martedì 31 marzo 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 7



La mattina seguente mi presentai in sala da pranzo di buonora per controllare che tutto procedesse per il meglio. Milla era intenta a servire la colazione a Grouchy. Considerando che indugiava a chiacchierare amabilmente con il nostro amico, immaginai che fosse abbastanza serena. Attesi con calma che terminasse, poi la fermai mentre tornava verso le cucine. 
<<Il professore è sceso a far colazione?>>. 
<< Sì, non era dell’umore migliore, ma comunque è venuto a tavola. Adesso credo che sia in aula con Pauline a sistemare i materiali di lezione. A proposito… ti ha lasciato 160 fotocopie da fare per lunedì raccomandandosi che non siano tutte storte come l’ultima volta>>. 
<< Che palle con queste fotocopie! Sono qui in cinque, non può organizzarsi con i suoi assistenti e farsele da solo?>>. 
<< Evidentemente, no! In ogni modo, ti ricordo che le fotocopie che ci fa fare sono tutti soldini extra. Comunque, la metà serve a lui per le undici, mentre le altre servono a Grouchy nel pomeriggio, quindi se vuoi farle domani mattina hai tutto il tempo>>. 
<< A proposito, com’è che servi tu le colazioni? Non c’è Nadia?>> 
<< Si, Nadia c’è, ma non è disponibile>>. 
<< Perché, di grazia?>>. 
<< Perché Cristophe, uno dei due cretinetti giovani, ieri sera l’ha incrociata nel corridoio del secondo piano e ha cercato di baciarla>>. 
<< Caspita! E lei?>> 
<< Lei lo ha spinto via, poi si è tenuta dentro il magone per tutta la notte e questa mattina mi è scoppiata a piangere in cucina come una fontana. Così l’ho consolata e l’ho dispensata per oggi dal servizio ai tavoli.>> 
<<Hai fatto bene. Giulio lo sa?>> 
<<No, per ora no. E non lo sa neppure il professore. Ieri ha già avuto una giornata difficile grazie ad un suo collaboratore, non vorrei buttare nuova benzina sul fuoco…>> 
<< Come ci comportiamo con il ragazzo?>> 
<< Spero che il giovane satiro si sia dato una calmata, visto che Nadia lo ha respinto. Se torna all'assalto dovremo parlarci a quattrocchi …>>. 
<< Gli parli tu, gli parlo io o gli parla Giulio?>>. 
<<Dipenderà dal tipo di assalto. Per ora escluderei Giulio che non ha il necessario senso dell’umorismo>>. 

Dissi a Milla che poteva senz'altro far conto su di me e che d’ora in poi avrei tenuto d’occhio il giovanotto. Poi, mi venne in mente una curiosità che non riuscii a trattenere << Scusa se te lo chiedo, ma se Cristophe invece che con Nadia avesse provato con te?>>. 
<<Sarebbe ancora disteso in corridoio a massaggiarsi le palle. Lo sai che ho la ginocchiata facile, no?>>. 
Lo sguardo della mia compagna e alcuni dolorosi ricordi mi fecero sperare per lui che al giovanotto non venissero più in mente desideri del genere. Cambiai subito argomento. 
<< A proposito: è oggi che li porti a Venezia? >> 
<<Sì, partiamo nel pomeriggio con tutta la comitiva. Prima li porto a cena da Nereo, all’Antica Bessetta e quindi, se c'è tempo, andiamo un'oretta al Casinò. Torneremo a notte fonda>>. 
<<Che invidia! Li porti a mangiare il leggendario pasticcio di pesce della Mariuccia?>>. 
<<Certo! E’ l’unico motivo per cui faccio volentieri questa gita. Dovevi vedere la faccia di Grouchy mentre gli descrivevo tutte le meraviglie che gli avrei fatto assaggiare questa sera: le sarde in saòr, i bigoli in salsa, il baccalà mantecato>>. 
<<Ah! Dunque la misteriosa mousse de poisson di cui stavi parlando con quel poveretto era il baccalà mantecato? Il tuo francese è spudorato come te!>>. 
La mia signora rise di gusto per essere stata presa in castagna. <<Sì, più o meno. Non sapevo come tradurglielo e mi sono arrangiata. L’importante è farsi capire, no? Comunque, quando gli ho raccontato delle moleche che vengono fritte dopo aver sorbito l’uovo sbattuto in modo che dentro si formi una frittatina che sa di mare, si è quasi commosso. E’ impaziente di vedersele nel piatto>>.
Un improvviso senso di languore mi pervase lo stomaco. 
<< Lo capisco! Ma Ponsard viene anche lui?>> 
Milla ridacchiò ancora, ma questa volta in modo diverso, come quando sapeva di infliggermi una fregatura. 
<<No! Ponsard detesta il pesce, il gioco d’azzardo e la compagnia degli altri esseri umani in generale. Così resta da solo in albergo. E’ tutto tuo! Avete a disposizione la sera per parlare di Napoleone a Waterloo. Non sei contento? Comunque, Maria, anche se è il suo giorno libero, si ferma qui fino alle nove a darti una mano per la cena del professore e poi Giulio è di turno come portiere di notte, quindi se vuoi fargli compagnia ed aspettarci alzato, bene, altrimenti puoi anche andartene a dormire, tanto lo sai che Ponsard dopo cena va a letto presto>>. 

Roso dall’invidia e per trovare un po’ di solidarietà umana mi rifugiai in cucina con l’intento di dare una mano a mia suocera e magari di spiluzzicare qualcosa della cena in anteprima. Come aprii la porta, però rimasi di stucco. La povera donna era china sul tavolo e aveva il volto rigato dalle lacrime che cercava invano di asciugare con la manica del vestito. Mi fece una gran pena. 
Era chiaro che la buona signora Lucia aveva avuto finalmente il crollo di nervi che sia io che Milla attendevamo da giorni. Non era, infatti, possibile che un essere umano, per quanto considerasse il benessere gastronomico altrui come la missione che Dio le aveva affidato al momento di spedirla sulla terra, potesse reggere mattina e sera a dei ritmi del genere. Sapendo che Milla me ne sarebbe stata grata, decisi di consolarla. Così l’avvicinai affettuoso e la strinsi tra le braccia dopo averle stampato un bacio sulle guance umide di lacrime. 
<<Cosa c’è, signora? Ha un momento di malinconia, vero? La capisco. Stia su, che poi le passa. Si tratta in fondo di stringere i denti ancora per qualche giorno!>>. 

La signora Lucia, però, dopo essersi sottratta all'abbraccio mi mostrò una grattugia e un gambo di rafano dal profumo pungente. <<Grazie, Carlo, ma no se staga a preoccupar! Stavo solo grattugiando il cren per il bollito di domani. Lo sa che fa piangere, no?>> 
Dopodiché si rimise al lavoro di gran lena ignorandomi completamente. Cercai di recuperare mostrandomi volonteroso. 
<<Non le serve una mano per far qualcosa?>>. 
La signora Lucia risollevò la testa meravigliata per la mia disponibilità e trovò subito un incarico all’altezza delle mie attitudini.<<Mi si è slacciato il nodo del grembiule, me lo può stringere lei che ho le mani sporche?>>. 
Eseguii scrupolosamente il compito affidato, poi rimasi nell'attesa vana di altri ordini, o anche solo di uno scambio di battute. Mia suocera continuava imperterrita a raschiare i suoi gambi e tutta l’aria attorno era impregnata dall’aceto e dall’odore aspro del cren. L’osservai ancora un po’ sperando di trovare un qualche motivo d’interesse in quel lavoro di grattugia. Poi, definitivamente frustrato, anche per il fatto che tra le diverse pentole sul fuoco non vi era nulla di commestibile al momento, tagliai una bella fetta di formaggio d’alpeggio e con la scorta di un pacco di grissini mi ritirai nelle mie stanze a meditare sulle fortunate che sarebbero andate a cena a Venezia facendo finta di esserne dispiaciute. 

Il professore scese da basso per la cena verso le sette e mezzo. Si vedeva che non aveva ancora digerito del tutto l’arrabbiatura del giorno prima, così mi limitai ad un saluto formale e rimasi sulla soglia della sala da pranzo mentre Maria gli serviva la minestra di riso e zucchine e la fettina di vitello ai ferri che aveva ordinato. Alle otto e dieci, Ponsard si era già alzato da tavola e dopo essersi fatto consegnare il solito bicchiere di latte per la notte e un fuggevole cenno di saluto aveva raggiunto la sua camera al primo piano. Così, dopo aver accompagnato a casa mia suocera ed aver preso con me Paté, tanto perché si sgranchisse le gambe e facesse i bisogni, me ne tornai in albergo con il mio lupetto che scodinzolava felice giusto in tempo per sentirmi raccontare da Giulio che nel frattempo anche Maria se n’era andata a casa. 
Poiché, come sostiene un celebre politico, a pensar male si farà anche peccato, ma s’indovina quasi sempre, colto da un legittimo sospetto su quell'uscita repentina, andai a guardare la sala da pranzo. Come temevo, c’erano tutti i tavoli da preparare per la colazione del mattino seguente, compreso quello di Ponsard che era ancora da sparecchiare. Così chiamai mio cognato a darmi una mano. 
Giulio, che non aspettava altro, mentre mi aiutava a stendere le tovaglie cominciò un sermone interminabile contro Maria e “quelli della Bassa” in generale, che quando decidono di aver finito di lavorare se la svignano senza alcun riguardo e ti lasciano come un cane con tutte le faccende da ultimare. Lo lasciai sfogare senza ribattere perché non avevo voglia di discutere e poi perché trovavo giusto che Maria, dopo una settimana passata ventre a terra a correre di qua e di là passasse in pace la sua serata di libertà (magari avrebbe potuto aspettare dieci minuti in più e preparare i tavoli, ma in fondo era un dettaglio).

Dopo aver rimesso in ordine la sala da pranzo, mi spostai in cucina dove, con un po’ del brodo di zucchine, del pane raffermo e i ritagli della bistecca di Ponsard preparai una sontuosa zuppa per Paté e quindi, dopo un veloce ripulita della passatoia delle scale per far contenta Milla, raggiunsi Giulio che, secondo la sua usanza, faceva il portiere di notte nella saletta della televisione lasciando l’ingresso al suo destino. Lo trovai, infatti, stravaccato sul divano con un piatto di formaggio sulle ginocchia e una bottiglia aperta sul tavolino mentre era intento a guardare un vecchio film sulla rete di Capodistria. Come lo raggiunsi mi fece cenno di prendere posto al suo fianco. 
<<Che film è?>>. 
<<Caccia al ladro>>. 
<<Stupendo! Quello con Cary Grant e Grace Kelly che è ambientato a Montecarlo, dove lui è “il gatto”, un ex partigiano e ora presunto ladro di gioielli delle ricche americane e lei è la figlia della vecchia ereditiera burbera, ma dal cuore d’oro, che poi alla fine…>>. 
Giulio mi porse il formaggio e m’indicò la bottiglia. 
<< Culastriscie! Magna, bevi e soprattutto: taci!>> 
L’invito al silenzio era talmente perentorio e convincente che obbedii di buon grado e poco dopo venni raggiunto anche da Paté che grazie al suo udito straordinario era in grado di sentire una masticazione a cento metri di distanza e dunque arrivava speranzoso di trarne beneficio. 

Verso le undici di sera, proprio mentre Cary Grant si aggirava sui tetti di una villa sotto gli occhi della polizia monegasca, mi arrivò sulla schiena un refolo di aria fresca che sembrava provenire dall’esterno. Mi girai verso Giulio per domandargli se avesse chiuso bene la porta d’ingresso, ma proprio in quel momento Paté si mise ad abbaiare furiosamente, rinculando verso di me in cerca di protezione. 
<<Cossa gà sto mona de un can?>>. 
<<Non lo so, Giulio, ma ho la sensazione che ci sia qualcuno in casa>>. 
<<Ma se sono ancora tutti al Casinò!>>. 
<<Senti, credo che qualcuno sia entrato. La porta deve essere socchiusa perché entra aria e non credo sia stato il vento ad aprirla>>. 
Giulio spense il televisore per cogliere qualche rumore. 
Poi gridò a gran voce << Chi è? C’è qualcuno in casa?>>. 
Lo guardai sconfortato per tanta dabbenaggine. <<Giulio, grandissima idea! Se è un ladro educato ti risponde senz’altro. Altrimenti dubito che ti dia risposta, a meno che non sia un mona. Anzi, grazie a te, ora magari si è nascosto. Non ci resta che andare a vedere>>. 

