mercoledì 17 gennaio 2018

Del teorema dei saldi e il postulato dell’hamburger


Qualche giorno fa, di ritorno dalla passeggiata mattutina assieme al bretone tra viottoli di campagna con il fango indurito dal gelo che scricchiolava sotto le scarpe e un bel nebbione fitto ad avvolgere tutto, sono stato colto da un’inquietudine improvvisa. Una sorta di ansia per una minaccia incombente che non sapevo definire. Non poteva essere la ricomparsa della sindrome da “L’Epifania tutte le feste porta via e da domani si ritorna al lavoro”, perché ormai sono un pensionato e anche se nei primi tempi, quando verso mezzanotte, terminati quelli sul calcio, alla Domenica Sportiva andavano in onda i servizi sull’ippica provavo ancora le inquietudini della nuova settimana lavorativa incombente, alla fine mi ci ero abituato a considerare il lunedì come un innocuo giorno uguale agli altri. Non era nemmeno perché il cane, sbuffando vapore dalla bocca e tirando come una locomotiva impazzita, stava cercando di trascinarmi in una canaletta ghiacciata tra le canne seguendo qualche sua pista misteriosa e nemmeno perché la mano con la quale lo tenevo al guinzaglio doveva essere prossima alla necrosi da congelamento, visto che non avvertivo più le dita. Doveva essere qualche cosa d’altro a infondermi quella sensazione di allarme. Poi, osservando il cielo livido che incombeva su di me ho pensato che magari avevo lo stesso senso di Smilla per la neve e di lì a poco ne sarebbe scesa a larghe falde, dunque ho affrettato il ritorno.

Di cosa si trattasse l’ho capito appena arrivato a casa. Infatti, colei che avevo incautamente sposato ventinove anni prima ritenendo fosse una personcina tranquilla e conciliante (non a caso mio suocero, ogni volta che m’incontra, per prima cosa mi ricorda che la garanzia è scaduta e che non ha intenzione di riprendersela) mi aspettava sul cancello con il cappotto addosso, la sigaretta all’angolo della bocca come Humphrey Bogart e le chiavi della macchina in mano.
Oh! Era ora che arrivassi, stavo morendo di fame… porta il cane in casa e andiamo a fare colazione che sono già le otto e mezza”. Eseguii l’ordine poi tornai da lei che nel frattempo stava salendo in macchina.
“Ti faccio compagnia con un altro caffè, ma ho già preso in panificio un krapfen con la crema se è per quello…”.
Lei mi restituì lo sguardo meravigliato con il quale avevo accolto l’invito.
“Da quando in qua prendi il krapfen con la crema? Non sei quello del krapfen che ha senso solo con la marmellata di albicocche?”.
Lascia stare… dipende dalle due Mirandoline del panificio che sono così impegnate a chiacchierare con le clienti amiche che lo prendono senza guardare dal vassoio ed è sempre quello sbagliato. Poi, quando lo hai addentato mica glielo puoi restituire per fartelo cambiare. Piuttosto, come mai sei tanto di fretta? E dove dovremmo andare dopo la colazione?”.
“Non mi hai detto che durante le feste volevi fare un giro? Bene, oggi facciamo un giretto dalle parti di Marcon…”.
La guardai con sospetto. “Perché proprio a Marcon? Non mi pare un posto particolarmente invitante per una gita… piuttosto, se proprio vuoi andare da quelle parti, proseguiamo per Quarto d’Altino che c’è il museo da vedere e anche un buon ristorante di pesce…”
L'elfa attese apposta che salissi in macchina, poi appena messo in moto mi lanciò uno sguardo maligno, quasi assaporando il dolore che stava per infliggermi:
“Andiamo a Marcon perché ci sono i saldi al centro commerciale e anche da … “.
Il ruggito del turbo e la sua solita sgommata da pilota di rally e in stile “da zero a 100 Km/ora in 9 secondi” nascosero il mio "Noooo!" disperato e anche l’elenco degli altri negozi che intendeva visitare.

Shopping durante i saldi, che passione...

Il grido di dolore era dovuto al fatto che accompagnare la propria compagna a fare shopping per molti uomini è più stressante e faticoso delle marce forzate di 20 chilometri con zaino affardellato da 35 chili che si facevano durante il servizio militare. Io sono tra questi. Ovvero, sono tra coloro che non comprendono la sottile libidine tutta femminile del cazzeggio nei negozi, perché i tipi come me, permeati di logica aziendale tendente all’efficienza e all’efficacia, se hanno bisogno di un paio di scarpe o di pantaloni e camicie, di sicuro hanno già in mente con buona approssimazione quello che cercano, quindi vanno in centro, danno un’occhiata a due o tre vetrine e appena hanno adocchiato il modello che fa al caso loro per prezzo, colore e forma, entrano e se c’è la taglia giusta si va subito di bancomat e il gioco è fatto. Diciamo che il nostro tempo medio di permanenza nel negozio varia dai 10 ai 15 minuti e solo perché magari devi provarti i pantaloni e il camerino è occupato, oppure la commessa è molto gradevole. Insomma, una faccenda del tipo: veni, vidi, vici.

Nel caso di mia moglie la faccenda è particolarmente stressante perché lei, per amor del vero, non ha la pulsione patologica all’acquisto di cui soffrono alcune donne, ma il suo piacere consiste unicamente nel vedere le cose con le quali potrebbe eventualmente fare shopping se non fosse d’indole parsimoniosa come ogni economista. Questo significa che oltre al numero inverecondo di negozi, bottegucce, megastore e outlet che mi costringerà a girare senza mai farmi capire cosa stia cercando veramente, l’unica certezza è che lei non acquisterà nulla. Immagino di conseguenza che in molti negozi ci sia da qualche parte una sua foto con scritto “Wanted” o qualche bambolina a sua immagine trafitta da spilloni perché la mia signora è di quella stirpe malvagia che prova una quantità di cose, scomoda la commessa per farsi consigliare o cercare la taglia e alla fine, dopo averla illusa che se veniva pagata a percentuale quello era il suo giorno fortunato, le riconsegna il tutto dicendo: “Grazie, ma non sono convinta, ci penserò…”.

Durante i saldi non mi vengono risparmiati nemmeno i mercatini rionali

Il mio ruolo di “Accompagnator cortese” (più o meno…) poi è ancora più frustrante perché vengo coinvolto in ogni possibile scelta, sapendo bene che qualsiasi cosa io dirò o proporrò sarà sbagliata o idiota per definizione. Diciamo per vizio originario, in quanto proveniente da uno che, non sapendo cosa sia un coprispalle o non avendo idea di che tacco serva per ballare Tango, sarebbe meglio si astenesse dal dare pareri o dal suggerire. In ogni caso, il problema maggiore è dato dal momento della prova. Infatti, appena lei entrerà nel camerino con il vestito o la gonna che deve provare, dopo esser stato caricato come un attaccapanni di borsetta, cappotto e occhiali verrò messo di piantone davanti alla tenda da cui lei uscirà periodicamente come uno dei Re Magi della Torre dell’orologio per pronunciare la frase più temuta: il “Come mi sta?”

Ora, io so benissimo che nel linguaggio coniugale il “Come mi sta?” significa: “È tanto che non ci facciamo una bella litigata”, ma il problema è che non so come superare il dilemma della risposta. Perché magari il rotolino sui fianchi che non ci dovrebbe essere, ma che il vestito - sempre di una taglia inferiore a quel che le servirebbe - nasconde appena, glielo vedo benissimo perché non sono orbo, ma so che se glielo facessi notare ne verrebbe fuori una tragedia di proporzioni bibliche per lesa maestà e che sarei immediatamente accusato di cospirazione contro la sua persona, infliggendole intenzionalmente sughi pesanti, facendole mangiare troppi formaggi o mettendole olio in eccesso nell’insalata. Dunque, da oggi tutti a dieta, che la ricreazione è finita. D’altronde so anche di non potermela cavare negando l’evidenza perché, in realtà, lei il suo rotolino lo ha visto benissimo nello specchio del camerino e aspetta solo che io le dica: “Oh! Stai benissimo, ti casca perfettamente…” per scatenare l’attacco sulla stomachevole piaggeria nei suoi confronti che mi porterebbe perfino a negare l’evidenza. Una volta ho perfino provato a chiederle cortesemente: “Cosa gradiresti sentirti rispondere?” sperando di avere quell’aiutino che nei quiz non si nega a nessuno, ma è stato peggio.

