sabato 22 dicembre 2012

Delle profezie dei menagrami e delle 21 maledizioni bibliche che rivolgo loro


La fatidica ora delle 12 e 12 minuti del 21.12.2012 è passata nella vana attesa di qualcosa di più significativo del fatto che nell'ostello universitario di Vienna hanno fregato dal frigorifero di mio figlio i due wurstel che si era comperato per pranzo. A parte una scissione nel PDL, un farfugliamento di Bossi e le solite beghe sulle candidature nel PD non ho sentito di maremoti, meteoriti, eruzioni vulcaniche, cataclismi epocali e perfino gli alieni mi hanno deluso. Anzi, li ho attesi invano pensando che magari avessero problemi con il traffico natalizio o con la nostra nebbia che magari non è quella loro di azoto e idrocarburi. Alla fine ho pensato che magari non sapevano dell’ora legale e quindi che, appena accortisi del ritardo, avessero rinunciato perché se fossero giunti alle 13 e 12 avrebbero tolto ogni valore alla profezia, che se non rispetti l’ora, che profezia è? 

dal sito del Corriere; la fine del mondo vista dal web

Scherzi a parte, ora che anche la profezia dei Maya è finita nel cestino delle bufale metropolitane, vorrei ripagare di ugual moneta tutti i menagrami che, oltre a lucrare sulle anime semplici con libri e interviste, ci grattugiano periodicamente gli zebedei con le presunte profezie di popoli che avrebbero fatto meglio a prevedere la propria estinzione invece di quella dei posteri, gli allineamenti dei pianeti, le comete portasfiga, gli asteroidi invisibili e i buchi neri creati per sbaglio in laboratorio, per non dire delle classiche centurie di Nostradamus da rispolverare ad ogni capodanno assieme ad Astra e all'oroscopo di Branko.

La profezia di sventura nel frigo dell'ostello universitario di Vienna
a difesa del burro e dello jogurt dalle rapaci mani dei vicini di stanza

Così, proprio come il furto dei wurstel ha indotto il mio erede a formulare a sua volta una tremenda profezia di sventura su chi osasse fregargli anche il burro e lo jogurt, rivolgerò a tutti coloro che ci hanno afflitto per mesi con i Maya una serie di 21 maledizioni bibliche, tante quanto la data in cui sarebbe dovuto finire il mondo. Dunque, maledetti menagrami, sappiate che invocherò gli Dei affinché :

1. Possa il vostro vicino di pianerottolo vendere l’appartamento ad un centro massaggi cinese. 

2. Possano i clienti del centro massaggi cinese sbagliare regolarmente a citofonare a qualsiasi ora. 

3. Possano gli operatori di telefonia chiamarvi sempre appena siete seduti a tavola per proporvi le loro promozioni “tutto compreso e senza canone”. 

4. Possa il mobilificio friulano proporvi gli sconti sulle camerette da bambino appena avete riagganciato con l’operatore di telefonia e vi siete risieduti a tavola 

5. Possa essere il vostro capo che vi chiama per lavoro o vostra suocera che v’invita a cena quando alzate il telefono e gridate “ma vaffanculo, va!” pensando che sia ancora il mobilificio friulano. 

6. Possa vostro figlio o figlia appena maggiorenne firmare il contratto d’acquisto rateale di un’enciclopedia da 300 volumi pensando di farvi contento. 

7. Possa vostra moglie parcheggiare regolarmente in zona ZTL e sotto le telecamere. 

8. Possano i testimoni di Geova suonarvi il campanello ogni domenica mattina alle sei e mezza. 

9. Possano i vostri amici invitarvi a una cena a base di nduja calabrese ignorando che soffrite di emorroidi. 

10. Possa il vostro barattolo di olive denocciolate contenerne una ancora con il nocciolo e che possiate avere in bocca l’impianto nuovo pagato una cifra. 

11. Possa il decoder del vostro televisore guastarsi prima della partita e sovrapporre il canale di Tele Medjugorje a quello della telecronaca. 

12. Possa vostra suocera religiosissima farvi visita con il parroco per benedire la casa proprio mentre state esprimendo ad alta voce la vostra opinione su Tele Medjugorje. 

13. Possa la signora moldava che vi fa le pulizie passare lo straccio imbevuto di Lysoform sullo schermo del vostro I-Pad e poi spruzzarlo anche con il Vetril. 

