domenica 15 luglio 2018

Del Redentore di una volta e di quelli che oggi si ammaccano l'occhio in barca stappando una bottiglia


Ieri sera, malgrado il temporale che l’aveva preceduta mettendola in forse, si è ripetuta in bacino San Marco la notte magica dei “foghi” del Redentore, che per un veneziano è da secoli la festa più sentita, con le centinaia di barche di ogni tipo, decorate con addobbi di frasche e lanternine colorate, tutte assiepate tra la Punta della Dogana e Riva degli schiavoni (dove una volta c’era anche la galleggiante con il cantante, oggi sostituita dai lancioni turistici con la musica cafona a tutto volume), le migliaia di persone sulla riva sino quasi ai giardini della Biennale in piedi e con i bambini sulle spalle nell’ attesa di vedere lo spettacolo dei fuochi, le tavolate enormi fuori dalle case sulla fondamenta della Giudecca dove si portano in tavola in un flusso continuo di pentole e vassoi la castradina, l’anara col pien, ma anche i bovoletti, i bigoli in salsa, le sarde in saòr e l’anguria. E ovviamente tanto vino che scorre generosamente, perché nel giorno della Sensa Venezia celebra il suo sposalizio con il mare e la sua acqua, mentre al Redentore si dedica anima e corpo alle nozze con il vino. Naturalmente come ogni festa pagana (quella del Redentore lo è diventata, anche se è nata per celebrare la fine della pestilenza del 1575 con ponti votivi e basiliche commissionate al Palladio) ci sono degli eccessi per libagioni ed altro e questa mattina La Nuova ne stila l’elenco, a cominciare dai due barchini scontratisi davanti a Sant’Elena, dei quali uno si è rovesciato per continuare con alcune barche (padovane?) incagliate e liberate dai pompieri. Poi ci sono alcuni vecchietti che hanno avuto dei leggeri malori per eccesso di cibo e libagioni, qualcuno che si è fatto male salendo dentro la barca (ma quanti padovani c’erano?), uno che si è rotto un braccio dopo essere caduto da una panchina (?) al Mulino Stucky , un’altra persona che ha avuto una crisi allergica per qualcosa che aveva mangiato, un tizio in evidente stato di agitazione dentro all’Hotel Bauer, per finire con il ricovero del fenomeno che si è fatto male ad un occhio stappando una bottiglia. Insomma, anche se oggi è diventato un tantino più YouTuber e turistico, è il Redentore, nulla di più...

Quella che ricordo io era davvero una notte di mille magie, quasi sempre vissuta con il mio branco di amici e amiche del liceo e che iniziava quando la festa degli altri finiva, subito dopo i fuochi in bacino San Marco. Verso mezzanotte i foresti (chiunque provenga da oltre il Ponte della Libertà è indicato genericamente dai veneziani come “foresto” ed è sempre bene accetto, specie se viene per commerciare e portare schèi ) cominciavano a sfollare, le barche illuminate dalle lanternine liberavano il bacino, i vaporetti riprendevano le corse per il Lido e si raggiungeva la lontana spiaggia libera degli Alberoni. I più disinvolti, se non c’era l’autobus pronto sul piazzale, visto che al Lido è normale “dàrsea e tòrsea” (darla e prenderla) con le bici, ne prendevano una in prestito. Spesso sine die.

La spiaggia degli Alberoni all’epoca era una landa desolata di dune e arbusti a cui si accedeva passando tra i canneti nel buio pesto e rischiarato solo dalla luna che brillava alta sul mare. Se questa non c’era bisognava pregare che qualcuno si fosse ricordato della pila, altrimenti ci si arrangiava creando torce improvvisate con arbusti e fogli di giornale. Una volta arrivati, mentre quelli che avevano pestato qualche coccio di bottiglia tra le dune sciacquavano la ferita nell’acqua salata per disinfettarla, si cominciava a scavare la buca per il falò, mentre altri andavano a cercare rami secchi e fogliame da bruciare. Appena i fenomeni che sostenevano di saper accendere strofinando i rami secchi ammettevano il fallimento, spuntava un accendino e la fiamma crepitava viva, salutata da baci e abbracci. Quindi partiva una danza pagana attorno al fuoco (un misto tra il girotondo delle scuole materne e il sabba delle streghe, purché caotico) e spuntavano le chitarre (o mare nero, mare nero, mare ne…tu eri chiaro e trasparente come me…) le birre atrocemente calde e le salsicce da arrostire sul fuoco affumicandosi a morte e da mangiare a scottadito con la sabbia che scricchiolava sotto i denti.

Finita la musica, ci si spogliava e si correva tutti assieme a tuffarsi nudi e felici nel mare gelido e buio. Dopo qualche minuto di grida, spruzzi e schiamazzi si tornava grondanti e infreddoliti ad asciugarsi davanti al fuoco, che però si era spento perché nessuno lo aveva badato. 
Allora ci si rivestiva e si restava abbracciati a riscaldarsi tutti assieme con i vestiti umidi e pieni di bestioline finché qualcuno, dopo aver frugato disperatamente negli zainetti e nella sabbia, ritrovava l'accendino e riaccendeva, sempre che non avesse bagnato la pietrina con le dita umide. Più tardi qualcuno riprendeva a suonare la chitarra (seduto in quel caffè, io non pensavo a te… guardavo il mondo che girava attorno a me…) altri si davano il primo bacio, qualche coppia litigava di brutto e si lasciava e qualche altra si appartava tra le dune e i canneti (generazioni di veneziani sono nate ad aprile… vorrà pur dire qualcosa). I primi raggi rosati del sole che emergeva dall'Adriatico avrebbero illuminato chitarre silenziose e abbandonate, un fuoco definitivamente spento, corpi sulla sabbia immersi nel sonno, gente che vomitava birra e salsicce tra le dune e nuove coppiette innamorate intente ad osservare l’alba con le mani tra le mani.

Questo è lo spirito vero del Redentore, alzi la mano chi non ne ha nostalgia (i non veneziani e i padovani sono esentati...)

lunedì 9 luglio 2018

Dei suonatori lungocriniti in rotta per il Mar Nero e delle lettere a Pinocchio


A differenza di mia moglie, talmente gelosa della sua privacy che nostro figlio ha scoperto solo poche settimane fa che sua madre aveva dei parenti a Londra, a me piace moltissimo raccontare la mia vita, tanto che ricordo benissimo la mattina in cui uscendo dal mio appartamentino padovano dei tempi dell'università assieme ad una ragazza conosciuta solo il giorno prima in facoltà (il bello del '68 non consisteva solo nel fare i cortei) l'avevo portata al bar sotto casa a fare colazione e lei, mentre sorseggiava il cappuccino, dopo uno sguardo intenso mi aveva detto "Beh... dopo questa notte credo sia il caso di conoscerci meglio, no? Dai, raccontami un po' di te..." e io le risposi "Si, certo... molto volentieri, ma hai qualche impegno per cena?". Naturalmente non la rividi più (come forse era nelle mie aspettative), ma in effetti il piacere di raccontare mi è rimasto anche perché, arrivato ormai alla soglia dei settant'anni, se non l'avesse già fatto Pablo Neruda per intitolare le sue memorie, potrei dire anch'io (si parva licet componere magnis) "Confesso che ho vissuto". Così, visto che siamo ormai in piena estate e che tra poco, dopo il centenario della fine della prima guerra mondiale, ricorre (ahimè!) il cinquantenario del mio imbarco per suonare assieme ad altri quattro amici come complesso rock di classe turistica a bordo dell' Ausonia in crociera lungo il Mediterraneo, anche se non sono più inedite, vi racconto alcune storie buffe di quei viaggi. 

Dovete infatti sapere (lo so, lo sapete già, ma devo pure trovare un incipit) che a parte l'assiduo impegno negli studi di giurisprudenza nel mio minuscolo appartamento padovano subito trasformato in alcova e centro permanente di dissolutezze e cazzeggiamenti vari, in quel primo anno di università mi dedicavo con grande trasporto al mio complesso rock, nato ancora ai tempi del liceo.


