sabato 15 settembre 2018

Degli anni felici di Taranto, di Luciano detto: "o' scippacore" e della definitiva caduta in disgrazia della signora Pepe.


Dopo avervi presentato nel racconto precedente la Signora Pepe, nostra invadente e impicciona vicina di  pianerottolo, ora, come annunciato, vi presento l'altra persona indimenticabile del mio soggiorno tarantino, che però questa volta lo è stata in positivo. Infatti, tra i marinai in servizio di leva nella base di Taranto in quegli anni c'era anche la nostra ordinanza (allora ogni ufficiale ne poteva avere una) ovvero un giovanotto di Resìna (oggi denominata nuovamente Ercolano, alle falde del Vesuvio) furbo matricolato, un fisico atletico (faceva lotta greco-romana), biondo riccioluto e con l'aria da guappo dei bassifondi ma buono come il pane e di gran cuore. Si chiamava Luciano e i suoi compiti a casa nostra erano limitati a qualche piccola commissione tipo comperare il pane oppure accompagnare e prendere noi a scuola, perché per regolamento era proibito fargli svolgere le pulizie di casa e del resto un pomeriggio che mia madre gli aveva chiesto se per favore poteva lavarle i piatti, che lei doveva uscire d’urgenza, lui lo fece in modalità: "jatevenne serena, signò che ce penza o' marinariello vostro" ma sbeccò un piatto e ruppe un paio di bicchieri e dunque, divieti a parte, non era consigliabile. Luciano aveva una pazienza infinita e un grande affetto per i figli del suo comandante, anche se per farci stare buoni minacciava sovente di farci il “polso”, una stretta (dolorosa assai...) dei minuscoli ossicini della nostra mano che c’induceva subito a più miti consigli. Luciano, poi, che sapeva leggere e scrivere a fatica, riusciva perfino a farci svolgere i compiti (e non escludo che la cosa servisse anche a lui...). Con mia madre, invece, erano guerre divertenti al momento del rendiconto della spesa poiché Luciano, svelto come tutti quelli cresciuti per la strada, trovava sempre un modo fantasioso di giustificare la cresta evidentissima che aveva praticato, tanto che ad un certo punto ebbi il sospetto che mia madre si divertisse a vedere cosa non fosse capace di inventarsi. Una mattina la mamma pesò ostentatamente quelli che, secondo lui, dovevano essere due chili di arance e che invece risultavano (a stento) essere sui settecento grammi. Pensava così che il reo, colto finalmente in flagranza di reato, confessasse di aver incamerato una parte dei soldi. Invece, con un riflesso fulmineo quel simpatico mascalzone di Luciano assunse un’espressione sgomenta ed esclamò “Gesummarìa! Signora, che scuorno c'aggia avuto... un napoletano fregato da un tarantino ...”. Epiche furono poi anche le lotte con le matite per segnare i livelli sulle etichette delle bottiglie di liquore. Ci arrendemmo solo quando l'infame per nascondere i suoi prelievi cominciò ad annacquare il whisky. A quel punto nascondemmo con cura quella buona di malto e mettemmo nell'armadietto dei liquori una bottiglia di whisky andante da quattro soldi.


Il nostro buon Luciano, lo "Scippacore"

Luciano, come si nota dalla sua foto, era davvero un bel ragazzo molto intraprendente e intratteneva rapporti amorosi con un giro impressionante di cameriere, parrucchiere e commesse di qualsiasi età, purché d’aspetto volgarotto. Mia madre per questa sua indefessa caccia alle gonnelle e la sua aria da guappo dei Quartieri Spagnoli l'aveva soprannominato "o' scippacore" e lui, non cogliendo l'ironia e il gioco di parole, se ne compiaceva molto. Il guaio era che a tutte le sue prede, con scarsa fantasia, lui fissava l’appuntamento proprio sotto il nostro portone dove pertanto nel tempo successero scenate memorabili perché il nostro, assai distratto oltre che perennemente in ritardo (portava un costoso pataccone dorato al polso, ma quando gli faceva comodo quell'orologio era sempre fermo) spesso confondeva gli orari e quindi prima o poi una delle due fanciulle in attesa sul nostro marciapiede chiedeva all'altra "Scusa, ma tu chi stai aspettando?". Ad ogni modo, il luogo eletto per gli appuntamenti del nostro "scippacore" cambiò repentinamente  la sera in cui mia madre rientrando a casa ebbe un duro battibecco con una popolana scarmigliata che l’aveva aspettata davanti al portone per intimarle (con adeguato corredo di strilli, insulti e minacce) di stare alla larga dal suo amato Luciano con il quale l’aveva vista passeggiare insieme al mercato. Ci volle del bello e del buono e l'intervento di alcuni passanti per chiarire l’equivoco con la signora Pepe che aveva osservato estasiata tutta la scena dal balcone.

Mia madre era letteralmente furibonda e il giorno dopo, appena se lo ritrovò di fronte, somministrò al reo una terrificante lavata di capo. Luciano si presentò al lavoro, la mattina successiva, a capo chino e portando con sé un gran mazzo di fiori di campo e una lettera di scuse tanto sgrammaticata quanto commovente che gli valse il perdono. Per fortuna del giovanotto in quella settimana mio padre era in mare con la squadra navale per delle esercitazioni, altrimenti non so cosa gli sarebbe successo.


L'Aviere a Venezia e dietro il Duca degli Abruzzi, la nave ammiraglia. 

Comunque, il nostro marinaio durante le sue libere uscite, oltre a tentare di sedurre ogni essere di sesso femminile tra i diciotto e i sessant'anni che gli si parasse davanti, doveva anche sguazzare in ambienti non proprio raccomandabili e sicuramente tra le sue amicizie tarantine ci doveva essere gente con dei dossier alti così negli archivi della Polizia. Infatti, ogni tanto, quando il suo comandante non c'era, altrimenti non avrebbe osato, si presentava a casa con stecche di sigarette o liquori di contrabbando (Gin soprattutto, ma anche brandy Metaxa e liquori spagnoli sconosciuti), presi chissà dove e che mia madre, per quieto vivere gli comperava, anche perché i prezzi erano davvero stracciati. Questo non ci piaceva, ma, d'altronde, il contrabbando era l’attività ordinaria di ogni porto del Mediterraneo e quindi mia madre, essendo donna pragmatica e di riflessi svelti, chiudeva un occhio.

Ad ogni modo di questi suoi strani giri di amicizie ce ne accorgemmo definitivamente una mattina quando a mia madre, che si era fermata davanti alla bottega del macellaio Ubaldo (il Ribaldo), giusto il tempo di comperare due fettine, rubarono la bicicletta, una vecchia Bianchi rugginosa, con tutta la spesa nel cestino. Tornata a casa fuori di sé, mia madre raccontò del furto a Luciano che, dopo aver seguito con molta partecipazione la triste storia e aver commentato che Taranto era davvero una città di mariuoli, suggerì di non fare denuncia perché ci avrebbe pensato lui. Uscì di casa a fare delle telefonate riservate “alle persone giuste” e rientrò dopo qualche ora tutto sorridente, dicendo a mia madre con aria d’intesa di non preoccuparsi dato che si era trattato di un errore e che ora era tutto a posto. Altro non aggiunse e noi ci domandammo cosa intendesse dire con quel “tutto a posto”.


1957 - Papà e mamma a cena in un ristorante di Taranto.

A metà pomeriggio sentimmo suonare con forza il campanello di casa. Mia madre, non avendo ottenuto risposta, scese da basso a vedere di cosa si trattasse e trovò la sua bici appoggiata al portone, tutta lucidata (sembrava nuova) e con tanto di spesa fresca nel cestino. Mio padre fu tenuto all'oscuro di tutta la faccenda (legalitario com'era ne avrebbe fatto una tragedia) e noi, ovviamente, ci accontentammo di quella grazia ricevuta senza approfondire ulteriormente. Luciano, da parte sua, lucrò qualche soldino, una bottiglia di whisky e tre giorni di licenza premio. Un paio di giorni dopo mia madre incontrò per le scale il marito della signora Pepe, detto “o’ ragioniere” che, dopo averla ossequiata con tutta l’untuosa deferenza di cui era capace (faceva il baciamano alle signore, ma non accennandolo semplicemente, bensì infliggendo loro umidi baci, vere e proprie slappate, sul dorso della mano), le chiese se fosse contenta di aver ritrovato la bicicletta. Siccome nessuno sapeva del furto oltre a Luciano, mia madre restò allibita. Ma le sorprese non erano ancora finite poiché “o’ ragioniere” le chiese subito dopo di accettare le scuse del giovanotto che aveva fatto “il lavoretto” senza sapere che quella bici apparteneva ad una “persona di rispetto” per troppa inesperienza (sa come sono i giovani…). Le chiese però una piccola mancia per il ragazzo che, in fin dei conti, le aveva lucidato la bici e rifatto la spesa pagando di tasca propria. Mia madre, pur di porre termine a quel colloquio così imbarazzante, frugò nella borsa e gli mise in mano una manciata di banconote senza nemmeno contarle. Messo velocemente in tasca il gruzzoletto “o’ragioniere” ringraziò e rientrò in casa sua (dal portone aperto si sprigionò denso un profumo di penne al ragù napoletano verace). Quando Luciano tornò dalla licenza premio si prese una nuova terribile lavata di capo per averci esposto ad una figura così compromettente, ma finalmente la Pepe e il suo preoccupante marito vennero rimossi per sempre dalle nostre frequentazioni


La Signora Pepe finì sugli scogli, come la USS Grommet Reefer a Livorno

Luciano, malgrado questi incidenti di percorso, si affezionò moltissimo a noi (e noi a lui) e anche quando lasciò il servizio militare rientrando a Napoli, continuò a farsi vivo ogni tanto con qualche telefonata. Poi, tra una vicissitudine e l’altra, lo perdemmo di vista. 

