sabato 4 aprile 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 9



Il professor Ponsard fece ritorno verso le nove di sera e annunciò subito la sua intenzione di andare direttamente in camera con il suo bicchiere di latte senza cenare. Se possibile, appariva ancora più incupito, tanto che non salutò nessuno e nemmeno Milla che pure gli era andata incontro sulla porta sorridendo. Lungo il tragitto tra il bar e la sua camera, Ponsard trovò il tempo di convocare Pauline e Grouchy che erano ancora a tavola e si fece raccontare lì su due piedi come fosse andata la lezione, dando le disposizioni per le giornate seguenti. A quel punto Grouchy trovò finalmente il coraggio di dirgli, casomai lo avesse dimenticato, che tre giorni dopo, cioè giovedì, sarebbe stato il venticinque aprile e dal momento che quel giorno in Italia era festa, non si sarebbe potuta tenere alcuna lezione. 
Così il professore, che ovviamente non lo ricordava, diede di nuovo in escandescenze e dopo aver investito i due con una raffica d’insulti, neanche quella festività fosse colpa loro, biasimando aspramente gli italiani di ogni ordine e grado assieme alle loro feste, salì al piano di sopra, sbattendo la porta della sua stanza con tale violenza da indurre Giulio a chiedere a Milla, in quanto italiano e figlio di partigiano, il permesso di andarlo a prendere per il coppino e di sbatterlo fuori dall’albergo a calci nel sedere. Con mia grande delusione, il permesso fu negato. 

Pauline, che aveva affrontato la scenata e diverse insolenze senza batter ciglio, fu la prima a riprendere un contegno e dopo essersi rivolta a noi, che eravamo accorsi alle prime grida, per chiederci di comprendere il nervosismo del professore, si rifugiò in giardino con la scusa di voler fumare, subito raggiunta da Mauriot. Grouchy, invece, era rimasto appoggiato al banco del bar come impietrito e pallido in volto. Gli insulti di Ponsard così plateali e gratuiti dovevano averlo ferito profondamente. Per un attimo pensai che quell’uomo stesse per avere una crisi di pianto e lo dovette pensare anche Milla, che dopo avermi inviato un cenno d’intesa, lo prese amorevolmente sottobraccio e promettendogli un po’ di dolcezza per risollevare le sorti della serata, lo accompagnò verso la cucina dove mia suocera con due porzioni di crostata di pere e altrettanti calici di ramandolo fresco lo rimise in sesto. 

Verso mezzanotte, con la quiete del buio che regnava finalmente sovrana sull’albergo e i suoi ospiti, Milla mi raggiunse in cucina mentre, con un po’di musica di sottofondo, finivo di pulire le posate per il giorno dopo. Dopo essersi seduta al tavolo rimase in silenzio a tracciare ghirigori con l’unghia sulla tovaglia, mentre la guardavo con la coda dell’occhio. L’aria della mia signora era preoccupata e sapevo che quel suo silenzio sarebbe durato poco. Infatti, dopo un sospiro mi rivolse la parola: <<Secondo te, qui si sfascia tutto? Dimmi di no perché altrimenti mi butto a fiume>>. 
<<Attenta, che in questo modo mi spingi a dire di sì>>. 
Milla tirò su la frangetta con uno sbuffo, in segno di fastidio. <<Dai! Non fare lo scemo e rispondimi seriamente>>. 
<<Mi vuoi serio? Allora la risposta è no!>>. 
<<Come mai?>>. 
<<Penso di no perché non credo proprio che quella di stasera sia la prima litigata. Probabilmente convivono da tempo con le loro tensioni di gruppo. Ponsard, Grouchy e la Geminiani sono tre primedonne che si litigano per il posto del nome sulla locandina del concerto con l’aggravante che una di loro fa anche l’impresario. Per non parlare poi dell’intreccio sentimentale che complica ulteriormente i loro rapporti. Io non li ho mai visti scherzare o ridere tra di loro da quando sono qui e questo la dice lunga su quanto si stiano reciprocamente indigesti. In ogni modo, se mandassero tutto a monte adesso con la gente che ha già prenotato e pagato sarebbe una rovina anche per loro. Te l’ho già detto, no? >> 
Milla annuì perché evidentemente era quello che voleva sentirsi dire. 
Subito dopo cambiò argomento. <<Cosa ne pensi di quel che è successo? >> 
Spensi la radiolina che ormai trasmetteva solo il bollettino dei naviganti, cosa che stando noi in collina non era di alcuna utilità. <<Ne penso tutto il male possibile. E’ evidente che Ponsard è in piena crisi di nervi e c’è solo da sperare che regga ancora per questa settimana e la prossima. Anche perché lavorare con questa tensione è un bello stress per tutti, loro e noi>> 
Milla annuì. <<Si, guarda…non vedo l’ora che se ne vadano con tutte le loro lavagne speciali con il fondo di sughero, i loro spillini colorati, le forbici, le colle, i pennarelli da pacco e tutta la loro spocchia! >> 
<<E anche con le loro fotocopie… >> 

Quella puntualizzazione strappò un sorriso alla mia consorte. <<Certo! Anche con le loro fotocopie!>> 
<<Io non so come ci si possa rivolgere a dei collaboratori in quel modo e di fronte a tutti. E’ una violenza morale incredibile, perché chi lo fa approfitta del fatto che la controparte non può rispondere a tono ed è costretta a subire. E’ una vigliaccata! Io, quando ero in azienda, avevo un superiore che mi affrontava allo stesso modo, con toni inaccettabili. Così... >>. 
<<Sì, lo so … di fronte all’ennesima aggressione verbale una volta gli hai detto che, non saresti cascato nel trabocchetto di mettergli le mani addosso in ufficio con il conseguente licenziamento automatico, così lo hai invitato a risolvere la cosa tra uomini fuori per strada. E lui c’è venuto? >> 
<<No, non c’è venuto, però… >> 
<<Però ti è andata bene, che magari le prendevi pure. >> 
Questa volta fui io a sorridere. <<Stronza! Comunque, hai visto Pauline come ha retto imperturbabile la situazione? Deve avere una forza d’animo straordinaria>>. 
<<Tu hai proprio la fissa per quella donna! Ma quando mai? Aveva gli occhi rossi, non te ne sei accorto? E’ stata brava a reggere con i nervi e a non scoppiare a piangere subito, questo sì. Tanto poi lo avrà fatto in giardino tra le braccia del suo ganzo. Io però, al suo posto, una ginocchiata nelle palle a quello zotico di marito gliel'avrei data. Anzi, sai che ti dico? Che a quel Ponsard le corna stanno proprio bene!>>. E, con quest’ultima considerazione che ci trovò concordi, spegnemmo la luce e ce ne andammo a dormire. 

Il giovedì seguente, come ampiamente previsto per la possibilità di far un ponte di ben quattro giorni, gli ospiti cominciarono a dileguarsi di buon mattino lasciandoci molti dubbi sul fatto che si ripresentassero l’indomani e il sabato mattina per l’ultima lezione. Il clima era quello classico del rompete le righe e il fatto che i corsi fossero pagati dalle società di appartenenza induceva a pensare che molti considerassero più che sufficiente aver fatto atto di presenza per i tre giorni precedenti. 
Giulio ci raggiunse sulla porta mentre eravamo intenti ad osservare malinconicamente la Ford Escort di tale signor Manfredini che imboccava il cancello diretta verso la lontana Ancona.<<Quello torna, secondo voi? >> 
Lo guardai sorpreso da una domanda tanto ovvia. 
<<Certo che no! Ha cinque ore di macchina per andare a Ancona e altrettante per tornare. In pratica dovrebbe tornare a casa, sedersi mezz’ora in salotto, poi risalire in macchina e ritornare qua. Non credo sia masochista >> 
<<Per me se domani ce ne sono quattro in aula sono tanti. Culastriscie, ci stai a scommettere diecimila lire che non sono più di quattro? >> 
Essendo di natura uomo propenso al rischio accettai la scommessa mentre Milla ci guardava storto. Poi ci applaudì ironicamente <<Bravi! Fate gli spiritosi, dai! Scommettete pure. Però, tanto perché lo sappiate, dieci persone che non dormono qui da noi per due notti, sono quasi due milioni d’incasso mancati. Vedremo se riderete tanto al momento di calcolare gli stipendi >>. 

Detto questo, la mia signora ci voltò bruscamente le spalle e fece per ritornarsene in salone, così la trattenni per un braccio per verificare se fosse arrabbiata o no. 
<<Ce l’hai con noi, vero?>> 
<<No, affatto! So bene che stavate scherzando e che siete preoccupati come me, altrimenti sareste degli incoscienti e voi non lo siete, giusto? >> 
Capii al volo che quello era il classico caso di arrabbiatura “criptica”di Milla che negava di esserlo fino a far emergere le tue ansie di chiarimento, in modo da poter colpire a fondo una volta venuto allo scoperto il vero motivo del contendere. Così decisi di tenermene alla larga. 
<Se il problema non siamo noi, cosa c’è?>> 
<<C’è che ora mi tocca prendere Ponsard, Grouchy e cinque di quei bischeri che sono rimasti in albergo nonostante la festa e portarli a Vittorio Veneto, dapprima a gironzolare tra le bancarelle del mercatino dell’antiquariato, poi a mangiare il pasticcio di radicchio al Postiglione e, dulcis in fundo, a visitare il Museo del Cenedese, che ormai conosco meglio del custode. Anche questa volta ritornerò verso l’ora di cena con le gambe gonfie e sopraffatta dalla noia>> 
<<Ovviamente, non ne hai alcuna voglia>> 
<<No, perché oggi volevo finalmente dedicare la giornata ai nostri figli, alla casa e a te e invece mi ritrovo sempre in pista per questa gente di cui non m’importa nulla e che non ti è neanche grata>> 

Presi atto di essere appena al terzo posto nella classifica delle dediche, ma questo non modificò la mia solidarietà verso Milla.<<Ti comprendo. Appena sarà finito tutto chiudiamo la villa per quindici giorni e ce ne andiamo in vacanza in qualche albergo sulla costa francese, così il cliente viziato lo faremo noi e non ce ne sarà per nessuno. Restituiremo ai francesi colpo su colpo. Saremo spietati! >> 
<< Non se ne parla neppure, dopo che se ne saranno andati non voglio più vedere francesi per almeno due anni. Anzi, se incrociassi la Marianna per strada, la metterei sotto senza esitare… >>. 
<<Me ne rendo conto! Ma piuttosto, cos'è questa grande novità di Ponsard che partecipa ad un’escursione?>>. 
<<E’ stato lui a chiedermelo. Inizialmente voleva sapere se c’era qualche negozio aperto, poi quando ha saputo che in piazza c’era il mercatino ha deciso di darci un’occhiata perché dice che sapendo cercare vi si trovano sempre dei libri interessanti >>. 
<<Nei mercatini francesi forse. Qui da noi ci troverà solo la bigiotteria della nonna, mobilia del ventennio, vecchie croste ad olio, stampe, cartoline degli anni ’30, bronzetti inizio secolo e qualche pitale in maiolica>> 
<< Contento lui. Comunque ora devo andare. >> 
Milla, richiamata da un colpetto di tosse alle nostre spalle, si girò a guardare verso il salone dove i sette gitanti, puntuali come i debiti, si erano schierati attendendo la loro guida. Ponsard se ne stava appartato in un angolo per conto suo con un buffo berretto floscio in testa, l’impermeabile sottobraccio e la guida Michelin in mano e mi ricordò immediatamente, statura a parte, l’impagabile Monsieur Hulot di Tati. Grouchy, invece se ne stava dalla parte opposta chiacchierando con Jean-Luc e dandogli le spalle. Ne ricavai l’impressione che i due, dopo la scenata di qualche sera prima, ormai si evitassero ostentatamente. 

