venerdì 3 maggio 2019

Dei ragazzi degli anni '60 che sognavano di andare in India, delle ragazze che volevano l'Inghilterra e alla fine si andava in una pensioncina a Firenze.


Chi ha bazzicato da ventenne la fine degli anni sessanta probabilmente ricorderà che frammisti al magma ribollente delle lotte politiche, dei cortei per il Vietnam e delle occupazioni, dei nuovi stili di vita, della questione femminile che avanzava, di Woodstock, del profumo del patchouli e delle prime canne, assieme ai pantaloni a zampa di elefante per lui e alle gonne da zingara lunghe e a fiori per lei c'erano due punti fermi: noi ragazzi volevamo andare in India e loro, le nostre ragazze, volevano andare in Inghilterra. Lo so perché in quegli anni grondanti voglia di cambiamento, di viaggi e di avventure, con alcuni amici, dei libri, carte geografiche alla mano e lo spirito di un novello Marco Polo ne avevo pianificato uno in automobile che avrebbe dovuto durare oltre un mese, con attraversamento di Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Turchia, Iran e Afghanistan con passaggio del Khyber pass, attraversamento del Pakistan e arrivo in India (forse). L'idea era nata una sera in campo Santo Stefano, tra il solito giro di perditempo seduti dopo la mezzanotte ai tavolini del bar Paolin, ovviamente chiuso. Di solito, fumando Gauloises come dei belli e dannati alla Alain Delon, si parlava/bisticciava fino a notte fonda di politica, donne, amori, cinema e di tutto lo scibile umano, ma quella sera qualcuno raccontò di gente del Marco Polo che in India c'era andata e di quanto fosse stato epico il loro viaggio via terra e questo bastò per scatenare lo spirito competitivo. In fondo, se gliel’aveva fatta gente del Marco Polo, noi ex del Liceo Foscarini ci saremmo andati in carrozza. In breve tempo, raccogliendo amici dell'università e di varia provenienza, riuscii a trovare un buon numero di sostenitori del progetto. 

Alla prima riunione, attorno ad un tavolaccio dell'osteria da Codroma, ci ritrovammo in nove, tutti entusiasti e con tre vetture disponibili (un Maggiolone, che doveva fungere da ammiraglia, una Fiat 127 e una Simca 1000). Dopo il giuramento collettivo di portare a compimento il viaggio della nostra vita qualunque ne fosse il costo, brindammo ripetutamente per essere veramente convinti. Nelle riunioni successive, disponendo il gruppo di due futuri ingegneri, pianificammo con cura ogni cosa, comprese le soste nelle città, i rifornimenti di acqua, cibo e benzina, le possibili strade alternative e perfino quando partire per evitare la stagione dei monsoni. Naturalmente, man mano che si avvicinava il giorno della partenza cominciarono le defezioni per i più futili motivi, tipo: i miei non vogliono più, la ragazza dice che se parto mi lascia, non ho i soldi, devo dare l'esame di diritto amministrativo e non voglio rovinarmi la macchina che papà mi ha appena regalato per la laurea. La scusa migliore fu: non vengo più perché c'è da dormire all'aperto in sacco a pelo ed io ho paura dei serpenti. Alla fine, ci ritrovammo in cinque, con la 127 e la Simca ma, soprattutto, con due traditori che all'ultima riunione del giorno prima della partenza se ne uscirono con un' inattesa mozione d'ordine dal titolo: "Ma perché invece di romperci le balle tra deserti, guadi e passi di montagna per andare in India non ce ne andiamo belli e tranquilli a Capo Nord, che è quasi tutta autostrada?". 


Appena ventenne, attraversato laicamente dal dubbio, come al solito.

I cospiratori ebbero facilmente la meglio, anche perché le auto erano le loro e poi promettevano diverse soste "di piacere" lungo il percorso in paesi sessualmente liberi. Diciamo che di fronte agli eros center tedeschi, il Taj Mahal, il Gange e il Brahmaputra non erano molto competitivi. Così, alla fine di un voto drammatico, mi ritrovai in minoranza e tanto contrariato per quel voltafaccia da salutarli e abbandonare sdegnato la squadra, che peraltro non andò lontano perché al secondo giorno di viaggio furono respinti bruscamente alla frontiera della Germania Est in quanto nessuno di loro si era ricordato che serviva il visto per l'ingresso sul passaporto. 

Sfortunatamente, in quel periodo i nostri sogni di viaggio in India sulle orme dei Beatles, del suono del sitar, del curry, del pollo tandoori e dei santoni alla Sai Baba rimasero solo esercizi teorici e velleitari. Erano bolle di sapone lievi e dai mille colori (come se fossero uscite da Lucy in the sky with diamonds) che scoppiavano di fronte alla prima difficoltà. Il guaio era invece che le nostre ragazze, quando volevano andare in Inghilterra, beh... loro ci andavano davvero e anche per dei mesi, tornando oltre che con qualche chiletto in più per via della scoperta del burro salato, anche con con i classici innamoramenti estivi da college. Ma questa è una triste storia d’amore di cui ho già narrato e che comunque alla fine ebbe anche un suo perché in quanto diede il via ad un lungo, ma in fondo eccitante, biennio di turbamenti sentimentali del tipo “Ci siamo rimessi assieme” e di “ No, è meglio che ci lasciamo” e di “Ma che bello! stiamo di nuovo insieme” seguito dalla variante pragmatica: "Lo facciamo, ma però non stiamo insieme" fino al ”Lo vedi che tra noi non funziona? È meglio che ci lasciamo” che si sono trascinati quasi sino alla fine dell’università, quando poi ci siamo rotti reciprocamente le scatole e ci siamo trovati dei nuovi amori meno tormentati. 

Piuttosto, parlando di primi viaggi a loro modo memorabili, quello che ricordo ancora oggi con emozione, anche se per me non era il primo, è stato quello che ho fatto all'inizio della nostra storia d’amore, quando tutto era ancora zucchero e miele, con la mia ragazza di allora, a Firenze, dove per la prima volta abbiamo potuto dormire assieme (cosa scandalosa per l’epoca) in un alberghetto a una stella dove non facevano caso se fossimo una coppia sposata o meno (M'importa fava, disse il portiere dopo un'occhiata distratta ai nostri documenti, basta che avete i "pimpi" per pagare), in Borgo Ognissanti, a due passi dal Lungarno Vespucci. Quel viaggio, ancora così vivo nel ricordo, e’ stato anche un piccolo capolavoro di astuzia, perché né io né lei avremmo mai avuto dalle nostre famiglie il permesso di farlo assieme in quegli anni (parlo del 1969). Quindi, per raggiungere il nostro scopo, si fece così: lei aveva ottenuto la complicità di una sua cugina più grande che studiava a Firenze e che, apparentemente, l’aveva invitata per un soggiorno di una settimana nell'appartamento che condivideva con un'altra studentessa. Che però era già andata via da mesi e, in realtà, all'insaputa della famiglia, questa ragazza ora viveva con uno studente americano e quindi necessitava a sua volta di… molta discrezione e, ovviamente, l’ospitalità sarebbe stata solo di facciata. Il giorno dopo la partenza della mia bella per Firenze, per eliminare ogni sospetto da sua madre che così avrebbe visto di persona che io ero rimasto a Venezia e non ero partito con sua figlia come temeva, mi recai a casa sua con la scusa di riprendere alcuni dischi che le avevo prestato e con l’occasione mi informai di come stesse andando il soggiorno fiorentino della mia beneamata e le raccomandai di salutarla tanto da parte mia quando l’avesse sentita. Un’ora dopo questa vergognosa quanto abile messa in scena ero già seduto a bordo del rapido per Firenze con lei che di lì a poche ore sarebbe corsa ad abbracciarmi in stazione a Santa Maria Novella. 


L'elegante ingresso proprio sotto al lampione del nostro nido d'amore fiorentino

Quei primi giorni di viaggio assieme furono per tutti e due un’esperienza di vita memorabile. Anche se era autunno inoltrato, iniziava a fare freschetto e ogni tanto piovigginava pure (che però era una buona scusa per rimanere in camera), Firenze, senza il turismo invadente e all'epoca ancora autentica nei suoi umori, seppe essere complice come la Venezia dei miei ricordi. Così scoprimmo tante cose straordinarie, dal Museo Stibbert, alla salita lungo i 463 gradini del campanile di Giotto con le gambe che poi facevano male e dalle passeggiate notturne sui lungarni sino, più prosaicamente, alla bontà del panino con il lampredotto. Scoprimmo anche i risvegli con il “ma quanto hai russato?” e il conseguente “...e tu pensi di no?”, e pure che lei aveva sempre i piedi gelati e scalciava durante il sonno e che io quando mi lavavo i denti spargevo dentifricio dappertutto, ma soprattutto che sua cugina, nello sceglierci la stanza, aveva preso troppo alla lettera la richiesta di essere “parsimoniosa”, perché è vero che il prezzo era davvero da studenti, la stanza era spartana negli arredi ma pulita ed in fondo, trovandosi l’alberghetto al terzo piano di un palazzo (si saliva con un vecchio e cigolante ascensore dalla deliziosa cancellata liberty e che costava l’inserimento di una monetina da dieci lire a viaggio) ci concedeva pure, dall'unica finestra disponibile, la visione di qualche tetto, di un campanile non identificato e delle colline, che era molto romantico. 


Il dramma del costoso giro turistico in carrozzella con cavallo non stitico  

Però la porta non si chiudeva bene e di notte ci costringeva a barricarci tenendoci contro una sedia con una valigia sopra ma, soprattutto, non avevamo il bagno in camera. C’era solo il lavandino, senza acqua calda, con un saponetta già usata da terzi (dunque gettata con raccapriccio) per le abluzioni e quindi per il resto occorreva recarsi nella toilette in corridoio, dalle dimensioni di uno stanzino minuscolo, con solo la tazza. E qui si scopriva che la lampadina del bugigattolo era fulminata e che, se per caso ti scappava di notte, dovevi mirare verso il centro di quella sagoma biancastra che intravedevi alla luce fioca di un piccolo lucernaio, verificando prima che il coperchio della tavoletta non fosse abbassato, altrimenti la mattina dopo saresti stato svegliato dalla donna delle pulizie che in corridoio strepitava contro la Maremma maiala e bucaioli vari. Durante il soggiorno ci fu solo un momento di tensione quando lei s'impuntò, ovviamente avendola vinta, per fare un giro del centro storico con la carrozzella che ci costò quanto due giorni in albergo. La mia considerazione che se proprio voleva provare il brivido della passeggiata in carrozza avrebbe potuto farlo anche al Lido, lungo il Gran Viale a minor prezzo e che francamente mi sentivo a disagio nelle vesti del turista gonzo americano da spennare, non ebbe alcun risultato e comunque nell'occasione quel maledetto cavallo non ci risparmiò niente in termini di deiezioni e relativi odori e lo considerai un castigo divino. 