Noi che volevamo suonare i Led Zeppelin e ci chiedevano le canzoni dei Dik Dik

Prima di compiere l'errore dell'appartamento, l'altro grande sbaglio di mia madre era stato quello di regalarmi tra mille raccomandazioni perché non trascurassi lo studio (ma figuriamoci) una chitarra acustica in offerta stracciata da Barera, in Merceria. La chitarra in questione era di un orrido colore giallastro (che la rendeva invendibile a prezzo normale) e con una tastiera dura come un manico di scopa che a momenti ti pagavano loro purché la portassi via. Ma essendo un giovane di grande ingegno, sostituii subito le corde ruvide che scorticavano le dita con quelle lisce da chitarra elettrica per poterle “tirare su” e appena finito il doloroso apprendistato sul giro di do e il barrè dopo qualche mese la permutai con la mia prima chitarra elettrica, un’eccellente Zerosette Castelfidardo alla quale in seguito associaì una Fender Esquire a una piastra (che conservo ancora) e infine, la mitica Stratocaster di Jimi Hendrix, purtroppo rivenduta solo dopo due settimane a causa del ricatto sentimentale della mia beneamata (o io o lei) e di una scelta rivelatasi poi sbagliata. Quindi, con altri quattro amici e compagni di classe tra i quali Emanuele che avevo persuaso subdolamente a fare il bassista (che per rimorchiare era la cosa più sfigata e dunque mica lo potevo fare io) fondai un complessino ad imitazione di un effimero gruppetto di Liverpool che allora andava tanto di moda ma di certo sarebbe svanito dopo il primo disco: The Beatles.


Lungocrinito, sguardo fecondatore e chitarrista rock. Pronto per l'imbarco

Gli inizi non furono brillanti, tanto che mia madre richiesta di un giudizio sul mio fragoroso accompagnamento di “She loves you” rispose gelidamente: “Davi l’impressione di un’armatura medioevale che rotola per una scalinata”. Questo, integrato da altri giudizi corrosivi sulla mia capacità di cantante, m'indusse presto a trasformarmi in chitarra solista. In ogni caso, del tutto corazzato contro i giudizi negativi che attribuivo comunque ad incompetenza, per un più completo adeguamento al ruolo mi lasciai anche crescere i capelli quasi sino alle spalle ed assunsi l’aspetto educatamente trasandato che poi caratterizzò anche l’imminente stagione dell’impegno politico. A causa del nuovo look affrontai stoicamente anche il martirio quotidiano del “Quando li tagli?” al quale mia madre, che per distinguermi da mio fratello con le sue amiche mi chiamava: “Il figlio lungocrinito”, si dedicava con impegno. 

Passavamo interi pomeriggi a provare in uno scantinato nei pressi della Misericordia, con gran sollazzo dei vicini e frequente arrivo dei vigili ed io, che nel frattempo mi occupavo di tutto fuorché di far progredire i miei esami di Giurisprudenza fermi a quell'unico trenta in sociologia, che allora lo avrebbero dato anche al fattorino che portava le pizze, brigavo assai per ottenere una qualche scrittura seria che ci consentisse, finalmente, di abbandonare il circuito precario delle salette parrocchiali e delle festine private. Giunti alle soglie dell’estate del 1969, con un’abile strategia raccontai a mia madre che avevamo avuto una scrittura per una tournèe di alcune settimane nelle peggiori balere tra Jesolo e Lignano. Non era vero, ma servì egregiamente allo scopo perché lei, in piena crisi d’ansia, purché il suo bambino lungocrinito non finisse in certi postacci, ci trovò, grazie a sue amicizie del giro del bridge, una strepitosa scrittura per suonare sulle navi da crociera dell'Adriatica di Navigazione.


L'Ausonia in rotta per il Mediterraneo orientale con noi a bordo
che stiamo già collegando impianto voci, amplificatori e chitarre

Come si può immaginare, Donatella, la mia ragazza dell'epoca, nonostante le assicurazioni (poco credibili anche a me stesso) che avrei fatto il bravo ragazzo monogamo e fedele non la prese affatto bene e iniziò a tramare alle mie spalle, trovando ben presto appoggio in mia madre pentitissima che, non potendo rimangiarsi quanto promesso, con una tipica astuzia materna provò a sabotare la cosa inducendo la mamma di Emanuele a negare il permesso al nostro bassista. 

Per loro sfortuna all'epoca leggevo con passione "L'arte della guerra" di Sun Tzu e dunque disponevo di raffinate strategie per contrattaccare. Tra queste, l'argomento forte era che avevamo firmato un contratto con penale incorporata ed era efficacissimo per tenere a bada quelle due e anche la madre di Emanuele, nota per il suo braccino corto e quindi spaventatissima dalla prospettiva di dover pagare dei soldi e così alla fine ci imbarcammo sulla motonave Ausonia dove, tra una crociera estiva ed una invernale (sull'Esperia) attraverso il Mediterraneo, tra Grecia, Turchia e Mar Nero, quella che doveva essere solo una scrittura di poche settimane si trasformò in un periodo ben più lungo assai poco costruttivo dal punto di vista del mio impegno universitario (zero esami), ma sicuramente spettacolare per numero di esperienze e, siccome non siamo mica fatti di legno, tanto più a vent'anni con gli ormoni che girano come i cavalli del Palio di Siena, anche di conquiste. “Il cielo è vasto e l’Imperatore lontano” diceva un poeta cinese del medioevo per giustificare la dolce vita e i traffici illeciti nella remota isola di Haj-nan, e tale era il mio pensiero, anche se, tra tanta spensieratezza, capitava anche qualche episodio sfortunato.



In piscina a fare il figo con le ragazze canadesi

Anche se, vedendomi così lungocrinito, il Commissario di bordo mi aveva spedito subito dal barbiere per via del decoro da mantenere a bordo, la mia prima preda, già al secondo giorno di navigazione, appena in porto a Brindisi, fu una traccagnotta americana afflitta, oltre che da cellulite precoce, anche da un vistoso strabismo (e subito gentilmente ribattezzata dai miei compagni: Polifemo) che, dopo una pomiciata notturna di routine sulle comode sdraio del ponte di passeggiata, già dal giorno seguente, in rotta verso il canale di Corinto, fu disinvoltamente rimpiazzata da una rossa lentigginosa, sempre americana e tutt'altro che malvagia. 

Per alcuni giorni la traccagnotta scomparve di scena come inghiottita dal mare ed io non me ne diedi particolare pena, anzi, nemmeno la ricordavo. Tuttavia, una sera, mentre stavamo suonando “Homburg”, un pezzo dei Procul Harum di grande atmosfera, si spalancò di colpo la porta del ponte di passeggiata. Assieme ad una ventata di aria gelida e profumata del mare mi ricomparve improvvisamente davanti Polifemo grondante indignazione da tutti i pori e, come si intuiva dal suo incedere incerto, anche qualcosa di fortemente alcolico. Colto l'attimo che precede la burrasca cercai di cavarmela con un sorriso accattivante e un cordiale: “Hi sweetness! How are you?”, ma ci voleva ben altro. Polifemo, che ormai era lanciata sul piano della violenza fisica, dopo un insulto irriferibile in slang mi affibbiò due vigorosi ceffoni sul muso. Quindi girò i tacchi soddisfatta e si diresse al bar, per l’ennesimo gin fizz. Ci fu un attimo di sconcerto in sala, ma siccome è regola aurea tra gli uomini di spettacolo che "The show must go on", continuammo a suonare imperterriti, anche se io avevo la mascella indolenzita e le guance rosse come il fuoco e Lele suonava la batteria con una mano sola perché con l’altra si teneva la pancia dal ridere. A mio onore resta il fatto che, pur traballando vistosamente (Polifemo aveva due bracciotti sodi, da Popeye ingozzato di spinaci) nel doloroso frangente non avevo emesso neppure una stecca! Scoprii in seguito che, tra le oltre 250 fanciulle disponibili a bordo in classe turistica, per sostituire Polifemo ero andato a scegliere proprio la sua compagna di cabina. Quando si dice la mala sorte...


Ciao mamma, sono a Odessa. Qui ci sono i comunisti veri, ma non preoccuparti...

