le ho detto: " Sì... certo... dicono se la può smettere con quel telefonino…” . Beh… mi ha guardato male, ma almeno ha smesso. Del resto, non si è letta l’Arte della guerra di Sun Tzu per caso…

sabato 19 agosto 2017

Di quelli che fanno i cruciverba sotto l'ombrellone quando tu vorresti dormire.


Ora del dopo pranzo in spiaggia, sole a picco e caldo atroce sotto l’ombrellone dove c’è calma piatta di vento, tanto da farti pensare che almeno il tuo forno di casa è ventilato, invece qui è statico. Mentre cerchi di appisolarti per smaltire il panino e la birra che ha già iniziato a fuoriuscire per conto suo sotto forma di rivoletti di sudore e dopo il Despacito che proviene dal tizio alla cassa che tiene la radio accesa, provi ad escludere dalla tua vita anche il bambino che, un paio di ombrelloni più in là, si diverte da alcuni minuti a far scrocchiare la plastica di una bottiglia vuota di minerale rivalutandoti la nobile figura di Erode, ecco che il vecchietto seduto dietro a te inizia a cimentarsi con un cruciverba della Settimana enigmistica compitandolo ad alta voce, come i bambini delle elementari.
Quattro verticale… l’Humprey del cinema
Bogart” lo soccorre subito la moglie (esatto, però era facile)
"Dieci verticale.. il Don ballerino"
"Lurio..." (peccato, speravo dicesse Abbondio...)
Nove orizzontale… il fiume delle quattro capitali
E qui si ride, penso subito… infatti inizia immediatamente con il Reno (ma no, el xè de sette lettere) così la moglie lo corregge con la Senna (sono cinque lettere signora… può far di meglio) e poi con il Volga (sempre cinque signora…zoppichiamo anche con la matematica, eh?) e perfino con il Tamigi (sono sei lettere… dai che ci avviciniamo!). Alla fine, quando già stai per fischiettare il bel Danubio blu, lui ci arriva da solo e si capisce che ne è soddisfatto. 


Il selfie dei piedi in spiaggia: un classico a cui non ci si può sottrarre.


Avanti con la prossima: “Quindici verticale… lo scienziato che ha scoperto i buchi neri” (Oddio! Questa è davvero dura…)
Galileo!
No…
Leonardo…
No…
Michelangelo…” (sì, sì… vabbè.)
No, quèo el xè un pitor … me serve due lettere soltanto, le ga da essar le iniziali… una xè la H di chiodo, parché quel che se batte col martèo el xè el ciodo…
Nol xe l’incudine?
No… me serve de sie lettere, incudine el xè de oto…” (giusto, lui la matematica la sa…immagino che lei stia per replicare che ciodo el xe de cinque lettere, ma poi si trattiene)
Alla fine, con l’aiuto di vari incroci, scoprono anche la S però si capisce che sui due permane la nebbia in Val Padana riguardo al nome completo dello scienziato. Quindi, dopo essere andati via spediti sul Cristiano calciatore, sulle lasagne intese come "il piatto di Bologna" e sulla cantante di “Maledetta primavera” ma con un nuovo piccolo intoppo sulla targa di Sondrio, lui prosegue da solo, mentre la moglie si stende sul lettino ad abbronzarsi, finché, dopo una decina di minuti si alza e gli chiede spazientita “Ma ti gà finìo col cruciverba, che go vogia de andar in acqua?” 
Sì, lo go quasì finio… me manca solo una parola de quattro lettere che non so bon de trovar…
Mona?” (suggerimento ad alta voce del vicino di ombrellone, che quando ci vuole, ci vuole…)