Mentre Giulio afferrava la bottiglia per il collo come nelle risse da saloon e io trascinavo quel codardo di Paté per il collare, andammo a dare un’occhiata nella hall. La porta effettivamente era socchiusa, mentre io ricordavo bene di averla chiusa per impedire che il cane potesse uscire fuori. L’aprii per guardare in giardino. I due lampioncini davanti alla scalinata illuminavano appena la ghiaia resa luccicante dalla pioggerellina sottile che era caduta sino a poco prima. Oltre la cancellata che s’intravedeva appena, c’era il buio fitto. L’aria fresca della notte era intrisa del profumo dell’erba bagnata. L’unico rumore che si poteva avvertire oltre al frusciare delle foglie battute dal vento era quello di qualche macchina lontana sulla provinciale. 
Dopo un po’ Giulio mi raggiunse sulla porta. Dal fatto che avesse riposto la bottiglia si capiva che considerava cessato l’allarme. <<Culastriscie, mi sembra che sia tutto tranquillo. Non è che ti fai suggestionare dai film come le donne?>>. 
Mi voltai verso di lui per rispondergli come si deve, ma in quel momento mi accorsi che sul primo gradino della scala che portava ai piani di sopra c’era una piccola foglia del giardino. La indicai a mio cognato e gli dissi sottovoce <<Qualcuno è salito al piano di sopra. Quella foglia prima non c’era. Ne sono sicuro!>>. 
<< Come fai a dirlo?>>. 
<<Prima di venire a vedere il film con te ho passato l’aspirapolvere sulla passatoia delle scale. L’avrei vista>>. 
Giulio raggiunse la scala e prese tra le dita la foglia. <<Una volta tanto hai ragione! È ancora bagnata di pioggia. Andiamo su a dare un’occhiata>>. 

Raggiungemmo in fretta il primo piano e ci fermammo proprio dove c’era la suite di Ponsard. Anche lì tutto sembrava in ordine. Accostai l’orecchio alla porta e mi giunse distintamente il russare del professore. Tirai un sospiro di sollievo, ma fu troppo frettoloso, perché proprio in quel momento, la luce a tempo del corridoio si spense e prima che Giulio potesse riaccenderla un’ombra scura si precipitò fuori dallo stanzino di servizio e si precipitò a rotta di collo giù dalle scale scatenando i latrati di Paté. Giulio e io lo rincorremmo a perdifiato, ma quello aveva una frazione di secondo di vantaggio che lo rendeva imprendibile e quindi, dopo aver sbattuto la porta d’ingresso mandando in frantumi un vetro, scomparve nel giardino. 
Appena giunti in fondo alla scalinata ci dividemmo i compiti nella speranza di tagliargli le vie di fuga. Giulio si diresse verso il cancello principale e io e Paté cercammo di individuarlo sul retro della casa ma ogni ricerca risultò vana, anche perché dopo qualche minuto avvertimmo il rumore di una macchina che partiva in fretta e furia. Dopo averne seguito le luci dei fari e aver notato che all’incrocio sulla provinciale svoltava in direzione di Follina, rientrammo in albergo e, dopo un breve dibattito se fosse o no il caso di farlo, chiamammo Viccaro. 

Il Capitano era appena andato a dormire, ma quando seppe dell’accaduto non ci mise molto a saltare in macchina e a raggiungerci e il caso volle che le due Alfette con i fari lampeggianti arrivassero contemporaneamente al ritorno della comitiva da Venezia. Così, mentre assieme a Giulio andavo incontro a Viccaro, appena sceso dalla macchina, c’incrociammo con Milla in preda allo stupore e gli ospiti che facevano capannello per capire il perché di tutto quel trambusto. Come ci vide la mia signora allargò platealmente le braccia in segno di sconforto.<<Eccovi qua! Ma cosa avete combinato voi due? E’ possibile che non si possa lasciarvi soli un momento? Perché c’è questo schieramento di forze?>>. 
Quel tono inquisitorio non mi piacque affatto e reagii con una certa irritazione. Anzi, per dirla tutta, alzai finanche la voce e la cosa ebbe stranamente un effetto sedativo su Milla che non ci era abituata. <<Senti Camilla, piantala con le prediche e datti una calmata perché noi non abbiamo combinato niente! Qualcuno ha cercato di entrare in albergo e noi lo abbiamo messo in fuga, tutto qui>>. 
Viccaro, ad ogni buon conto, s’intromise nel discorso prima che degenerasse, mentre i carabinieri che erano giunti con lui cominciavano a guardare attorno al giardino con le pile e alla luce dei fari. 
<<Lo avete visto?>>. 
<<Più che visto, direi intravisto mentre scappava giù per le scale. Comunque sembrava giovane, anche perché con lo scatto che ha fatto per darsela a gambe lo doveva essere per forza. Era piuttosto magro e abbastanza alto. Diciamo sul metro e settantacinque, anche se al buio potrei sbagliarmi. L’altra cosa che ricordo è che doveva avere una bella capigliatura, molto gonfia, un po’ alla Branduardi, per capirci >>. 
<< Non ha visto come era vestito?>>. 
<<No, purtroppo no. Forse indossava dei jeans e un giubbino, ma è solo una sensazione. Non mi sento di confermarglielo>>. 

Il Capitano chiese a Giulio se aveva altri particolari da aggiungere, ma in quel momento risuonò dal giardino la voce di uno dei carabinieri. 
<<Capitano! Venga a vedere! C’è del sangue sulla cancellata e anche sulla ghiaia! Si deve essere ferito scavalcando>>. Corremmo verso il posto indicato e, non appena gli fummo vicini il militare ci illuminò la zona con la torcia. In effetti, lungo il ferro dell’inferriata s’intravedeva, anche se un po’ diluito dalla pioggia che era caduta sino a poco prima, un sottile rivoletto rosso e poco oltre, sulla ghiaia, c’erano due macchie ravvicinate e abbastanza consistenti. Un secondo carabiniere fece delle foto con il flash alle tracce mentre Viccaro diramava via radio gli ordini per le pattuglie che ricercassero una vettura con un ferito a bordo e facessero ricerche anche negli ospedali, poi tornò da noi. << Si deve essere fatto un discreto taglio per perdere tanto sangue. Forse avrà bisogno di qualche punto di sutura e se abbiamo fortuna lo becchiamo in qualche pronto soccorso. Avete visto se era armato?>> 
<<No, non mi è parso>> 
<<Ma come ha fatto ad entrare senza che lei e il portiere lo vedeste?>>. 
Quella domanda mi diede un brivido gelido per la schiena ma memore della figuraccia dell’altra volta, questa volta mentii spudoratamente per salvare la pelle mia e di Giulio. <<E’ stato un caso. Io stavo preparando la sala da pranzo e mio cognato era andato un attimo in bagno>>. 
<<Quindi, se capisco bene, questa persona era appostata in giardino e ha atteso il momento propizio per intrufolarsi?>>. 
<<Sì, direi di si …>> 
Lo sguardo di Viccaro cadde su Paté che dopo aver fatto le feste a tutti gli ospiti, infangandoli oltre il lecito, ci aveva raggiunto e ora scodinzolava festoso tra le nostre gambe. 
<<Ma, a proposito… il suo cane non si è accorto di niente? Com’è possibile?>> 
<<Se fosse un normale cane da guardia le darei ragione ma Paté è sempre stato un lupo da salotto. Non è portato per il genere poliziesco. Comunque, un pochino ha abbaiato>> 
<<Meno male! Almeno lui è sveglio!>> 
Una voce maschile risuonò improvvisa alle nostre spalle. 
Appena ci voltammo ci apparve Ponsard in vestaglia e ciabatte che dall’alto della scalinata osservava tutta la scena. Il professore era piuttosto nervoso e appena ci raggiunse apostrofò Viccaro con una certa aggressività <<Capitano! Cos’è questa storia che qualcuno ha cercato di entrare in albergo?>>. 
<<Purtroppo è vero! Questa persona è riuscita ad intrufolarsi fino al primo piano prima di essere scoperta e di fuggire… >>. 
<<E non le dice nulla questo? Lo vede che avevo ragione?>>. 
<<Mi dice solo che questo tizio probabilmente era un ladruncolo che ha cercato il momento adatto per arraffare qualcosa dalle stanze. C’è un gruppo di sbandati che gira da queste parti e cose di questo genere sono già successe nelle scorse settimane, soprattutto in abitazioni isolate come questa. Sorvegliano, aspettano che una casa sia incustodita anche per pochi minuti e rubano quel che trovano>>. 

Ponsard allargò platealmente le braccia per renderci evidente quanto quella considerazione lo indispettisse <<Ma allora lei proprio non vuole capire! Non le pare strano che appena mi ha tolto la scorta di Mauriot sia successo questo? Probabilmente mi stanno sorvegliando e sanno che, grazie a lei, ora sono indifeso>>. Notai che quando esplodeva di rabbia il professore diventava paonazzo in viso e cominciava a gesticolare freneticamente, cosa che lo rendeva simile a quei poliziotti biliosi interpretati da De Funes. Anche Viccaro dovette essere attraversato da un pensiero simile, perché nel rispondergli si fece sfuggire un sorrisetto ironico a mezza bocca. 
<<Professore, stia calmo! Non le pare di esagerare? La cosa ha tutta l’aria di essere soltanto una coincidenza. Del fatto che Mauriot non sia più in grado di difenderla a pistolettate lo sappiamo in pochi e dubito che qualcuna di queste persone sia in contatto con la malavita marsigliese che vorrebbe farle la festa. Non le pare? A meno che lei non voglia sospettare di qualcuno del suo entourage... >>. 
Ponsard scrollò le spalle <<Ma non ci penso neppure!>>. 
<<Appunto! Comunque, per farla sentire più sicuro, se lei è d’accordo, posso dislocare nuovamente qui uno dei miei uomini per proteggerla fino al termine del suo soggiorno. Le va bene? Così ora avrà ben due persone a sorvegliarla>> 
In quel momento, come evocato da Viccaro, Mauriot ci raggiunse e Ponsard gli scatenò addosso tutta la sua rabbia. 
<< Ah! Eccola qui! Con che faccia si presenta solo ora, eh? Lo sa che mentre lei era a giocare al casinò io potevo essere ucciso? Per cosa crede che la paghi? Per andare in gita a far bisboccia? O per fare il cascamorto con le cameriere?>>. 
Il poverino, aggredito con tanta veemenza, sbiancò in volto e provò a balbettare alcune scuse, ma ottenne solo di vedersi revocato l’incarico seduta stante. 