Ricomparve misteriosamente una sera di oltre vent'anni dopo, a Venezia. All'ora di cena sentimmo suonare il citofono e siccome nessuno rispondeva ci affacciammo per vedere chi fosse al portone e dal campo una voce maschile, con un forte accento napoletano, ci chiese se abitava lì il suo comandante, facendo il nome di mio padre. Dio solo sa come, ma era riuscito a trovarci (magari grazie a qualche telefonata con “o’ ragioniere”). Luciano arrivò in casa carico di stecche di sigarette americane e regalini per tutti (per me uno Zippo con effigiata una procace donnina nuda, che fu subito sequestrato da mia madre con la scusa che non fumavo...). Lo abbracciammo con tanto affetto e poi, una volta accomodati in salotto, lui ci raccontò tutte le sue peripezie familiari, del fallimento della sua lavanderia, dei suoi quattro figli (un quinto gli era morto giovanissimo dopo una caduta dal motorino) e di come vivesse, per sbarcare il lunario, facendo il macchinista a bordo di scassatissime navi da carico attraverso i mari più esotici. Il classico cargo battente bandiera liberiana, insomma. Ma quale fosse la sua mansione a bordo, purtroppo, non aveva bisogno di dircelo, perché avevamo capito subito che con il frastuono delle macchine era diventato sordo come una campana. Poi non lo abbiamo rivisto più. Ma non è detto che dopo altri vent'anni, come in un racconto di Conrad, Luciano non ricompaia di nuovo. Io sono qui che lo aspetto...


martedì 11 settembre 2018

Degli anni felici di Taranto, della signora Pepe, del dramma dei cachi e altre storie


Qualche giorno fa, ripubblicando su Facebook un vecchio post che raccontava del mio primo giorno alla scuola elementare Armando Diaz di Venezia e degli anni scolastici seguenti in quel di Taranto, ho scoperto, con un certo divertimento, che Marcello, un caro amico anche lui veneziano e figlio di un ufficiale compagno di corso di mio padre, aveva condiviso le mie stesse esperienze scolastiche fino al punto di frequentare la stessa scuola privata tarantina che mi aveva visto tra le sue mura. La cosa, in realtà, non era poi così straordinaria, perché per noi figli degli ufficiali di marina imbarcati su qualche nave, il peregrinare al seguito della squadra navale da una base all'altra era inevitabile e tutti prima o poi ci siamo ritrovati a Taranto, La Spezia, Brindisi o ad Augusta, alloggiati alla foresteria del Circolo Ufficiali Vandone, perché lì a quel tempo, subito dopo la guerra, al massimo c'era una pensioncina fatiscente.


La mia prima comunione a Taranto. Notare la signora sulla sinistra in evidente estasi mistica 

In quell'epoca (1956) mi trovavo a Taranto perché mio padre era stato nominato comandante in seconda dell'Aviere, un cacciatorpediniere americano veterano della guerra del Pacifico, ceduto all'Italia nel primo dopoguerra (e nello stipetto della cabina di papà erano rimasti ancora alcuni attaccapanni con le iniziali del precedente proprietario e, cosa assai gradita, una bella vestaglia da camera a quadrettoni rossi e giallo senape, d’inconfondibile gusto Yankee). Forse per questo motivo, proprio come i marinai americani dei film, i ragazzi dell’Aviere diedero un bel grattacapo a mio papà e al suo comandante quando, avendo provocato un gruppetto di marinai francesi per via del pompon rosso sul loro berrettino, diedero vita ad una terrificante scazzottata all'interno della Standa di Taranto con un fuggi fuggi generale, arrivo della polizia a sirene spiegate e due milioni di danni (cifra rispettabilissima, per quei tempi...).

L’Aviere, come più tardi la corvetta Bombarda nella base di Augusta, diventò la mia seconda casa e, nel periodo in cui mia madre era dovuta rientrare a Venezia con mio fratello per le condizioni di salute del nonno, anche il doposcuola, tanto che qualche pomeriggio, quando la nostra ordinanza era in permesso o non c'erano mogli di nostri amici al Circolo Ufficiali a cui affidarmi, svolgevo i compiti per casa nella cabina di mio padre servito di freschissima aranciata versata in un calice con l’ancoretta della marina da un marinaio in giacca bianca e bottoni dorati. Visto che ormai ero diventato una specie di mascotte dell'Aviere potevo girare (solo accompagnato) per la nave e così sapevo tutto sulla sala macchine (affascinante), sui lanciasiluri, sul radar e sulle bandiere di segnalazione, che riconoscevo una per una e citavo in fila come l'alfabeto (Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Echo...) e un pomeriggio un marinaio, per farmi giocare, mi aveva fatto accomodare sul seggiolino dell'impianto binato di mitragliere da 40 mm. azionando il comando elettrico a pedaliera (lui, io non ci arrivavo con i piedi) per brandeggiarlo in modo che ruotasse quasi come una giostra, cosa che mi era piaciuta moltissimo, anche se mio padre, quando lo raccontai, non ne fu molto contento. Qualche volta mio papà, se per caso ero a bordo, verso l’ora di pranzo mi faceva salire sul ponte e mi nominava: Comandante in Seconda Temporaneo ponendomi il suo berretto sulla testa e affidandomi così il grande onore (sollevando il vero comandante dall'incombenza) di assaggiare come da tradizione il rancio dei marinai (che era regolarmente composto da: maccheroni con il sugo, pollo arrosto e una monumentale pasta con la glassa) con il cuoco di bordo e l’equipaggio in ansiosa (e divertita) attesa del mio placet. Essendo il cuoco dell'Aviere piuttosto bravo, di solito ero molto coscienzioso nell'assaggio (lasciavo solo l'insalata, mentre, quando c'erano le patate al forno le spazzolavo) e così mio padre risolveva brillantemente anche il problema del mio pranzo.


L'Aviere si rifornisce in navigazione dall'incrociatore Montecuccoli

Quei due anni tarantini costituirono la sola occasione della mia vita di poter stare con i miei genitori e mio fratello durante l’anno scolastico. Frequentai, infatti, la terza e la quarta elementare presso la rinomata scuola privata delle sorelle Traversa, cui erano affidati gran parte dei pargoli degli ufficiali di marina (che facevano una specie di vita appartata tra la foresteria del Circolo Resta e l’arsenale). Le tre nubilissime sorelle Traversa (la più vecchia delle tre era perennemente raffreddata ed aveva sempre lo scialle sulle spalle, una gonna scura lunga fino alle ciabatte e una goccia luccicante che le pendeva dal naso, minacciando di cadere sui miei quaderni...) utilizzavano per la bisogna il loro appartamento ed in ogni stanza era collocata una classe. Feci la terza elementare nel tinello e la quarta in veranda, seduto accanto ad un vaso di azalee. Ho naturalmente molti altri ricordi degni di nota di quel periodo, dalle corse in bicicletta nei giardini di Villa Peripato affacciati sul Mar Piccolo, alle carrozzine tirate dall'asinello, dai venditori di cozze sul lungomare da mangiare crude con una goccia di limone (meno piacevoli i fichi d'india, che te li vendevano da spellare e con tutte quelle spinette) al cinema Lux (a cui immagino avessero solo cambiato una consonante) dove certe sere interrompevano la proiezione portando in sala un trespolo traballante con un televisore per consentire agli spettatori di vedere "Lascia o Raddoppia?" . Al cinema Lux durante il film vendevano anche i gelati Lola "Duplo" chiamati così perché avevano un doppio stecchino in modo da poter dividere il gelato in due parti, con successivo pianto di mio fratello perché secondo lui imbrogliavo e la mia parte di gelato era maggiore della sua (ammetto che era vero). Tra i ricordi di quel periodo, oltre ai bagni fino a novembre inoltrato nella spiaggia della Marina a Praia a Mare,  essendo piuttosto precoce c'era anche quello della prima cotta per una ragazzina esile e con lunghi capelli neri e lisci che si chiamava Costanza e stava seduta di fronte a me, vicino alla credenza e ad un orrido soprammobile in ceramica. Era la figlia di un ammiraglio che era stato Addetto Navale a Parigi e quindi parlava con quell'accento francese che sembra fatto apposta per far innamorare perdutamente uno che già di suo è molto portato ad invaghirsi, ma ora vorrei raccontarvi dei ricordi legati a due persone davvero speciali. Una la presento subito, l'altra lo farò tra qualche giorno nella prossima puntata.


L'Aviere in navigazione con mare grosso

Sul nostro pianerottolo al quarto piano di una palazzina in Corso Umberto si affacciava anche l’appartamento di una piccola e cicciottella casalinga napoletana (immaginate una sorta di Marisa Laurito, ma in formato mignon) moglie di un impiegato comunale, tale signora Pepe, che era una di quelle persone che sembra vivano unicamente per impicciarsi dei fatti altrui e si fanno un punto d’onore ad aggiornarti su quel che succede nelle altre famiglie del condominio, con particolare riferimento alle tresche amorose. Noi, dopo solo una settimana dal nostro arrivo nella palazzina, eravamo già stati messi al corrente, con fare complice, che quella biondona tutta cotonata che stava con il signor De Cataldo al quinto piano in realtà non era la vera moglie, che invece viveva a Bari con un altro, mentre correvano voci che la signora Angelillo, quella del secondo piano, se la intendesse da anni con il titolare del bar di fronte, mentre quel povero marito, tanto una brava persona, ma tanto ingenuo, non s’accorgeva di nulla (e solo un cieco non avrebbe notato come il figlio non gli assomigliasse affatto). Naturalmente a noi di tutte queste vicende private non poteva importare di meno, ma per la Pepe questo sembrava essere un dettaglio di poco conto. 

La nostra esuberante vicina di pianerottolo, oltre al desiderio – mai esaudito per assoluto divieto paterno – di essere invitata a cena e d’intrattenere rapporti con la famiglia di uno di quegli ufficiali di marina che in città erano considerati una casta a parte, aveva come apparente scopo della sua esistenza quello di rivaleggiare con il nostro tenore di vita (che poi non era nulla di speciale). Perciò, se noi si comperava una qualunque cosa, lei come minimo ne comperava due, oppure una (vistosamente) più grossa. Come devo aver già raccontato in un post di qualche tempo fa, l’unico vantaggio per noi piccoli arrivava alla vigilia di Natale, quando la Pepe c’invitava ad ammirare il suo albero (il doppio del nostro) e ci rimpinzava degli addobbi di cioccolata e marzapane (due volte più numerosi dei nostri). Il lato negativo della cosa, invece, era che la Pepe, per confermarci che eravamo proprio di fronte ad una pia donna, ci invitava a recitare le preghierine a mani giunte e solo dopo sganciava il cioccolato. E, proprio alla vigilia di un Natale, la Pepe se ne uscì con un lapsus clamoroso, invitandoci premurosa, con la sua vocina cantilenante, ad essere tanto buoni e a dire le preghierine:“Che facciamo tanto contento il Gesuino Bambù!”. Questo fatto del “Gesuino Bambù”, subito riferito, scatenò per giorni l’ilarità di mio padre e divenne un vero tormentone.