Dal punto di vista musicale eravamo ormai diventati veramente bravini e l’armonia del gruppo era buona, tranne quando c'era da mettere mano al nostro repertorio che per forza di cose doveva essere vastissimo e comprensivo di tutti i generi, giacché si suonava allo stesso pubblico per quindici sere consecutive con altrettanti pomeriggi di piano bar dove era richiesta musica soft di sottofondo che veniva eseguita dal nostro pianista, da Emanuele al basso, da Lele alla batteria con le spazzole mentre i due chitarristi erano esentati e liberi di corteggiare le gentili ospiti ai tavoli. 

C'erano, infatti, alcune canzoni che il nostro fantastico pianista, forte della sua raffinata formazione classica non si degnava di eseguire neppure per scherzo. Sua madre insegnava clavicembalo al Conservatorio e lui, con la sua naturale modestia, amava dire di sé che era stato messo al pianoforte all’età di tre anni, come Mozart. Pertanto, occorreva lottare duramente per convincerlo a suonare i brani nazional-popolari per gente di bocca buona. Tra le tante canzoni ripudiate c'era anche il popolarissimo “Casatschok”, il ballo della steppa del piccolo cosacco, che francamente era una robetta ignobile e buona per le balere romagnole. Dunque, capivo il suo disagio. Ma siccome si navigava su e giù per il Mar Nero e andava bene per i giochi dell’animatore, ci potevi scommettere che te lo chiedevano almeno una volta a sera. Così lui, estroso come tutti i cavalli di razza, boicottava regolarmente il pezzo mettendosi a fare il fenomeno, suonando di schiena e lanciando coriandoli e stelle filanti alle signore, possibilmente nelle scollature. Grazie a ciò avevamo tutti gli attacchi della pianola fuori tempo e sembravamo due orchestre distinte. Fino a quando le nostre invocazioni affinché un castigo divino si abbattesse su quell'essere malvagio, furono esaudite.


A Rodi con Violet (ma la mia ragazza non lo doveva sapere)

Una sera, infatti, durante una breve pausa un bambino accompagnato dalla mamma mi venne a chiedere se sapevamo suonare la melensa “Lettera a Pinocchio” cantata da Johnny Dorelli. Ci fu un giro di occhiate complici tra me e gli altri aspiranti vendicatori e l’accordo per punire Mozart scattò istantaneamente. Accarezzai la testolina al pargoletto e indicandogli il nostro ignaro pianista classico che stava guardando altrove gli dissi: “Noi non la sappiamo suonare, tesoro, ma so che il signore al pianoforte, che è tanto bravo e gentile, la conosce benissimo. Chiedila a lui e vedrai che la suonerà molto volentieri per te e la mamma, tutte le volte che vorrai!”. La mamma portò subito il piccino a parlare con il pianista che dapprima cercò di negare, ma siccome noi continuavamo a ribadire in coro “Guardi che la sa … dice di no perché è timido, ma se lei insiste vedrà che poi gliela suona” per tutto il resto della crociera il nostro Mozart dovette suonare il “Casatshòck” e anche “Lettera a Pinocchio” senza più fiatare. Un altro testone di granito, musicalmente parlando, era Emanuele. Come bassista era tecnicamente bravissimo, freddo e preciso come un chirurgo svizzero, ma aveva una flessibilità mentale pari ad una barra di tungsteno al nickel. Di conseguenza aborriva il concetto stesso d’improvvisazione che vedeva come un angoscioso salto nel buio, tanto che quando Mozart eseguiva dei brani jazz al piano, lui veniva esentato. Trovava, infatti, le sue sicurezze nella pianificazione più meticolosa delle attività esistenziali ed ogni variazione imprevista di programma lo turbava profondamente sprofondandolo nel più cupo sconforto. Un giorno che gli avevo preso in prestito il dentifricio rimase seduto in mutande sul letto a guardarmi inerte per cinque minuti perché la sua programmazione prevedeva che il lavaggio dei denti avvenisse prima e non dopo essersi vestito. 

Una mattina a colazione, tra un caffè e una brioche, avevamo deciso di cambiare tonalità a “Gimme some lovin’” perché Vincenzo sosteneva di strangolarsi sempre nel cantarla e del resto bastava guardare come diventava cianotico e con le vene del collo ingrossate per credergli. Però, con grave mancanza, non solo di tatto, c'eravamo dimenticati di avvertire Emanuele, che, deposta la tazza del cappuccino, si era rapidamente rinchiuso in bagno giacché la sua pianificazione giornaliera prevedeva l’evacuazione subito dopo la prima colazione. Così lui la suonò nella vecchia tonalità per tutto il tempo, incurante delle nostre occhiate disperate. 

Emanuele ci regalò, peraltro, anche momenti di grande imbarazzo la sera in cui quella vera calamità dell’animatore di bordo invitò il pubblico della sala a partecipare al gioco dei mestieri, con ricchi premi e cotillon. Si trattava di un giochino per imbecilli come del resto tutti quelli proposti ogni sera e che prevedeva di indovinare dopo una serie di domande il mestiere di due passeggeri scelti a caso tra il pubblico. Cose che annoiavano già ai tempi delle scuole elementari. Una dei due sorteggiati di quella sera era una vistosissima signora bionda ossigenata, truccata pesante e carica di bigiotteria come la Madonna di Pompei. Al momento della fatale domanda dell’animatore: “Secondo voi, che mestiere fa questa bella signora?” dimenticandosi di avere il microfono aperto Emanuele suggerì: “La zoccola” e l’insinuazione rimbombò a 120 watt d’uscita per tutta la sala (anche con l’effetto eco ed il riverbero) provocando un fragoroso scoppio di risate tra il pubblico, le proteste del marito della signora e le nostre scuse più contrite. Oltre ad un cazziatone del Commissario di bordo. La mattina seguente, commentando l’episodio mentre facevamo colazione, quello scellerato ebbe il coraggio di lamentarsi che, avendo indovinato, avrebbero in ogni caso dovuto dargli il premio.

giovedì 5 luglio 2018

Dell'apprendista casalingo e delle signore dai capelli azzurrini

Da quando sono entrato in pensione e salvo qualche occasionale revival da docente (credo funzioni come per quei vecchi attori scafati e istrioneschi che ogni tanto vengono richiamati sulle scene come tributo alla carriera) mi ritrovo finalmente con un bel po’ di tempo libero a disposizione. Così, oltre alle tre orette quotidiane adoperate per portare il bretone a sgambettare tra campi fangosi e nebbie invernali o steppe assolate e piene di zanzare (che lui non si degna di espletare i suoi bisogni nelle aiuole dei giardinetti, ma si sente ispirato solo dalla visione degli spazi agresti), ho una moglie che appena mi siedo in poltrona e oso aprire Repubblica per una fuggevole occhiata, invece del premuroso: “Amore, sei stanco? Vuoi che ti faccia un caffè?” tipico degli angeli del focolare di cui favoleggiavano le poesie delle elementari, mi ricorda con un automatismo tipicamente femminile che, visto che non ho nulla da fare, ci sarebbero le foglie in giardino da rastrellare o la biancheria da stendere. Dunque, essendo di natura un uomo curioso e aperto al cambiamento, sto perfezionando il ruolo del casalingo. 

Non che prima non lo facessi, ma lavorando a Torino e pertanto vivendo da solo a quattrocento chilometri da casa e con orari devastanti per la mia alimentazione (uscendo alle otto di sera, riuscivo a fare spesa solo se i negozi non mi chiudevano la saracinesca sui piedi) sopravvivevo solo con scatolami e tranci di pizza o di focaccia ligure rafferma e per il resto dei lavori di casa, non disponendo dei tempi tecnici, mi limitavo al minimo sindacale (lavaggio del mio piatto singolo e della forchetta, delle calze e mutande etc...), mentre per le pulizie di fondo, chiedendo ingenuamente lumi al giovanotto della cooperativa che ci puliva gli uffici, mi era stata indicata la “Soluzione Luciana” che, a suo dire, avrebbe depurato il mio appartamento come la “Soluzione Schoum”. Si trattava di una signora molisana (ovviamente parente del giovanotto) dall’età indefinibile, sempre vestita di nero e brusca di modi che veniva al venerdì sera, quando ero già sul treno per Venezia, e che, come promesso, mi riconsegnava al lunedì una casa lucente, ancorché affumicata come uno speck perché la maledetta fumava come una turca, tanto che le lenzuola e il cuscino sapevano di fumo per almeno due o tre giorni. Questo anche se prima di dormire lasciavo la finestra spalancata per arieggiare (misura in ogni caso indispensabile perché abitando in un condominio di vecchietti freddolosi, la caldaia andava a tutto spiano anche in primavera e sui termosifoni ci potevi friggere le uova) 

Oggi, quando mia moglie insiste con il suo consueto garbo, faccio il casalingo in maniera più articolata e consapevole, tanto più con la serenità di sapere che, comunque vada, una volta a settimana viene Sua Moldavità per le pulizie. 