Al termine della settimana assieme a Firenze, io presi un treno che partiva al mattino, mentre il suo partiva a metà pomeriggio e appena sceso a Venezia telefonai ai suoi genitori, che ci sarebbero di sicuro andati, per chiedere se potevo venire con loro quella sera a prenderla in stazione. Gran bella mossa, vero? Diciamo pure che se von Clausewitz si chiamava Carlo, in fondo non era casuale.

martedì 26 marzo 2019

Dei suonatori lungocriniti in giro per il Mar Nero e il Mediterraneo alla fine degli anni' 60


Ai nostri occhi di ragazzi della fine degli anni '60, dunque poco avvezzi ai viaggi all'estero così normali per i ragazzi di oggi, i luoghi che visitavamo navigando e suonando come complesso di classe turistica a bordo dell'Ausonia apparivano tutti fantastici, come viverli nei racconti di Conrad o nelle cronache dei viaggiatori inglesi di fine '800. Peccato solo che le soste nei porti, come accade in tutte le crociere per allettarti con il maggior numero di mete possibili, durassero non più di una giornata (scarsa) cadauna. Per cui di molti celebri luoghi avevi solo una visione mordi e fuggi, magari per riprometterti di tornarci.

Ad Istanbul, per esempio, se non era prevista l'escursione notturna con spettacolo di suoni e luci sul Bosforo, si sostava solo dalle otto del mattino alle sei del pomeriggio (con imbarco entro le cinque). Quindi potevi solo inebriarti della visione di una fuga di torri, palazzi e moschee che l’umida foschia del Bosforo trasformava in una moltitudine indistinta di cupole, tetti e pinnacoli azzurrini. La nostra nave attraccava infatti nel cuore del Corno d'oro, al ponte di Galata, pullulante di biciclette, turisti di tutte le razze e di venditori di fumante pesce fritto. E dal ponte, dunque, ti godevi quello spettacolo di pinnacoli e cupole di cui vi dicevo e che per un veneziano ha un sapore particolare. Ci dev'essere un qualche imprinting particolare nel nostro DNA, perché ci sono al mondo dei posti dove ti sembra di esserci stato da sempre. Istanbul è tra questi. Della città, però, riuscivi, in fretta e furia e districandoti in un traffico da paranoia, a vedere solo le Moschee più celebri e aperte al pubblico (S.Sofia e la Moschea Azzurra) dove, mentre tutti con il naso all’insù guardavano i mosaici dei soffitti, io, con il naso all’ingiù, guardavo i tappeti che calpestavo. Sul pavimento c'erano strati di tappeti antichissimi e dalla bellezza mozzafiato ed io, che ho avuto un bisnonno proprietario a Smirne di due delle più rinomate fabbriche di tappeti della Turchia, non potevo evitare di affascinarmene. Durante la visita alle Moschee, ovviamente, una decina di minuti andava persa per convincere Emanuele, il nostro bassista, sempre sospettoso di quei mondi sconosciuti e ipocondriaco, che nessuno al mondo da quelle parti si sarebbe mai sognato di rubargli le scarpe lasciate all'ingresso e che del fatto che avesse i calzini con l’immancabile buco non interessava nulla a nessuno. Emanuele ad ogni modo era assillato dalla paura di misteriose e letali malattie orientali, ma eventualmente anche balcaniche. Per cui, quando pensava di non essere osservato, puliva scientificamente non solo il suo microfono, ma perfino le sterilizzatissime posate di bordo. E quando eravamo a terra preferiva stoicamente morire di sete piuttosto che bere da un bicchiere locale o, peggio, da una fontana. Ad Istanbul, girava per il bazar con un fazzoletto premuto sulla bocca per non respirare germi, ed il suo orrore crebbe a dismisura quando io e Lele, il nostro batterista, volemmo provare degli spiedini di interiora di agnello deliziosamente speziati che una vecchietta, accucciata a terra davanti alla griglia con la brace, arrostiva pazientemente scacciando le mosche con un ventaglio. Emanuele stette alla larga da noi per diversi giorni perché era convinto che stessimo covando, quanto meno, il colera.
Oltre alle Moschee, si riusciva a vedere durante la mattinata, e sempre trottando, una minuscola parte del Topkapi, che era davvero una città nella città. Il pomeriggio, tra mille raccomandazioni di stare sempre attaccati alla guida, si visitava, sempre trafelati, il vastissimo bazar coperto.




L’unico momento di pausa, prima del ritorno a bordo, era dato dalla sosta non casuale in un negozio di orribili tappeti (di fibra sintetica) per turisti (dove evidentemente la guida aveva i suoi interessi...). Noi che sapevamo l’inganno, gironzolavamo per i fatti nostri cercando solo di farci trovare puntuali al pullman, e allora scoprivi che il bazar, oltre ad essere uno scuro budello pervaso da centinaia di persone indaffaratissime e dagli odori più strani, era una miniera affascinante e inesauribile di negozietti di filigrane d’argento, stoffe, tappeti kilim, spezie e altre mercanzie che erano un vero compendio dei libri di Salgari e Marco Polo. Per fare acquisti con successo occorreva solo avere la pazienza infinita di contrattare. E la cosa, per un occidentale abituato alla certezza del cartellino del prezzo o a massimo al "Mi fa un po' di sconto?", non è affatto semplice, poiché richiede un raffinato gioco delle parti. E una certa sensibilità mercantile sul valore delle cose. Questo concetto ora ve lo spiego molto in soldoni. 

Occorre sapere, infatti, che se accetti senza fiatare il primo prezzo che ti fa un negoziante del bazar, in pratica, oltre ad essere un cretino che butta via i soldi, lo offendi a morte, perché da un lato gli togli il piacere della lunga negoziazione e dall'altro è come se gli dessi del ladro. Perché lui parte consapevolmente da un prezzo da ladro (poniamo 100 lire turche) giacché la prassi prevede che tu debba rilanciare con un prezzo da strozzino (poniamo 10 lire turche). Poi, alla sua risposta sdegnata, devi fare il gesto di allontanarti senza più interesse dal negozio. Allora lui t’inseguirà tirandoti per il braccio e proponendoti il prezzo di 90 lire, cui tu risponderai: " Non più di 20 lire, altrimenti non se ne fa niente.". Alla sua nuova faccia sdegnata ti allontanerai e lui t’inseguirà di nuovo, proponendoti:"Facciamo 80 lire, perché se lo vendo a meno dovrò mandare i miei figli a lavorare nelle miniere di sale!", al che tu rilancerai :"Le do al massimo 30 lire, non una di più..." e così via. 
Dopo quasi due chilometri di inseguimenti, sdegni e rilanci vari, probabilmente vi metterete d'accordo su 50 lire turche. Che erano l’esatto valore di scambio dell’oggetto. 
Però la trattativa non sempre riesce bene. Infatti, se ad un certo punto il negoziante dell’esempio ti manda forsennatamente al diavolo e se ne torna in bottega, vuol dire che hai raggiunto e superato, senza saperlo, la sua soglia minima di trattativa. Ed a quel punto anche se gli offri le 100 lire iniziali, lui l'oggetto non te lo vende più. Perché ne andrebbe della sua dignità (e di quella... dell’oggetto, che tu hai vilipeso valutandolo così poco!). Ecco perché dicevo che occorre sensibilità per il valore intrinseco delle cose ed anche perché solo noi veneziani, da mercanti smaliziati quali eravamo, commerciavamo bene con i nostri amici/nemici turchi. 

Atene, forse per le aspettative che vi riponevo,  aveva  costituito, invece, una delusione paurosa e non solo per il Pireo che dietro al sipario elegante e moderno dei grattacieli nascondeva il tipico degrado urbano dei porti, con vicoletti scuri, gatti pulciosi, cani randagi, traffici illeciti di vario tipo, locali e avventori poco raccomandabili. L'unica cosa positiva era che le edicole attorno porto all'epoca oltre ai giornali, alle cartoline e ai souvenir vendevano anche i preservativi "Petit diable" confezionati in lunghe cartucciere da dieci pezzi e ovviamente, visto che in Italia era difficile procurarseli in farmacia perché a volte ti facevano storie e ti chiedevano se eri maggiorenne, ne facevamo incetta. 
Appena saliti sulla collina del Licabetto, Atene si rivelava solo un convulso termitaio di casette bianche che si stendeva a perdita d’occhio, tra pianura e colline. Il centro era attraversato perennemente da quel traffico rumoroso e disordinato che appartiene all'eredità genetica dei popoli mediterranei e che rende penoso ogni tentativo di passeggiata. E, del resto, il centro di Atene non presentava particolari delizie architettoniche e neppure negozi di un qualche fascino, se non tanti chioschetti di paccottiglia turistica. Anche l’arredo urbano all'epoca era notevolmente consunto e trasandato (oggi non so). C’era, invero, qualche buona pasticceria (mi pare che la più apprezzata da me ed Emanuele si chiamasse Flokas) dove poter bere sciroppo di rose e assaggiare enormi baklave cariche di miele, ricotta e noci che, a parte il prezzo ottimo, dopo due soli morsi ti saziavano e le lasciavi lì. Per fortuna in molti banchetti per strada si potevano mangiare dei souvlaki e dei gyros davvero ottimi e a buon prezzo. In cima all’Acropoli, allora polverosa e mal tenuta, tra le consuete carovane di giapponesi e americani, spiccava un chioschetto di angurie e bibite con esercente napoletano, come nelle migliori barzellette. 