Per mia fortuna, quando lo shopping avviene tra le bancarelle di qualcuno di quei mercatini rionali che oggi sono tanto trendy (ormai il numero delle signore in pelliccia alla ricerca dello straccetto cinese in lana “mortaccina” ha superato quello delle badanti moldave) e dove finalmente l’elfa può ravanare come una ruspa nei cestoni del “4 paia di collant x 5 euro” senza che la commessa la guardi male, almeno il momento a rischio della prova non avviene, se non altro perché di solito il camerino o è un pertugio angusto tra gli scatoloni dentro il furgone, oppure è una tendina di fortuna in mezzo a una strada con il rischio concreto di farla ribaltare e di ritrovarsi in mutande tra i passanti (è successo).

Non c'è shopping che meriti senza le patatine fritte, ma almeno questa volta
c'è il panino con la porchetta e il vino e non il cheeseburger con la Coca

Un grave problema accessorio nel nostro caso è dato dalla “Sindrome del cheeseburger” che inesorabilmente colpisce la mia dolce metà all’ora di pranzo, malgrado di norma sia una buongustaia abbastanza esigente, ogni qualvolta si dedica allo shopping nei grandi centri commerciali e che consiste nell’improvvisa e irrefrenabile voglia di un panino molliccio con la polpetta unta, il formaggio fila e fondi, l’insalata fiappa, la maionese che fuoriesce da tutte le parti, il ketchup e le patatine fritte da annichilire con un boccalone di coca ghiacciata da colpo apoplettico (antiacido non incluso nella confezione). Che già quando aspettava nostro figlio, mentre eravamo a passeggio lungo il corso principale di Gibilterra durante una gita organizzata, era stata colta dal desiderio sfrenato di un' Apple pie e solo al pensiero che nostro figlio a causa di ciò potesse nascere con una voglia fatta a forma di logo del Mc Donald’s mi aveva indotto a correre in giro come un forsennato fino a trovare un fast food che gliela vendesse. Inutile quindi proporle ristoranti, pizzerie o street food alternativi. Non funziona nemmeno il kebabbaro. Lei, per accompagnare adeguatamente il rito dello shopping, vuole il suo hamburger con le patatine fritte, punto e basta. 

Infatti, anche questa volta me lo ha proposto e ho dovuto combattere duramente per non dovermi ingozzare in fretta su un vassoietto, dopo una coda interminabile alle casse, tra adolescenti sgomitanti con l’acne iuvenilis, il giubbino nero plasticato e il piercing, famigliole con bambini frignanti, signore aggressive modello “Guardi che c’ero prima io” e gente dallo sguardo bovino che aspetta in piedi con il vassoio in mano che tu finisca di ingurgitare la tua polpetta e le lasci il tavolinetto. Oppure il tizio che ti chiede: “Posso sedermi?” e, senza neppure attendere la risposta, si accomoda al tuo fianco sulla panchetta invadendo progressivamente ogni spazio finché alla fine abbandoni la postazione.


Il mercato antiquario di Badoere (TV). Merita anche per la piazza seicentesca

Alla fine, visto che c’era gente in coda fino all’ingresso del locale, sono riuscito a giungere ad un faticoso compromesso e considerato che alle due e mezza non esistevano più in zona ristoranti con la cucina aperta, ci siamo recati in una paninoteca di quelle da paesino, che a quell’ora sono semi deserte se non fosse per i soliti due vecchietti che giocano al videopoker. Uno di quei posti ancora umani dove i panini sono davvero tali, con la rosetta, il salame e la mortadella tagliati freschi, mentre il vino è un rabosello frizzantino spillato dalla damigiana e pazienza se il barista ha gli occhi a mandorla. Lì, ammorbidita dal buon vino e dalla tranquillità del posto (e forse stanca, visto che camminavamo tra scaffali, appendiabiti e vetrine da quasi quattro ore) la mia dolce metà ha finalmente sorriso grata poi mi ha detto: “Sei stato carino oggi… mi hai seguito per negozi senza nemmeno lamentarti troppo. Non mi hai nemmeno fatto fretta sbuffando come al solito mentre guardavo i rossetti, i fondotinta e le matite per gli occhi da Kiko. Che ti succede? ”.
“Sarà un residuo del clima di bontà natalizio…sabato prossimo te lo scordi”.
“Può essere… comunque meriti un premio e se domani è una bella giornata ti porto a fare il giretto promesso”.
La guardai sospettoso per via del fatto che avendo una cultura classica conoscevo bene la faccenda del “Timeo Danaos et dona ferentes”.
Senti un po’ bellezza… domani i negozi sono chiusi, vero? Posso stare tranquillo?
L'elfa incrociò le dita come fanno i boy scout per i giuramenti “Certo, è il sei gennaio, quindi un giorno festivo. Ci sarà qualche supermercato aperto, ma abbiamo già fatto le spese, i ragazzi sono tornati a Düsseldorf e domani non devo andare dai miei, quindi siamo liberi di fare quello che vogliamo...”.
Anche l'Ikea è chiusa, vero?”.
Si, anche loro...”.
Ah! Bene… allora dove andiamo? A Caorle a mangiare pesce? Oppure per malghe in Alpago? Pur di andare fuori mi sta bene perfino rivedere ancora i mosaici romani di Aquileia o l’abbazia di Pomposa…”.
Nulla di tutto ciò… andiamo a Badoere”.
Perché Badoere? La piazzetta seicentesca con le colonne a semicerchio è deliziosa, ma il paese sono quattro case in tutto e finisce lì. Poi, ci siamo già stati. Per quale ragione dovremmo andarci di nuovo?
Mi riempì nuovamente il bicchiere di rabosello, forse per anestetizzarmi, poi sorrise nuovamente maligna. “C’è il mercatino dell’antiquariato dell’Epifania…”.


mercoledì 27 dicembre 2017

Di noi che eravamo bambini quando le Topolino amaranto le vedevi davvero per strada.


"Sulla Topolino amaranto... si va che è un incanto... nel’46 " cantava Paolo Conte in una sua bellissima canzone che ogni volta che la sento ha il potere di farmi naufragare nelle più vorticose malinconie. Perché io (ahimè!) le Topolino amaranto le ho viste di persona e di quegli anni dell’immediato dopoguerra e di quel modo di vivere (e anche dei suoi valori...) conservo ricordi ancora molto intensi e profondi. Che ora provo a raccontare.

La nostra vita, all'inizio degli anni '50, era semplice e senza aspirazioni consumistiche. Eravamo tutti, insomma, dignitosamente poveri e impegnati (parlo degli adulti, naturalmente...) a rimettere in piedi la nostra cara e sgangherata Italietta, uscita a pezzi dalla guerra. Infatti, pur in mezzo a tante vicissitudini, le fabbriche al nord, sgomberate le macerie, stavano lentamente riavviando la produzione e di lì a poco la povera gente del sud avrebbe lasciato le sue terre per affrontare (come i loro padri agli inizi del secolo) la dura vita dell’emigrante. E con loro tanti veneti e friulani (anche se oggi, che siamo benestanti, facciamo finta di essercene dimenticati...). Quando nel 1956 avvenne l'incendio drammatico nella miniera di carbone belga di Marcinelle, delle 256 vittime di quel giorno oltre la metà era italiana e proveniente da tante regioni diverse. Del resto, in quell'epoca, nelle varie miniere del belgio lavoravano 44.000 minatori italiani, oltre un terzo del totale.