Homo domesticus 2.0

Si tratta di un'esperienza sicuramente interessante e formativa, che, come fossi un novello Darwin, mi svela mondi nuovi e affascinanti come quelli del Mocio Vileda, del panno antistatico, dello spray sgrassante per i vetri e dell’olio paglierino per i mobili. I problemi iniziano quando ci sono da affrontare tecnologie complesse come quella del ferro a vapore, con quella sua fottuta caldaietta che va in corto ogni volta che provo a caricarla ed emette il getto di vapore da ustioni solo quando e dove non mi serve, oppure della lavatrice intelligente che si rifiuta di accettare il detersivo se il tessuto non è quello giusto, che però sa solo lei quale sia ed in effetti è curioso che un uomo che si destreggia abilmente come un hacker tra computer e software abbia un blocco mentale di fronte a tecnologie semplici e friendly anche per le migliaia di casalinghe che popolano la città di Voghera. C’est la vie e l’importante è avere la consapevolezza dei propri limiti e accettarli serenamente, sempre che lo faccia anche tua moglie. 

Comunque sia, questo nuovo mondo, spesso mi pone davanti a scelte sconosciute e laceranti come quelle relative al detergente migliore per i pavimenti (con lisoformio o no? E la candeggina profumata a che cazzo serve?) o a scoperte amare del tipo che non esistono guanti di gomma adatti alle mani di un signore alto un metro e ottantaquattro per novanta chili di peso e che anche il formato XL ti stringe due lacci emostatici attorno ai polsi. Quindi, alla fine, essendo uomo d’ingegno, dopo aver scoperto quanto bruci il Calinda a mani nude, ora lavo il water con le mani avvolte nei sacchetti del supermercato. 

Ma quello che più mi affascina è la scoperta di specie umane nuove e insidiose, quali la verduraia del mercatino del giovedì nella piazzetta dietro casa, che ogni volta che mi vede passare davanti al banchetto mi sorride e lusinga il cane per una coccola (e quel pirla abbocca subito), ma poi approfittando della totale incompetenza di uno abituato a mettere nel carrello del supermercato il lattughino “tempo zero” già lavato e pronto da condire, mi rifila come misticanza di insalatine novelle le erbacce che crescono sui bordi della strada e quando acquisto un chilo di cipolle, facendomi credere con la gestualità di un’ illusionista che sta scegliendo solo le migliori per me, poi me ne rifila sempre almeno una marcia. Lo stesso accade in pescheria quando mi magnificano seppioline atlantiche scongelate e gommose come nostrane e fresche di giornata. Delle due mirandoline ciarliere del nostro panificio e della farmacista che qualsiasi richiesta le faccia di farmaci da banco, mi propone di default prodotti omeopatici o unguenti e tisane preparate da lei, purché costosissimi dicendo ogni volta “Questo è un prodotto tutto naturale. Vedrà che le farà solo bene” ho già parlato in precedenti post, dunque non mi ripeterò, se non per raccontare che quando, anni fa, cercavo di fare il furbo e dopo aver controllato attraverso la vetrina che la titolare non fosse al banco mi rivolgevo alla sua collega di allora, una bella signora esile, bionda, di origine tedesca e dallo sguardo glaciale, il risultato era assolutamente identico, solo che mi veniva detto: “Qvesto è prototto tutto di natura, Fedrà ke le farà solo pene” .


l'aspetto inquietante della tua fruttivendola che ti attende al varco con la mela bacata

Una delle specie più aggressive che ho potuto scoprire andando a fare la spesa su mandato coniugale, è quella delle signore "vintage" con i capelli cotonati e azzurrini. Quelle donne di età indefinibile, spesso già nonne, che parlano in dialetto, con l’abitino a colori inspiegabili e il trolley della spesa da cui spuntano due gambi di sedano e che verrà presto usato contro le tue caviglie come una macchina da guerra di Leonardo da Vinci. Quelle che quando il tuo macellaio pronuncia il fatidico “A chi tocca?” le senti subito mentire alle tue spalle: “Tocca a me!” e che, dopo averti spostato con la grazia di un rugbysta degli All Blacks per raggiungere il bancone, iniziano il Cantico delle Fettine. 

Detto Cantico, comincia sempre chiamando per nome il macellaio, per farti capire subito che tra i due c’è un’antica confidenza che, pertanto, le consentirà di pretendere la rimozione minuziosa di ogni filo di grasso dalle bistecche, il disossamento del quarto di pollo e il legamento con lo spago dell’arrosto. Inoltre, consiste nel rivelarti, di fettina in fettina e di etto in etto, tutte le abitudini alimentari della famiglia e di conseguenza quanto lei sia carica di attenzioni e avveduta nelle scelte, casomai avessi pensato che ordinasse alla: “Valà, che vai bene...” (Purtroppo non posso più dire: “Alla ca... di cane”. Qualcuno in famiglia non la prenderebbe bene). 


Quando l'acquisto della carne non diventa un piacere, anzi...


Così, in capo ad una mezzoretta verrai a sapere che il figlio trentenne, quello che lavora in banca, non sopporta i nervetti nella carne sin da quando era bambino, che li sputava di nascosto e meno male che c'era il cane che glieli mangiava sul pavimento, mentre suo marito è l’unico della famiglia che mangia il fegato, ma solo alla veneziana con la cipolla che invece per suo figlio è indigesta, che lei usa solo la guancia per fare lo spezzatino, come lo faceva una volta sua mamma, che diventa tenerissimo, mentre oggi la gente compera solo lo spezzatino misto di maiale e vitello che costa di più e poi diventa anche stopposo perché non lo sa cuocere (incrocio lo sguardo carico d'odio della signora di prima che era ancora sulla porta della macelleria a parlare con un'amica e doveva aver comperato lo spezzatino misto). Invece, i messicani di pollo (ma senza il peperone, mi raccomando) sono per il nipotino di cinque anni che mangia poco, perché la nuora come tutte le ragazze di oggi non sa cucinare, ma che se glieli prepara la sua nonna… "ti gà da védar come se li magna...leca anca el piato"

A quel punto, dopo aver invocato qualsiasi divinità affinché il pargolo si strozzi con i messicani di pollo della nonna, appena ti sembrerà che il Cantico abbia avuto termine e dopo l'attesa di altri minuti di ricerca nelle borse per trovare i dieci centesimi che mancano (“Guardi… glieli do io, signora, se non si offende e anche se si offende…”), proprio quando stai per aprire bocca e ordinare, la signora dai capelli azzurrini si fermerà sulla soglia della macelleria come folgorata da una visione celeste e tornerà subito al banco dicendo: “Maria santissima… gèro drio a desmentegàrme… Mauro, hai mica il prosciutto cotto dell’altra volta? Ma non quello con i conservanti, quell'altro naturale che era piaciuto tanto a …”  (poi, già che prima non li aveva visti, seguiranno dei wurstel, ma solo se i xè boni, e poi dammi anche un etto di pancetta coppata e un toco de salame all'aglio, ma tagliato a mano, mi raccomando...)

mercoledì 20 giugno 2018

Manuale d'uso su come chiarirsi con il partner e altri soggetti (soprav)vivendo felici e contenti.