Di Tripoli, dove solo pochi mesi prima c'era stato il colpo di stato che aveva portato Gheddafi al potere e quindi la situazione era ancora abbastanza tesa, ricordo in pratica solo di aver passato un’intera mattinata chiuso al buio nello shop di bordo (e rifocillato di focaccia genovese dalla gentil signora che mi ci aveva nascosto in fretta e furia, intuendo il peggio...) per sottrarmi alle ricerche di un poliziotto che mi aveva scorto mentre filmavo alcune motovedette in rada, ignaro dei divieti perché la notte prima, in navigazione, avevamo suonato sino alle due durante il veglione di capodanno e pertanto io mi ero svegliato alle undici senza sentire gli annunci degli altoparlanti di bordo che proibivano qualsiasi ripresa del porto. La città, invece, non pareva un granché - per quel poco che mi fu concesso di vederla - essendo un curioso incrocio tra l’EUR (con i suoi palazzoni marmorei, i finestroni e le statue dell’era fascista) e il Lido di Venezia (con le stesse mattonelle del Lungomare Marconi e lo stesso arredo urbano, perché evidentemente la ditta che prima della guerra aveva avuto quell'appalto era la stessa) . Ma, come dicevo, l'ho potuta visitare in fretta, con l’apprensione di essere riconosciuto e di finire i miei giorni a mangiare datteri in qualche prigione nel deserto. 

Malta, invece, era ai miei occhi una meraviglia delle meraviglie, con un mix curioso e affascinante di colori arabi, lokum, pub inglesi, birre scure e silenziosi hotel in stile vittoriano, con i parquet tirati a cera e i grandi ventilatori sul soffitto. E poi, almeno una volta nella vita, bisogna provare l’emozione di entrare con la nave nel Grand Harbour. Magari alle prime luci dell’alba, quando la torreggiante muraglia di case, bastioni e campanili con il colore del tufo si tinge dell’oro del sole che nasce. Non a caso poi a Malta ci sono tornato altre volte e vorrei tanto farlo ancora.

Di Rodi e Cipro, a parte un paio di limonate ma non intese come bibita, ricordo invece la luce, il profumo della vegetazione e la sbalorditiva trasparenza delle acque. Ma anche una spettacolare scivolata giù per una pietraia di Rodi, con una rugginosa Lambretta presa a noleggio, (armeggiando con le marce avevo genialmente affrontato la curva con la frizione staccata...) e la fatica nel convincere il suo sospettoso proprietario che al suo mezzo non era successo assolutamente nulla, nonostante i ciuffi d’erba e il terriccio che spuntavano da ogni dove. Degno di nota, infine, il cameriere di un ristorantino sul mare di Pathmos che, attraversando la strada in precario slalom tra le automobili con il piatto di portata, fece cadere il nostro enorme cefalo ai ferri sull'asfalto. Con sublime noncuranza lo rimise sul vassoio e ce lo servì con un olivastro sorriso. Non essendo in grado, nonostante i nostri studi classici, di contestargli la cosa in greco, decidemmo a larga maggioranza di mangiarlo ugualmente. Emanuele, naturalmente, si rifiutò, e la sua parte fu incamerata dai nostri robusti appetiti. Nell'occasione il famoso detto classico fu così rivisitato: timeo Danaos et pisces ferentes. 

Le spiagge del Mar Nero della Romania (Mamaia) e della Russia (Yalta) invece erano tristi e spoglie. A Mamaia ci si cambiava dietro i radi cespugli ai bordi della strada statale e per chilometri la linea della battigia era punteggiata da scalcinati palazzoni simili ai condomini popolari delle borgate romane, con file di panni stesi alle finestre ad asciugare e che servivano come alberghi riservati per i lavoratori romeni e, quindi, non era permesso entrarci. E, d'altronde, il divieto d’ingresso era del tutto superfluo, poiché il greve odore di cipolla e cavolo che proveniva da quegli edifici costituiva di per sé una barriera invalicabile. Sulla spiaggia non esisteva alcuna struttura per la balneazione. Neppure un chioschetto per le bibite. Alla Casa del ferroviere, unico posto dove ci fu permesso di consumare un frugale e caro spuntino, ci servirono di contraggenio del pane raffermo con un formaggio così giallognolo ed avvizzito che faceva tristezza a mangiarlo e delle stranissime birre egiziane, quasi tiepide, con le piramidi e il cammello sull'etichetta, che ricordo ancora come sommamente sgradevoli. Emanuele, prendendo spunto dall'etichetta, insinuò, et pour cause, che fosse proprio orina di cammello. Al ritorno verso la nave, lo sgangherato pullman su cui ci trovavamo (su di un finestrino, con orrore d’Emanuele, passeggiava un voluminoso scarafaggio...) si fermò in mezzo alla campagna e ne scese il conducente. Al suo posto salì una robusta massaia con il fazzoletto sulla testa e la borsa della spesa da cui fuoriuscivano uno sfilatino di pane e un ciuffo di sedano. Tra il nostro stupore, la massaia si sedette al posto di guida e l’autobus ripartì. Noi eravamo già abituati agli autisti dell’ACTV con l’orecchino e le divise casual, ma una cosa così non l' avevamo mai vista. 

Yalta invece conservava ancora tracce visibili dell’antica bellezza di quella che, all'inizio del secolo, era stata la meta favorita delle vacanze balneari della buona borghesia zarista. A riprova di uno stile di vita raffinato ed omogeneo con i valori della borghesia europea dell’epoca c'erano le prospettive ampie ed eleganti delle piazze, i giardinetti con le palme, gli oleandri e le fontane, il teatro dell’opera in stile neoclassico e le palazzine liberty che ne costeggiavano le strade alberate e che non erano molto dissimili da quelle di Viareggio, del Forte dei Marmi, d’Abbazia o del Lido di Venezia. Su tutto, però, era calato uno stato di malinconico abbandono amplificato dalla vista degli intonaci cadenti, dei marciapiedi dissestati, delle aiuole piene d’erbacce e delle panchine dei giardinetti stinte e traballanti. La gente che s’incrociava per le strade era una moltitudine sbracata e malmessa, visto che Yalta, per il suo clima mite e le acque termali, era diventata la località di cura di varie malattie per le maestranze di tutta l’URSS e il centro della cittadina era, di fatto, un unica grande clinica all’aperto, affollata d’uzbeki, mongoli, lituani, georgiani etc. I bagni si facevano, molto proletariamente, nello specchio d’acqua del porto, oleoso di nafta, e la gente (centinaia e centinaia di persone) si tuffava tra i rimorchiatori e prendeva il sole stravaccata a strati sulla banchina, tra le bitte e le gomene. Quasi tutti gli stranieri che uscivano alla spicciolata dal porto passeggeri erano avvicinati da persone che proponevano commerci d’ogni genere. Purché illecito. 

Anche noi, non appena usciti dalla dogana, fummo avvicinati da un ragazzetto che, con fare misterioso, ci fece cenno di seguirlo fino ad una panchina dei vicini giardinetti, dove ci chiese se volevamo rubli in cambio dei nostri jeans. Naturalmente ci rifiutammo di prendere l’idea in considerazione, sia perché i controlli sull'importazione di valuta erano rigidissimi, sia perché, anche accettando lo scambio, avremmo avuto delle difficoltà a rientrare a bordo in mutande senza che la polizia se n’accorgesse. Propose anche, come ultimo tentativo, di acquistare il mio anello nobiliare per cinquecento rubli, ma lo feci correre... così come si mise a correre come un leprotto, asserendo di aver visto la polizia, il giovanotto che a Costanza, in Romania, aveva appena scambiato con due nostri passeggeri ventimila lire con un mucchio di banconote locali  per un controvalore decisamente superiore al cambio ufficiale. Ovviamente, i due nostri connazionali gonzi avevano presto scoperto che del mucchietto rimasto loro in mano, solo le prime due banconote erano autentiche, le altre erano carta straccia. Per la verità, anche noi eravamo stati avvicinati da due graziose giovanette non appena sbarcati, ma lì si capiva benissimo cosa volessero vendere e, a prescindere da altre considerazioni, facemmo capire loro che non era proprio il caso. In ogni caso, che lo sgarrare con i cambi in Russia fosse cosa assai imprudente l'avevamo ben visto di persona, dato che pochi giorni prima a Odessa, malgrado le raccomandazioni di comperare solo in valuta estera nei negozi Intourist oppure di conservare gli scontrini di ogni acquisto fuori dai negozi ufficiali per confrontarli con la ricevuta del cambio un vero cumènda milanès, di quelli del tipo: "Mi sun minga un pirla che compro il rublo dei comunisti al cambio fisso di mille lire", aveva acquistato da uno dell’equipaggio una carrettata di rubli presi in Libano al modico prezzo di 120 lire, e, al rientro a bordo, si era presentato ai controlli doganali davanti alla passerella d'imbarco carico di vodke, balalaike e matrioske, ma senza poterne giustificare l’acquisto. Così era stato trattenuto in stato d’arresto con tutta la famiglia ed era potuto ritornare a bordo solo con la confisca dei beni, una denuncia a piede libero e il pagamento di una spaventosa multa. 

Noi, invece, gironzolando piacevolmente per Yalta con i pochissimi spiccioli cambiati ufficialmente, ci comperammo un gelato al latte della ignota marca Kosmonaut, confezionato in un'anonima coppetta di cartoncino chiusa con due punti metallici e con un legnetto in dotazione, ad uso cucchiaino. Lo ricordo ancora, commosso, come uno dei più buoni gelati della mia vita. Emanuele invece, dopo aver sentenziato che, per lui, quel latte non era pastorizzato in quanto troppo grasso (e quindi chissà che cosa ti poteva procurare con tutti quei bacilli sovietici in libertà...), si autocondannò alla morte per disidratazione, quando si accorse che tutti i distributori di bibite in città ti versavano la bevanda richiesta in un bicchiere di vetro comune che era risciacquato automaticamente ogni volta, con un modesto spruzzetto d'acqua. 

Le crociere a bordo dell’Ausonia duravano però solo un mese, tra luglio e agosto. D'inverno navigavamo, invece, a bordo dell’Esperia, una vecchia carriola rugginosa, affondata in porto a Trieste, rimessa a galla dopo la guerra e restaurata alla buona (praticamente solo in prima classe). 

La chiamavamo la Caienna, e non senza buoni motivi. 