mercoledì 9 agosto 2017

Del primo viaggio da soli, che non si scorda mai


In questi giorni Repubblica mi ha incuriosito e stuzzicato con la proposta ai suoi lettori di raccontare il loro primo viaggio da soli senza i genitori. Di primo acchito ho considerato che era meglio non provarci perché avendo un figlio che a diciassette anni era già in giro da solo per l’Australia e dintorni, come minimo mi sarebbe costato un patrimonio dall’analista. Però poi la tentazione di cimentarmi nel piacere del ricordo ha prevalso e ho pensato a mia volta a quale potesse essere stato il mio primo volo fuori dalla protezione del nido materno. Escludendo, ovviamente, le gite scolastiche, il primo viaggio che ho fatto davvero da solo e durante il quale ho imparato ad arrangiarmi per conto mio, a gestire i (pochi) soldi e a organizzare decentemente le mie cose credo sia stato quando sono salito per la prima volta sulla passerella della motonave Ausonia dell’Adriatica di Navigazione con altri quattro amici e compagni di avventura del nostro complesso rock per iniziare a suonare come orchestra di bordo della classe turistica. Quello mi ha sicuramente svezzato (mia moglie non è di questo parere), anche perché avevo solo diciotto anni e in quell’epoca non era così facile avere l’indipendenza e l’occasione di viaggiare dei ragazzi di oggi. Però ho qualche dubbio a citarlo come primo viaggio e non solo perché in fondo ne ho già parlato ad abundantiam, quanto perché di fatto era… un viaggio di lavoro e anche vissuto in condizione di tutta tranquillità come può essere quella di stare a bordo di una nave da crociera, dove tutto è sotto controllo e al massimo può succedere che freghino le bacchette al batterista o che una ragazza canadese ti prenda a ceffoni mentre stai suonando perché tra tutte le giovani passeggere a bordo della nave per tradirla hai scelto proprio, senza saperlo, la sua compagna di cabina.


Luglio 1969 - Nel porto di Odessa, con l'Ausonia sullo sfondo.

Piuttosto, parlando di primi viaggi a loro modo memorabili, potrei raccontare di quella volta in cui da studente ero stato invitato all’ultimo momento (per questioni di budget eravamo in quattro in una stanza da due e io ero uno dei due abusivi) a fare il capodanno a Cortina ed alcuni amici incauti che volevano festeggiare l'anno nuovo con una polenta e salsiccia in una malga sperduta dalle parti della frazione di Alverà ci avevano affidato il compito di portare le bottiglie di champagne già pagate da uno di loro (decisamente benestante) e che erano solo da ritirare. Avendo però indicazioni abbastanza vaghe su come si raggiungesse il posto, alla fine Donatella, io e i due amici che erano in macchina con noi finimmo per perderci tra stradine che portavano in mezzo al nulla e tra cumuli di neve. Così, a mezzanotte in punto, per vincere il freddo e in spregio alla sorte avversa che ci impediva di compiere la nostra missione abbiamo stappato in macchina le bottiglie e dato luogo ad una delle più colossali bevute di Moët & Chandon della storia, anche se, con un'imperdonabile caduta di stile, dovemmo berlo deplorevolmente a canna per la mancanza di flute (non chiedetemi come abbiamo fatto poi a tornare in albergo perché ricordo solo che eravamo tanto, ma tanto allegri). 


Luglio 1969 - Nella parte del chitarrista bello e dannato
 tra le ragazze canadesi a bordo

Oppure, sempre in tema di capodanni, potrei citare quello vissuto in solitaria e sui vent’anni all'Hotel Rosetta di Perugia, avendo colpevolmente ignorato il principio che non bisognerebbe mai litigare e lasciarsi con la propria ragazza il giorno prima di partire per le vacanze e quando hai già prenotato e pagato un’intera settimana di soggiorno, ma tanto meno ruggire di virile orgoglio e dirle in tono di sfida: “Guarda che non ho bisogno di te, a Perugia ci vado benissimo da solo, non ti preoccupare” perché poi ti tocca farlo davvero se non vuoi perdere la faccia. Ma siccome a volte la sorte, come insegna von Clausewitz, gira in positivo le sconfitte quando meno te lo aspetti, accadde che l’ultimo dell’anno ero già in camera fin dalle dieci, rintanato sotto le coperte a leggere un libro giallo con solo il pessimo umore a farmi compagnia quando alcuni minuti prima della mezzanotte suonò inatteso il telefono. Credevo fosse lei che almeno si degnava di farmi gli auguri e invece era il portiere che, essendo io l’unico cliente sfigato rimasto in albergo (ma dai?), mi proponeva, se la cosa mi faceva piacere, di scendere giù nelle cucine dove il personale avrebbe stappato qualche bottiglia in allegria e aperto dei panettoni per festeggiare l’anno nuovo. Mi vestii in un lampo, scesi da basso e passai una serata simpaticissima, finendo perfino a cantare in coro delle canzonacce in dialetto umbro che purtroppo oggi ho dimenticato.