14. Possa la signora moldava che vi fa le pulizie lasciare uno strato di Calinda in polvere sulla tavoletta del vostro water senza risciacquare. 

15. Possa la signora moldava che vi fa le pulizie buttare i vostri pantaloni in lavatrice senza verificare se avete dimenticato il Blackberry nella tasca posteriore. 

16. Possano i vostri suoceri invitarvi a cena ogni volta che c’è il posticipo di serie A o avete la partita di calcetto con gli amici. 

17. Possiate invitare a casa i vostri amici e colleghi ad una festa a sorpresa per il compleanno di vostra moglie e scoprire che è appena fuggita con il postino. 

18. Possiate scoprire che il postino prima di fuggire con vostra moglie vi ha recapitato una cartella esattoriale di Equitalia da oltre 10.000 euro. 

19. Possano i vostri figli inserire tra gli eventi su Facebook un invito a casa per una festa e una bevuta in allegria lasciandolo “pubblico” e non “solo per gli amici” 

20. Possa il vostro ristorante preferito e che raccomandate caldamente agli amici essere chiuso dai NAS per frode alimentare e gravi carenze igieniche. 

21. Possiate digitare Legnano anziché Lignano sul Tom Tom al momento di partire per le vacanze al mare e ascoltare durante tutto il viaggio in autostrada l'avviso: “invertire il senso di marcia...” oppure, qualora foste diretti in montagna, seguire le indicazioni del navigatore per Campitelli in Abruzzo anziché Campitello in Val di Fassa. 

domenica 16 dicembre 2012

Delle astutissime ma molto fallibili tattiche di seduzione alle feste degli anni '60


Avendo risolto a modo mio il celebre dilemma di Moretti: "alle feste mi si nota di più se non ci vado o se resto lì in disparte?" con la scelta di frequentarle assiduamente rimaneva in sospeso la questione di quale comportamento adottare per ottenere la giusta visibilità ed evitare l'anonimato dell' "effetto massa", che poi una il giorno dopo ti diceva "peccato che non sei venuto!" e invece c'eri. Abbandonai subito l’ipotesi di imitare un mio compagno di classe che si atteggiava a compagnone allegro e confidente di tutte un po’ perché non era nelle mie corde e aveva pure l'aria malaugurante del temutissimo "restiamo amici", un po’ perché la parte la faceva già lui e non era il caso di farla in due, ma, soprattutto, perché, come giustamente osservato molti anni dopo dal giovane Pippo di “Dillo con parole mie”, chi sceglie di fare “l’amico delle donne” generalmente va in bianco perché con gli amici ci si confida ma non ci si mette, se non in età adulta e come ultima ratio. Dunque, non volendo aspettare tanto tempo, la tattica che adottavo era quella ben collaudata di assumere l’aria malinconica di chi si porta dentro un grande dolore e se ne sta in disparte con il suo bel bicchiere di coca-cola in mano. Insomma, una cosa a metà tra l’umore tenebroso di un giovane Werther che vede Charlotte imburrare una fetta di pane per Albert e un poète maudit

Dai diciassette anni in poi, come detto in precedenza, avevo introdotto tra gli strumenti di seduzione anche le Gauloises senza filtro, che lasciavo penzolare dal labbro come un giovane Alain Delon, ma stando ben attento a non riempire i denti di pezzettini di tabacco, con il rischio di ritrovarsi il “sorriso primavera” come con i tramezzini vegetariani. Naturalmente, l'espressione triste andava utilizzata senza esagerare altrimenti si finiva come Emanuele a fare il ruolo di quello un po’ sfigato che cambia i dischi. Doveva essere giusto un velo, uno sguardo disilluso da uomo ferito ma non domo da far balenare ogni tanto. Quindi occorreva studiare con cura la candidata da scegliere tra le meno peggio di coloro delle quali ti accorgevi, intercettando qualche sguardo insistito, che ti avevano notato a loro volta. Soprattutto, occorreva essere sicuri che non ci fossero da parte sua o di altri delle mire in corso, per evitare spiacevoli incidenti diplomatici.