Inaspettatamente Milla intervenne in difesa del ragazzo <<Scusi professore se m’intrometto. Lei regoli come crede i suoi rapporti con il signor Mauriot, ma visto che due persone sorvegliano meglio di una e che il suo soggiorno durerà ancora per due settimane, le suggerirei di prendere una decisione in merito solo dopo la sua partenza da qui. Questo a prescindere dal fatto che, come certo ricorderà, lei lo aveva autorizzato alla gita a Venezia>>. 
Viccaro intervenne di rinforzo per fare notare che Chiariello non avrebbe potuto svolgere una sorveglianza a tempo pieno e che non avendo molti uomini a disposizione quello era il massimo che poteva garantirgli. Così alla fine Ponsard accettò di mantenere Mauriot in servizio fino alla fine delle attività. 
Verso le due di notte, ultimati i rilevamenti, i carabinieri se ne andarono e la quiete ritornò in albergo. Prima di infilarmi a letto, attesi che Milla uscisse dal bagno per avere finalmente il resoconto della serata a Venezia. <<Allora, com’è andata?>> 
<<Sono stanca morta. Comunque benissimo, direi... >>. 
Milla lasciò cadere con negligenza l’accappatoio lasciandomi il tempo di uno sguardo ammirato alle sue grazie, intanto che cercava la camicia da notte nel cassetto del comò. 
<<E’ piaciuta l’Antica Bessetta a Grouchy?>>. 
<<Quell’uomo è un entusiasta di tutto. Mi ha detto che vuole tornare per conto suo nel nostro albergo con sua moglie e in quanto al ristorante è andato in brodo di giuggiole già dall’antipasto di pesce.>> 
<<Questo lo immaginavo... e al casinò?>>. 
La mia compagna s’infilò nel letto cercando subito con i suoi piedi gelati le mie gambe calde. Superato quello choc termico e memore delle bellezze ammirate prima provai un timido tentativo di approccio, ma un leggero schiaffetto sulla mano mi fece capire che non era il momento adatto. 
<<Hanno giocato qualcosa la Pauline e Mauriot e hanno perso. Gli altri sono andati direttamente al bar a darci dentro con i vini e hanno speso più loro che quelli al tavolo da gioco… >>. 
<<A proposito di Mauriot… sei stata molto carina a difenderlo questa sera. Ho apprezzato la cosa. Scommetto che ti sentivi un po’ in colpa verso di lui>>. 
Milla mi guardò incredula di tanta ingenuità. 
<<Ma quale colpa? Cosa vuoi che me ne importi di quel cretino ipervitaminizzato? Se Ponsard lo licenziava e quello se ne tornava in Francia domani mattina perdevo due settimane di una stanza a novantamila lire giornaliere. Non ti pare? >> 
Di fronte ad una logica così stringente spensi la luce e mi abbandonai al sonno.

domenica 29 marzo 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 6



La mattina seguente, mentre aiutavo Giulio e Maria a sparecchiare i tavoli della colazione, fui raggiunto da Milla che mi prese per un braccio strattonandomi via tutta agitata. <<Presto! Vieni su con me!>> 
<<Su dove?>> 
<<Su al secondo piano! C’è una cosa che devi vedere assolutamente>> 
Provai ad obiettarle qualcosa, ma con quella donna le speranze di ragionevolezza erano vane. Così, in breve, dopo aver salito le scale praticamente di corsa, mi ritrovai davanti alla stanza numero 23. 
Milla aprì la porta con il passepartout, cosa che mi inquietò non poco, tanto che la trattenni per un braccio. 
<<Camilla, prima di farmi commettere qualche reato, dimmi di chi è questa stanza e perché ci dobbiamo entrare>> 
<<E’ la stanza di quel Dorcet, ma non aver paura, a quest’ora è a lezione e prima delle undici non ne esce fuori. Male che vada possiamo sempre dirgli che siamo venuti per rifargli la camera>>. 
Guardai all’interno: il letto era sfatto e i vestiti giacevano da tutte le parti in un disordine indescrivibile. Attraverso la porta aperta del bagno notai con fastidio uno dei nostri accappatoi abbandonato fradicio sul pavimento. Anche l’aria della stanza era piuttosto pesante, dal momento che nessuno aveva ancora spalancato le finestre. 
<<Scommettevo che ci avresti ficcato il naso. Comunque, a parte che questo tizio ha trasformato la stanza in una porcilaia, che altro dovrei vedere? >> 
<<Questo!>> 

Milla spalancò il primo cassetto del trumeau e ne estrasse una grossa pistola brunita che mi puntò contro, tanto da farmi fare un balzo all'indietro. 
<<Ma sei scema? Mettila giù subito!>> 
La mia compagna sorrise per quello spavento e abbassò l’arma.
<<Rilassati … ha la sicura. Ho controllato>>. 
<<Come hai trovato quel cannone?>>. 
<<Ho semplicemente guardato tra le camicie, nel cassetto. A dire il vero il furbacchione non l’ha neppure nascosta troppo bene. In ogni caso, nell’altro cassetto ci sono anche due scatole di proiettili calibro nove special>> 
<<Caspita! Una calibro nove? E’ un’arma da killer!>> 
<<Infatti! Se ti prende ti fa un buco da parte a parte grande come una moneta da cento lire. Anche se non ti ha colpito in parti vitali, muori dissanguato>> 
<<Grazie per la precisazione! Ne avevo proprio bisogno. Ma perché se la porterà dietro?>> 
<<Non lo so. Comunque, se ti può interessare, questa mattina ho telefonato alla società per la quale dovrebbe lavorare. Aveva ragione la Trevisan: non esiste più. E’ stata assorbita tre anni fa da un’altra società dove nessuno ha mai sentito parlare di questo Dorcet >>. 
<<Ammetto che avevi ragione tu. Questa faccenda non mi piace affatto. Cosa pensi di fare?>>. 
<<Dobbiamo chiamare subitoViccaro>>. 
<<Sì, questa volta lo penso anch’io…>>. 

Così, Milla, dal momento che Chiariello, avendo fatto la notte, era rientrato in caserma a riposare, si attaccò al telefono e dopo una qualche attesa al centralino riuscì finalmente a parlare con il nostro amico e a raccontargli l’accaduto. La telefonata dovette produrre un certo effetto perché dopo una quarantina di minuti due Alfette dell’Arma parcheggiavano nel nostro giardino. Dalla prima ne scese Viccaro scuro in volto, seguito da due giovani carabinieri che non avevo mai visto prima. Dalla seconda scesero altri quattro militari, due dei quali, notai, indossavano il giubbotto antiproiettile. Il Capitano salì la scalinata con passo agile e venne verso di noi. Dopo un veloce saluto passò subito alle domande. << Dov’è adesso questo Dorcet?>> 
<< E’ in aula, usciranno tra venti minuti per il coffee break delle undici>>. 
<< Benissimo … allora abbiamo il tempo per vedere la camera e la pistola!>>. 
Milla fece strada al capitano e agli altri due militari fino alla stanza di Dorcet. Quindi, dopo aver spalancato il cassetto, e mentre i due carabinieri cominciavano a perquisire la stanza, mostrò l’arma a Viccaro che la sollevò per esaminarla solo dopo essersi rimesso i guanti. 
<<Accidenti! E’proprio un bel gingillino… questo signore ha dei gusti raffinati in tema di armi da fuoco!>> 
Milla annuì compiaciuta, ma il Capitano la guardò sospettoso perché nel frattempo doveva essere stato attraversato da un dubbio. << Dica la verità… lei l’ha presa con le mani nude?>>. 
<< Purtroppo sì...>> 
<<Male! Malissimo! Non avrebbe dovuto. Comunque adesso faremo degli esami di laboratorio per vedere se quest’arma ha mai sparato in precedenza e se le rigature che lascia sui proiettili sono compatibili con altri reperti che abbiamo in archivio>>. 
<< Perché? Lei pensa che questo tizio possa avere sparato a qualcuno?>>. 
<< Non lo so. Sicuramente chi si procura un’arma di questo tipo non deve essere uno stinco di santo e non la usa per fare il tiro a segno in giardino. Questa è una pistola da professionista. Per quel che ci riguarda la manderemo in Francia assieme ai risultati delle analisi e poi se la vedranno i nostri colleghi. Comunque, questa non è un’arma di quelle che si possono comperare nei negozi per difesa personale. Almeno non in Europa, perché è una pistola recentissima prodotta per l’esercito israeliano e per alcuni reparti delle forze speciali. Di sicuro è già in vendita in America perché lì ti vendono di tutto, dalla scacciacani al fucile anticarro. Quindi, questo Dorcet, o l’ha comperata in qualche negozio americano, o l’ha comperata al mercato nero>>. 
<< Pensa che l’abbia ottenuta tramite la criminalità organizzata?>>. 
<< E’ possibile, anche se il fatto che l’arma abbia il numero di serie intatto farebbe intendere che sia stata acquistata regolarmente. Comunque, visto che sono quasi le undici, ce lo racconterà direttamente questo signore>>. Così, dopo aver richiamato l’attenzione dei due militari che stavano ancora setacciando la stanza, gli diede l’ordine di prelevare il signor Dorcet, di condurlo di sopra senza destare eccessivo allarme e di mettere gli altri militi di sorveglianza alle uscite, casomai cercasse di scappare. 

Passarono così dieci minuti interminabili, al termine dei quali, dopo qualche strepito, sentimmo dei passi affrettati lungo il corridoio e dopo un attimo Dorcet apparve sulla soglia tenuto fermo per le braccia dai due carabinieri. Il giovanotto era evidentemente furioso, tanto che si rivolse a Viccaro con una certa arroganza <<Si può sapere cosa succede? Siete tutti impazziti?>>. 
La voce energica del capitano rimbombò subito nella stanza. << Si calmi! E si ricordi che le domande le faccio io! >> 
<< Lei non può farmi prendere in questo modo di fronte a tutti! >> 
<< E lei provi a fare o dire qualcosa di troppo e finisce dentro per resistenza. Sono stato chiaro? >> 
Dorcet annuì rassegnato e Viccaro fece un cenno ai due militari perché lasciassero la presa sul ragazzo. Poi, sempre più scuro in volto, gli si piazzò di fronte mostrandogli la pistola. 
<< E’ sua questa? >> 
Il giovanotto perse in un attimo tutta la sua boria e impallidì vistosamente. << Sì, è mia>> 
<< Ha un’autorizzazione per detenerla? >> 
<< Ho un porto d’armi francese >> 
<< Qua in Italia non ha alcun valore. E’ praticamente carta straccia, lo sa? >> 
<<No, non lo sapevo, credevo che valesse per tutta l’Europa >>. 
Il capitano prese atto di quella risposta, ma si vedeva chiaramente che ne dubitava <<Lei si rende conto di aver introdotto illegalmente un’arma da guerra in Italia e di aver commesso un reato? >>. 
Il giovanotto scosse le spalle come a dire che non gli importava più di tanto. 
<< Per quale motivo lei detiene questa rivoltella? >> 
<< Mi serve per il mio lavoro, sono un bodyguard! >> 
<< Cosa sarebbe lei?>> 
<<Un bodyguard! Sono una guardia del corpo professionista. Sono pagato per proteggere delle persone >> 
<< E qui, di grazia, chi dovrebbe proteggere? >> 
<< La persona che mi paga per essere protetta è il professor Ponsard. Ormai non è più un segreto. Lo chiami e lo confermerà >> 

Viccaro diede ordine che qualcuno andasse a prelevare il professore dall’aula e lo portasse di sopra alla svelta e senza troppe cerimonie. Così, di lì a poco successe il finimondo con il professore letteralmente fuori dalla grazia di Dio per essere stato costretto ad interrompere una lezione. Appena giunto al cospetto del capitano lo aggredì verbalmente tutto paonazzo in volto. 
<<E’ lei il responsabile di questo incredibile sopruso? Come si è permesso di mandare questi militari ad interrompere una mia lezione? Lei lo sa a quale figura mi ha esposto di fronte ai miei clienti? Questo è un affronto alla mia professionalità di cui mi renderete conto! E stia sicuro che la cosa non finirà qui perché ne interesserò chi di dovere>>. 
Viccaro lo lasciò sbollire, poi gli disse glaciale <<Lei può interessare chi crederà opportuno, professore, ma la cosa mi lascia indifferente. Se posso darle un consiglio, invece, non mi offra pretesti per incriminarla per minacce, perché potrei anche non essere più molto comprensivo del suo stato d’animo come lo sono adesso. Comunque, lei è qui perché questo signore, che è stato trovato in possesso di un’arma da guerra introdotta illegalmente, sostiene di essere la sua guardia del corpo. Lei lo conferma?>>. 

Ponsard guardò irritato il suo collaboratore, come se gli rimproverasse di essersi fatto scoprire. 
<<Certo che lo confermo! Mauriot lavora per me e lo pago per proteggermi!>>. 
Lo stupore scese nella stanza. Poi Viccaro fu il primo a riprendersi. Rivolse uno sguardo severo al giovanotto, che appariva imbarazzatissimo. << Come sarebbe a dire: Mauriot? Ma lei non si chiama Dorcet? >>. 
L’interpellato, ormai alle strette, rivelò finalmente la propria identità <<No, mi chiamo realmente Jean-Luc Mauriot. Ormai il professore ve lo ha detto e non c’è più motivo di continuare anche perché tanto lo avreste scoperto da soli. Dorcet è un nome di copertura… in valigia c’è il mio passaporto, se vuole può controllare>>. 
Il capitano si fece portare il passaporto che confermò quanto asserito. << Di bene in meglio! Lei ha pure fornito false generalità! Si rende conto che anche questo è un reato? >> 
Poi Viccaro guardò severo verso Milla <<Ma in albergo, come lo avete registrato questo qui? Non gli avete chiesto il passaporto? >>. 

