domenica 11 novembre 2018

Dei viaggi in Sleeperette lungo la valle del Po, alla moda di Mario Soldati, ma senza la salama da sugo


È un lunedì mattina, a Torino. Uno qualsiasi. Uno dei tanti che ho vissuto per dieci anni. Non necessariamente nebbioso, no...anzi, forse c'è anche un bel sole, ma potrebbero anche grandinare chicchi grossi come uova di struzzo, che tanto non me n’accorgerei. Infatti in quelle condizioni farei fatica a ricordare anche il mio nome, se qualcuno me lo chiedesse. Figuriamoci se realizzo che tempo c'è. Sono appena uscito dalla stazione di Porta Nuova e innesto il pilota automatico avviandomi verso la mia meta. Rischiando più volte, attraversando le strade in stato di sonnambulismo, di essere spianato per l’eternità da qualche sabaudo in vena di guida sportiva, mi ritrovo dopo un po’ di fronte all’edicola all’angolo di Corso Dante. Pago il quotidiano e mi allontano immerso nelle mie nebbie, essendo inseguito, come sempre, dall’edicolante al grido di: “Ehi! Signore.. .si è dimenticato di prendere il giornale! “ (Quando dimenticavo di prendere il resto di diecimila lire, l’inseguimento non avveniva. Tanto meno con il resto di cinquantamila). Guadagno faticosamente, la porta d’ingresso della società. I sorveglianti dentro la guardiola, come al solito, prima del: “Buongiorno dottore!“ mettono istintivamente mano alla pistola. Non so dare loro torto. 

Infatti, la prima occhiata allo specchio del bagno al pianterreno mi restituisce l’immagine di uno zombie sgualcito, con gli occhi rossi e gonfi di sonno e la barba lunga. Corro (si fa per dire) al distributore del caffè con il pieno di gettoni. Mi sparo in gola due caffè forti e ristretti in rapida successione, con un uno-due micidiale (per la pressione.). Ascolto i rumori interni del mio corpo. Mi pare di sentire l’onda nera del caffè bollente che scorre sfrigolando nelle vene strizzando impietosa nervi e cervello. Comincio a connettere. Ora finalmente so, con buona approssimazione, chi sono, da dove vengo, dove sono e cosa sono venuto a fare. 

Malgrado ciò resterò per tutto il giorno una presenza spettrale che scivola lungo corridoi moquettati mentre colleghi pimpanti e ricaricati dal week-end ti sollecitano con mille questioni di lavoro che il tuo cervello si rifiuta di registrare. Un numero infinito di possibili figure da rincretinito mi attenderà al varco durante la giornata, fino al dramma finale: l'irrefrenabile abbiocco postprandiale che sopraggiungerà puntuale a cavallo tra le 14.30 e le 15.00 (e malgrado tutti i tentativi disperati per tenere aperte le palpebre…) nel bel mezzo di una riunione di lavoro e alla presenza dell’Amministratore Delegato. Tale sgradevole situazione, che alla fine farà di me una curiosa leggenda aziendale, trae origine da una ben precisa causa. Infatti, dal settembre del 1990, essendo entrato a far parte di Isvor Fiat, l'università interna del Gruppo che erogava formazione e consulenza in tutto il mondo, sono stato costretto a servirmi con cadenza settimanale dell’unico mezzo possibile per il mio andirivieni con Torino: il treno. E questo perché non era cosa salutare e tantomeno conveniente affrontare ogni settimana ottocentoquarantasei chilometri (scritto per esteso fa più impressione...) d’autostrada trafficata e nebbiosa. Né in automobile, né tantomeno in bicicletta come avrebbe voluto mia moglie, perché mi avrebbe fatto tanto bene. Così, facendo di necessità virtù e confidando ingenuamente nel fatto che un paese civile non potesse che disporre di servizi di trasporto pubblico degni di questo nome, ho cominciato la mia odissea ferroviaria pluriennale che cercherò ora di raccontare.


Nessuna illusione, il tuo treno è quello a destra...

Agli inizi ero costretto per l’orario di lavoro che si voleva rigorosamente uguale per tutti di ogni ordine e grado a presentarmi in ufficio tra le otto e le nove di mattina. Questo finché una sabauda illuminata (grazie, Daniela) non ha realizzato che provenivo da ben oltre Vercelli (che un sabaudo Novara la guarda con sospetto perché potrebbe essere già Lombardia), dunque potevo avere un orario personalizzato senza creare competizione tra i colleghi ed essere costretto a viaggiare la domenica notte. Quindi, nell'attesa di avere finalmente quel benefit, dopo aver chiamato un taxi appena alla Domenica Sportiva trasmettevano il servizio sull’ippica, partivo da Mestre un quarto dopo mezzanotte, in mezzo a nugoli di poveracci pendolari come me, con i borsoni carichi di provviste e biancheria per tutta la settimana e gli occhi gonfi di sonno. Sulla pensilina della stazione incontravo di solito un ometto che faceva il carpentiere in Svizzera e che avendo preso confidenza al momento di partire mi diceva invariabilmente: “ Sono sempre i migliori che se ne vanno ! “ e la battuta peggiorava il mio umore in quanto la consideravo di cattivo auspicio, anzi, decisamente jettatoria. Tanto che ormai prevedendo la gufata tenevo le mani in tasca per una fuggevole toccatina scaramantica. 

Il treno, lento come una tradotta della prima guerra mondiale, arrivava cigolando da Trieste già carico d’altra dolente umanità ed altra ne avrebbe raccolta lungo una serie interminabile di fermate (oltre venti, variamente distribuite su di un percorso di 423 chilometri da compiersi in circa sette ore, alla formidabile velocità di 60,02 Km/ora). “ Quel lungo treno che andava al confine...” cantavano mestamente gli alpini durante la prima guerra mondiale e a volte sembrava davvero di esserci a bordo. Ricordo che una gelida notte d’inverno, mentre saltellavamo lungo la pensilina per non congelarci i piedi, l’altoparlante della stazione gracchiò: “Si dà avviso ai signori passeggeri che, causa neve, il treno 648 da Trieste per Torino viaggia con 120 minuti di ritardo” perché i ritardi si annunciano sempre in minuti, così la gente non comprende subito che si tratta di due ore e s’incazza di meno. Subito dopo, evidentemente convinto di aver spento il microfono, l’annunciatore canticchiò: “ Deèvi morire...” e mai commento apparve più appropriato. Anzi, qualcuno propose che tale ritornello da stadio fosse assunto al rango d’inno ufficiale delle nostre ferrovie. Ma, per fortuna, ritardi di tal entità erano abbastanza rari. La media di solito si aggirava sui venti minuti. Che era pur sempre una gran schifezza di servizio, ma insomma... 

In ogni modo, in quegli anni avventurati, vinta la solita breve colluttazione per salire a bordo prendevo necessariamente posto sull’unico (!) vagone di prima classe disponibile: una Sleeperette. Qualora uno si chiedesse perché all’epoca non pigliassi posto nel vagone cuccette, lo tranquillizzo subito. Non sono uno sprovveduto a tal punto. Era solo perché all’epoca le nostre Ferrovie non prevedevano un vagone cuccette su di un treno che viaggiava dalle dieci di sera alle sette del mattino. Anzi, il vagone cuccette inizialmente c’era, ma poi l’avevano tolto per metterlo sul treno precedente che però partiva alle cinque del pomeriggio dunque al massimo si sarebbe usato per un sonnellino. Avevo chiesto spiegazioni ma nessuno sapeva dirti il perché e ti guardavano sospettosi come se avessi voluto sapere troppe cose. Probabilmente era uno dei segreti dei cavalieri templari. 

“Va bene, ma che cos'è una Sleeperette ?” si chiederà l’ignaro lettore, cui la vita ha finora risparmiato simili crudeli esperienze. Occorre sapere allora che si tratta di uno speciale vagone ferroviario tipo pullman, con i sedili reclinabili, progettato, da quel che si capisce, da qualche nemico dell’umanità. Infatti, a prima vista, lo scopo apparente della Sleeperette sembrerebbe quello di consentirti di effettuare un comodo viaggio notturno, immerso piacevolmente nel sonno. Niente di più sbagliato. Questo che segue è il racconto come si viaggia realmente in una Sleeperette.


La Sleeperette, l'incubo delle mie notti di viaggio.

Già il primo impatto all’ingresso nel vagone lascia sgomenti: l’aria è soffocante e il tanfo di piedi e ascelle sudate che si è formato nelle due ore di viaggio lungo la tratta da Trieste prende alla gola come i gas austriaci sul Carso. Nell’oscurità, rischiarata solo dalle luci esterne della stazione, cerchi di individuare rapidamente un sedile libero che raggiungerai inciampando e sbattendo su teste reclinate, gambe e borse, avendo solo qualche calzino bianco (c'è sempre un viaggiatore che fortunatamente li indossa...) come punto di riferimento. Raggiunto il tuo posto guarderai perplesso lo schienale del sedile che ti precede nella fila e ti chiederai il perché della sua curiosa (e minacciosa) forma a cuneo pronunciato, dei suoi spigoli e zigrinature e del piccolo scanso ricavato nella sua parte superiore. Ma non ci sarà bisogno di risposta. Lo capirai, infatti, da solo non appena avrai trovato il pulsante (durissimo e accuratamente nascosto) di ribaltamento del sedile. Perché, nello stesso istante in cui ti sentirai catapultare all’indietro con violenza, sentirai anche alle tue spalle un urlo atroce, seguito da uno scroscio d'acqua e scoprirai che il cuneo del tuo sedile ha straziato le carni e le tibie del poveraccio sul sedile dietro, intanto che dal piccolo scanso portaoggetti la sua mezza bottiglia di minerale gli era scaraventata in pieno petto. Infatti, a sedile davanti reclinato, il cuneo consente unicamente di sedersi incastrandosi con le gambe divaricate in posa ginecologica nell'esiguo spazio lasciato libero e dopo contorsioni da fachiro indiano. E questo senza alcuna plausibile ragione che non sia il puro sadismo.

