mercoledì 20 giugno 2018

Manuale d'uso su come chiarirsi con il partner e altri soggetti (soprav)vivendo felici e contenti.

Sarà il primo caldo afoso con le zanzare, saranno le finestre aperte che ci appalesano forme di vita circostanti tanto strillanti quanto prima sconosciute, fatto sta che nella cerchia dei nostri vicini di casa è aumentato prodigiosamente lo stato di litigiosità di coppia. Ora, è bene sapere che il litigio o qualsivoglia confronto di chiarimento con una controparte in realtà è soltanto un modo diverso (e rumoroso) di aprire un negoziato avendo degli obiettivi da conseguire (per esempio: un maggiore contributo di lui nelle faccende domestiche, l'impegno di lei a non mettere in ordine il suo disordine creativo) . Pertanto, quando decidiamo di andare in battaglia con il classico "discorso di chiarimento tra noi" è bene seguire delle regole negoziali precise di cui ora parlerò, perché anche se comprendo perfettamente come a volte sia irresistibile la voglia di uno scatto d’orgoglio e di guardare l’altro/a nel bianco degli occhi per spiattellargli sul muso tutto quello che non va nel rapporto, io sconsiglio sempre agli amici di arrivare a quel punto, non tanto in nome di un remissivo quieto vivere, ma perché quando il negoziato non è ben preparato avendo le idee chiare su cosa ottenere e con quali metodi e argomentazioni, ma anche quali siano i punti di forza e le possibili contromosse del nemico, (soprattutto quando le relazioni e le parti in commedia sono sedimentate da tempo) non solo il “discorso di chiarimento tra noi” non chiarisce una cippa ma di solito rende le parti ancora più lontane e conflittuali. Nella migliore delle ipotesi, se non una carneficina, si ottiene una zuffa confusa tipo lo scontro imprevisto tra due pattuglie in esplorazione che porta ad un conflitto totale senza vincitori e poi ad un armistizio instabile e rancoroso, tipo le due Coree.


I chiarimenti occorre prepararli per bene.
Improvvisando c'è il rischio di lasciare la regina in presa

Comunque, se proprio non riuscite a fare a meno di pensare a quanto sarebbe bello azzannare il vostro partner alla giugulare come foste un Pitbull o se fate parte di quella corrente di pensiero del “meglio una fine terribile che un terrore senza fine”, per avere un minimo di possibilità che il vostro "discorso di chiarimento" funzioni, beh …provo a suggerirvi qualche regola d’ingaggio che con i dovuti adattamenti può andare bene con mariti, mogli, amanti, figli, suoceri, parentame vario, badanti moldave e anche situazioni lavorative, riunioni condominiali e, insomma, ovunque ci venga l’impulso irresistibile di rovinarci la vita e rovinarla agli altri con una bella litigata. Diciamo che seguendo quello che sto per dire, potrete migliorare le vostre possibilità di uscirne bene. Dunque i comportamenti che potrebbe esser utile adottare sono: 

1- Non lasciate che a scegliere il quando e il come accadrà sia la casualità o l’irritazione per quella che vi sembra l’ennesima provocazione (tanto meno che il momento lo scelga la controparte). In tal caso probabilmente sareste in preda all’emozione o alla rabbia e quindi poco lucide/i. Quando si è “su di giri” di solito ci si dimentica di dire almeno la metà delle cose che volevamo ringhiargli addosso, oppure ci si lascia facilmente portare fuori strada finendo per litigare su questioni secondarie. Dovete scegliere con cura il momento e il luogo e soprattutto iniziare il discorso quando vi sentite sufficientemente calme/i e in grado di controllare le vostre emozioni. Se vi sentite in ansia o tese/i rinviate ad un altro momento. Tanto mica ve lo ha ordinato il medico, no? Così come non fatevi l’autogol di iniziare a discutere di una cosa tanto importante senza che l’altro/a possa dedicarvi tutto il tempo e l’attenzione che vi occorre. Iniziare a farlo appena sta crollando dal sonno e non vede l’ora di andare a letto, oppure quando tra dieci minuti trasmettono la partita di champions league o le desperate housewives è un ottimo modo per sentirsi dire “Ti dispiace se ne parliamo dopo? Tanto saranno le tue solite seghe mentali ” (segue litigata feroce, perché non lo erano). 

Anche parlare in tono pacato, se avete tanto self control da riuscire a farlo, aiuta ad avvalorare le proprie tesi e a renderle degne di attenzione. Se iniziate ad infervorarvi e ad alzare la voce, l’altro inizierà ad entrare in risonanza e la lite da comari sul pianerottolo è garantita. Come l’applauso finale dei vicini di casa o l’arrivo della volante del 113. 

2- Decidete con cura cosa volete ottenere, tenendo presente che anche l’altro/a ha i suoi territori da difendere e li difenderà. Giacché il muro contro muro non porta da nessuna parte e rientra nella categoria “tempo sprecato” probabilmente dovrete cedere a vostra volta qualcosa se volete arrivare ad un qualche risultato utile. Quando Cristoforo Colombo andò a discutere con la regina Isabella non le chiese una flotta e diecimila uomini (il massimo risultato possibile) perché sicuramente avrebbe conseguito un rifiuto totale (il peggior risultato possibile). Ottenne il miglior risultato possibile, cioè le tre caravelle, che gli consentì di raggiungere comunque il suo scopo. 

Pertanto, dal momento che non è possibile ottenere tutto, se volete aumentare le possibilità di raggiungere le coste della vostra America personale, prendete un bel foglio di quaderno, tracciateci una croce in mezzo e iniziate a pensare e a scrivere i punti di forza e di debolezza e le opportunità e le minacce insite in ogni possibile obiettivo che vi proponete di raggiungere, attribuendo a ciascuna voce un peso da uno a dieci. Questo è utile farlo perché catturando e mettendo nero su bianco e in ordine i mille pensieri che si affollano e subito svaniscono nella nostra mente quando poi li rileggiamo tutto ci apparirà più chiaro. In questo modo potrete identificare l’obiettivo che alla fine vi darà i maggiori vantaggi ad un costo sopportabile. Una volta scelto, quello sarà il vostro traguardo principale da raggiungere e dovrete cominciare a lavorarci sopra. Se poi nel corso della discussione otterrete in più qualcuno degli obiettivi secondari, buon per voi… 

3- Preparatevi una scaletta delle vostre argomentazioni e, nei limiti del possibile, cercate di essere assertive/i, cioè di proporre soluzioni praticabili, citare dati e ricordare situazioni certe e verificabili, dunque cose difficilmente confutabili e sulle quali l’altro/a dovrà necessariamente rispondere. Evitate come la peste di scendere sul terreno delle sensazioni e delle rivendicazioni generiche o, peggio, del vittimismo. Dire frasi del tipo “Mi pare che tu non sia più lo stesso/a” oppure “Mi trascuri da troppo tempo” significa prestare il fianco a dei contropiedi devastanti e comunque doverne spiegare il perché, finendo per incartarsi e sprofondare nel mare ampio del “Ma che cazzo dici?” che è la madre di tutte le litigate ben riuscite. Una volta messa a punto la scaletta “delle dieci cosette che gli/le voglio proprio dire” cercate di memorizzarla in modo da non dimenticare nulla per strada, che sarebbe un peccato.