A sentire quelle parole mi venne un tuffo al cuore, perché, dal momento che la reception era affar mio, sapevo bene di aver la coscienza sporca, ma siccome un gentiluomo muore ma non tace, ammisi subito la mia negligenza. <<Capitano, è colpa mia, mia moglie non ne sa nulla. Siccome volevo fare presto perché c’era la coda davanti al bancone del ricevimento ho registrato provvisoriamente alcuni dei corsisti che non avevano sottomano un documento utilizzando l’elenco dei partecipanti. C’erano riportati indirizzi e società di appartenenza e ho pensato di potermi fidare. Comunque, poi gli avrei chiesto il documento come ho fatto con gli altri. Stia sicuro. Con questo signore, purtroppo, non ne ho avuto il tempo >>. 
<<Come non ne ha avuto il tempo? Questo Mauriot è qui da una settimana! >>. 
<<Devo confessare che poi me ne sono dimenticato! >>. 
<<Ah! Complimenti davvero! Lo sa che per una cosa del genere potrei farvi chiudere l’albergo? >>. 
Abbassai lo sguardo avvilito, anche per non incrociare quello di Milla che immaginavo benissimo. Fortunatamente Viccaro abbandonò il discorso e si rivolse nuovamente a Ponsard chiedendogli conto del perché avesse con sé un guardaspalle. 
Il professore, ancora inquieto, non si fece pregare. <<Ho avuto recentemente delle minacce e l’ho assunto perché vegliasse sulla mia incolumità e quella dei miei colleghi. Sono tre mesi che Mauriot lavora per me. Non mi pare che sia ancora un reato volersi salvare la pelle!>>. 
<<No, ma lo può diventare se si fanno le cose di nascosto come ha fatto lei. Se aveva motivi di temere per la sua vita, poteva rivolgersi a noi che le avremmo fornito tutta la protezione necessaria. Perché questo signore si aggirava per l’albergo armato e sotto una falsa identità?>>. 
Ponsard allargò le braccia sconsolato. Era evidente che la logica del Capitano non gli apparteneva minimamente. 
<<Ah, già! Lei pretenderebbe che questo signore si aggirasse con la rivoltella bene in vista dicendo a tutti di essere una guardia del corpo. Lo sa come sarebbero contenti i criminali di saperlo in anticipo? Mauriot sarebbe il primo a rischiare la vita! Comunque, ha un’idea del disastro d’immagine che la consapevolezza di un pericolo procurerebbe alla mia attività? Chi vuole che venga a fare un corso con un pistolero che gli gira per l’aula o la polizia che fa i controlli fuori dalla porta? >> 
<<Si, capisco il suo punto di vista, ma, comunque, la pistola ora è sotto sequestro e il signor Mauriot si prende una bella denuncia a piede libero per importazione e detenzione di arma da guerra e per aver fornito false generalità. Sempre sperando che abbia davvero la licenza di detective e la fedina penale in ordine>>.. 
Il professor Ponsard ci guardò con fastidio, poi ringhiò : <<Certo che se solo avessi saputo che l’albergo in realtà era una caserma di carabinieri non avrei fatto venire il signor Mauriot. Che bisogno avrei avuto di una guardia del corpo quando c’era l’intero esercito italiano a proteggermi?>>. 
Milla impallidì <<Quali carabinieri, scusi?>>. 
L’osservazione stizzì ulteriormente Ponsard <<Signora, non giochi con me! Mi riferisco, per esempio, a quell’uomo grande e grosso che fa finta di lavorare in sala e ci osserva in continuazione. Lo vedrebbe anche un cieco che ci sta sorvegliando e io, mi creda, non sono affatto stupido>>. 
<<Lei non sarà stupido, ma sta prendendo un abbaglio, perché l’uomo grande e grosso è mio fratello Giulio ed è tutto fuorché un poliziotto. L’unica cosa che ha indovinato è che fa finta di lavorare>>. 
<<Già! Quello è alto due metri e lei non gli arriva al petto neanche in punta di piedi, ma mi vuol far credere che sarebbe suo fratello. Va bene, facciamo finta che sia così, ma allora, del biondino napoletano che scatta sempre sugli attenti cosa mi dice? Anche lui è suo fratello? Qual è la sua parte in tutto questo, signora?>>. 

Viccaro intervenne sorprendentemente in soccorso di Milla che ormai annaspava <<Lei mi deve credere, professore. La signora Camilla non ha alcuna parte in questa vicenda! La cameriera ha visto la rivoltella mentre rifaceva la stanza e ha avvisato la direzione dell’albergo che, a sua volta, ha ritenuto opportuno segnalarci il fatto, com’era suo dovere. In quanto al resto, lei almeno in parte ha visto bene: quello che chiama il biondino napoletano è un mio collaboratore, ma la signora non ne era al corrente fino a questo momento. Di questo può esserne sicuro. Lo abbiamo fatto assumere dall’albergo attraverso il collocamento perché abbiamo avuto l’incarico dalla polizia francese di vegliare sulla sua incolumità>>. 
Il professore diede una manata sul tavolo per sottolineare la sua indignazione che ormai sembrava non avere limiti. <<Ah certo! Quel fesso di Quinot… >>. 
<<Professore, la invito a moderare i termini >>. 
Viccaro alzò la voce ma Ponsard lo interruppe subito <<No! Mio caro amico, qui lo posso dire perché dare del fesso ad un poliziotto francese in Italia non è reato! Quindi, quel fesso di Quinot ora si preoccupa per la mia salute! Ma quanta premura! Ma che brava persona! Peccato però che il nostro amico della Suretè, in realtà mi voglia far mettere all’ergastolo per dimostrare una sua tesi ridicola, offensiva per l’intelligenza umana. Per lui la vittima diventa il carnefice da mandare in galera e tutto perché quell’imbecille vuol fare carriera pensando di incastrare un personaggio del mio livello, ma non capisce che la persona realmente in pericolo sono io. Comunque, se Dio non voglia mi capitasse qualcosa, anche solo di scalfirmi un’unghia, se ne accorgerà. A Parigi, glielo faccia pure sapere, lo stanno tenendo sott’occhio e se si mette in testa di fare il fenomeno con me, lo mandano alla Martinica a dirigere il traffico delle biciclette >>. 
<<Ma chi la minaccerebbe, e perché? >> 
<<Alcuni anni fa Chevalier ed io abbiamo fatto delle perizie per il Tribunale di Marsiglia e grazie al nostro lavoro, alcuni capi del racket delle prostitute si sono presi una condanna pesante e ce l’hanno giurata. E’chiaro chi mi minaccia, no? Ed è per questo che Chevalier è stato ammazzato. Sarebbe chiaro anche ad un bambino, ma non per Quinot. Lui non ci crede. Anche se gli ho buttato sulla scrivania una decina di lettere minatorie, per lui non fa differenza>>. 
<< Quindi lei pensa che Chevalier sia stato ammazzato per vendetta? >>. 
<< E’ evidente che era una messa in scena. Chevalier era l’ultima persona al mondo che sarebbe andato a prostitute perché la considerava una cosa immonda, che degradava la morale della società francese. Provava ribrezzo al solo pensiero che una persona potesse prostituirsi >>. 
<<Va bene… ammettiamo pure che il suo collega Chevalier sia stato assassinato per vendetta dalla malavita marsigliese, ma cosa c’entra il vostro editore con tutta la storia? Anche lui è stato ucciso di recente, no?>>. 
<< Chi, Carmandes? Ma la sua morte non c’entra niente! Lui correva lungo il bordo della strada, c’era un po’ di nebbia, è passata una macchina, non l’ha visto e l’ha messo sotto. Poi il conducente ha avuto paura ed è scappato via. Sono disgrazie che succedono in tutte le parti del mondo, ma non per questo c’è di mezzo un disegno criminale. E’ solo il risultato dell’incontro tra un cretino che guidava distratto e un altro cretino che correva dove non doveva >>. 

Questa considerazione di Ponsard chiuse praticamente la fase calda dell’incidente e lasciò il posto alla stesura dei verbali e alle altre formalità, dopodiché, avendo avuto assicurazione da Viccaro che avrebbe incrementato la sorveglianza in albergo per compensare l’avvenuta estromissione della sua guardia privata, il professore poté rientrare in aula a terminare la sua lezione, seguito subito dopo da Mauriot, con l’aria dolente e a capo chino. 

Rimasti soli, Viccaro ci ringraziò della collaborazione e quindi, prima di far ritorno a Vittorio Veneto, dopo averci tranquillizzati sul pericolo di chiusura dell’albergo, ci annunciò comunque una bella multa per la mancata registrazione degli ospiti. Milla, ovviamente, non la prese bene e ci brontolò su per tutto il pomeriggio, asserendo che dopo avergli fatto il favore di prendere con noi Chiariello, si sarebbe aspettata un trattamento più conciliante da parte del nostro amico. In quanto a me, confermandosi donna dagli umori imprevedibili, venni stranamente assolto dall’accusa di omesso controllo per negligenza in quanto, a suo dire, davanti alla coda dei clienti che avevano fretta di poter salire in camera, lei avrebbe fatto allo stesso modo. 

All’ora di cena, si presentò a tavola unicamente la Geminiani con un’espressione che era tutta un programma, mentre del professore e di Mauriot nessuna notizia fino a quando Grouchy non ci rivelò che avevano preferito restare nelle rispettive camere. Milla era molto preoccupata delle conseguenze dell’accaduto e a notte fonda, dopo essersi rigirata per qualche ora nel letto mi chiese lumi, non prima di avermi strappato ai miei sogni con qualche calcetto ben assestato. 
<<Secondo te il professore lascerà l’albergo domani mattina? >> 
Guardai il quadrante luminoso dell’orologio sul comodino. 
<<A parte che “domani mattina” è tra tre ore, no, non lo credo. Il danno d’immagine di quest’oggi finisce lunedì con l’arrivo dei nuovi corsisti. E adesso dormi! >> 
L’invito a riprendere sonno passò ovviamente del tutto disatteso.<<Tu credi? Mi sembrava molto infuriato, e anche con noi. E’ convinto che l’accaduto sia tutta colpa mia.>> 
Mi misi a sedere sul letto, visto che ormai era chiaro che finché non si esauriva l’argomento non vi era speranza di riposare. << Sì, ma per quanto ne sa lui la pistola l’ha trovata la cameriera rimettendo in ordine la stanza. La ragazza si è spaventata e ci avvisato. A quel punto che dovevamo fare, se non avvisare i carabinieri? Era un nostro dovere preciso. L’ha detto anche Viccaro, no? Non credo ci possa rimproverare nulla. Non siamo tenuti a sapere che lui assolda pistoleri e neppure ad ospitarli sotto il nostro tetto.>> 
<< Ma lui è convinto che noi si sia stati complici di Viccaro nel mettere Chiariello a sorvegliarlo >>. 
<< Creda quel che voglia. Comunque, è vero che se lui annulla i corsi successivi e se ne va per noi è una rovina, ma è altrettanto vero che se lo fa è una rovina anche per lui perché ognuna delle quindici persone che vengono a sentirlo gli paga due milioni sull’unghia per i cinque giorni di lezione e questo che si sta per concludere è solo il primo dei tre corsi previsti. Il ché vuol dire che se domani mattina il nostro amico si sveglia con la luna storta e sbaracca tutto, ci perde secchi almeno una sessantina di milioni. A parte il reale danno d’immagine che la cosa gli comporterebbe, perché dopo un fatto del genere, con gente che aveva pagato in anticipo e che si vede annullare il corso, qui in Italia non batterebbe più un chiodo per diversi anni.>> 
<< Si, forse hai ragione, ma se trova un altro albergo? >> 
<<Dove, di grazia? Vuoi che vada alla Vigna d’oro a far lezione nel seminterrato o da Remigio, con la saletta conferenze da dieci posti scarsi e che guarda sulla cucina? Qui intorno non ci sono strutture del livello che lui cerca. Non del nostro tono, almeno. Poi c’è anche l’aspetto logistico. Non è facile informare, spostare e alloggiare tutte le persone che ancora devono venire>>. 