Ad un cenno della mia consorte la compagnia si mosse e salì disciplinatamente sulle automobili, poi imboccarono in fila indiana il cancello e si persero tra gli alberi. 
Subito dopo aver servito i quattro clienti rimasti in albergo a dispetto dei santi e un pranzo informale in cucina, con due spaghetti pomodoro e salvia preparati al volo dalla Nadia, mi affacciai sul giardino attratto dall’inconfondibile suono di un pallone che rimbalzava sulla ghiaia. Nello spiazzo antistante all’albergo, c’era il giovane Cristophe che stava palleggiando con mio figlio Gianmarco. Notai subito l’abissale differenza tecnica tra i due. Mentre il giovane transalpino trattava la palla come se avesse avuto un badile al posto dei piedi, ricavandone traiettorie incerte, il mio erede l’accarezzava con sapienti tocchi liftati e faceva in modo che la palla andasse dove voleva lui e non viceversa. Tanto che, essendo mio figlio un mancino, per un istante accarezzai l’idea di aver messo al mondo un nuovo Mariolino Corso, il “Piede sinistro di Dio” venerato da ogni interista. 
Li raggiunsi immediatamente per dare a Cristophe un ulteriore saggio sulla superiorità della scuola calcistica italiana, ma dopo qualche colpo di tacco e altre arguzie, mio figlio venne richiamato in casa dalla nonna per via di qualche cartone animato e così , dopo un tentativo subito abortito di partitella uno contro uno, i due superstiti accaldati decisero di porre termine al contendere. Dopo aver raccolto il pallone presi Cristophe sottobraccio con fare amichevole e visto che il ragazzo parlava benino l’italiano ne approfittai per fargli qualche domanda 
<< Allora, tutto bene? Passata l’ammaccatura?>>. 
<< Quale ammaccatura? >>. 
<< Quella morale, mi riferisco allo scontro con Giulio>>. 
Il ragazzo, colto sul vivo, divenne rosso come un pomodoro. << Ah, mon dieu... allora lo sa anche lei?>>. 
<< Difficile non saperlo, visto che ha tremato l’albergo >>. 
<<Beh, io vorrei tanto scusarmi con il signor Giulio, perché è stato tutto un equivoco. Ero nudo nel letto perché … >> 

Essendo giunti davanti al bar lo interruppi e feci cenno a Cristophe di accomodarsi sul divano intanto che preparavo due calici di prosecco, dal momento che il ragazzo gradiva, poi mi sedetti vicino a lui. <<Lo so, lo so. Non c’è bisogno di scusarsi. Giulio, ormai, non ci pensa più. Ha fatto il militare negli alpini, figurati se si è turbato con tutti i culi di mulo che deve aver visto. Però, in realtà, lo sai quale è stato il problema? Trovandoti così lui ha capito al volo che volevi provarci con la cameriera e, purtroppo per te, la Nadia a cui ambivi, è sua moglie >>. 
Il ragazzo impallidì. <<Sa femme? Merde! Quelle honte! Je suis vraiment un imbécil! Io non lo sapevo, lo giuro >>. 
Gli rifilai una pacca cordiale sulla spalla per rinfrancarlo. 
<<Infatti, giovane pollo. E’ ovvio che non lo sapessi. Però, se uno vuol fare il Casanova con le donne degli altri dovrebbe avere l’accortezza di informarsi prima su chi ne sia il marito, no? Lo sai, vero, che hai rischiato quantomeno le ossa del naso? >> 
<<Sì, lo so, l’ho visto quando il signor Giulio mi ha sollevato di peso. Mi teneva su con una mano sola. Comunque posso considerare l’incidente chiuso? Non vorrei che lo sapesse il professore>>. 
<<L’incidente è assolutamente dimenticato. Stai tranquillo. Certo è che Ponsard vi tiene tutti sulla corda… >>. 
<<Bien sûr! Questo periodo è stato un vero inferno. Ormai, dopo la scomparsa di Chevalier si litiga ogni giorno, sono tutti contro tutti e con l’aria che tira basta un nulla per ritrovarsi fatti fuori>> 
<< Nel senso di licenziati, ovviamente>>. 
<<Ça, c’est sûr!>>. 
Cristophe sorrise divertito e visto che eravamo sulla strada giusta e che il ragazzo pareva piuttosto incline alle confidenze, decisi di approfondire l’argomento con una domanda più diretta. 
<< Grouchy non è molto nelle grazie di Ponsard, vero?>>. 
<< Proprio no! Ha visto la scenata dell’altra sera? Ormai i due si odiano. E guai se il professore ti vede intrattenere rapporti extra lavorativi con lui, ti segna subito tra i nemici e sei finito. Lo tratta come un appestato, gli ha fatto il vuoto attorno...>>. 
<< Ma come mai? Eppure i due è da tanto che lavorano assieme…>>. 

Cristophe si guardò attorno guardingo, come chi sta per fare una rivelazione scottante e per incoraggiarlo gli riempii nuovamente il calice. 
<<Grouchy è bravissimo. E’ la vera anima della società ed è lui che è richiesto dalle aziende. Senza di lui chiuderemmo bottega. Questa è la verità. Ponsard come analista e in aula non vale nemmeno la metà di lui ed era così anche con il povero Chevalier. Ma questi aveva un rapporto di amicizia stretto con il professore, almeno fino a che non hanno litigato, mentre Grouchy è arrivato dall’università, mica dalla gavetta come loro. E poi, a complicare i rapporti, c’è la faccenda di Pauline >>. 
<<Sarebbe a dire?>> 
Cristophe ebbe un attimo d’incertezza, come chi si rende improvvisamente conto di aver proferito una parola di troppo, ma poi, visto che ormai le cose erano state dette, si avvicinò per bisbigliarmi il seguito all'orecchio, come se qualcun’altro potesse ascoltarlo. <<Non lo dica in giro, mi raccomando, altrimenti sono rovinato. Comunque, Pauline durante l’università era la ragazza di Grouchy e sembrava che i due dovessero sposarsi. Poi, mentre lui faceva il servizio militare in Indocina, lei ha conosciuto Chevalier e, attraverso lui, Ponsard e un altro loro amico, un certo Tarentin di cui lei si è innamorata. Così ha lasciato Grouchy ed è venuta a vivere qui in Italia. Ponsard li ha raggiunti poco dopo, perché collaborava con questo Tarentin non so a far che cosa. 
Poi, dopo qualche anno deve essere successo qualche pasticcio, perché lei e Ponsard sono tornati improvvisamente qui in Francia e sono entrati in società con Chevalier. 
Grouchy è arrivato su invito di Chevalier, che lo stimava molto, qualche anno dopo, quando la Chevalier & Ponsard aveva già avuto un discreto sviluppo e vi ha ritrovato Pauline, solo che lei dopo qualche tempo, non appena c’è stata la rottura tra i due soci fondatori, tra lo stupore di tutti, si è messa con Ponsard>>. 
<< Per amore o per ambizione?>>. 
<< Pauline aspira alla gloria. L’amore lo escluderei>>. 

Pensai che Cristophe, forse grazie all’azione disinibente del prosecco, era davvero loquace e ben informato e avrebbe fatto la felicità di una rivista scandalistica per casalinghe. Anzi, più che pensarlo, glielo dissi proprio. <<Scusa, ma tu come fai a sapere tutti questi particolari riservati sulle vicende amorose dei tuoi superiori? Non sei un po’ troppo giovane?>>. 
Il giovanotto sorrise, per nulla imbarazzato da quel rilievo. 
<<La Ponsard & Chevalier, come tutte le realtà ricche d’intellettuali, oltre che un centro del sapere è anche un covo di lavandaie. Da noi il gossip aziendale è una vera arte. Quindi, alla fine, queste dicerie passano sulla bocca di tutti. Anche degli ultimi arrivati come me. Poi, più Ponsard fa il pugno di ferro e sbraita, più la gente spettegola sul suo conto. Soprattutto in questi ultimi mesi, visto che c’era poco lavoro e la gente stava con le mani in mano a chiacchierare del più e del meno, queste malignità su di lui e Pauline sono diventate lo sport nazionale>>. 
<<Questo è vero! Dove si lavora sodo non c’è tempo per le dietrologie. Quando i cervelli sono allo stato brado, invece, apriti cielo! Anche nella mia azienda, la settimana prima delle ferie estive, quando dirigenti e impiegati erano in pieno ozio, passando da un ufficio all’altro si poteva finalmente venire a conoscenza degli altarini sporchi di tutto l’anno. Quanto era bello poter andare in ferie sapendo finalmente quale segretaria era l’amante del tale dirigente o per quali favori elargiti quel certo funzionario aveva fatto carriera! Comunque, tornando a noi, il rancore tra Ponsard e Grouchy è per motivi di gelosia, giusto?>>. 
<<No, c’è dell’altro! Dopo l’uscita di scena di Chevalier, Ponsard, rimasto amministratore unico della società, doveva nominare il suo vice, che poi avrebbe dovuto continuarne l’attività, visto che il professore tra due anni andrà in pensione. Ma mentre tutti davamo per scontato che questi fosse Grouchy, lui ha scelto sorprendentemente Julièn Gennot. >> 
<< Che sarebbe?>> 
<< Lei non lo conosce. E’ uno dei nostri docenti giovani. Bravino, certo, ma Grouchy lo surclassa. E’ uno molto disciplinato, che non fa casino e dice sempre di sì. A Ponsard a quanto pare bastava così>>. 
Allargai le braccia sconfortato per fargli capire che condividevo le sue considerazioni per averle vissute. << Cosa vuole che le dica? Gli uomini di potere hanno di queste debolezze. Il mio vecchio direttore, uomo abile e di grande bravura, al momento di andarsene in pensione, brigando con una parte della proprietà che pendeva dalle sue labbra è riuscito a fare in modo che fosse designata una nullità a prendere il suo posto. Questo solo perché da narciso qual’era voleva essere rimpianto. Non poteva accettare che a succedergli fosse uno magari più bravo di lui. Ed è andata proprio come voleva, perché quello nuovo alla fine ci ha portati alla rovina e lui è stato rimpianto>>. 

Proprio nel momento in cui terminavo quel nuovo e interessante spaccato di vita aziendale mi giunse alle orecchie il rumore di un’automobile che parcheggiava in giardino e dopo pochi attimi Milla apparve sulla soglia. Dietro di lei Ponsard, con un gran mazzo di rose rosse tra le braccia. Guardai istintivamente l’ora.<<Sono appena le tre, come mai sei qui? Non dovevate tornare per cena?>> 
Milla prese posto tra me e Cristophe mentre il professore, dopo un rapido cenno di saluto, saliva al piano di sopra in cerca della consorte. <<Taci che mi è andata di lusso. Il Museo del Cenedese oggi è chiuso. Mi sono risparmiata due ore di lapidi romane e ritratti vescovili.>> 
<< Come mai Ponsard ha svaligiato un negozio di fiori?>>. 
<< Oggi era particolarmente munifico. Deve essere l’aria primaverile. 
Prima si è trovato un libro degli anni ‘50 di non so chi e lo ha pagato una fortuna, poi quando ha saputo che oggi è il giorno in cui ogni veneziano regala alla sua amata un bocciolo di rosa, ne ha prese ventiquattro per farsi scusare da Pauline, roba che il fiorista non stava più nella pelle>>. 
<< Immagino, d'altronde: peccato grosso, regalo grosso. Non si sfugge>>. 