Sarà il primo caldo afoso con le zanzare, saranno le finestre aperte che ci appalesano forme di vita circostanti tanto strillanti quanto prima sconosciute, fatto sta che nella cerchia dei nostri vicini di casa è aumentato prodigiosamente lo stato di litigiosità di coppia. Ora, è bene sapere che il litigio o qualsivoglia confronto di chiarimento con una controparte in realtà è soltanto un modo diverso (e rumoroso) di aprire un negoziato avendo degli obiettivi da conseguire (per esempio: un maggiore contributo di lui nelle faccende domestiche, l'impegno di lei a non mettere in ordine il suo disordine creativo) . Pertanto, quando decidiamo di andare in battaglia con il classico "discorso di chiarimento tra noi" è bene seguire delle regole negoziali precise di cui ora parlerò, perché anche se comprendo perfettamente come a volte sia irresistibile la voglia di uno scatto d’orgoglio e di guardare l’altro/a nel bianco degli occhi per spiattellargli sul muso tutto quello che non va nel rapporto, io sconsiglio sempre agli amici di arrivare a quel punto, non tanto in nome di un remissivo quieto vivere, ma perché quando il negoziato non è ben preparato avendo le idee chiare su cosa ottenere e con quali metodi e argomentazioni, ma anche quali siano i punti di forza e le possibili contromosse del nemico, (soprattutto quando le relazioni e le parti in commedia sono sedimentate da tempo) non solo il “discorso di chiarimento tra noi” non chiarisce una cippa ma di solito rende le parti ancora più lontane e conflittuali. Nella migliore delle ipotesi, se non una carneficina, si ottiene una zuffa confusa tipo lo scontro imprevisto tra due pattuglie in esplorazione che porta ad un conflitto totale senza vincitori e poi ad un armistizio instabile e rancoroso, tipo le due Coree.


I chiarimenti occorre prepararli per bene.
Improvvisando c'è il rischio di lasciare la regina in presa

Comunque, se proprio non riuscite a fare a meno di pensare a quanto sarebbe bello azzannare il vostro partner alla giugulare come foste un Pitbull o se fate parte di quella corrente di pensiero del “meglio una fine terribile che un terrore senza fine”, per avere un minimo di possibilità che il vostro "discorso di chiarimento" funzioni, beh …provo a suggerirvi qualche regola d’ingaggio che con i dovuti adattamenti può andare bene con mariti, mogli, amanti, figli, suoceri, parentame vario, badanti moldave e anche situazioni lavorative, riunioni condominiali e, insomma, ovunque ci venga l’impulso irresistibile di rovinarci la vita e rovinarla agli altri con una bella litigata. Diciamo che seguendo quello che sto per dire, potrete migliorare le vostre possibilità di uscirne bene. Dunque i comportamenti che potrebbe esser utile adottare sono: 

1- Non lasciate che a scegliere il quando e il come accadrà sia la casualità o l’irritazione per quella che vi sembra l’ennesima provocazione (tanto meno che il momento lo scelga la controparte). In tal caso probabilmente sareste in preda all’emozione o alla rabbia e quindi poco lucide/i. Quando si è “su di giri” di solito ci si dimentica di dire almeno la metà delle cose che volevamo ringhiargli addosso, oppure ci si lascia facilmente portare fuori strada finendo per litigare su questioni secondarie. Dovete scegliere con cura il momento e il luogo e soprattutto iniziare il discorso quando vi sentite sufficientemente calme/i e in grado di controllare le vostre emozioni. Se vi sentite in ansia o tese/i rinviate ad un altro momento. Tanto mica ve lo ha ordinato il medico, no? Così come non fatevi l’autogol di iniziare a discutere di una cosa tanto importante senza che l’altro/a possa dedicarvi tutto il tempo e l’attenzione che vi occorre. Iniziare a farlo appena sta crollando dal sonno e non vede l’ora di andare a letto, oppure quando tra dieci minuti trasmettono la partita di champions league o le desperate housewives è un ottimo modo per sentirsi dire “Ti dispiace se ne parliamo dopo? Tanto saranno le tue solite seghe mentali ” (segue litigata feroce, perché non lo erano). 

Anche parlare in tono pacato, se avete tanto self control da riuscire a farlo, aiuta ad avvalorare le proprie tesi e a renderle degne di attenzione. Se iniziate ad infervorarvi e ad alzare la voce, l’altro inizierà ad entrare in risonanza e la lite da comari sul pianerottolo è garantita. Come l’applauso finale dei vicini di casa o l’arrivo della volante del 113. 

2- Decidete con cura cosa volete ottenere, tenendo presente che anche l’altro/a ha i suoi territori da difendere e li difenderà. Giacché il muro contro muro non porta da nessuna parte e rientra nella categoria “tempo sprecato” probabilmente dovrete cedere a vostra volta qualcosa se volete arrivare ad un qualche risultato utile. Quando Cristoforo Colombo andò a discutere con la regina Isabella non le chiese una flotta e diecimila uomini (il massimo risultato possibile) perché sicuramente avrebbe conseguito un rifiuto totale (il peggior risultato possibile). Ottenne il miglior risultato possibile, cioè le tre caravelle, che gli consentì di raggiungere comunque il suo scopo. 

Pertanto, dal momento che non è possibile ottenere tutto, se volete aumentare le possibilità di raggiungere le coste della vostra America personale, prendete un bel foglio di quaderno, tracciateci una croce in mezzo e iniziate a pensare e a scrivere i punti di forza e di debolezza e le opportunità e le minacce insite in ogni possibile obiettivo che vi proponete di raggiungere, attribuendo a ciascuna voce un peso da uno a dieci. Questo è utile farlo perché catturando e mettendo nero su bianco e in ordine i mille pensieri che si affollano e subito svaniscono nella nostra mente quando poi li rileggiamo tutto ci apparirà più chiaro. In questo modo potrete identificare l’obiettivo che alla fine vi darà i maggiori vantaggi ad un costo sopportabile. Una volta scelto, quello sarà il vostro traguardo principale da raggiungere e dovrete cominciare a lavorarci sopra. Se poi nel corso della discussione otterrete in più qualcuno degli obiettivi secondari, buon per voi… 

3- Preparatevi una scaletta delle vostre argomentazioni e, nei limiti del possibile, cercate di essere assertive/i, cioè di proporre soluzioni praticabili, citare dati e ricordare situazioni certe e verificabili, dunque cose difficilmente confutabili e sulle quali l’altro/a dovrà necessariamente rispondere. Evitate come la peste di scendere sul terreno delle sensazioni e delle rivendicazioni generiche o, peggio, del vittimismo. Dire frasi del tipo “Mi pare che tu non sia più lo stesso/a” oppure “Mi trascuri da troppo tempo” significa prestare il fianco a dei contropiedi devastanti e comunque doverne spiegare il perché, finendo per incartarsi e sprofondare nel mare ampio del “Ma che cazzo dici?” che è la madre di tutte le litigate ben riuscite. Una volta messa a punto la scaletta “delle dieci cosette che gli/le voglio proprio dire” cercate di memorizzarla in modo da non dimenticare nulla per strada, che sarebbe un peccato.

4- Bisogna sempre ricordare che l’altro/a, escludendo la malafede, ha spesso una visione del rapporto opposta alla vostra e sicuramente auto-assolutoria o molto benevola nei suoi confronti. Dunque avrà le sue controdeduzioni da proporvi e le sue rivendicazioni. Soprattutto se è da tempo che percepisce come qualcosa stia bollendo in pentola o se ha la coscienza non del tutto immacolata, è probabile che si sia preparato/a all’eventualità di dovervi affrontare. Quindi è necessario fare uno sforzo di fantasia e cominciare a prevedere cosa potrà dirvi, soprattutto dove cercherà di colpire duro (lo farà, non dubitate) e quali colpi di teatro potrebbe riservare, in modo da non essere spiazzate/i e impreparate/i. Diffidate sempre delle concessioni improvvise e spiazzanti, perché spesso sono avvelenate e nascondono la fregatura. Nel caso prendetene atto e dite che vi riservate del tempo per accettare. 