La particolare e innaturale postura cui era costretto il corpo del viaggiatore appariva studiata appositamente per provocare un accartocciamento generale delle membra (i cui effetti anchilosanti si sarebbero protratti per diverse ore) e un progressivo informicolamento di tutta la parte inferiore del corpo, con perdita della sensibilità dai piedi fino al basso ventre e relative ansie per la virilità. 
In ogni caso, non appena il treno si sarà mosso, pur con il cuore attraversato dal timore di avere a tua volta le gambe maciullate da un improvviso reclinamento del sedile davanti (il reclinamento dei sedili è, tra l’altro, sostanzialmente irreversibile, perciò nelle tue fantasie t’immagini già i pompieri al lavoro con la fiamma ossidrica per liberarti...), cercherai di prendere sonno. Ma ti accorgerai ben presto che i tuoi sessanta compagni di viaggio rappresentano un campionario eccellente di tutte le tendenze alla moda nel russare. In pratica, dal pop alla new age e fino all’heavy metal, compreso il rapper che parla nel sonno. Con la disperazione nel cuore, ma cercando cocciutamente di assopirti, anziché contare stupide pecore, proverai quindi a catalogare tutti i tipi di russamento presenti: a trombetta, a sega elettrica, allegro con brio, sussultorio, petillànt, a sibilo con ruggito finale etc. Ciascuna di tali emissioni sonore sarà naturalmente tarata in intensità per essere in grado di passare lo sbarramento dei tappi in cera per le orecchie. Questo qualora pensassi di fare il furbo.


Si avvisano i signori passeggeri... (e vai con i 120 minuti di ritardo)

Inoltre, scoprirai che da una qualche parte del finestrino apparentemente chiuso promana uno spiffero ghiacciato inarrestabile che di lì a poco ti lascerà un leggero strato di brina sul loden messo a vana difesa a mo’ di coperta, garantendoti un commovente look da:“Vedetta alpina sulle Tofane, 1917”, oltre ad un robusto torcicollo. Non appena, nonostante l’ambiente ostile, ti sarai finalmente assopito, arriveranno i controllori. I quali hanno due stili d’approccio al controllo dei biglietti: o ti puntano una pila elettrica sugli occhi strattonandoti energicamente la spalla in stile: Distretto di Polizia di Chicago oppure si piazzano in forze ai due estremi del vagone, accendendo di colpo la luce in stile retata della Gestapo. Caratteristica dell’operazione è in ogni modo che, mentre di giorno, se va bene, vedi il controllore una o due volte, il controllo dei biglietti di notte avviene all’incirca ogni venti/trenta minuti. Tanto che all’arrivo il biglietto apparirà orrendamente bucherellato come una fetta d’Emmental.


Di notte li controllano e li perforano almeno venti volte

Nell’intervallo tra un controllo e l’altro, in ogni caso, passano i ladri di valigie. Perché, a quanto pare, in questo nostro avventurato paese persistono ancora reati preindustriali come il furto di valigia che, al pari dell’abigeato, del furto di galline e della vendita del Colosseo al turista americano, le persone civili credevano ormai confinati ai film degli anni '60 con Totò, Peppino de Filippo, Aldo Fabrizi e Memmo Carotenuto. E così, tra i tanti sgradevoli ricordi dei miei viaggi, conservo anche quello di una notte di dicembre quando mi risvegliai dal mio sonno agitato giusto in tempo per vedere - con un tuffo al cuore - che il portapacchi sopra la mia testa era sconsolatamente vuoto. Intuendo così che la mia borsa aveva preso il volo tra le stazioni di Brescia e Rovato e che con lei se n’erano partiti : 

1- n. 5 paia di camicie (un po’ lise) 
2- n. 5 paia di mutande 
3- n. 5 paia di calzini abbastanza assortiti (due calzini blu erano spaiati...) 
4- n. 1 contenitore contenente hamburger con cipolla stufata (mia cena del lunedì) 
5- n. 1 scatola biscotti del Mulino Bianco (con due punti regalo !) 
6- n. 1 bottiglia birra Dreher formato famiglia (vedi anche punto n. 4) 

Naturalmente il mio dolore più vivo nell’occasione riguardò la sparizione dell’hamburger con le cipolle, e per il resto mi rassegnai ben presto (e fu anzi una buona scusa per convincere mia moglie a rinnovare il parco camicie...). Però, dal momento che, a detta del Capotreno, la cosa succedeva quasi tutte le notti, mi chiedo ancora oggi quale pirla di ladro fosse così sprovveduto da pensare di trovare mirabolanti ricchezze sopra un treno di poveri pendolari. A meno che non esista da qualche parte un misterioso racket del calzino usato disposto a pagare cifre spropositate per un pedalino bucato.

Il furto della valigia fu in ogni caso la goccia che fece traboccare il vaso e decisi pertanto che, in ogni caso, non potevo più viaggiare in quel modo, correndo quei rischi. Anche perché ogni volta che lo incrociavo in ascensore il nostro Grande Capo Megagalattico, tanto per rinfrancarmi il morale, dopo avermi guardato con l'espressione di chi è sorpreso di rivederti, mi diceva: “A lei, prima o poi, l'accoltellano...” come se avessi viaggiato per mio diletto e non per la sua azienda. E la cosa, oltre a farmi girare le scatole, mi aveva messo una pulce nell’orecchio. Così, dopo un attento studio degli orari ferroviari, decisi che, sacrificando la cena a casa e i servizi sulle partite, potevo tentare di prendere un treno per Milano in partenza alle 20.30 della domenica ed in coincidenza con l’ultimo treno utile per Torino, che partiva dieci minuti dopo la mezzanotte per arrivare a destinazione poco prima delle due e concedendomi almeno cinque ore di sonno ristoratore nel mio letto sabaudo. Il rischio era che, se per caso avessi sforato la coincidenza, sarei dovuto restare fermo in stazione a Milano fino alle quattro e mezza del mattino, nell’attesa del treno successivo, che era quello solito con la Sleeperette. In ogni caso il rischio appariva ragionevole, in quanto vi era più di mezzora di margine. Che per delle ferrovie di un paese civile ed europeo (insisto...) avrebbe dovuto essere un lasso di tempo di tutta sicurezza. Ma come andò a finire quella notte, lo vedremo nella prossima puntata...

giovedì 1 novembre 2018

Delle astutissime ma molto fallibili tattiche di seduzione alle feste degli anni '60


Negli anni del liceo, essendo stato appena mollato dalla mia prima ragazza fissa che essendo ripetente era quasi due anni più grande di me e dunque decisamente più sveglia, tanto da mettersi con un tizio che era già all'università, per ribellarmi a tanta cattiva sorte decisi che era giunta l'ora di entrare nel vorticoso giro delle feste in casa che a Venezia, unica città al mondo senza discoteche o locali in cui ballare, se si eccettuava un night club con tanto di entreineuses  in cerca del pollo a cui fare ordinare uno spumante Cinzano che gli sarebbe costato come un Dom Pérignon e un club privato vicino all'Accademia altamente sconsigliato ad un ragazzo giovane per il particolare tipo di clientela che lo frequentava, costituivano l'unico modo per conoscere e frequentare ragazze anche al di fuori del giro delle compagne di scuola. Infatti, volendo, se ne trovavano almeno un paio a settimana e bazzicando tra Campo Santo Stefano, Campo San Luca e San Bortolo (Bartolomeo) dove c'era lo struscio serale dei ragazzi veneziani, qualche invito lo si rimediava sempre. Questo anche perché essendo fortunatamente alto, di modi garbati e classificato come "belloccio" risultavo abbastanza appetibile al gentil sesso. Pertanto, acquistato da Vittadello in campo San Lio e grazie al generoso contributo di mia zia, che mia madre non ne voleva sapere, un completo blu scuro da sera (perchè alle feste dell'epoca si andava vestiti bene, in giacca e cravatta) e arricchitolo con una cravatta regimental di seta appertenuta a mio padre e una bella camicia button down con i gemelli dorati sui polsini, rimanevano da mettere a punto le tattiche di seduzione da adottare.
 
Avendo risolto a modo mio il celebre dilemma di Moretti: "alle feste mi si nota di più se non ci vado o se resto lì in disparte?" con la scelta di frequentarle assiduamente rimaneva infatti in sospeso la questione di quale comportamento adottare per ottenere la giusta visibilità ed evitare l'anonimato dell' "effetto massa", che poi una il giorno dopo ti diceva: "peccato che non sei venuto!" e invece c'eri. Abbandonai subito l’ipotesi di imitare un mio compagno di classe che si atteggiava a compagnone allegro e confidente di tutte, un po’ perché non era nelle mie corde e aveva pure l'aria malaugurante del temutissimo "restiamo amici", un po’ in quanto la parte la faceva già lui e non era il caso di farla in due, ma, soprattutto, perché chi sceglie di fare “l’amico delle donne” generalmente va in bianco dal momento che con gli amici ci si confida ma non ci si mette, se non in età adulta e come ultima ratio.  Dunque, non volendo aspettare tanto tempo, la tattica che adottavo era quella ben collaudata di assumere l’aria malinconica di chi si porta dentro un grande dolore e se ne sta in disparte con il suo bel bicchiere di coca-cola in mano. Insomma, una cosa collocabile tra l’umore tenebroso di un giovane Werther che vede Charlotte imburrare una fetta di pane per Albert, la madeleine di Proust e un poète maudit.