Le merci che non fossero generi di prima necessità avevano ripreso gradualmente a tornare nei negozi, ma la gente aveva ancora come necessario punto di riferimento lo stile di vita spartano degli anni di guerra e, d'altronde, non è che ci fosse molto da spendere nel superfluo. Anzi, in verità non c'era di che spendere tout court. Vi era, infatti, una larga fascia di popolazione che viveva in condizioni di reddito che oggi definiremmo d’estrema povertà ed anche la borghesia, che pure stava un tantino meglio, si arrangiava secondo livelli di vita che oggi considereremmo inaccettabili (quantomeno dai nostri viziatissimi figli...).


1951 all'Alpe di Siusi con il latte e lo Sciliar

Noi, grazie alla pensione del nonno e allo stipendio (da statale, quindi magro per definizione...) di papà stavamo abbastanza benino, ma non tanto da permetterci quei due pasti completi al giorno cui oggi ci sottoponiamo con esiti fatali per la linea. La sera, come cena, la mamma ci presentava, infatti, un bel caffelatte (con la miscela Leone...) con tanto pane vecchio da inzuppare e - subito dopo - buonanotte, bacino e tutti a nanna. L'arancia, fonte invernale di vitamine, era solo alternativa perché con il caffelatte non ci stava e poi c'era da fare i conti con il proverbio secondo il quale "L'arancia è d'oro al mattino, d'argento al pomeriggio e di piombo alla sera". Inoltre, quando eravamo a Taranto, al mercato si trovavano quasi sempre solo le "arance vanigliate", una varietà dolciastra e stucchevole che non mi piaceva affatto anche perché era piena di semi. Quindi vi rinunciavo volentieri

Nelle famiglie dell’epoca, poi, non si buttava via niente. Mamme e nonne erano delle sapienti esperte d’ogni sorta di riciclaggio di materiali domestici. Bucce d’arancia, pane raffermo, mozziconi di sapone, giornali vecchi, fiammiferi usati... tutta roba che oggi finirebbe senza remissione in pattumiera e che allora era riportata a nuova vita con una fantasia illimitata. Non parliamo poi degli avanzi di cucina, dove si sfiorava il sadismo. Il pane vecchio che non finiva nel caffelatte o che non era tostato per la grattugia (e la relativa passata al setaccio...), era riproposto bollito con una cipolla e un filo d’olio e denominato pan bògio. La sua versione extralusso prevedeva anche l’incorporazione nella minestra fumante di un uovo crudo. Detto uovo crudo costituiva talvolta anche la mia colazione. Ricordo ancora con apprensione gli sforzi sovrumani per succhiarne il contenuto attraverso i forellini che la nonna praticava in punta di forbice e l’improvviso sblòpp! con cui il tuorlo e l’albume viscido mi riempivano sgradevolmente la bocca. Nel polpettone del venerdì finiva di tutto, tanto da essere conosciuto presso molte famiglie (e anche alla mensa FIAT) con il sinistro appellativo di Milite ignoto. La mia mamma produceva abilmente un finto sugo di carne che era composto da un soffritto di tutte le verdure e gli aromi che insaporiscono il ragù. Ma della carne - che si mangiava si e no una o due volte la settimana - neppure l’ombra. Del resto, in quegli stessi anni, nelle campagne del nostro Veneto, allora molto povere e spopolate dall’emigrazione, le famiglie mangiavano in un rito collettivo la polenta versata fumante sul tavolo e da insaporire toccando fuggevolmente la sardèa affumicata appesa con un filo alla lampadina, mentre nelle sere d’inverno, si ritrovavano insieme con le altre famiglie vicine, nelle tiepide stalle, per fare quei filò da cui provengono tante bellissime storie contadine che, purtroppo, sono state in gran parte tramandate unicamente a voce.


Quando l'Aviere arrivava a Venezia con la squadra navale, era festa grande
perché papà stava con noi qualche giorno.

Rimanendo sempre in tema d’economie domestiche, per i nati della mia generazione il concetto del vestitino nuovo era pressoché sconosciuto. I cappotti, i colli e i polsini delle camicie venivano puntualmente rivoltati per raddoppiarne la durata e i vestiti passavano di padre in figlio. Da un vecchio cappotto con la martingala di mio padre n’era fuoriuscito il cappottino con la martingalina che accompagnò la mia infanzia accoppiandosi nei giorni di gran freddo con i resti di un collo di lince appartenuto a mia madre e che, in seguito, terminò la sua ventennale ed onorata carriera sul cappotto di mio fratello Franco. La mia nonna materna era perennemente in azione con la sua Singer a pedale e con il gessetto bianco per segnare le stoffe sopra le carte modello quadrettate di Burda. Credo che a forza di cucire gonne e vestiti per la mia mamma e la zia, avesse pedalato almeno quanto Coppi e Bartali messi insieme. Anche per abbandonare un paio di scarpe occorreva che il calzolaio, all’ennesima richiesta di risolatura, confessasse l'impotenza della scienza calzaturiera a procedere oltre ed emanasse la luttuosa sentenza scuotendo consolato il capo (il calzolaio, in genere, non parlava mai perché aveva sempre la bocca piena di chiodini !).


Nel 1958, con il capottino che poi avrei riciclato a mio fratello

Le signore che potevano permetterselo andavano dal parrucchiere giusto quelle tre/quattro volte all’anno per il taglio e per il resto provvedevano in proprio con messe in piega casalinghe, bigodini improvvisati e con strane alchimie per le tinture. Più tardi, verso l’inizio degli anni sessanta e sull’onda impetuosa delle prime spinte consumistiche, sarebbe apparso in molte case, tra cui la nostra, un diabolico arnese costituito da una calotta di plastica collegata con un tubo alla bocchetta del motore del mitico aspirapolvere Folletto (quello che viene ancora oggi venduto a porta a porta...). La cosa, invertito il flusso di aspirazione, doveva funzionare come il casco del parrucchiere. In realtà, oltre a dare la sensazione che un jet stesse decollando dal salotto di casa, l’arnese forniva degli splendidi esempi di come si potesse cuocere a puntino un cuoio capelluto e renderlo invitante con una glassata di polvere. Ai figli innocenti non veniva risparmiata l’umiliazione del taglio casereccio a scodella o della pettinatura all’Umberto (ultima tragica eredità di Casa Savoia...) con i capelli fissati all’indietro da spatolate di untuosa brillantina Linetti.

Tanto per continuare con qualche minimo esempio del vivere quotidiano, noi, che pure eravamo classificabili tra la media borghesia, all’epoca ci lavavamo con degli economici pani di quel sapone di Marsiglia che qualcuno continuava a fabbricarsi in casa, come in tempo di guerra e che serviva indifferentemente per la faccia e per il bucato. Ma, per restare in tema di igiene personale, ricordo bene che l’uso del dentifricio era considerato da molte famiglie come un’americanata abbastanza originale e comunque superflua. Ivi compreso l’uso della vasca da bagno (le abluzioni di grandi e piccini avvenivano, se andava bene, con cadenza settimanale nel pomeriggio della domenica... con le nonne che sorvegliavano fuori della porta in grande apprensione). In molte case di civile abitazione (a noi capitò a Taranto, nelle case Incis dove alloggiavano molti dipendenti della Marina...) i servizi igienici, oltre ad essere il più delle volte collocati sul balcone o esternamente (incoraggiando così nelle notti gelide e piovose il poco igienico uso del pitale celato nel comodino...) erano rudimentali e limitati...al minimo indispensabile. Il bidè, il cui uso intensivo era limitato alle case di tolleranza, era considerato dalle famiglie normali poco più che un lavapiedi o, nel peggiore dei casi, una curiosa custodia per violino in maiolica. Esattamente come amici maligni mi dicono accada ancora oggi in alcune lande della civilissima Inghilterra. 

la mia Prima Comunione a Taranto (1956) con l'aria compunta
e la signora in alto a sinistra in preda a crisi mistica

Non esistevano dunque gli shampoo delicati e/o medicamentosi alle erbe medicinali, i prebarba e i dopobarba, i dentifrici antiplacca, i colorati e sommamente inutili colluttori, le lacche, le creme prebagno e dopobagno i deodoranti, i saponi al pH neutro (?!) e tutte quelle cose che troneggiano ingombranti sulle mensole dei nostri due bagni di casa e senza le quali oggi ci parrebbe di non poter vivere dignitosamente. Anzi, per dirla tutta, la gente doveva lavarsi decisamente poco, tanto che, sia nelle Forze Armate che nelle scuole si svolgevano, oltre a quelle contro la tubercolosi (dove, con un’offerta di 100 lire, ti davano i francobolli e un distintivo con spillone che era una vera arma impropria...) delle periodiche campagne di sensibilizzazione anti pidocchi. Mio padre, fortunatamente, ci educò da subito (da buon militare qual era...) all’uso spartano del sapone e dell’abbondante acqua gelata sul collo e dietro le orecchie (le mollezze dei lavacri con l'acqua tiepida ci erano sconosciute.).