Milla condivise finalmente i miei ragionamenti e, rasserenata, dopo un bacio in fronte mi diede la buonanotte e si girò dall’altra parte. Ovviamente, considerando le poche ore di sonno che ci separavano dall’alba provai a trascorrerle in modo più piacevole, così allungai una mano subdola sotto le lenzuola sino a sfiorare la pelle liscia e tiepida di Milla. Quel contatto appena accennato la fece rigirare verso di me e nella penombra vidi il brillio dei suo occhi che mi scrutavano curiosi. 
<< Senti un po’…visto che ormai siamo definitivamente svegli, perché non facciamo…. >> 
Milla afferrò delicatamente la mia mano e l’allontanò da sé riportandola al punto di partenza. << Non se ne parla neppure. Con la multa che mi hai fatto prendere te la scordi per almeno un mese! >> 
Protestai vigorosamente <<Ancora questa storia? Ma se prima mi hai detto che tu avresti fatto allo stesso modo, dov’è la coerenza? Hai cambiato idea? >>. 
<< Niente affatto. E’ vero che io avrei fatto allo stesso modo, ma non mi sarei mai fatta prendere in castagna come te. Differenza piccola ma sostanziale! >>. 
Ciò detto, la mia signora, dopo avermi stampato un bacio sulla fronte riprese beatamente la sua posizione e sprofondò nel sonno mentre io rimasi con gli occhi spalancati a guardare il soffitto sino al suono della sveglia.

venerdì 27 marzo 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 5


La prima settimana di lezioni passò velocemente e senza particolari intoppi, non fosse che per il fatto che tre dei corsisti alloggiati in albergo si erano trasferiti armi e bagagli alla “Vigna d’oro”, ufficialmente per stare assieme agli altri, ma probabilmente per i costi sensibilmente inferiori. La cosa aveva fatto arrabbiare molto Milla che così vedeva assottigliarsi le sue prospettive di guadagno e fu causa di una telefonata risentita con il proprietario dell’albergo concorrente, che fu accusato di slealtà. Altri due piccoli inconvenienti di diverso genere si erano verificati quando il mio primogenito Gianmarco era stato bloccato a pochi metri dalla porta dell’aula con l’intenzione di mostrare a quei signori il suo nuovo mitragliatore spaziale a luci intermittenti e quando Paté, il mio lupacchiotto fifone, dopo aver abbaiato a tutto e tutti per giorni ed essersi meritato le poderose pedate di Giulio, era stato scoperto a divorare un avanzo di cucina stravaccato sul divanetto di velluto della hall. Ambedue i colpevoli di tali misfatti erano stati relegati in casa e sorvegliati a vista a turno da mia suocera e dal sottoscritto. La mia bambina, invece, passava tutto il giorno a scarabocchiare qualsiasi superficie con i pennarelli della mamma e non destava particolari preoccupazioni se non per il successivo costo degli imbianchini. 

Il professor Ponsard, dal canto suo, si confermava un osso duro, refrattario ad ogni tentativo di dialogo e, francamente, non si riusciva a capire se quel soggiorno gli fosse gradito o meno. Anche la sua compagna, la dottoressa Geminiani, sembrava sempre sulle sue, ma almeno si era resa protagonista di un episodio carino quando, dopo un sublime risotto con i bruscandoli, era entrata inaspettatamente in cucina a fare i suoi complimenti a mia suocera che era andata in confusione perché la signora Pauline, per farle meglio capire il concetto, le aveva stampato un bacione sulla fronte. Grouchy e i due assistenti, invece, pur senza baci alla cuoca, mangiavano e bevevano a quattro palmenti e lì si capiva bene che il soggiorno era gradito, tanto più che uno dei due ragazzi, ignorando la mia conoscenza del francese, aveva scommesso con l’altro che prima di andare via si sarebbe fatto “quella con le tette grosse”. Pensai deliziato a come avrebbe reagito Giulio e lo raccontai a Milla che prima rise a crepapelle e poi mi pregò di non farne parola con nessuno per salvaguardare l’incolumità fisica del giovanotto. 

La sera del venerdì, in ogni modo, era prevista la cena di gala per salutare ufficialmente gli ospiti e già dalle sei di sera, ora di chiusura delle lezioni, non si vedeva anima viva in giro per l’albergo, lasciando intendere che tutti erano nelle rispettive stanze a farsi belli. Anche noi eravamo immersi nei preparativi febbrili e pure se ogni cosa era stata pianificata e predisposta con cura da tempo, ci sembrava sempre di essere maledettamente con l’acqua alla gola. C’erano stati alcuni battibecchi incrociati tra Nadia, Maria e Giulio per il servizio in sala e Milla, immedesimandosi nel ruolo di Viccaro, aveva perfino arronzato Chiariello perché rispondeva <<Signorsì!>> a qualsiasi richiesta dei clienti, il ché la diceva lunga sulla sua reale identità. Mia suocera, invece, tritava carote, prezzemolo e cipolle da ore e farciva faraone con la consueta imperturbabilità. 

All’ora di cena, la palladiana della sala da pranzo, tirata a lucido e odorosa di cera, rifletteva come uno specchio la luce dei candelabri antichi che Milla aveva fatto disporre sui tavoli assieme ad una sua piccola composizione floreale. Obiettivamente, se non fosse stato per l’aspetto inquietante di Giulio, improvvisato sommelier dall’aria truce, il colpo d’occhio che offriva il salone sarebbe stato degno di un film di Visconti. 
Milla aveva fortunatamente abbandonato il suo tailleur grigio ferro che la faceva sembrare amichevole come una maestrina della svizzera tedesca ed aveva indossato una combinazione di gonna in velluto e camicetta di seta che la rendeva decisamente più attraente. Intorno alle sette scesero i nostri ospiti e non potei fare a meno di ammirare ancora una volta l’eleganza di Pauline Geminiani, fasciata in un semplicissimo tubino nero con un luccicante corpetto di lamé che le lasciava scoperte le spalle e con una certa malizia l’attaccatura del seno che, a mio parere, stava ancora su benissimo per conto suo e senza ferretti. Non potei che associarmi al giudizio di Giulio che sosteneva come quella donna, pur ben oltre la quarantina, fosse ancora in grado di far girare la testa a molti uomini (spergiurava anche che sarebbe stato disposto a cedere mezzo vigneto per una notte assieme, ma, visti i prezzi correnti dei terreni, non gli badai). 
Ponsard, da parte sua, aveva addosso un completo grigio piombo che faceva tanto notaio a un funerale e una cravatta inedita, assolutamente da dimenticare. I due ragazzetti francesi, invece, erano decisamente dissonanti, perché Jean-Luc indossava i jeans e un maglioncino slabbrato che aveva l’aria di essere uno di quegli orrori che ti fanno le morose che sferruzzano per farsi vedere brave dalla mamma e che poi sei costretto a portarti addosso per tutta una vita, mentre il suo compare Cristophe indossava un completo grigio chiaro che sembrava più adatto alla prima comunione che ad una cena di gala. Del resto, anche il gruppetto dei corsisti non brillava certo per raffinatezza, dividendosi in pari misura tra completi nocciola e qualche finto maglione Missoni. L’unico che poteva godere della mia incondizionata approvazione era Grouchy, inappuntabile nel suo abito blu notte arricchito da una bella cravatta in seta dai disegni minuti. 

Tra gli invitati, era presente anche la dottoressa Trevisan, la farmacista del paese, che, avendo fatto da tramite tra noi e il professore, si era meritata quella convocazione anelata da tempo. Infatti, alla signora, non pareva vero di avere una scusa per venire a curiosare nel nostro albergo e dire la sua su tutto. Comunque, per il momento, sembrava aggirarsi per le sale con l’aria soddisfatta, attaccando bottone con tutti quelli che trovava e abbuffandosi di salatini. 

Nell’occasione, non potei fare a meno di osservare con un certo divertimento la nostra amica e non soltanto per il suo tragico vestito di velluto blu elettrico con collettino di volpe. Mi ero reso conto che prima d’allora, non l’avevo mai osservata in versione “intera”. Infatti, l’avevo sempre vista in camice e a mezzo busto dietro il bancone della farmacia, tanto è vero che non mi ero mai accorto di come la signora fosse così massiccia nei lombi posteriori e di quanto grosse e corte fossero le sue gambe. Del resto quella donna non mi era molto simpatica, vuoi per il suo carattere impiccione, vuoi perché ogni volta che le andavo a raccontare dei miei malanni ne minimizzava sempre la serietà e, soprattutto, cercava senza sosta di rifilarmi una delle sue costosissime tisane o medicine omeopatiche. Cercai comunque di fare l’anfitrione, come mi era stato raccomandato e le andai incontro. La nostra farmacista sembrò stranamente sorpresa nel vedermi. 
<<Oh! Carissimo! Ma è anche lei qui?>> 
<<Sì, certo! Del resto sono il proprietario dell’albergo>>. 
<<Lo so! Lo so… la sua signora me lo ribadisce sempre. Volevo solo dire che non sapevo che anche lei questa sera fosse qui a cena con noi. In questo caso la prenoto subito per il mio tavolo>>. 
Maria passò nei pressi con il vassoio degli aperitivi e la Trevisan ne acchiappò uno al volo, poi, dopo aver sollevato il flute verso di me accennando ad un brindisi, lo bevve d'un fiato e fece il gesto di posarlo in bilico sulla cornice di marmo del caminetto. Ricordando il costo di quel servizio di Murano, le tolsi di mano il bicchiere vuoto e cercai con la coda dell’occhio un posto dove posarlo in sicurezza, mentre respingevo con garbo la sua proposta <<Purtroppo, cara signora, anche se ne sarei felicissimo, con grande rammarico non potrò farle compagnia. Devo dare una mano in sala. Questo per noi è il battesimo del fuoco e serve una persona della mia esperienza>>. 
<<Appunto! Scusi dottoressa se glielo porto via, ma il giovanotto esperto serve subito altrove>> 

Milla, sbucata dal nulla come un falco, mi prese sottobraccio e mi portò con sé verso le cucine mentre la Trevisan, privata del suo cavaliere, andava a prendere posto a tavola. Subito dopo, la mia compagna mi sussurrò perfida all’orecchio <<Perché, invece di ciondolare per il salone a berti gli aperitivi degli ospiti, non vai in cucina a dare una mano alla mamma?>>. 
Protestai risolutamente alzando la voce <<Camilla! Guarda che non è mio questo calice! E’della Trevisan! Le stavo solo impedendo di decimarti il servizio di Carlo Moretti>>. 
La mia reazione seccata indusse Milla al sorriso. 
<<Sì, va bene! Povero amore mio accusato ingiustamente mentre voleva fare l’eroe! Ho visto male. Scusami. Comunque, dai una mano alla mamma che è in crisi con le faraone. Aiutala a versare la salsa pevarada nelle ciotoline quando sarà il momento di servirla>>. 
Così feci il mio ingresso in cucina proprio mentre Maria e Nadia ne uscivano con i carrelli fumanti della zuppa di ortiche. 
Mia suocera sembrava uno di quei fuochisti cinesi dei racconti di Conrad, sudati, anneriti dal carbone e avvolti dal vapore della sala macchine di qualche decrepito battello sul fiume Yang Tze. 
Mi fece tenerezza e mi offrii volentieri di darle una mano ad impiattare le faraone, ma dopo averne squartata irreparabilmente una con il trinciapollo venni subito dirottato ad altre mansioni. Così mi adoperai di buon grado a prendere la pentola della pevarada ricavandone una discreta scottatura perché nessuno mi aveva avvisato che era stata appena ritirata dal fuoco. Comunque, resistendo stoicamente al dolore, alla fine le venti ciotoline furono pronte, anche se la signora Lucia trovò da ridire sul fatto che era troppo presto e che la salsa si sarebbe rappresa. 
Così, esentato da ogni compito per manifesta inettitudine al ruolo, mi disposi ad aspettare il rientro di Maria e Nadia dal salone con lo stesso animo con cui a Bordeaux il comandante di Betasom aspettava il rientro alla base dei nostri sommergibili dalle insidie dell’Atlantico. 