Alle feste dei 18 anni le ragazze erano in lungo e  noi
si andava con la giacca bianca dello smoking,
anche con il rischio di essere scambiati per il cameriere

Dai diciassette anni in poi, come detto in precedenza, avevo introdotto tra gli strumenti di seduzione anche le Gauloises senza filtro, che lasciavo penzolare dal labbro come un giovane Alain Delon, ma stando ben attento a non riempire i denti di pezzettini di tabacco, con il rischio di ritrovarsi il “sorriso primavera” come con i tramezzini vegetariani. Naturalmente, l'espressione triste andava utilizzata senza esagerare altrimenti si finiva come Emanuele a fare il ruolo di quello un po’ sfigato che cambia i dischi. Doveva essere giusto un velo, uno sguardo disilluso da uomo ferito ma non domo da far balenare ogni tanto. Quindi occorreva studiare con cura la candidata da scegliere tra le meno peggio di coloro delle quali ti accorgevi, intercettando qualche sguardo insistito, che ti avevano notato a loro volta. Soprattutto, occorreva essere sicuri che non ci fossero da parte sua o di altri delle mire in corso, per evitare spiacevoli incidenti diplomatici.

A questo proposito, siccome l' "Arte della guerra" insegna che il primo passo verso la vittoria consiste nel saper scegliere realisticamente il proprio nemico, conveniva abbandonare subito la pretesa di indirizzare le proprie attenzioni verso la fascia di nicchia delle "bellone abbaglianti " dove trovavi più affollamento di pretendenti che sul vaporetto della linea 1 nelle ore di punta. Lo stesso valeva per le "belle incantevoli" e le "carine intriganti" dove i duellanti erano ancora in buon numero. Invece, scegliendo come target il vasto territorio delle "graziose e accettabili" fino al livello del "che non si fila nessuno" avevi non solo la possibilità di trovare la concorrenza molto ridotta, ma incontravi quasi sempre ragazze sveglie, di grande simpatia e molto piacevoli perché non se la tiravano come le altre e magari la possibilità d'incrocio tra la domanda e l'offerta era attraente per entrambe le parti. In ogni caso, una volta individuato il bersaglio e ultimate le verifiche, tutto era pronto per l’attacco che doveva essere effettuato con la determinazione e la rapidità di un incursore di marina.


Con i miei genitori e mio fratello in Piazza a 15 anni.
Ero alto e stiloso, dunque irresistibile (magari...) 

Non appena lei era seduta a rifiatare da qualche parte, possibilmente senza amiche attorno, era il momento di spegnere con decisione la sigaretta (che spesso si era già spenta per conto suo, perché a forza di tenerla in bocca si era inumidita). Dopo aver passato rapidamente la lingua sui denti per rimuovere gli eventuali pezzetti di tabacco di cui sopra, ci si avvicinava alla preda con l’aria di chi aveva improvvisamente deciso di dare un calcio alla cattiva sorte e fissandola con lo stesso sguardo che mia madre classificava come "fecondatore" si proferiva un: "Vuoi ballare?" che non ammetteva rifiuti. Di solito lei spalancava gli occhioni ingenui e rispondeva stupita: "Chi, io? " 
Così, dopo esserti morsicato la lingua per non ribattere: "Certo, bellina! Chi vuoi che inviti? La tua sedia? "  dovevi risponderle come il Principe Azzurro di Cenerentola con un suadente: "Sì, è proprio con te che vorrei ballare, sai? Però se non vuoi... " . 
L'ultima frase serviva a farle intendere come fossi una persona di sentimenti profondi e disposta anche ad accettare l'ennesima cattiva sorte di un rifiuto. 
Il suo: "Ma certo che lo voglio! Sono qui per questo, mica per far tappezzeria, che diamine!" era implicito nel fatto che a quel punto lei si alzava subito prima che potessi cambiare idea e raggiungeva con te il centro della sala.

Ovviamente, per avviare le danze, che dovevano essere lente e struggenti, occorreva aspettare che finisse la manciata iniziale di twist e surf, utile solo per frollare le carni. Dopo i rituali convenevoli di cortesia (nome, cognome, scuola, numero di matricola) bastava di solito aver la pazienza di aspettare un pochino e la pesciolina, curiosa come tutte le donne, abboccava all'amo con l’atteso: "Ti posso chiedere una cosa un po’ indiscreta? Come mai te ne stavi tutto solo? ". 
Questa sua domanda ingenua era la prova provata che aveva notato il tuo velo di malinconia e che ora si stava ponendo il problema di come ficcare il naso nei tuoi affari sentimentali, che dovevano esserne la causa. 
Da quel momento in poi, disponendo di inventiva e dialettica, si giocava alla grande rivelandole gradualmente tutta una serie di sofferti “ti dico e non ti dico” a proposito di una recente e tristissima storia d’amore con una ragazza che l'aveva illuso e poi lasciato di punto in bianco per mettersi (chi l'avrebbe mai detto?) proprio con uno dei suoi migliori amici. Se il racconto era credibile di solito provocava dopo pochi istanti la domanda incuriosita "Ma (questa zoccola) la conosco?" . Qui si doveva rispondere "forse sì, ma come immagini non voglio dirne il nome per correttezza" e questo ti dava subito dieci punti bonus nella sua considerazione. Era comunque importante mescolare nello stesso pentolone della vicenda ingredienti forti quali: l’amore infedele, l’ingenuità oltraggiata e irrisa, l'amicizia tradita, l’inganno crudele... cioè la serie completa di tutti i peggiori luoghi comuni delle soap opera.


Forse studiando, ma pensando a lei...

Durante il ballo era necessario aumentare progressivamente la stretta e insinuare per gradi nel discorso concetti riassumibili in: "Magari la mia ex fosse stata una donnina dolce e comprensiva come te. Allora si che avrei avuto la felicità a portata di mano". Di solito lei annuiva pensosa e si stringeva di più. A quel punto occorreva avere ancora un po’ di pazienza, mentre la pesciolina si rosolava ulteriormente al fuoco delle chiacchiere e aspettare il momento clou di tutte le feste: lo spegnimento della luce. Prima o poi, infatti, arrivava sempre il momento in cui qualcuno avrebbe fatto finta di essersi appoggiato per sbaglio con la schiena sull'interruttore spegnendo le luci della sala. In quel preciso istante tra tutte le coppie in sala sarebbero partite delle raffiche di baci e di stropicciamenti frenetici (ma solo per i più evoluti). Occorreva però sbrigarsi a pomiciare perché appena si accorgeva del buio la madre della padroncina di casa accorreva a sirene spiegate con la velocità della polizia nei film americani per ripristinare l’ordine e smascherare il colpevole che era severamente redarguito di fronte a tutti (lo dirò a tuo padre) e a volte persino invitato ad andarsene con un rosso diretto. A casa di una ragazza di Cannaregio arrivò perfino la nonna con la scopa in mano, salutata dall’applauso di tutti.

Con il favore delle tenebre potevi infliggere alla preda la stoccata finale del matador e sussurrarle in rapida successione una serie di cosette tanto dolci da intenerire anche Angela Merkel. Al termine della sequenza, tenendo pronto il Kit di salvataggio "scuse-fraintendimento", era possibile provare a darle un primo tenero bacino di test sulla fronte, sugli occhi (a patto di non sciuparle il Mascara) o anche sul lobo dell’orecchio, ma senza mordicchiarlo ancora. La scelta tra queste opzioni dipendeva in particolar modo dalla statura della malcapitata che imponeva alcune regole da rispettare:
1-Se ti accompagnavi a delle nanerottole andava bene il classico bacio sugli occhi o sopra la teca cranica. 
2-Se ambivi a delle cavallone: bacio sul lobo e, nei casi estremi, sulla punta del mento o sul gargarozzo e fino a dove si arrivava senza camminare sulle punte come una ballerina classica, evitando comunque il bacio all’attaccatura del seno in quanto prematuro. 
3-Se, infine, eri interessato al genere normolineo, bastava un bacio sul lato del collo, o, meglio ancora, dietro l’orecchio stando attento però a non farle cadere l’orecchino che poi ti toccava cercarlo subito in ginocchio sul pavimento prima che gli altri lo pestassero, con grave rischio per le tue delicate dita da chitarrista. In mancanza di apprezzabili reazioni negative, si poteva finalmente, dopo tanta fatica, passare al bacio vero e proprio (modello base, lingua optional) con successiva, travolgente limonata su divano appartato e/o in una delle tante callette buie dove passavano sì e no due persone al giorno, eccetto quando stavi pomiciando.


The day after...

In realtà, la tattica che dava i migliori risultati per incuriosire positivamente le ragazze era quella che mi veniva spontanea nella vita di tutti i giorni per una naturale predisposizione alla timidezza e all’essere imbranato nelle faccende quotidiane come tutti i giovanotti cresciuti nella bambagia di mamme, nonne e zie che tutto sanno e che a tutto provvedono . Però essendo un maldestro volonteroso cercavo almeno di rimediare alle mie carenze con soluzioni ingegnose, ma quasi sempre con risultati discutibili. Per esempio, fino al giorno in cui cominciai a vivere fuori di casa nell’appartamento padovano ero del tutto all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi, questo perché mia madre e mia nonna come due fatine buone facevano periodicamente il giro dei cassetti e degli armadi rinforzando all’occorrenza quelli penzolanti. Così, appena scoperta la caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte materna del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare aghi con il filo già inserito nel cestino da lavoro di mia madre. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni del loden e delle camicie attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le ragazze del’epoca. Questo giacché a rinforzo dell’addestramento da “angelo del focolare” impartito a quei tempi dalle madri, a scuola avevano anche l’ora di economia domestica per diventare bravissime oltre che nello sfornare crostate bruciacchiate anche nel cucito e nel lavoro a maglia. Così, oltre ad infliggerti tragici maglioni con gli orli sformati e con le maniche di diversa lunghezza, guardavano divertite e con tenerezza materna quei miei rammendi improbabili (e non avevano nemmeno visto i calzini blu ricuciti con il filo rosso). Ed era proprio sull’istinto materno che ad un certo punto decisi di puntare per entrare nelle grazie del gentil sesso anche perché non mi costava molta fatica, visto che spesso le cretinate per intenerirle mi venivano spontanee.