Per restare in tema di abluzioni, ricordo che la rasatura della barba di papà e del nonno consisteva in una specie di cerimonia mistica, con lunghe lisciate di rasoio (quello a lama lunga, che richiedeva la mano ferma del chirurgo e la rassicurante presenza dell’allume di rocca sulla mensola del bagno...) sulla striscia di cuoio grasso attaccata vicino al lavandino e la meticolosa preparazione del sapone nella ciotola con il pennello di tasso. Ci si impegnava oltre mezz'ora, giusto il tempo di far bollire la napoletana del caffè sulla stufa economica a legna. Le cucine a gas (con la bombola) erano, infatti, ancora privilegio di pochi. In casa nostra, come quasi dappertutto, troneggiava da tempo immemorabile la cucina economica a legna che, con il suo calore diffuso, consentiva agli alimenti cotture meno traumatiche di quelle impartite dagli attuali fornelli a gas e quindi di rilasciare quietamente gli umori più suggestivi. Era, naturalmente, un modo di cucinare adatto ad una vita serena e senza fretta. Oggi, per la gioia dei fabbricanti di pastiglie contro l’acidità di stomaco, noi, che non abbiamo tempo per definizione, sbattiamo nel forno a microonde degli intrugli insapori, precotti e predigeriti e riusciamo a nutrirci in cinque o sei minuti. E ad avere acidità di stomaco per cinque o sei ore.

 l'Aviere (D554) dove mio padre era comandante in seconda, si rifornisce
in navigazione dall'incrociatore Montecuccoli (Taranto, 1954)

Grazie alla stufa a legna, invece, era possibile mangiare delle strepitose e digeribilissime paste e fagioli (rigorosamente di Lamon) così dense da tenere il cucchiaio ritto in piedi, come esige la più nobile tradizione veneta. Dette paste e fagioli era ghiotta tradizione riproporle il giorno seguente appena intiepidite e cònse con il raicièto amaro di campo, l’ògio (de quel bon), il pèvare, il sàl e appena un profumo de asèo. Oppure era possibile godere di intingoli tirati alla cassopipa (tra questi, il sughetto di cipolle, acciughe e uvetta passita per i bigoli in salsa che veniva lasciato a consumarsi per ore quasi al...tepore di candela). E, soprattutto, raschiare sul fondo del paiolo le più croccanti croste di polenta che si potessero concepire. Il carbone e la legna per la stufa venivano accatastati nella grande terrazza coperta di casa nostra e venivano portati su per le scale, con gerle di vimini tenute in precario equilibrio sulla testa, da facchini anneriti e seminascosti da un sacco di iuta (ecco da dove mi veniva la paura dell’uomo nero!). Dopo un rifornimento di carbone si puliva per giorni la casa dal pulviscolo nero che si depositava su tutto. 

In casa avevamo anche un (quasi) lusso: la ghiacciaia. Questa era alimentata con grandi stecche di ghiaccio, dal costo di cinque lire, che erano prodotte dalla vetusta fàbrica del giàso, alla Giudecca. Le stecche venivano distribuite per la città con un apposito barcone il cui arrivo era annunciato con grandi grida dal canale. A queste, facevano subito eco le signore alle finestre, gridando per le ordinazioni. I facchini portavano in spalla le stecche su e giù per le ripide scale delle case, arpionandole con uncini di ferro tipo mattatoio. Per salire i quattro piani di casa nostra con tutto quel peso sulle spalle si accontentavano di: "un ombrèta de quèo bòn". Calcolando il numero di case visitate e di ombre conseguenti, dubito che a sera fossero in grado di reggersi in piedi. D’altronde l’offerta dell’ombra di vino, in una casa veneziana, era un fatto di normale ospitalità. Anche don Gino, il parroco di Santa Maria Formosa, quando veniva a benedire la casa con l'incenso e il chierichetto, di fronte all’offerta dell’ombra non si tirava indietro, tanto che, quando molti anni dopo, nel pieno del sessantotto, fu soprannominato il prete rosso qualcuno insinuò che fosse per via del Cabernet.


I Mottarelli al latte e ricoperti: il mito delle
nostre lunghe estati degli anni '50

Le lavatrici e i detersivi "che più bianco non si può" erano di là da venire. In casa nostra sarebbero arrivate intorno alla metà degli anni sessanta. Nell’attesa, i panni si lavavano dentro la rugginosa vasca da bagno sfregandoli energicamente su un asse di legno con lo spazzolone e il sapone marsigliese (sempre lui !). Per sbiancare i lenzuoli che bollivano per ore nei pentoloni si versava la cenere nell’acqua bollente, rimestando in continuazione con il bastone. Il ferro da stiro era una sorta di carrarmato di pesantissima ghisa e veniva perigliosamente alimentato riempiendolo di brace incandescente prelevata dalla stufa. Soppiantati poi dai ferri elettrici e a vapore ed essendo praticamente indistruttibili, finirono la loro carriera come fermaporta vivacemente colorati. Le mamme e le nonne, oltre a stirare impeccabilmente (con la riga dei pantaloni che faceva mia nonna ci potevi affettare il pane...) e a ruotare e profumare la biancheria nei cassetti con i sacchettini di lavanda, controllavano assiduamente lo stato di tenuta di tutti i bottoni, rinforzandoli all’occorrenza. Così, fino al giorno in cui cominciai finalmente a vivere fuori di casa rimasi all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi. Dopo la conquista dell’indipendenza, e la scoperta della caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare nel cestino da lavoro di mia madre esclusivamente aghi con il filo già inserito. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le donne. Lo faccio ancora oggi, ma mia moglie non s'intenerisce. Forse ha sgamato il trucco...


martedì 26 dicembre 2017

Della magia dei cenoni natalizi e delle malinconie per le cose buone di una volta.


Vedo in queste ore decine di foto provenienti dai cenoni di tutti i miei amici che mostrano con orgoglio le proprie tavolate e i piatti preparati con maestria per l'occasione, anche se talvolta ho notato la presenza in tavola di diversi "mappazzoni" ipercalorici, iperpannosi o iperfritti, in rappresentanza di quel cibo "iper" che poi uno lo digerisce dopo l'epifania. C'è stato anche chi ha fatto il cenone in pizzeria, fotografandosi orgogliosamente davanti alla quattro stagioni e chi ha pasteggiato su tovaglie di lino di Fiandra, con i candelabri, i bicchieri di cristallo e la posateria in argento in stile pranzo ufficiale a Buckingham Palace, però mi domando se in tali occasioni il galateo di corte preveda un commensale con la felpa gialla e la scritta Minnesota University. Qualcuno poi ha anche scritto e raccontato dei propri cenoni e di conseguenza, ha risvegliato anche i miei ricordi più antichi. Perché essendo figlio di un ufficiale di Marina da squadra navale e non da scrivania, di Natali in giro per basi militari e foresterie di Circoli Marina ne ho fatti a bizzeffe, da Taranto ad Augusta e da Brindisi a La Spezia, trascorrendone un paio perfino a Belgrado, con 15° sottozero e la neve a metà cancello, che poi voi che mi leggete direte subito che lì c'è il Danubio, ma non il mare, però all'epoca mio padre era l'addetto militare della nostra ambasciata, quindi la cosa si spiega. 