Abitando vicini lo spettacolo del ponte girevole e delle navi non lo perdevamo mai

La Pepe era in perenne agguato sulle scale (per me sorvegliava i nostri movimenti dallo spioncino della porta) ed era quasi impossibile uscire o rientrare a casa senza vederla comparire ad offrirci preziosi suggerimenti non richiesti. Se riuscivamo a sottrarci con qualche sotterfugio all'agguato per le scale, allora la Pepe agguantava mia madre non appena si recava a stendere la biancheria sul balconcino della cucina che era adiacente al suo. Bastava attendere qualche secondo e subito compariva la nostra vicina che, anche lei, ma guarda il caso, era lì per stendere i panni. Da quel momento, apriti cielo! Le sue conoscenze, a quanto c’era dato di vedere, spaziavano su qualsiasi settore della vita tarantina. Mia madre aveva comperato la carne dal macellaio Ubaldo, quello con il negozio all’angolo? E lei subito ti diceva sgomenta “Uuh! Mamma mia! Ma dove è andata? Signora, chillo è nu mariuolo di tre cotte! Io lo chiamo Ubaldo il Ribaldo perché rubba sempre sul peso! Le dico io dove deve andare…” e giù una lista dei migliori macellai di Taranto. Mia madre era appena stata dal parrucchiere? E via con una serie di considerazioni sulla permanente non perfetta (fosse andata al Salone Lola di Corso Umberto, invece…). Per acquistare il pesce (“Uuh! Mamma mia! Signora, ma che pesce le hanno venduto?”) ovviamente si doveva andare soltanto da Salvatore, quello che aveva il secondo banchetto a sinistra nel mercato di Taranto Vecchia (e che facessimo pure il suo nome). Un vero incubo, insomma. 

Quando poi riusciva a mettere piede dentro casa nostra, sempre con le scuse più inverosimili, soppesava ogni nostro avere, dalle stampe antiche appese sopra il divano, alle chincaglierie d’argento sul tavolino del salotto (“Mamma mia! Quante belle cose che tenete, signora cara!”) e sembrava sempre che ci facesse i conti in tasca. Se poi riusciva a penetrare in profondità, fino alla cucina, si scatenava nel valutare quali cibi fossero in preparazione (talvolta alzava persino i coperchi delle pentole) e trovava sempre qualche miglioria da suggerire su tempi di cottura o condimenti. A volte mia madre si accorgeva che la Pepe cercava di sbirciare anche in camera da letto attraverso la porta socchiusa e questo l’irritava assai (anche per il caos inestricabile che vi regnava).


L'Aviere (a sinstra) e il Granatiere in bacino di carenaggio


La nostra vicina, assolutamente indomabile nel suo desiderio di avviare relazioni cordiali con noi, visto che da parte nostra non arrivava alcun segnale d’incoraggiamento (e mai sarebbe giunto) prese direttamente in mano la questione e, sapendo di colpire nel ventre molle, cominciò una furba manovra d’aggiramento con una serie di inviti a pranzo per noi bambini (tanto simpatici e educati). Poiché la signora si riteneva irresistibile nell’individuare e risolvere problemi altrui, per dare maggior forza all’invito e con grande sensibilità verso mia madre le fece notare come i due guaglioncelli fossero tanto pallidi e magri e ne concluse che sarebbe stato il caso di sottoporli ad una bella cura ricostituente a base delle sue celeberrime penne al ragù napoletano verace. Mia madre rimase a lungo incerta se offendersi o esserle grata, visto che le risparmiava l’incombenza di cucinare. Poi prevalse lo spirito pratico. Di conseguenza, la Pepe ci mise all'ingrasso come maiali, sempre previa preghierina pre e post-prandiale, perché era tanto devota. Qualche settimana dopo anche mia madre, incrociata casualmente sul pianerottolo, venne considerata sciupata e magrolina e di conseguenza gli inviti a cena vennero estesi anche a lei (senza preghiere e solo quando mio padre era per mare). Con mio padre, uomo di carnagione olivastra e dal fisico atletico, il trucco del pallore non poteva funzionare. Ma funzionava benissimo il debito d’ospitalità (perché noblesse oblige). Pertanto, una sera, grazie a questa sapiente escalation, la Pepe ottenne un risultato di grande importanza che sancì il trionfo delle sue strategie. Una cena a casa sua con tutta la nostra famiglia, mio padre compreso. In realtà, mio padre, aveva nicchiato per giorni chiedendo a mia madre se non poteva dirsi affondato e disperso in mare o cose del genere. Poi, rassegnato, di fronte alla considerazione che non si poteva fare la figura dei maleducati, accettò.

La prima preoccupazione della Pepe (bardata come una cavallerizza del Circo Orfei e sfoggiante una vistosa acconciatura nero-corvina sicuramente proveniente dal rinomato Salone Lola di Corso Umberto) una volta varcata la fatidica soglia fu quella di farci subito visitare con orgoglio ogni stanza del suo appartamento, cosa della quale, come capirete, non ci poteva fregare di meno. Fummo così condotti in mesta processione ad ammirare una serie di mostruosità domestiche, tra le quali ricordo un numero impressionante di santi sotto campana di vetro e madonne ingrottate dentro enormi conchiglie (con il lumino, proprio come al cimitero), una credenza baroccheggiante dove spiccavano due cavalli rampanti di maiolica dipinta, un copri asse del water in ciniglia rosa, alcuni quadri ad olio stile pizzeria (una natura morta con cozze, limone e cesti di sardine e un ritratto di bimbo imbronciato con lacrimone sulla guancia) ed in camera da letto, colpo finale, la bambolona con il vestito di pizzo e le treccine adagiata sul copriletto di raso. Sbirciai la faccia dei miei. Mia madre lanciava dagli occhi lampi di puro divertimento, il volto di mio padre era impassibile e terreo, come di chi sa soffrire in silenzio.

Mia madre e mio padre a cena al Circolo Ufficiali

Tra gli orrori in mostra, comparve ad un tratto anche un buffo omino bassottello, spelacchiato e con gli occhiali che la Pepe ci presentò subito come suo marito “o’ ragioniere”. Che non si capiva se era un titolo di studio o il soprannome del bar del biliardo. Caratteristica di “o’ragioniere” era quella di non poter aprire bocca senza essere contraddetto o zittito da sua moglie che monopolizzava il dialogo con tutti noi e in special modo (anche se senza troppo successo) quello verso “o’comandante”. Colpiva soprattutto nel poveruomo, oltre alla cravatta fantasia sulla camicia fantasia, l’aria sottomessa e abbacchiata (e, del resto, con una virago di moglie così…). A sentire la sua dolce metà, l’unica attività degna di nota di “o’ragioniere” era quella di prendere parte annualmente alla processione dei Perdoni, quella dove penitenti incappucciati con un abbigliamento a metà via tra le processioni sacre spagnole e quelle del Ku Klux Klan (mi perdonino gli amici tarantini) sfilano per tutto il centro cittadino al ritmo di due passi avanti e uno indietro, pregando e flagellandosi le spalle con la frusta. Veniva spontaneo chiedersi cosa mai quel poveruomo, che già portava la croce di quella moglie, avesse ancora da farsi perdonare (ancora qualche settimana e l’avremmo scoperto).

La cena, annunciata come alla buona e in famiglia, fu un vero sfoggio di alta gastronomia partenopea (il lettore s’immagini qualsiasi cosa, purché sostanziosa, fritta, rifritta e affogata nell'olio extra vergine) e tutto sembrava filare alla perfezione fino al momento di portare in tavola il lussureggiante vassoio della frutta, dove spiccavano alcuni splendidi cachi maturi. Qui la signora Pepe fu probabilmente tradita dal suo disperato bisogno di vincere la soggezione che le ispirava mio padre e così lo invitò premurosamente a servirsi con uno stentoreo: “Comandante! U’ pigliainculo!”. Mio padre, folgorato, restò con la forchetta per aria. Noi tutti ci fermammo attoniti. Gli occhi di mia madre brillarono luciferini, mentre la Pepe, ostinata, ribadiva il suo invito con un bel sorriso: “Comandante! Gradisce nu pigliainculo?". 
Scusi, signora, non sono certo di aver capito…che cosa intende dire?” le chiese gelido mio padre.
Perchè? Non le piacciono i pigliainculo?”. La sventurata proprio non si capacitava che mio padre rifiutasse una tale prelibatezza, finché immagino le sia giunto provvidenziale un calcio sotto tavola da parte di “o’ ragioniere” giacché di colpo le connessioni di quel cervello ripresero a funzionare. “Uh! Mamma mia! Comandante! Non vi sarete offeso? Come la chiamate voi al nord questa frutta accà? ” disse prendendo un caco in mano e mostrandocelo.
Cachi, signora, noi li chiamiamo semplicemente cachi, al massimo kaki con la kappa” 
Mio fratello e io non riuscivamo più a trattenere le risa guardando il viso di mio padre che era tutto un programma. La mamma ci fece un rapido cenno di stare buoni, immagino perché non voleva perdersi il seguito del dramma umano che si stava consumando davanti a lei.
Aaah! Adesso ho capito. Mi dovete proprio scusare. Qui in dialetto li chiamiamo pigliainculo, perché se ne mangiate troppi e non sono maturi, poi non vi fanno più venire la cacarella. Lo sapevate Comandante?”.
Detto questo, cercando di tornare nelle nostre simpatie pur senza mai esserci entrata, con la mossa della disperazione si rivolse a mio fratello e ponendogli affettuosa una mano sulla testa gli domandò “E tu, giovanotto, la fai la cacarella?”. Mio fratello, sgomento, dopo aver cercato con lo sguardo l’approvazione materna, borbottò di sì e la Pepe concluse sospirando “Uh! Mamma mia! Quanto è bbravo stù guaglione!” e subito si lanciò lungo la china scivolosa di un dettagliato resoconto di quanto accaduto ad un suo nipote di Caserta che, non facendo la cacarella per delle settimane, aveva avuto non so più quali problemi intestinali e che lei aveva amorevolmente curato con non so più quali rimedi naturali. Il tutto si concluse con una lunga e appassionata perorazione a favore della regolarità delle funzioni intestinali.

La Pepe ormai si era incartata senza speranza, navigava sbandata e in procinto di capovolgersi e mio padre l'affondò definitivamente con un siluro: “La ringrazio del prezioso consiglio di cui mia moglie, i miei figli ed io faremo tesoro. Anzi, poiché domani mattina usciamo in mare lo ricorderò all'equipaggio. Ci sarà sicuramente molto utile!”. La cena ebbe termine nella più gelida cortesia formale (clima siberiano) e la Pepe iniziò quella vertiginosa caduta in disgrazia che si completò rovinosamente poco tempo dopo, giacché il peggio doveva ancora arrivare, ma ve lo racconto tra qualche giorno....

mercoledì 29 agosto 2018

Delle malinconie da vacanze finite, della montagna di una volta e dei bauli via Mezzocorona.