Luglio 1969 - in spiaggia a Rodi con Violet che voleva portarmi a Montréal
per presentarmi ai suoi genitori (ho declinato l'invito)

Però il viaggio che ricordo ancora oggi con emozione, anche se non era il primo e non ero da solo, è stato quello che ho fatto all’inizio della nostra storia d’amore, quando tutto era ancora zucchero e miele, con la mia ragazza dell’epoca, a Firenze, dove per la prima volta abbiamo potuto dormire assieme (cosa scandalosa per l’epoca) in un alberghetto a una stella dove non facevano caso se fossimo una coppia sposata o meno ("m'importa fava...", disse il portiere dopo un'occhiata distratta ai nostri documenti), in Borgo Ognissanti, a due passi dal Lungarno Vespucci. Quel viaggio, ancora così vivo nel ricordo, e’ stato anche un piccolo capolavoro di astuzia, perché né io né lei avremmo mai avuto dalle nostre famiglie il permesso di farlo assieme in quegli anni (parlo del 1969). Quindi, per raggiungere il nostro scopo, abbiamo fatto così: lei aveva ottenuto la complicità di una sua cugina più grande che studiava a Firenze e che, apparentemente, l’aveva invitata per un soggiorno di una settimana nell’appartamentino che condivideva con un'altra studentessa. Che però era andata via da mesi e questa ragazza, in realtà, all’insaputa della famiglia, ora viveva con uno studente americano e quindi necessitava a sua volta di… molta discrezione reciproca e, ovviamente, l’ospitalità sarebbe stata solo di facciata. Il giorno dopo la partenza della mia bella per Firenze, per eliminare ogni sospetto da sua madre che così avrebbe visto di persona che io ero rimasto a Venezia e non ero partito con sua figlia come temeva, mi recai a casa sua con la scusa di riprendere alcuni dischi che le avevo prestato e con l’occasione mi informai di come stesse andando il soggiorno fiorentino della mia beneamata e le raccomandai di salutarla tanto da parte mia quando l’avesse sentita. Un’ora dopo questa vergognosa quanto abile messa in scena ero già seduto a bordo del rapido per Firenze con lei che di lì a poche ore sarebbe corsa ad abbracciarmi in stazione a Santa Maria Novella.

Quei primi giorni di viaggio assieme furono per tutti e due un’esperienza di vita memorabile. Anche se era autunno inoltrato, iniziava a fare freschetto e ogni tanto piovigginava pure (che però era una buona scusa per rimanere in camera), Firenze, senza il turismo invadente e all’epoca ancora autentica nei suoi umori, seppe essere complice come la Venezia dei miei ricordi. Così scoprimmo tante cose straordinarie, dal Museo Stibbert, alla salita lungo i 463 gradini del campanile di Giotto con le gambe che poi facevano male e dalle passeggiate notturne sui lungarni sino, più prosaicamente, alla bontà del panino con il lampredotto. Scoprimmo anche i risvegli con il “ma quanto hai russato?” e il conseguente “...e tu pensi di no?”, e pure che lei aveva sempre i piedi gelati e scalciava durante il sonno e che io quando mi lavavo i denti spargevo dentifricio dappertutto, ma soprattutto che sua cugina, nello sceglierci la stanza, aveva preso troppo alla lettera la richiesta di essere “parsimoniosa”, perché è vero che il prezzo era davvero da studenti, la stanza era spartana negli arredi ma pulita ed in fondo, trovandosi l’alberghetto al terzo piano di un palazzo (si saliva con un vecchio e cigolante ascensore dalla deliziosa cancellata liberty e che costava l’inserimento di una monetina da dieci lire a viaggio) ci concedeva pure, dall’unica finestra disponibile, la visione di qualche tetto, di un campanile non identificato e delle colline, che era molto romantico.