Non feci a tempo a finire la frase perché subito la mia voce fu coperta dal suono di un violento alterco al piano di sopra con strilla e grida tra le quali emergeva la voce di Ponsard che strillava a ripetizione: <<Putain!>>. Corremmo tutti su per le scale e appena arrivati sul pianerottolo si presentò ai nostri occhi la scena di Mauriot con il naso sanguinante e mezzo nudo che cercava di trattenere Ponsard dal prendere a calci la povera Pauline, distesa a terra in accappatoio in mezzo alle rose sparse per ogni dove. Acchiappai al volo il professore e lo spinsi contro il muro per renderlo inoffensivo, mentre Milla soccorreva Pauline e Cristophe si prendeva cura di Mauriot che continuava a tenersi il naso grondante sangue e a mugolare insulti contro Ponsard. 
Giulio giunse a ruota a darmi una mano perché il professore si dimenava come un’anguilla rivelando una forza insospettabile e ce ne volle del bello e del buono per tenerlo fermo. In tale frangente, mio cognato, approfittando del trambusto, ne approfittò per dare una robusta strizzata ai genitali del professore, che, difatti, dopo un gemito soffocato, si calmò di colpo, piegandosi a squadra per il dolore. Guardai impensierito l’autore di tanta brutalità. << Ma sei matto? Che gli hai fatto?>>. 
Ma l’interessato mi rispose soddisfatto. 
<<Niente! Il galletto di Francia è diventato un cappone. Tutto qui!>>. 
Dovetti convenire, vista l’immediata sedazione del professore, che il metodo di Giulio, ancorché disdicevole nei confronti di un cliente, era rudimentale, ma efficacissimo. 

Milla era furibonda come e più di Ponsard e gli si parò dinnanzi a brutto muso. <<Professore, è solo per rispetto dei corsisti e di chi lavora qui con lei che non la caccio fuori su due piedi, ma l’avverto che non sono disposta a tollerare nel mio albergo altre scene del genere. Le vostre faccende private qui non interessano e ve le regolerete come vorrete una volta a casa. Finché rimanete in questo albergo siete tenuti alla stessa correttezza che noi usiamo nei vostri confronti. In ogni caso, se non ci sono subito delle scuse, sabato finite il corso e domenica prendete le vostre cose e ve ne andate. Se quelli di lunedì prossimo hanno già pagato il corso non è un problema nostro>>. 
Ponsard, forse perché ancora dolorante, accettò in silenzio quella reprimenda, poi gorgogliò qualcosa che solo con molta buona volontà poteva essere interpretato come una scusa e, infine, dopo essersi divincolato ed averci mandato a quel paese si ritirò in camera sua. Pauline era livida di paura e scossa dai singhiozzi. 

Milla l’aiutò a rialzarsi e lei le si avvinghiò piangendo a dirotto, così la mia compagna la prese con se e la portò via ai nostri sguardi perché si potesse sfogare a suo piacere in qualche luogo più appartato. Noi, invece, accompagnammo Mauriot al pronto soccorso di Valdobbiadene per una medicazione. 
Dopo qualche ora, poco prima di cena, Milla fu chiamata dal professor Ponsard per delle scuse formali e questo fu sufficiente per fermare la procedura di espulsione, poi mi raggiunse in cucina, mentre ero affaccendato a mondare carciofi. Così mi affiancò al lavello per dare una mano. 
<<Ci mancava il delitto d’onore, ma ci siamo andati vicini, non trovi?>>. 
<<Sì, ma anche tu, però…>> 
<<Però cosa?>> 
<<Ti costava tanto fare una telefonata? Lo sanno anche i sassi che se si rientra prima del previsto da un viaggio o dal lavoro non è il caso di fare sorprese alla propria moglie perché le sorprese si possono anche ricevere>>. 
Milla ridacchiò, poi mi schizzò con l’acqua gelida del rubinetto <<Stronzo! Adesso, magari, sarà colpa mia>>. 
<< No, non lo è… però telefonami sempre quando torni prima, è un consiglio>>. 
<<Questo vale anche per te, scemo!>>. 

La mia signora mi buttò le braccia al collo e mi stampò un bel bacio sulla fronte, ma il momento di idillio fu subito interrotto. << Stia attenta a suo marito, signora Camilla, che oggi ha l’aria birichina>>. 
Maria era apparsa alle nostre spalle con l’aria divertita. <<Ma che è successo mentre ero via? Nadia mi ha detto che il professore e sua moglie se le sono date di santa ragione>>. 
<<E’ successo esattamente quello che ti hanno detto. Il professore ha trovato sua moglie a letto con un altro e si sono presi a botte tutti e tre >>. 
La mia interlocutrice ebbe un moto di stupore <<Mamma mia! Cosa mi sono persa! E adesso come si combinano?>>. 
<<Nulla di speciale, la signora Geminiani l’ho trasferita nella 27 che ora è vuota, tanto quello di Ancona non torna di certo e almeno ora è al piano di sopra e dall’altra parte del corridoio. In quanto ai due uomini restano ciascuno nelle proprie stanze a rimuginare. Poi faranno quello che vogliono, basta non lo facciano qui>>. 
La nostra collaboratrice avvampava di curiosità. <<Ma lui, l’amante, chi era?>>. 
<<Te lo dico solo perché tra poco lo sapranno anche i sassi: era il signor Mauriot. >> 
Maria si finse sorpresa portando teatralmente le mani al viso, ma per me lo aveva già capito benissimo da tempo. << Oh! Ma che cosa mi dice>> 
<<Certo che io avrò l’aria birichina, ma tu sei una bella pettegolina…>>. 
Milla aggiunse subito del suo <<… e anche sfaticatina! Chiama Nadia e filate subito in sala a sistemare i tavoli che tra venti minuti si va a cena! Su, che la vita continua!>> 
Una simpatica pacchetta sul sedere indusse la ragazza ad obbedire all’istante. 

A cena, come previsto, erano più i tavoli vuoti di quelli occupati. Dei tre protagonisti della zuffa, Mauriot era l’unico che per il momento aveva avuto il coraggio di presentarsi a tavola e ora cenava da solo con gli occhi bassi e due batuffoli di cotone che gli uscivano dalle narici facendolo assomigliare ad un tricheco. 
Era quasi arrivato al dolce quando, tra lo stupore generale, sulla porta della sala comparve Ponsard nuovamente rosso in volto e con l’aria che non prometteva nulla di buono. Mentre io trattenevo Maria che stava per servire le pesche con l’amaretto feci un cenno a Giulio, che era dalla parte opposta della sala, perché fosse pronto ad intervenire. In tutto questo, il professore si piantò davanti al tavolo del giovanotto e lo apostrofò con arroganza. <<Con che coraggio sei ancora qui? Farabutto che non sei altro! Non ti vergogni?>> 
Mauriot fece finta di non aver sentito e non alzò neppure la testa, così Ponsard gli sollevò il mento con una manata e gli ringhiò dritto sul muso. <<Pezzo d’imbecille, se domani mattina non sei sparito dalla mia vista giuro che ti sparo in mezzo agli occhi, hai capito? Prendo la mia pistola e ti ammazzo come un cane!>>. 

A quel punto mi frapposi tra i due prima che giungessero alle vie di fatto, mentre Giulio prendeva Ponsard per le spalle e sollevandolo come una pagliuzza lo spostava indietro di almeno un metro. 
Mauriot, che tremava di rabbia repressa, si alzò di scatto e fissò con odio il suo rivale, poi tuonò quel che gli ribolliva in corpo <<Certo che me ne vado, vecchio coglione! Ma me ne vado perché voglio io, non perché vuoi tu, e spero che te la facciano davvero la pelle perché sei un bastardo. In quanto alla tua puttana, tientela pure … non me ne frega più nulla! >> . Dopo aver scaraventato il tovagliolo sul tavolo, rovesciando i bicchieri, girò sui tacchi e se ne tornò al piano di sopra a preparare le sue valige, inseguito da altri insulti del professore e con i pochi commensali che assistevano allibiti. 

Milla arrivò subito dopo e mi prese in disparte, proprio mentre anche Ponsard faceva ritorno nella sua stanza seguito da Giulio come un’ombra minacciosa. <<Cosa è successo, che ho sentito di nuovo Ponsard alzare la voce? >> 
<<Tranquilla! Non è accaduto nulla di speciale. Lui e Mauriot si sono detti arrivederci >>. 
<<Si sono messi di nuovo le mani addosso? Dimmelo, che li butto fuori per strada tutti e due >>. 
<<No di certo! Dopo la strizzata di palle che gli ha dato Giulio questo pomeriggio credo che Ponsard se ne sia guardato bene dal rischiarne un'altra. Si è solo limitato a dirgli che gli avrebbe sparato in mezzo agli occhi, mentre l’altro ha dato del coglione a lui e della puttana a Pauline. Un dialogo cordiale tra vecchi amici, insomma... >>. 
Milla ridacchiò per quel dettaglio che non conosceva. <<Davvero Giulio gli ha strizzato le palle? >>. 
<<Gliele ha strette in una morsa d’acciaio. Come se l’avesse azzannato un pitbull. Lo sai com’è tuo fratello, no? >>. 
<<E lui cosa ha detto? >>. 
<<Ahiii! Cosa d’altro vuoi che abbia detto? >>. 
Milla si concesse una nuova risata soddisfatta, poi si fece seria di colpo. <<Che dici? Cartellino rosso e lo caccio? >>. 
<<No! E per quale motivo? Domani Mauriot toglierà l’incomodo e perché torni a regnare la quiete basterà tenere Ponsard separato da Pauline, ma credo che ci penseranno da soli ad ignorarsi. E comunque, visto tutte le seccature che ci hanno dato, almeno gratifichiamoci con l’incasso di un’ultima settimana di lezione>>. 
Mia moglie mi guardò compiaciuta  <<Oh! Finalmente stai entrando nello spirito giusto. Meglio tardi che mai! Comunque tu e Giulio siete stati bravi questa sera e avrete le vostre ricompense... >>. 
<<Sarebbero? >> 
<<Giulio avrà finalmente accesso alla grappa di Teroldego… >>. 
<<E io ?>>. 
Milla mi rifilò una veloce strizzatina di palle che non aveva nulla da invidiare a quelle del fratello, poi sorridendo maliziosa mi sussurrò. <<Chi vivrà vedrà… >> 
Poi se ne tornò sui suoi passi lasciandomi dolorante a fantasticare sulle possibili delizie erotiche che mi attendevano, sempre che la parte fosse rimasta integra. 

Pauline scese solo dopo cena per un caffè. Della rissa pomeridiana restava solo un piccolo segno rosso, sullo zigomo, proprio sotto l’occhio, che evidentemente il trucco non era riuscito a cancellare del tutto. Per il resto la signora sembrava abbastanza serena, o almeno era molto brava a farlo credere. Grouchy l’avvicinò per un breve scambio di battute, poi, forse, accortasi che gli sguardi di tutti erano calamitati su di lei, la donna tornò in camera sua. 

Intorno alle dieci di sera, preceduta dall’effluvio delle sue essenze floreali, apparve all’ingresso dell’albergo la dottoressa Trevisan, avvolta nel suo boa di volpe uscito da un film anni ‘40. Il vestito blu elettrico della cena di gala aveva lasciato il posto ad uno stampatone a fiori ugualmente pacchiano, mentre, al solito, la nostra amica sfoggiava un vero patrimonio in gioielli, frutto tangibile delle sostanze che assieme alla farmacia le aveva lasciato il dott. Osvaldo, suo mai abbastanza compianto marito che, secondo me, al momento del trapasso doveva aver sorriso all’idea di liberarsi per sempre di quella donna. 
Milla le andò incontro per salutarla, mentre io mi limitai ad un cortese cenno di saluto con la mano a debita distanza, poi, dopo aver accompagnato l’ospite nel salottino che utilizzavamo per le partite a carte del dopocena e dopo che era sopraggiunto Grouchy ad ossequiarla con un perfetto baciamano, ritornò da me. La guardai sospettoso. 
<<Che è venuta a fare qui la Trevisan? Non mi dire che ha sentito aria di maretta coniugale ed è venuta su dal paese a curiosare. Oppure si è invaghita di Grouchy?>> 
<<No, nulla di tutto questo! Effettivamente mi sono dimenticata di dirtelo, però ora non metterti a ridere>>. 
<<Ce ne sarebbe bisogno, vista la serata. Di che si tratta?>> 
<<Ieri mattina Grouchy è andato in farmacia e, visto che non c’erano clienti, ha chiacchierato a lungo con la Trevisan>>. 
<< Figuriamoci se la megera si perdeva l’occasione>>. 
Milla mi fece cenno di parlare piano che potevano sentirci e continuò bisbigliandomi all’orecchio. 
<<Appunto! Comunque, parlando del più e del meno è venuto fuori che entrambe sono appassionati di scienze occulte e pare che la Trevisan si sia spacciata per medium>> 
<< Certo che quella donna, pur di intrufolarsi in qualche ambiente, non conosce vergogna>>. 
La considerazione mi procurò un benevolo schiaffetto sulla mano. << Ma dai! Poverina, in fondo è sempre sola! Comunque, mi hanno chiesto se potevano fare una seduta spiritica in salotto e io ho detto loro di sì… >>. 
<<Ci mancava solo questa! Ma fammi capire: una di quelle robe con il tavolino a tre zampe che traballa e lo spirito che bussa di sotto?>>. 
<<No, sembra che facciano soltanto qualcosa con il bicchierino>>. 
<< Non avevo dubbi che con la Trevisan e Grouchy ci fosse di mezzo qualche bicchierino! Ma sono solo loro due?>> 
<< No! Sono in cinque. Ed è questo il bello. Indovina chi sono gli altri tre?>>. 
<< Mi arrendo subito: dimmelo tu… >>. 