A volte, da bambino, le feste le trascorrevo da solo con i nonni nella loro casa veneziana, oppure c’erano anche la mia mamma e mio fratello, ma non mio padre che era in missione da qualche parte e magari ci dovevamo accontentare di una telefonata, sempre che fosse possibile inviarla. Però alcuni natali dove riuscivamo a essere tutti riuniti a tavola li ricordo bene e sono legati a qualche settimana di licenza o al periodo in cui mio padre comandava la flottiglia dei dragamine magnetici dell’Alto Adriatico che era di base qui a Venezia. Quel giorno il menù, assolutamente tradizionale e tramandato a quanto sembrava da generazioni, prevedeva che sulla tovaglia di lino ricamata a mano delle grandi occasioni arrivasse la zuppiera con i cappelletti in brodo fumante di manzo e gallina o cappone. Questi erano preparati di buon mattino con la pasta tirata sottilissima da mia nonna, chinata sulla spianatoia a darci dentro con il mattarello a maniche rimboccate, con il fazzoletto in testa e avvolta da nuvole di farina come una divinità greca ed erano ripieni di un profumatissimo trito di pollo, carne, mortadella, parmigiano, uovo e noce moscata. Non amando il brodo (che tanto poi me lo rifilavano il giorno dopo con la pastina a farfalline) io li mangiavo asciutti e conditi con una noce di burro e tanto formaggio. Solo una volta, con mia grande delusione, arrivò in tavola, come omaggio a mio padre che era un milanese doc, un risotto allo zafferano ma con i fegatini di pollo che all’epoca non mi piacevano (oggi, padellati con burro e salvia sarebbe un'altra storia) e che quindi finirono ad ammucchiarsi in un lato del piatto come fa mia moglie con i canditi del panettone, ma nel mio caso con relativa sgridata perché a tavola non si butta via niente, che ci sono i bambini poveri che muoiono di fame (così mi veniva pure il senso di colpa). Dopo i cappelletti era il momento del cappone o della gallina bollita (che già ci avevano fornito il brodo) portati in tavola su un grande vassoio. In alternativa, a volte c’era il lesso misto, anche con la lingua e la testina (che da bambino detestavo perché, a parte la gallina e il cotechino, tutta la carne comunque aveva grasso e nervetti). In entrambi i casi mia nonna preparava per accompagnarli un bagnetto verde con le acciughe, il pane ammollato nell’aceto, l’uovo sodo, l’aglio e tanto prezzemolo, che era buonissimo anche sul pane e proprio per questo era spazzolato via subito, che al massimo me ne rimaneva un cucchiaino. Se andava bene e la nonna aveva avuto il tempo di farla potevo consolarmi con la sua peperonata molto “cipollosa” e senza melanzane, messa a “tirare” sul fuoco bassissimo, che a volte appariva a dare man forte al bagnetto verde, altrimenti per mandar giù il boccone di lesso mi toccava un cucchiaino di concentrato di pomodoro Cirio.

In realtà il contorno più atteso da tutti era composto dall’apertura di uno dei vasi di porcini sott’olio che producevamo in quantità industriale durante le vacanze estive in montagna. Infatti, il viandante che fosse venuto a trovarci a Moena verso fine agosto, già salendo le nostre scale sarebbe stato colto dal profumo di acqua e aceto in perenne ebollizione e dove mia nonna, dopo averli ripuliti con un panno umido, avrebbe tuffato i porcini più belli e sodi (gli altri, tagliati a lamelle, finivano sul balcone a essiccare al sole per i risotti invernali), per poi coprirli di olio nei vasi a tenuta ermetica assieme ad una foglia di alloro e chiodi di garofano. Anche i porcini sott’olio venivano spazzolati hic et nunc ed erano spesso fonte di accesa rivalità i porcinetti piccoli e interi, considerati, chissà perché, ancora più prelibati. Infine, arrivava il momento atteso da noi bambini del panettone, che allora o era Motta oppure Alemagna e aveva tutti i canditi e l’uvetta che doveva avere, senza se e senza ma, con mio padre che inesorabilmente ci raccontava che per un milanese l’unico vero panettone era quello basso delle Tre Marie, che allora era un piccolo panificio con forno dove suo papà andava appositamente a comprarlo e bisognava prenotarlo mesi prima. Sembrava quasi che se prima non si fosse ascoltata la storia delle Tre Marie, non si sarebbe potuto affettare il panettone. Qualche volta, infine, mia nonna, poco prima del pranzo di Natale, preparava in casa il torrone, con il miele e tante mandorle e nocciole ma senza i pistacchi che costavano troppo. Però lei non lo faceva a barretta e avvolto da due cialde di ostia come si usa, ma il suo era basso, bitorzoluto e tondo, un po’ come quello di Cologna Veneta (per chi lo conosce) e bisognava spezzarlo con il coltello sul tagliere da quanto era duro. Però era davvero buonissimo tanto che alla fine, senza essere visto, m’inumidivo il dito per raccogliere anche le schegge più piccole rimaste sulla tovaglia. 

Curiosamente ricordo anche qualche cenone natalizio a cui non ho partecipato e in particolare uno che mi è stato raccontato come segnato da un magico evento e che vide protagonista la mia nonna materna che era delle Langhe ed anche una curiosa miscela di monarchia sabauda (teneva nel cassetto del suo comodino un piccolo sacchetto di terra di Cascais inviatole personalmente da Umberto di Savoia dal suo esilio portoghese) e di fervente socialismo turatiano. Così, da bambino ascoltavo affascinato come se fosse un'avventura emozionante il suo racconto delle cariche a sciabola sguainata dei Regi Carabinieri a cavallo contro gli operai in sciopero davanti ai cancelli della Borsalino dove aveva lavorato per qualche tempo. Mentre le nonne normali t'insegnano le preghierine, lei m'insegnò invece l'Internazionale che poi ebbi la bella idea di cantare al Circolo Marina di Taranto quando durante la festa natalizia per i bambini degli ufficiali che precedeva il cenone una signora mi chiese se sapessi qualche canzoncina. I miei non ne furono molto entusiasti e tanto meno l'ammiraglio che comandava la base, che il giorno dopo convocò mio padre a rapporto. Comunque, nonostante la vocazione al risparmio più austero, ogni tanto la nonna si concedeva qualche lusso inaspettato e nel nostro frigorifero compariva, come per magia, un bicchiere pieno di riso profumatissimo. Dentro, piccola gemma delle mille voluttà, vi era nascosto un tartufo bianco d’Alba (la trifula) i cui inquietanti effluvi sul risotto alla milanese o sulle uova strapazzate mi allargavano gli orizzonti e l’appetito. Che ci fosse in casa la trifula lo capivo al volo, perché la nonna si aggirava per la cucina sorvegliando il frigorifero con gli occhietti furbetti e complici. A tavola, quando le preziose lamelle si posavano volteggiando sui risotti fumanti, non si sentiva volare una mosca, salvo, a cose fatte, avviare il contenzioso sullo scarso ammontare del proprio grattugiato rispetto a quello del vicino. Ed una volta accadde il miracolo di Natale perchè la nostra vicina di pianerottolo, moglie di un Generale della Guardia di Finanza, si era presentata alla porta di casa nostra con in mano un tartufo bianco grande come un'arancia, dicendo che era un regalo ricevuto da suo marito, ma che a loro il tartufo non piaceva e poi puzzava tanto, quindi se a noi faceva piacere ce lo avrebbe regalato, altrimenti lo buttava via. Naturalmente la nonna si offerse volontaria per lo smaltimento rifiuti, con grande entusiasmo della famiglia. Io ascoltavo sempre con invidia la storia del trifulone piovuto dal cielo, poiché all’epoca dell’evento, come ho detto, ero a Taranto a cantare l'Internazionale per allietare il cenone dei miei.

Gran bei tempi, insomma e tanta malinconia nel ricordarli anche se in fondo anche noi questa mattina abbiamo fatto il pranzo di Natale a famiglia finalmente riunita e mia moglie ci ha deliziato con fettuccine di pasta fresca con ragù d’anatra e altre bontà di cui non dico, altrimenti mio figlio poi mi annuncia che ho appena vinto il “machissenefrega award 2017” ed è un premio al quale tengo poco.

sabato 4 novembre 2017

Della signora Luisa e dello stramaledetto sabato al supermercato.