4- Bisogna sempre ricordare che l’altro/a, escludendo la malafede, ha spesso una visione del rapporto opposta alla vostra e sicuramente auto-assolutoria o molto benevola nei suoi confronti. Dunque avrà le sue controdeduzioni da proporvi e le sue rivendicazioni. Soprattutto se è da tempo che percepisce come qualcosa stia bollendo in pentola o se ha la coscienza non del tutto immacolata, è probabile che si sia preparato/a all’eventualità di dovervi affrontare. Quindi è necessario fare uno sforzo di fantasia e cominciare a prevedere cosa potrà dirvi, soprattutto dove cercherà di colpire duro (lo farà, non dubitate) e quali colpi di teatro potrebbe riservare, in modo da non essere spiazzate/i e impreparate/i. Diffidate sempre delle concessioni improvvise e spiazzanti, perché spesso sono avvelenate e nascondono la fregatura. Nel caso prendetene atto e dite che vi riservate del tempo per accettare. 

5- Arrivate subito al punto, non fate preamboli interminabili nel tentativo di ammorbidire la controparte che non servono a nulla se non a consentirgli di capire dove state andando a parare e ad organizzarsi la linea difensiva. Piuttosto, visto che è utile discutere con toni distesi, fate capire che (anche se non è vero) comprendete in qualche modo la posizione dell’altro/a. Questa mano tesa, generando una sorta di empatia, potrebbe indurre il vostro interlocutore a prendere in considerazione con minor tensione le vostre argomentazioni. 

In ogni caso, non fatevi fuorviare quando esponete le vostre tesi e non accettate di essere trascinati/e su un altro terreno di scontro a lui/lei più favorevole. Mia moglie, che è una combattente astuta, quando si sente alle strette prova a buttarla sulle tante cose che non faccio in casa, dove avrebbe vita facile, ma ormai conosco il trucco. Soprattutto non consentite di buttarla in caciara. In tal caso chiedete subito un break e se ne riparla quando si è più calmi. Se invece la controparte inizia a cedere e la discussione si sta avviando alla fine con alcune concessioni importanti per voi, è bene riassumere ogni tanto quello che si è detto, con frasi tipo: “quindi, sulla base di quello che hai affermato, tu accetti che…” oppure “dunque, riassumendo, tu mi dai atto che…”. Questo serve per mettere dei punti fermi ed impedire in seguito delle marce indietro o la storiella dei fraintendimenti (mi sono frainteso/a).

Bene, mi pare di avervi detto tutto quel che dovevate sapere... buona litigata e che la forza sia con voi. 


giovedì 31 maggio 2018

Noi, che negli anni '70 sentivamo un tintinnare di sciabole.


La bussola non è quella originale, che è crollata al piano di sotto assieme a camera mia e a tutte le cose che conteneva durante il drammatico incendio della nostra casa in Campo della Guerra. Questa nella foto l’ho ricomprata qualche anno dopo, ma è identica all'altra perché l’ho presa a Verona nello stesso negozio di articoli militari che mi aveva venduto la prima. Tutto il resto, invece, risale davvero ai primi anni ’70 ed è ormai soltanto un ricordo divertente di come eravamo. Perché avevo tutta questa roba? No, non serviva per le gite in montagna, anche se poi nella pratica quello fu davvero il suo utilizzo. Ora vi racconto tutto. Per chi si ricorda quegli anni, già nel luglio del 1964 (il caso Sifar) avevamo corso tutti il rischio di vivere una notte drammatica come quella che solo tre anni dopo avrebbe vissuto la Grecia. Ma anche nel 1970 si erano sentite nuovamente tintinnare le sciabole e c'era in giro una paura diffusa di un colpo di stato (poi rivelatosi fondata, quando si scoprì il tentato golpe Borghese) e di una risposta “cilena” all'avanzare elettorale dei partiti di sinistra con l’arresto e l’internamento dei militanti. Così, c'eravamo messi d' accordo con alcuni compagni (all’epoca militavo ancora nel Manifesto) che, in caso di allarme, ci si sarebbe avvisati per telefono l' uno con l' altro per metterci al sicuro e non farci prendere da polli in casa nostra (come se in caso di colpo di stato qualcuno si fosse potuto preoccupare di noi...). Inoltre, ipotizzando che il centro della resistenza operaia e degli scontri con i golpisti sarebbe stato inevitabilmente tra le fabbriche di Porto Marghera e che il ponte della Libertà con tutti i punti di accesso dalla terraferma a Venezia sarebbero stati bloccati, io ed altri quattro avevamo predisposto un piano di fuga in Jugoslavia che doveva realizzarsi la notte stessa raggiungendo con la mia piccola barca a motore, che poteva navigare nelle acque basse della laguna, il Lio Piccolo, la zona del Montiron e poi la terraferma a Caposile. Quindi, camminando di notte per i campi e rimanendo possibilmente nascosti di giorno avremmo raggiunto, inoltrandoci nel Friuli lungo il corso del Tagliamento, non il confine Jugoslavo, che immaginavamo presidiatissimo, ma, quello austriaco, che offriva anche maggiori opportunità di attraversamento.




Oggi, ripensandoci, quel piano (che ovviamente era molto più dettagliato) mi sembra una sorta di remake di Tre uomini in barca (cinque, nel nostro caso), ma all’epoca i miei amici ed io lo consideravamo molto ben congegnato e con una discreta probabilità di riuscita. Pertanto, dentro l' armadio di camera mia, stazionavano perennemente il sacco a pelo e uno zaino pieno di scatolame di sopravvivenza (che mia madre pietosamente e a mia insaputa aggiornava con le date di scadenza...) mappe militari del Veneto e della laguna, temperino svizzero multiuso, un binocolo, la bussola e la torcia elettrica con i filtri azzurri per le segnalazioni notturne. Una sera, per la verità, il temuto allarme scattò, perché mia madre verso le undici ricevette una telefonata concitata secondo la quale: “un compagno di Brescia che abita vicino alla caserma della divisione corazzata Tal dei tali, dice che ha sentito i carri armati mettere in moto i motori”. Ma, siccome ero andato al cinema e in pizzeria con Donatella, mia madre, poco impressionabile, se ne andò a dormire beatamente e me lo riferì due giorni dopo. Le dissi sdegnato che per causa della sua leggerezza, la lotta di classe veneziana (nella mia modesta persona) poteva subire un colpo tremendo. Lo sguardo scettico che ne seguì mi restituì il senso delle proporzioni. 