L'unico pezzo dei Rolling ammesso alle feste per dare un tocco di swinging england

A questo proposito, siccome l' "Arte della guerra" insegna che il primo passo verso la vittoria consiste nel saper scegliere realisticamente il proprio nemico, conveniva abbandonare subito la pretesa di indirizzare le proprie attenzioni verso la fascia di nicchia delle "bellone abbaglianti " dove trovavi più affollamento di pretendenti che sul vaporetto della linea 1 nelle ore di punta. Lo stesso valeva per le "belle incantevoli" e le "carine intriganti" dove i duellanti erano ancora in buon numero. Invece, scegliendo come target il vasto territorio delle "graziose-accettabili" fino al livello del "che non si fila nessuno" la possibilità di trovare la concorrenza era molto ridotta, incontravi quasi sempre ragazze sveglie, di grande simpatia e molto piacevoli perché non se la tiravano come le altre e magari la possibilità d'incrocio tra domanda e offerta era attraente per entrambe le parti. In ogni caso, una volta individuato il bersaglio e ultimate le verifiche, tutto era pronto per l’attacco che doveva essere effettuato con la determinazione e la rapidità di un incursore di marina. 

Non appena lei era seduta a rifiatare da qualche parte, possibilmente senza amiche attorno, era il momento di spegnere con decisione la sigaretta (che spesso si era già spenta per conto suo, perché a forza di tenerla in bocca si era inumidita). Dopo aver passato rapidamente la lingua sui denti per rimuovere gli eventuali pezzetti di tabacco di cui sopra, ci si avvicinava alla preda con l’aria di chi aveva improvvisamente deciso di dare un calcio alla cattiva sorte e fissandola con lo stesso sguardo che mia madre classificava come "fecondatore" si proferiva un: "Vuoi ballare?" che non ammetteva rifiuti. Di solito lei spalancava gli occhioni ingenui e rispondeva stupita: "Chi, io? " 
Così, dopo esserti morsicato la lingua per non ribattere: "Certo, bellina! Chi vuoi che inviti? La tua sedia? "  dovevi risponderle come il Principe Azzurro di Cenerentola con un suadente: "Sì, è proprio con te che vorrei ballare, sai? Però se non vuoi... " . 
L'ultima frase serviva a farle intendere come fossi una persona di sentimenti profondi e disposta anche ad accettare l'ennesima cattiva sorte di un rifiuto. 
Il suo: "Ma certo che lo voglio! Sono qui per questo, mica per far tappezzeria, che diamine!" era implicito nel fatto che a quel punto lei si alzava subito prima che potessi cambiare idea e raggiungeva con te il centro della sala.



Un altro classico per stare avvinghiati sulla mattonella di quegli anni


Ovviamente, per avviare le danze, che dovevano essere lente e struggenti, occorreva aspettare che finisse la manciata iniziale di twist e surf, utile solo per frollare le carni. Dopo i rituali convenevoli di cortesia (nome, cognome, scuola, numero di matricola) bastava di solito aver la pazienza di aspettare un pochino e la pesciolina, curiosa come tutte le donne, abboccava all'amo con l’atteso: "Ti posso chiedere una cosa un po’ indiscreta? Come mai te ne stavi tutto solo? ". 
Questa sua domanda ingenua era la prova provata che aveva notato il tuo velo di malinconia e che ora si stava ponendo il problema di come ficcare il naso nei tuoi affari sentimentali, che dovevano esserne la causa. 
Da quel momento in poi, disponendo di inventiva e dialettica, si giocava alla grande rivelandole gradualmente tutta una serie di sofferti “ti dico e non ti dico” a proposito di una recente e tristissima storia d’amore con una ragazza che l'aveva illuso e poi lasciato di punto in bianco per mettersi (chi l'avrebbe mai detto?) proprio con uno dei suoi migliori amici. Se il racconto era credibile di solito provocava dopo pochi istanti la domanda incuriosita "Ma (questa zoccola) la conosco?" . Qui si doveva rispondere "forse sì, ma come immagini non voglio dirne il nome per correttezza" e questo ti dava subito dieci punti bonus nella sua considerazione. Era comunque importante mescolare nello stesso pentolone della vicenda ingredienti forti quali: l’amore infedele, l’ingenuità oltraggiata e irrisa, l'amicizia tradita, l’inganno crudele... cioè la serie completa di tutti i peggiori luoghi comuni delle soap opera.