5- Arrivate subito al punto, non fate preamboli interminabili nel tentativo di ammorbidire la controparte che non servono a nulla se non a consentirgli di capire dove state andando a parare e ad organizzarsi la linea difensiva. Piuttosto, visto che è utile discutere con toni distesi, fate capire che (anche se non è vero) comprendete in qualche modo la posizione dell’altro/a. Questa mano tesa, generando una sorta di empatia, potrebbe indurre il vostro interlocutore a prendere in considerazione con minor tensione le vostre argomentazioni. 

In ogni caso, non fatevi fuorviare quando esponete le vostre tesi e non accettate di essere trascinati/e su un altro terreno di scontro a lui/lei più favorevole. Mia moglie, che è una combattente astuta, quando si sente alle strette prova a buttarla sulle tante cose che non faccio in casa, dove avrebbe vita facile, ma ormai conosco il trucco. Soprattutto non consentite di buttarla in caciara. In tal caso chiedete subito un break e se ne riparla quando si è più calmi. Se invece la controparte inizia a cedere e la discussione si sta avviando alla fine con alcune concessioni importanti per voi, è bene riassumere ogni tanto quello che si è detto, con frasi tipo: “quindi, sulla base di quello che hai affermato, tu accetti che…” oppure “dunque, riassumendo, tu mi dai atto che…”. Questo serve per mettere dei punti fermi ed impedire in seguito delle marce indietro o la storiella dei fraintendimenti (mi sono frainteso/a).

Bene, mi pare di avervi detto tutto quel che dovevate sapere... buona litigata e che la forza sia con voi. 


giovedì 31 maggio 2018

Noi, che negli anni '70 sentivamo un tintinnare di sciabole.


La bussola non è quella originale, che è crollata al piano di sotto assieme a camera mia e a tutte le cose che conteneva durante il drammatico incendio della nostra casa in Campo della Guerra. Questa nella foto l’ho ricomprata qualche anno dopo, ma è identica all'altra perché l’ho presa a Verona nello stesso negozio di articoli militari che mi aveva venduto la prima. Tutto il resto, invece, risale davvero ai primi anni ’70 ed è ormai soltanto un ricordo divertente di come eravamo. Perché avevo tutta questa roba? No, non serviva per le gite in montagna, anche se poi nella pratica quello fu davvero il suo utilizzo. Ora vi racconto tutto. Per chi si ricorda quegli anni, già nel luglio del 1964 (il caso Sifar) avevamo corso tutti il rischio di vivere una notte drammatica come quella che solo tre anni dopo avrebbe vissuto la Grecia. Ma anche nel 1970 si erano sentite nuovamente tintinnare le sciabole e c'era in giro una paura diffusa di un colpo di stato (poi rivelatosi fondata, quando si scoprì il tentato golpe Borghese) e di una risposta “cilena” all'avanzare elettorale dei partiti di sinistra con l’arresto e l’internamento dei militanti. Così, c'eravamo messi d' accordo con alcuni compagni (all’epoca militavo ancora nel Manifesto) che, in caso di allarme, ci si sarebbe avvisati per telefono l' uno con l' altro per metterci al sicuro e non farci prendere da polli in casa nostra (come se in caso di colpo di stato qualcuno si fosse potuto preoccupare di noi...). Inoltre, ipotizzando che il centro della resistenza operaia e degli scontri con i golpisti sarebbe stato inevitabilmente tra le fabbriche di Porto Marghera e che il ponte della Libertà con tutti i punti di accesso dalla terraferma a Venezia sarebbero stati bloccati, io ed altri quattro avevamo predisposto un piano di fuga in Jugoslavia che doveva realizzarsi la notte stessa raggiungendo con la mia piccola barca a motore, che poteva navigare nelle acque basse della laguna, il Lio Piccolo, la zona del Montiron e poi la terraferma a Caposile. Quindi, camminando di notte per i campi e rimanendo possibilmente nascosti di giorno avremmo raggiunto, inoltrandoci nel Friuli lungo il corso del Tagliamento, non il confine Jugoslavo, che immaginavamo presidiatissimo, ma, quello austriaco, che offriva anche maggiori opportunità di attraversamento.




Oggi, ripensandoci, quel piano (che ovviamente era molto più dettagliato) mi sembra una sorta di remake di Tre uomini in barca (cinque, nel nostro caso), ma all’epoca i miei amici ed io lo consideravamo molto ben congegnato e con una discreta probabilità di riuscita. Pertanto, dentro l' armadio di camera mia, stazionavano perennemente il sacco a pelo e uno zaino pieno di scatolame di sopravvivenza (che mia madre pietosamente e a mia insaputa aggiornava con le date di scadenza...) mappe militari del Veneto e della laguna, temperino svizzero multiuso, un binocolo, la bussola e la torcia elettrica con i filtri azzurri per le segnalazioni notturne. Una sera, per la verità, il temuto allarme scattò, perché mia madre verso le undici ricevette una telefonata concitata secondo la quale: “un compagno di Brescia che abita vicino alla caserma della divisione corazzata Tal dei tali, dice che ha sentito i carri armati mettere in moto i motori”. Ma, siccome ero andato al cinema e in pizzeria con Donatella, mia madre, poco impressionabile, se ne andò a dormire beatamente e me lo riferì due giorni dopo. Le dissi sdegnato che per causa della sua leggerezza, la lotta di classe veneziana (nella mia modesta persona) poteva subire un colpo tremendo. Lo sguardo scettico che ne seguì mi restituì il senso delle proporzioni. 

Ne parlai comunque qualche sera dopo a casa di Donatella, mentre cucinavo una spaghettata tonno e piselli per i suoi genitori che poi sarebbero andati al cinema. Infatti, tra me e suo padre, un bravo medico molto pragmatico, c’era una sorta di tacito gentlemen’s agreement secondo il quale, avendo lui purtroppo la disgrazia di avere una moglie e due figlie (la terza aveva tre anni dunque era esentata) assolutamente incapaci di cucinare qualsiasi cosa, io, in qualità di ragazzo della figlia più grande, oltre ad essere imbarcato d’ufficio come marinaio tuttofare sulla sua barca a vela, svolgevo anche mansioni di cuoco serale per la sua famiglia e in cambio lui faceva finta di credere che sarei uscito di casa poco dopo di loro. In pratica, anche lui vendeva la primogenitura per un piatto di lenticchie, anzi di spaghetti. Così Vittorio, tra una forchettata e l’altra, mi disse:” scusa, ma perché, per stare più tranquillo, non sei venuto a dormire qui da noi? Puoi metterti tranquillamente sul divano del salotto, non ci crei nessun problema e, comunque, se per caso avessi ancora bisogno di scappare, dalla finestra del salotto puoi scendere facilmente sul tetto vicino e da lì, stando attento a non scivolare e passando da una casa all'altra puoi calarti sulla terrazza dei De Nardus e poi scendere comodamente nel loro giardino, che a quel punto apri il cancello e sei nella calle che ti porta dritto in campo Sant’Angelo. Credo comunque che tu conosca bene il percorso, no?” 

Quest’ultima frase mi diede un brivido improvviso perché mi fu chiaro che era al corrente di quella volta, che doveva rimanere segretissima, in cui essendo rientrato all'improvviso per prendere delle bottiglie di vino ero fuggito precipitosamente per quella stessa finestra rimanendo per venti minuti in mutande sul tetto vicino, che dava proprio sul Canal Grande, venendo quindi immortalato dai flash dei turisti giapponesi in gondola che probabilmente dovevano avermi scambiato per un novello Casanova, visto che i ladri difficilmente si aggirano per i tetti seminudi. Cercai invano gli occhi di Donatella, per lanciarle uno sguardo del tipo “ Infame traditrice, tu saresti quella che sa mantenere i segreti?” ma era china sul piatto di pasta con le guance arrossate per l’imbarazzo. Per fortuna la discussione con suo padre non ebbe altro seguito. Ad ogni modo tornai a casa rinfrancato per quella disponibilità a darmi rifugio, tanto gentile, quanto inattesa.