Ne parlai comunque qualche sera dopo a casa di Donatella, mentre cucinavo una spaghettata tonno e piselli per i suoi genitori che poi sarebbero andati al cinema. Infatti, tra me e suo padre, un bravo medico molto pragmatico, c’era una sorta di tacito gentlemen’s agreement secondo il quale, avendo lui purtroppo la disgrazia di avere una moglie e due figlie (la terza aveva tre anni dunque era esentata) assolutamente incapaci di cucinare qualsiasi cosa, io, in qualità di ragazzo della figlia più grande, oltre ad essere imbarcato d’ufficio come marinaio tuttofare sulla sua barca a vela, svolgevo anche mansioni di cuoco serale per la sua famiglia e in cambio lui faceva finta di credere che sarei uscito di casa poco dopo di loro. In pratica, anche lui vendeva la primogenitura per un piatto di lenticchie, anzi di spaghetti. Così Vittorio, tra una forchettata e l’altra, mi disse:” scusa, ma perché, per stare più tranquillo, non sei venuto a dormire qui da noi? Puoi metterti tranquillamente sul divano del salotto, non ci crei nessun problema e, comunque, se per caso avessi ancora bisogno di scappare, dalla finestra del salotto puoi scendere facilmente sul tetto vicino e da lì, stando attento a non scivolare e passando da una casa all'altra puoi calarti sulla terrazza dei De Nardus e poi scendere comodamente nel loro giardino, che a quel punto apri il cancello e sei nella calle che ti porta dritto in campo Sant’Angelo. Credo comunque che tu conosca bene il percorso, no?” 

Quest’ultima frase mi diede un brivido improvviso perché mi fu chiaro che era al corrente di quella volta, che doveva rimanere segretissima, in cui essendo rientrato all'improvviso per prendere delle bottiglie di vino ero fuggito precipitosamente per quella stessa finestra rimanendo per venti minuti in mutande sul tetto vicino, che dava proprio sul Canal Grande, venendo quindi immortalato dai flash dei turisti giapponesi in gondola che probabilmente dovevano avermi scambiato per un novello Casanova, visto che i ladri difficilmente si aggirano per i tetti seminudi. Cercai invano gli occhi di Donatella, per lanciarle uno sguardo del tipo “ Infame traditrice, tu saresti quella che sa mantenere i segreti?” ma era china sul piatto di pasta con le guance arrossate per l’imbarazzo. Per fortuna la discussione con suo padre non ebbe altro seguito. Ad ogni modo tornai a casa rinfrancato per quella disponibilità a darmi rifugio, tanto gentile, quanto inattesa.

Così, qualche settimana dopo, avendo ricevuto verso sera una telefonata di un compagno che diceva di aver visto attraccare al ponte della Veneta Marina, verso l’Arsenale un mezzo militare da cui era sceso un plotoncino di Lagunari del San Marco armati di tutto punto, anche se immaginavo che provenissero dal poligono di tiro delle Vignole, decisi di chiamare Donatella per dirle che prudenzialmente avrei preferito dormire da lei. Suonato il campanello e salite le scale, sulla porta di casa trovai Vittorio invece della figlia. Mi consegnò un piccolo mazzo di chiavi dicendo: “ho già avvisato il custode del Diporto velico a Sant’Elena che stanotte dormi nella nostra barca. Mia moglie ed io abbiamo pensato che così sarai molto più sicuro perché lì non ti cercherebbero di certo. Questa qui, se non vuoi suonare il campanello al custode, è la chiave per aprire il cancello del Diporto e questa è quella per aprire la tuga della barca e accedere alla cabina. Se ti ricordi come si accende il fornello domani ti puoi fare anche il caffè e se hai fame nell’armadietto ci dev’essere del tonno e qualche pacco di grissini. Casomai avessi freddo, sotto una delle brandine ci dev’essere una coperta. Domani mattina io sono di turno in ospedale, ma tu chiama Donatella o mia moglie e così ci dici se tutto è andato bene. Ora vai e in bocca al lupo…”. 

Rimasi malissimo, in realtà, perché i miei programmi per la serata erano del tutto diversi e lungo la strada verso Sant’Elena fui più volte tentato di invertire la rotta e tornare a casa, ma poi pensai alla figura che avrei fatto con suo padre e quindi andai a dormire in barca, anche se il lupo del custode del Diporto Velico non sembrava affatto contento della cosa. Accesa la luce interna la minuscola cabina mi apparve in tutto il suo disordine, confermandomi che in quella casa riordinare dopo l’ultima uscita in mare era un concetto sconosciuto. Così, già che c’ero, mi misi a lavare pentole e pentolini (per fortuna in barca si usavano piatti e posate di plastica) e mi venne persino il sospetto che Vittorio mi avesse spedito a bordo proprio contando su quello. Guardando nella cambusa, il caffè c’era, ma aveva preso un forte odore di muffa, i grissini erano fiappi e con le camole e del tonno promesso non c’era traccia a meno che non fosse stato confuso con una solitaria scatoletta di sardine sott’olio a cui però mancava la chiavetta per aprirla. Sopperii alla cosa prendendola selvaggiamente a coltellate fino ad aprirla, provocando però un serio allagamento di olio per tutta la cabina che immagino profumi di pesce ancora oggi. Però, siccome la fortuna alla fine gira, cercando l’altrettanto fantomatica coperta sotto le brandine e perfino nella contigua caletta delle vele, tra un sacco e l’altro saltò fuori una mezza bottiglia di Glenfiddich, sicuramente nascosta da Vittorio. Sul momento il mio innato senso di correttezza mi disse di metterla a posto, che non era roba mia, poi, la parte malvagia che alberga in me disse: “E no! Ca… spita. Qui si va sull’uno a uno e palla al centro, così impari…”. Dunque, nel corso della notte me la scolai tutta, anche in funzione di antiumidità, e dormii beatamente i sonni del rivoluzionario tranquillo.

Fortunatamente in quegli anni alla fine non successe nulla, ma mi viene da pensare cosa saremmo riusciti a fare se ci fossimo trovati nella necessità di mettere in atto i nostri piani di fuga. Probabilmente, pollastri come eravamo, ci avrebbero presi dopo 100 metri. Meglio non averlo sperimentato...

giovedì 19 aprile 2018

Del mio Latinorum di una volta e del Busillis


Ieri sera mentre ero sull'autobus diretto a Spinea, detta “Spinella”, anonimo paesone della cintura di Mestre senza nulla di particolare da segnalare che non sia l’aver dato i natali alla Federica Pellegrini, l’ospitare lo studio di fisioterapia che si occupa delle mie cervicali ed avere una gelateria che propone il gusto pera e zenzero, davvero squisito, ascoltavo le due giovani ragazzotte in età da ginnasio sedute vicino a me che si scambiavano commenti e ansie su un compito di latino che non ho capito se l’avessero già svolto o fosse ancora da fare. Ad ogni modo, una di queste aveva riferito all'altra che Google Translator offriva la possibilità di tradurre dall'italiano al latino e viceversa. 

Quest’ultima cosa, che non sapevo, mi ha incuriosito e così, tornato a casa, ho aperto il programma, e, dopo aver verificato che tra le varie lingue ci fosse davvero il latino, vi ho digitato: “Questa è una prova di traduzione dall'italiano in latino, che avendola avuta a disposizione ai miei tempi, mi avrebbe fatto comodo” ottenendone in cambio questa traduzione: “Ex Italica in Latinam hic est temptare translatione, quae erat plena disponibilitate habens meam in die me esse commoda” che mi ha indotto subito a sperare che la poveretta non seguisse il consiglio dell’amica traducendo il suo prossimo compito con Google. 