Caratteristica dell’Esperia era quella di essere stretta e lunga e quindi di ondeggiare paurosamente con il mare al traverso. Prerogativa, questa, che era messa ancor più in risalto dal fatto di essere una delle ultime navi da crociera al mondo a non possedere uno straccio di aletta anti-rollio. E la cosa, per l’appunto, si notava parecchio. In compenso era abitata da nerboruti fuochisti (gli scarafaggi rosso bruno, tipici delle sale macchine) che avevano, per la nostra delizia, una vera predilezione per le accoglienti pantofole d’Emanuele. Le cabine interne di seconda classe erano dei veri loculi, con scarso ricambio d’aria e un impianto di riscaldamento che eruttava in continuazione aria rovente dalla bocchetta, senza alcuna speranza di poterla regolare. Uno degli scherzi più frequenti tra noi era quello di orientare il getto dell’aria verso la cuccetta di un compagno dormiente per vederlo gradualmente smaniare e scalciare per il tormento delle ustioni, come un santo sulla graticola. Alla fine, per limitare i danni, Emanuele aveva avuto l’idea brillante di stroppare la maledetta bocchetta con un calzino. Il ché, fetore a parte, sembrò funzionare egregiamente allo scopo, fino al momento in cui l’accumulo di pressione dell’aria sparò il calzino come una schioppettata. Da quel momento la tipologia degli scherzi effettuabili si arricchì di un nuovo affascinante strumento di guerra: la bombarda termica. 

In ogni modo l’Esperia - fuochisti e calzini roventi a parte - era la nave ideale per godere di robusti mal di mare, costituendo un opportunità davvero imperdibile per un appassionato del genere. A questo si aggiunga che, essendo Genova il suo porto di partenza e arrivo, durante il primo e l’ultimo giorno di crociera, proprio quando si svolgevano le feste di benvenuto e d’addio, l’ Esperia transitava inevitabilmente nel Golfo del Leone. Ora, esistono al mondo alcuni posti fetenti dove, se ci passi in nave, puoi essere sicuro di ballare come un turacciolo in qualsiasi giorno dell’anno. Questi sono: Capo Horn, Il Capo di Buona Speranza, le Bocche di Bonifacio, Capo Matapan e il Golfo del Leone. Noi, per l’appunto, si ballava come turaccioli due volte a viaggio. La cosa funzionava così. 

Si partiva dal molo Garibaldi verso le due del pomeriggio, con la musichetta della banda, i ciao-ciao con la manina, i coriandoli e le stelle filanti, e con il mare liscio come l'olio. Per le prime due/tre ore di navigazione i passeggeri, emozionatissimi e festanti, si aggiravano per la nave prendendo possesso delle cabine e curiosando in ogni locale disponibile (ivi compreso le sentine e lo sbratto di cucina.). Noi si aveva il nostro bravo daffare a tenere a bada i bambini che venivano a curiosare tra gli strumenti (Lele ingaggiava vere e proprie zuffe per scacciare gli aspiranti batteristi e preservare le bacchettine...) e i soliti perdigiorno che volevano sapere, seduta stante, i titoli di tutte le duecento e passa canzoni del nostro repertorio per vedere se sarebbero state di loro gradimento (io continuavo a tenere d’occhio la Hofner rossa, naturalmente). In tanta allegria, verso le sei di sera, vedevi comparire qui e là camerieri che portavano sinistri vassoi di panini raffermi e ripieni d’acciughe, sottaceti e altre zavorre. E, a saperlo cogliere, era un gran brutto segno. 

Verso le otto si aprivano le porte della sala dei buffet e la gente si avventava ad ingozzarsi di tutto quello che trovava, purché unto e bisunto. Nella corsa affannosa ai vassoi del cibo si vedevano scorrettezze plateali, con spintoni, tirate di giacca e gomitate da espulsione. L’epicentro degli scontri era soprattutto davanti ai branzini con la maionese e alle aragoste in bellavista. Anche il prosciutto di cinghiale tagliato a mano e la porchetta in crosta esigevano solitamente un alto tributo di sangue. Si vedevano madri in preda a crisi d’isterismo mandare avanti i bambini (intanto che papà prende i piatti e le posate...) con la stessa risolutezza con la quale Napoleone muoveva i suoi battaglioni ad Austerlitz: "Paolino, dirigiti alle insalate! Manuela punta ai risotti! Giulio... tu vedi se riesci a conquistare la zuppa inglese...e tieni la posizione che mamma arriva con i piatti!". Tutto questo nell’illusione che l’agile corporatura dei figli li agevolasse ad intrufolarsi nella calca e rischiando invece seriamente l’estinzione della prole, perché in tali frangenti e sotto tutte le latitudini: pietà l' è morta!. 
Immancabilmente c'era chi, in preda a fami ataviche, tentava di riempirsi il piatto perfino di parti delle sculture decorative in margarina raffiguranti il Dio Nettuno e le Naiadi, provocando lo sdegno dello chef. Quasi tutti poi, temendo di restare senza cibo o di non riuscire più a condurre un secondo assalto con successo, dimentichi di essere nella vita di tutti i giorni dei raffinati ed esigentissimi gourmet, infilavano nello stesso piatto il roast beef, la zuppa di cipolle, i tortellini con la panna, le melanzane al funghetto e l’ananas al maraschino. Altri mangiavano direttamente davanti al vassoio duramente conquistato (fosse anche quello delle cipolle in agrodolce...), senza neppure ritornare al proprio tavolo. E, soprattutto, si ingurgitavano litri di bevande gassate e di spumanti, che costituivano degli ottimi propellenti. 

Alle nove, spazzolate anche le ultime briciole e sorbiti i caffè e gli amari, si aprivano finalmente le danze, con la nave intenta ad un grazioso dondolio. Poi la nave, verso le dieci, cominciava a beccheggiare sempre più sensibilmente e noi dal nostro palco vedevamo le signore e i signori in abito da sera diventare dapprima verdognoli e poi, attraverso varie sfumature, di un bel grigio plumbeo. Si vedevano le prime coppie abbandonare a precipizio la sala. Verso le undici, riuscivamo a suonare solo tenendo ferme le aste dei microfoni con le gambe e dopo aver assicurato con le corde alle colonne del salone gli amplificatori e il pianoforte a coda. Intanto, i camerieri accorrevano di gran lena con la segatura in varie parti della sala. 

Verso mezzanotte era tutto finito. La sala era deserta e i corridoi pullulavano di gente elegante in coda davanti alle latrine. Fino all’alba si aggiravano per la nave rari zombie verdognoli, mentre dalle cabine si levavano gemiti lamentosi. La mattina dopo, a tavola facevamo la conta dei superstiti e, soprattutto, vedevamo scorrere esclusivamente litri di brodino. Noi ci salvavamo grazie al fatto che ci nutrivamo di cose secche, senza bere alcunché e che prendevamo il Valontàn, anche se Emanuele sosteneva che il nome del farmaco derivava dal fatto che ti consentiva di non vomitare in cabina, bensì qualche decina di metri più in là. Forse aveva ragione...





venerdì 30 novembre 2018

Del senso del bretone per la neve, del persistere dell'incomunicabilità umana e degli Swarovski a dieci Euro


Il biiiip prolungato della sveglia, subito associato al rabbioso: “Nooo… quanto la odio quella TUA sveglia dannata!” dell’elfa (perché la sveglia alle sei e mezza la chiede lei, ma poi è colpa mia quando suona) seguita dal consueto “Vai tu in bagno, così dormo ancora altri cinque minuti” mi strappa al calduccio della trapunta in piuma d’oca anche perché so che altrimenti ne verrei scalciato fuori da quella che vuole dormire ancora e secondo lei la disturbo. In realtà, ero sveglio da almeno mezzora intento ad ascoltare i rumori inconfondibili del vento che scrolla le foglie dei platani e degli autobus che ripartono al semaforo. Infatti, appena raggiungo un’accettabile postura da Homo erectus (non pensate male…) e ricevuto il consueto “Non camminare a piedi scalzi! Quante volte te lo devo dire?” di colei che dovrebbe dormire ma mi sorveglia vigile, scosto le tende, scruto nel buio interrotto a tratti dalla luce dei lampioni e ….“Cazzo, ma è tutto gelato giù in giardino…” . Che, detto così, non è proprio l’incipit più affascinante della letteratura italiana. Vista la giornataccia invernale andrebbe forse meglio il decadentismo dannunziano, con un bel: “Orsù, andiamo è tempo di migrare” a cui magari aggiungere “…e portare il bretone a pisciare” prima di iniziare la solfa del pastore che lascia gli stazzi e va per il tratturo antico al piano.

Il quale bretone, nel frattempo, anche se non l’ho ancora verificato, sicuramente avrà approfittato del favore della notte per acciambellarsi a dormire sulla Sacra Poltrona Proibita del mio studio, immerso tra le morbidezze dei cuscini di raso e il plaid scozzese. Perché il giovanotto, spiace dirlo, da cane ruspante dal bel profumo di sottobosco, nato per i campi fangosi e i sentieri di campagna, si sta imborghesendo a tal punto da doverlo avvisare che rischia il declassamento di Standard & Poors da cane da caccia AAA+ a cane da salotto AA, come un Chihuahua. E questo comporterebbe per default il fiocchettino vezzoso, il cappottino scozzese per l’inverno e il collarino con le pailettes luccicanti. Veda lui se gli conviene…


E' già ora di uscire? Ancora cinque minuti...

Siccome a pensar male si farà peccato, ma ci si azzecca quasi sempre, come mi affaccio nel salottino e accendo la luce scorgo un musetto spettinato e due occhioni assonnati colti in flagranza di reato che mi fissano con l’aria del: “Ah! sei tu? Ma che ore sono? Dormivo così bene..." . Appena gli indico sdegnato il suo tappetino sul pavimento dicendogli "Scendi subito da quella poltrona, che non è tua!" lui, dopo essersi stiracchiato e aver praticato una lunga abluzione delle parti intime (immagino per scherno nei miei confronti) scenderà. Una volta sceso, la sua mossa successiva sarà quella di mettersi ad abbaiare senza alcun motivo in corridoio finché Morena strillerà “Porta fuori quel povero cane!” e al mio angosciato “Ma siamo sottozero, mi congelerò…” arriverà l’immancabile “ Hai voluto avere il cane? Buona passeggiata…”. Il bretone mi guarderà con l’aria soddisfatta di chi dice “Hai visto? Se mi lasciavi sulla poltrona, non avrei abbaiato”.