Una così mi sarebbe tanto piaciuto incontrarla in quelle feste.

Ricordo a mo' di esempio la tragica serata di quando andai ad una festa al Lido a casa di una tizia che neppure conoscevo e solo perché mi era stato detto che ci sarebbe stata anche una ragazza del Liceo Marco Polo di nome Claudia, che mi piaceva un sacco. Mi ero fatto invitare da amici comuni che mi avevano detto che la casa della festeggiata si trovava in una traversa di via Sandro Gallo che finiva di fronte alla laguna. Le mie poche informazioni dicevano anche che la festa era di buon tono e quindi ero elegantissimo, con disco omaggio per la padroncina di casa. C’era un nebbione fittissimo quella gelida sera di gennaio e temevo che i vaporetti per il Lido non si muovessero, ma per fortuna, dopo venti minuti di attesa infreddolita all’imbarcadero di San Zaccaria, arrivò la motonave che aveva il radar e mi portò a destinazione. Imboccata la strada che mi era stata detta con un bel ritardo, realizzai di non aver chiesto il numero della casa in cui dovevo andare, ma la paura di non trovarla durò pochissimo, giusto il tempo di sentire musica e risate da una villetta con giardino a metà della via. Suonai, mi venne subito aperto il cancello e una ragazza molto caruccia e sorridente arrivò ad accogliermi sul portone “Ciao! Io sono Silvia e tu?” 
Sorrisi a mia volta “ Ciao, Silvia, io sono Carlo, grazie per avermi invitato. Sei tu la festeggiata?” 
Lei annuì, io le porsi il long playing degli Who che le avevo comperato e dopo il "Ma dai...non dovevi disturbarti" di routine ci demmo due bacini di ringraziamento, poi lei mi prese il cappotto dicendo di accomodarmi in salotto con gli altri, che sarebbe tornata subito. Lo feci molto volentieri, salvo rendermi conto dopo dieci minuti e un paio di pizzette e coca cole, che io di quella gente non conoscevo nessuno. Non erano del mio giro, ma questo non voleva dire nulla visto che il Lido non era tra le mie frequentazioni abituali, però non c’era neppure la ragazza per cui ero lì.

Attesi che questa Silvia ritornasse in vista, poi le domandai “Scusa, ma non vedo Claudia. Non è ancora arrivata?” .
Lei mi guardò perplessa e disse “ Guarda che Claudia c’è. E' in cucina a dare una mano a mia madre con i tramezzini... ma come mai conosci mia sorella?
Ah...caspita! Non avevo capito che Claudia abitasse qui e avesse una sorella, e che sorella. Ma anche tu sei al liceo Marco Polo come lei?” 
Lei rise divertita “Guarda che mia sorella Claudia è alla Scarsellini, aspetta che te la chiamo...” .
Nello stesso momento in cui la chiamava ricordai che la Scarsellini era una scuola elementare. Infatti arrivò al mio cospetto una bambinetta di circa otto anni con le treccine che si presentò e mi strinse la mano con grande compostezza e un accenno d’inchino.
Guardai sconsolato la padrona di casa “Scusa, ma temo ci sia un tragico errore... credo di aver sbagliato festa” 
Silvia rise di nuovo, ma stavolta proprio di gusto “Ma va? Ma cosa mi dici? Sai che forse cominciavo a sospettarlo?” .
Scusandomi per la figura barbina le chiesi il cappotto per rimettermi in strada a cercare l’altra festa, ma lei si oppose carinamente e mi riportò per mano in salotto, poi dopo aver chiesto un attimo di silenzio ai suoi amici disse loro indicandomi: “Qui c’è un povero viandante disperso nella nebbia e di nome Carlo che ha bussato per sbaglio alla nostra porta. Daremo noi generosa ospitalità a quest’anima smarrita, anche se ci ha portato un disco che non si può ballare?
Tutti dissero in coro di si e io, rosso d’imbarazzo, rimasi in quella festa. Mi andò pure bene perché qualche giorno dopo, visto che l’avevo intenerita con la mia disarmante idiozia, mi misi assieme con quella Silvia (qualche bacetto e poco altro, che all'epoca era il massimo che ti veniva concesso), che poi lasciai dopo due settimane, anche perché mi rivelò di aver cambiato il mio long playing degli Who con uno dei Dik Dik e questo non lo potevo tollerare ma anche perché andare avanti e indietro dal Lido mi costava un patrimonio e un mucchio di tempo. Due ottimi motivi, direi. O no?

mercoledì 24 ottobre 2018

L'importanza di chiamarsi Kevin


La signora con la felpa rosso lacca che faceva a pugni con i pantaloni della tuta rosa confetto era seduta su una panchina di piazzetta Santa Barbara per godersi un tiepido sole autunnale confabulando con le amiche in modalità “gossip senza ritegno” quando entrò improvvisamente in modalità: “madre agitata ma con tendenza al madre molto agitata” alzandosi di colpo e iniziando a sbracciarsi strillando: “Keeeevin, Keeeeevin….” . Tutto questo mentre passavo nei suoi pressi per la passeggiata pomeridiana con il quattro zampe peloso e facendo ululare il bretone che probabilmente aveva percepito alcuni ultrasuoni fuori dalla portata dell’orecchio umano, ma non del suo. Non mi ci volle molto a capire che il destinatario degli strilli era un bambinotto rubizzo e florido dai capelli a spazzola, che stava giocando a calcio con altri indemoniati sullo spiazzo in cemento del campo da basket e che, dopo aver reclamato a gran voce un rigore inesistente, al momento di batterlo era ruzzolato incespicando goffamente sul pallone mettendosi subito a piagnucolare immagino più per la figuraccia che per essersi ammaccato.


Il rigore calciato da Kevin è atterrato nel nostro giardino

Lasciato trascorrere il tempo necessario alla madre per portare i primi soccorsi con l'acqua ossigenata, il cerottino al ginocchio sbucciato e l'asciugatura delle lacrime, guardai meglio l'infortunato mentre riprendeva il gioco come se nulla fosse a conferma che era stata tutta una scena. Era un torello in formato XXL con la maglietta del Milan e una specie di codino multicolore sulla nuca alla Roberto Baggio, senza dubbio opera di un barbiere da segnalare al Tribunale dei minori. Valutandolo anche da un punto di vista tecnico (gli interisti sono tradizionalmente molto esigenti) notai che portava troppo la palla dribblando chiunque in “stile oratorio” e che doveva sentirsi molto bravo perché nessun altro bambino riusciva a contrastarlo o a spostarlo dal pallone, ma purtroppo per lui questo accadeva solo per via del baricentro basso e dei suoi lombi precocemente massicci. Così tanto pieni di polpa da farmi immaginare che o la madre in tuta rosa lo ingozzava di farinacei come l’oca per il foie gras, oppure che il pargolone facesse parte di quella sventurata generazione di ragazzini in dieta intensiva di Cipster e merendine al grasso idrogenato durante l’intervallo scolastico, dunque condannati alle profonde malinconie dell’età puberale per via dei brufoli incontenibili.

Quello che m’incuriosì, però, era quel nome inatteso da bimbo yankee e agguerrito di “Mamma ho perso l’aereo” e che qui da noi, terra di santi, poeti e navigatori, avevo sempre immaginato potesse essere affibbiato unicamente al figlio tamarro di Jessica e Ivano (cfr. Viaggi di nozze, di e con C. Verdone, M.& V.Cecchi Gori Production, Italia, 1995). 

Invece, ora avevo un vero Kevin davanti agli occhi, in carne (molta) e ossa. Che poi, esaminandone lombrosianamente la madre, per quanto ne sapevo il ragazzino poteva benissimo anche chiamarsi Chevin, come avevo appreso quando mia moglie Morena insegnava economia e tecnica bancaria ai giovani ragionieri della Riviera del Brenta. La sera del sabato, infatti, una volta sotto le lenzuola e come condizione ineludibile per l’espletamento (forse) di alcune mie velleità coniugali, l'elfa mi rifilava da correggere i compiti di economia aziendale dei suoi allievi in quanto, occupandomi di metodologie manageriali, ero ritenuto persona sufficientemente informata dei fatti. In tal modo, segnando a matita blu quello che mi pareva un erroraccio e dopo averle detto inorridito “ Meno male che questa per te sarebbe la migliore della classe. Non sa neppure scrivere il proprio nome… sostiene di chiamarsi Gessica come se fosse uno stucco per muri. Immagino che di cognome faccia Ducotone” avevo scoperto che tanta gente impone ai figli nomi stranieri perché fa tanto fino, ma non li sa neppure scrivere decentemente.

Non avete idea, infatti, di quante versioni di Samantha o Deborah abbia visto comparire sui compiti in classe di mia moglie, con quella “H” che andava e veniva irrequieta e secondo l’estro dei genitori. Per non parlare poi di tutti quei Cristian o Cristhian dei maschietti, che già è discutibile affibbiare una professione di fede ad un figlio che non può opporsi, impedendogli magari un domani di essere buddista o altro senza imbarazzo, ma almeno, se proprio lo volete fare, il nome scriveteglielo bene, che diamine! Basta informarsi. Che poi i nomi bisognerebbe anche poterli abbinare ai cognomi senza che gridino vendetta al cielo, che se uno si chiama Kevin e poi ha un cognome da profonda campagna veneta, l’effetto tragicomico è garantito.


Per fortuna non siamo i soli a non aver dimestichezza con i nomi stranieri 

Comunque, il dubbio che Kevin potesse essere uno dei tanti ragazzini stranieri del quartiere svanì immediatamente appena la mamma riuscì ad avvicinare nuovamente il figlio vicino alla fontanella della piazza per un rapido scappellotto. “Keeeevin! Varda come ti te gà combinà, (termine irriferibile)… e poi no sta a bèvar l’acqua fredda che ti xe tuto suà e te vien la bronchite, porco de quel can!”. 
Quest’ultima frase indusse il bretone a protestare vivamente abbaiando.