Durante il ballo era necessario aumentare progressivamente la stretta e insinuare per gradi nel discorso concetti riassumibili in: "Magari la mia ex fosse stata una donnina dolce e comprensiva come te. Allora si che avrei avuto la felicità a portata di mano". Di solito lei annuiva pensosa e si stringeva di più. A quel punto occorreva avere ancora un po’ di pazienza, mentre la pesciolina si rosolava ulteriormente al fuoco delle chiacchiere e aspettare il momento clou di tutte le feste: lo spegnimento della luce. Prima o poi, infatti, arrivava sempre il momento in cui qualcuno facendo finta di essersi appoggiato con la schiena all'interruttore spegneva le luci della sala. In quel preciso istante tra tutte le coppie in sala partivano delle raffiche di baci e di stropicciamenti frenetici (ma solo per i più evoluti). Occorreva però sbrigarsi a pomiciare perché appena si accorgeva del buio la madre della padroncina di casa accorreva a sirene spiegate con la velocità della polizia nei film americani per ripristinare l’ordine e smascherare il colpevole che era severamente redarguito di fronte a tutti (lo dirò a tuo padre) e a volte persino invitato ad andarsene con un rosso diretto. A casa di una ragazza di Cannaregio arrivò perfino la nonna con la scopa in mano, salutata dall’applauso di tutti.



Brano di grande popolarità, anche perché l'arpeggino facile 
per fare i fenomeni con la chitarra lo facevamo tutti.


Con il favore delle tenebre potevi infliggere alla preda la stoccata finale del matador e sussurrarle in rapida successione una serie di cosette tanto dolci da intenerire anche Angela Merkel. Al termine della sequenza, tenendo pronto il Kit di salvataggio "scuse-fraintendimento", era possibile provare a darle un primo tenero bacino di test sulla fronte, sugli occhi (a patto di non sciuparle il Mascara) o anche sul lobo dell’orecchio, ma senza mordicchiarlo ancora. La scelta tra queste opzioni dipendeva in particolar modo dalla statura della malcapitata che imponeva alcune regole da rispettare:
1-Se ti accompagnavi a delle nanerottole andava bene il classico bacio sugli occhi o sopra la teca cranica. 
2-Se ambivi a delle cavallone: bacio sul lobo e, nei casi estremi, sulla punta del mento o sul gargarozzo e fino a dove si arrivava senza camminare sulle punte come una ballerina classica, evitando comunque il bacio all’attaccatura del seno in quanto prematuro. 
3-Se, infine, eri interessato al genere normolineo, bastava un bacio sul lato del collo, o, meglio ancora, dietro l’orecchio stando attento però a non farle cadere l’orecchino che poi ti toccava cercarlo subito in ginocchio sul pavimento prima che gli altri lo pestassero, con grave rischio per le tue delicate dita da chitarrista. 
In mancanza di apprezzabili reazioni negative, si poteva finalmente, dopo tanta fatica, passare al bacio vero e proprio (modello base, lingua optional) con successiva, travolgente limonata su divano appartato e/o in una delle tante callette buie dove passavano sì e no due persone al giorno, eccetto quando stavi pomiciando. 


L'astuto (più o meno) tombeur de femmes all'epoca dei fatti

In realtà, la tattica che dava i migliori risultati per incuriosire positivamente le ragazze era quella che mi veniva spontanea nella vita di tutti i giorni per una naturale predisposizione alla timidezza e all’essere imbranato nelle faccende quotidiane come tutti i giovanotti cresciuti nella bambagia di mamme, nonne e zie che tutto sanno e che a tutto provvedono . Però essendo un maldestro volonteroso cercavo almeno di rimediare alle mie carenze con soluzioni ingegnose, ma quasi sempre con risultati discutibili. Per esempio, fino al giorno in cui cominciai a vivere fuori di casa nell’appartamento padovano ero del tutto all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi, questo perché mia madre e mia nonna come due fatine buone facevano periodicamente il giro dei cassetti e degli armadi rinforzando all’occorrenza quelli penzolanti. Così, appena scoperta la caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare aghi con il filo già inserito nel cestino da lavoro di mia madre. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni del loden e delle camicie attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le ragazze del’epoca. Questo giacché a rinforzo dell’addestramento da “angelo del focolare” impartito a quei tempi dalle madri, a scuola avevano anche l’ora di economia domestica per diventare bravissime oltre che nello sfornare crostate bruciacchiate anche nel cucito e nel lavoro a maglia. Così, oltre ad infliggerti tragici maglioni con gli orli sformati e con le maniche di diversa lunghezza, guardavano divertite e con tenerezza materna quei miei rammendi improbabili (e non avevano nemmeno visto i calzini blu ricuciti con il filo rosso). Ed era proprio sull’istinto materno che ad un certo punto decisi di puntare per entrare nelle grazie del gentil sesso anche perché non mi costava molta fatica, visto che spesso le cretinate per intenerirle mi venivano spontanee.