Ecco! Ancora una volta le vacanze sono finite per davvero. Ci tocca sopportare un po’ di giorni residui di caldo e zanzare e poi la polo ritorna nel cassetto e ci si rimette la cravatta. Non ci crederete, ma a pensarci anche da pensionato  provo ancora quella stessa sensazione di malinconia profonda che mi prendeva alla domenica sera dell’ultimo giorno di ferie, quando alla Domenica Sportiva finivano i servizi sulle partite del campionato appena iniziato e iniziavano quelli sull’ippica spalancandomi la finestra sul baratro del ritorno lavorativo a Torino. Anche perché alla frustrazione di ricominciare di nuovo la vita del pendolare a lunga percorrenza si aggiungeva il supplizio di dover trascorrere almeno le prime due settimane ad ascoltare con aria compiaciuta sempre gli stessi resoconti delle mirabolanti vacanze di colleghi e colleghe reduci dai vari villaggi vacanza con l'animatore simpaticissimo, il ricco buffet e l'acquagym, posti esotici improbabili scovati con il last minute e finanche scottature da sole himalayano o da Sharm (lo El Sheikh tra la gente di mondo si dà per sottinteso). Ma anche vicende di bambini guastavacanze con la tonsillite proprio il giorno prima di partire e racconti mitologici di grigliate pantagrueliche su spiaggia greca con l’Ouzo e la Retsina a garganella (nella variante croata con la Malvazjia) e perfino il bagno nudi a mezzanotte con la medusa vigliacca che ti becca proprio lì (mio pensiero grato alla piccola vendicatrice), l’incontro ravvicinato con lo squalo (che probabilmente era un tonno) facendo snorkeling a Pantelleria e le gite in barca con il mare mosso attorno a Panarea spacciate come il periplo di Cape Horn. Tralascio la mia collega che per cinque anni di fila mi ha raccontato come in Oman cuociano l'agnello dentro la sabbia fino ad indurmi a dirle: "Guarda che ormai sarà cotto..." e quell'altra che, penso per competenza territoriale trattandosi di ex possedimenti veneziani, mi ha stressato per mesi con il riccio che a Rovinj (Rovigno) l'aveva mandata al pronto soccorso con il piede trafitto dagli aculei, neanche l'avessi messo io... (però mi sarebbe piaciuto assai). 


Tra le case  e i frutteti di Nötsch im Gailtal al tramonto

Quando finalmente mi veniva chiesto “E lei, dov’è stato di bello?” ero costretto ad ammettere che per l’ennesima volta avevo trascorso le ferie a Nötsch im Gailtal, un minuscolo e sconosciuto paesino tra le colline e i laghi della Carinzia, immerso tra i frutteti e i campi di grano, appena dopo il confine, a solo due ore di auto da casa. Dunque, anche se mi affannavo a dire che era l’ideale per il bambino che si divertiva un mondo in mezzo alla natura incontaminata delle valli austriache venivo guardato con stupore unito al sospetto perché si capiva lontano un miglio che per trascorrere le ferie in un posto così poco originale e "trendy" dovevo nascondere qualcosa d'inconfessabile. 


Che poi anche la Carinzia avrebbe i suoi piaceri, ma tu vallo a spiegare...

Le mie estati da adolescente erano suddivise in due fasi ben distinte. Il mese di giugno lo si passava ad annoiarsi in spiaggia al Lido perché il medico di famiglia, spiegando alla nonna che mi ospitava (mia madre seguiva mio padre da una base navale all'altra e io ero parcheggiato nella casa veneziana dei nonni per via della scuola) i motivi della mia scarsa concentrazione negli studi, aveva sentenziato che ero linfatico e che l’aria iodata sarebbe stata per me un vero toccasana. Dunque mi veniva impartito l'obbligo di esposizione al sole sul bagnasciuga per respirare l’aria marina a pieni polmoni e per le scottature la nonna mi ungeva la schiena con un misterioso olio di San Giovanni che le preparava il farmacista e che avrebbe dovuto lenire il dolore. Quando il medico, dopo aver curato quelle brutte scottature da sole, sentenziò che secondo lui ero anemico mi ritrovai ben presto in una tempesta di bistecche al sangue, mentre dopo la frattura esposta della gamba che mi ero procurato sciando fui condannato ad essere ingozzato di verza cruda a pranzo e a cena per il fatto che, secondo quel luminare della medicina, il maledetto vegetale era ricco di sostanze atte a favorire la calcificazione. Quell’uomo tanto prodigo di consigli e quella nonna così apprensiva per il mio pallore adolescenziale non mi risparmiarono neppure l’olio di fegato di merluzzo e il cucchiaio da minestra di ricostituente "Proton" da trangugiare prima di andare a scuola. Mi consolo pensando che se il nostro medico avesse sentenziato che ero stitico, sarei probabilmente affogato nei clisteri. 


Musica di sottofondo: "Abbronzatissimo"

Dal primo di luglio e fino all’inizio di settembre, abbandonate la spiaggia e il linfatismo da correggere scattava la seconda fase: quella delle vacanze montane a Moena, in Val di Fassa. Al tempo prendevamo in affitto ogni anno la casa di un certo Angelo Sommavilla, che mia madre contattava grazie al vicino albergo Rosengarten perché come la maggior parte dei valligiani di allora non aveva il telefono in casa. Questi era un rude montanaro che mio papà chiamava "Grande Capo Cavallo Basso" perché portava in testa un cappellaccio di feltro adorno di una lunga piuma di gallo cedrone e indossava perennemente dei vecchi calzonacci tirolesi con il cavallo all’altezza delle ginocchia. La casa, anche se piuttosto spartana negli arredi, era molto bella e piena di luce perché si trovava appartata sopra una piccola collinetta, da cui dominava gran parte del paese ed era circondata dai prati che costeggiavano la strada sterrata che portava verso la frazione di Sorte e il Sass da Ciamp. 

I primi giorni nella casa di montagna erano vissuti nel disagio più totale nell’attesa ansiosa del fatidico arrivo del baule. A pensarci bene, i bauli sono stati una costante della mia gioventù. 


Il baule che arrivava con comodo via Mezzocorona o da Calalzo

Nei bauli, quelli grandi di una volta, di legno verde scuro, foderati di carta da parati con i gigli fiorentini e con le borchie dorate, ci stava una casa intera. Una volta, quando le famiglie partivano per la villeggiatura in montagna si effettuavano delle vere transumanze, con tutte le vicissitudini di un trasloco e il baule ne diventava il protagonista assoluto. Questi, infatti, viaggiava in treno per suo conto, prendendosela comoda e, di solito, nel giro di una settimana dalla spedizione arrivava ad Ora o in quel di Mezzocorona (via Trento) oppure a Calalzo (via Cadore). Occorreva indovinare. Bisognava poi trovare il volonteroso con il motofurgone (il prescelto era quasi sempre il fruttivendolo...) che ci accompagnasse al ritiro alla stazione delle autocorriere. Alla fine dell'impresa (perché tale era...) dall’enorme baule saltavano fuori, come da un inesauribile bazar, le agognate coperte, la borsa dell’acqua calda, la caffettiera, i piatti, le pentole… e la vita poteva riprendere la sua normalità. Tra le calamità estive (vipere, zanzare, colpi di sole...) emergevano dal baule, quasi sempre per mano della zia, anche i minacciosi compiti delle vacanze. Essi venivano regolarmente da me dimenticati inevasi in qualche cassetto il giorno della partenza. Tornando ai miei anni spensierati da ragazzino, Moena incarnava il concetto stesso delle vacanze. Che si aprivano ufficialmente con la cerimonia dell’acquisto delle pedule e della piccozza alla Famiglia Cooperativa (regolarmente si piantava la grana per avere anche la borraccia e il coltellino con lo scoiattolo sul manico, ma con scarsi risultati...). Papà e mamma erano dei grandi e appassionati camminatori (mia madre da ragazza aveva fatto anche roccia con impegno e aveva smesso solo perché una pietra staccatasi durante la salita per la via normale della parete del Sassòngher le aveva spezzato male una caviglia che non era più guarita del tutto). 


Il Larsec immerso tra le nubi

In quegli anni abbiamo girato tutto il Catinaccio, il Sassolungo, il Sella e dintorni in lungo e in largo e diverso tempo dopo, appena ho avuto l'età per farla, abbiamo affrontato pure qualche ferrata, come il Santner e la nord dell'Antermoia (che un po' di fifa in qualche punto te la dava). Io avevo una bellissima piccozza da montagna (che poi ho perduto con gran dolore) di quelle vere, non come quelle da bambino che al primo colpo su un sasso si spezzava la punta e in ogni rifugio conquistato papà mi comperava la targhetta di metallo da applicarci sopra a testimonianza dell’impresa. La mia piccozza luccicava con almeno trenta targhette argentate e due smaltate a colori.


Uno sguardo dalla prima cengia della ferrata dell'Antermoia

E così, fin da bambino, ho imparato ad inebriarmi di vette azzurrine a perdita d’occhio e ad amare il silenzio delle alte quote, rotto solo dal vento che ogni tanto fischia attraverso qualche forcella o dallo scampanio delle mucche in fondovalle. E dal gorgogliare dei ruscelletti che sgorgano da sotto le macchie di neve scintillante. Con quell'acqua fredda come una lama, da bere a piccoli sorsi per placare la gola riarsa dallo sforzo della salita. La prima gita era tradizionalmente dedicata alla malga Roncac, con mio fratello Franco, la mamma e la nonna (che indossava le scarpe da città, con il mezzo tacco...) a scarpinare quaranta minuti in ripida salita per mangiare la panna con i lamponi. Il giorno dopo si stava tutti a letto, sotto i piumini, con le gambe indolenzite (e la nonna anche con le caviglie gonfie…). 


Le Cime di Costabella al Passo San Pellegrino

Nei giorni seguenti, finalmente, cominciavano ad arrivare alla spicciolata le famiglie degli altri villeggianti con relativi figli e l’agognata ragazzina milanese per la quale ti eri preso la cotta l’anno precedente, ma che anche quest’anno non ti filava, anche se poi all'ultimo giorno, dopo due mesi di sguardi enigmatici, scoprivi che la cotta per te l'aveva anche lei. Ad arrivi ultimati e ricostituite le fila delle amicizie, cominciava finalmente la stagione dei giochi a perdifiato. Poi, dopo tanti giorni di solleone, di gite per rifugi, di uscite per andare a funghi e infinite polverose partite di calcio, un giorno ti accorgevi che i temporali cominciavano a diventare più frequenti, l’aria diventava tersa e fresca (di sera occorreva il maglioncino...) e qualche cima s’infiocchettava di neve. Cominciavi a vedere passare tante macchine con il tetto ricolmo di valigie, gli alberghi si svuotavano degli amici e in quel clima di smobilitazione diventava sempre più difficile colmare gli organici delle squadre di calcio. Allora subentrava una malinconica attesa del rientro i cui sintomi erano dati dal riempirsi del baule e dalla progressiva sparizione al suo interno delle pedule, dello zaino, del bastone e della borsa d'acqua calda della nonna. Quando sparivano le scarpe da calcio, era proprio finita e di lì a poco si sarebbe tornati a scuola. 