Milla ridacchiò prima di rivelarmi i nomi. Si vedeva che stava degustando l’effetto sorpresa. Mi preparai al peggio. <<Uno è un corsista, il signor Mazzoleni, quello di Brescia, e gli altri due sono… Giulio e Nadia!>>. 
Mi accasciai sulla poltrona folgorato da quella rivelazione. << Ma scherzi?>> 
<< Niente affatto! Quando lo ha saputo, la prima a cedere vinta dalla curiosità è stata la Nadia, che tanto non ci capirà nulla, e mio fratello si è adeguato>>. 
Allargai le braccia affranto. <<Signori, giù il cappello! Stiamo assistendo al declino di un uomo! Quando l’ho conosciuto tuo fratello era un ateo materialista con venature anarco-marxiste-leniniste ed ora sta scivolando nell’esoterico-dannunziano, neanche fosse Eleonora Duse… >>. 
<<Così pare, ma, ovviamente, solo per amore di Nadia>> 
<< Certo è che dai tempi di Lisistrata voi donne, con quella cosa lì tra le gambe, governate il mondo con buona pace di noi uomini. C’è poco da fare!>>. 
In quel momento, preceduto da Nadia e dall’occhiataccia di Milla per la mia uscita maschilista, ci sfilò davanti Giulio diretto verso il salottino. 
L’uomo era stranamente in giacca e cravatta, cosa questa che gli conferiva la solita aria dell’impiccato e sembrava assai imbarazzato. Così, al momento dell’ingresso nella stanza, lo incitai alla voce e con un cenno della mano. <<Alla grande! Giulio, vai alla grande!>> 
Lui però, dopo il previsto <<Culastrisce, va in mona!>> rispose con un gestaccio irriferibile, quindi sparì alla nostra vista. 

Poco prima di mezzanotte la seduta ebbe termine e mentre tutti raggiungevano le loro stanze, la Trevisan, al momento di congedarsi ebbe un lungo parlottare con Milla che alla fine l’accompagnò a casa in macchina. Visto che il silenzio di Giulio sulla seduta era ermetico e che Nadia, pallida di paura, aveva voluto far subito rientro a casa, attesi pazientemente il rientro della mia compagna per conoscere qualche indiscrezione. Anzi, sopraffatto dalla curiosità andai perfino ad attenderla sulla porta appena mi giunse il rumore della nostra macchina che ritornava. 

Milla rientrò con l’espressione di quando era disturbata da qualcosa e mi domandai se avesse qualcosa da rivelarmi, o qualche nuova seccatura da rifilarmi, oppure qualcosa da rimproverarmi. Come al solito mi sbagliai perché la mia signora voleva tutte e tre le cose assieme. Infatti, come fu a portata di voce mi chiamò subito in causa. <<Per prima cosa vai a svuotare i portacenere e apri le finestre che, tra le sigarette della Trevisan e il sigaro di Grouchy, se lì dentro era presente uno spirito ora è bello che morto di nuovo. Poi ti farei notare che quando ho accompagnato gli ospiti nella saletta mi sono accorta che sul tavolo c’erano briciole e ancora quattro bicchieri sporchi e le tazzine del caffè. Chi ha usato la stanza prima di cena? >> 
<<Quattro dei corsisti. Hanno giocato a carte. Li ha serviti Maria >>. 
<<Che poi si è dimenticata di fare ordine! Ti ho detto mille volte che devi stare dietro a Maria e dirle sempre le cose da fare. Perché se pensi che se ne accorga da sola, siamo fritti. Comunque, sono molto seccata con quella megera della Trevisan e prima che rimetta piede qui ci vorranno dei mesi… >>. 
<<Perché, che ti ha detto?>> 
<<Non è per quello che ha detto a me, è per quello che ha detto agli altri durante la seduta! 
Ha cominciato a raccontare che in questa villa ci sono stati diversi morti ammazzati, che di conseguenza il posto è pieno di influssi negativi e di presenze inquiete. Quindi, praticamente, ha lasciato intendere che stare qui equivale a tirarsi addosso ogni genere di sfighe. Poi, non contenta di tutte queste geremiadi, ha fatto una messa in scena con il tavolino a tre zampe sostenendo di aver evocato il povero conte Seiffert che, forse felice di essere in libera uscita, le ha ribadito la faccenda delle anime smarrite che vagherebbero per l’albergo aggiungendoci di suo qualche tocco macabro. Infine, tanto per gradire, l’illustre fantasma, forse euforico per essere stato evocato, ha rivelato alla medium che eventi cruenti coinvolgeranno ancora gli abitanti della villa. 

Per fartela breve: Nadia si è messa a piangere e ora vuole cambiare casa, Giulio è da un’ora che si tocca le palle e Mazzoleni, che è superstizioso, sta pensando di fare le valigie in anticipo. Capisci? Tu sei gentile con lei, le offri la piena disponibilità dell’albergo e lei che fa? Viene qua, fuma e sbevazza gratis e ti sputtana la struttura con le sue cretinate da fattucchiera della mutua>>. 
Le feci un cenno d’assenso per assicurarle che comprendevo il problema.<<L’unico che sembra si sia divertito, oltre alla nostra farmacista, sembra il buon Grouchy!>>. 
<<Già! Bel cretino anche lui. Se mi chiede un favore un’altra volta lo faccio correre! Lo sai che vuol dire se si sparge la voce che l’albergo porta sfiga a chi ci alloggia? Che non battiamo più un chiodo neanche se mettiamo cornetti di corallo e trecce d’aglio nelle camere! Chi mi paga il danno?>> 
<<Non farla tragica! Dei cinque presenti, l’unico che può parlare è questo tizio di Brescia, ma domani, comunque, se ne torna a casa perché ha finito il corso, e chi lo vede più? >> 
Milla s’immerse nei suoi pensieri, poi di colpo mi guardò sollevata. <<Si! Hai ragione tu! In fondo, chi se ne frega delle fesserie di quella carampana? Comunque, non ti avevo detto di andare ad aprire le finestre del salottino e di svuotare i portacenere? Che aspetti?>>. 
La guardai sconsolato, poi, senza replicare, obbedii. Spalancando le finestre del salottino per arieggiare guardai giù in giardino e vidi un’ombra ferma nel buio, accanto al cancello. Così, forse perché suggestionato da quelle storie di anime perse andai a verificare chi fosse. Appena a distanza mi accorsi che era Maria. La chiamai per non spaventarla e lei si girò verso di me. Cercai di essere affabile, anche se avevo appena ricevuto una sgridata per colpa sua. <<E’stanca, vero? La stiamo facendo correre dappertutto>>. 

La ragazza mi sorrise e ancora una volta non potei fare a meno di notare quanto fosse graziosa nel farlo. <<Un po’sì, ma in fondo ci sono abituata>>. 
<<Beh! Comunque, ancora una settimana e poi è finita>>. 
<<Si, lo so! Ma però mi dispiace. Sto bene con voi. Siete tutte persone simpatiche>>. 
<<Grazie! Ma negli altri alberghi dove ha lavorato non si trovava bene?>>. 
Maria si accese una sigaretta e me ne offrii una. La fiamma dell’accendino le fece brillare gli occhi e creò una strana complicità tra noi. <<In un grande albergo di una città turistica come Perugia si fa un lavoro diverso, più impersonale. Il direttore di sala ti prende in considerazione solo se fai qualche cosa di sbagliato. Altrimenti sei solo una dei tanti camerieri stagionali che arrivano e se ne vanno con i turisti. Una fotografia su un libretto di lavoro. Niente di più. Qui da voi, invece, faccio parte di una piccola famiglia dove tutti danno il loro contributo. Ci si stanca di più, ma c’è più soddisfazione e il lavoro non pesa più di tanto >>. 
<<Questo vale anche per Giulio? >> 
Maria sorrise di nuovo perché sapeva benissimo a cosa volevo alludere. <<Ma sì, poverino. In fondo è una gran brava persona. Non è facile andarci d’accordo subito perché è un po’ ruvido nei rapporti, ma appena prende confidenza ti fa capire che è buono come il pane. Probabilmente è solo un timido che trova un po’ di coraggio facendo il burbero. Alla fine stiamo facendo perfino amicizia come l’ho già fatta con Nadia e sua suocera che mi hanno aiutata tanto e con le quali si è creato un rapporto molto bello>>. 

Ringraziai la ragazza per quelle parole che avrebbero fatto la felicità di Milla e, dopo averle ricambiate cambiai argomento per non scadere ulteriormente nel padronale-paternalistico. 
<<A Perugia che cosa studia all’università? >> 
<<Psicologia. Sono fuori corso, ma non mi manca molto. Sto lavorando alla tesi e forse in autunno riesco a discuterla. >> 
<<Anche il suo fidanzato è uno studente? >> 
<<Sì, frequenta la mia stessa facoltà, ma è di qualche anno più giovane di me e gli manca ancora parecchio >. 
<<Capisco. Comunque, visto che è prossima alla laurea ci faccia sapere quando sarà, che magari veniamo giù a Perugia a festeggiarla... >>. 
La ragazza mi guardò esitante. Si capiva che l’idea non le doveva piacere affatto. Comunque, abbozzò un sorriso di circostanza e mi confermò che ne sarebbe stata contenta, ma con un tono che lasciava intendere che lo sarebbe stata molto di più se non fossimo venuti. Dunque, considerandolo esaurito, cambiai nuovamente argomento. 
<<Lei è di Taranto, vero? >>. 
<<Si, sono nata lì>>. 
<<Bella città, anche se un po’ troppo calda d’estate! Ci sono stato durante la ferma in Marina. Quando ero imbarcato sull’Aviere ho passato dei pomeriggi eterni a boccheggiare sulle panchine di Villa Peripato in cerca di un po’ di fresco. Conosce il posto, no?>>. 
<<Sì. È un po’ fuori città, vero?>>. 
La sua risposta, così esitante, mi lasciò sconcertato. 
<<No… veramente è in centro, vicino al Circolo Marina e guarda sul Mar Piccolo! Mi scusi, ma come fa una tarantina verace a non conoscerla?>>. 