Poi nel 1970 arrivarono loro e alle feste la sentivi almeno cinque volte a serata

Ricordo a mo' di esempio la tragica serata di quando andai ad una festa al Lido a casa di una tizia che neppure conoscevo e solo perché mi era stato detto che ci sarebbe stata anche una ragazza del Liceo Marco Polo di nome Claudia, che mi piaceva un sacco. Mi ero fatto invitare da amici comuni che mi avevano detto che la casa della festeggiata si trovava in una traversa di via Sandro Gallo che finiva di fronte alla laguna. Le mie poche informazioni dicevano anche che la festa era di buon tono e quindi ero elegantissimo, con disco omaggio per la padroncina di casa. C’era un nebbione fittissimo quella gelida sera di gennaio e temevo che i vaporetti per il Lido non si muovessero, ma per fortuna, dopo venti minuti di attesa infreddolita all’imbarcadero di San Zaccaria, arrivò la motonave che aveva il radar e mi portò a destinazione. Imboccata la strada che mi era stata detta con un bel ritardo, realizzai di non aver chiesto il numero della casa in cui dovevo andare, ma la paura di non trovarla durò pochissimo, giusto il tempo di sentire musica e risate da una villetta con giardino a metà della via. Suonai, mi venne subito aperto il cancello e una ragazza molto caruccia e sorridente arrivò ad accogliermi sul portone “Ciao! Io sono Silvia e tu?” 
Sorrisi a mia volta “ Ciao, Silvia, io sono Carlo, grazie per avermi invitato. Sei tu la festeggiata?” 
Lei annuì, io le porsi il long playing degli Who che le avevo comperato e dopo il "Ma dai...non dovevi disturbarti" di routine ci demmo due bacini di ringraziamento, poi lei mi prese il cappotto dicendo di accomodarmi in salotto con gli altri, che sarebbe tornata subito. Lo feci molto volentieri, salvo rendermi conto dopo dieci minuti e un paio di pizzette e coca cole, che io di quella gente non conoscevo nessuno. Non erano del mio giro, ma questo non voleva dire nulla visto che il Lido non era tra le mie frequentazioni abituali, però non c’era neppure la ragazza per cui ero lì.


in certe case trovavi  perfino lo stereo della Pioneer (lo conservo ancora)
ma tanto poi ci mettevano su Petula Clark, Dino e Nico Fidenco
che per quelli bastava  il mangiadischi Geloso

Attesi che questa Silvia ritornasse in vista, poi le domandai “Scusa, ma non vedo Claudia. Non è ancora arrivata?” .
Lei mi guardò perplessa e disse “ Guarda che Claudia c’è. E' in cucina a dare una mano a mia madre con i tramezzini... ma come mai conosci mia sorella?
Ah...caspita! Non avevo capito che Claudia abitasse qui e avesse una sorella, e che sorella. Ma anche tu sei al liceo Marco Polo come lei?” 
Lei rise divertita “Guarda che mia sorella Claudia è alla Scarsellini, aspetta che te la chiamo...” .
Nello stesso momento in cui la chiamava ricordai che la Scarsellini era una scuola elementare. Infatti arrivò al mio cospetto una bambinetta di circa otto anni con le treccine che si presentò e mi strinse la mano con grande compostezza e un accenno d’inchino.
Guardai sconsolato la padrona di casa “Scusa, ma temo ci sia un tragico errore... credo di aver sbagliato festa” 
Silvia rise di nuovo, ma stavolta proprio di gusto “Ma va? Ma cosa mi dici? Sai che forse cominciavo a sospettarlo?” .
Scusandomi per la figura barbina le chiesi il cappotto per rimettermi in strada a cercare l’altra festa, ma lei si oppose carinamente e mi riportò per mano in salotto, poi dopo aver chiesto un attimo di silenzio ai suoi amici disse loro indicandomi: “Qui c’è un povero viandante disperso nella nebbia e di nome Carlo che ha bussato per sbaglio alla nostra porta. Daremo noi generosa ospitalità a quest’anima smarrita, anche se ci ha portato un disco che non si può ballare?
Tutti dissero in coro di si e io, rosso d’imbarazzo, rimasi in quella festa. Mi andò pure bene perché qualche giorno dopo, visto che l’avevo intenerita con la mia disarmante idiozia, mi misi assieme con quella Silvia (qualche bacetto e poco altro, che all'epoca era il massimo che ti veniva concesso), che poi lasciai dopo due settimane, anche perché mi rivelò di aver cambiato il mio long playing degli Who con uno dei Dik Dik e questo non lo potevo tollerare ma anche perché andare avanti e indietro dal Lido mi costava un patrimonio e un mucchio di tempo. Due ottimi motivi, direi. O no?