Dunque, la madre di Kevin era di queste parti, sicuramente "nostrana" come si dice della soppressa trevigiana e con un accento vagamente di terraferma che ad un altezzoso veneziano del centro storico qual sono suonava assai “country” e localizzabile in un triangolo compreso tra le vicine località agresti di Robegano, Scorzè e Martellago. Inoltre, m’incuriosiva quella sua teoria medica originale secondo la quale un sorso di acqua fresca da una fontanella in una giornata di tiepido sole autunnale avrebbe potuto scatenare una bronchite da ricovero. Io negli anni della scuola avevo giocato freneticamente a pallone con ogni tempo e in ogni stagione, rientrando a casa fradicio di sudore anche in pieno inverno e non mi ero beccato mai neppure un raffreddore, che in tempi di interrogazioni di greco e compiti di matematica mi avrebbe fatto assai comodo. Se solo avessi saputo che sarebbe bastato bere un sorso da una fontanella…

Anche il bretone mi guardò ridacchiando maliziosamente di quei due tamarri umani, poi, dopo avermi fatto capire che nel frattempo aveva annusato ogni centimetro quadrato di erba e che, francamente, avrebbe gradito alzare la gamba per marcare il territorio altrove, mi trascinò via impedendomi ogni altra considerazione malevola su Kevin e la sua mamma.

Due sere dopo, mentre ero in pizzeria con la mia elfa che nel frattempo era uscita in giardino a fumare, il tavolo da sei alle mie spalle venne occupato dall'ennesima famigliola berciante per il ben noto effetto euforizzante delle pizzerie, che fa sì che tutti parlino e ridano con un volume di voce superiore alla soglia del dolore acustico e all'emissione delle casse audio sul soffitto che pompano musica tamarra senza tregua. Essendo concentrato a sfogliare le diciotto pagine di pizze presenti sul menù rilegato in cuoio come un'enciclica papale ed essendo arrivato appena al capitolo terzo intitolato “pizze bianche” ed in attesa di affrontare quello ponderoso delle pizze “ai segni zodiacali” per vedere che cosa fosse riservato alla bilancia, sul momento non ci feci troppo caso fino a quando non mi giunse il suono di uno scappellotto seguito da un “Keeevin! Basta magnar i grissini, che poi no ti magni più la pizza…”.

Mi voltai eccitato. Erano proprio la madre e il figlio incontrati ai giardinetti, questa volta in compagnia del padre e di un'altra coppia abbastanza anonima, ma con una bimba che sembrava Heidi sponsorizzata dalla Lelly Kelly. La madre di Kevin smessa la tuta ora indossava una camicetta nera con disegno astratto a brillantini a forma di gabbiano in volo che per via del seno prosperoso poteva essere benissimo anche una colomba pasquale fuori stagione. In compenso ora mostrava sulle braccia scoperte un dettaglio che mi era sfuggito: un tatuaggio a bracciale intrecciato, in stile Hunziker o Canalis, ma sicuramente eseguito da un tatuatore in equilibrio precario sullo sgabello. Osservandola meglio notai che aveva anche un secondo tatuaggio tribale all'attaccatura del collo che però assomigliava ad un codice a barre del  CONAD, o forse lo era davvero. 

Kevin invece era infagottato dentro ad una maglietta rossoblu extralarge tipo giocatore di rugby con la scritta “Wild travel – one way ticket 2012” di cui mi sfuggiva il senso ma non che provenisse da una bancarella e che potesse far riferimento alla profezia dei Maya ormai trascorsa. Ascoltando cosa si dicessero capii che le due coppie si stavano raccontando delle vacanze estive e così ebbi modo di apprendere che la famiglia di Kevin era stata in giro sulla Costa Brava, località che venne quindi depennata all'istante dalle mie future mete di viaggio. Nel racconto veniva citata ripetutamente anche una gita a Valenza, ma immagino si trattasse di Valencia e non della ridente cittadina piemontese sulla riva destra del Po. Avendo sentito a suo tempo un collega insospettabile citare tra le delizie assaggiate durante un viaggio in Grecia la salsa "Suzuki" aspettai che i miei vicini giungessero alle forche caudine della descrizione dei piatti tipici spagnoli, ma purtroppo la paella mangiata nell'occasione venne pronunciata correttamente e senza l'attesa aggiunta della "d" togliendomi una parte del divertimento.

Ormai in estasi per il diletto che mi arrecava lo spettacolo di tanta truzzaggine, cercai di capire cosa stessero ordinando. Kevin prese, come sospettavo, una Maradona, cioè una di quelle pizze “omnicomprensive” che consentono al pizzaiolo di smaltire perfino i sottaceti e la Nutella e ai bimbi deperiti di mettere su qualche chilo solo con lo sguardo. La madre invece si orientò sulla margherita con la mozzarella di bufala d.o.c. “della campagna”, certamente migliore di quelle della città. Il padre di Kevin, un signore minuto con gli occhialetti e un principio di stempiatura invece non mi dava particolari soddisfazioni, anzi, mi deludeva abbastanza perché invece di chiamarsi Ridge o Denis come immaginavo era un normalissimo Roberto e aveva ordinato la mia stessa pizza.

La soddisfazione di sedersi a prendere un tè in un bar che hai arredato tu

Non vedevo l’ora che l'elfa Morena tornasse al tavolo per condividere con lei le mie malignità, ma quando finalmente rientrò in sala la vidi illuminarsi all'improvviso di un sorriso smagliante e puntare dritta al tavolo alle mie spalle. Quello di Kevin…

Architetto carissimo, come sta? Ma che piacere vederla… come mai da queste parti?” e subito dopo una serie di festose presentazioni incrociate, mentre cercavo di farmi piccino al tavolo perché nessuno si ricordasse di me, arrivò inesorabile la frase che temevo: “Lei non conosce mio marito, vero? Carlo…vieni che ti presento l’architetto…" (omissis per la privacy).

Morale della favola: dopo una votazione a maggioranza con un solo voto contrario (indovinate di chi?) si decise di unire i tavoli per conoscerci meglio e dopo aver appreso che l’architetto in questione aveva firmato diversi lavori di mia moglie compreso il bar in centro dove andavo a prendere lo spritz, mi ritrovai seduto tra Kevin e la sua mamma a cercare inutilmente di trovare un argomento di conversazione che non fosse il Milan o George Clooney intanto che Morena discuteva di arredamenti e di possibili futuri progetti da sviluppare.

Alla fine della serata, mentre rientravamo a casa in macchina, dopo aver ammirato nel parcheggio della pizzeria il mastodontico Cayenne metallizzato del padre di Kevin, dissi all’elfa: “Senti… voglio almeno una soddisfazione morale. Dimmi che sono "Populist chic" che vanno incontro ai bisogni del popolo con il Porsche da ottantamila euro… lo sono vero? Ti prego... dimmi di sì! ”
I suoi occhi però saettarono un lampo infastidito verso i miei. “Guarda che di come la pensi politicamente non me ne può impippare di meno. So solo che doveva essere in lista da qualche parte alle ultime comunali, ma non ricordo con chi”.
"Ussignùr! Davvero? Però lo hanno trombato, giusto?"
"Mi pare evidente... è una brava persona, ma suo figlio Kevin è molto più sveglio di lui. Avrebbe avuto molte più possibilità del padre"
"Già! Rinascesse oggi Oscar Wilde scriverebbe "L'importanza di chiamarsi Kevin" e non Ernesto. Ormai il futuro di questo paese è in mano alla generazione dei Kevin..."
"Anche delle Gessica e delle Debora, non lo scordare..."
E chi se lo scorda... 

sabato 15 settembre 2018

Degli anni felici di Taranto, di Luciano detto: "o' scippacore" e della definitiva caduta in disgrazia della signora Pepe.


Dopo avervi presentato nel racconto precedente la Signora Pepe, nostra invadente e impicciona vicina di  pianerottolo, ora, come annunciato, vi presento l'altra persona indimenticabile del mio soggiorno tarantino, che però questa volta lo è stata in positivo. Infatti, tra i marinai in servizio di leva nella base di Taranto in quegli anni c'era anche la nostra ordinanza (allora ogni ufficiale ne poteva avere una) ovvero un giovanotto di Resìna (oggi denominata nuovamente Ercolano, alle falde del Vesuvio) furbo matricolato, un fisico atletico (faceva lotta greco-romana), biondo riccioluto e con l'aria da guappo dei bassifondi ma buono come il pane e di gran cuore. Si chiamava Luciano e i suoi compiti a casa nostra erano limitati a qualche piccola commissione tipo comperare il pane oppure accompagnare e prendere noi a scuola, perché per regolamento era proibito fargli svolgere le pulizie di casa e del resto un pomeriggio che mia madre gli aveva chiesto se per favore poteva lavarle i piatti, che lei doveva uscire d’urgenza, lui lo fece in modalità: "jatevenne serena, signò che ce penza o' marinariello vostro" ma sbeccò un piatto e ruppe un paio di bicchieri e dunque, divieti a parte, non era consigliabile. Luciano aveva una pazienza infinita e un grande affetto per i figli del suo comandante, anche se per farci stare buoni minacciava sovente di farci il “polso”, una stretta (dolorosa assai...) dei minuscoli ossicini della nostra mano che c’induceva subito a più miti consigli. Luciano, poi, che sapeva leggere e scrivere a fatica, riusciva perfino a farci svolgere i compiti (e non escludo che la cosa servisse anche a lui...). Con mia madre, invece, erano guerre divertenti al momento del rendiconto della spesa poiché Luciano, svelto come tutti quelli cresciuti per la strada, trovava sempre un modo fantasioso di giustificare la cresta evidentissima che aveva praticato, tanto che ad un certo punto ebbi il sospetto che mia madre si divertisse a vedere cosa non fosse capace di inventarsi. Una mattina la mamma pesò ostentatamente quelli che, secondo lui, dovevano essere due chili di arance e che invece risultavano (a stento) essere sui settecento grammi. Pensava così che il reo, colto finalmente in flagranza di reato, confessasse di aver incamerato una parte dei soldi. Invece, con un riflesso fulmineo quel simpatico mascalzone di Luciano assunse un’espressione sgomenta ed esclamò “Gesummarìa! Signora, che scuorno c'aggia avuto... un napoletano fregato da un tarantino ...”. Epiche furono poi anche le lotte con le matite per segnare i livelli sulle etichette delle bottiglie di liquore. Ci arrendemmo solo quando l'infame per nascondere i suoi prelievi cominciò ad annacquare il whisky. A quel punto nascondemmo con cura quella buona di malto e mettemmo nell'armadietto dei liquori una bottiglia di whisky andante da quattro soldi.