Vabbè, mi fermo qui perché mi è venuta la malinconia a pensare come si sono trasformate oggi quelle valli, quei paesi e le loro montagne per compiacere il turismo di massa. Metto in ordine nel baule dei miei ricordi più belli le immagini e le emozioni che mi scorrono in mente e lo spedisco via Mezzocorona…

domenica 15 luglio 2018

Del Redentore di una volta e di quelli che oggi si ammaccano l'occhio in barca stappando una bottiglia


Ieri sera, malgrado il temporale che l’aveva preceduta mettendola in forse, si è ripetuta in bacino San Marco la notte magica dei “foghi” del Redentore, che per un veneziano è da secoli la festa più sentita, con le centinaia di barche di ogni tipo, decorate con addobbi di frasche e lanternine colorate, tutte assiepate tra la Punta della Dogana e Riva degli schiavoni (dove una volta c’era anche la galleggiante con il cantante, oggi sostituita dai lancioni turistici con la musica cafona a tutto volume), le migliaia di persone sulla riva sino quasi ai giardini della Biennale in piedi e con i bambini sulle spalle nell’ attesa di vedere lo spettacolo dei fuochi, le tavolate enormi fuori dalle case sulla fondamenta della Giudecca dove si portano in tavola in un flusso continuo di pentole e vassoi la castradina, l’anara col pien, ma anche i bovoletti, i bigoli in salsa, le sarde in saòr e l’anguria. E ovviamente tanto vino che scorre generosamente, perché nel giorno della Sensa Venezia celebra il suo sposalizio con il mare e la sua acqua, mentre al Redentore si dedica anima e corpo alle nozze con il vino. Naturalmente come ogni festa pagana (quella del Redentore lo è diventata, anche se è nata per celebrare la fine della pestilenza del 1575 con ponti votivi e basiliche commissionate al Palladio) ci sono degli eccessi per libagioni ed altro e questa mattina La Nuova ne stila l’elenco, a cominciare dai due barchini scontratisi davanti a Sant’Elena, dei quali uno si è rovesciato per continuare con alcune barche (padovane?) incagliate e liberate dai pompieri. Poi ci sono alcuni vecchietti che hanno avuto dei leggeri malori per eccesso di cibo e libagioni, qualcuno che si è fatto male salendo dentro la barca (ma quanti padovani c’erano?), uno che si è rotto un braccio dopo essere caduto da una panchina (?) al Mulino Stucky , un’altra persona che ha avuto una crisi allergica per qualcosa che aveva mangiato, un tizio in evidente stato di agitazione dentro all’Hotel Bauer, per finire con il ricovero del fenomeno che si è fatto male ad un occhio stappando una bottiglia. Insomma, anche se oggi è diventato un tantino più YouTuber e turistico, è il Redentore, nulla di più...

Quella che ricordo io era davvero una notte di mille magie, quasi sempre vissuta con il mio branco di amici e amiche del liceo e che iniziava quando la festa degli altri finiva, subito dopo i fuochi in bacino San Marco. Verso mezzanotte i foresti (chiunque provenga da oltre il Ponte della Libertà è indicato genericamente dai veneziani come “foresto” ed è sempre bene accetto, specie se viene per commerciare e portare schèi ) cominciavano a sfollare, le barche illuminate dalle lanternine liberavano il bacino, i vaporetti riprendevano le corse per il Lido e si raggiungeva la lontana spiaggia libera degli Alberoni. I più disinvolti, se non c’era l’autobus pronto sul piazzale, visto che al Lido è normale “dàrsea e tòrsea” (darla e prenderla) con le bici, ne prendevano una in prestito. Spesso sine die.

La spiaggia degli Alberoni all’epoca era una landa desolata di dune e arbusti a cui si accedeva passando tra i canneti nel buio pesto e rischiarato solo dalla luna che brillava alta sul mare. Se questa non c’era bisognava pregare che qualcuno si fosse ricordato della pila, altrimenti ci si arrangiava creando torce improvvisate con arbusti e fogli di giornale. Una volta arrivati, mentre quelli che avevano pestato qualche coccio di bottiglia tra le dune sciacquavano la ferita nell’acqua salata per disinfettarla, si cominciava a scavare la buca per il falò, mentre altri andavano a cercare rami secchi e fogliame da bruciare. Appena i fenomeni che sostenevano di saper accendere strofinando i rami secchi ammettevano il fallimento, spuntava un accendino e la fiamma crepitava viva, salutata da baci e abbracci. Quindi partiva una danza pagana attorno al fuoco (un misto tra il girotondo delle scuole materne e il sabba delle streghe, purché caotico) e spuntavano le chitarre (o mare nero, mare nero, mare ne…tu eri chiaro e trasparente come me…) le birre atrocemente calde e le salsicce da arrostire sul fuoco affumicandosi a morte e da mangiare a scottadito con la sabbia che scricchiolava sotto i denti.

Finita la musica, ci si spogliava e si correva tutti assieme a tuffarsi nudi e felici nel mare gelido e buio. Dopo qualche minuto di grida, spruzzi e schiamazzi si tornava grondanti e infreddoliti ad asciugarsi davanti al fuoco, che però si era spento perché nessuno lo aveva badato. 
Allora ci si rivestiva e si restava abbracciati a riscaldarsi tutti assieme con i vestiti umidi e pieni di bestioline finché qualcuno, dopo aver frugato disperatamente negli zainetti e nella sabbia, ritrovava l'accendino e riaccendeva, sempre che non avesse bagnato la pietrina con le dita umide. Più tardi qualcuno riprendeva a suonare la chitarra (seduto in quel caffè, io non pensavo a te… guardavo il mondo che girava attorno a me…) altri si davano il primo bacio, qualche coppia litigava di brutto e si lasciava e qualche altra si appartava tra le dune e i canneti (generazioni di veneziani sono nate ad aprile… vorrà pur dire qualcosa). I primi raggi rosati del sole che emergeva dall'Adriatico avrebbero illuminato chitarre silenziose e abbandonate, un fuoco definitivamente spento, corpi sulla sabbia immersi nel sonno, gente che vomitava birra e salsicce tra le dune e nuove coppiette innamorate intente ad osservare l’alba con le mani tra le mani.

Questo è lo spirito vero del Redentore, alzi la mano chi non ne ha nostalgia (i non veneziani e i padovani sono esentati...)

lunedì 9 luglio 2018

Dei suonatori lungocriniti in rotta per il Mar Nero e delle lettere a Pinocchio


A differenza di mia moglie, talmente gelosa della sua privacy che nostro figlio ha scoperto solo poche settimane fa che sua madre aveva dei parenti a Londra, a me piace moltissimo raccontare la mia vita, tanto che ricordo benissimo la mattina in cui uscendo dal mio appartamentino padovano dei tempi dell'università assieme ad una ragazza conosciuta solo il giorno prima in facoltà (il bello del '68 non consisteva solo nel fare i cortei) l'avevo portata al bar sotto casa a fare colazione e lei, mentre sorseggiava il cappuccino, dopo uno sguardo intenso mi aveva detto "Beh... dopo questa notte credo sia il caso di conoscerci meglio, no? Dai, raccontami un po' di te..." e io le risposi "Si, certo... molto volentieri, ma hai qualche impegno per cena?". Naturalmente non la rividi più (come forse era nelle mie aspettative), ma in effetti il piacere di raccontare mi è rimasto anche perché, arrivato ormai alla soglia dei settant'anni, se non l'avesse già fatto Pablo Neruda per intitolare le sue memorie, potrei dire anch'io (si parva licet componere magnis) "Confesso che ho vissuto". Così, visto che siamo ormai in piena estate e che tra poco, dopo il centenario della fine della prima guerra mondiale, ricorre (ahimè!) il cinquantenario del mio imbarco per suonare assieme ad altri quattro amici come complesso rock di classe turistica a bordo dell' Ausonia in crociera lungo il Mediterraneo, anche se non sono più inedite, vi racconto alcune storie buffe di quei viaggi. 

Dovete infatti sapere (lo so, lo sapete già, ma devo pure trovare un incipit) che a parte l'assiduo impegno negli studi di giurisprudenza nel mio minuscolo appartamento padovano subito trasformato in alcova e centro permanente di dissolutezze e cazzeggiamenti vari, in quel primo anno di università mi dedicavo con grande trasporto al mio complesso rock, nato ancora ai tempi del liceo.


Noi che volevamo suonare i Led Zeppelin e ci chiedevano le canzoni dei Dik Dik

Prima di compiere l'errore dell'appartamento, l'altro grande sbaglio di mia madre era stato quello di regalarmi tra mille raccomandazioni perché non trascurassi lo studio (ma figuriamoci) una chitarra acustica in offerta stracciata da Barera, in Merceria. La chitarra in questione era di un orrido colore giallastro (che la rendeva invendibile a prezzo normale) e con una tastiera dura come un manico di scopa che a momenti ti pagavano loro purché la portassi via. Ma essendo un giovane di grande ingegno, sostituii subito le corde ruvide che scorticavano le dita con quelle lisce da chitarra elettrica per poterle “tirare su” e appena finito il doloroso apprendistato sul giro di do e il barrè dopo qualche mese la permutai con la mia prima chitarra elettrica, un’eccellente Zerosette Castelfidardo alla quale in seguito associaì una Fender Esquire a una piastra (che conservo ancora) e infine, la mitica Stratocaster di Jimi Hendrix, purtroppo rivenduta solo dopo due settimane a causa del ricatto sentimentale della mia beneamata (o io o lei) e di una scelta rivelatasi poi sbagliata. Quindi, con altri quattro amici e compagni di classe tra i quali Emanuele che avevo persuaso subdolamente a fare il bassista (che per rimorchiare era la cosa più sfigata e dunque mica lo potevo fare io) fondai un complessino ad imitazione di un effimero gruppetto di Liverpool che allora andava tanto di moda ma di certo sarebbe svanito dopo il primo disco: The Beatles.