martedì 11 dicembre 2012

Delle struggenti feste in casa degli anni ’60 (Tous les garçons et les filles de mon âge...)



Qualche sera fa, grazie al fatto che i bioritmi dell’elfa la rendevano propensa alla socializzazione anche per attività extra tango, abbiamo accettato l’invito di alcuni nostri amici per un cinema di gruppo. Ovviamente, trattandosi di un multisala, c’è stata subito la proposta delle signore di rifilarci l’ultima puntata di Twilight Saga, con i suoi "vampiretti fighetti" griffati e incipriati, i lupacchiotti borgatari, Bella (sexy quanto una gallina lessa) e tutto il contorno di smancerie, mordicchiamenti e sospiri d’amore, acne juvenilis compresa. Dopo un’accesa discussione davanti al botteghino con immediate minacce di divorzio e di visione in sale separate (e che ciascuno si prenda di tasca propria i popcorn e le sue M&M’s al cioccolato fondente), è prevalsa la tesi dei mariti che, se di regressione adolescenziale e di vampiri si doveva trattare, tanto valeva vedere Hotel Transylvania. Così, alla fine, ci siamo pure divertiti con un gran bel film di animazione e all'uscita dal cinema, verso mezzanotte, riappacificati e soddisfatti ci siamo recati tutti al Kofler, che tanto tiene aperto sino alle tre del mattino e trovi sempre posto perché è enorme, per finire la serata con un giro di pizza, birra e patate fritte a volontà. Seduta vicino a noi c’era una coppia giovane e molto simpatica che ad un certo punto ha iniziato a raccontarci le paturnie del figlio quattordicenne e timidissimo, tutto casa, mamma, Nutella e videogiochi, che era stato appena invitato ad una festa da una sua compagna di classe assai più sveglia, come è normale a quell'età, che lo stava “puntando” fin dal primo giorno di scuola. Il povero pargolo, che sapeva di essere concupito (lo aveva appreso, non a caso, da un'amica comune, che lui manco se ne accorgeva), era in agitazione da giorni perché non sapeva ballare, non aveva idea di come vestirsi e, soprattutto, non sapeva come comportarsi con lei se si fosse fatta avanti con qualche avance. Così stava meditando di trovare una scusa accettabile per declinare l’invito nella speranza (molto vana, figliolo...) che lei non capisse.

L'espressione tipica dell'elfa quando inizio a smenarla con i ricordi degli anni '60


E anche se alla mia domanda stupita: "Ma... allora esistono ancora le feste in casa?" era stato risposto con altrettanto stupore: "Ovviamente no... la festa la fanno in discoteca, al Molo 5. Ha presente?" è bastato solo questo per sprofondarmi subito, complice anche la birra scura da litro che avevo di fronte, nelle più struggenti malinconie per via quelle vecchie care feste in casa di cui conservavo ancora vivo il ricordo. Soprattutto di quel mio primo invito da quattordicenne implume, proprio come il figlio dei nostri amici, ad una festa vera, di quelle in cui si ballava ma, soprattutto, dove c’era una mia compagna di ginnasio che voleva mettersi con me. Anch'io, una volta accettato incautamente l’invito (se una viene a fartelo nell'intervallo, durante la partitella di calcio nel cortile della scuola, accetteresti qualsiasi cosa pur di levartela di torno) , andai subito in crisi perché non avevo la più pallida idea di come si ballasse (non l'ho neppure adesso). Tuttavia, essendo di natura ingegnosa, mi misi alacremente all'opera per colmare le lacune. Guardai a lungo i ballerini in televisione e scoprii che per ballare il twist, che furoreggiava in quell'anno, bastava piegare alternativamente le ginocchia a destra e a sinistra, salendo e scendendo. Una cosa un po’ buffa, ma alla mia portata e che in ogni caso, male che andasse, sarebbe servita a migliorare la mia tecnica di dribbling a calcio. 