Il nostro buon Luciano, lo "Scippacore"

Luciano, come si nota dalla sua foto, era davvero un bel ragazzo molto intraprendente e intratteneva rapporti amorosi con un giro impressionante di cameriere, parrucchiere e commesse di qualsiasi età, purché d’aspetto volgarotto. Mia madre per questa sua indefessa caccia alle gonnelle e la sua aria da guappo dei Quartieri Spagnoli l'aveva soprannominato "o' scippacore" e lui, non cogliendo l'ironia e il gioco di parole, se ne compiaceva molto. Il guaio era che a tutte le sue prede, con scarsa fantasia, lui fissava l’appuntamento proprio sotto il nostro portone dove pertanto nel tempo successero scenate memorabili perché il nostro, assai distratto oltre che perennemente in ritardo (portava un costoso pataccone dorato al polso, ma quando gli faceva comodo quell'orologio era sempre fermo) spesso confondeva gli orari e quindi prima o poi una delle due fanciulle in attesa sul nostro marciapiede chiedeva all'altra "Scusa, ma tu chi stai aspettando?". Ad ogni modo, il luogo eletto per gli appuntamenti del nostro "scippacore" cambiò repentinamente  la sera in cui mia madre rientrando a casa ebbe un duro battibecco con una popolana scarmigliata che l’aveva aspettata davanti al portone per intimarle (con adeguato corredo di strilli, insulti e minacce) di stare alla larga dal suo amato Luciano con il quale l’aveva vista passeggiare insieme al mercato. Ci volle del bello e del buono e l'intervento di alcuni passanti per chiarire l’equivoco con la signora Pepe che aveva osservato estasiata tutta la scena dal balcone.

Mia madre era letteralmente furibonda e il giorno dopo, appena se lo ritrovò di fronte, somministrò al reo una terrificante lavata di capo. Luciano si presentò al lavoro, la mattina successiva, a capo chino e portando con sé un gran mazzo di fiori di campo e una lettera di scuse tanto sgrammaticata quanto commovente che gli valse il perdono. Per fortuna del giovanotto in quella settimana mio padre era in mare con la squadra navale per delle esercitazioni, altrimenti non so cosa gli sarebbe successo.


L'Aviere a Venezia e dietro il Duca degli Abruzzi, la nave ammiraglia. 

Comunque, il nostro marinaio durante le sue libere uscite, oltre a tentare di sedurre ogni essere di sesso femminile tra i diciotto e i sessant'anni che gli si parasse davanti, doveva anche sguazzare in ambienti non proprio raccomandabili e sicuramente tra le sue amicizie tarantine ci doveva essere gente con dei dossier alti così negli archivi della Polizia. Infatti, ogni tanto, quando il suo comandante non c'era, altrimenti non avrebbe osato, si presentava a casa con stecche di sigarette o liquori di contrabbando (Gin soprattutto, ma anche brandy Metaxa e liquori spagnoli sconosciuti), presi chissà dove e che mia madre, per quieto vivere gli comperava, anche perché i prezzi erano davvero stracciati. Questo non ci piaceva, ma, d'altronde, il contrabbando era l’attività ordinaria di ogni porto del Mediterraneo e quindi mia madre, essendo donna pragmatica e di riflessi svelti, chiudeva un occhio.

Ad ogni modo di questi suoi strani giri di amicizie ce ne accorgemmo definitivamente una mattina quando a mia madre, che si era fermata davanti alla bottega del macellaio Ubaldo (il Ribaldo), giusto il tempo di comperare due fettine, rubarono la bicicletta, una vecchia Bianchi rugginosa, con tutta la spesa nel cestino. Tornata a casa fuori di sé, mia madre raccontò del furto a Luciano che, dopo aver seguito con molta partecipazione la triste storia e aver commentato che Taranto era davvero una città di mariuoli, suggerì di non fare denuncia perché ci avrebbe pensato lui. Uscì di casa a fare delle telefonate riservate “alle persone giuste” e rientrò dopo qualche ora tutto sorridente, dicendo a mia madre con aria d’intesa di non preoccuparsi dato che si era trattato di un errore e che ora era tutto a posto. Altro non aggiunse e noi ci domandammo cosa intendesse dire con quel “tutto a posto”.


1957 - Papà e mamma a cena in un ristorante di Taranto.

A metà pomeriggio sentimmo suonare con forza il campanello di casa. Mia madre, non avendo ottenuto risposta, scese da basso a vedere di cosa si trattasse e trovò la sua bici appoggiata al portone, tutta lucidata (sembrava nuova) e con tanto di spesa fresca nel cestino. Mio padre fu tenuto all'oscuro di tutta la faccenda (legalitario com'era ne avrebbe fatto una tragedia) e noi, ovviamente, ci accontentammo di quella grazia ricevuta senza approfondire ulteriormente. Luciano, da parte sua, lucrò qualche soldino, una bottiglia di whisky e tre giorni di licenza premio. Un paio di giorni dopo mia madre incontrò per le scale il marito della signora Pepe, detto “o’ ragioniere” che, dopo averla ossequiata con tutta l’untuosa deferenza di cui era capace (faceva il baciamano alle signore, ma non accennandolo semplicemente, bensì infliggendo loro umidi baci, vere e proprie slappate, sul dorso della mano), le chiese se fosse contenta di aver ritrovato la bicicletta. Siccome nessuno sapeva del furto oltre a Luciano, mia madre restò allibita. Ma le sorprese non erano ancora finite poiché “o’ ragioniere” le chiese subito dopo di accettare le scuse del giovanotto che aveva fatto “il lavoretto” senza sapere che quella bici apparteneva ad una “persona di rispetto” per troppa inesperienza (sa come sono i giovani…). Le chiese però una piccola mancia per il ragazzo che, in fin dei conti, le aveva lucidato la bici e rifatto la spesa pagando di tasca propria. Mia madre, pur di porre termine a quel colloquio così imbarazzante, frugò nella borsa e gli mise in mano una manciata di banconote senza nemmeno contarle. Messo velocemente in tasca il gruzzoletto “o’ragioniere” ringraziò e rientrò in casa sua (dal portone aperto si sprigionò denso un profumo di penne al ragù napoletano verace). Quando Luciano tornò dalla licenza premio si prese una nuova terribile lavata di capo per averci esposto ad una figura così compromettente, ma finalmente la Pepe e il suo preoccupante marito vennero rimossi per sempre dalle nostre frequentazioni


La Signora Pepe finì sugli scogli, come la USS Grommet Reefer a Livorno

Luciano, malgrado questi incidenti di percorso, si affezionò moltissimo a noi (e noi a lui) e anche quando lasciò il servizio militare rientrando a Napoli, continuò a farsi vivo ogni tanto con qualche telefonata. Poi, tra una vicissitudine e l’altra, lo perdemmo di vista. 

Ricomparve misteriosamente una sera di oltre vent'anni dopo, a Venezia. All'ora di cena sentimmo suonare il citofono e siccome nessuno rispondeva ci affacciammo per vedere chi fosse al portone e dal campo una voce maschile, con un forte accento napoletano, ci chiese se abitava lì il suo comandante, facendo il nome di mio padre. Dio solo sa come, ma era riuscito a trovarci (magari grazie a qualche telefonata con “o’ ragioniere”). Luciano arrivò in casa carico di stecche di sigarette americane e regalini per tutti (per me uno Zippo con effigiata una procace donnina nuda, che fu subito sequestrato da mia madre con la scusa che non fumavo...). Lo abbracciammo con tanto affetto e poi, una volta accomodati in salotto, lui ci raccontò tutte le sue peripezie familiari, del fallimento della sua lavanderia, dei suoi quattro figli (un quinto gli era morto giovanissimo dopo una caduta dal motorino) e di come vivesse, per sbarcare il lunario, facendo il macchinista a bordo di scassatissime navi da carico attraverso i mari più esotici. Il classico cargo battente bandiera liberiana, insomma. Ma quale fosse la sua mansione a bordo, purtroppo, non aveva bisogno di dircelo, perché avevamo capito subito che con il frastuono delle macchine era diventato sordo come una campana. Poi non lo abbiamo rivisto più. Ma non è detto che dopo altri vent'anni, come in un racconto di Conrad, Luciano non ricompaia di nuovo. Io sono qui che lo aspetto...


martedì 11 settembre 2018

Degli anni felici di Taranto, della signora Pepe, del dramma dei cachi e altre storie


Qualche giorno fa, ripubblicando su Facebook un vecchio post che raccontava del mio primo giorno alla scuola elementare Armando Diaz di Venezia e degli anni scolastici seguenti in quel di Taranto, ho scoperto, con un certo divertimento, che Marcello, un caro amico anche lui veneziano e figlio di un ufficiale compagno di corso di mio padre, aveva condiviso le mie stesse esperienze scolastiche fino al punto di frequentare la stessa scuola privata tarantina che mi aveva visto tra le sue mura. La cosa, in realtà, non era poi così straordinaria, perché per noi figli degli ufficiali di marina imbarcati su qualche nave, il peregrinare al seguito della squadra navale da una base all'altra era inevitabile e tutti prima o poi ci siamo ritrovati a Taranto, La Spezia, Brindisi o ad Augusta, alloggiati alla foresteria del Circolo Ufficiali Vandone, perché lì a quel tempo, subito dopo la guerra, al massimo c'era una pensioncina fatiscente.