Lungocrinito, sguardo fecondatore e chitarrista rock. Pronto per l'imbarco

Gli inizi non furono brillanti, tanto che mia madre richiesta di un giudizio sul mio fragoroso accompagnamento di “She loves you” rispose gelidamente: “Davi l’impressione di un’armatura medioevale che rotola per una scalinata”. Questo, integrato da altri giudizi corrosivi sulla mia capacità di cantante, m'indusse presto a trasformarmi in chitarra solista. In ogni caso, del tutto corazzato contro i giudizi negativi che attribuivo comunque ad incompetenza, per un più completo adeguamento al ruolo mi lasciai anche crescere i capelli quasi sino alle spalle ed assunsi l’aspetto educatamente trasandato che poi caratterizzò anche l’imminente stagione dell’impegno politico. A causa del nuovo look affrontai stoicamente anche il martirio quotidiano del “Quando li tagli?” al quale mia madre, che per distinguermi da mio fratello con le sue amiche mi chiamava: “Il figlio lungocrinito”, si dedicava con impegno. 

Passavamo interi pomeriggi a provare in uno scantinato nei pressi della Misericordia, con gran sollazzo dei vicini e frequente arrivo dei vigili ed io, che nel frattempo mi occupavo di tutto fuorché di far progredire i miei esami di Giurisprudenza fermi a quell'unico trenta in sociologia, che allora lo avrebbero dato anche al fattorino che portava le pizze, brigavo assai per ottenere una qualche scrittura seria che ci consentisse, finalmente, di abbandonare il circuito precario delle salette parrocchiali e delle festine private. Giunti alle soglie dell’estate del 1969, con un’abile strategia raccontai a mia madre che avevamo avuto una scrittura per una tournèe di alcune settimane nelle peggiori balere tra Jesolo e Lignano. Non era vero, ma servì egregiamente allo scopo perché lei, in piena crisi d’ansia, purché il suo bambino lungocrinito non finisse in certi postacci, ci trovò, grazie a sue amicizie del giro del bridge, una strepitosa scrittura per suonare sulle navi da crociera dell'Adriatica di Navigazione.


L'Ausonia in rotta per il Mediterraneo orientale con noi a bordo
che stiamo già collegando impianto voci, amplificatori e chitarre

Come si può immaginare, Donatella, la mia ragazza dell'epoca, nonostante le assicurazioni (poco credibili anche a me stesso) che avrei fatto il bravo ragazzo monogamo e fedele non la prese affatto bene e iniziò a tramare alle mie spalle, trovando ben presto appoggio in mia madre pentitissima che, non potendo rimangiarsi quanto promesso, con una tipica astuzia materna provò a sabotare la cosa inducendo la mamma di Emanuele a negare il permesso al nostro bassista. 

Per loro sfortuna all'epoca leggevo con passione "L'arte della guerra" di Sun Tzu e dunque disponevo di raffinate strategie per contrattaccare. Tra queste, l'argomento forte era che avevamo firmato un contratto con penale incorporata ed era efficacissimo per tenere a bada quelle due e anche la madre di Emanuele, nota per il suo braccino corto e quindi spaventatissima dalla prospettiva di dover pagare dei soldi e così alla fine ci imbarcammo sulla motonave Ausonia dove, tra una crociera estiva ed una invernale (sull'Esperia) attraverso il Mediterraneo, tra Grecia, Turchia e Mar Nero, quella che doveva essere solo una scrittura di poche settimane si trasformò in un periodo ben più lungo assai poco costruttivo dal punto di vista del mio impegno universitario (zero esami), ma sicuramente spettacolare per numero di esperienze e, siccome non siamo mica fatti di legno, tanto più a vent'anni con gli ormoni che girano come i cavalli del Palio di Siena, anche di conquiste. “Il cielo è vasto e l’Imperatore lontano” diceva un poeta cinese del medioevo per giustificare la dolce vita e i traffici illeciti nella remota isola di Haj-nan, e tale era il mio pensiero, anche se, tra tanta spensieratezza, capitava anche qualche episodio sfortunato.



In piscina a fare il figo con le ragazze canadesi

Anche se, vedendomi così lungocrinito, il Commissario di bordo mi aveva spedito subito dal barbiere per via del decoro da mantenere a bordo, la mia prima preda, già al secondo giorno di navigazione, appena in porto a Brindisi, fu una traccagnotta americana afflitta, oltre che da cellulite precoce, anche da un vistoso strabismo (e subito gentilmente ribattezzata dai miei compagni: Polifemo) che, dopo una pomiciata notturna di routine sulle comode sdraio del ponte di passeggiata, già dal giorno seguente, in rotta verso il canale di Corinto, fu disinvoltamente rimpiazzata da una rossa lentigginosa, sempre americana e tutt'altro che malvagia. 

Per alcuni giorni la traccagnotta scomparve di scena come inghiottita dal mare ed io non me ne diedi particolare pena, anzi, nemmeno la ricordavo. Tuttavia, una sera, mentre stavamo suonando “Homburg”, un pezzo dei Procul Harum di grande atmosfera, si spalancò di colpo la porta del ponte di passeggiata. Assieme ad una ventata di aria gelida e profumata del mare mi ricomparve improvvisamente davanti Polifemo grondante indignazione da tutti i pori e, come si intuiva dal suo incedere incerto, anche qualcosa di fortemente alcolico. Colto l'attimo che precede la burrasca cercai di cavarmela con un sorriso accattivante e un cordiale: “Hi sweetness! How are you?”, ma ci voleva ben altro. Polifemo, che ormai era lanciata sul piano della violenza fisica, dopo un insulto irriferibile in slang mi affibbiò due vigorosi ceffoni sul muso. Quindi girò i tacchi soddisfatta e si diresse al bar, per l’ennesimo gin fizz. Ci fu un attimo di sconcerto in sala, ma siccome è regola aurea tra gli uomini di spettacolo che "The show must go on", continuammo a suonare imperterriti, anche se io avevo la mascella indolenzita e le guance rosse come il fuoco e Lele suonava la batteria con una mano sola perché con l’altra si teneva la pancia dal ridere. A mio onore resta il fatto che, pur traballando vistosamente (Polifemo aveva due bracciotti sodi, da Popeye ingozzato di spinaci) nel doloroso frangente non avevo emesso neppure una stecca! Scoprii in seguito che, tra le oltre 250 fanciulle disponibili a bordo in classe turistica, per sostituire Polifemo ero andato a scegliere proprio la sua compagna di cabina. Quando si dice la mala sorte...


Ciao mamma, sono a Odessa. Qui ci sono i comunisti veri, ma non preoccuparti...

Dal punto di vista musicale eravamo ormai diventati veramente bravini e l’armonia del gruppo era buona, tranne quando c'era da mettere mano al nostro repertorio che per forza di cose doveva essere vastissimo e comprensivo di tutti i generi, giacché si suonava allo stesso pubblico per quindici sere consecutive con altrettanti pomeriggi di piano bar dove era richiesta musica soft di sottofondo che veniva eseguita dal nostro pianista, da Emanuele al basso, da Lele alla batteria con le spazzole mentre i due chitarristi erano esentati e liberi di corteggiare le gentili ospiti ai tavoli. 

C'erano, infatti, alcune canzoni che il nostro fantastico pianista, forte della sua raffinata formazione classica non si degnava di eseguire neppure per scherzo. Sua madre insegnava clavicembalo al Conservatorio e lui, con la sua naturale modestia, amava dire di sé che era stato messo al pianoforte all’età di tre anni, come Mozart. Pertanto, occorreva lottare duramente per convincerlo a suonare i brani nazional-popolari per gente di bocca buona. Tra le tante canzoni ripudiate c'era anche il popolarissimo “Casatschok”, il ballo della steppa del piccolo cosacco, che francamente era una robetta ignobile e buona per le balere romagnole. Dunque, capivo il suo disagio. Ma siccome si navigava su e giù per il Mar Nero e andava bene per i giochi dell’animatore, ci potevi scommettere che te lo chiedevano almeno una volta a sera. Così lui, estroso come tutti i cavalli di razza, boicottava regolarmente il pezzo mettendosi a fare il fenomeno, suonando di schiena e lanciando coriandoli e stelle filanti alle signore, possibilmente nelle scollature. Grazie a ciò avevamo tutti gli attacchi della pianola fuori tempo e sembravamo due orchestre distinte. Fino a quando le nostre invocazioni affinché un castigo divino si abbattesse su quell'essere malvagio, furono esaudite.


A Rodi con Violet (ma la mia ragazza non lo doveva sapere)

Una sera, infatti, durante una breve pausa un bambino accompagnato dalla mamma mi venne a chiedere se sapevamo suonare la melensa “Lettera a Pinocchio” cantata da Johnny Dorelli. Ci fu un giro di occhiate complici tra me e gli altri aspiranti vendicatori e l’accordo per punire Mozart scattò istantaneamente. Accarezzai la testolina al pargoletto e indicandogli il nostro ignaro pianista classico che stava guardando altrove gli dissi: “Noi non la sappiamo suonare, tesoro, ma so che il signore al pianoforte, che è tanto bravo e gentile, la conosce benissimo. Chiedila a lui e vedrai che la suonerà molto volentieri per te e la mamma, tutte le volte che vorrai!”. La mamma portò subito il piccino a parlare con il pianista che dapprima cercò di negare, ma siccome noi continuavamo a ribadire in coro “Guardi che la sa … dice di no perché è timido, ma se lei insiste vedrà che poi gliela suona” per tutto il resto della crociera il nostro Mozart dovette suonare il “Casatshòck” e anche “Lettera a Pinocchio” senza più fiatare. Un altro testone di granito, musicalmente parlando, era Emanuele. Come bassista era tecnicamente bravissimo, freddo e preciso come un chirurgo svizzero, ma aveva una flessibilità mentale pari ad una barra di tungsteno al nickel. Di conseguenza aborriva il concetto stesso d’improvvisazione che vedeva come un angoscioso salto nel buio, tanto che quando Mozart eseguiva dei brani jazz al piano, lui veniva esentato. Trovava, infatti, le sue sicurezze nella pianificazione più meticolosa delle attività esistenziali ed ogni variazione imprevista di programma lo turbava profondamente sprofondandolo nel più cupo sconforto. Un giorno che gli avevo preso in prestito il dentifricio rimase seduto in mutande sul letto a guardarmi inerte per cinque minuti perché la sua programmazione prevedeva che il lavaggio dei denti avvenisse prima e non dopo essersi vestito. 

Una mattina a colazione, tra un caffè e una brioche, avevamo deciso di cambiare tonalità a “Gimme some lovin’” perché Vincenzo sosteneva di strangolarsi sempre nel cantarla e del resto bastava guardare come diventava cianotico e con le vene del collo ingrossate per credergli. Però, con grave mancanza, non solo di tatto, c'eravamo dimenticati di avvertire Emanuele, che, deposta la tazza del cappuccino, si era rapidamente rinchiuso in bagno giacché la sua pianificazione giornaliera prevedeva l’evacuazione subito dopo la prima colazione. Così lui la suonò nella vecchia tonalità per tutto il tempo, incurante delle nostre occhiate disperate. 