Visto che siamo in argomento e che annovero tra i miei amici di Facebook diverse persone che lo insegnano o ne hanno ancora grande dimestichezza, vi dirò che il mio ondivago sentimento verso il latino è nato fin dai tempi delle medie e curiosamente con la matematica, perché avendo consegnato in bianco uno dei periodici compiti, la professoressa di allora me lo aveva vergato con la scritta in penna a biro rossa “Tabula rasa in qua nihil scriptum est” dandomi però “1” invece dello "zero" che mi aspettavo perché almeno mi ero preso il disturbo di intestare il foglio e di trascrivere le equazioni da risolvere. Da lì in poi e a partire dal ginnasio, quando l’insegnamento delle lingue antiche aveva iniziato a farsi serio, mentre con il greco si era accesa da subito un’incomunicabilità reciproca immediata e protratta nel tempo tanto che oggi dei brani dell’Ifigenia in Aulide imparati a memoria ricordo più facilmente la versione goliardica “Ifigonia” con le vergini dai candidi manti e quel che ne seguiva, con il latino ho vissuto tutta una montagna russa di sentimenti. A volte lo amavo e a volte lo detestavo, provando nei suoi confronti gli stessi sentimenti di Catullo: Odi et amo. Qua re id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior

Alcuni autori (Cesare in primis, Lucrezio e a volte Cicerone) mi divertivo a tradurli, altri, come Seneca o Tacito erano difficili e spesso i loro testi erano dei pipponi moralistici di una noia mortale (non a caso il giovane imperatore di cui erano precettori spesso li faceva assassinare). 

Comunque, negli anni del liceo il latino, anche se zoppicavo nello studio e quindi nei voti, non è mai stato un vero problema e, ad ogni modo, consentendomi di intuire a grandi linee il senso di quel che avrei dovuto tradurre, mi ha risparmiato situazioni imbarazzanti come quella con la severa professoressa di Modena, commissaria esterna per la maturità, che non appena mi ebbe di fronte per sostenere l’orale, mi disse che non vedeva l’ora di conoscere il brillante stratega che nella versione dal greco aveva attribuito a Pericle il consiglio agli ateniesi di incendiare le navi della propria flotta per disorientare gli spartani che assediavano la città. La mia tesi che Pericle facesse il doppio gioco al soldo degli spartani, non fu accolta.





Diciamo comunque che chiudendo il periodo scolastico, mentre con il greco c’era stato un “addio e a mai più rivederci…” con il latino avevo deciso sostanzialmente una sospensione del giudizio. Una cosa come quel “non bene, ma neppure male” che caratterizzava le mie prove scritte. Non ero certo al livello di quel parroco di campagna di secoli fa che ad un suo fedele che gli chiedeva di spiegargli che volesse dire "In diebus illis" aveva risposto che le Indie era chiaro cosa fossero, ma il Busillis restava un mistero. Però non ero nemmeno così lontano da tradurre senza vocabolario, come faccio ora. Aurea mediocritas, insomma. 

La svolta è arrivata inattesa durante l’università, quando, per una evidente nemesi storica o il karma (fate voi) essendo quello sull’Esegesi delle fonti del diritto penale uno dei pochi esami con un 30/30 sul mio libretto, mi ero imbarcato in una tesi sul diritto penale veneto del 1500, non considerando che così avrei dovuto consultare testi giuridici dell’epoca e le cinquecentine con i verbali dei processi delle Quarantie Criminali o dei Siori della Notte al Criminal, ovvero i principali Tribunali Penali della Serenissima. Quest'ultimo, era una sorta di tribunale speciale, formato da un collegio di sei nobili estratti a sorte e a rotazione, incappucciati per non essere poi riconosciuti da chi cercasse vendetta. Aveva competenza esclusiva per tutti i reati compiuti nottetempo (delitti, furti ma anche adulteri, gioco d'azzardo, ubriachezza molesta e perfino bestemmie) e dunque punibili con sentenza immediata avvalendosi nei casi più gravi, visto che si riunivano nella “Sala del tormento” del Palazzo Ducale, anche di qualche tratto di corda da infliggere ai fermati per ottenere ampie e circostanziate confessioni. Ovviamente, i testi erano scritti in un latino già abbondantemente corrotto dal tempo rispetto a quello classico che avevo studiato e i verbali dei tribunali erano redatti a mano dai cancellieri, con grafie di secoli fa (che li rendevano affascinanti) e spesso in modo abbreviato. Però, ora, finalmente, sapevo cosa farmene del latino e a cosa mi servisse e quei testi che consultavo all'Archivio di Stato o alla Marciana avevano una caratteristica unica: raccontavano fatti veri, accaduti in luoghi che conoscevo e che potevo perfino immaginare nel loro svolgersi. Insomma, era quasi come leggere un Gazzettino di almeno quattro secoli prima.





Per esempio, c’era la vicenda del fruttivendolo di campo Sant’Aponal che rientrato a casa prima del previsto aveva sorpreso la moglie in compagnia di tale Bartolomeo Bognòlo da Treporti, caleghèr (calzolaio) ma senza fissa dimora. Peccato che i due amanti sorpresi dal marito, anziché fuggire avessero provato ad uccidere a coltellate (senza poi riuscirci) il poveraccio e quindi i testimoni raccontano gli strilli dell’uomo affacciato alla finestra in calle che chiedeva aiuto ai passanti gridando “I me còpa! I me còpa…”. Ma c’era anche la vicenda tragica e comica allo stesso tempo del capitano di una Cocca veneziana (una tipica nave mercantile) sospettato di aver venduto in Dalmazia una parte del carico di olio e vino affidatogli in Grecia affermando invece di averlo perso in mare. Il poveraccio, detenuto ai piombi in attesa di giudizio si rifiutava di mangiare digrignando i denti e quindi al tribunale veniva chiesto il permesso di nutrirlo a forza spaccandogli i denti con un martello onde potergli infilare un imbuto in bocca. Pare che poi il poveretto alla sola vista del martello avesse cambiato idea, confessando anche i nomi dei complici. Ma ovviamente c’erano anche tutte le storie dei conventi di clausura sparsi tra le varie isole della laguna, che ogni tanto, a seguito di qualche soffiata, venivano chiusi in quanto in realtà erano dei veri postriboli frequentatissimi da chi se lo poteva permettere (suore e frati erano abbastanza venali) e la Serenissima chiudeva anche un occhio sulla scarsa vocazione delle monache ma siccome ogni tanto gli orfanotrofi, come quello della Pietà, si riempivano all'eccesso di neonati abbandonati in culla o ci scappava la rissa con il morto, chiudeva baracca e burattini e qualcuno finiva ai Piombi. C’era tra le tante che ho letto anche la vicenda, riportata anche nella mia tesi, di un magistrato che mascheratosi con una bauta aveva fatto irruzione con alcuni sbirri alle quattro di mattina dentro l’osteria dell’Antica Rizza in Calle larga San Marco (praticamente dove abitavo io) sorprendendo molte persone tra le quali alcuni preti che giocavano a Bassetta e Faraone, un gioco d’azzardo proibito. Tutti vennero condannati dal giudice alla multa di sei ducati d’argento oltre ad alcuni “baradori” di professione che vennero banditi dal territorio della Repubblica assieme ad un tale che all'apparire delle guardie aveva bestemmiato più volte. 