Però, in realtà, occorre ammettere che il possedere un cane ti spalanca aspetti inesplorati della vita e ti fa scoprire nuove opportunità interessantissime. Cose tipo il vedere le luci dell’alba e i tramonti sui prati, infradiciarsi i piedi nella rugiada, attraversare sciami di zanzare camminando lungo i fossi e tremare di freddo con le prime gelate e il cane che emette nuvole di vapore dalle fauci come fosse un drago, slogarsi una caviglia sprofondando tra le zolle di un campo arato, venire inseguito da una coppia di gatti e disturbare coppiette nei parchi perché Whisky ha deciso che deve pisciare proprio sulla panchina dove stanno pomiciando. Insomma, tutto un nuovo mondo. Ma non solo, ci sono infatti anche delle possibilità inedite: per esempio, mi sono sempre chiesto perché la domenica mattina, quando puoi finalmente dormire, i Testimoni di Geova ti suonassero il campanello alle otto per farsi mandare affan… quando potevano benissimo farsi mandare affan… verso le undici con tutto comodo. Ora, alzandomi per tempo ed essendo per strada prima delle sette di mattina, so che posso suonare il campanello ad un Testimone di Geova e chiedergli se posso salire su un momento a rompergli i marroni con la Bibbia mentre è ancora in pigiama. Giusto il tempo di sapere dove abiti qualcuno di loro e lo farò.


le nostre stradine di campagna già ghiacciate

Da ragazzo mi piacevano molto le “Tragedie in due battute” di Achille Campanile e i film di Antonioni sull’incomunicabilità (credo di essere uno dei pochi italiani ad aver visto tre volte Deserto Rosso). L'uscire con il cane con tutte le occasioni di nuovi incontri che comporta mi consente oggi di vivere in prima persona, non proprio in due battute ma quasi, delle vere tragedie dell’incomunicabilità umana, dove ti sembra che le tue parole scorrano leggere sulla pelle dell'altro come il vento, senza lasciar traccia e significati. Un po' come succede a volte con l'elfa che mentre le parlo di una cosa che mi sta a cuore, come una new entry tra le molteplici malattie che minerebbero la mia salute, pensa a tutt'altro e mi risponde con "Ricordami che dobbiamo pagare la bolletta del gas" o cose simili, tanto che ormai mi diverto a infilare improvvisamente nei miei discorsi frasi senza senso tipo "Abbiamo un cavallo verde in giardino" per vedere se si meraviglia o continua a seguire il corso dei suoi pensieri anche se ha l'aria di chi ti ascolta. Al bar dei cinesi dove vado a far colazione, per esempio, ho vissuto una lunga stagione di incomunicabilità con la vecchia titolare che, immagino su disposizioni del Partito per smaltire la deplorevole sovrapproduzione di una fabbrica dolciaria dello Szechuan, continuava a propormi fagottini di mele malgrado le chiedessi dei croissant con la marmellata. Poi il cambio di gestione, con l'arrivo della simpaticissima signora Susanna, che è sempre una cinesina, ma parla benissimo l'italiano e gestisce con grande professionalità il bar e i suoi clienti, ha risolto il problema di comunicazione.

Ma, in realtà, non del tutto perché all'interno del bar staziona spesso una persona con la quale proprio non riesco a comunicare. Si tratta un vecchietto che, se non fosse male in arnese, sembrerebbe la copia conforme, occhiali scuri compresi, di Lionel Twain, il miliardario eccentrico di "Invito a cena con delitto". Ogni volta che mi vede entrare si avvicina con fare furtivo e, dopo avermi chiesto se mi serve un orologio, del tutto incurante del mio "...ma anche no, grazie" e pur mostrandogli il Citizen che ho al polso mi propone mirabolanti "orologi americani ultimo modello" dal valore di almeno 150 euro e che lui, ma solo perché gli sono simpatico per via del cane e perché una volta gli ho offerto un calice di rabosello, mi offre sottobanco per 10 euro. Quando gli faccio notare che orologi del genere si trovano in omaggio nei fustini del detersivo e che il logo CE sta per China Export, dunque, se proprio vengono dall'America, sono stati prodotti in qualche scantinato della China Town di Los Angeles o New York allora mi prende confidenzialmente sottobraccio e abbassando la voce perché altri non sentano me li propone a 5 euro, volendo anche in versione elegante da sera per la mia signora (immagino che se glielo comperassi l'elfa chiamerebbe il suo avvocato all'istante per iniziare la pratica di divorzio)


Quelle belle giornate gelide e nebbiose, che non vedi l'ora di uscire... 

Nonostante i miei rifiuti ostinati in questi mesi mi sono visto proporre di tutto, sempre di provenienza americana e al prezzo amichevole di 10 euro (ma con te voglio rovinarmi e arrivo a 5) e fino al patto tra gentiluomini del: "Tu lo provi per qualche giorno e se ti piace me lo comperi, di te mi fido...". Qualche tempo fa, malgrado gli avessi detto subito di non essere interessato al genere avendo da un lato ancora una discreta vita coniugale e, dall'altro, potendo eventualmente trovare di tutto su internet gratis e pure con virus in omaggio, ha tirato fuori con aria complice dalla sua valigetta sdrucita dei DVD, sempre di provenienza americana e di ultimissima produzione, con la compianta Pozzi Moana e la pensionata settantenne Staller Ilona, in arte Cicciolina, che più che dei porno dovevano essere delle sedute spiritiche al geriatrico. Avendo la cosa oltrepassato i limiti, pur assai ampi, della mia sopportazione gli ho detto senza tanti giri di parole che ero stanco di tutte quelle sue proposte tarocche e che gradivo far colazione in pace. Così per qualche tempo è stato alla larga, limitandosi ad un cenno di saluto. Ieri mattina, ritrovato il coraggio, mi ha riavvicinato chiedendomi: "Ti servono occhiali?" e al mio deciso "Grazie, no. No, grazie! Come vedi non li porto..." ha continuato imperterrito "Ho degli occhiali americani ultimo modello, che in negozio li trovi almeno a 200 euro, ma a te li vendo a 10 euro".
"Guarda, ti ringrazio, ma come ti ho detto e forse ti è sfuggito, non uso gli occhiali... comunque, se non ti dispiace ora vorrei prendere il caffè prima che si freddi"
Non faccio a tempo a portare la tazzina alla bocca che lui mi trattiene per il braccio e sussurrando con aria complice mi dice: "Ho anche degli occhiali da sole meglio dei Rayban, li vuoi vedere? Sono polarizzati e anti riflesso... puoi usarli anche per sciare"
Scosto con fastidio la sua mano dal braccio (odio essere toccato dalla gente) e riesco a bere il caffè che era ormai tiepido.
"Occhiali da sole in inverno? Buona fortuna se pensi di venderli... comunque no, non mi interessano e non scio e ora lasciami fare colazione in pace perché stai iniziando ad infastidirmi"
Lui bofonchia un "Come che te vol..." e si allontana verso l'uscita mentre finalmente posso addentare la brioche, ma una volta sulla porta si volta di nuovo verso di me, come colto da un pensiero improvviso e mi fa: "Hai già pensato ai regali di Natale per tua moglie?"
Deglutisco a fatica il primo boccone della brioche respingendo a fatica l'istinto omicida. "Oddio... cosa hai ancora da proporre? Se sono accendini, ti avviso che mia moglie ha già il suo Dupont e non è interessata, quindi ciao e buona vita..."
"Peccato, perchè, casomai li avessi voluti, potevo trovarti degli Zippo originali americani. Comunque, volevo dirti che mi sono arrivate delle collane e degli orecchini con veri brillanti Swarovski, tutta roba di altissima qualità che in negozio la trovi a 200 euro, ma a te posso fare 10 euro..."
A quel punto la mia reazione verbale non è stata coerente con il consueto bon ton e quindi la lascio alla vostra immaginazione, anche se, a ben pensarci con il senno di poi, per dei gioielli con veri brillanti Swarovski a dieci euro, magari avrei potuto farci un pensierino... non vi pare?



domenica 11 novembre 2018

Dei viaggi in Sleeperette lungo la valle del Po, alla moda di Mario Soldati, ma senza la salama da sugo


È un lunedì mattina, a Torino. Uno qualsiasi. Uno dei tanti che ho vissuto per dieci anni. Non necessariamente nebbioso, no...anzi, forse c'è anche un bel sole, ma potrebbero anche grandinare chicchi grossi come uova di struzzo, che tanto non me n’accorgerei. Infatti in quelle condizioni farei fatica a ricordare anche il mio nome, se qualcuno me lo chiedesse. Figuriamoci se realizzo che tempo c'è. Sono appena uscito dalla stazione di Porta Nuova e innesto il pilota automatico avviandomi verso la mia meta. Rischiando più volte, attraversando le strade in stato di sonnambulismo, di essere spianato per l’eternità da qualche sabaudo in vena di guida sportiva, mi ritrovo dopo un po’ di fronte all’edicola all’angolo di Corso Dante. Pago il quotidiano e mi allontano immerso nelle mie nebbie, essendo inseguito, come sempre, dall’edicolante al grido di: “Ehi! Signore.. .si è dimenticato di prendere il giornale! “ (Quando dimenticavo di prendere il resto di diecimila lire, l’inseguimento non avveniva. Tanto meno con il resto di cinquantamila). Guadagno faticosamente, la porta d’ingresso della società. I sorveglianti dentro la guardiola, come al solito, prima del: “Buongiorno dottore!“ mettono istintivamente mano alla pistola. Non so dare loro torto. 

Infatti, la prima occhiata allo specchio del bagno al pianterreno mi restituisce l’immagine di uno zombie sgualcito, con gli occhi rossi e gonfi di sonno e la barba lunga. Corro (si fa per dire) al distributore del caffè con il pieno di gettoni. Mi sparo in gola due caffè forti e ristretti in rapida successione, con un uno-due micidiale (per la pressione.). Ascolto i rumori interni del mio corpo. Mi pare di sentire l’onda nera del caffè bollente che scorre sfrigolando nelle vene strizzando impietosa nervi e cervello. Comincio a connettere. Ora finalmente so, con buona approssimazione, chi sono, da dove vengo, dove sono e cosa sono venuto a fare. 