Per i lenti mi affidai ad una vecchia foto di papà e mamma ripresi in qualche Circolo Marina intenti alle danze. Fissai nella mente il posizionamento quasi in punta di dita della mano del cavaliere nel cingere i fianchi della dama e soprattutto come la mano di questa s’intrecciasse a quella del partner a braccio teso e in foggia d’attaccapanni, quasi all'altezza delle teste. Trascurai invece, fatto in seguito dimostratosi assai grave, di considerare le traiettorie dei piedi. 



Il prototipo acqua e sapone delle ragazze di quegli anni. 
Tutte filiformi, timidine e pettinate così. 
Poi arrivarono Jane Birkin e Serge Gainsbourg a dare un po' di verve...


Il giorno fatidico mi presentai abbastanza preparato ad ogni evenienza e con il cofanetto di caramelle Sperlari in mano, che faceva tanto fine, nella bellissima casa sul Canal Grande della mia amica. Ero vestito con una vecchia giacca di tweed di papà (color miele), pantalone marrone scuro, mocassini inglesi e un lampante maglione giallo uovo con cravatta regimental a righini marrone. Un abbigliamento niente male per una gita in campagna con la spider. Peccato che gli altri giovanotti fossero tutti vestiti con impeccabili vestiti blu. In pratica mi sentivo a mio agio come un canarino in mezzo ai pinguini. Così, dopo quella sera di grande imbarazzo, decisi di presentarmi alle feste sempre elegantissimo, saccheggiando di nuovo a mani basse il guardaroba di mio padre. Naturalmente, trattandosi spesso di festine informali organizzate all’ultimo minuto uscendo da scuola, mi capitò alcune volte di trovare tutti gli ospiti vestiti in jeans e maglionacci vari, provando di nuovo quella sensazione terribile di essere del tutto fuori posto. Questa volta, però, come un pinguino in mezzo ai canarini. In seguito, siccome la vita è maestra d'esperienza, presi la sana abitudine di informarmi in anticipo sul tono delle feste alle quali avrei partecipato. 

Quella sera, comunque, la padroncina di casa, come temevo, mi puntò subito senza tanti fronzoli e dopo avermi preso per mano e trascinato in mezzo al salone, m’impose di danzare con lei. Per tenerla a distanza di sicurezza cercai di rifugiarmi nel twist su cui ero preparatissimo, ma non ci fu speranza alcuna. Qualche sicario prezzolato tolse subito “Guarda come dondolo” e iniziò a mettere sul giradischi solo brani lenti e di un contenuto terribilmente allusivo sfruttando tutto il repertorio più romantico di Endrigo, Paoli e Luigi Tenco: da “Il cielo in una stanza” a “Senza fine”, passando per “Ho capito che ti amo” e fino a “Io che amo solo te”. Non ci voleva molto a capire l’aria che tirava e chi dovesse essere il destinatario di tanto amore. Così, malgrado tutti i miei diversivi per rinviare l’attimo fatale, alla fine, usciti sul balcone con la scusa di rifiatare al fresco della sera, scoccò tra noi anche il primo bacio sulla bocca (castissimo e tipo la ventosa del lavandino). 


 ..quando partiva questa canzone uno dei due rivelava i propri sentimenti. 
Era inevitabile. Il bacio di conferma però lo era di meno...

M’imbarazza rivelarlo, ma fino ai diciassette anni sono stato molto festaiolo e fancazzista. Quest’ultima cosa per attitudine naturale (l’avevate già capito, immagino…), l’altra invece per necessità, perché Venezia non possedeva sale da ballo, discoteche o luoghi simili, a parte un localino losco dalle parti dell’Accademia dove proprio non era il caso di metterci piede e, comunque, era consigliabile stare con la schiena appoggiata alla parete. Per questo motivo le feste in casa, oltre ad essere l’occasione per conoscerne di nuove al di fuori del giro del tuo liceo, erano anche l’unico modo per ballare appiccicato con una ragazza. Dopo i diciassette anni, con l'ingresso travolgente di Donatella nella mia vita sentimentale ebbi modo di realizzare scoperte nuove ed emozionanti su come fosse possibile avvinghiarsi ad una ragazza in altro modo e questo rese subito meno attraenti le occasioni di ballare. Ma di questo ne abbiamo già scritto un libro intero e perfino una commedia.