Rivoglio la signora Luisa! Lo so che ha venduto da tempo “La Fromagerie” che, al di là del nome da negozio raffinato ed elitario, di quelli che puoi trovare in centro a Milano o Roma, in realtà era la modesta ma ben fornita botteguccia di alimentari a due passi da casa mia, che quando mi mancava qualcosa ed era tardi riuscivo a vedere dalla mia terrazza se era ancora aperta o aveva già tirato giù la saracinesca. E’ andata in pensione e ha chiuso ormai dieci anni fa e una volta che era in vena di confidenze mi ha raccontato di essere stufa, stanca e anche amareggiata. Infatti, il negozio languiva da tempo costretta com’era a lottare con il vicino supermercato Ca’ D’oro e in seguito con un nuovo discount aperto a cento metri da lei, che, oltre a tutto, stava su una strada trafficata e stretta tra le case, dove non si poteva parcheggiare e pure con un marciapiede dove passava un pedone alla volta. Adesso, dopo un negozio di musica che ha avuto vita brevissima, ha preso il suo posto un ufficio di amministrazione condomini dove dietro alla vetrina c’è pure un barboncino bianco che viene colto da una crisi isterica quando passo con il mio, che nemmeno se lo fila di striscio. Sarà pure vero che nella vita “panta rei” e bisogna farsene una ragione, ma nel cambio non ci abbiamo guadagnato.

Ogni tanto la signora Luisa la incontro per strada e siccome ho capito che abita più o meno dalle parti del mio dentista, se solo sapessi come fa di cognome mi piacerebbe suonarle il campanello non solo per salutarla ma con il sogno impossibile di vedere se, insistendo, magari mi riapre il negozio, anche solo per poco. Perché dalla Luisa, di prima mattina, ci trovavi il pane ancora caldo, croccante e di un profumo stupendo che con l’olio di frantoio e un pizzichino di sale poi ti ci leccavi i baffi e, comunque, da lei non dovevi sorbirti tutta la commedia dell’arte delle due Mirandoline del panificio dall’altra parte della strada, che prima di venderti mantovanine e rosette ti dispensano almeno un paio delle loro battute argute. Ma, soprattutto, dentro alle vetrinette del banco della Signora Luisa in mezzo alle confezioni di stracchino industriale, ai formaggini e alle banali sottilette che trovi dappertutto, ogni tanto vedevo apparire misteriosamente delle vere prelibatezze di nicchia, quelle degne davvero di una gastronomia di lusso e che mi sono sempre chiesto chi (a parte me) gliele acquistasse, visto che i pochi clienti che incontravo in negozio erano la vecchietta che per risparmiare comprava lo scartoccetto di spalla di prosciutto cotto e l’etto di Asiago, il tipo male in arnese che voleva la lattina di birra di buon mattino o il bambino che si prendeva la merendina andando a scuola. 

Invece lei, che talvolta mi diceva orgogliosa e con gli occhietti che brillavano furbizia “Ha visto cosa mi è arrivato?”, aveva delle meraviglie come lo Spretz, il formaggio puzzone di Moena, un gorgonzola artigianale da spalmare sul pane come una crema o lo straordinario pecorino siciliano con i granelli di pepe (che grattugiato sulla pasta era pura felicità…). Spesso vi trovavo il Bastardo e il Morlacco del Grappa, ma talvolta anche dei canestrati di pecora toscani e perfino il formaggio di fossa stagionato da mangiare con il miele di castagno. Perché la signora Luisa di formaggi ne capiva assai e quando non c’erano clienti alle volte ne discutevamo e magari mi faceva assaggiare qualche pezzetto dei nuovi arrivi che non conoscevo e spesso erano talmente buoni che alla fine me ne comperavo un paio di etti (così mia moglie, oltre a mangiarli di gusto, s’incazzava, che avremmo dovuto essere a dieta). Naturalmente la signora Luisa aveva anche i salumi, pure loro pochi ma buoni, e tra questi, oltre al Felino e a quello all’aglio di Schio, ricordo con malinconia la mortadella con i pistacchi e una buonissima coppa di testa, ma soprattutto le soppressate che periodicamente portava su dal paese suo marito che era un calabrese della costa jonica, come mi aveva tenuto subito a sottolineare, casomai avessi pensato che fosse dell’altro versante.

Costui era un omone olivastro con i capelli ricci, due baffoni neri da Stalin e un vocione baritonale, ed era curiosamente dissonante per stazza, carattere e portamento rispetto alla moglie, un donnino minuto quasi nascosto dietro al banco, con una vocina sottile e un fare garbato, che quando ti diceva con lo sguardo mortificato “Ho messo venti grammi di mortadella in più, lascio?” si vedeva che le dispiaceva davvero e fosse stato per lei ti avrebbe anche fatto omaggio di quella fettina colpevolmente in eccedenza. Lui, invece, se ne stava seduto come un patriarca su una sedia impagliata di quelle da osteria in un angolo del negozio, talvolta leggendo il giornale ma più spesso guardando la moglie lavorare e talvolta commentando, che se lo avessi fatto io con la mia, avendo tutti quei coltelli a portata di mano me ne sarei trovato uno piantato nello sterno in un amen. Una delle poche volte che avevo visto quell’uomo darsi da fare per la moglie era stato quando le aveva spaccato in due una forma di grana con il coltello in un colpo solo, facendomi una grande impressione per tanta forza bruta.

Così gli avevo fatto i complimentie dopo uno scambio di battute che mi aveva permesso di apprendere che lui quando era giù al paese era quello che scannava il maiale, era nata tra noi una certa cordialità, tanto che un pomeriggio entrando nel negozio, mentre la moglie era indaffarata a servire un altro paio di clienti mi aveva fatto cenno di avvicinarmi alla sua sedia e mi aveva bisbigliato con aria complice “Se vuole ho da darle il Viagra…” lasciandomi abbastanza interdetto, fino al momento di capire che si riferiva al “Viagra calabrese”, un vasetto di piccantissima crema di peperoncino che mi avrebbe venduto sottobanco. Da quel giorno, quell’uomo della costa jonica, diventò il mio fornitore di fiducia di ‘nduja (quella vera, fatta in casa) e di altre meraviglie gastronomiche della terra calabra come il capocollo, il caciocavallo silano e pure l’olio di frantoio di un suo cugino dalle parti di Lamezia.

Racconto tutto questo “amarcord” della signora Luisa e di suo marito della costa jonica, che immagino accoppasse il maiale a cazzotti, perché oggi è sabato e quindi mi è toccato fare lo “spingicarrello” al seguito dell’elfa (un po’ come il caddy che porta le mazze da golf a Tiger Woods) nel solito mega supermercato affollatissimo e come di consueto ho dovuto affrontare le schiere di rintronati che ti vengono sulle caviglie con il carrello pieno all’inverosimile o trascinando con noncuranza i loro cestini con le ruote, i maledetti che alla cassa gli mancano sempre quei dieci fottuti centesimi e iniziano a frugare in tutte le tasche o piantano una grana interminabile perché sul depliant il melone doveva essere in offerta e comunque vogliono pagare con i buoni mensa. E come dimenticare quelli che lasciano il carrello di traverso in mezzo alla corsia per andare chissà dove o hanno bambini iperattivi che toccano tutto e giocano a rincorrersi strillando come fossero al parco giochi. Ma ci sono anche quelli che fanno salotto mettendosi a chiacchierare con gli amici incontrati per caso e che se gli chiedi due o tre volte “Permesso…potrei passare?” nemmeno ti badano, tanto che ti monta l’istinto omicida di usare il tuo carrello come una boccia da bowling e fare strike.