Nadia tornò dal primo giro in sala per le comande tutta rossa in viso e con un’espressione a metà strada tra l’imbarazzato e il lusingato. Era chiaro a prima vista che doveva esserle successo qualcosa d’insolito e che non vedeva l’ora di parlarne con qualcuno, così l’accontentai. <<C’è qualche problema, Nadia?>>. 
Come previsto, mia cognata non aspettava altro <<Lo sa che il suo professor el xe un bel macaco? Anzi, par dirla nel merito, el ga da esser un bel porsèo con le donne>>, 
<<Perché? Cosa le ha fatto? Ha allungato le mani?>> 
<<Nooo, poareto! Quello no, perché altrimenti ghe rivava uno stramusòn che lo ribaltavo con tutta la cadrèga>>. 
Il mio sguardo cadde con apprensione sui poderosi bicipiti della giovane <<Non ne dubito. E allora? Che ha fatto?>>. 
<<Niente… gero drio a servir la minestra alla signora e ho fatto cadere il bicchiere del professore>> 
<<Si è macchiato?>> 
<<Ma no! Era il bicchiere dell’acqua! Si è solo bagnato i pantaloni>>. 
<<Per fortuna! E lui come l’ha presa? Male, immagino>> 
<<No, anzi… prima me ga fatto tutto un discorso in ostrogoto che no go capìo, poi me ga fatto un complimento sulle tette! >> . Nadia sorrise nel dirlo, perché si capiva che in fondo ne era compiaciuta. 
<<Sulle tette? Ne è sicura? I francesi non usano questo termine>> 
<<Certo che lo usano! Me ga dito che ho le tette di qualcosa… go capìo ben sa? 
<<Qualcosa come?>> 
<<Non lo so. Qualcosa come buà o puà. Comunque gà da esser roba che se lo sente Giulio lo còpa de pugni.>> 
Un sospetto si fece subito strada nella mia mente. 
<<Per caso, ha detto: “Tête de bois”?>> 
Nadia s’illuminò, estasiata dal mio sapere <<Si! Ecco! El ga dito proprio così! Cosa vuol dire?>>. 

Mi morsi le labbra per non ridere, poi mi sforzai di darle una risposta plausibile <<Non si preoccupi, Nadia. I francesi sono sempre molto galanti con le donne, ma lo fanno in modo innocente, senza malizia. Il professore ha notato che ha un bel seno sodo, lo ha apprezzato e le ha detto che deve essere duro come il legno. Noi diciamo come il ferro, loro dicono come il legno. Era solo un complimento simpatico, niente di più. Poi, lo ha detto di fronte alla sua compagna, no? La signora Geminiani le è parsa seccata? >> 
<<No, nol me par… no la gà dito niente.>> 
<<Lo vede? Se la signora non ha reagito, vuol dire che per un francese è un complimento normale, quindi: non si preoccupi! Comunque, è pronto il carrello delle insalate, faccia un nuovo giro in sala>>. Nadia, rassicurata da quest’ultima considerazione, obbedì docile e partì alla volta dei commensali trascinandosi via il carrello con la stessa grazia con cui l’avrebbe fatto con quello del supermercato. 

Anche Maria, nel frattempo era rientrata in cucina, così mi diede l’opportunità di organizzare uno scambio precauzionale di consegne <<Maria, sia gentile. Senza farle capire che l’ho chiesto io, si metta d’accordo con Nadia e si prenda cura lei del professore e della sua signora. Lasci che mia cognata si prenda cura del tavolo degli assistenti e dei corsisti, lì c’è meno pericolo>>. 
Maria sorrise maliziosa e nuovamente non potei fare a meno di notare quanto fosse graziosa nel farlo. Poi, con un guizzo di perfidia negli occhi mi chiese <<Lo ha già saputo di Nadia?>>. 
<<Sì, poverina, e meno male che non sa il francese>>. 
<<Io la stavo per difendere, ma poi ho visto che per fortuna non comprendeva>>. 
<<Già, pensava che il professore ce l’avesse con le sue tette. Con tutti i commenti che le facevano quando era al bar, ormai deve avere proprio il chiodo fisso lì sul davanzale!>> 
Nel dirlo, tirai con le mani il davanti del maglione per simulare i seni prosperosi di Nadia, così Maria scoppiò a ridere e mi coinvolse inevitabilmente in una risata irrefrenabile che s’interruppe solo per l’arrivo di Milla, ovviamente attirata da quel chiasso. <<Beh? Cos’è tutta questa allegria? Posso saperlo anch’io?>>. 

Mi asciugai le lacrime con il grembiule e misi al corrente dell’accaduto la mia compagna che sbottò pure lei in una risata altrettanto contagiosa. Finalmente, ristabilito un minimo di serietà, mia moglie annunciò che intendeva parlarmi in privato, così Maria fu rispedita in sala. 
Appena soli, Milla mi prese sottobraccio e si capiva che non era per nulla soddisfatta di qualche cosa. <<Tu prima di cena non hai controllato la sala da pranzo e l’addobbo dei tavoli come ti avevo chiesto, vero?>>. 
<<No, perché? Oggi l’hanno apparecchiata Maria e Nadia>>. 
<<Già! Si vede! Ci sono tutte le posate avvolte nei tovaglioli, come in pizzeria! Capisci? Mettiamo i candelabri sul tavolo, le tovaglie in lino di Fiandra e i bicchieri in vetro di Murano e poi due sgallettate qualsiasi ci mettono in tavola le posate d’argento arrotolate nei tovaglioli, come per mangiare una pizza quattro stagioni. Comunque, visto che ci tenevi tanto a fare il maestro di cerimonia, hai insegnato loro almeno come si dispongono i bicchieri?>>. 
<<No, davo per scontato che lo sapessero>>. 
<<Già, tu dai sempre troppe cose per scontate. Infatti, li hanno messi alla rinfusa. E se proprio vuoi saperlo, Nadia e Maria servono i commensali regolarmente dal lato sbagliato e questa sera hanno lasciato i piatti sporchi in bella vista sul carrello di servizio parcheggiato in sala e non hanno cambiato le posate. Un disastro, insomma!>> 
<<Beh! Scusami, mi rendo conto che ho mancato. Però sapevo che Maria aveva fatto esperienza in sala e mi sono fidato. Anzi, le ho chiesto di dare qualche consiglio a Nadia. Anche tu le hai dato fiducia, no?>> 
<<Sì, ma solo per le stanze. E poi io almeno prima mi informo. La trattoria “La carbonaia” di Perugia dove ha servito è una piccola pizzeria frequentata da studenti, dove è già tanto se non ti servono il piatto di portata con il pollice dentro. Non è proprio il tipo di esperienza adatta al tono che vorremmo avere. Comunque, ormai è andata. Però, questa sera, quando prepareranno i tavoli per le prime colazioni di domani, tu ti metterai lì e dirai loro tutto quello che devono sapere. Dici sempre di essere il depositario del bon ton, dunque dimostralo. Domani mattina voglio vedere finalmente dei tavoli irreprensibili e vedi di farci mettere anche dei fiori freschi che quelli di oggi sembravano rubati al cimitero>> 
<<Per i fiori devi rivolgerti a Giulio, è lui che li va a comperare. Per me li prende nei campi per fare la cresta sui soldi che gli dai>> 
La considerazione strappò un mezzo sorriso a Milla. 
<<Si! Va bene. Comunque diglielo tu, perché sai che io poi ci litigo>> 
Milla girò sui tacchi diretta verso il ristorante, poi, colta da un pensiero improvviso, si voltò per un’altra raccomandazione <<Ah! Dimenticavo… già che ci sei, spiega a Nadia che déjeuner vuol dire prima colazione, altrimenti qualcuno prima o poi digiunerà!>>. 
Finsi stupore. <<Ma come? Non le avevi fatto la lista delle parole utili? Non mi dire che non ha funzionato>> .
La punzecchiatura colse nel segno perché la mia compagna, dopo aver sollevato il dito medio per un suggerimento inaccettabile, girò sui tacchi e tornò dai nostri ospiti. 

Dopo cena, in un clima più rilassato, Milla e il professor Grouchy, dichiaratosi con nostra sorpresa esperto di tango figurato, aprirono le danze al suono di Astor Piazzolla e Carlitos Gardel, subito imitati da Pauline e altri corsisti. Uno degli assistenti, con grande senso del dovere, si prese cura della Trevisan che sembrava al settimo cielo ed era visibilmente rubizza in volto, segno che aveva gradito anche le bevande. Ponsard, invece, confermando la sua natura da orso, si era seduto in poltrona al mio fianco. Si capiva che, come me, non amava affatto ballare e non comprendeva quelli che se ne dilettavano. Così scattò un’improvvisa solidarietà tra uomini e mi rivolse sorprendentemente la parola. 
<<Quella è la sua signora, vero?>> mi disse indicando Milla impegnata in un passo incrociato. 
<<Sì, certo, lo ammetto>>. 
<<Perché dice questo? E’ una donna non comune>>. 
<<Su questo non c’è dubbio>>. 
<<Lei dovrebbe esserne fiero>>. 
<<Trova?>>. 
<<Sì. Ha un carattere forte e insolito per una donna. Dovrei dire che sembra un po’ una border line, perché si vede che è un’irrequieta perennemente in bilico tra la stabilità e gli eccessi, ma questi ultimi li vive con ironia e molto garbo. Una donna comunque affascinante>>. 
<<Concordo sugli eccessi, meno sull’ironia. Comunque, mia moglie è la classica Mirandolina veneta. La incarna perfettamente nelle astuzie e nella decisione nel cogliere gli obiettivi. Sa trattare le persone con un garbo che la fa sembrare dolce e accomodante, ma in realtà nasconde un carattere forte, da dominatrice. Se lei conosce Goldoni, saprà bene a cosa alludo>>. 
<<Certamente. E poi è brava perché riesce perfino a smuovere quella lumaca di Grouchy!>>. 
<<Già! Grouchy… nome impegnativo e imbarazzante per un francese, no?>> 
Il professore sembrò sorpreso dalla mia considerazione. <<Lei conosce la nostra storia?>> 
<<Beh, si! Grouchy è il generale che a Waterloo non comprese gli ordini e muovendosi in grave ritardo per impedire il congiungimento dei prussiani di Blucher alle truppe di Wellington trasformò quella che poteva essere una grande vittoria in una catastrofe per Napoleone>>. 
<<E’ proprio così! Complimenti, credevo che voi italiani studiaste soltanto quel vostro Garibaldi>>. 
<<Affatto! E poi, da veneziano, con tutto quello che Napoleone ha rubato alla nostra città, come potrei ignorarlo?>>. 
Ponsard accennò ad un sorriso, così, anche per ribattere a quella battuta così sciovinistica sui nostri studi storici, arrischiai una nuova stoccata. <<In ogni caso e per amor di verità, Grouchy non fu la causa della disfatta di Napoleone. Altri, prima di lui, avevano gettato le basi della sconfitta e lo stesso vostro Imperatore ci aveva capito poco della situazione tattica di quel giorno, tanto da essere sorpreso dagli eventi>>. 
<<Napoleone fu un genio militare al pari solo di Cesare e Alessandro Magno. Il suo, caro amico, è un giudizio azzardato, ma ne parleremo>>. 
<<Molto volentieri… piuttosto, vorrei farle i complimenti per il suo italiano. E’ perfetto. Devo supporre che lei venga spesso in Italia>>. 
<< Sì, qui da voi mi trovo molto bene, e poi, in realtà, agli inizi degli anni sessanta ho abitato per due anni in un paese vicino al lago di Garda >>. 
<< Ah! E’ stato per via del suo lavoro? >>. 
<< Diciamo di si… ma, tornando alla sua signora, come vi siete conosciuti?>>. 
<<E’ una storia curiosa: il nostro primo incontro è stato a Venezia agli inizi degli anni ’70. Partecipavamo ad una manifestazione studentesca per il Vietnam e il destino ha voluto che l’aiutassi a scappare da una carica della polizia. 
Ci siamo nascosti nell’androne di un palazzo e lì, durante quel breve tempo passato insieme è nato un piccolo colpo di fulmine, anche se del tutto platonico. Poi ci siamo persi di vista per quindici anni e ci siamo incontrati casualmente su un treno. Lì il fuoco che covava sotto la cenere si è riattizzato, abbiamo messo al mondo due figli, lasciato i nostri lavori e ci siamo trasferiti qui da mia suocera a fare gli albergatori>>. 
<< Di cosa si occupava la sua signora in precedenza?>>. 