La ragazza mi guardò imbarazzata, poi, dopo una pausa, si giustificò.<<E’ che sono venuta via da Taranto che ero piccola. Poi non ci sono più tornata>> 
<<Ah ecco! I suoi ora stanno in Belgio, vero?>> 
Maria buttò la sigaretta per terra e la spense con il piede, poi, dopo una lunga esitazione, mi rispose con un filo di voce, come se quelle parole le facessero male. 
<<No, non ho più nessuno. Avevo un fratello, oltre ai miei genitori, ma sono tutti morti da tempo. Ora vivo da sola. E’ dura, ma mi ci devo rassegnare>>. 
Mi morsi la lingua per la mia stupida curiosità e cercai di scusarmi.<<Mi perdoni se sono stato così indiscreto! Non immaginavo la sua situazione>>. 
Buttai a mia volta la sigaretta. Ero a disagio e non mi andava più. <<Ma no! Non c’è niente di cui si debba dispiacere! Lei non ne ha colpa. Non poteva sapere. Comunque, sono morti in un incidente. Io mi sono salvata perché ero a casa di un’amica a studiare per un esame. Se quella domenica fossi andata con loro probabilmente sarei morta anch'io e invece ora sono qui a raccontarlo. Il destino è così!>>. 

In quel momento un colpo di clacson attirò la nostra attenzione. Sul vialetto era comparsa la sagoma della macchina che tutte le sere veniva a prelevare la ragazza. Così, dopo avermi salutato, Maria sparì nel buio della notte togliendomi dall’imbarazzo. Dopo aver raccolto da terra le nostre cicche di sigaretta rientrai nell’albergo infreddolito e carico di pensieri, per finire i compiti assegnati. 
Verso le due di notte, dopo aver sistemato tutto e lasciato Giulio a far la guardia in portineria, con tutte le luci ben accese ed un coltellaccio da cucina al suo fianco, anche se di dubbia utilità contro gli spettri, Milla ed io ci avviammo verso casa. Poco fuori dal cancello scorgemmo che da uno dei cassonetti che era mal chiuso fuoriusciva una delle rose di Ponsard e la cosa ci diede una certa malinconia anche se se di breve durata, giacché nel nostro talamo nuziale Milla si rivelò di parola e mi concesse un dolcissimo Amarcord dei nostri anni migliori.



giovedì 2 aprile 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 8



La mattina seguente, con un sole stupendo che illuminava la vetta del Cesèn e faceva luccicare il Piave in fondo alla vallata, cominciarono ad arrivare alla spicciolata i corsisti del nuovo ciclo di lezioni che avrebbero avuto inizio nel primo pomeriggio. Al momento di servire le colazioni, tuttavia, ci trovammo di fronte ad una sorpresa imprevista: il professor Ponsard aveva affidato la lezione pomeridiana a Grouchy e se n’era andato via di buon mattino con la sua automobile. Dove fosse andato nessuno lo sapeva. L’unica cosa che aveva lasciato detto era che sarebbe rientrato probabilmente dopo cena. Milla, ad ogni buon conto, avvisò Viccaro che rimase piuttosto sconcertato della cosa e si fece dare per sicurezza anche il numero di targa della vettura. 

Ultimati gli arrivi, mentre molti degli ospiti, invogliati dalla stupenda giornata si spingevano fino in paese per una salutare passeggiata alla scoperta dei luoghi, raggiunsi Milla che stava compilando il registro degli arrivi. <<Cosa ne pensi di questa sparizione di Ponsard?>>. 
<<Non ne ho idea, anche se sono propensa a credere che sia collegata a quanto è successo ieri sera>>. 
<<Anche i suoi collaboratori sono sembrati sorpresi>>. 
<<Infatti! Ti dirò che questo colpo di testa non mi dice nulla di buono e comincio ad aver paura che possa davvero succedere qualcosa. Sono sempre più pentita di essermi imbarcata in questa storia>>. 
<<Ormai siamo a metà del guado, mancano due settimane e poi li salutiamo. Quel che succederà dopo non sarà più affare nostro. Fino ad ora siamo stati bravi, si tratta solo di stringere i denti>>. 
<<Sì, lo so, ma è possibile che noi non si possa avere dei clienti normali come tutti gli altri alberghi? Possibile che da noi vengono solo quelli che fregano la biancheria o si portano dietro i pistoleri?>>. 
<<Non so che dirti, sembra che vada così… piuttosto, con gli incassi, come siamo messi? >> 
<<Non va bene neppure lì. Siamo sotto di almeno quattro milioni rispetto alle previsioni e meno male che l’unica a stipendio è Maria. Quelli ci fanno correre da tutte le parti, ma poi non spendono una lira in più neanche a sparargli. Questi non sono dei normali docenti in trasferta, sono delle monache di clausura! Una cioccolata? Una bibita dal frigobar? Un bicchierino di whisky? Una mezza minerale? Macché! Non gli scappa un extra nemmeno per sbaglio! >> 
<<A parte le fotocopie >>. 
<<Si, certo! A parte quello >>. 

In quel momento suonò il telefono del bureau. La lucina sul display indicava che era una chiamata interna. Milla prese il ricevitore e vidi che s’incupiva man mano che ascoltava. Poi, dopo aver assicurato l’interlocutore che avrebbe immediatamente provveduto a fare quanto richiesto, riagganciò. Guardai curioso la mia compagna : <<Chi era?>> 
<<E’ lo sciupafemmine del secondo piano>> 
<<Cristophe?>> 
<<Già! E indovina cosa vuole?>> 
<<Che Nadia vada su in camera sua per qualche motivo>> 
<<Bravo! Vedo che su queste cose da maschietti in libera uscita te la cavi sempre bene! La scusa è che Nadia gli porti su degli asciugamani puliti >>. 
<<E tu gli hai detto di sì?>>. 
Milla sbuffò impaziente per sollevare la frangetta, poi mi guardò con fare malizioso. 
<<Ho detto di sì solo per gli asciugamani, ma non per Nadia>> 
<<Glieli porti tu?>> 
<<Ovviamente no!>> 
<<Allora vuoi che vada su a parlargli?>> 
La mia compagna fece ancora cenno di no. << Purtroppo per il ragazzo, mi ha colto in un momento in cui non ho l’umore giusto. Mi spiace per lui.>>
Subito dopo, rivolta verso la sala da pranzo, gridò con tutto il fiato che aveva in corpo. <<Giuliooo! Giulioooo!>>. 
L’interpellato, che stava sistemando i tavoli, apparve sulla porta in maniche di camicia domandando il perché di tanto strepito. <<Giulio, fammi un piacere, porta un cambio completo di asciugamani alla stanza 21 che è già la terza volta che sollecita>. 
Mio cognato brontolò qualcosa che doveva essere un suggerimento irriferibile su dove il tizio della stanza 21 avrebbe dovuto riporre gli asciugamani, poi si avviò verso le scale per eseguire la comanda. 
Guardai Milla esterrefatto <<Gli hai mandato Giulio? Ma lo vuoi morto quel poveretto?>> 
<<Ti ho detto che il ragazzo oggi era sfortunato, no? E poi, per dirla come loro, è giunto il momento di “aller à la guerre”. Mi sono stufata di correre dietro a questi signori. Lo sai come si dice? Nel mondo ci sono tre tipi di persone: quelli che fanno succedere le cose, quelli a cui succedono le cose e quelli che dicono “che è successo?”. Ecco! D’ora in avanti vorrei che tutti noi facessimo parte del primo gruppo. Il giovane Cristophe, suo malgrado, sarà il primo a subire questo cambio di linea! >> 

Emessa la sentenza, chiuse il registro delle presenze e si allontanò verso la cucina per dare una mano a sua madre. Io rimasi sul posto aspettando gli eventi, che non tardarono. Infatti, poco dopo giunse dalle scale il rumore di un alterco verbale in cui il vocione di Giulio la faceva da padrone e, subito a ruota, quello di una porta sbattuta con violenza. Dopo un qualche altro secondo di attesa mio cognato mi si parò davanti paonazzo in viso.<<Culastriscie! Se era uno scherzo tuo o di quella matta di mia sorella, giuro che avete messo al mondo due orfani perché vi ammazzo di pugni qui sul posto!>>. 
Considerando la minaccia fondata, assunsi l’aria più innocente del mondo.<<Giulio, di che stai parlando?>>. 
<<Lo sai benissimo! Sto parlando di quel mona di francese che era tutto nudo in letto con il bigolo al vento! >>. 
Mi sforzai tremendamente per restare serio. <<Era nudo? E tu cosa hai fatto?>> 
<<Cosa vuoi che abbia fatto? L’ho ribaltato in terra con tutto il materasso e gli ho detto che se provava a fare ancora il mona gli facevo un risotto di denti! >> 
<<Credi che abbia capito?>> 
<<Quando gli ho messo il pugno davanti agli occhi ha capito benissimo!>>. 
Annuii convinto. Poi, lo informai delle decisioni di Milla sul cambiamento di rotta nei confronti degli ospiti. Giulio parve esserne soddisfatto: <<Oh! Finalmente la signora ha capito che non si può dire sempre di si a questa gente, altrimenti ci fanno diventare tutti matti. Monsieur le professor qui, monsieur le professor là… sembra che al mondo ci sia solo questo mona di professore, che vuole comandare tutti e che el xe anca becco! >> 
<<Perché becco?>>. 
<<Se ti dico che il professore è becco, è perché so quel che dico! Non te ne sei accorto? Culastriscie! Ma in che mondo vivi?>.> 
<<Accorto di cosa?>>. 
<<C’è una tresca tra la Pauline e il moretto >>. 
<<Dai! Non ci credo!>>. 

Guardai Giulio incredulo. In effetti, la notizia pareva davvero troppo grossa per esser vera. Ma mio cognato aveva segnato un punto a suo favore nella nostra guerra del pettegolezzo e si vedeva che ne era soddisfatto. 
<<Padronissimo di non credermi, però è così>>. 
<<Ma chi sarebbe l'amante? Uno degli assistenti? >>. 
<<Nooo! L’altro, la guardia del corpo>>. 
<<Mauriot?>>. 
<<Sì, proprio lui. Quel mona del professore non si è accorto che quello fa la guardia al corpo di sua moglie, mica al suo! E lo paga anche...>> 
Giulio ridacchiò soddisfatto per quella considerazione che rafforzava il suo concetto di: “Becco e contento”. 
<<Ma sei sicuro?>> 
<<Certo! Ieri pomeriggio sono andato su al secondo piano a cambiare una lampadina del corridoio e li ho visti che si baciavano e anche adesso, gli altri sono andati in paese, ma lei è in camera di lui. Se vai al piano di sopra e attacchi l’orecchio alla porta della stanza 23 li senti che i xe drio a ciavàr! >>. 
Immaginai che lo avesse già fatto per conto suo e non ritenni necessario verificare ulteriormente. 

Milla che nel frattempo aveva fatto ritorno dalla cucina ci raggiunse incuriosita. <<Si può sapere questi due gentiluomini che cosa stanno tramando? Non sarà mica un nuovo Patto del Merlot?>>. 
Poiché, come sappiamo, un gentiluomo muore ma non tace e due gentiluomini ancora meno, la mia compagna fu immediatamente messa al corrente del pettegolezzo di giornata che fu accolto con un giustificato stupore. <<Se è vero quel che mi dite, non capisco più niente. Quel Mauriot è un bulletto tutto palestrato. Sarà anche un bel ragazzo, ma deve avere un cervellino da criceto. Cosa ci fa assieme ad un tipo del genere una donna come Pauline, che è una gran signora ed è anche un’intellettuale? >>
Giulio guardò la sorella con aria da sfottere. <<Camilla! Noi una risposta ce l’avremmo, ma non te la diciamo per decenza e anche perché dopo ci romperesti i marroni con la storia che siamo due maschilisti. Se vuoi sapere cosa ci fa la tua Pauline con un tipo come quello, come ho già detto a tuo marito, basta che vai davanti alla loro porta e ascolti. Anzi, lo senti già dall’inizio del corridoio>>. 
Milla allargò le braccia in segno di resa <<In questo albergo, dopo il corsista pistolero, il professore con le paturnie e il giovanotto allupato mancava solo la coppia clandestina. Ora ce l’abbiamo!>>. Stavo per aggiungerle anche un fratello voyeur, ma in quel momento arrivò una nuova telefonata e questa volta rispose Giulio che dopo due grugniti incomprensibili riattaccò scuro in volto.<<Non mi dire che ci sono altri problemi>>. 
<<Maria non viene perché ha la febbre>>. 
Milla rimase interdetta per una manciata di secondi, poi si riprese come se nulla fosse <<Bene! Ora siamo davvero in emergenza, ma non tutto è perduto perché tra poco arriva Chiariello…>>. Così la mia compagna, proprio come un allenatore che deve ridisegnare in fretta la formazione per l’infortunio di un titolare, schierò la squadra secondo il nuovo schema di gioco che prevedeva lei in sala, di rinforzo a Nadia, Giulio alla reception e Chiariello ed io a dar man forte alla madre in cucina. 