Mi fermo qui, altrimenti divento più prolisso e noioso di Seneca e comunque, casomai a qualcuno fosse venuta l’idea per i propri figli, sappiate che non faccio ripetizioni private di latino. Tanto gli piacerà dopo il liceo…

venerdì 6 aprile 2018

Delle cene di fine liceo di una volta e delle giacche misteriosamente smarrite



Ieri sera ho finito di restaurare con Photoshop questa foto, completamente ingiallita e assai malandata, che mi ritrae alla cena di fine liceo, subito dopo la maturità e vi racconto la sua storia perché mi è molto cara. La cena si era svolta al ristorante Antico Martini, nel campiello del Teatro La Fenice. Non ho mai saputo chi fosse stato tra noi il figlio di... papà, con presumibile casa a Cortina, che aveva scelto quel locale invece della solita pizzeria da studenti e, del resto, nella nostra classe almeno quattro o cinque "cagoni" sospettabili, tra figli di primari, antiquari, grandi avvocati e gioiellieri c'erano di sicuro ed altrettante di "cagone", se non di più, ce n'erano nell'altra sezione femminile, che quella sera cenava assieme a noi. Infatti, quello scelto per la nostra cena era un ristorante piuttosto pretenzioso (pare ci avessero cenato anche Margaret d'Inghilterra e altre teste coronate) e quindi la serata, con pesce pregiato e carta dei vini adeguata (mica il fritto misto di anguelle e calamari e la caraffa da litro di prosecco alla spina) era costosetta assai, tanto che ricordo con un senso di colpa l'espressione corrucciata di mia madre nel darmi la mia quota. All'epoca, lei viveva solo con la sua pensione di reversibilità da vedova di guerra (mio padre era caduto in missione e anche se era un Capitano di Vascello le pensioni di quegli anni erano quel che erano) e faceva salti mortali per far vivere dignitosamente i suoi due figli. Ricordo che nell'occasione mi disse anche "Ti pago la cena solo perché sei stato promosso e non voglio che mio figlio faccia la figura con gli altri di quello che rimane a casa. Consideralo il tuo regalo per la maturità". E fu di parola, perché non mi arrivò altro se non un paio di libri.

Nella foto vi compare la Pia per la quale a quel tempo avevo una discreta cotta anche se, ovviamente, lei non mi filava nemmeno di striscio perché era una ripetente e aveva 19 anni mentre io all'epoca, essendo avanti di un anno, ero ancora un diciassettenne implume. Poi ci sono Francesco (che oggi purtroppo non c'è più) e Alberto, altri due miei compagni di classe, oltre al nostro bravissimo docente di matematica, che pochi anni dopo avrei incontrato nuovamente militando nel Manifesto, diventandone amico.


Sono quello con le orecchie a sventola, a capo tavola.


La foto mi diverte anche perché vi compaio con un'espressione felicemente ebbra (come del resto lascia intendere il numero di vuoti di bottiglia sul tavolo) e ho ancora addosso la giacca, che poi andrà misteriosamente persa nel corso di quella notte della quale ancora oggi non ricordo molto, se non che ero uscito dal ristorante tutto allegro e ridanciano con altri cinque o sei amici e amiche di pari livello etilico. Ricordo ancora (ma sempre più vagamente) Enrico che cavalcava i leoncini di marmo in piazza San Marco come John Wayne in "Soldati a cavallo" cantando canzoni irripetibili attorno alle due di notte e anche di aver scavalcato la ringhiera per andare a prendere i pesci rossi nella vasca dei giardini napoleonici perché c'era qualcuna tra noi che li voleva a tutti i costi e io con le ragazze sono sempre stato molto gentile (forse è lì che ho tolto la giacca, abbandonandola su una panchina).

Più tardi (molto più) abbiamo accompagnato a casa la Patrizia che sul portone ci ha baciato tutti più volte e appassionatamente (anche perché essendo una vera cozza, forse aveva sfruttato l'occasione), con sua madre che le urlava dal balcone se era quella l'ora di tornare e alla fine mi sono ritrovato da solo all'alba seduto su una panchina sulla fondamenta delle Zitelle alla Giudecca ad attendere il primo vaporetto per tornare a casa. Come e perché fossi finito lì, è un altro mistero insoluto. Che notti magiche si vivevano a quell'età!

giovedì 22 marzo 2018

Di quelli che ogni tanto si stancano di Facebook e si prendono una pausa di riflessione.


Non avevo molta voglia di scrivere questo post, ma alla fine, dai e dai, mi sono deciso. Non c'entra lo scandalo della Cambridge Analytica e l'odierno appello internazionale al DeleteFacebook (che lascerà il tempo che trova, visto che se cancelli l'account poi sarai nei guai con tutte le app. collegate) anche perché quanto emerso in queste ore in tutta la sua gravità è stato solo la formalizzazione di un qualcosa che in realtà immaginavamo tutti, anche se preferivamo far finta di non saperlo. Perché è chiaro che se ti trastulli con i test psicologici che trovi in bacheca non è che dei benefattori li mettono su Facebook per farti divertire gratis a scoprire che in un altra vita saresti stato Napoleone o Lucrezia Borgia e che l'animale che ti assomiglia di più è il pavone. Ovviamente, quei test servono alle società del settore per tracciare il tuo profilo di consumatore e conoscere i tuoi gusti e le cause che ti appassionano o ti indignano, nella vita e dunque anche in politica. Quindi, le anime belle che in queste ore protestano per la violazione della loro privacy e l'utilizzo illecito dei loro dati personali hanno senz'altro ragione, ma tuttavia fanno un po' sorridere perché la testa sotto la mannaia della speculazione commerciale e politica ce l'hanno messa loro spensieratamente e magari i test avrebbero dovuto rivelar loro che il personaggio a cui somigliavano era più Tafazzi che non Albert Einstein. 

Ma non è questo il punto. Il fatto è che da qualche tempo mi sto stancando sempre più di Facebook. Lo reggo a fatica e ho sempre meno voglia di addentrarmi tra le sue pagine che spesso mi danno solo un senso di fastidio. Quando ci sono entrato, diversi anni fa, anche per uscire da una fase psicologicamente difficile dopo la malattia, era ancora un posto frequentabile e simpatico nel quale potevi raccontare serenamente della tua vita, delle tue emozioni e dei tuoi interessi. Qualcuno ti metteva like, qualcuno ti ignorava, altri ti chiedevano l’amicizia o facevano dei commenti simpatici ai tuoi post o alle tue foto che ricambiavi. Un posto gradevole e non stressante in cui conoscere e fare amicizia, come poi è accaduto, con persone simili a me e che oggi mi sono molto care. 