Presi atto con una punta di gelosia, che, delle mie occupazioni precedenti, sulle quali avrei potuto intrattenerlo tutta la sera, a Ponsard non gliene importava un fico secco, essendo Milla al centro delle sue attenzioni. In ogni caso, non gli feci vedere di aver accusato il colpo. 
<<Mia moglie è architetta. Ha progettato lei la ristrutturazione e gli arredi dell’albergo e siccome è una buona vignettista disegna ancora per una casa di fumetti>>. 
<<Ah! Fumetti per bambini?>> 
Guardai il professore con un certo imbarazzo, poi decisi che tra uomini di mondo la rivelazione sulla vera natura di quei disegni ci potesse anche stare.<<No… sono fumetti un po’ speciali. Per adulti, insomma>>. 
Ponsard rise divertito <<L’ho detto che sua moglie è una donna fuori dal comune. Lo vede? E’ straordinario! Una donna che disegna fumetti osè… la sessualità maschile interpretata al femminile. Davvero intrigante!>> 
<< Sì, lo ammetto, è veramente speciale!>> 

In quel momento Ponsard allungò il braccio per prendere il caffè che Maria gli stava porgendo sul vassoio e notai che aveva tatuato sul polso un paracadute con due pugnali incrociati e, subito sotto, quattro carte da gioco, con l’asso di picche in evidenza. Così mi venne spontaneo domandargli di che si trattasse. Lui, però, sembrò abbastanza infastidito dalla domanda e dal fatto che l’avessi notato, infatti, la sua risposta fu molto evasiva e pose termine alla nostra conversazione. 
<<Nulla di particolare. Ho fatto il militare nei paracadutisti e quel tatuaggio è la classica stupidaggine giovanile. Ora mi scusi, che sono molto stanco e mi ritiro in camera. Mi saluti la sua signora e le faccia i complimenti per la serata. Anzi, le dica che aspetto assolutamente un suo fumetto con la dedica… >>. Così, dopo avermi salutato, fece un cenno a Pauline per avvisarla che tornava in camera e se ne andò, non prima di aver ordinato a Maria di portargli il solito bicchiere di latte freddo. 

Alla fine della serata, quando ormai tutti gli ospiti erano sulla strada del ritorno o nei loro letti, andai da Milla per commentare il ricevimento e anche per gratificarla con gli apprezzamenti del professore, che certamente l’avrebbero lusingata. Invece la mia compagna, che stava dando le ultime istruzioni a Nadia e Maria per predisporre la sala per le colazioni del mattino, sembrava avere in testa ben altro e mi fece cenno che doveva parlarmi. Così, arraffati due flute di prosecco da un vassoio abbandonato, mi accomodai sul divano attendendola. 

Di lì a poco Milla, che stava parlottando con Chiariello, mi raggiunse e notai subito che era eccitata per qualcosa. Provai ad anticiparla. <<L’Arma ha scoperto qualcosa?>> 
<<Chi, quello? No, figurati. Se ci fosse un elefante in giardino non lo vedrebbe. Era tutto agitato perché ha chiesto alla mamma a che ora doveva ripresentarsi domani e lei gli ha risposto “a un boto”. Così è andato in crisi e siccome ha soggezione della mamma è venuto a domandare a me che diavolo di ora fosse questo “boto” >>. 
<<Naturalmente non ha pensato al botto di cannone a mezzogiorno. Comunque, sai che ho parlato con Ponsard?>>. 
<<Ah si? Bene, bravo. Poi me lo racconti>> 
<<Perché dopo?>> 
<<Ho saputo qualcosa di molto interessante di cui vorrei parlare con te>>. 
<<Caspita! Sarebbe?>> 
Milla si accomodò di fronte a me, poi dopo aver bevuto un piccolo sorso di prosecco, mi rivelò la sua scoperta. 
<<Uno dei corsisti è fasullo!>> 
<<In che senso? Dal punto di vista sessuale?>> 
<<Macché! Nel senso che non è quello che dice di essere>> 
<<Ma come fai a dirlo?>> 
<<Si tratta di quel Dorcet che alloggia qui da noi. Sai quel giovanotto moro, con i capelli pieni di brillantina e che sembra abbronzato con la lampada? La Trevisan lo ha riconosciuto perché si erano incrociati in albergo a Vicenza durante il precedente corso di Ponsard >>. 
<<Beh… ma, se escludiamo l’uso della brillantina, è un po’ poco per sospettare di una persona!>> 
<<Sì, certo, però questa volta la Trevisan si è seduta accanto a lui a tavola e dopo aver scambiato qualche frase si è accorta che, anche se si spaccia per un promotore farmaceutico come gli altri, in realtà non ne sa nulla. E la società per cui dice di lavorare secondo la nostra amica non esiste più da almeno quattro anni perché è stata assorbita da un altro gruppo industriale >>. 

Guardai Milla con aria scettica. In fondo quelle rivelazioni non mi parevano un granché <<Ammetto che la pista appare interessante, però, a parte la possibilità di equivoci linguistici, è anche possibile che quel poveraccio pur di cavarsi di torno quell’impicciona della Trevisan le abbia sparato quattro cavolate inventate lì per lì. E poi non è obbligatorio essere promotori farmaceutici per seguire un corso sulla comunicazione efficace. Quello, magari è un impiegato delle poste francesi o un bancario che vuole sgomentare di meno i clienti. Che ne sappiamo? >> 
<<Tutto giusto. Peccato però che prima sia andata a riguardarmi l’elenco dei partecipanti che Ponsard ci ha fatto mettere nelle cartelline dei corsisti e questo Dorcet è indicato come proveniente dalla stessa azienda per la quale ha raccontato alla Trevisan di lavorare. Ti pare poco?>>. 
Ridacchiai benevolo per tanta ostinazione nel non vedere le spiegazioni più innocenti <<Camilla, perdonami se insisto. Capisco che saresti felice di dare a Viccaro una speranza d’indagine, visto che ti ha nominata carabiniere sul campo, ma devi considerare che la Trevisan non è detto che conosca vita, morte e miracoli di ogni azienda farmaceutica mondiale. Magari si confonde con qualcosa d’altro e l’azienda di questo Dorcet è ancora viva e vegeta. Poi, anche il fatto che questo tizio sembri saperne poco di medicinali, non mi pare decisivo. Può essere uno alle prime armi e, comunque, dopo tutto il lavoro che ho fatto nelle concessionarie, devi credermi: non sarebbe il primo venditore che non conosce i prodotti che vende! >>. 

La faccenda della sua nomina a carabiniere, come immaginavo, non piacque molto alla mia signora che mi gratificò subito con un pittoresco insulto veneto, salvo poi ammettere in qualche modo che le mie tesi erano fondate. <<Comunque… anche se sono d’accordo che non è ancora il caso di scomodare Viccaro, io questo signor Dorcet lo voglio vedere nel bianco degli occhi>> 
<<Marcamento a uomo?>> 
Milla annuì minacciosa <<Sì, e se occorre, anche entrata sulle caviglie>>. 
Così, dopo aver addensato nubi sinistre sul capo dell’ignaro signor Dorcet, ci ritirammo nelle nostre stanze per un meritato riposo.

mercoledì 25 marzo 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 4



E arrivò così il grande giorno dei francesi, che sarebbe restato nella memoria di tutti noi un po’ come il D-day in quella dei nostri cugini d’oltralpe. Le macchine degli ospiti arrivarono a metà pomeriggio precedute alla spicciolata dall’arrivo di alcuni dei corsisti italiani, del sedicente greco marchigiano e di uno di quelli francesi. Ad accoglierle, tutto lo stato maggiore dell’albergo schierato in parata, con Milla in elegantissimo tailleur grigio ferro e filo di perle, ancorché in agitazione da ore, Maria e Nadia in grembiulino nero con il fiocco, che su mia cognata suggeriva l’idea che stesse portando in dono due uova di pasqua e Giulio e Chiariello convocati come portatori di valigie. Io, invece, magnificando le mie buone conoscenze della lingua, ero stato dislocato strategicamente al bureau. Mia suocera, infine, era stata celata alla vista e rinchiusa nella sua roccaforte di fornelli e pentole. 

Il professor Ponsard si rivelò esattamente il contrario di come lo avevo concepito nelle mie fantasie. Seguendo il corso dei miei stereotipi mentali e degli umori, lo immaginavo a volte come il classico barone universitario, di portamento austero, ieratico e poco incline alle confidenze, altre volte come un raffinato gourmet innamorato del foie gras e autorevole esperto di formaggi erborinati. Un piacevole conversatore capace di distinguere quello barricato tra cento vini diversi e solo da un riflesso nel bicchiere. Ultimamente, forse per l’influsso di qualche film, ero giunto a vederlo come un tipo alla Yves Montand: un viveur di classe, smaliziato e piacione con il gentil sesso. Uno di quelli che gli basta un ammiccamento e una canzoncina per vedersi cascare tra le braccia anche la donna più morigerata. Invece, mi ritrovai di fronte un traccagno stempiato, sulla sessantina, non molto alto e con un accenno di pinguedine. Insomma, più che ad un Yves Montand o ad un Poirot, il professore assomigliava ingloriosamente ad un Luis De Funès stagionato e non aveva proprio l’aria del leader carismatico, quanto quella del burocrate ministerale. Notai anche che indossava un’imbarazzante cravatta fantasia sopra una camicia a quadrettini tipo tovagliato di trattoria sul Piave e la cosa, unitamente al fatto che non aveva concesso strette di mano ad alcuno se non a Milla, lo fece sprofondare definitivamente nella mia considerazione. L’unico aspetto positivo dell’uomo era che, anche se di primo acchito ti si rivolgeva in francese, parlava inaspettatamente un ottimo italiano e questo fatto, anche se dava l’impressione di usare la nostra lingua malvolentieri, sembrava facilitare di molto il nostro compito. 

Al suo seguito faceva un netto contrasto la dottoressa Geminiani, una bella signora sulla quarantina abbondante, molto alta e forse un po’statuaria, sicuramente nordica nei lineamenti, con i capelli raccolti sulla nuca e due occhi azzurri incantevoli, che ci fu presentata come una partner senior della società. La squadra era completata da una coppia di giovanotti, Jean-Pierre Darcy e Cristophe Genot. Due assistenti di primo pelo che, da come scattavano agli ordini del professore, sembravano in buona sostanza l’equivalente francese degli appuntati Chiariello e Paullo. 

Assegnando le stanze mi fu subito chiaro che i rapporti tra il professor Ponsard e la partner senior Geminiani non si limitavano solo alla sfera professionale, visto che i due dormivano assieme e l’indiscrezione piccante, subito arrivata grazie a Giulio nelle cucine dell’albergo, tenne subito banco nei pettegolezzi tra Nadia e mia suocera che aveva spiato gli ospiti dalla porta socchiusa. Le considerazioni delle due intellettuali, partendo dal quesito iniziale su come una donna tanto attraente potesse stare assieme ad un uomo che lo era così poco, si indirizzarono subito verso una vasta gamma d’ipotesi che, avvalorate dalla citazione di intere annate di Bolero Film, Gente e Novella 2000, spaziavano dalla sete di denaro, alla bramosia di potere, fino al meretricio vero e proprio. La mia ipotesi che i due potessero stare assieme perché erano davvero innamorati o anche solo per affinità elettive indotte dalla comune cultura fu rigettata con sdegno e venni bollato come inguaribile ingenuo. 