Qualche ora dopo, mentre affettavo pomodori per le insalate miste mi prese improvvisamente per mano e mi tirò con energia verso l’uscita dandomi appena il tempo di posare il coltello. Restai sorpreso da quell’ennesimo colpo di testa. <<Beh? Si può sapere dove mi stai portando? >>. 
<<In paese! E’ una bellissima giornata e ho voglia di stare un po’ tranquilla con te. Se accetti, posso perfino offrirti uno spritz >>. 
<<Dio, che pessimo senso degli affari! Non c’era affatto bisogno di sedurmi con lo spritz perché un’occasione del genere non me la perdevo di certo. Comunque, quel che detto è detto! Ormai lo spritz te lo sei giocato >>. 
Mi tolsi il grembiule e dopo averla presa sottobraccio, m’incamminai con lei verso la nostra vettura. Lungo il tragitto mi accorsi che Milla sogghignava come se stesse rimuginando qualcosa che la divertiva molto, così le chiesi di esser messo al corrente di quelle amenità. <<Posso sapere perché stai ridacchiando? Ho combinato qualche cosa delle mie?>>. 
Si voltò verso di me e sorrise allegra. 
<<No, amore. Rinfodera i tuoi sensi di colpa. Una volta tanto non c’entri per nulla>>. 
<<Questo è già un sollievo… ma allora, di che ridi?>>. 
<<Ti ricordi cosa mi diceva ieri Giulio a proposito di Chiariello?>>. 
<<Sì… che Viccaro ce l’aveva rifilato apposta perché gli facessimo gratis da “dèscanta baucchi” che poi mi hai spiegato che in dialetto significa risvegliare gli imbambolati >>. 
<<Appunto…rido perché il “baucco” Chiariello è già molto “descantato” per conto suo. Anche troppo! >> 
<<In che senso?>> 
<<Nel senso che Maria ieri è venuta a lamentarsi che Salvatore le ronzava dietro già da qualche giorno e ieri sera, mentre erano da soli a preparare la sala da pranzo lui l’ha presa tra le braccia all'improvviso e l’ha baciata.>> 
<<Ah! Spero un bacino in punta di labbra>> 
<<Magari! E’ stato uno di quei baci con la lingua a tergicristallo che ti restituiscono le tonsille pulite come quando sei nata>>. 
<<Caspita! E io che lo facevo timido!>>. 
<<Quello è timido solo con Viccaro, perché gli conviene, A malincuore, ma una volta tanto devo dar ragione a Giulio: Chiariello si sta rivelando il classico furbetto meridionale che “chiagne e fotte”>>. 
<<Lo riferiamo a Viccaro?>>. 
<<Vuoi farlo andare dritto al carcere di Peschiera?>>. 
<<E Maria come l’ha presa?>>. 
<<Nulla di speciale: come lui si è staccato gli ha detto con tutta calma che la prossima volta avrebbe preso un coltello da cucina e glielo piantava nello sterno>>. 
<<Ecco un’altra personcina di temperamento! Certo che questo albergo ha davvero qualcosa di afrodisiaco: Cristophe che prima insidia la Nadia e poi Giulio, Pauline che se la fa con il suo ganzo, Chiariello che rischia la vita con Maria... non è che la tua mamma cucina troppo pesante?>>. 
<<La mamma cucina benissimo, e tu lo sai bene, a giudicare dalla tua linea. Però è vero: sarà l’aria di collina, ma il soggiorno in villa sembra ringalluzzire gente insospettabile>>. 
<<Peccato che non ringalluzzisca noi>>. 
Mila mi osservò maliziosa, perché era lei che da tempo conduceva i ritmi della nostra vita sessuale e questa cosa, oltre a rendermela maledettamente interessante, la divertiva moltissimo. 
<<Nemo propheta in patria. Visto che hai fatto il classico, lo dovresti ben sapere mio caro!>>. 
Ne convenni rassegnato. 

Dopo aver parcheggiato disinvoltamente proprio davanti alla chiesa, con la solita argomentazione che tanto Don Fabio era un mio amico e non se la sarebbe presa a male, e una sosta di qualche minuto per sentire sulle ossa tutto il calore di quel sole sfolgorante di fine aprile, c’incamminammo verso il brusìo allegro della piazza. Qui giunti Milla mi pose il solito dilemma lacerante.<<Andiamo da “Celio” o al “Campanile”? >> 
Questi, infatti, erano i due bar più frequentati del paese e incarnavano due diverse scuole di pensiero. I “Celisti” erano gente sanguigna, tosta, da sapori forti come il vino rosso del vecchio titolare, ancora seduto alla cassa a tenere tutto sotto controllo e nonostante le ottanta primavere appena compiute. Ogni volta che lo salutavo quell’uomo, rinsecchito dagli anni ma dallo sguardo d’aquila, mi faceva venire in mente un vecchio quadro raffigurante Nelson a Trafalgar sul ponte di comando della Victory. Lo scambio di battute con il vecchio Celio al momento di pagare il conto era un rito irrinunciabile e anche piacevole per il garbo goldoniano che le pervadeva. 

Inoltre, con quella deferenza e rispetto dei ruoli tipici di chi pratica educazioni ormai desuete, quell’uomo era uno dei pochi in paese a chiamarmi rispettosamente “dotòr” e a sgridare chi, tra i presenti, aggiungeva subito dopo a gran voce: “…dei miei maroni!”. Nel suo locale, situato in una calletta da congiurati subito dietro la canonica, tra il fumo di cento sigarette, una fettina di musetto con il cren e un bicchiere di raboso aspro, si discuteva di politica e di calcio con toni di vera passione che non di rado sfociava in qualche spintone non troppo benevolo. Memorabile, a questo proposito, un battibecco di qualche mese prima tra due avventori che non riuscendo ad afferrarsi per l’ingombro dei rispettivi addomi si erano letteralmente presi a panciate come due trichechi prima di venire riappacificati a suon di brindisi. 

Il bar “Al campanile”, invece, proprio dirimpetto al sagrato della chiesa, era il più elegante di Sant’Anastasia, con dei bei divanetti di velluto cremisi, molti specchi alle pareti, i tavolini di marmo grigio con le gambe in ghisa e le tartine ben allineate dietro le vetrinette del banco. Era un luogo che ispirava la chiacchiera lieve in punta di fioretto ed era quindi il naturale punto d’incontro di ogni maldicenza di paese. Inoltre, rispetto al suo concorrente disponeva di molti tavolini all’aperto, cosa che in giornate di sole come quella lo rendeva irresistibile. 
I “Campanilisti”, che annoveravano tra le loro fila la parte più benestante e codina del paese, non avrebbero mai messo piede da “Celio” e viceversa. Io, venendo da fuori, mi mantenevo equidistante tra le parti, traendone gran beneficio. 

Quell’insieme di riflessioni, mi consentì alfine di sciogliere il dilemma.<<Direi al “Campanile”, se non ti dispiace. “Celio” è troppo osteria. Fanno uno spritz che è una bomba alcolica. Per l’occasione di un aperitivo con la mia signora vorrei qualcosa di più finetto >>. 
Milla assentì e ci dirigemmo spensierati verso la nostra meta, quando tutto d’un tratto mi tirò improvvisamente per il braccio, piantandomi le unghie nella carne e facendomi anche male. Poi se ne uscì con un commento che sulle prime non compresi. 
<<Certo che lui è cretino, ma anche lei non scherza>>. 
La guardai accigliato, mentre mi massaggiavo il braccio. <<Gattaccia selvatica che non sei altro! Si può sapere di che parli?>>. 
<<Guarda lì>>
<<Dove devo guardare?>>
<<Ore undici, visto che hai fatto servizio in Marina, così capisci...>> 
Seguii con lo sguardo il dito puntato di Milla e in fondo alla piazza intravidi Pauline che guardava le vetrine tutta abbracciata con Mauriot come se niente fosse. 
<<Quindi Giulio aveva ragione!>>. 
<<Sui pettegolezzi quella bocca da sacrestia di mio fratello non sbaglia un colpo e quello che sfugge a lui lo recupera Nadia. Nulla in questo paese va perduto. Comunque, quei due sono davvero degli incoscienti perché questa mattina la metà dei clienti dell’albergo è qui in piazza e tanto valeva mettere la foto sul Gazzettino se lo si voleva far sapere a Ponsard>>. 
<<Già, pensa che disastro se lo venisse a sapere>>. 
<<Se fanno così è solo questione di tempo. Sarà bene prepararsi all'impatto del siluro >>. 
<<Posto di combattimento, signore?>>. 
<<Si! Batta il posto di combattimento e faccia issare la bandiera sull'albero di trinchetto>>. 
<<Sissignore! Ai vostri ordini signore! Teniamo la rotta per “Al Campanile”? >>. 
Milla, trovata di nuovo l’allegria, confermò prendendomi sottobraccio <<Manteniamo la rotta, nostromo! Macchine pari avanti tutta!>> e due profumati spritz al Bitter guarniti con le olive di Cerignola celebrarono alla grande quella splendida mattinata.


martedì 31 marzo 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 7



La mattina seguente mi presentai in sala da pranzo di buonora per controllare che tutto procedesse per il meglio. Milla era intenta a servire la colazione a Grouchy. Considerando che indugiava a chiacchierare amabilmente con il nostro amico, immaginai che fosse abbastanza serena. Attesi con calma che terminasse, poi la fermai mentre tornava verso le cucine. 
<<Il professore è sceso a far colazione?>>. 
<< Sì, non era dell’umore migliore, ma comunque è venuto a tavola. Adesso credo che sia in aula con Pauline a sistemare i materiali di lezione. A proposito… ti ha lasciato 160 fotocopie da fare per lunedì raccomandandosi che non siano tutte storte come l’ultima volta>>. 
<< Che palle con queste fotocopie! Sono qui in cinque, non può organizzarsi con i suoi assistenti e farsele da solo?>>. 
<< Evidentemente, no! In ogni modo, ti ricordo che le fotocopie che ci fa fare sono tutti soldini extra. Comunque, la metà serve a lui per le undici, mentre le altre servono a Grouchy nel pomeriggio, quindi se vuoi farle domani mattina hai tutto il tempo>>. 
<< A proposito, com’è che servi tu le colazioni? Non c’è Nadia?>> 
<< Si, Nadia c’è, ma non è disponibile>>. 
<< Perché, di grazia?>>. 
<< Perché Cristophe, uno dei due cretinetti giovani, ieri sera l’ha incrociata nel corridoio del secondo piano e ha cercato di baciarla>>. 
<< Caspita! E lei?>> 
<< Lei lo ha spinto via, poi si è tenuta dentro il magone per tutta la notte e questa mattina mi è scoppiata a piangere in cucina come una fontana. Così l’ho consolata e l’ho dispensata per oggi dal servizio ai tavoli.>> 
<<Hai fatto bene. Giulio lo sa?>> 
<<No, per ora no. E non lo sa neppure il professore. Ieri ha già avuto una giornata difficile grazie ad un suo collaboratore, non vorrei buttare nuova benzina sul fuoco…>> 
<< Come ci comportiamo con il ragazzo?>> 
<< Spero che il giovane satiro si sia dato una calmata, visto che Nadia lo ha respinto. Se torna all'assalto dovremo parlarci a quattrocchi …>>. 
<< Gli parli tu, gli parlo io o gli parla Giulio?>>. 
<<Dipenderà dal tipo di assalto. Per ora escluderei Giulio che non ha il necessario senso dell’umorismo>>. 