Ora in questi ultimi anni troppe cose sono cambiate. Il web, grazie ai social e alla loro semplicità d'uso, purtroppo a prova d'idiota, è diventato oltre che un potente e illuministico strumento per l’espansione della conoscenza su scala planetaria anche un generatore e diffusore di ignoranza che oggi, paradossalmente, viene addirittura vissuta come un valore, una sorta di innocenza primigenia da contrapporre con orgoglio (vedi le università della vita che in tanti rivendicano sul proprio profilo) ad un mondo del sapere e delle competenze tanto lontano da noi e sicuramente corrotto e al soldo di chissà quali oscuri interessi.  

Di conseguenza, anche Facebook da qualche tempo si è incattivito ed è diventato un luogo dove c’è in giro tanta aggressività, pregiudizio e disinformazione e nel quale in mezzo a quel poco che ancora resiste di simpatico, socialmente impegnato, intelligente e gradevole, ti vengono propinate in maniera crescente bufale, provocazioni e stupidaggini di vario genere. Tutti commentano tutto e le loro sono sempre opinioni granitiche, da professorini o primi della classe con il ditino alzato che, se solo provi ad esporre un punto di vista diverso, ti fanno la morale, ti danno lezioni di vita e anche se le loro analisi sono sempliciotte e di una banalità sconcertante, fanno il pieno di like e l'antilope isolata viene subito sbranata dal branco dei suoi follower che si spalleggiano l'uno con l'altro. Lo so, potrei fare a meno di guardare in giro sulla bacheca e concentrarmi unicamente sul rapporto con i miei pochissimi amici, ma è più forte di me, sarà una pulsione masochistica o la curiosità dell'anatomopatologo ma ogni tanto mi viene la tentazione di affacciarmi sul Maelström degli umori quotidiani del popolo di Facebook e spesso ne rimango allibito e spaventato, come quando sulla cengia di una ferrata guardi in basso. Dunque è normale che ad un certo punto uno si chieda: "Ma che ci faccio io in un posto come questo?" e non trovi ancora una risposta accettabile. 

Sinceramente, se non fosse per le mie amiche e gli amici che mi seguono ormai da anni e non smetterò mai di ringraziare per l’affetto e la simpatia che mi dimostrano quotidianamente avrei già chiuso da tempo l’account, ma ancora non lo farò perché non voglio spezzare quel filo rosso di empatia e comune sentire che mi lega a tanti di loro, con alcuni dei quali ho perfino avuto l’opportunità di sviluppare l’amicizia anche al di fuori del web e con altri lo farò prossimamente e con grande piacere, per non parlare di quelli che conosco da una vita. Dunque, non spaventatevi perché non me ne vado. Semplicemente ho deciso che mi prendo una pausa per recuperare serenità, diradando la mia presenza. Continuerò a postare ogni tanto i miei racconti del blog e a linkarli sulla mia bacheca anche perché so che molti di voi si divertono a leggerli e del resto io mi diverto a scrivere per gli amici e, comunque, se volete restare in contatto ci sono sempre la chat e il what’s up. Che dire quindi? Ci rivediamo tra un po’ e intanto, siccome mala tempora currunt, beh, cercate di correre più veloci, io vi seguo appena posso. Ad maiora!


martedì 30 gennaio 2018

Di quando le ragazze ti sferruzzavano i maglioni


Un tempo, quando ti mettevi assieme con una ragazza in modo stabile, che non fosse la limonata "è stato bello conoscerci" delle feste del liceo, dovevi sottoporti a due prove d'amore. La prima era il salame di cioccolato che lei produceva in quantità industriale con i biscotti Oro Saiwa delle sue colazioni avanzati e infiappiti (dal vago sapore di muffa) e il cioccolato fondente anonimo comperato a cubettoni da grattugiare (che almeno avesse preso il Toblerone, che c'era anche la nocciola). Di conseguenza, dovendole anche fare i complimenti più menzogneri per tanta bontà ed essendo l'unico dolce che quell'anima appassionata sapesse fare, te lo riproduceva in continuazione per compiacerti, garantendoti così una rigogliosa fioritura di brufoli e altri piccoli fastidi. L'altra prova, ancora più dura da affrontare, era collegata all'ora di economia domestica che all'epoca veniva impartita a scuola alle nostre compagne ma anche al training alle virtù domestiche di una tipologia di madri oggi per fortuna residuale. 

Perché a quell'epoca, alle nostre ragazze (oltre a faccende "basic" di casa che ormai facciamo meglio noi maschietti grazie ai tutorial su You Tube) veniva insegnato a sferruzzare con i ferri da maglia e le matasse di lana. Quindi, oltre al dovere di stare seduto a mani tese di fronte a lei a reggerle la matassa di lana mentre avvolgeva il gomitolo, poi iniziava alacre il tic... tic... tic... dello sferruzzamento e in capo a qualche settimana, dopo alcune convocazioni pomeridiane a casa sua per "provare le maniche" o altro ma del tutto castamente, perchè di solito assisteva compiaciuta la madre, alla fine ti veniva dato il maglione che di solito aveva l'orlo smollaccione che ti usciva da sotto la giacca oppure copriva a stento l'ombelico e comunque, dato che le avevi provate a qualche giorno di distanza l'una dall'altra, avevi le maniche di diversa lunghezza, che una la dovevi rimboccare più volte per non sembrare un mutilato di guerra e l'altra, se era la sinistra, ti consentiva almeno di guardare l'ora senza sollevarla.


Con il maglione di lei e l'aria compiaciuta di circostanza

Ricordo ancora il maglione che mi aveva sferruzzato la mia ragazza degli anni dell'università. Era blu scuro, con il collo alto e stretto da rovesciare (più volte) e che, oltre a strangolarmi, mi dava anche un insopprimibile prurito con la lana a contatto del collo. Per decorare il tutto c'era un inspiegabile bordino rosso sul fondo, forse perché aveva finito la lana blu. Il golf mi arrivava quasi alle ginocchia e, come ulteriore prova di abilità, la mia amata si era pure cimentata a fare delle righe a rilievo come si usava allora, ma diciamo che la maglia non le era venuta tanto bene, perché le righe erano di dimensioni differenti e in certi punti, come sui gomiti, si dileguavano e si vedeva sotto la camicia. L'ho dovuto indossare per quattro anni e l'unica cosa che mi ha dato sollievo quando ci siamo lasciati è che finalmente l'ho potuto mettere per sempre in armadio senza vedere musi lunghi. L'evoluzione della specie ha fatto sì che le ragazze 2.0 di oggi, quando vogliono compiacerti con un dolce, siano passate ai crumble e alle cheesecake, ma soprattutto, ignorino completamente l'arte di sferruzzare maglioni. Figlio mio, credimi, il vostro è un gran bel vivere...