Qualche ora dopo, quando i nostri ospiti erano ormai sotto la doccia, arrivò buon ultimo il professor Grouchy, persona gentile e garbata, che a Vittorio Veneto aveva proseguito dritto per il Fadalto ed era arrivato sino a Ponte nelle Alpi prima di essere colto dal sospetto di aver sbagliato strada. Dopodiché, lo sventurato, seguendo le indicazioni di qualche buontempone, invece di tornare indietro aveva seguito la statale feltrina perdendosi nuovamente tra i paesi. Il professore, molto seccato per il ritardo, gli aveva lasciato detto che intendeva fare un briefing con tutti i collaboratori prima di cena e che non osasse mancarvi. Così il poveretto, dopo averci appena accennato alla sua odissea per le strade del bellunese, tracannò tutto d’un fiato il drink di benvenuto e poi corse su a cambiarsi in fretta e furia. 

Subito dopo, mentre Milla e Giulio finivano di dare gli ultimi ritocchi alla sala da pranzo, mi affacciai in cucina per vedere se tutto fosse pronto. I fuochi erano ormai spenti, tranne la pentola delle patate lesse che sobbolliva quieta, ma dal profumo delizioso che proveniva dal forno dove si rosolavano le quaglie all’uva mi fu subito chiaro come tutto fosse predisposto a dovere. Mia suocera, che teneva in mano un foglio con un lungo elenco di parole, era seduta di fronte a Nadia che le ripeteva la lezioncina con l’aria della scolaretta volonterosa <<Cucchiaio el se dise “Cuiller“, el cortèo se dise “Couteau” e la forchetta “Fourchette”>>. 
La signora Lucia annuiva e ad ogni risposta esatta il seno di mia cognata si sollevava per il sospiro di sollievo. Osservai lo sguardo di mia suocera: era assolutamente opaco, come quando qualcosa travalicava la sua capacità di comprensione. Ciononostante, non potei fare a meno di considerare con ammirazione l’organizzazione meticolosa di Milla. Così, compiaciuto di come andavano le cose, chiusi delicatamente la porta per non turbare quel quadretto idilliaco. 

La prima cena dei nostri ospiti fu molto frugale e cominciò con oltre quaranta minuti di ritardo, perché Ponsard e i suoi collaboratori si erano rinchiusi in un salottino a fare i piani di battaglia per l’indomani e sembravano non uscirne più. Mia suocera, in ansia per le sorti del suo risotto con le zucchine, continuava ad affacciarsi alla porta della cucina con la stessa puntualità dei Re magi sulla Torre dell’orologio di Piazza San Marco, mentre Nadia e Maria, di piantone davanti alla sala da pranzo, seguitavano imperterrite a far commenti e pettegolezzi sugli ospiti e a spiluzzicare olive e salatini dalle coppette per gli aperitivi. Anche il sommelier Giulio, non sembrava affatto gradire quel ritardo, tanto che ad un certo punto si rivolse poco urbanamente alla sorella minacciando che se quelli non fossero venuti fuori dalla stanza entro cinque minuti lui se ne sarebbe andato a mangiare a casa e l’indomani li avrebbe mandati alla pizzeria in paese. 

Alla fine, i nostri ospiti fecero capolino in sala da pranzo e la cena durò sì e no venti minuti, giusto il tempo per un’insalata, il risotto e una fettina di crostata. Poi il professore, molto militarmente, mandò tutti a nanna, con la scusa che all'indomani si sarebbero dovuti alzare presto e si congedò. Così, la nostra prima serata con i francesi ebbe termine repentinamente senza neanche la soddisfazione di capire se avessero gradito o no l’accoglienza e la cena. Si trattennero al bar qualche minuto in più, tanto per un bicchierino di whisky, due signori di Grosseto alloggiati alla “Vigna d’oro” e che passarono quel breve tempo a sparlare di mezzo mondo con toni grossolani. Poi, dopo aver chiesto a Giulio se vi fossero locali aperti nella zona per tirare tardi in allegria, sparirono nella notte alla ricerca di avventure improbabili. 

Verso la mezzanotte, rimasti finalmente soli, Milla mi si avvicinò con un’aria strana, tanto che mi misi subito sulla difensiva. <<Che te ne pare?>> la mia compagna si abbandonò sfinita sul divano e mi fece cenno di raggiungerla. Mi accomodai vicino a lei e Milla mi mise le braccia attorno al collo e si rannicchiò vicino a me. 
<<Direi bene, mi pare che il cibo sia stato gradito. Ho visto che i ragazzi hanno spazzolato tutto>>. 
<<Sì, per fortuna la cena è andata bene. Mi spiace solo che quasi nessuno abbia preso il secondo, con tutto quello che ci ha messo la mamma per prepararlo>>. 
<<Non hanno mangiato le quaglie all’uva? E’ un sacrilegio inaudito!>> 
<<Appunto! Comunque le ho messe in frigo e domani ce le riscalderemo per noi. Piuttosto, volevo sapere cosa te ne pare degli ospiti >>. 
<<Beh! Ponsard non è un mostro di simpatia. Ha salutato solo te, a noi non ci ha degnati di uno sguardo, come se fossimo trasparenti. E poi, hai visto come guardava tutto con il nasino all’insù?>>. 
<<Tipicamente francese>>. 
<<Invece la sua compagna, la Pauline, mi sembra un poco più docile. Anche se pure lei a volte sembra che ti guardi dall’alto in basso come la nobildonna che si degna di ricevere i sudditi, ma forse è solo timida, oppure, vivendo in simbiosi con Ponsard, ne ha assimilato i comportamenti. Comunque, hai visto come era elegante con quell’abito? Che classe! Semplice, ma raffinato>> 
<<Ne ho visti di meglio… e gli altri?>> 
<<Gli altri mi sembrano più malleabili. Quel Grouchy mi pare una brava persona e i due ragazzi non destano preoccupazioni. Piuttosto, mi pare che i corsisti siano abbastanza di livello basso. Altro che manager… quelli che ho visto, al massimo vanno a vendere le enciclopedie porta a porta!>> 
La considerazione non scalfì l’umore di Milla che evidentemente voleva proseguire a battere un altro tasto. <<Quindi, tra tutto il gruppo, l’unica che salvi è quella Pauline?>>. 
<<Sì … ha un bellissimo viso e mi sembra molto raffinata, l’archetipo della signora colta e di gran classe, un po’ come Ingrid Bergman in “Indiscreto”>> 

La sua domanda non era affatto innocente ed apparteneva a quella serie di quesiti del tipo “Mi trovi ingrassata?” o “Come mi sta questo vestito?” che nella logica femminile significano: “E’ tanto tempo che non litighiamo... ”, ma io ci cascai dentro fino al collo. Infatti, preso dal piacere della citazione, dimenticai imprudentemente che così facendo buttavo benzina sul fuoco dell’eterna competizione tra le donne. Eppure, ben sapendo quale tragedia avesse scatenato Paride porgendo quella benedetta mela alla donna sbagliata, avrei dovuto ricordare che elementari regole di prudenza suggeriscono di non parlar mai bene di una nuova presenza femminile ad una donna che già conosci, tanto più se è tua moglie. Anzi, per evitare guai, bisognerebbe perfino far finta di non averla notata. Basterebbe, a tal proposito, aver presente come una donna in spiaggia osservi diversamente da noi l’arrivo di una nuova vicina d’ombrellone. Noi aspettiamo di vederla finalmente in costume per ammirarne le forme. Il nostro fine è, almeno inizialmente, di tipo estetico e comunque innocente almeno fino al momento in cui cominciamo a valutarla in termini di scopabilità. La nostra lei, al contrario, attende perfidamente di vedere la rivale in costume per controllarne di persona il numero delle smagliature, la consistenza delle masse cellulitiche e l’eventuale gluteo o seno cadente per farti poi notare il tutto puntigliosamente. Il suo fine, in questo caso, è esclusivamente l’annientamento dell’avversaria. Infatti, lo sguardo di Milla cambiò colore e diventò intenso come quello della sua gatta Olivia quando studiava bene le mie mosse per graffiarmi con comodo. 
<<A parte che il tuo archetipo di donna fascinosa ha già superato i quaranta da un bel pezzo e si tiene su disperatamente con il trucco, visto che è il trionfo del mascara e del fondotinta, se parliamo di portamento è rigida come una scopa e, in quanto a classe, ti basti sapere che ha portato il purè alla bocca con il coltello. Ha solo delle discrete tette, ma probabilmente ha il reggiseno con i ferretti. Se solo lo sgancia, crolla l’impalcatura. Vuoi ancora dell’altro?>> 

Allargai le braccia rassegnato. La bordata di un’intera fiancata di cannoni della galea da guerra veneta aveva sbriciolato l’innocente vascello francese. 
<<Colpita e affondata! Ritiro tutto. Ammetto di essere orbo e di aver scambiato una vecchia cariatide per una donna incantevole >>. 
Milla sorrise soddisfatta e mi diede una pacchetta cordiale sulle ginocchia 
<<Bravo! Così va meglio>>. 
<<Non sarai mica gelosa?>> 
<<Diciamo che, nonostante i tuoi sforzi per convincermi del contrario, provo ancora un certo interesse per te>>. 
<<Di quali sforzi parli? Se ti riferisci a questi giorni, dovrai ammettere che mi sono dato da fare e ho sgobbato come un mulo>> 
Così cominciai inevitabilmente tutta la tiritera sul mio contributo alla causa comune, ma giunto neppure a metà dell’ elenco mi accorsi che Milla si guardava attorno pensierosa ed era chiaro che aveva la testa altrove. Infatti, cambiò improvvisamente tono <<Senti, lo so che dirai che è la solita storia, che prima faccio di testa mia e poi mi metto la coscienza a posto con un bel pentimento formale e che è troppo facile fare così, ma io ti devo sinceramente chiedere scusa. E la devo chiedere anche a Giulio, alla mamma, che è stata splendida, a Nadia e anche a Maria>> 

Per combinazione, stavo proprio per dirle che era sempre la solita storia delle lacrime di coccodrillo, ma quella premessa mi trattenne <<Perché ti scusi?>>. 
<<Perché vi ho coinvolto in questa avventura e so bene quanto sono stata stronza in questi giorni. Vi ho tiranneggiato anche quando non ce n’era bisogno e siete stati tutti bravissimi a non mandarmi a quel paese, anche perché se le cose per ora stanno andando bene, è tutto e solo merito vostro …>>. 
Ne convenni, sorvolando su quel “per ora” che non suonava bene e la lasciai continuare. 
<< Con te soprattutto devo essere stata tremenda, perché ti ho scaricato addosso tutte le mie ansie e le inquietudini. Il fatto è che so che tu mi puoi dare tanto e spesso ne abuso. D'altronde, se non chiedo aiuto a te, che sei la persona che amo più di tutte al mondo, a chi dovrei chiederlo? Scusami davvero, amore>> 
Siccome Milla era una che quando la buttava sul sentimentale poi finiva per commuoversi, le ultime parole furono pronunciate con la voce incrinata dall’emozione e siccome una donna in lacrime sarebbe in grado di farmi fare qualsiasi stupidaggine, decisi di essere generoso con lei e di perdonarle tutto. Così, presi tra le mie mani il volto di Milla, che aveva già gli occhi umidi di pianto, e le posai un bacio sulle labbra che fu subito ricambiato con un’intensità che m’indusse ben presto a metterle le mani sotto la camicetta in cerca di soddisfazioni più sostanziose. 

Contrariamente agli ultimi tempi la mia signora lasciò che le cose proseguissero nel loro verso e per un attimo pensai che lo avremmo fatto sopra il divano della hall, poi, fortunatamente per il decoro dell’albergo, ma non per il nostro, fummo interrotti da una voce esitante di ragazzo <<Signora Camilla…. scusate se vi disturbo. Io sarei qua a montare di servizio per il turno di notte>>. 
Strappati al raptus erotico ci voltammo all’unisono in direzione del suono. Piantato sull’attenti in mezzo alla porta d’ingresso c’era l’appuntato Chiariello tutto paonazzo in viso per l’imbarazzo di averci interrotti in quel frangente. 
Milla si ricompose in fretta e furia, rimettendo la camicetta nella gonna, poi gli andò incontro con disinvoltura e gli diede tutte le istruzioni del caso per fare il portiere di notte, quindi raggiungemmo finalmente la nostra camera da letto, dove, tramontato ormai ogni desiderio, ci abbandonammo ad un sonno senza sogni, uno nelle braccia dell’altra.