La mia prima comunione a Taranto. Notare la signora sulla sinistra in evidente estasi mistica 

In quell'epoca (1956) mi trovavo a Taranto perché mio padre era stato nominato comandante in seconda dell'Aviere, un cacciatorpediniere americano veterano della guerra del Pacifico, ceduto all'Italia nel primo dopoguerra (e nello stipetto della cabina di papà erano rimasti ancora alcuni attaccapanni con le iniziali del precedente proprietario e, cosa assai gradita, una bella vestaglia da camera a quadrettoni rossi e giallo senape, d’inconfondibile gusto Yankee). Forse per questo motivo, proprio come i marinai americani dei film, i ragazzi dell’Aviere diedero un bel grattacapo a mio papà e al suo comandante quando, avendo provocato un gruppetto di marinai francesi per via del pompon rosso sul loro berrettino, diedero vita ad una terrificante scazzottata all'interno della Standa di Taranto con un fuggi fuggi generale, arrivo della polizia a sirene spiegate e due milioni di danni (cifra rispettabilissima, per quei tempi...).

L’Aviere, come più tardi la corvetta Bombarda nella base di Augusta, diventò la mia seconda casa e, nel periodo in cui mia madre era dovuta rientrare a Venezia con mio fratello per le condizioni di salute del nonno, anche il doposcuola, tanto che qualche pomeriggio, quando la nostra ordinanza era in permesso o non c'erano mogli di nostri amici al Circolo Ufficiali a cui affidarmi, svolgevo i compiti per casa nella cabina di mio padre servito di freschissima aranciata versata in un calice con l’ancoretta della marina da un marinaio in giacca bianca e bottoni dorati. Visto che ormai ero diventato una specie di mascotte dell'Aviere potevo girare (solo accompagnato) per la nave e così sapevo tutto sulla sala macchine (affascinante), sui lanciasiluri, sul radar e sulle bandiere di segnalazione, che riconoscevo una per una e citavo in fila come l'alfabeto (Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Echo...) e un pomeriggio un marinaio, per farmi giocare, mi aveva fatto accomodare sul seggiolino dell'impianto binato di mitragliere da 40 mm. azionando il comando elettrico a pedaliera (lui, io non ci arrivavo con i piedi) per brandeggiarlo in modo che ruotasse quasi come una giostra, cosa che mi era piaciuta moltissimo, anche se mio padre, quando lo raccontai, non ne fu molto contento. Qualche volta mio papà, se per caso ero a bordo, verso l’ora di pranzo mi faceva salire sul ponte e mi nominava: Comandante in Seconda Temporaneo ponendomi il suo berretto sulla testa e affidandomi così il grande onore (sollevando il vero comandante dall'incombenza) di assaggiare come da tradizione il rancio dei marinai (che era regolarmente composto da: maccheroni con il sugo, pollo arrosto e una monumentale pasta con la glassa) con il cuoco di bordo e l’equipaggio in ansiosa (e divertita) attesa del mio placet. Essendo il cuoco dell'Aviere piuttosto bravo, di solito ero molto coscienzioso nell'assaggio (lasciavo solo l'insalata, mentre, quando c'erano le patate al forno le spazzolavo) e così mio padre risolveva brillantemente anche il problema del mio pranzo.


L'Aviere si rifornisce in navigazione dall'incrociatore Montecuccoli

Quei due anni tarantini costituirono la sola occasione della mia vita di poter stare con i miei genitori e mio fratello durante l’anno scolastico. Frequentai, infatti, la terza e la quarta elementare presso la rinomata scuola privata delle sorelle Traversa, cui erano affidati gran parte dei pargoli degli ufficiali di marina (che facevano una specie di vita appartata tra la foresteria del Circolo Resta e l’arsenale). Le tre nubilissime sorelle Traversa (la più vecchia delle tre era perennemente raffreddata ed aveva sempre lo scialle sulle spalle, una gonna scura lunga fino alle ciabatte e una goccia luccicante che le pendeva dal naso, minacciando di cadere sui miei quaderni...) utilizzavano per la bisogna il loro appartamento ed in ogni stanza era collocata una classe. Feci la terza elementare nel tinello e la quarta in veranda, seduto accanto ad un vaso di azalee. Ho naturalmente molti altri ricordi degni di nota di quel periodo, dalle corse in bicicletta nei giardini di Villa Peripato affacciati sul Mar Piccolo, alle carrozzine tirate dall'asinello, dai venditori di cozze sul lungomare da mangiare crude con una goccia di limone (meno piacevoli i fichi d'india, che te li vendevano da spellare e con tutte quelle spinette) al cinema Lux (a cui immagino avessero solo cambiato una consonante) dove certe sere interrompevano la proiezione portando in sala un trespolo traballante con un televisore per consentire agli spettatori di vedere "Lascia o Raddoppia?" . Al cinema Lux durante il film vendevano anche i gelati Lola "Duplo" chiamati così perché avevano un doppio stecchino in modo da poter dividere il gelato in due parti, con successivo pianto di mio fratello perché secondo lui imbrogliavo e la mia parte di gelato era maggiore della sua (ammetto che era vero). Tra i ricordi di quel periodo, oltre ai bagni fino a novembre inoltrato nella spiaggia della Marina a Praia a Mare,  essendo piuttosto precoce c'era anche quello della prima cotta per una ragazzina esile e con lunghi capelli neri e lisci che si chiamava Costanza e stava seduta di fronte a me, vicino alla credenza e ad un orrido soprammobile in ceramica. Era la figlia di un ammiraglio che era stato Addetto Navale a Parigi e quindi parlava con quell'accento francese che sembra fatto apposta per far innamorare perdutamente uno che già di suo è molto portato ad invaghirsi, ma ora vorrei raccontarvi dei ricordi legati a due persone davvero speciali. Una la presento subito, l'altra lo farò tra qualche giorno nella prossima puntata.


L'Aviere in navigazione con mare grosso

Sul nostro pianerottolo al quarto piano di una palazzina in Corso Umberto si affacciava anche l’appartamento di una piccola e cicciottella casalinga napoletana (immaginate una sorta di Marisa Laurito, ma in formato mignon) moglie di un impiegato comunale, tale signora Pepe, che era una di quelle persone che sembra vivano unicamente per impicciarsi dei fatti altrui e si fanno un punto d’onore ad aggiornarti su quel che succede nelle altre famiglie del condominio, con particolare riferimento alle tresche amorose. Noi, dopo solo una settimana dal nostro arrivo nella palazzina, eravamo già stati messi al corrente, con fare complice, che quella biondona tutta cotonata che stava con il signor De Cataldo al quinto piano in realtà non era la vera moglie, che invece viveva a Bari con un altro, mentre correvano voci che la signora Angelillo, quella del secondo piano, se la intendesse da anni con il titolare del bar di fronte, mentre quel povero marito, tanto una brava persona, ma tanto ingenuo, non s’accorgeva di nulla (e solo un cieco non avrebbe notato come il figlio non gli assomigliasse affatto). Naturalmente a noi di tutte queste vicende private non poteva importare di meno, ma per la Pepe questo sembrava essere un dettaglio di poco conto. 

La nostra esuberante vicina di pianerottolo, oltre al desiderio – mai esaudito per assoluto divieto paterno – di essere invitata a cena e d’intrattenere rapporti con la famiglia di uno di quegli ufficiali di marina che in città erano considerati una casta a parte, aveva come apparente scopo della sua esistenza quello di rivaleggiare con il nostro tenore di vita (che poi non era nulla di speciale). Perciò, se noi si comperava una qualunque cosa, lei come minimo ne comperava due, oppure una (vistosamente) più grossa. Come devo aver già raccontato in un post di qualche tempo fa, l’unico vantaggio per noi piccoli arrivava alla vigilia di Natale, quando la Pepe c’invitava ad ammirare il suo albero (il doppio del nostro) e ci rimpinzava degli addobbi di cioccolata e marzapane (due volte più numerosi dei nostri). Il lato negativo della cosa, invece, era che la Pepe, per confermarci che eravamo proprio di fronte ad una pia donna, ci invitava a recitare le preghierine a mani giunte e solo dopo sganciava il cioccolato. E, proprio alla vigilia di un Natale, la Pepe se ne uscì con un lapsus clamoroso, invitandoci premurosa, con la sua vocina cantilenante, ad essere tanto buoni e a dire le preghierine:“Che facciamo tanto contento il Gesuino Bambù!”. Questo fatto del “Gesuino Bambù”, subito riferito, scatenò per giorni l’ilarità di mio padre e divenne un vero tormentone.



Abitando vicini lo spettacolo del ponte girevole e delle navi non lo perdevamo mai

La Pepe era in perenne agguato sulle scale (per me sorvegliava i nostri movimenti dallo spioncino della porta) ed era quasi impossibile uscire o rientrare a casa senza vederla comparire ad offrirci preziosi suggerimenti non richiesti. Se riuscivamo a sottrarci con qualche sotterfugio all'agguato per le scale, allora la Pepe agguantava mia madre non appena si recava a stendere la biancheria sul balconcino della cucina che era adiacente al suo. Bastava attendere qualche secondo e subito compariva la nostra vicina che, anche lei, ma guarda il caso, era lì per stendere i panni. Da quel momento, apriti cielo! Le sue conoscenze, a quanto c’era dato di vedere, spaziavano su qualsiasi settore della vita tarantina. Mia madre aveva comperato la carne dal macellaio Ubaldo, quello con il negozio all’angolo? E lei subito ti diceva sgomenta “Uuh! Mamma mia! Ma dove è andata? Signora, chillo è nu mariuolo di tre cotte! Io lo chiamo Ubaldo il Ribaldo perché rubba sempre sul peso! Le dico io dove deve andare…” e giù una lista dei migliori macellai di Taranto. Mia madre era appena stata dal parrucchiere? E via con una serie di considerazioni sulla permanente non perfetta (fosse andata al Salone Lola di Corso Umberto, invece…). Per acquistare il pesce (“Uuh! Mamma mia! Signora, ma che pesce le hanno venduto?”) ovviamente si doveva andare soltanto da Salvatore, quello che aveva il secondo banchetto a sinistra nel mercato di Taranto Vecchia (e che facessimo pure il suo nome). Un vero incubo, insomma. 