mercoledì 17 gennaio 2018

Del teorema dei saldi e il postulato dell’hamburger


Qualche giorno fa, di ritorno dalla passeggiata mattutina assieme al bretone tra viottoli di campagna con il fango indurito dal gelo che scricchiolava sotto le scarpe e un bel nebbione fitto ad avvolgere tutto, sono stato colto da un’inquietudine improvvisa. Una sorta di ansia per una minaccia incombente che non sapevo definire. Non poteva essere la ricomparsa della sindrome da “L’Epifania tutte le feste porta via e da domani si ritorna al lavoro”, perché ormai sono un pensionato e anche se nei primi tempi, quando verso mezzanotte, terminati quelli sul calcio, alla Domenica Sportiva andavano in onda i servizi sull’ippica provavo ancora le inquietudini della nuova settimana lavorativa incombente, alla fine mi ci ero abituato a considerare il lunedì come un innocuo giorno uguale agli altri. Non era nemmeno perché il cane, sbuffando vapore dalla bocca e tirando come una locomotiva impazzita, stava cercando di trascinarmi in una canaletta ghiacciata tra le canne seguendo qualche sua pista misteriosa e nemmeno perché la mano con la quale lo tenevo al guinzaglio doveva essere prossima alla necrosi da congelamento, visto che non avvertivo più le dita. Doveva essere qualche cosa d’altro a infondermi quella sensazione di allarme. Poi, osservando il cielo livido che incombeva su di me ho pensato che magari avevo lo stesso senso di Smilla per la neve e di lì a poco ne sarebbe scesa a larghe falde, dunque ho affrettato il ritorno.

Di cosa si trattasse l’ho capito appena arrivato a casa. Infatti, colei che avevo incautamente sposato ventinove anni prima ritenendo fosse una personcina tranquilla e conciliante (non a caso mio suocero, ogni volta che m’incontra, per prima cosa mi ricorda che la garanzia è scaduta e che non ha intenzione di riprendersela) mi aspettava sul cancello con il cappotto addosso, la sigaretta all’angolo della bocca come Humphrey Bogart e le chiavi della macchina in mano.
Oh! Era ora che arrivassi, stavo morendo di fame… porta il cane in casa e andiamo a fare colazione che sono già le otto e mezza”. Eseguii l’ordine poi tornai da lei che nel frattempo stava salendo in macchina.
“Ti faccio compagnia con un altro caffè, ma ho già preso in panificio un krapfen con la crema se è per quello…”.
Lei mi restituì lo sguardo meravigliato con il quale avevo accolto l’invito.
“Da quando in qua prendi il krapfen con la crema? Non sei quello del krapfen che ha senso solo con la marmellata di albicocche?”.
Lascia stare… dipende dalle due Mirandoline del panificio che sono così impegnate a chiacchierare con le clienti amiche che lo prendono senza guardare dal vassoio ed è sempre quello sbagliato. Poi, quando lo hai addentato mica glielo puoi restituire per fartelo cambiare. Piuttosto, come mai sei tanto di fretta? E dove dovremmo andare dopo la colazione?”.
“Non mi hai detto che durante le feste volevi fare un giro? Bene, oggi facciamo un giretto dalle parti di Marcon…”.
La guardai con sospetto. “Perché proprio a Marcon? Non mi pare un posto particolarmente invitante per una gita… piuttosto, se proprio vuoi andare da quelle parti, proseguiamo per Quarto d’Altino che c’è il museo da vedere e anche un buon ristorante di pesce…”
L'elfa attese apposta che salissi in macchina, poi appena messo in moto mi lanciò uno sguardo maligno, quasi assaporando il dolore che stava per infliggermi:
“Andiamo a Marcon perché ci sono i saldi al centro commerciale e anche da … “.
Il ruggito del turbo e la sua solita sgommata da pilota di rally e in stile “da zero a 100 Km/ora in 9 secondi” nascosero il mio "Noooo!" disperato e anche l’elenco degli altri negozi che intendeva visitare.

Shopping durante i saldi, che passione...

Il grido di dolore era dovuto al fatto che accompagnare la propria compagna a fare shopping per molti uomini è più stressante e faticoso delle marce forzate di 20 chilometri con zaino affardellato da 35 chili che si facevano durante il servizio militare. Io sono tra questi. Ovvero, sono tra coloro che non comprendono la sottile libidine tutta femminile del cazzeggio nei negozi, perché i tipi come me, permeati di logica aziendale tendente all’efficienza e all’efficacia, se hanno bisogno di un paio di scarpe o di pantaloni e camicie, di sicuro hanno già in mente con buona approssimazione quello che cercano, quindi vanno in centro, danno un’occhiata a due o tre vetrine e appena hanno adocchiato il modello che fa al caso loro per prezzo, colore e forma, entrano e se c’è la taglia giusta si va subito di bancomat e il gioco è fatto. Diciamo che il nostro tempo medio di permanenza nel negozio varia dai 10 ai 15 minuti e solo perché magari devi provarti i pantaloni e il camerino è occupato, oppure la commessa è molto gradevole. Insomma, una faccenda del tipo: veni, vidi, vici.

Nel caso di mia moglie la faccenda è particolarmente stressante perché lei, per amor del vero, non ha la pulsione patologica all’acquisto di cui soffrono alcune donne, ma il suo piacere consiste unicamente nel vedere le cose con le quali potrebbe eventualmente fare shopping se non fosse d’indole parsimoniosa come ogni economista. Questo significa che oltre al numero inverecondo di negozi, bottegucce, megastore e outlet che mi costringerà a girare senza mai farmi capire cosa stia cercando veramente, l’unica certezza è che lei non acquisterà nulla. Immagino di conseguenza che in molti negozi ci sia da qualche parte una sua foto con scritto “Wanted” o qualche bambolina a sua immagine trafitta da spilloni perché la mia signora è di quella stirpe malvagia che prova una quantità di cose, scomoda la commessa per farsi consigliare o cercare la taglia e alla fine, dopo averla illusa che se veniva pagata a percentuale quello era il suo giorno fortunato, le riconsegna il tutto dicendo: “Grazie, ma non sono convinta, ci penserò…”.

Durante i saldi non mi vengono risparmiati nemmeno i mercatini rionali

Il mio ruolo di “Accompagnator cortese” (più o meno…) poi è ancora più frustrante perché vengo coinvolto in ogni possibile scelta, sapendo bene che qualsiasi cosa io dirò o proporrò sarà sbagliata o idiota per definizione. Diciamo per vizio originario, in quanto proveniente da uno che, non sapendo cosa sia un coprispalle o non avendo idea di che tacco serva per ballare Tango, sarebbe meglio si astenesse dal dare pareri o dal suggerire. In ogni caso, il problema maggiore è dato dal momento della prova. Infatti, appena lei entrerà nel camerino con il vestito o la gonna che deve provare, dopo esser stato caricato come un attaccapanni di borsetta, cappotto e occhiali verrò messo di piantone davanti alla tenda da cui lei uscirà periodicamente come uno dei Re Magi della Torre dell’orologio per pronunciare la frase più temuta: il “Come mi sta?”