Malgrado ciò resterò per tutto il giorno una presenza spettrale che scivola lungo corridoi moquettati mentre colleghi pimpanti e ricaricati dal week-end ti sollecitano con mille questioni di lavoro che il tuo cervello si rifiuta di registrare. Un numero infinito di possibili figure da rincretinito mi attenderà al varco durante la giornata, fino al dramma finale: l'irrefrenabile abbiocco postprandiale che sopraggiungerà puntuale a cavallo tra le 14.30 e le 15.00 (e malgrado tutti i tentativi disperati per tenere aperte le palpebre…) nel bel mezzo di una riunione di lavoro e alla presenza dell’Amministratore Delegato. Tale sgradevole situazione, che alla fine farà di me una curiosa leggenda aziendale, trae origine da una ben precisa causa. Infatti, dal settembre del 1990, essendo entrato a far parte di Isvor Fiat, l'università interna del Gruppo che erogava formazione e consulenza in tutto il mondo, sono stato costretto a servirmi con cadenza settimanale dell’unico mezzo possibile per il mio andirivieni con Torino: il treno. E questo perché non era cosa salutare e tantomeno conveniente affrontare ogni settimana ottocentoquarantasei chilometri (scritto per esteso fa più impressione...) d’autostrada trafficata e nebbiosa. Né in automobile, né tantomeno in bicicletta come avrebbe voluto mia moglie, perché mi avrebbe fatto tanto bene. Così, facendo di necessità virtù e confidando ingenuamente nel fatto che un paese civile non potesse che disporre di servizi di trasporto pubblico degni di questo nome, ho cominciato la mia odissea ferroviaria pluriennale che cercherò ora di raccontare.


Nessuna illusione, il tuo treno è quello a destra...

Agli inizi ero costretto per l’orario di lavoro che si voleva rigorosamente uguale per tutti di ogni ordine e grado a presentarmi in ufficio tra le otto e le nove di mattina. Questo finché una sabauda illuminata (grazie, Daniela) non ha realizzato che provenivo da ben oltre Vercelli (che un sabaudo Novara la guarda con sospetto perché potrebbe essere già Lombardia), dunque potevo avere un orario personalizzato senza creare competizione tra i colleghi ed essere costretto a viaggiare la domenica notte. Quindi, nell'attesa di avere finalmente quel benefit, dopo aver chiamato un taxi appena alla Domenica Sportiva trasmettevano il servizio sull’ippica, partivo da Mestre un quarto dopo mezzanotte, in mezzo a nugoli di poveracci pendolari come me, con i borsoni carichi di provviste e biancheria per tutta la settimana e gli occhi gonfi di sonno. Sulla pensilina della stazione incontravo di solito un ometto che faceva il carpentiere in Svizzera e che avendo preso confidenza al momento di partire mi diceva invariabilmente: “ Sono sempre i migliori che se ne vanno ! “ e la battuta peggiorava il mio umore in quanto la consideravo di cattivo auspicio, anzi, decisamente jettatoria. Tanto che ormai prevedendo la gufata tenevo le mani in tasca per una fuggevole toccatina scaramantica. 

Il treno, lento come una tradotta della prima guerra mondiale, arrivava cigolando da Trieste già carico d’altra dolente umanità ed altra ne avrebbe raccolta lungo una serie interminabile di fermate (oltre venti, variamente distribuite su di un percorso di 423 chilometri da compiersi in circa sette ore, alla formidabile velocità di 60,02 Km/ora). “ Quel lungo treno che andava al confine...” cantavano mestamente gli alpini durante la prima guerra mondiale e a volte sembrava davvero di esserci a bordo. Ricordo che una gelida notte d’inverno, mentre saltellavamo lungo la pensilina per non congelarci i piedi, l’altoparlante della stazione gracchiò: “Si dà avviso ai signori passeggeri che, causa neve, il treno 648 da Trieste per Torino viaggia con 120 minuti di ritardo” perché i ritardi si annunciano sempre in minuti, così la gente non comprende subito che si tratta di due ore e s’incazza di meno. Subito dopo, evidentemente convinto di aver spento il microfono, l’annunciatore canticchiò: “ Deèvi morire...” e mai commento apparve più appropriato. Anzi, qualcuno propose che tale ritornello da stadio fosse assunto al rango d’inno ufficiale delle nostre ferrovie. Ma, per fortuna, ritardi di tal entità erano abbastanza rari. La media di solito si aggirava sui venti minuti. Che era pur sempre una gran schifezza di servizio, ma insomma... 

In ogni modo, in quegli anni avventurati, vinta la solita breve colluttazione per salire a bordo prendevo necessariamente posto sull’unico (!) vagone di prima classe disponibile: una Sleeperette. Qualora uno si chiedesse perché all’epoca non pigliassi posto nel vagone cuccette, lo tranquillizzo subito. Non sono uno sprovveduto a tal punto. Era solo perché all’epoca le nostre Ferrovie non prevedevano un vagone cuccette su di un treno che viaggiava dalle dieci di sera alle sette del mattino. Anzi, il vagone cuccette inizialmente c’era, ma poi l’avevano tolto per metterlo sul treno precedente che però partiva alle cinque del pomeriggio dunque al massimo si sarebbe usato per un sonnellino. Avevo chiesto spiegazioni ma nessuno sapeva dirti il perché e ti guardavano sospettosi come se avessi voluto sapere troppe cose. Probabilmente era uno dei segreti dei cavalieri templari. 

“Va bene, ma che cos'è una Sleeperette ?” si chiederà l’ignaro lettore, cui la vita ha finora risparmiato simili crudeli esperienze. Occorre sapere allora che si tratta di uno speciale vagone ferroviario tipo pullman, con i sedili reclinabili, progettato, da quel che si capisce, da qualche nemico dell’umanità. Infatti, a prima vista, lo scopo apparente della Sleeperette sembrerebbe quello di consentirti di effettuare un comodo viaggio notturno, immerso piacevolmente nel sonno. Niente di più sbagliato. Questo che segue è il racconto come si viaggia realmente in una Sleeperette.


La Sleeperette, l'incubo delle mie notti di viaggio.

Già il primo impatto all’ingresso nel vagone lascia sgomenti: l’aria è soffocante e il tanfo di piedi e ascelle sudate che si è formato nelle due ore di viaggio lungo la tratta da Trieste prende alla gola come i gas austriaci sul Carso. Nell’oscurità, rischiarata solo dalle luci esterne della stazione, cerchi di individuare rapidamente un sedile libero che raggiungerai inciampando e sbattendo su teste reclinate, gambe e borse, avendo solo qualche calzino bianco (c'è sempre un viaggiatore che fortunatamente li indossa...) come punto di riferimento. Raggiunto il tuo posto guarderai perplesso lo schienale del sedile che ti precede nella fila e ti chiederai il perché della sua curiosa (e minacciosa) forma a cuneo pronunciato, dei suoi spigoli e zigrinature e del piccolo scanso ricavato nella sua parte superiore. Ma non ci sarà bisogno di risposta. Lo capirai, infatti, da solo non appena avrai trovato il pulsante (durissimo e accuratamente nascosto) di ribaltamento del sedile. Perché, nello stesso istante in cui ti sentirai catapultare all’indietro con violenza, sentirai anche alle tue spalle un urlo atroce, seguito da uno scroscio d'acqua e scoprirai che il cuneo del tuo sedile ha straziato le carni e le tibie del poveraccio sul sedile dietro, intanto che dal piccolo scanso portaoggetti la sua mezza bottiglia di minerale gli era scaraventata in pieno petto. Infatti, a sedile davanti reclinato, il cuneo consente unicamente di sedersi incastrandosi con le gambe divaricate in posa ginecologica nell'esiguo spazio lasciato libero e dopo contorsioni da fachiro indiano. E questo senza alcuna plausibile ragione che non sia il puro sadismo.

La particolare e innaturale postura cui era costretto il corpo del viaggiatore appariva studiata appositamente per provocare un accartocciamento generale delle membra (i cui effetti anchilosanti si sarebbero protratti per diverse ore) e un progressivo informicolamento di tutta la parte inferiore del corpo, con perdita della sensibilità dai piedi fino al basso ventre e relative ansie per la virilità. 
In ogni caso, non appena il treno si sarà mosso, pur con il cuore attraversato dal timore di avere a tua volta le gambe maciullate da un improvviso reclinamento del sedile davanti (il reclinamento dei sedili è, tra l’altro, sostanzialmente irreversibile, perciò nelle tue fantasie t’immagini già i pompieri al lavoro con la fiamma ossidrica per liberarti...), cercherai di prendere sonno. Ma ti accorgerai ben presto che i tuoi sessanta compagni di viaggio rappresentano un campionario eccellente di tutte le tendenze alla moda nel russare. In pratica, dal pop alla new age e fino all’heavy metal, compreso il rapper che parla nel sonno. Con la disperazione nel cuore, ma cercando cocciutamente di assopirti, anziché contare stupide pecore, proverai quindi a catalogare tutti i tipi di russamento presenti: a trombetta, a sega elettrica, allegro con brio, sussultorio, petillànt, a sibilo con ruggito finale etc. Ciascuna di tali emissioni sonore sarà naturalmente tarata in intensità per essere in grado di passare lo sbarramento dei tappi in cera per le orecchie. Questo qualora pensassi di fare il furbo.


Si avvisano i signori passeggeri... (e vai con i 120 minuti di ritardo)

Inoltre, scoprirai che da una qualche parte del finestrino apparentemente chiuso promana uno spiffero ghiacciato inarrestabile che di lì a poco ti lascerà un leggero strato di brina sul loden messo a vana difesa a mo’ di coperta, garantendoti un commovente look da:“Vedetta alpina sulle Tofane, 1917”, oltre ad un robusto torcicollo. Non appena, nonostante l’ambiente ostile, ti sarai finalmente assopito, arriveranno i controllori. I quali hanno due stili d’approccio al controllo dei biglietti: o ti puntano una pila elettrica sugli occhi strattonandoti energicamente la spalla in stile: Distretto di Polizia di Chicago oppure si piazzano in forze ai due estremi del vagone, accendendo di colpo la luce in stile retata della Gestapo. Caratteristica dell’operazione è in ogni modo che, mentre di giorno, se va bene, vedi il controllore una o due volte, il controllo dei biglietti di notte avviene all’incirca ogni venti/trenta minuti. Tanto che all’arrivo il biglietto apparirà orrendamente bucherellato come una fetta d’Emmental.