La gita in carrozzella: quando gli dei sono invidiosi di tanta felicità
e il castigo ha la forma di un quadrupede scagazzante per tutto il percorso

Però la porta non si chiudeva bene e di notte ci costringeva a barricarci tenendoci contro una sedia con una valigia sopra ma, soprattutto, non avevamo il bagno in camera. C’era solo il lavandino, senza acqua calda, con un saponetta già usata da terzi (dunque gettata con raccapriccio) per le abluzioni e quindi per il resto occorreva recarsi nella toilette in corridoio, dalle dimensioni di uno stanzino minuscolo, con solo la tazza. E qui si scopriva che la lampadina del bugigattolo era fulminata e che, se per caso ti scappava di notte, dovevi mirare verso il centro di quella sagoma biancastra che intravedevi alla luce fioca di un piccolo lucernaio, verificando prima che il coperchio della tavoletta non fosse abbassato, altrimenti la mattina dopo saresti stato svegliato dalla donna delle pulizie che in corridoio strepitava contro la Maremma maiala e bucaioli vari. Durante il soggiorno ci fu solo un momento di tensione quando lei s'impuntò, ovviamente avendola vinta, per fare un giro del centro storico con la carrozzella che ci costò quanto due giorni in albergo. La mia considerazione che se proprio voleva provare il brivido della passeggiata in carrozza avrebbe potuto farlo anche al Lido, lungo il Gran Viale a minor prezzo e che francamente mi sentivo a disagio nelle vesti del turista gonzo americano da spennare, non ebbe alcun risultato e comunque nell'occasione quel maledetto cavallo non ci risparmiò niente e lo considerai un castigo divino. 
 

Al termine della settimana assieme a Firenze, io presi un treno che partiva al mattino, mentre il suo partiva a metà pomeriggio e appena sceso a Venezia telefonai ai suoi genitori, che ci sarebbero di sicuro andati, per chiedere se potevo venire con loro quella sera a prenderla in stazione. Gran bella mossa, vero? Diciamo pure che se von Clausewitz si chiamava Carlo, in fondo non era casuale.

giovedì 3 agosto 2017

Della mia sorprendente mutazione in casalingo e della prevalenza del budino


Da quando sono felicemente arrivato al traguardo della pensione sollevando i remi dopo una lunga vogata di quarant'anni, malgrado la seccatura di qualche acciacco più o meno serio, me la godo assai e non appartenendo alla schiera dei tanti che una volta lasciato il lavoro si aggirano smarriti per casa o te li vedi seduti al baretto con il bianchino davanti a guardar passare quelli che al lavoro ci vanno ancora e con l'aria sgomenta perché loro adesso non sanno più cosa fare, io lo so benissimo. Anzi, lo so da sempre cosa fare, perché a far correre la fantasia per ottimizzare il non fare un tubo mi ci sono allenato. Così, oltre alle due orette quotidiane adoperate per portare il bretone a sgambettare sotto il sole rovente di questi giorni o sotto i diluvi, tra i campi fangosi e le nebbie (che lui non si degna di espletare i suoi bisogni nelle aiuole dei giardinetti come i cani comuni, ma si sente ispirato solo dalla visione degli spazi agresti) mi rimane un mucchio di tempo da dedicare finalmente ai miei hobby: la fotografia, lo scrivere, la chitarra e il cazzeggio su internet che è quello in cui riesco meglio, come sa chi mi segue su Facebook e su questo blog.

L'unico elemento perturbatore di tanto paradiso è rappresentato da una moglie che appena rientro dalla passeggiata tra i campi con il cane che mi zampetta attorno ancora felice e posso finalmente stravaccarmi sul divano del salotto, se solo oso aprire Repubblica per una fuggevole occhiata o accendere la televisione, invece del premuroso: “Amore, sei stanco? Vuoi che ti faccia un caffè?” tipico degli angeli del focolare di cui favoleggiavano le poesie delle elementari, arriva subito a ricordarmi, con le braccia conserte e l'aria minacciosa, che: "Visto che non hai nulla da fare, ci sarebbero le foglie in giardino da rastrellare o la biancheria da stendere. Scegli tu..."