Emanuele ci regalò, peraltro, anche momenti di grande imbarazzo la sera in cui quella vera calamità dell’animatore di bordo invitò il pubblico della sala a partecipare al gioco dei mestieri, con ricchi premi e cotillon. Si trattava di un giochino per imbecilli come del resto tutti quelli proposti ogni sera e che prevedeva di indovinare dopo una serie di domande il mestiere di due passeggeri scelti a caso tra il pubblico. Cose che annoiavano già ai tempi delle scuole elementari. Una dei due sorteggiati di quella sera era una vistosissima signora bionda ossigenata, truccata pesante e carica di bigiotteria come la Madonna di Pompei. Al momento della fatale domanda dell’animatore: “Secondo voi, che mestiere fa questa bella signora?” dimenticandosi di avere il microfono aperto Emanuele suggerì: “La zoccola” e l’insinuazione rimbombò a 120 watt d’uscita per tutta la sala (anche con l’effetto eco ed il riverbero) provocando un fragoroso scoppio di risate tra il pubblico, le proteste del marito della signora e le nostre scuse più contrite. Oltre ad un cazziatone del Commissario di bordo. La mattina seguente, commentando l’episodio mentre facevamo colazione, quello scellerato ebbe il coraggio di lamentarsi che, avendo indovinato, avrebbero in ogni caso dovuto dargli il premio.

giovedì 5 luglio 2018

Dell'apprendista casalingo e delle signore dai capelli azzurrini

Da quando sono entrato in pensione e salvo qualche occasionale revival da docente (credo funzioni come per quei vecchi attori scafati e istrioneschi che ogni tanto vengono richiamati sulle scene come tributo alla carriera) mi ritrovo finalmente con un bel po’ di tempo libero a disposizione. Così, oltre alle tre orette quotidiane adoperate per portare il bretone a sgambettare tra campi fangosi e nebbie invernali o steppe assolate e piene di zanzare (che lui non si degna di espletare i suoi bisogni nelle aiuole dei giardinetti, ma si sente ispirato solo dalla visione degli spazi agresti), ho una moglie che appena mi siedo in poltrona e oso aprire Repubblica per una fuggevole occhiata, invece del premuroso: “Amore, sei stanco? Vuoi che ti faccia un caffè?” tipico degli angeli del focolare di cui favoleggiavano le poesie delle elementari, mi ricorda con un automatismo tipicamente femminile che, visto che non ho nulla da fare, ci sarebbero le foglie in giardino da rastrellare o la biancheria da stendere. Dunque, essendo di natura un uomo curioso e aperto al cambiamento, sto perfezionando il ruolo del casalingo. 

Non che prima non lo facessi, ma lavorando a Torino e pertanto vivendo da solo a quattrocento chilometri da casa e con orari devastanti per la mia alimentazione (uscendo alle otto di sera, riuscivo a fare spesa solo se i negozi non mi chiudevano la saracinesca sui piedi) sopravvivevo solo con scatolami e tranci di pizza o di focaccia ligure rafferma e per il resto dei lavori di casa, non disponendo dei tempi tecnici, mi limitavo al minimo sindacale (lavaggio del mio piatto singolo e della forchetta, delle calze e mutande etc...), mentre per le pulizie di fondo, chiedendo ingenuamente lumi al giovanotto della cooperativa che ci puliva gli uffici, mi era stata indicata la “Soluzione Luciana” che, a suo dire, avrebbe depurato il mio appartamento come la “Soluzione Schoum”. Si trattava di una signora molisana (ovviamente parente del giovanotto) dall’età indefinibile, sempre vestita di nero e brusca di modi che veniva al venerdì sera, quando ero già sul treno per Venezia, e che, come promesso, mi riconsegnava al lunedì una casa lucente, ancorché affumicata come uno speck perché la maledetta fumava come una turca, tanto che le lenzuola e il cuscino sapevano di fumo per almeno due o tre giorni. Questo anche se prima di dormire lasciavo la finestra spalancata per arieggiare (misura in ogni caso indispensabile perché abitando in un condominio di vecchietti freddolosi, la caldaia andava a tutto spiano anche in primavera e sui termosifoni ci potevi friggere le uova) 

Oggi, quando mia moglie insiste con il suo consueto garbo, faccio il casalingo in maniera più articolata e consapevole, tanto più con la serenità di sapere che, comunque vada, una volta a settimana viene Sua Moldavità per le pulizie. 


Homo domesticus 2.0

Si tratta di un'esperienza sicuramente interessante e formativa, che, come fossi un novello Darwin, mi svela mondi nuovi e affascinanti come quelli del Mocio Vileda, del panno antistatico, dello spray sgrassante per i vetri e dell’olio paglierino per i mobili. I problemi iniziano quando ci sono da affrontare tecnologie complesse come quella del ferro a vapore, con quella sua fottuta caldaietta che va in corto ogni volta che provo a caricarla ed emette il getto di vapore da ustioni solo quando e dove non mi serve, oppure della lavatrice intelligente che si rifiuta di accettare il detersivo se il tessuto non è quello giusto, che però sa solo lei quale sia ed in effetti è curioso che un uomo che si destreggia abilmente come un hacker tra computer e software abbia un blocco mentale di fronte a tecnologie semplici e friendly anche per le migliaia di casalinghe che popolano la città di Voghera. C’est la vie e l’importante è avere la consapevolezza dei propri limiti e accettarli serenamente, sempre che lo faccia anche tua moglie. 

Comunque sia, questo nuovo mondo, spesso mi pone davanti a scelte sconosciute e laceranti come quelle relative al detergente migliore per i pavimenti (con lisoformio o no? E la candeggina profumata a che cazzo serve?) o a scoperte amare del tipo che non esistono guanti di gomma adatti alle mani di un signore alto un metro e ottantaquattro per novanta chili di peso e che anche il formato XL ti stringe due lacci emostatici attorno ai polsi. Quindi, alla fine, essendo uomo d’ingegno, dopo aver scoperto quanto bruci il Calinda a mani nude, ora lavo il water con le mani avvolte nei sacchetti del supermercato. 

Ma quello che più mi affascina è la scoperta di specie umane nuove e insidiose, quali la verduraia del mercatino del giovedì nella piazzetta dietro casa, che ogni volta che mi vede passare davanti al banchetto mi sorride e lusinga il cane per una coccola (e quel pirla abbocca subito), ma poi approfittando della totale incompetenza di uno abituato a mettere nel carrello del supermercato il lattughino “tempo zero” già lavato e pronto da condire, mi rifila come misticanza di insalatine novelle le erbacce che crescono sui bordi della strada e quando acquisto un chilo di cipolle, facendomi credere con la gestualità di un’ illusionista che sta scegliendo solo le migliori per me, poi me ne rifila sempre almeno una marcia. Lo stesso accade in pescheria quando mi magnificano seppioline atlantiche scongelate e gommose come nostrane e fresche di giornata. Delle due mirandoline ciarliere del nostro panificio e della farmacista che qualsiasi richiesta le faccia di farmaci da banco, mi propone di default prodotti omeopatici o unguenti e tisane preparate da lei, purché costosissimi dicendo ogni volta “Questo è un prodotto tutto naturale. Vedrà che le farà solo bene” ho già parlato in precedenti post, dunque non mi ripeterò, se non per raccontare che quando, anni fa, cercavo di fare il furbo e dopo aver controllato attraverso la vetrina che la titolare non fosse al banco mi rivolgevo alla sua collega di allora, una bella signora esile, bionda, di origine tedesca e dallo sguardo glaciale, il risultato era assolutamente identico, solo che mi veniva detto: “Qvesto è prototto tutto di natura, Fedrà ke le farà solo pene” .


l'aspetto inquietante della tua fruttivendola che ti attende al varco con la mela bacata

Una delle specie più aggressive che ho potuto scoprire andando a fare la spesa su mandato coniugale, è quella delle signore "vintage" con i capelli cotonati e azzurrini. Quelle donne di età indefinibile, spesso già nonne, che parlano in dialetto, con l’abitino a colori inspiegabili e il trolley della spesa da cui spuntano due gambi di sedano e che verrà presto usato contro le tue caviglie come una macchina da guerra di Leonardo da Vinci. Quelle che quando il tuo macellaio pronuncia il fatidico “A chi tocca?” le senti subito mentire alle tue spalle: “Tocca a me!” e che, dopo averti spostato con la grazia di un rugbysta degli All Blacks per raggiungere il bancone, iniziano il Cantico delle Fettine. 

Detto Cantico, comincia sempre chiamando per nome il macellaio, per farti capire subito che tra i due c’è un’antica confidenza che, pertanto, le consentirà di pretendere la rimozione minuziosa di ogni filo di grasso dalle bistecche, il disossamento del quarto di pollo e il legamento con lo spago dell’arrosto. Inoltre, consiste nel rivelarti, di fettina in fettina e di etto in etto, tutte le abitudini alimentari della famiglia e di conseguenza quanto lei sia carica di attenzioni e avveduta nelle scelte, casomai avessi pensato che ordinasse alla: “Valà, che vai bene...” (Purtroppo non posso più dire: “Alla ca... di cane”. Qualcuno in famiglia non la prenderebbe bene). 


Quando l'acquisto della carne non diventa un piacere, anzi...


Così, in capo ad una mezzoretta verrai a sapere che il figlio trentenne, quello che lavora in banca, non sopporta i nervetti nella carne sin da quando era bambino, che li sputava di nascosto e meno male che c'era il cane che glieli mangiava sul pavimento, mentre suo marito è l’unico della famiglia che mangia il fegato, ma solo alla veneziana con la cipolla che invece per suo figlio è indigesta, che lei usa solo la guancia per fare lo spezzatino, come lo faceva una volta sua mamma, che diventa tenerissimo, mentre oggi la gente compera solo lo spezzatino misto di maiale e vitello che costa di più e poi diventa anche stopposo perché non lo sa cuocere (incrocio lo sguardo carico d'odio della signora di prima che era ancora sulla porta della macelleria a parlare con un'amica e doveva aver comperato lo spezzatino misto). Invece, i messicani di pollo (ma senza il peperone, mi raccomando) sono per il nipotino di cinque anni che mangia poco, perché la nuora come tutte le ragazze di oggi non sa cucinare, ma che se glieli prepara la sua nonna… "ti gà da védar come se li magna...leca anca el piato"

A quel punto, dopo aver invocato qualsiasi divinità affinché il pargolo si strozzi con i messicani di pollo della nonna, appena ti sembrerà che il Cantico abbia avuto termine e dopo l'attesa di altri minuti di ricerca nelle borse per trovare i dieci centesimi che mancano (“Guardi… glieli do io, signora, se non si offende e anche se si offende…”), proprio quando stai per aprire bocca e ordinare, la signora dai capelli azzurrini si fermerà sulla soglia della macelleria come folgorata da una visione celeste e tornerà subito al banco dicendo: “Maria santissima… gèro drio a desmentegàrme… Mauro, hai mica il prosciutto cotto dell’altra volta? Ma non quello con i conservanti, quell'altro naturale che era piaciuto tanto a …”  (poi, già che prima non li aveva visti, seguiranno dei wurstel, ma solo se i xè boni, e poi dammi anche un etto di pancetta coppata e un toco de salame all'aglio, ma tagliato a mano, mi raccomando...)

mercoledì 20 giugno 2018

Manuale d'uso su come chiarirsi con il partner e altri soggetti (soprav)vivendo felici e contenti.