Quando poi riusciva a mettere piede dentro casa nostra, sempre con le scuse più inverosimili, soppesava ogni nostro avere, dalle stampe antiche appese sopra il divano, alle chincaglierie d’argento sul tavolino del salotto (“Mamma mia! Quante belle cose che tenete, signora cara!”) e sembrava sempre che ci facesse i conti in tasca. Se poi riusciva a penetrare in profondità, fino alla cucina, si scatenava nel valutare quali cibi fossero in preparazione (talvolta alzava persino i coperchi delle pentole) e trovava sempre qualche miglioria da suggerire su tempi di cottura o condimenti. A volte mia madre si accorgeva che la Pepe cercava di sbirciare anche in camera da letto attraverso la porta socchiusa e questo l’irritava assai (anche per il caos inestricabile che vi regnava).


L'Aviere (a sinstra) e il Granatiere in bacino di carenaggio


La nostra vicina, assolutamente indomabile nel suo desiderio di avviare relazioni cordiali con noi, visto che da parte nostra non arrivava alcun segnale d’incoraggiamento (e mai sarebbe giunto) prese direttamente in mano la questione e, sapendo di colpire nel ventre molle, cominciò una furba manovra d’aggiramento con una serie di inviti a pranzo per noi bambini (tanto simpatici e educati). Poiché la signora si riteneva irresistibile nell’individuare e risolvere problemi altrui, per dare maggior forza all’invito e con grande sensibilità verso mia madre le fece notare come i due guaglioncelli fossero tanto pallidi e magri e ne concluse che sarebbe stato il caso di sottoporli ad una bella cura ricostituente a base delle sue celeberrime penne al ragù napoletano verace. Mia madre rimase a lungo incerta se offendersi o esserle grata, visto che le risparmiava l’incombenza di cucinare. Poi prevalse lo spirito pratico. Di conseguenza, la Pepe ci mise all'ingrasso come maiali, sempre previa preghierina pre e post-prandiale, perché era tanto devota. Qualche settimana dopo anche mia madre, incrociata casualmente sul pianerottolo, venne considerata sciupata e magrolina e di conseguenza gli inviti a cena vennero estesi anche a lei (senza preghiere e solo quando mio padre era per mare). Con mio padre, uomo di carnagione olivastra e dal fisico atletico, il trucco del pallore non poteva funzionare. Ma funzionava benissimo il debito d’ospitalità (perché noblesse oblige). Pertanto, una sera, grazie a questa sapiente escalation, la Pepe ottenne un risultato di grande importanza che sancì il trionfo delle sue strategie. Una cena a casa sua con tutta la nostra famiglia, mio padre compreso. In realtà, mio padre, aveva nicchiato per giorni chiedendo a mia madre se non poteva dirsi affondato e disperso in mare o cose del genere. Poi, rassegnato, di fronte alla considerazione che non si poteva fare la figura dei maleducati, accettò.

La prima preoccupazione della Pepe (bardata come una cavallerizza del Circo Orfei e sfoggiante una vistosa acconciatura nero-corvina sicuramente proveniente dal rinomato Salone Lola di Corso Umberto) una volta varcata la fatidica soglia fu quella di farci subito visitare con orgoglio ogni stanza del suo appartamento, cosa della quale, come capirete, non ci poteva fregare di meno. Fummo così condotti in mesta processione ad ammirare una serie di mostruosità domestiche, tra le quali ricordo un numero impressionante di santi sotto campana di vetro e madonne ingrottate dentro enormi conchiglie (con il lumino, proprio come al cimitero), una credenza baroccheggiante dove spiccavano due cavalli rampanti di maiolica dipinta, un copri asse del water in ciniglia rosa, alcuni quadri ad olio stile pizzeria (una natura morta con cozze, limone e cesti di sardine e un ritratto di bimbo imbronciato con lacrimone sulla guancia) ed in camera da letto, colpo finale, la bambolona con il vestito di pizzo e le treccine adagiata sul copriletto di raso. Sbirciai la faccia dei miei. Mia madre lanciava dagli occhi lampi di puro divertimento, il volto di mio padre era impassibile e terreo, come di chi sa soffrire in silenzio.

Mia madre e mio padre a cena al Circolo Ufficiali

Tra gli orrori in mostra, comparve ad un tratto anche un buffo omino bassottello, spelacchiato e con gli occhiali che la Pepe ci presentò subito come suo marito “o’ ragioniere”. Che non si capiva se era un titolo di studio o il soprannome del bar del biliardo. Caratteristica di “o’ragioniere” era quella di non poter aprire bocca senza essere contraddetto o zittito da sua moglie che monopolizzava il dialogo con tutti noi e in special modo (anche se senza troppo successo) quello verso “o’comandante”. Colpiva soprattutto nel poveruomo, oltre alla cravatta fantasia sulla camicia fantasia, l’aria sottomessa e abbacchiata (e, del resto, con una virago di moglie così…). A sentire la sua dolce metà, l’unica attività degna di nota di “o’ragioniere” era quella di prendere parte annualmente alla processione dei Perdoni, quella dove penitenti incappucciati con un abbigliamento a metà via tra le processioni sacre spagnole e quelle del Ku Klux Klan (mi perdonino gli amici tarantini) sfilano per tutto il centro cittadino al ritmo di due passi avanti e uno indietro, pregando e flagellandosi le spalle con la frusta. Veniva spontaneo chiedersi cosa mai quel poveruomo, che già portava la croce di quella moglie, avesse ancora da farsi perdonare (ancora qualche settimana e l’avremmo scoperto).

La cena, annunciata come alla buona e in famiglia, fu un vero sfoggio di alta gastronomia partenopea (il lettore s’immagini qualsiasi cosa, purché sostanziosa, fritta, rifritta e affogata nell'olio extra vergine) e tutto sembrava filare alla perfezione fino al momento di portare in tavola il lussureggiante vassoio della frutta, dove spiccavano alcuni splendidi cachi maturi. Qui la signora Pepe fu probabilmente tradita dal suo disperato bisogno di vincere la soggezione che le ispirava mio padre e così lo invitò premurosamente a servirsi con uno stentoreo: “Comandante! U’ pigliainculo!”. Mio padre, folgorato, restò con la forchetta per aria. Noi tutti ci fermammo attoniti. Gli occhi di mia madre brillarono luciferini, mentre la Pepe, ostinata, ribadiva il suo invito con un bel sorriso: “Comandante! Gradisce nu pigliainculo?". 
Scusi, signora, non sono certo di aver capito…che cosa intende dire?” le chiese gelido mio padre.
Perchè? Non le piacciono i pigliainculo?”. La sventurata proprio non si capacitava che mio padre rifiutasse una tale prelibatezza, finché immagino le sia giunto provvidenziale un calcio sotto tavola da parte di “o’ ragioniere” giacché di colpo le connessioni di quel cervello ripresero a funzionare. “Uh! Mamma mia! Comandante! Non vi sarete offeso? Come la chiamate voi al nord questa frutta accà? ” disse prendendo un caco in mano e mostrandocelo.
Cachi, signora, noi li chiamiamo semplicemente cachi, al massimo kaki con la kappa” 
Mio fratello e io non riuscivamo più a trattenere le risa guardando il viso di mio padre che era tutto un programma. La mamma ci fece un rapido cenno di stare buoni, immagino perché non voleva perdersi il seguito del dramma umano che si stava consumando davanti a lei.
Aaah! Adesso ho capito. Mi dovete proprio scusare. Qui in dialetto li chiamiamo pigliainculo, perché se ne mangiate troppi e non sono maturi, poi non vi fanno più venire la cacarella. Lo sapevate Comandante?”.
Detto questo, cercando di tornare nelle nostre simpatie pur senza mai esserci entrata, con la mossa della disperazione si rivolse a mio fratello e ponendogli affettuosa una mano sulla testa gli domandò “E tu, giovanotto, la fai la cacarella?”. Mio fratello, sgomento, dopo aver cercato con lo sguardo l’approvazione materna, borbottò di sì e la Pepe concluse sospirando “Uh! Mamma mia! Quanto è bbravo stù guaglione!” e subito si lanciò lungo la china scivolosa di un dettagliato resoconto di quanto accaduto ad un suo nipote di Caserta che, non facendo la cacarella per delle settimane, aveva avuto non so più quali problemi intestinali e che lei aveva amorevolmente curato con non so più quali rimedi naturali. Il tutto si concluse con una lunga e appassionata perorazione a favore della regolarità delle funzioni intestinali.

La Pepe ormai si era incartata senza speranza, navigava sbandata e in procinto di capovolgersi e mio padre l'affondò definitivamente con un siluro: “La ringrazio del prezioso consiglio di cui mia moglie, i miei figli ed io faremo tesoro. Anzi, poiché domani mattina usciamo in mare lo ricorderò all'equipaggio. Ci sarà sicuramente molto utile!”. La cena ebbe termine nella più gelida cortesia formale (clima siberiano) e la Pepe iniziò quella vertiginosa caduta in disgrazia che si completò rovinosamente poco tempo dopo, giacché il peggio doveva ancora arrivare, ma ve lo racconto tra qualche giorno....