Ora, io so benissimo che nel linguaggio coniugale il “Come mi sta?” significa: “È tanto che non ci facciamo una bella litigata”, ma il problema è che non so come superare il dilemma della risposta. Perché magari il rotolino sui fianchi che non ci dovrebbe essere, ma che il vestito - sempre di una taglia inferiore a quel che le servirebbe - nasconde appena, glielo vedo benissimo perché non sono orbo, ma so che se glielo facessi notare ne verrebbe fuori una tragedia di proporzioni bibliche per lesa maestà e che sarei immediatamente accusato di cospirazione contro la sua persona, infliggendole intenzionalmente sughi pesanti, facendole mangiare troppi formaggi o mettendole olio in eccesso nell’insalata. Dunque, da oggi tutti a dieta, che la ricreazione è finita. D’altronde so anche di non potermela cavare negando l’evidenza perché, in realtà, lei il suo rotolino lo ha visto benissimo nello specchio del camerino e aspetta solo che io le dica: “Oh! Stai benissimo, ti casca perfettamente…” per scatenare l’attacco sulla stomachevole piaggeria nei suoi confronti che mi porterebbe perfino a negare l’evidenza. Una volta ho perfino provato a chiederle cortesemente: “Cosa gradiresti sentirti rispondere?” sperando di avere quell’aiutino che nei quiz non si nega a nessuno, ma è stato peggio.

Per mia fortuna, quando lo shopping avviene tra le bancarelle di qualcuno di quei mercatini rionali che oggi sono tanto trendy (ormai il numero delle signore in pelliccia alla ricerca dello straccetto cinese in lana “mortaccina” ha superato quello delle badanti moldave) e dove finalmente l’elfa può ravanare come una ruspa nei cestoni del “4 paia di collant x 5 euro” senza che la commessa la guardi male, almeno il momento a rischio della prova non avviene, se non altro perché di solito il camerino o è un pertugio angusto tra gli scatoloni dentro il furgone, oppure è una tendina di fortuna in mezzo a una strada con il rischio concreto di farla ribaltare e di ritrovarsi in mutande tra i passanti (è successo).

Non c'è shopping che meriti senza le patatine fritte, ma almeno questa volta
c'è il panino con la porchetta e il vino e non il cheeseburger con la Coca

Un grave problema accessorio nel nostro caso è dato dalla “Sindrome del cheeseburger” che inesorabilmente colpisce la mia dolce metà all’ora di pranzo, malgrado di norma sia una buongustaia abbastanza esigente, ogni qualvolta si dedica allo shopping nei grandi centri commerciali e che consiste nell’improvvisa e irrefrenabile voglia di un panino molliccio con la polpetta unta, il formaggio fila e fondi, l’insalata fiappa, la maionese che fuoriesce da tutte le parti, il ketchup e le patatine fritte da annichilire con un boccalone di coca ghiacciata da colpo apoplettico (antiacido non incluso nella confezione). Che già quando aspettava nostro figlio, mentre eravamo a passeggio lungo il corso principale di Gibilterra durante una gita organizzata, era stata colta dal desiderio sfrenato di un' Apple pie e solo al pensiero che nostro figlio a causa di ciò potesse nascere con una voglia fatta a forma di logo del Mc Donald’s mi aveva indotto a correre in giro come un forsennato fino a trovare un fast food che gliela vendesse. Inutile quindi proporle ristoranti, pizzerie o street food alternativi. Non funziona nemmeno il kebabbaro. Lei, per accompagnare adeguatamente il rito dello shopping, vuole il suo hamburger con le patatine fritte, punto e basta. 

Infatti, anche questa volta me lo ha proposto e ho dovuto combattere duramente per non dovermi ingozzare in fretta su un vassoietto, dopo una coda interminabile alle casse, tra adolescenti sgomitanti con l’acne iuvenilis, il giubbino nero plasticato e il piercing, famigliole con bambini frignanti, signore aggressive modello “Guardi che c’ero prima io” e gente dallo sguardo bovino che aspetta in piedi con il vassoio in mano che tu finisca di ingurgitare la tua polpetta e le lasci il tavolinetto. Oppure il tizio che ti chiede: “Posso sedermi?” e, senza neppure attendere la risposta, si accomoda al tuo fianco sulla panchetta invadendo progressivamente ogni spazio finché alla fine abbandoni la postazione.


Il mercato antiquario di Badoere (TV). Merita anche per la piazza seicentesca

Alla fine, visto che c’era gente in coda fino all’ingresso del locale, sono riuscito a giungere ad un faticoso compromesso e considerato che alle due e mezza non esistevano più in zona ristoranti con la cucina aperta, ci siamo recati in una paninoteca di quelle da paesino, che a quell’ora sono semi deserte se non fosse per i soliti due vecchietti che giocano al videopoker. Uno di quei posti ancora umani dove i panini sono davvero tali, con la rosetta, il salame e la mortadella tagliati freschi, mentre il vino è un rabosello frizzantino spillato dalla damigiana e pazienza se il barista ha gli occhi a mandorla. Lì, ammorbidita dal buon vino e dalla tranquillità del posto (e forse stanca, visto che camminavamo tra scaffali, appendiabiti e vetrine da quasi quattro ore) la mia dolce metà ha finalmente sorriso grata poi mi ha detto: “Sei stato carino oggi… mi hai seguito per negozi senza nemmeno lamentarti troppo. Non mi hai nemmeno fatto fretta sbuffando come al solito mentre guardavo i rossetti, i fondotinta e le matite per gli occhi da Kiko. Che ti succede? ”.
“Sarà un residuo del clima di bontà natalizio…sabato prossimo te lo scordi”.
“Può essere… comunque meriti un premio e se domani è una bella giornata ti porto a fare il giretto promesso”.
La guardai sospettoso per via del fatto che avendo una cultura classica conoscevo bene la faccenda del “Timeo Danaos et dona ferentes”.
Senti un po’ bellezza… domani i negozi sono chiusi, vero? Posso stare tranquillo?
L'elfa incrociò le dita come fanno i boy scout per i giuramenti “Certo, è il sei gennaio, quindi un giorno festivo. Ci sarà qualche supermercato aperto, ma abbiamo già fatto le spese, i ragazzi sono tornati a Düsseldorf e domani non devo andare dai miei, quindi siamo liberi di fare quello che vogliamo...”.
Anche l'Ikea è chiusa, vero?”.
Si, anche loro...”.
Ah! Bene… allora dove andiamo? A Caorle a mangiare pesce? Oppure per malghe in Alpago? Pur di andare fuori mi sta bene perfino rivedere ancora i mosaici romani di Aquileia o l’abbazia di Pomposa…”.
Nulla di tutto ciò… andiamo a Badoere”.
Perché Badoere? La piazzetta seicentesca con le colonne a semicerchio è deliziosa, ma il paese sono quattro case in tutto e finisce lì. Poi, ci siamo già stati. Per quale ragione dovremmo andarci di nuovo?
Mi riempì nuovamente il bicchiere di rabosello, forse per anestetizzarmi, poi sorrise nuovamente maligna. “C’è il mercatino dell’antiquariato dell’Epifania…”.