Poi ci sono quelle che impiegano dieci minuti per decidere se prendere il latte Granarolo o il Soligo o il Latte Busche, come se da questa scelta dipendessero le sorti dell’umanità e quando finalmente ne prendono uno poi ci ripensano, tornano indietro e ne prendono un altro (Ooops! Questa è mia moglie, sarà meglio che non lo scriva…) e quelle che se ti lamenti che sei solo lì a spingere il carrello e ambiresti a mansioni più consone al tuo ruolo tipo scegliere anche tu qualcosa, allora ti mandano a pesare i sacchetti con la verdura “Le zucchine sono il numero 122 e il porro il 104, non ti sbagliare…” (sempre lei, sono recidivo…). Insomma, in questi ipermegasupermercati c’è davvero qualsiasi cosa tu possa desiderare, dalle patatine al Wasabi, ai lokum turchi alla rosa, dai cetrioli sottaceto rumeni, al camembert greco al latte di capra e fino al pesto genovese con il tofu (purtroppo esiste), ma non c’è nulla che mi attiri più di tanto e, comunque, qualsiasi cosa metta nel carrello lo faccio in automatico perché a casa l'ho finita o perché c’è l’offerta. E’ tutto impersonale, troppo sfacciatamente “entra, metti nel carrello, vai alla cassa, paga e poi fuori dalle balle …” . Alla fine ti senti solo un numero di scontrino, una delle migliaia di facce anonime di quel sabato e questo lo detesto. Mi mancano l’umanità nel rapporto con il cliente e magari le quattro chiacchiere al banco (quelle che faccio con il mio macellaio mentre mi taglia le bistecche) o lo scoprire di condividere una cultura del cibo, la curiosità che nasce dal sentirsi raccontare un prodotto che non conosci e dal poterlo provare, il piacere di sentirsi un cliente ormai conosciuto nei propri gusti che verrà seguito e consigliato per il meglio perché ci tengono a farti ritornare contento. 
Insomma… non si può riavere la signora Luisa? Magari solo al sabato...

mercoledì 20 settembre 2017

Dell'antico Egitto, dei Cimbri e Teutoni e dei loro piatti nelle malghe del Cansiglio

C’è nel mondo dell’editoria un grande mistero che, in quanto tale, non riesco a spiegarmi e forse richiederebbe l’intervento di Alberto Angela e magari anche di suo padre Piero. Vi spiego: io so perfettamente che quando viene dato in omaggio o a prezzo stracciato il primo numero di una qualsiasi enciclopedia o dizionario questo sarà dedicato alla lettera “A”. Nella mia biblioteca ho diversi libri, alcuni anche ponderosi, che trattano della lettera “A” e quindi posso affermare di essere un vero esperto di temi che spaziano da “Abaco” ad Azzimato” e se dovessi ridare oggi l’esame di Diritto Civile, non farei più scena muta sul significato di “Abigeato”e di “Anatocismo”. 

Quello che invece non comprendo è perché ogni numero speciale di rivista, allegato a qualche periodico, collana in DVD o a fascicoli debba sempre iniziare dall’ “Antico Egitto” con o senza riproduzione dei templi di Luxor in 3D. Anche perché ormai so tutto di Nefertiti, Anubi, Osiride, la disposizione astronomica delle piramidi, il mistero della sfinge, il limo del Nilo e Abu Simbel. Ho appreso discretamente anche le tecniche di mummificazione, che potrei sperimentare sul gatto dei vicini, conosco il significato di almeno una ventina di geroglifici e so cosa mangiasse a colazione Tutankhamon il cui faccione enigmatico mi osservava anche questa mattina dal numero speciale di National Geographic passando davanti all’edicola. Dunque, difficilmente comprerò queste pubblicazioni perché ormai non mi possono più sorprendere o incuriosire, salvo che non mi dimostrino che le piramidi sono un manufatto alieno e che in realtà noi ne vediamo solo la punta emersa tra le sabbie perché la loro base è situata venticinque chilometri sottoterra. 


In questa malga sostengono che i Cimbri mangiassero così.

Per questo mi chiedo: proprio non si può iniziare una qualsiasi collana storica da un altro popolo un tantino più inedito? Dando per abbastanza conosciuti Romani, Etruschi, Ateniesi e Spartani, proporrei magari i Sumeri o gli Ittiti che nella battaglia di Qadeš agli egiziani di quel presuntuoso di Ramses II gli hanno fatto un mazzo così. Andrebbero bene anche i nomadi Getuli del Maghreb oppure i Sanniti delle forche caudine o le popolazioni danubiane dei Daci, che tante rotture di scatole hanno dato ai romani. Oppure, poiché abitano ancora qui sul Cansiglio e sui Colli Berici dopo che il console romano Gaio Mario li aveva sconfitti ma se n’era dimenticato qualche drappello, potremmo parlare dei Cimbri e dei Teutoni (io partirei comunque avvantaggiato perché una mia amica che insegna Filologia Germanica ci ha scritto sopra qualche libro). Far conoscere lingua, tradizioni e cultura di questo popolo (a Barbarano Vicentino si stampa ancora un giornale in lingua Cimbra) sarebbe davvero interessante, anche perché uno eviterebbe di vedersi servito come “piatto Cimbro” in una malga sul Cansiglio, la desolante salsiccetta con cubettino di polenta della Barbie e formaggio gravemente ustionato alla piastra che mi hanno portato in tavola per la modica cifra di 14 Euro. Voglio proprio sapere cosa mangiassero realmente i Cimbri…

martedì 12 settembre 2017

Del signor Giuseppe, che volava sui Fiat C.R.32


Sei anni fa, avevo appena preso il bretone e con le mie prime passeggiate con lui iniziavo anche a conoscere tanti proprietari di cani, con alcuni dei quali poi sono anche diventato amico. Tra questi, incrociavo ogni tanto anche il signor Giuseppe, un uomo molto anziano (era già novantenne), alto e magrissimo, una vaga somiglianza con Gary Cooper, ma soprattutto con quell’eleganza sobria e signorile e quei pantaloni stirati con la piega “a coltello” che chi come me ha vissuto per anni tra Circoli Marina e basi navali, riconosce a prima vista: doveva essere stato un ufficiale. Dopo qualche tempo, a forza di incontrarci, lui che aveva sempre quel suo cagnolino vecchietto e ansimante e io con il mio cucciolone vivacissimo, pur senza conoscerci ci scambiavamo il classico cenno di saluto con la mano e un sorriso. Una mattina, lo vidi arrivare da solo verso di me, pallido in volto. Non feci a tempo a chiedergli se si sentisse bene e come mai fosse da solo che lui scoppiò a singhiozzare in un pianto disperato. Lo abbracciai e così, una volta calmato, dopo essersi scusato per quella commozione di cui si vergognava mi raccontò che il suo cagnolino, che stava con lui da quindici anni, era morto due sere prima e che ora lui rifaceva gli stessi percorsi quotidiani perché non riusciva a rassegnarsi a quella perdita. Rivedendo me e ricordando di come fino a pochi giorni prima c’incontrassimo con i nostri cani, era stato sopraffatto dal ricordo doloroso del suo che non c’era più.

Così, iniziammo a fare amicizia e parlando in varie occasioni successive delle nostre vite scoprimmo che avevamo molti punti in comune e che le sue vicende avevano delle curiose somiglianze con le storie della mia famiglia. Lui era di una nobile e benestante famiglia toscana che aveva le sue tenute e viveva in un piccolo paesino vicino ad Arezzo. Sua madre era morta presto e suo padre si era risposato con l’amante e gli aveva dato due fratellastri, mentre lui, che non aveva approvato quelle nozze e non sopportava la compagna di suo padre, per andarsene da casa si era arruolato giovanissimo in aviazione. Pochi anni dopo, allo scoppio della guerra era stato inviato in Libia con la sua squadriglia da caccia, nella zona del fronte della Cirenaica, dove poi era stato fatto prigioniero e una volta tornato a casa dopo anni di prigionia e molte vicissitudini, arrivando in paese tra lo stupore e lo spavento dei compaesani che lo credevano un fantasma redivivo aveva scoperto che nel frattempo il padre era morto ed essendo convinto a sua volta che fosse caduto al fronte aveva lasciato tutti i suoi beni e le proprietà ai due fratellastri e al parroco del paese che avevano brigato assai per ottenere quel risultato. A seguito di questo, naturalmente, gli accaddero altre vicende tumultuose che non racconterò. 