Dunque, essendo comunque un uomo curioso e aperto al cambiamento, sto perfezionando il ruolo del pensionato casalingo. Non che prima non lo facessi, perchè avevo iniziato a vivere da solo da studente e chi avesse letto su queste pagine la vicenda del poulet à la merde sa di cosa parlo, ma molto tempo dopo e già in età adulta lavorando a Torino e pertanto vivendo da solo a quattrocento chilometri da casa e con orari devastanti per la mia alimentazione perché uscendo, se andava bene, alle otto di sera, riuscivo a fare spesa solo se i negozi non mi chiudevano la saracinesca sui piedi e in tal caso qualche carbonara o una pasta con le alici ci scappava pure. Altrimenti sopravvivevo con scatolami e tranci di pizza o di focaccia ligure rafferma e per il resto, non disponendo dei tempi tecnici, mi limitavo al minimo sindacale (lavaggio del mio piatto singolo e della forchetta, delle calze e mutande etc...), mentre per le pulizie di fondo ero in preda alla disperazione, rimandandole sempre. Alla fine, chiedendo ingenuamente lumi al giovanotto della cooperativa che ci puliva gli uffici, mi era stata indicata la “Soluzione Luciana” che, a suo dire, avrebbe depurato il mio appartamento come la “Soluzione Schoum”. Costei era una tarchiata signora molisana (ovviamente parente del giovanotto) dall’età indefinibile, sempre vestita di nero e brusca di modi che veniva al venerdì sera e che, come promesso, mi riconsegnava al lunedì una casa lucente, ancorché affumicata come uno speck perché la maledetta fumava come una turca, tanto che le lenzuola e il cuscino sapevano di fumo per almeno due o tre giorni. Questo anche se prima di dormire lasciavo la finestra spalancata per arieggiare (misura in ogni caso indispensabile perché abitando in un condominio di ottantenni freddolosi, la caldaia andava a tutto spiano anche in primavera e sui termosifoni ci potevi friggere le uova).


Pronto a combattere eroicamente contro lo sporco che si annida ovunque.

Diciamo che oggi faccio il casalingo in maniera più articolata e consapevole e, a volte, perfino con entusiasmo. Perchè questa è un'esperienza sicuramente interessante e formativa, che, come fossi un novello Darwin, mi svela mondi nuovi e affascinanti come quelli del Mocio Vileda, del panno antistatico e dell’olio paglierino per i mobili o anche tecnologie complesse come quella della lavatrice intelligente che si rifiuta di accettare il detersivo se il tessuto non è quello giusto, che però sa solo lei quale sia. Questo nuovo mondo, spesso mi pone davanti a scelte sconosciute e laceranti come quelle relative al detergente migliore per i pavimenti (con lisoformio o no? E la candeggina profumata a che ca… serve?) o a scoperte amare del tipo che non esistono guanti di gomma adatti alle mani di un signore alto un metro e ottantaquattro per novantacinque chili di peso e che anche il formato XL ti stringe due lacci emostatici attorno ai polsi. Quindi, alla fine, essendo uomo d’ingegno, dopo aver scoperto quanto bruci il Calinda a mani nude, ora lavo il water con le mani avvolte nei sacchetti del supermercato.

Ma quello che più mi affascina della trasformazione in casalingo è la scoperta di specie umane nuove e insidiose, quali il giovanotto sorridente del negozio di frutta e verdura sotto casa che ogni volta che mi vede passare mi sorride e viene a fare una coccola al cane attirandomi nel negozio con la notizia che gli sono appena arrivate le mozzarelline fresche di bufala dalla Puglia (che invece sono della settimana prima) e quindi proponendomi ogni sorta di primizia o di frutta esotica purché costosa. Così che qualche giorno fa sono scivolato nell'abisso dell'acquisto a scatola chiusa di un paio di Barattieri, magnificati come stupendamente Bio e che ancora oggi mi domando cosa siano, anche perché una volta a casa mi sono ricordato che il Baratieri che conoscevo io aveva una "t" sola ed era il generale sconfitto alla battaglia di Adua. Dunque, non aveva nulla a che fare con quei frutti. Inoltre, il giovanotto, approfittando della totale incompetenza di uno abituato da anni a mettere nel carrello del supermercato il lattughino “tempo zero” già lavato e pronto da condire, mi rifila come misticanza di insalatine novelle le erbacce che crescono sui bordi della strada e quando acquisto un chilo di cipolle di Tropea, facendomi vedere con la gestualità di un illusionista che sta scegliendo solo le migliori per me, poi me ne rifila sempre almeno una marcia. Lo stesso, peraltro, accade in pescheria quando mi magnificano seppioline atlantiche scongelate e gommose come nostrane e fresche di giornata.