Dissi a Milla che poteva senz'altro far conto su di me e che d’ora in poi avrei tenuto d’occhio il giovanotto. Poi, mi venne in mente una curiosità che non riuscii a trattenere << Scusa se te lo chiedo, ma se Cristophe invece che con Nadia avesse provato con te?>>. 
<<Sarebbe ancora disteso in corridoio a massaggiarsi le palle. Lo sai che ho la ginocchiata facile, no?>>. 
Lo sguardo della mia compagna e alcuni dolorosi ricordi mi fecero sperare per lui che al giovanotto non venissero più in mente desideri del genere. Cambiai subito argomento. 
<< A proposito: è oggi che li porti a Venezia? >> 
<<Sì, partiamo nel pomeriggio con tutta la comitiva. Prima li porto a cena da Nereo, all’Antica Bessetta e quindi, se c'è tempo, andiamo un'oretta al Casinò. Torneremo a notte fonda>>. 
<<Che invidia! Li porti a mangiare il leggendario pasticcio di pesce della Mariuccia?>>. 
<<Certo! E’ l’unico motivo per cui faccio volentieri questa gita. Dovevi vedere la faccia di Grouchy mentre gli descrivevo tutte le meraviglie che gli avrei fatto assaggiare questa sera: le sarde in saòr, i bigoli in salsa, il baccalà mantecato>>. 
<<Ah! Dunque la misteriosa mousse de poisson di cui stavi parlando con quel poveretto era il baccalà mantecato? Il tuo francese è spudorato come te!>>. 
La mia signora rise di gusto per essere stata presa in castagna. <<Sì, più o meno. Non sapevo come tradurglielo e mi sono arrangiata. L’importante è farsi capire, no? Comunque, quando gli ho raccontato delle moleche che vengono fritte dopo aver sorbito l’uovo sbattuto in modo che dentro si formi una frittatina che sa di mare, si è quasi commosso. E’ impaziente di vedersele nel piatto>>.
Un improvviso senso di languore mi pervase lo stomaco. 
<< Lo capisco! Ma Ponsard viene anche lui?>> 
Milla ridacchiò ancora, ma questa volta in modo diverso, come quando sapeva di infliggermi una fregatura. 
<<No! Ponsard detesta il pesce, il gioco d’azzardo e la compagnia degli altri esseri umani in generale. Così resta da solo in albergo. E’ tutto tuo! Avete a disposizione la sera per parlare di Napoleone a Waterloo. Non sei contento? Comunque, Maria, anche se è il suo giorno libero, si ferma qui fino alle nove a darti una mano per la cena del professore e poi Giulio è di turno come portiere di notte, quindi se vuoi fargli compagnia ed aspettarci alzato, bene, altrimenti puoi anche andartene a dormire, tanto lo sai che Ponsard dopo cena va a letto presto>>. 

Roso dall’invidia e per trovare un po’ di solidarietà umana mi rifugiai in cucina con l’intento di dare una mano a mia suocera e magari di spiluzzicare qualcosa della cena in anteprima. Come aprii la porta, però rimasi di stucco. La povera donna era china sul tavolo e aveva il volto rigato dalle lacrime che cercava invano di asciugare con la manica del vestito. Mi fece una gran pena. 
Era chiaro che la buona signora Lucia aveva avuto finalmente il crollo di nervi che sia io che Milla attendevamo da giorni. Non era, infatti, possibile che un essere umano, per quanto considerasse il benessere gastronomico altrui come la missione che Dio le aveva affidato al momento di spedirla sulla terra, potesse reggere mattina e sera a dei ritmi del genere. Sapendo che Milla me ne sarebbe stata grata, decisi di consolarla. Così l’avvicinai affettuoso e la strinsi tra le braccia dopo averle stampato un bacio sulle guance umide di lacrime. 
<<Cosa c’è, signora? Ha un momento di malinconia, vero? La capisco. Stia su, che poi le passa. Si tratta in fondo di stringere i denti ancora per qualche giorno!>>. 

La signora Lucia, però, dopo essersi sottratta all'abbraccio mi mostrò una grattugia e un gambo di rafano dal profumo pungente. <<Grazie, Carlo, ma no se staga a preoccupar! Stavo solo grattugiando il cren per il bollito di domani. Lo sa che fa piangere, no?>> 
Dopodiché si rimise al lavoro di gran lena ignorandomi completamente. Cercai di recuperare mostrandomi volonteroso. 
<<Non le serve una mano per far qualcosa?>>. 
La signora Lucia risollevò la testa meravigliata per la mia disponibilità e trovò subito un incarico all’altezza delle mie attitudini.<<Mi si è slacciato il nodo del grembiule, me lo può stringere lei che ho le mani sporche?>>. 
Eseguii scrupolosamente il compito affidato, poi rimasi nell'attesa vana di altri ordini, o anche solo di uno scambio di battute. Mia suocera continuava imperterrita a raschiare i suoi gambi e tutta l’aria attorno era impregnata dall’aceto e dall’odore aspro del cren. L’osservai ancora un po’ sperando di trovare un qualche motivo d’interesse in quel lavoro di grattugia. Poi, definitivamente frustrato, anche per il fatto che tra le diverse pentole sul fuoco non vi era nulla di commestibile al momento, tagliai una bella fetta di formaggio d’alpeggio e con la scorta di un pacco di grissini mi ritirai nelle mie stanze a meditare sulle fortunate che sarebbero andate a cena a Venezia facendo finta di esserne dispiaciute. 

Il professore scese da basso per la cena verso le sette e mezzo. Si vedeva che non aveva ancora digerito del tutto l’arrabbiatura del giorno prima, così mi limitai ad un saluto formale e rimasi sulla soglia della sala da pranzo mentre Maria gli serviva la minestra di riso e zucchine e la fettina di vitello ai ferri che aveva ordinato. Alle otto e dieci, Ponsard si era già alzato da tavola e dopo essersi fatto consegnare il solito bicchiere di latte per la notte e un fuggevole cenno di saluto aveva raggiunto la sua camera al primo piano. Così, dopo aver accompagnato a casa mia suocera ed aver preso con me Paté, tanto perché si sgranchisse le gambe e facesse i bisogni, me ne tornai in albergo con il mio lupetto che scodinzolava felice giusto in tempo per sentirmi raccontare da Giulio che nel frattempo anche Maria se n’era andata a casa. 
Poiché, come sostiene un celebre politico, a pensar male si farà anche peccato, ma s’indovina quasi sempre, colto da un legittimo sospetto su quell'uscita repentina, andai a guardare la sala da pranzo. Come temevo, c’erano tutti i tavoli da preparare per la colazione del mattino seguente, compreso quello di Ponsard che era ancora da sparecchiare. Così chiamai mio cognato a darmi una mano. 
Giulio, che non aspettava altro, mentre mi aiutava a stendere le tovaglie cominciò un sermone interminabile contro Maria e “quelli della Bassa” in generale, che quando decidono di aver finito di lavorare se la svignano senza alcun riguardo e ti lasciano come un cane con tutte le faccende da ultimare. Lo lasciai sfogare senza ribattere perché non avevo voglia di discutere e poi perché trovavo giusto che Maria, dopo una settimana passata ventre a terra a correre di qua e di là passasse in pace la sua serata di libertà (magari avrebbe potuto aspettare dieci minuti in più e preparare i tavoli, ma in fondo era un dettaglio).

Dopo aver rimesso in ordine la sala da pranzo, mi spostai in cucina dove, con un po’ del brodo di zucchine, del pane raffermo e i ritagli della bistecca di Ponsard preparai una sontuosa zuppa per Paté e quindi, dopo un veloce ripulita della passatoia delle scale per far contenta Milla, raggiunsi Giulio che, secondo la sua usanza, faceva il portiere di notte nella saletta della televisione lasciando l’ingresso al suo destino. Lo trovai, infatti, stravaccato sul divano con un piatto di formaggio sulle ginocchia e una bottiglia aperta sul tavolino mentre era intento a guardare un vecchio film sulla rete di Capodistria. Come lo raggiunsi mi fece cenno di prendere posto al suo fianco. 
<<Che film è?>>. 
<<Caccia al ladro>>. 
<<Stupendo! Quello con Cary Grant e Grace Kelly che è ambientato a Montecarlo, dove lui è “il gatto”, un ex partigiano e ora presunto ladro di gioielli delle ricche americane e lei è la figlia della vecchia ereditiera burbera, ma dal cuore d’oro, che poi alla fine…>>. 
Giulio mi porse il formaggio e m’indicò la bottiglia. 
<< Culastriscie! Magna, bevi e soprattutto: taci!>> 
L’invito al silenzio era talmente perentorio e convincente che obbedii di buon grado e poco dopo venni raggiunto anche da Paté che grazie al suo udito straordinario era in grado di sentire una masticazione a cento metri di distanza e dunque arrivava speranzoso di trarne beneficio. 

Verso le undici di sera, proprio mentre Cary Grant si aggirava sui tetti di una villa sotto gli occhi della polizia monegasca, mi arrivò sulla schiena un refolo di aria fresca che sembrava provenire dall’esterno. Mi girai verso Giulio per domandargli se avesse chiuso bene la porta d’ingresso, ma proprio in quel momento Paté si mise ad abbaiare furiosamente, rinculando verso di me in cerca di protezione. 
<<Cossa gà sto mona de un can?>>. 
<<Non lo so, Giulio, ma ho la sensazione che ci sia qualcuno in casa>>. 
<<Ma se sono ancora tutti al Casinò!>>. 
<<Senti, credo che qualcuno sia entrato. La porta deve essere socchiusa perché entra aria e non credo sia stato il vento ad aprirla>>. 
Giulio spense il televisore per cogliere qualche rumore. 
Poi gridò a gran voce << Chi è? C’è qualcuno in casa?>>. 
Lo guardai sconfortato per tanta dabbenaggine. <<Giulio, grandissima idea! Se è un ladro educato ti risponde senz’altro. Altrimenti dubito che ti dia risposta, a meno che non sia un mona. Anzi, grazie a te, ora magari si è nascosto. Non ci resta che andare a vedere>>. 

Mentre Giulio afferrava la bottiglia per il collo come nelle risse da saloon e io trascinavo quel codardo di Paté per il collare, andammo a dare un’occhiata nella hall. La porta effettivamente era socchiusa, mentre io ricordavo bene di averla chiusa per impedire che il cane potesse uscire fuori. L’aprii per guardare in giardino. I due lampioncini davanti alla scalinata illuminavano appena la ghiaia resa luccicante dalla pioggerellina sottile che era caduta sino a poco prima. Oltre la cancellata che s’intravedeva appena, c’era il buio fitto. L’aria fresca della notte era intrisa del profumo dell’erba bagnata. L’unico rumore che si poteva avvertire oltre al frusciare delle foglie battute dal vento era quello di qualche macchina lontana sulla provinciale. 
Dopo un po’ Giulio mi raggiunse sulla porta. Dal fatto che avesse riposto la bottiglia si capiva che considerava cessato l’allarme. <<Culastriscie, mi sembra che sia tutto tranquillo. Non è che ti fai suggestionare dai film come le donne?>>. 
Mi voltai verso di lui per rispondergli come si deve, ma in quel momento mi accorsi che sul primo gradino della scala che portava ai piani di sopra c’era una piccola foglia del giardino. La indicai a mio cognato e gli dissi sottovoce <<Qualcuno è salito al piano di sopra. Quella foglia prima non c’era. Ne sono sicuro!>>. 
<< Come fai a dirlo?>>. 
<<Prima di venire a vedere il film con te ho passato l’aspirapolvere sulla passatoia delle scale. L’avrei vista>>. 
Giulio raggiunse la scala e prese tra le dita la foglia. <<Una volta tanto hai ragione! È ancora bagnata di pioggia. Andiamo su a dare un’occhiata>>. 