Così, qualche settimana dopo, avendo ricevuto verso sera una telefonata di un compagno che diceva di aver visto attraccare al ponte della Veneta Marina, verso l’Arsenale un mezzo militare da cui era sceso un plotoncino di Lagunari del San Marco armati di tutto punto, anche se immaginavo che provenissero dal poligono di tiro delle Vignole, decisi di chiamare Donatella per dirle che prudenzialmente avrei preferito dormire da lei. Suonato il campanello e salite le scale, sulla porta di casa trovai Vittorio invece della figlia. Mi consegnò un piccolo mazzo di chiavi dicendo: “ho già avvisato il custode del Diporto velico a Sant’Elena che stanotte dormi nella nostra barca. Mia moglie ed io abbiamo pensato che così sarai molto più sicuro perché lì non ti cercherebbero di certo. Questa qui, se non vuoi suonare il campanello al custode, è la chiave per aprire il cancello del Diporto e questa è quella per aprire la tuga della barca e accedere alla cabina. Se ti ricordi come si accende il fornello domani ti puoi fare anche il caffè e se hai fame nell’armadietto ci dev’essere del tonno e qualche pacco di grissini. Casomai avessi freddo, sotto una delle brandine ci dev’essere una coperta. Domani mattina io sono di turno in ospedale, ma tu chiama Donatella o mia moglie e così ci dici se tutto è andato bene. Ora vai e in bocca al lupo…”. 

Rimasi malissimo, in realtà, perché i miei programmi per la serata erano del tutto diversi e lungo la strada verso Sant’Elena fui più volte tentato di invertire la rotta e tornare a casa, ma poi pensai alla figura che avrei fatto con suo padre e quindi andai a dormire in barca, anche se il lupo del custode del Diporto Velico non sembrava affatto contento della cosa. Accesa la luce interna la minuscola cabina mi apparve in tutto il suo disordine, confermandomi che in quella casa riordinare dopo l’ultima uscita in mare era un concetto sconosciuto. Così, già che c’ero, mi misi a lavare pentole e pentolini (per fortuna in barca si usavano piatti e posate di plastica) e mi venne persino il sospetto che Vittorio mi avesse spedito a bordo proprio contando su quello. Guardando nella cambusa, il caffè c’era, ma aveva preso un forte odore di muffa, i grissini erano fiappi e con le camole e del tonno promesso non c’era traccia a meno che non fosse stato confuso con una solitaria scatoletta di sardine sott’olio a cui però mancava la chiavetta per aprirla. Sopperii alla cosa prendendola selvaggiamente a coltellate fino ad aprirla, provocando però un serio allagamento di olio per tutta la cabina che immagino profumi di pesce ancora oggi. Però, siccome la fortuna alla fine gira, cercando l’altrettanto fantomatica coperta sotto le brandine e perfino nella contigua caletta delle vele, tra un sacco e l’altro saltò fuori una mezza bottiglia di Glenfiddich, sicuramente nascosta da Vittorio. Sul momento il mio innato senso di correttezza mi disse di metterla a posto, che non era roba mia, poi, la parte malvagia che alberga in me disse: “E no! Ca… spita. Qui si va sull’uno a uno e palla al centro, così impari…”. Dunque, nel corso della notte me la scolai tutta, anche in funzione di antiumidità, e dormii beatamente i sonni del rivoluzionario tranquillo.

Fortunatamente in quegli anni alla fine non successe nulla, ma mi viene da pensare cosa saremmo riusciti a fare se ci fossimo trovati nella necessità di mettere in atto i nostri piani di fuga. Probabilmente, pollastri come eravamo, ci avrebbero presi dopo 100 metri. Meglio non averlo sperimentato...

giovedì 19 aprile 2018

Del mio Latinorum di una volta e del Busillis


Ieri sera mentre ero sull'autobus diretto a Spinea, detta “Spinella”, anonimo paesone della cintura di Mestre senza nulla di particolare da segnalare che non sia l’aver dato i natali alla Federica Pellegrini, l’ospitare lo studio di fisioterapia che si occupa delle mie cervicali ed avere una gelateria che propone il gusto pera e zenzero, davvero squisito, ascoltavo le due giovani ragazzotte in età da ginnasio sedute vicino a me che si scambiavano commenti e ansie su un compito di latino che non ho capito se l’avessero già svolto o fosse ancora da fare. Ad ogni modo, una di queste aveva riferito all'altra che Google Translator offriva la possibilità di tradurre dall'italiano al latino e viceversa. 

Quest’ultima cosa, che non sapevo, mi ha incuriosito e così, tornato a casa, ho aperto il programma, e, dopo aver verificato che tra le varie lingue ci fosse davvero il latino, vi ho digitato: “Questa è una prova di traduzione dall'italiano in latino, che avendola avuta a disposizione ai miei tempi, mi avrebbe fatto comodo” ottenendone in cambio questa traduzione: “Ex Italica in Latinam hic est temptare translatione, quae erat plena disponibilitate habens meam in die me esse commoda” che mi ha indotto subito a sperare che la poveretta non seguisse il consiglio dell’amica traducendo il suo prossimo compito con Google. 

Visto che siamo in argomento e che annovero tra i miei amici di Facebook diverse persone che lo insegnano o ne hanno ancora grande dimestichezza, vi dirò che il mio ondivago sentimento verso il latino è nato fin dai tempi delle medie e curiosamente con la matematica, perché avendo consegnato in bianco uno dei periodici compiti, la professoressa di allora me lo aveva vergato con la scritta in penna a biro rossa “Tabula rasa in qua nihil scriptum est” dandomi però “1” invece dello "zero" che mi aspettavo perché almeno mi ero preso il disturbo di intestare il foglio e di trascrivere le equazioni da risolvere. Da lì in poi e a partire dal ginnasio, quando l’insegnamento delle lingue antiche aveva iniziato a farsi serio, mentre con il greco si era accesa da subito un’incomunicabilità reciproca immediata e protratta nel tempo tanto che oggi dei brani dell’Ifigenia in Aulide imparati a memoria ricordo più facilmente la versione goliardica “Ifigonia” con le vergini dai candidi manti e quel che ne seguiva, con il latino ho vissuto tutta una montagna russa di sentimenti. A volte lo amavo e a volte lo detestavo, provando nei suoi confronti gli stessi sentimenti di Catullo: Odi et amo. Qua re id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior

Alcuni autori (Cesare in primis, Lucrezio e a volte Cicerone) mi divertivo a tradurli, altri, come Seneca o Tacito erano difficili e spesso i loro testi erano dei pipponi moralistici di una noia mortale (non a caso il giovane imperatore di cui erano precettori spesso li faceva assassinare). 

Comunque, negli anni del liceo il latino, anche se zoppicavo nello studio e quindi nei voti, non è mai stato un vero problema e, ad ogni modo, consentendomi di intuire a grandi linee il senso di quel che avrei dovuto tradurre, mi ha risparmiato situazioni imbarazzanti come quella con la severa professoressa di Modena, commissaria esterna per la maturità, che non appena mi ebbe di fronte per sostenere l’orale, mi disse che non vedeva l’ora di conoscere il brillante stratega che nella versione dal greco aveva attribuito a Pericle il consiglio agli ateniesi di incendiare le navi della propria flotta per disorientare gli spartani che assediavano la città. La mia tesi che Pericle facesse il doppio gioco al soldo degli spartani, non fu accolta.





Diciamo comunque che chiudendo il periodo scolastico, mentre con il greco c’era stato un “addio e a mai più rivederci…” con il latino avevo deciso sostanzialmente una sospensione del giudizio. Una cosa come quel “non bene, ma neppure male” che caratterizzava le mie prove scritte. Non ero certo al livello di quel parroco di campagna di secoli fa che ad un suo fedele che gli chiedeva di spiegargli che volesse dire "In diebus illis" aveva risposto che le Indie era chiaro cosa fossero, ma il Busillis restava un mistero. Però non ero nemmeno così lontano da tradurre senza vocabolario, come faccio ora. Aurea mediocritas, insomma. 