Di notte li controllano e li perforano almeno venti volte

Nell’intervallo tra un controllo e l’altro, in ogni caso, passano i ladri di valigie. Perché, a quanto pare, in questo nostro avventurato paese persistono ancora reati preindustriali come il furto di valigia che, al pari dell’abigeato, del furto di galline e della vendita del Colosseo al turista americano, le persone civili credevano ormai confinati ai film degli anni '60 con Totò, Peppino de Filippo, Aldo Fabrizi e Memmo Carotenuto. E così, tra i tanti sgradevoli ricordi dei miei viaggi, conservo anche quello di una notte di dicembre quando mi risvegliai dal mio sonno agitato giusto in tempo per vedere - con un tuffo al cuore - che il portapacchi sopra la mia testa era sconsolatamente vuoto. Intuendo così che la mia borsa aveva preso il volo tra le stazioni di Brescia e Rovato e che con lei se n’erano partiti : 

1- n. 5 paia di camicie (un po’ lise) 
2- n. 5 paia di mutande 
3- n. 5 paia di calzini abbastanza assortiti (due calzini blu erano spaiati...) 
4- n. 1 contenitore contenente hamburger con cipolla stufata (mia cena del lunedì) 
5- n. 1 scatola biscotti del Mulino Bianco (con due punti regalo !) 
6- n. 1 bottiglia birra Dreher formato famiglia (vedi anche punto n. 4) 

Naturalmente il mio dolore più vivo nell’occasione riguardò la sparizione dell’hamburger con le cipolle, e per il resto mi rassegnai ben presto (e fu anzi una buona scusa per convincere mia moglie a rinnovare il parco camicie...). Però, dal momento che, a detta del Capotreno, la cosa succedeva quasi tutte le notti, mi chiedo ancora oggi quale pirla di ladro fosse così sprovveduto da pensare di trovare mirabolanti ricchezze sopra un treno di poveri pendolari. A meno che non esista da qualche parte un misterioso racket del calzino usato disposto a pagare cifre spropositate per un pedalino bucato.

Il furto della valigia fu in ogni caso la goccia che fece traboccare il vaso e decisi pertanto che, in ogni caso, non potevo più viaggiare in quel modo, correndo quei rischi. Anche perché ogni volta che lo incrociavo in ascensore il nostro Grande Capo Megagalattico, tanto per rinfrancarmi il morale, dopo avermi guardato con l'espressione di chi è sorpreso di rivederti, mi diceva: “A lei, prima o poi, l'accoltellano...” come se avessi viaggiato per mio diletto e non per la sua azienda. E la cosa, oltre a farmi girare le scatole, mi aveva messo una pulce nell’orecchio. Così, dopo un attento studio degli orari ferroviari, decisi che, sacrificando la cena a casa e i servizi sulle partite, potevo tentare di prendere un treno per Milano in partenza alle 20.30 della domenica ed in coincidenza con l’ultimo treno utile per Torino, che partiva dieci minuti dopo la mezzanotte per arrivare a destinazione poco prima delle due e concedendomi almeno cinque ore di sonno ristoratore nel mio letto sabaudo. Il rischio era che, se per caso avessi sforato la coincidenza, sarei dovuto restare fermo in stazione a Milano fino alle quattro e mezza del mattino, nell’attesa del treno successivo, che era quello solito con la Sleeperette. In ogni caso il rischio appariva ragionevole, in quanto vi era più di mezzora di margine. Che per delle ferrovie di un paese civile ed europeo (insisto...) avrebbe dovuto essere un lasso di tempo di tutta sicurezza. Ma come andò a finire quella notte, lo vedremo nella prossima puntata...

giovedì 1 novembre 2018

Delle astutissime ma molto fallibili tattiche di seduzione alle feste degli anni '60


Negli anni del liceo, essendo stato appena mollato dalla mia prima ragazza fissa che essendo ripetente era quasi due anni più grande di me e dunque decisamente più sveglia, tanto da mettersi con un tizio che era già all'università, per ribellarmi a tanta cattiva sorte decisi che era giunta l'ora di entrare nel vorticoso giro delle feste in casa che a Venezia, unica città al mondo senza discoteche o locali in cui ballare, se si eccettuava un night club con tanto di entreineuses  in cerca del pollo a cui fare ordinare uno spumante Cinzano che gli sarebbe costato come un Dom Pérignon e un club privato vicino all'Accademia altamente sconsigliato ad un ragazzo giovane per il particolare tipo di clientela che lo frequentava, costituivano l'unico modo per conoscere e frequentare ragazze anche al di fuori del giro delle compagne di scuola. Infatti, volendo, se ne trovavano almeno un paio a settimana e bazzicando tra Campo Santo Stefano, Campo San Luca e San Bortolo (Bartolomeo) dove c'era lo struscio serale dei ragazzi veneziani, qualche invito lo si rimediava sempre. Questo anche perché essendo fortunatamente alto, di modi garbati e classificato come "belloccio" risultavo abbastanza appetibile al gentil sesso. Pertanto, acquistato da Vittadello in campo San Lio e grazie al generoso contributo di mia zia, che mia madre non ne voleva sapere, un completo blu scuro da sera (perchè alle feste dell'epoca si andava vestiti bene, in giacca e cravatta) e arricchitolo con una cravatta regimental di seta appertenuta a mio padre e una bella camicia button down con i gemelli dorati sui polsini, rimanevano da mettere a punto le tattiche di seduzione da adottare.
 
Avendo risolto a modo mio il celebre dilemma di Moretti: "alle feste mi si nota di più se non ci vado o se resto lì in disparte?" con la scelta di frequentarle assiduamente rimaneva infatti in sospeso la questione di quale comportamento adottare per ottenere la giusta visibilità ed evitare l'anonimato dell' "effetto massa", che poi una il giorno dopo ti diceva: "peccato che non sei venuto!" e invece c'eri. Abbandonai subito l’ipotesi di imitare un mio compagno di classe che si atteggiava a compagnone allegro e confidente di tutte, un po’ perché non era nelle mie corde e aveva pure l'aria malaugurante del temutissimo "restiamo amici", un po’ in quanto la parte la faceva già lui e non era il caso di farla in due, ma, soprattutto, perché chi sceglie di fare “l’amico delle donne” generalmente va in bianco dal momento che con gli amici ci si confida ma non ci si mette, se non in età adulta e come ultima ratio.  Dunque, non volendo aspettare tanto tempo, la tattica che adottavo era quella ben collaudata di assumere l’aria malinconica di chi si porta dentro un grande dolore e se ne sta in disparte con il suo bel bicchiere di coca-cola in mano. Insomma, una cosa collocabile tra l’umore tenebroso di un giovane Werther che vede Charlotte imburrare una fetta di pane per Albert, la madeleine di Proust e un poète maudit.


Alle feste dei 18 anni le ragazze erano in lungo e  noi
si andava con la giacca bianca dello smoking,
anche con il rischio di essere scambiati per il cameriere

Dai diciassette anni in poi, come detto in precedenza, avevo introdotto tra gli strumenti di seduzione anche le Gauloises senza filtro, che lasciavo penzolare dal labbro come un giovane Alain Delon, ma stando ben attento a non riempire i denti di pezzettini di tabacco, con il rischio di ritrovarsi il “sorriso primavera” come con i tramezzini vegetariani. Naturalmente, l'espressione triste andava utilizzata senza esagerare altrimenti si finiva come Emanuele a fare il ruolo di quello un po’ sfigato che cambia i dischi. Doveva essere giusto un velo, uno sguardo disilluso da uomo ferito ma non domo da far balenare ogni tanto. Quindi occorreva studiare con cura la candidata da scegliere tra le meno peggio di coloro delle quali ti accorgevi, intercettando qualche sguardo insistito, che ti avevano notato a loro volta. Soprattutto, occorreva essere sicuri che non ci fossero da parte sua o di altri delle mire in corso, per evitare spiacevoli incidenti diplomatici.

A questo proposito, siccome l' "Arte della guerra" insegna che il primo passo verso la vittoria consiste nel saper scegliere realisticamente il proprio nemico, conveniva abbandonare subito la pretesa di indirizzare le proprie attenzioni verso la fascia di nicchia delle "bellone abbaglianti " dove trovavi più affollamento di pretendenti che sul vaporetto della linea 1 nelle ore di punta. Lo stesso valeva per le "belle incantevoli" e le "carine intriganti" dove i duellanti erano ancora in buon numero. Invece, scegliendo come target il vasto territorio delle "graziose e accettabili" fino al livello del "che non si fila nessuno" avevi non solo la possibilità di trovare la concorrenza molto ridotta, ma incontravi quasi sempre ragazze sveglie, di grande simpatia e molto piacevoli perché non se la tiravano come le altre e magari la possibilità d'incrocio tra la domanda e l'offerta era attraente per entrambe le parti. In ogni caso, una volta individuato il bersaglio e ultimate le verifiche, tutto era pronto per l’attacco che doveva essere effettuato con la determinazione e la rapidità di un incursore di marina.


Con i miei genitori e mio fratello in Piazza a 15 anni.
Ero alto e stiloso, dunque irresistibile (magari...) 

Non appena lei era seduta a rifiatare da qualche parte, possibilmente senza amiche attorno, era il momento di spegnere con decisione la sigaretta (che spesso si era già spenta per conto suo, perché a forza di tenerla in bocca si era inumidita). Dopo aver passato rapidamente la lingua sui denti per rimuovere gli eventuali pezzetti di tabacco di cui sopra, ci si avvicinava alla preda con l’aria di chi aveva improvvisamente deciso di dare un calcio alla cattiva sorte e fissandola con lo stesso sguardo che mia madre classificava come "fecondatore" si proferiva un: "Vuoi ballare?" che non ammetteva rifiuti. Di solito lei spalancava gli occhioni ingenui e rispondeva stupita: "Chi, io? " 
Così, dopo esserti morsicato la lingua per non ribattere: "Certo, bellina! Chi vuoi che inviti? La tua sedia? "  dovevi risponderle come il Principe Azzurro di Cenerentola con un suadente: "Sì, è proprio con te che vorrei ballare, sai? Però se non vuoi... " . 
L'ultima frase serviva a farle intendere come fossi una persona di sentimenti profondi e disposta anche ad accettare l'ennesima cattiva sorte di un rifiuto. 
Il suo: "Ma certo che lo voglio! Sono qui per questo, mica per far tappezzeria, che diamine!" era implicito nel fatto che a quel punto lei si alzava subito prima che potessi cambiare idea e raggiungeva con te il centro della sala.