Raggiungemmo in fretta il primo piano e ci fermammo proprio dove c’era la suite di Ponsard. Anche lì tutto sembrava in ordine. Accostai l’orecchio alla porta e mi giunse distintamente il russare del professore. Tirai un sospiro di sollievo, ma fu troppo frettoloso, perché proprio in quel momento, la luce a tempo del corridoio si spense e prima che Giulio potesse riaccenderla un’ombra scura si precipitò fuori dallo stanzino di servizio e si precipitò a rotta di collo giù dalle scale scatenando i latrati di Paté. Giulio e io lo rincorremmo a perdifiato, ma quello aveva una frazione di secondo di vantaggio che lo rendeva imprendibile e quindi, dopo aver sbattuto la porta d’ingresso mandando in frantumi un vetro, scomparve nel giardino. 
Appena giunti in fondo alla scalinata ci dividemmo i compiti nella speranza di tagliargli le vie di fuga. Giulio si diresse verso il cancello principale e io e Paté cercammo di individuarlo sul retro della casa ma ogni ricerca risultò vana, anche perché dopo qualche minuto avvertimmo il rumore di una macchina che partiva in fretta e furia. Dopo averne seguito le luci dei fari e aver notato che all’incrocio sulla provinciale svoltava in direzione di Follina, rientrammo in albergo e, dopo un breve dibattito se fosse o no il caso di farlo, chiamammo Viccaro. 

Il Capitano era appena andato a dormire, ma quando seppe dell’accaduto non ci mise molto a saltare in macchina e a raggiungerci e il caso volle che le due Alfette con i fari lampeggianti arrivassero contemporaneamente al ritorno della comitiva da Venezia. Così, mentre assieme a Giulio andavo incontro a Viccaro, appena sceso dalla macchina, c’incrociammo con Milla in preda allo stupore e gli ospiti che facevano capannello per capire il perché di tutto quel trambusto. Come ci vide la mia signora allargò platealmente le braccia in segno di sconforto.<<Eccovi qua! Ma cosa avete combinato voi due? E’ possibile che non si possa lasciarvi soli un momento? Perché c’è questo schieramento di forze?>>. 
Quel tono inquisitorio non mi piacque affatto e reagii con una certa irritazione. Anzi, per dirla tutta, alzai finanche la voce e la cosa ebbe stranamente un effetto sedativo su Milla che non ci era abituata. <<Senti Camilla, piantala con le prediche e datti una calmata perché noi non abbiamo combinato niente! Qualcuno ha cercato di entrare in albergo e noi lo abbiamo messo in fuga, tutto qui>>. 
Viccaro, ad ogni buon conto, s’intromise nel discorso prima che degenerasse, mentre i carabinieri che erano giunti con lui cominciavano a guardare attorno al giardino con le pile e alla luce dei fari. 
<<Lo avete visto?>>. 
<<Più che visto, direi intravisto mentre scappava giù per le scale. Comunque sembrava giovane, anche perché con lo scatto che ha fatto per darsela a gambe lo doveva essere per forza. Era piuttosto magro e abbastanza alto. Diciamo sul metro e settantacinque, anche se al buio potrei sbagliarmi. L’altra cosa che ricordo è che doveva avere una bella capigliatura, molto gonfia, un po’ alla Branduardi, per capirci >>. 
<< Non ha visto come era vestito?>>. 
<<No, purtroppo no. Forse indossava dei jeans e un giubbino, ma è solo una sensazione. Non mi sento di confermarglielo>>. 

Il Capitano chiese a Giulio se aveva altri particolari da aggiungere, ma in quel momento risuonò dal giardino la voce di uno dei carabinieri. 
<<Capitano! Venga a vedere! C’è del sangue sulla cancellata e anche sulla ghiaia! Si deve essere ferito scavalcando>>. Corremmo verso il posto indicato e, non appena gli fummo vicini il militare ci illuminò la zona con la torcia. In effetti, lungo il ferro dell’inferriata s’intravedeva, anche se un po’ diluito dalla pioggia che era caduta sino a poco prima, un sottile rivoletto rosso e poco oltre, sulla ghiaia, c’erano due macchie ravvicinate e abbastanza consistenti. Un secondo carabiniere fece delle foto con il flash alle tracce mentre Viccaro diramava via radio gli ordini per le pattuglie che ricercassero una vettura con un ferito a bordo e facessero ricerche anche negli ospedali, poi tornò da noi. << Si deve essere fatto un discreto taglio per perdere tanto sangue. Forse avrà bisogno di qualche punto di sutura e se abbiamo fortuna lo becchiamo in qualche pronto soccorso. Avete visto se era armato?>> 
<<No, non mi è parso>> 
<<Ma come ha fatto ad entrare senza che lei e il portiere lo vedeste?>>. 
Quella domanda mi diede un brivido gelido per la schiena ma memore della figuraccia dell’altra volta, questa volta mentii spudoratamente per salvare la pelle mia e di Giulio. <<E’ stato un caso. Io stavo preparando la sala da pranzo e mio cognato era andato un attimo in bagno>>. 
<<Quindi, se capisco bene, questa persona era appostata in giardino e ha atteso il momento propizio per intrufolarsi?>>. 
<<Sì, direi di si …>> 
Lo sguardo di Viccaro cadde su Paté che dopo aver fatto le feste a tutti gli ospiti, infangandoli oltre il lecito, ci aveva raggiunto e ora scodinzolava festoso tra le nostre gambe. 
<<Ma, a proposito… il suo cane non si è accorto di niente? Com’è possibile?>> 
<<Se fosse un normale cane da guardia le darei ragione ma Paté è sempre stato un lupo da salotto. Non è portato per il genere poliziesco. Comunque, un pochino ha abbaiato>> 
<<Meno male! Almeno lui è sveglio!>> 
Una voce maschile risuonò improvvisa alle nostre spalle. 
Appena ci voltammo ci apparve Ponsard in vestaglia e ciabatte che dall’alto della scalinata osservava tutta la scena. Il professore era piuttosto nervoso e appena ci raggiunse apostrofò Viccaro con una certa aggressività <<Capitano! Cos’è questa storia che qualcuno ha cercato di entrare in albergo?>>. 
<<Purtroppo è vero! Questa persona è riuscita ad intrufolarsi fino al primo piano prima di essere scoperta e di fuggire… >>. 
<<E non le dice nulla questo? Lo vede che avevo ragione?>>. 
<<Mi dice solo che questo tizio probabilmente era un ladruncolo che ha cercato il momento adatto per arraffare qualcosa dalle stanze. C’è un gruppo di sbandati che gira da queste parti e cose di questo genere sono già successe nelle scorse settimane, soprattutto in abitazioni isolate come questa. Sorvegliano, aspettano che una casa sia incustodita anche per pochi minuti e rubano quel che trovano>>. 

Ponsard allargò platealmente le braccia per renderci evidente quanto quella considerazione lo indispettisse <<Ma allora lei proprio non vuole capire! Non le pare strano che appena mi ha tolto la scorta di Mauriot sia successo questo? Probabilmente mi stanno sorvegliando e sanno che, grazie a lei, ora sono indifeso>>. Notai che quando esplodeva di rabbia il professore diventava paonazzo in viso e cominciava a gesticolare freneticamente, cosa che lo rendeva simile a quei poliziotti biliosi interpretati da De Funes. Anche Viccaro dovette essere attraversato da un pensiero simile, perché nel rispondergli si fece sfuggire un sorrisetto ironico a mezza bocca. 
<<Professore, stia calmo! Non le pare di esagerare? La cosa ha tutta l’aria di essere soltanto una coincidenza. Del fatto che Mauriot non sia più in grado di difenderla a pistolettate lo sappiamo in pochi e dubito che qualcuna di queste persone sia in contatto con la malavita marsigliese che vorrebbe farle la festa. Non le pare? A meno che lei non voglia sospettare di qualcuno del suo entourage... >>. 
Ponsard scrollò le spalle <<Ma non ci penso neppure!>>. 
<<Appunto! Comunque, per farla sentire più sicuro, se lei è d’accordo, posso dislocare nuovamente qui uno dei miei uomini per proteggerla fino al termine del suo soggiorno. Le va bene? Così ora avrà ben due persone a sorvegliarla>> 
In quel momento, come evocato da Viccaro, Mauriot ci raggiunse e Ponsard gli scatenò addosso tutta la sua rabbia. 
<< Ah! Eccola qui! Con che faccia si presenta solo ora, eh? Lo sa che mentre lei era a giocare al casinò io potevo essere ucciso? Per cosa crede che la paghi? Per andare in gita a far bisboccia? O per fare il cascamorto con le cameriere?>>. 
Il poverino, aggredito con tanta veemenza, sbiancò in volto e provò a balbettare alcune scuse, ma ottenne solo di vedersi revocato l’incarico seduta stante. 

Inaspettatamente Milla intervenne in difesa del ragazzo <<Scusi professore se m’intrometto. Lei regoli come crede i suoi rapporti con il signor Mauriot, ma visto che due persone sorvegliano meglio di una e che il suo soggiorno durerà ancora per due settimane, le suggerirei di prendere una decisione in merito solo dopo la sua partenza da qui. Questo a prescindere dal fatto che, come certo ricorderà, lei lo aveva autorizzato alla gita a Venezia>>. 
Viccaro intervenne di rinforzo per fare notare che Chiariello non avrebbe potuto svolgere una sorveglianza a tempo pieno e che non avendo molti uomini a disposizione quello era il massimo che poteva garantirgli. Così alla fine Ponsard accettò di mantenere Mauriot in servizio fino alla fine delle attività. 
Verso le due di notte, ultimati i rilevamenti, i carabinieri se ne andarono e la quiete ritornò in albergo. Prima di infilarmi a letto, attesi che Milla uscisse dal bagno per avere finalmente il resoconto della serata a Venezia. <<Allora, com’è andata?>> 
<<Sono stanca morta. Comunque benissimo, direi... >>. 
Milla lasciò cadere con negligenza l’accappatoio lasciandomi il tempo di uno sguardo ammirato alle sue grazie, intanto che cercava la camicia da notte nel cassetto del comò. 
<<E’ piaciuta l’Antica Bessetta a Grouchy?>>. 
<<Quell’uomo è un entusiasta di tutto. Mi ha detto che vuole tornare per conto suo nel nostro albergo con sua moglie e in quanto al ristorante è andato in brodo di giuggiole già dall’antipasto di pesce.>> 
<<Questo lo immaginavo... e al casinò?>>. 
La mia compagna s’infilò nel letto cercando subito con i suoi piedi gelati le mie gambe calde. Superato quello choc termico e memore delle bellezze ammirate prima provai un timido tentativo di approccio, ma un leggero schiaffetto sulla mano mi fece capire che non era il momento adatto. 
<<Hanno giocato qualcosa la Pauline e Mauriot e hanno perso. Gli altri sono andati direttamente al bar a darci dentro con i vini e hanno speso più loro che quelli al tavolo da gioco… >>. 
<<A proposito di Mauriot… sei stata molto carina a difenderlo questa sera. Ho apprezzato la cosa. Scommetto che ti sentivi un po’ in colpa verso di lui>>. 
Milla mi guardò incredula di tanta ingenuità. 
<<Ma quale colpa? Cosa vuoi che me ne importi di quel cretino ipervitaminizzato? Se Ponsard lo licenziava e quello se ne tornava in Francia domani mattina perdevo due settimane di una stanza a novantamila lire giornaliere. Non ti pare? >> 
Di fronte ad una logica così stringente spensi la luce e mi abbandonai al sonno.