Un FIAT C.R.32 : robusto e manovriero e tra i migliori caccia degli anni '30,
ma del tutto superato di fronte ai moderni Hurricane e Spitfire inglesi.  

Ma, soprattutto, Giuseppe mi aveva raccontato un episodio straordinario vissuto in quei suoi pochi mesi di guerra che lo aveva segnato profondamente e che ora vi racconto a mia volta. Era il dicembre del 1940, le divisioni inglesi del generale Wavell, modernamente armate e ben motorizzate, con i carri armati pesanti “Matilda” ai quali i nostri cannoncini anticarro da 37 mm. chiamati “sparapiselli” facevano il solletico, avevano appena lanciato la controffensiva dell’operazione Compass e stavano riconquistando rapidamente il territorio egiziano perso pochi mesi prima sfondando le nostre linee e puntando decise in direzione della Cirenaica. L’Afrika Korps di Rommel sarebbe arrivato solo a marzo del 1941 a riequilibrare le sorti sul campo e la nostra situazione era ogni giorno sempre più disastrosa. Una mattina, Giuseppe, dopo aver completato un giro di ricognizione lungo le piste camionabili che lo attraversavano per osservare possibili movimenti delle avanguardie nemiche segnalate già a Sollum, stava sorvolando il deserto a bassa quota con il suo Fiat C.R.32 , diretto verso Bardia. Lì c’era la sua base e la città s’intravvedeva già con il bianco delle sue case sul limitare della striscia di mare azzurrissimo che era all’orizzonte, quando all’improvviso venne colto come da un presentimento di pericolo. Guardò nello specchietto retrovisore, ma vi scorse unicamente il lampo del sole abbagliante di quella mattina e forse un puntino nero che cresceva rapidamente, ma non fece tempo a spaventarsene perché di colpo un'ombra scura passò veloce sopra di lui allontanandosi rapidamente e ondeggiando le ali in segno di saluto, per poi virare decisa verso le linee inglesi e sparire ben presto alla sua vista. Era un Hawker Hurricane della Royal Air Force, che gli era arrivato alle spalle in picchiata controsole e avrebbe potuto facilmente abbatterlo con una raffica dei suoi quattro cannoncini da 20 mm. ma, con un gesto di cavalleria d’altri tempi, aveva voluto risparmiare quel bersaglio troppo facile e la vita di quel pilota che volava inerme in un abitacolo scoperto (seduto in giardino si diceva allora) su un piccolo biplano di legno, tela e alluminio che andava alla metà della sua velocità.



Lo Hawker Hurricane: contro un C.R.32 
                                                   avrebbe avuto vita facilissima

Giuseppe fece a tempo a memorizzare il pennant number, cioè la sigla sulla fiancata che identifica l’aereo e la squadriglia e poi fece ritorno alla sua base, ma quattro giorni dopo le truppe inglesi e australiane di Wavell, precedute da un violento bombardamento aeronavale, arrivarono a Bardia, catturando 36.000 militari italiani e tra questi Giuseppe, che aspettò così la fine della guerra in un campo di prigionia in Sudafrica. Qualche anno dopo il ritorno in patria, con i dati a sua disposizione, Giuseppe cercò di conoscere il nome di quel pilota inglese che lo aveva risparmiato, contattando l’ambasciata britannica e poi anche il Ministero della difesa inglese e la Royal Air Force ma alla fine dopo mille difficoltà e superando burocrazie e segreti militari venne finalmente a sapere che quel pilota dello Hurricane si chiamava Trevor Davies, all'epoca aveva venticinque anni ed era uno dei migliori del suo squadrone, già con alcune vittorie in combattimento, ma che purtroppo era stato abbattuto dalla contraerea durante una missione sulla Germania qualche anno dopo quell’episodio. E il non averlo potuto conoscere e abbracciarlo o almeno portare un fiore sulla sua tomba rimase per sempre uno dei più grandi rimpianti della sua vita. 

Due anni fa, dopo qualche tempo che non incontravo Giuseppe, l’avevo rivisto mentre passavo con il cane sul marciapiede di Via Calabria. Lui era seduto sulla macchina della figlia ferma al semaforo e dopo avermi scorto a sua volta mi aveva fatto un cenno di saluto da dietro il finestrino, che avevo ricambiato. Purtroppo quella è stata l’ultima volta che l’ho visto, perché qualche tempo dopo ho saputo da sua moglie che se n’era andato via una mattina, all’improvviso. Una volta mi aveva detto che per lui volare era la vita stessa e così ora quando guardo verso il cielo azzurro ogni tanto sorrido al signor Giuseppe che volava sui C.R.32

venerdì 1 settembre 2017

Dei cibi che un giorno vanno bene e l'altro no, come le targhe alterne

Bene... e con quello di oggi fanno 327. Parlo degli ordini e contrordini sugli alimenti che sui nostri quotidiani nel periodo estivo passano a settimane alterne da altamente nocivi ad altamente consigliati a seconda di qualche studio di università o centri di ricerca universalmente ignoti, quali il Royal Research Center for Yorkshire Pudding, La Wyoming's Bullshit University e il Deutsche Institut fur Nicht Hinauslehnen. Oggi, infatti, i soliti autorevoli studiosi ignoti, con uno spettacolare colpo di scena ci assicurano sulla prima pagina di Repubblica che bistecche, formaggi e grassi non fanno male al cuore (e così i vegani sono serviti, che si riprendessero il loro seitan e via, a casa...). Anzi, sarebbero proprio le diete povere di grassi e ricche di carboidrati a fare male (oddio! mi sono appena fatto due spaghi pomodoro e basilico: rischio qualcosa?). 


Le mie mezze penne con melanzane, olive nere, pomodorini, capperi e acciuga.
Faranno anche male, ma sono tanto buone...

Venti giorni fa però erano proprio le diete a base di salsicce e costicine a finire sul rogo, ma però non si trattava di quello del barbecue, ma più di una cosa alla Savonarola mentre la dieta mediterranea spopolava e le azioni dei produttori di basilico e origano schizzavano alle stelle, per non parlare dei prezzi della caprese nei ristoranti. Prima ancora è stata la volta delle uova, della cioccolata e poi del caffè che nei giorni pari fa male al cuore e nei giorni dispari gli fa bene, e credo funzioni come le targhe alterne. Non parliamo poi del vino, che a volte va bevuto solo rosso per via dei flavonoidi, per altri solo bianco per via di certi enzimi che aiuterebbero la digestione, per altri ancora non va bevuto affatto per via dei solfiti e del tannino mentre per noi veneti va bevuto di qualsiasi colore e a prescindere, come direbbe Totò. Ora, capisco benissimo che d'estate è difficile riempire le pagine dei giornali, dato che la Principessa Kate è in vacanza a Balmoral e non ci delizia con i suoi vestitini ciclamino, Briatore ormai è in età pensionabile, il palestrato Vacchi ha stufato (che almeno all'inizio uno si chiedeva: ma chi cazzo è? Ma ora che lo sappiamo ci resta solo da domandarci: ma perchè fa notizia?) e che le coppie di calciatori e veline sono abbastanza viste e riviste e comunque ormai rientrano nel genere tamarro fuori moda, come la Canalis.


Avrà anche il tannino, i flavonoidi e quel che volete, ma è un Cabernet  Franc
maturato in barrique. Dunque, chi se ne frega...

Però volete lasciarci in pace almeno con il cibo che mangiamo? Perché devo mangiare una pasta con le vongole o un panino con la mortadella e poi tormentarmi la digestione pensando angosciato "avrò fatto bene o male?" . Al massimo, consento al Corriere, se non ha proprio nulla da scrivere, di svelarci i 10 errori più comuni che facciamo al ristorante o quelli che facciamo quando cuociamo gli spaghetti (li ho letti: nemmeno un americano del Kansas City li commetterebbe) montiamo la maionese o condiamo l'insalata. Però essere indotti a mangiare con il senso di colpa e l'ansia proprio no... non ci sono più i cari vecchi dischi volanti delle estati di una volta?