Sarà il primo caldo afoso con le zanzare, saranno le finestre aperte che ci appalesano forme di vita circostanti tanto strillanti quanto prima sconosciute, fatto sta che nella cerchia dei nostri vicini di casa è aumentato prodigiosamente lo stato di litigiosità di coppia. Ora, è bene sapere che il litigio o qualsivoglia confronto di chiarimento con una controparte in realtà è soltanto un modo diverso (e rumoroso) di aprire un negoziato avendo degli obiettivi da conseguire (per esempio: un maggiore contributo di lui nelle faccende domestiche, l'impegno di lei a non mettere in ordine il suo disordine creativo) . Pertanto, quando decidiamo di andare in battaglia con il classico "discorso di chiarimento tra noi" è bene seguire delle regole negoziali precise di cui ora parlerò, perché anche se comprendo perfettamente come a volte sia irresistibile la voglia di uno scatto d’orgoglio e di guardare l’altro/a nel bianco degli occhi per spiattellargli sul muso tutto quello che non va nel rapporto, io sconsiglio sempre agli amici di arrivare a quel punto, non tanto in nome di un remissivo quieto vivere, ma perché quando il negoziato non è ben preparato avendo le idee chiare su cosa ottenere e con quali metodi e argomentazioni, ma anche quali siano i punti di forza e le possibili contromosse del nemico, (soprattutto quando le relazioni e le parti in commedia sono sedimentate da tempo) non solo il “discorso di chiarimento tra noi” non chiarisce una cippa ma di solito rende le parti ancora più lontane e conflittuali. Nella migliore delle ipotesi, se non una carneficina, si ottiene una zuffa confusa tipo lo scontro imprevisto tra due pattuglie in esplorazione che porta ad un conflitto totale senza vincitori e poi ad un armistizio instabile e rancoroso, tipo le due Coree.


I chiarimenti occorre prepararli per bene.
Improvvisando c'è il rischio di lasciare la regina in presa

Comunque, se proprio non riuscite a fare a meno di pensare a quanto sarebbe bello azzannare il vostro partner alla giugulare come foste un Pitbull o se fate parte di quella corrente di pensiero del “meglio una fine terribile che un terrore senza fine”, per avere un minimo di possibilità che il vostro "discorso di chiarimento" funzioni, beh …provo a suggerirvi qualche regola d’ingaggio che con i dovuti adattamenti può andare bene con mariti, mogli, amanti, figli, suoceri, parentame vario, badanti moldave e anche situazioni lavorative, riunioni condominiali e, insomma, ovunque ci venga l’impulso irresistibile di rovinarci la vita e rovinarla agli altri con una bella litigata. Diciamo che seguendo quello che sto per dire, potrete migliorare le vostre possibilità di uscirne bene. Dunque i comportamenti che potrebbe esser utile adottare sono: 

1- Non lasciate che a scegliere il quando e il come accadrà sia la casualità o l’irritazione per quella che vi sembra l’ennesima provocazione (tanto meno che il momento lo scelga la controparte). In tal caso probabilmente sareste in preda all’emozione o alla rabbia e quindi poco lucide/i. Quando si è “su di giri” di solito ci si dimentica di dire almeno la metà delle cose che volevamo ringhiargli addosso, oppure ci si lascia facilmente portare fuori strada finendo per litigare su questioni secondarie. Dovete scegliere con cura il momento e il luogo e soprattutto iniziare il discorso quando vi sentite sufficientemente calme/i e in grado di controllare le vostre emozioni. Se vi sentite in ansia o tese/i rinviate ad un altro momento. Tanto mica ve lo ha ordinato il medico, no? Così come non fatevi l’autogol di iniziare a discutere di una cosa tanto importante senza che l’altro/a possa dedicarvi tutto il tempo e l’attenzione che vi occorre. Iniziare a farlo appena sta crollando dal sonno e non vede l’ora di andare a letto, oppure quando tra dieci minuti trasmettono la partita di champions league o le desperate housewives è un ottimo modo per sentirsi dire “Ti dispiace se ne parliamo dopo? Tanto saranno le tue solite seghe mentali ” (segue litigata feroce, perché non lo erano). 

Anche parlare in tono pacato, se avete tanto self control da riuscire a farlo, aiuta ad avvalorare le proprie tesi e a renderle degne di attenzione. Se iniziate ad infervorarvi e ad alzare la voce, l’altro inizierà ad entrare in risonanza e la lite da comari sul pianerottolo è garantita. Come l’applauso finale dei vicini di casa o l’arrivo della volante del 113. 

2- Decidete con cura cosa volete ottenere, tenendo presente che anche l’altro/a ha i suoi territori da difendere e li difenderà. Giacché il muro contro muro non porta da nessuna parte e rientra nella categoria “tempo sprecato” probabilmente dovrete cedere a vostra volta qualcosa se volete arrivare ad un qualche risultato utile. Quando Cristoforo Colombo andò a discutere con la regina Isabella non le chiese una flotta e diecimila uomini (il massimo risultato possibile) perché sicuramente avrebbe conseguito un rifiuto totale (il peggior risultato possibile). Ottenne il miglior risultato possibile, cioè le tre caravelle, che gli consentì di raggiungere comunque il suo scopo. 

Pertanto, dal momento che non è possibile ottenere tutto, se volete aumentare le possibilità di raggiungere le coste della vostra America personale, prendete un bel foglio di quaderno, tracciateci una croce in mezzo e iniziate a pensare e a scrivere i punti di forza e di debolezza e le opportunità e le minacce insite in ogni possibile obiettivo che vi proponete di raggiungere, attribuendo a ciascuna voce un peso da uno a dieci. Questo è utile farlo perché catturando e mettendo nero su bianco e in ordine i mille pensieri che si affollano e subito svaniscono nella nostra mente quando poi li rileggiamo tutto ci apparirà più chiaro. In questo modo potrete identificare l’obiettivo che alla fine vi darà i maggiori vantaggi ad un costo sopportabile. Una volta scelto, quello sarà il vostro traguardo principale da raggiungere e dovrete cominciare a lavorarci sopra. Se poi nel corso della discussione otterrete in più qualcuno degli obiettivi secondari, buon per voi… 

3- Preparatevi una scaletta delle vostre argomentazioni e, nei limiti del possibile, cercate di essere assertive/i, cioè di proporre soluzioni praticabili, citare dati e ricordare situazioni certe e verificabili, dunque cose difficilmente confutabili e sulle quali l’altro/a dovrà necessariamente rispondere. Evitate come la peste di scendere sul terreno delle sensazioni e delle rivendicazioni generiche o, peggio, del vittimismo. Dire frasi del tipo “Mi pare che tu non sia più lo stesso/a” oppure “Mi trascuri da troppo tempo” significa prestare il fianco a dei contropiedi devastanti e comunque doverne spiegare il perché, finendo per incartarsi e sprofondare nel mare ampio del “Ma che cazzo dici?” che è la madre di tutte le litigate ben riuscite. Una volta messa a punto la scaletta “delle dieci cosette che gli/le voglio proprio dire” cercate di memorizzarla in modo da non dimenticare nulla per strada, che sarebbe un peccato.

4- Bisogna sempre ricordare che l’altro/a, escludendo la malafede, ha spesso una visione del rapporto opposta alla vostra e sicuramente auto-assolutoria o molto benevola nei suoi confronti. Dunque avrà le sue controdeduzioni da proporvi e le sue rivendicazioni. Soprattutto se è da tempo che percepisce come qualcosa stia bollendo in pentola o se ha la coscienza non del tutto immacolata, è probabile che si sia preparato/a all’eventualità di dovervi affrontare. Quindi è necessario fare uno sforzo di fantasia e cominciare a prevedere cosa potrà dirvi, soprattutto dove cercherà di colpire duro (lo farà, non dubitate) e quali colpi di teatro potrebbe riservare, in modo da non essere spiazzate/i e impreparate/i. Diffidate sempre delle concessioni improvvise e spiazzanti, perché spesso sono avvelenate e nascondono la fregatura. Nel caso prendetene atto e dite che vi riservate del tempo per accettare. 

5- Arrivate subito al punto, non fate preamboli interminabili nel tentativo di ammorbidire la controparte che non servono a nulla se non a consentirgli di capire dove state andando a parare e ad organizzarsi la linea difensiva. Piuttosto, visto che è utile discutere con toni distesi, fate capire che (anche se non è vero) comprendete in qualche modo la posizione dell’altro/a. Questa mano tesa, generando una sorta di empatia, potrebbe indurre il vostro interlocutore a prendere in considerazione con minor tensione le vostre argomentazioni. 

In ogni caso, non fatevi fuorviare quando esponete le vostre tesi e non accettate di essere trascinati/e su un altro terreno di scontro a lui/lei più favorevole. Mia moglie, che è una combattente astuta, quando si sente alle strette prova a buttarla sulle tante cose che non faccio in casa, dove avrebbe vita facile, ma ormai conosco il trucco. Soprattutto non consentite di buttarla in caciara. In tal caso chiedete subito un break e se ne riparla quando si è più calmi. Se invece la controparte inizia a cedere e la discussione si sta avviando alla fine con alcune concessioni importanti per voi, è bene riassumere ogni tanto quello che si è detto, con frasi tipo: “quindi, sulla base di quello che hai affermato, tu accetti che…” oppure “dunque, riassumendo, tu mi dai atto che…”. Questo serve per mettere dei punti fermi ed impedire in seguito delle marce indietro o la storiella dei fraintendimenti (mi sono frainteso/a).

Bene, mi pare di avervi detto tutto quel che dovevate sapere... buona litigata e che la forza sia con voi.