Poi c’è la nostra farmacista, una bella signora sorridente dai capelli nerissimi, che da diversi anni qualsiasi richiesta le faccia di farmaci da banco, mi propone di default prodotti omeopatici o unguenti e tisane preparate da lei, purché costosissimi e dicendo ogni volta “Questo è un prodotto tutto naturale. Vedrà che le farà solo bene”. Se cercavo di fare il furbo evitandola o entrando in negozio solo quando attraverso la vetrina vedevo che non c'era, rivolgendomi alla sua collega di allora, una signora esile, bionda, di origine tedesca e dallo sguardo glaciale, il risultato era identico, solo che mi veniva detto: “Qvesto è prototto tutto di natura. Fedrà ke le farà solo pene”. Oggi la severa farmacista tedesca è stata sostituita da una giovane e simpatica farmacista sicula ma il risultato è: "Questo prodotto tutto naturale iè. Vedrà che solo bbene le farà”. E, comunque, cambia la farmacista, ma sono sempre venticinque euro (minchia!)

Dall'altra parte della strada, dopo il bar cinese dispensatore su ordine del Partito dei fagottini di mela, ci sarebbe il panificio, che dovrebbe essere tale e vendere semplicemente prodotti da forno, ma in realtà varcandone la soglia si entra un piccolo teatrino dove due vivaci (ma già un po' rafferme) Mirandoline goldoniane intrattengono i clienti abituali secondo i canoni della commedia dell'arte, improvvisando con maestria battute salaci, spiritosaggini, racconti di viaggi, di matrimoni, aneddoti e pettegolezzi di varia natura e umanità. Così devi attendere ogni volta che cali il sipario della rappresentazione per l'ultima cliente "amica" onde poter finalmente ordinare le tue quattro mantovanine. Però, come uomo di azienda, posso almeno divertirmi a calcolare gli indici di produttività del personale del panificio, che, se la mission aziendale è quella d'intrattenere i clienti, sono sicuramente alti.


Tu pensi di entrare in un normale panificio, ma in realtà stai per vivere
 un'esperienza coinvolgente di teatro dell'arte.

Comunque, una delle specie più aggressive che ho potuto scoprire andando a fare la spesa su mandato coniugale, è quella delle signore "vintage" con i capelli cotonati e azzurrini. Quelle donne di età indefinibile, spesso già nonne, che parlano in dialetto, con l’abitino a colori inspiegabili e il trolley della spesa da cui spuntano due gambi di sedano e che verrà presto usato contro le tue caviglie come una macchina da guerra di Leonardo da Vinci. Quelle che quando il tuo macellaio pronuncia il fatidico “a chi tocca?” le senti subito mentire alle tue spalle: “toca a mi!” e che, dopo averti spostato con la grazia di un Materazzi per raggiungere il bancone, iniziano il Cantico delle Fettine. 

Detto Cantico, comincia sempre chiamando per nome il macellaio, per farti capire subito che tra i due c’è un’antica confidenza che, pertanto, le consentirà di pretendere la rimozione minuziosa di ogni filo di grasso dalle bistecche, il disossamento del quarto di pollo e il legamento con lo spago dell’arrosto. Inoltre, consiste nel rivelarti, di fettina in fettina e di etto in etto, tutte le abitudini alimentari della famiglia e, di conseguenza, quanto lei sia carica di attenzioni e avveduta nelle scelte, casomai avessi pensato che ordinasse alla: “Valà che vai bene” (Non posso più dire: “Alla ca…. di cane”. Qualcuno in famiglia non la prenderebbe bene). 

Così, in capo ad una mezz'oretta saprai che il figlio trentenne, quello che lavora in banca, non sopporta i nervetti nella carne sin da quando era bambino, mentre suo marito è l’unico della famiglia che mangia il fegato, ma solo con la cipolla, che lei usa solo la guancia per fare lo spezzatino, che diventa tenerissimo, mentre i messicani di pollo (ma senza il peperone) sono per il nipotino che mangia poco, perché la nuora, come tutte le ragazze di oggi, non sa cucinare, ma che se glieli prepara la sua nonna… "Ti ga da vèdar come i se li magna tuti... che a volte, pòvaro fantolìn, el varda el piato vodo e po' el me dise: nonna, ghe ne xè ancora?"