Ovviamente, per avviare le danze, che dovevano essere lente e struggenti, occorreva aspettare che finisse la manciata iniziale di twist e surf, utile solo per frollare le carni. Dopo i rituali convenevoli di cortesia (nome, cognome, scuola, numero di matricola) bastava di solito aver la pazienza di aspettare un pochino e la pesciolina, curiosa come tutte le donne, abboccava all'amo con l’atteso: "Ti posso chiedere una cosa un po’ indiscreta? Come mai te ne stavi tutto solo? ". 
Questa sua domanda ingenua era la prova provata che aveva notato il tuo velo di malinconia e che ora si stava ponendo il problema di come ficcare il naso nei tuoi affari sentimentali, che dovevano esserne la causa. 
Da quel momento in poi, disponendo di inventiva e dialettica, si giocava alla grande rivelandole gradualmente tutta una serie di sofferti “ti dico e non ti dico” a proposito di una recente e tristissima storia d’amore con una ragazza che l'aveva illuso e poi lasciato di punto in bianco per mettersi (chi l'avrebbe mai detto?) proprio con uno dei suoi migliori amici. Se il racconto era credibile di solito provocava dopo pochi istanti la domanda incuriosita "Ma (questa zoccola) la conosco?" . Qui si doveva rispondere "forse sì, ma come immagini non voglio dirne il nome per correttezza" e questo ti dava subito dieci punti bonus nella sua considerazione. Era comunque importante mescolare nello stesso pentolone della vicenda ingredienti forti quali: l’amore infedele, l’ingenuità oltraggiata e irrisa, l'amicizia tradita, l’inganno crudele... cioè la serie completa di tutti i peggiori luoghi comuni delle soap opera.


Forse studiando, ma pensando a lei...

Durante il ballo era necessario aumentare progressivamente la stretta e insinuare per gradi nel discorso concetti riassumibili in: "Magari la mia ex fosse stata una donnina dolce e comprensiva come te. Allora si che avrei avuto la felicità a portata di mano". Di solito lei annuiva pensosa e si stringeva di più. A quel punto occorreva avere ancora un po’ di pazienza, mentre la pesciolina si rosolava ulteriormente al fuoco delle chiacchiere e aspettare il momento clou di tutte le feste: lo spegnimento della luce. Prima o poi, infatti, arrivava sempre il momento in cui qualcuno avrebbe fatto finta di essersi appoggiato per sbaglio con la schiena sull'interruttore spegnendo le luci della sala. In quel preciso istante tra tutte le coppie in sala sarebbero partite delle raffiche di baci e di stropicciamenti frenetici (ma solo per i più evoluti). Occorreva però sbrigarsi a pomiciare perché appena si accorgeva del buio la madre della padroncina di casa accorreva a sirene spiegate con la velocità della polizia nei film americani per ripristinare l’ordine e smascherare il colpevole che era severamente redarguito di fronte a tutti (lo dirò a tuo padre) e a volte persino invitato ad andarsene con un rosso diretto. A casa di una ragazza di Cannaregio arrivò perfino la nonna con la scopa in mano, salutata dall’applauso di tutti.

Con il favore delle tenebre potevi infliggere alla preda la stoccata finale del matador e sussurrarle in rapida successione una serie di cosette tanto dolci da intenerire anche Angela Merkel. Al termine della sequenza, tenendo pronto il Kit di salvataggio "scuse-fraintendimento", era possibile provare a darle un primo tenero bacino di test sulla fronte, sugli occhi (a patto di non sciuparle il Mascara) o anche sul lobo dell’orecchio, ma senza mordicchiarlo ancora. La scelta tra queste opzioni dipendeva in particolar modo dalla statura della malcapitata che imponeva alcune regole da rispettare:
1-Se ti accompagnavi a delle nanerottole andava bene il classico bacio sugli occhi o sopra la teca cranica. 
2-Se ambivi a delle cavallone: bacio sul lobo e, nei casi estremi, sulla punta del mento o sul gargarozzo e fino a dove si arrivava senza camminare sulle punte come una ballerina classica, evitando comunque il bacio all’attaccatura del seno in quanto prematuro. 
3-Se, infine, eri interessato al genere normolineo, bastava un bacio sul lato del collo, o, meglio ancora, dietro l’orecchio stando attento però a non farle cadere l’orecchino che poi ti toccava cercarlo subito in ginocchio sul pavimento prima che gli altri lo pestassero, con grave rischio per le tue delicate dita da chitarrista. In mancanza di apprezzabili reazioni negative, si poteva finalmente, dopo tanta fatica, passare al bacio vero e proprio (modello base, lingua optional) con successiva, travolgente limonata su divano appartato e/o in una delle tante callette buie dove passavano sì e no due persone al giorno, eccetto quando stavi pomiciando.


The day after...

In realtà, la tattica che dava i migliori risultati per incuriosire positivamente le ragazze era quella che mi veniva spontanea nella vita di tutti i giorni per una naturale predisposizione alla timidezza e all’essere imbranato nelle faccende quotidiane come tutti i giovanotti cresciuti nella bambagia di mamme, nonne e zie che tutto sanno e che a tutto provvedono . Però essendo un maldestro volonteroso cercavo almeno di rimediare alle mie carenze con soluzioni ingegnose, ma quasi sempre con risultati discutibili. Per esempio, fino al giorno in cui cominciai a vivere fuori di casa nell’appartamento padovano ero del tutto all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi, questo perché mia madre e mia nonna come due fatine buone facevano periodicamente il giro dei cassetti e degli armadi rinforzando all’occorrenza quelli penzolanti. Così, appena scoperta la caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte materna del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare aghi con il filo già inserito nel cestino da lavoro di mia madre. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni del loden e delle camicie attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le ragazze del’epoca. Questo giacché a rinforzo dell’addestramento da “angelo del focolare” impartito a quei tempi dalle madri, a scuola avevano anche l’ora di economia domestica per diventare bravissime oltre che nello sfornare crostate bruciacchiate anche nel cucito e nel lavoro a maglia. Così, oltre ad infliggerti tragici maglioni con gli orli sformati e con le maniche di diversa lunghezza, guardavano divertite e con tenerezza materna quei miei rammendi improbabili (e non avevano nemmeno visto i calzini blu ricuciti con il filo rosso). Ed era proprio sull’istinto materno che ad un certo punto decisi di puntare per entrare nelle grazie del gentil sesso anche perché non mi costava molta fatica, visto che spesso le cretinate per intenerirle mi venivano spontanee.


Una così mi sarebbe tanto piaciuto incontrarla in quelle feste.

Ricordo a mo' di esempio la tragica serata di quando andai ad una festa al Lido a casa di una tizia che neppure conoscevo e solo perché mi era stato detto che ci sarebbe stata anche una ragazza del Liceo Marco Polo di nome Claudia, che mi piaceva un sacco. Mi ero fatto invitare da amici comuni che mi avevano detto che la casa della festeggiata si trovava in una traversa di via Sandro Gallo che finiva di fronte alla laguna. Le mie poche informazioni dicevano anche che la festa era di buon tono e quindi ero elegantissimo, con disco omaggio per la padroncina di casa. C’era un nebbione fittissimo quella gelida sera di gennaio e temevo che i vaporetti per il Lido non si muovessero, ma per fortuna, dopo venti minuti di attesa infreddolita all’imbarcadero di San Zaccaria, arrivò la motonave che aveva il radar e mi portò a destinazione. Imboccata la strada che mi era stata detta con un bel ritardo, realizzai di non aver chiesto il numero della casa in cui dovevo andare, ma la paura di non trovarla durò pochissimo, giusto il tempo di sentire musica e risate da una villetta con giardino a metà della via. Suonai, mi venne subito aperto il cancello e una ragazza molto caruccia e sorridente arrivò ad accogliermi sul portone “Ciao! Io sono Silvia e tu?” 
Sorrisi a mia volta “ Ciao, Silvia, io sono Carlo, grazie per avermi invitato. Sei tu la festeggiata?” 
Lei annuì, io le porsi il long playing degli Who che le avevo comperato e dopo il "Ma dai...non dovevi disturbarti" di routine ci demmo due bacini di ringraziamento, poi lei mi prese il cappotto dicendo di accomodarmi in salotto con gli altri, che sarebbe tornata subito. Lo feci molto volentieri, salvo rendermi conto dopo dieci minuti e un paio di pizzette e coca cole, che io di quella gente non conoscevo nessuno. Non erano del mio giro, ma questo non voleva dire nulla visto che il Lido non era tra le mie frequentazioni abituali, però non c’era neppure la ragazza per cui ero lì.

Attesi che questa Silvia ritornasse in vista, poi le domandai “Scusa, ma non vedo Claudia. Non è ancora arrivata?” .
Lei mi guardò perplessa e disse “ Guarda che Claudia c’è. E' in cucina a dare una mano a mia madre con i tramezzini... ma come mai conosci mia sorella?
Ah...caspita! Non avevo capito che Claudia abitasse qui e avesse una sorella, e che sorella. Ma anche tu sei al liceo Marco Polo come lei?” 
Lei rise divertita “Guarda che mia sorella Claudia è alla Scarsellini, aspetta che te la chiamo...” .
Nello stesso momento in cui la chiamava ricordai che la Scarsellini era una scuola elementare. Infatti arrivò al mio cospetto una bambinetta di circa otto anni con le treccine che si presentò e mi strinse la mano con grande compostezza e un accenno d’inchino.
Guardai sconsolato la padrona di casa “Scusa, ma temo ci sia un tragico errore... credo di aver sbagliato festa” 
Silvia rise di nuovo, ma stavolta proprio di gusto “Ma va? Ma cosa mi dici? Sai che forse cominciavo a sospettarlo?” .
Scusandomi per la figura barbina le chiesi il cappotto per rimettermi in strada a cercare l’altra festa, ma lei si oppose carinamente e mi riportò per mano in salotto, poi dopo aver chiesto un attimo di silenzio ai suoi amici disse loro indicandomi: “Qui c’è un povero viandante disperso nella nebbia e di nome Carlo che ha bussato per sbaglio alla nostra porta. Daremo noi generosa ospitalità a quest’anima smarrita, anche se ci ha portato un disco che non si può ballare?
Tutti dissero in coro di si e io, rosso d’imbarazzo, rimasi in quella festa. Mi andò pure bene perché qualche giorno dopo, visto che l’avevo intenerita con la mia disarmante idiozia, mi misi assieme con quella Silvia (qualche bacetto e poco altro, che all'epoca era il massimo che ti veniva concesso), che poi lasciai dopo due settimane, anche perché mi rivelò di aver cambiato il mio long playing degli Who con uno dei Dik Dik e questo non lo potevo tollerare ma anche perché andare avanti e indietro dal Lido mi costava un patrimonio e un mucchio di tempo. Due ottimi motivi, direi. O no?