La svolta è arrivata inattesa durante l’università, quando, per una evidente nemesi storica o il karma (fate voi) essendo quello sull’Esegesi delle fonti del diritto penale uno dei pochi esami con un 30/30 sul mio libretto, mi ero imbarcato in una tesi sul diritto penale veneto del 1500, non considerando che così avrei dovuto consultare testi giuridici dell’epoca e le cinquecentine con i verbali dei processi delle Quarantie Criminali o dei Siori della Notte al Criminal, ovvero i principali Tribunali Penali della Serenissima. Quest'ultimo, era una sorta di tribunale speciale, formato da un collegio di sei nobili estratti a sorte e a rotazione, incappucciati per non essere poi riconosciuti da chi cercasse vendetta. Aveva competenza esclusiva per tutti i reati compiuti nottetempo (delitti, furti ma anche adulteri, gioco d'azzardo, ubriachezza molesta e perfino bestemmie) e dunque punibili con sentenza immediata avvalendosi nei casi più gravi, visto che si riunivano nella “Sala del tormento” del Palazzo Ducale, anche di qualche tratto di corda da infliggere ai fermati per ottenere ampie e circostanziate confessioni. Ovviamente, i testi erano scritti in un latino già abbondantemente corrotto dal tempo rispetto a quello classico che avevo studiato e i verbali dei tribunali erano redatti a mano dai cancellieri, con grafie di secoli fa (che li rendevano affascinanti) e spesso in modo abbreviato. Però, ora, finalmente, sapevo cosa farmene del latino e a cosa mi servisse e quei testi che consultavo all'Archivio di Stato o alla Marciana avevano una caratteristica unica: raccontavano fatti veri, accaduti in luoghi che conoscevo e che potevo perfino immaginare nel loro svolgersi. Insomma, era quasi come leggere un Gazzettino di almeno quattro secoli prima.





Per esempio, c’era la vicenda del fruttivendolo di campo Sant’Aponal che rientrato a casa prima del previsto aveva sorpreso la moglie in compagnia di tale Bartolomeo Bognòlo da Treporti, caleghèr (calzolaio) ma senza fissa dimora. Peccato che i due amanti sorpresi dal marito, anziché fuggire avessero provato ad uccidere a coltellate (senza poi riuscirci) il poveraccio e quindi i testimoni raccontano gli strilli dell’uomo affacciato alla finestra in calle che chiedeva aiuto ai passanti gridando “I me còpa! I me còpa…”. Ma c’era anche la vicenda tragica e comica allo stesso tempo del capitano di una Cocca veneziana (una tipica nave mercantile) sospettato di aver venduto in Dalmazia una parte del carico di olio e vino affidatogli in Grecia affermando invece di averlo perso in mare. Il poveraccio, detenuto ai piombi in attesa di giudizio si rifiutava di mangiare digrignando i denti e quindi al tribunale veniva chiesto il permesso di nutrirlo a forza spaccandogli i denti con un martello onde potergli infilare un imbuto in bocca. Pare che poi il poveretto alla sola vista del martello avesse cambiato idea, confessando anche i nomi dei complici. Ma ovviamente c’erano anche tutte le storie dei conventi di clausura sparsi tra le varie isole della laguna, che ogni tanto, a seguito di qualche soffiata, venivano chiusi in quanto in realtà erano dei veri postriboli frequentatissimi da chi se lo poteva permettere (suore e frati erano abbastanza venali) e la Serenissima chiudeva anche un occhio sulla scarsa vocazione delle monache ma siccome ogni tanto gli orfanotrofi, come quello della Pietà, si riempivano all'eccesso di neonati abbandonati in culla o ci scappava la rissa con il morto, chiudeva baracca e burattini e qualcuno finiva ai Piombi. C’era tra le tante che ho letto anche la vicenda, riportata anche nella mia tesi, di un magistrato che mascheratosi con una bauta aveva fatto irruzione con alcuni sbirri alle quattro di mattina dentro l’osteria dell’Antica Rizza in Calle larga San Marco (praticamente dove abitavo io) sorprendendo molte persone tra le quali alcuni preti che giocavano a Bassetta e Faraone, un gioco d’azzardo proibito. Tutti vennero condannati dal giudice alla multa di sei ducati d’argento oltre ad alcuni “baradori” di professione che vennero banditi dal territorio della Repubblica assieme ad un tale che all'apparire delle guardie aveva bestemmiato più volte. 

Mi fermo qui, altrimenti divento più prolisso e noioso di Seneca e comunque, casomai a qualcuno fosse venuta l’idea per i propri figli, sappiate che non faccio ripetizioni private di latino. Tanto gli piacerà dopo il liceo…

venerdì 6 aprile 2018

Delle cene di fine liceo di una volta e delle giacche misteriosamente smarrite



Ieri sera ho finito di restaurare con Photoshop questa foto, completamente ingiallita e assai malandata, che mi ritrae alla cena di fine liceo, subito dopo la maturità e vi racconto la sua storia perché mi è molto cara. La cena si era svolta al ristorante Antico Martini, nel campiello del Teatro La Fenice. Non ho mai saputo chi fosse stato tra noi il figlio di... papà, con presumibile casa a Cortina, che aveva scelto quel locale invece della solita pizzeria da studenti e, del resto, nella nostra classe almeno quattro o cinque "cagoni" sospettabili, tra figli di primari, antiquari, grandi avvocati e gioiellieri c'erano di sicuro ed altrettante di "cagone", se non di più, ce n'erano nell'altra sezione femminile, che quella sera cenava assieme a noi. Infatti, quello scelto per la nostra cena era un ristorante piuttosto pretenzioso (pare ci avessero cenato anche Margaret d'Inghilterra e altre teste coronate) e quindi la serata, con pesce pregiato e carta dei vini adeguata (mica il fritto misto di anguelle e calamari e la caraffa da litro di prosecco alla spina) era costosetta assai, tanto che ricordo con un senso di colpa l'espressione corrucciata di mia madre nel darmi la mia quota. All'epoca, lei viveva solo con la sua pensione di reversibilità da vedova di guerra (mio padre era caduto in missione e anche se era un Capitano di Vascello le pensioni di quegli anni erano quel che erano) e faceva salti mortali per far vivere dignitosamente i suoi due figli. Ricordo che nell'occasione mi disse anche "Ti pago la cena solo perché sei stato promosso e non voglio che mio figlio faccia la figura con gli altri di quello che rimane a casa. Consideralo il tuo regalo per la maturità". E fu di parola, perché non mi arrivò altro se non un paio di libri.

Nella foto vi compare la Pia per la quale a quel tempo avevo una discreta cotta anche se, ovviamente, lei non mi filava nemmeno di striscio perché era una ripetente e aveva 19 anni mentre io all'epoca, essendo avanti di un anno, ero ancora un diciassettenne implume. Poi ci sono Francesco (che oggi purtroppo non c'è più) e Alberto, altri due miei compagni di classe, oltre al nostro bravissimo docente di matematica, che pochi anni dopo avrei incontrato nuovamente militando nel Manifesto, diventandone amico.


Sono quello con le orecchie a sventola, a capo tavola.


La foto mi diverte anche perché vi compaio con un'espressione felicemente ebbra (come del resto lascia intendere il numero di vuoti di bottiglia sul tavolo) e ho ancora addosso la giacca, che poi andrà misteriosamente persa nel corso di quella notte della quale ancora oggi non ricordo molto, se non che ero uscito dal ristorante tutto allegro e ridanciano con altri cinque o sei amici e amiche di pari livello etilico. Ricordo ancora (ma sempre più vagamente) Enrico che cavalcava i leoncini di marmo in piazza San Marco come John Wayne in "Soldati a cavallo" cantando canzoni irripetibili attorno alle due di notte e anche di aver scavalcato la ringhiera per andare a prendere i pesci rossi nella vasca dei giardini napoleonici perché c'era qualcuna tra noi che li voleva a tutti i costi e io con le ragazze sono sempre stato molto gentile (forse è lì che ho tolto la giacca, abbandonandola su una panchina).

Più tardi (molto più) abbiamo accompagnato a casa la Patrizia che sul portone ci ha baciato tutti più volte e appassionatamente (anche perché essendo una vera cozza, forse aveva sfruttato l'occasione), con sua madre che le urlava dal balcone se era quella l'ora di tornare e alla fine mi sono ritrovato da solo all'alba seduto su una panchina sulla fondamenta delle Zitelle alla Giudecca ad attendere il primo vaporetto per tornare a casa. Come e perché fossi finito lì, è un altro mistero insoluto. Che notti magiche si vivevano a quell'età!