Dopo aver invocato qualsiasi divinità affinché il marito perda un molare masticando lo spezzatino di guancia tenerissimo e il pargolo si strozzi con i messicani di pollo della nonna, appena ti sembrerà che il Cantico abbia avuto termine e dopo l'attesa di altri minuti di ricerca nella borsa formato valigia Samsonite per trovare i cinquanta centesimi che mancano (“Guardi… glieli do io, signora, se non si offende e anche se si offende…”), proprio quando stai per aprire bocca, la signora dai capelli azzurrini si fermerà sulla soglia della macelleria come folgorata da una visione celeste: “Maria santissima… gèro drio a desmentegàrme… Mauro, hai mica il prosciutto cotto dell’altra volta, ma non quello con i conservanti, quell'altro naturale che era piaciuto tanto a …” .

Anche mio figlio, nei rari momenti nei quali ci onora della sua presenza, si dimostra piuttosto avanti nel suo sapere casalingo, un po’ perché sua madre appartiene alla scuola di pensiero che sia meglio educarli da piccoli per non ritrovarsi poi con casi irrecuperabili come suo marito e un po’ perché la sua precoce vita da giramondo e soprattutto il fatto di vivere e lavorare all'estero glielo ha reso naturale.


Oggi, nella sua casa di Dusseldorf si possono gustare italianissimi risotti

Il nostro giovanotto in verità aveva iniziato come suo padre a darsi da fare già da studente, durante l’Erasmus, regalandoci scene memorabili quali le immagini webcam dalla sua camera spartana con le camicie sullo sfondo stese ad asciugare ancora sgocciolanti appese ad un filo che passava sopra il letto del suo compagno di stanza, il pazientissimo Miguel. Ma anche il suo sguardo sgomento quando aveva appreso che la biancheria occorre anche risciacquarla, non solo immergerla nell’acqua e sapone ("Mamma... ma dici davvero?") e perfino un momento di buonumore quando ci aveva rivelato che per l'incomprensione dell’etichetta lituana, aveva fatto il suo primo ragù con il ketchup (però ai tedeschi dell’altra stanza era piaciuto molto). Poi è migliorato a tal punto che oggi si lava e si stira impeccabilmente le camicie (anche perché sua madre da quando ha compiuto i 18 si rifiuta di farlo) e cucina più che discretamente, tanto che alla fine si manteneva dando lezioni di cucina italiana ai suoi compagni (e alle compagne) dell’ostello di Vilnius in cambio della spesa settimanale e di qualche ingresso in discoteca. 

Siccome se ne vantava, al rientro in patria l’avevo sfidato ad un duello culinario tipo “la prova del cuoco” con sua madre e due nostri amici invitati a cena per l’occasione nelle vesti di giurati più o meno imparziali. Ciascuno aveva fatto le sue spese e poi Gianmarco aveva cucinato un antipastino di sua invenzione (diceva) con carciofi, funghi e taleggio passati al forno dentro dei vol-au-vent (surgelati) e quindi delle fettuccine con il bacon della Tulip e tanta cipolla che aveva definito con molta fantasia “alla griscia”, mentre io mi ero esibito nelle crépes con la ricotta e lo speck e poi nelle polpettine al sugo con i piselli, come le faceva mia nonna, cioè da urlo. Infatti, ero in vantaggio, quando a sorpresa lui ha servito in tavola un dessert: un bunèt piemontese (una via di mezzo tra il budino e la crème caramel) al cioccolato, guarnito con la panna montata e un’amarena Fabbri, che non c’entrava nulla ma faceva scena. Successo immediato, applausi e vittoria netta dell’erede. La mattina dopo, appena l’ho visto arrivare giù dalle scale ciondolante in pigiama a bofonchiare: “Qualcuno ha fatto per caso il caffè?” e prima di rispondergli: "Sì... il bar di fronte!" gli ho fatto sportivamente i complimenti per la vittoria e per quel dolce. Lui mi ha folgorato con un lampo ironico poi mi ha detto ridacchiando: “Papà, ma scherzi? Guarda che la mamma l’ha capito subito … i bunèt li ha fatti la Parmalat, mica io…”