Le feste più simpatiche erano quelle improvvisate all’uscita da scuola a cui andavi solo per il passaparola e neppure sapevi chi fosse la padrona o il padrone di casa. Poi c’erano quelle più formali per qualche compleanno, dove bisognava andare con il regalino e se non avevi un disco che non ti piaceva o altra paccottiglia da riciclare ti toccava metter mano alle tue paghine faticosamente risparmiate. Quando qualche ragazza della buona borghesia veneziana compiva i fatidici diciotto anni la festa in casa era assolutamente d’obbligo e molto sontuosa. I ragazzi si presentavano tutti agghindati in abito scuro mentre le ragazze indossavano quegli abiti lunghi con i fiocconi sul sedere in stile Mary Poppins che le rendevano veramente stuzzicanti. A vent’anni, sia per le feste estive al Lido, ma anche per imbucarmi a sbafo alla Mostra del cinema, indossavo perfino un raffinato smoking bianco un po’ sdrucito, ovviamente appartenuto a mio padre e riadattato amorevolmente da mia madre con qualche ora di macchina da cucire. Smisi di usarlo quando la madre di una festeggiata, scambiandomi per uno dei camerieri della ditta che organizzava il rinfresco mi disse di non stare lì a guardare e di fare ancora un giro con le aranciate. 

Festa in giardino con lo smoking bianco e la mia lei dell'epoca  

Con l’occasione delle feste si sprecavano da ambo le parti quantità industriali di lacche e dopobarba Dunhill per i più abbienti o English Lavender Atkinsons per i meno abbienti ma raffinati come me e Pino Silvestre per tutti gli altri, anche se pochi tra noi possedevano delle barbe plausibili, tanto che un mio compagno di liceo si radeva regolarmente pur essendo glabro perché diceva che così stimolava i peli a crescere. Emanuele, il mio compagno di banco, dopo la conquista del pantalone lungo, ma pur sempre con le bretelle color sabbia e a righine sottili, essendo parsimonioso usava uno strano profumo spagnolo, ricordo di suo padre, antifascista e combattente nelle Brigate Internazionali, che nella guerra civile del 1938 ne doveva aver catturato diversi barili. Lui lo conservava in uno spruzzatore a pompetta dismesso da sua madre, con il quale se ne cospargeva a pioggia lodandone l’aroma voluttuoso, ma a mio parere quel profumo sapeva da calzino vecchio e serviva solo a tener lontane le zanzare, oltre che le donne. Aveva poi ereditato da suo papà alcune tremende cravatte di seta cangiante con disegni di palmizi e dischi volanti che per lunghi anni costituirono un classico dell’orrido metropolitano. 


... questa alle feste era infallibile per rimorchiare. Un vero grido di passione...

Ogni tanto si tirava tardi fino alle quattro o alle cinque del mattino tanto per fare stare in pena le mamme e così al ritorno si andava a bussare alle saracinesche delle panetterie per farci dare il pane ancora caldo o i croissant fragranti di marmellata da ustioni. Quasi sempre ci cacciavano a male parole, ma a volte c’erano anche dei fornai simpatici, come quelli in Ruga Rialto o in Strada Nova, che per qualche soldino ti davano una dozzina di mantovanine appena sfornate e che quando le aprivi in pieno inverno sembravano fumogeni da stadio, però scaldavano le mani ed erano di una bontà indescrivibile. 

A volte succedevano anche delle scene imbarazzanti nel momento in cui noi giovani rampolli fancazzisti della buona borghesia veneziana salivamo in massa sul vaporetto alle cinque del mattino, tutti mondani e festaioli in abito da gran sera, trovando il battello pieno di turnisti in tuta blu che tornavano stravolti di stanchezza dalle fabbriche di Porto Marghera e ci guardavano storto, con molti e fondati motivi. Talvolta si avvertiva qualche battutaccia dialettale che facevamo finta di non sentire. Qualche anno dopo sarei andati davanti a quelle fabbriche in eskimo a far volantinaggio e incitando alla lotta di classe, ma allora non lo potevo sapere e dunque me ne vergognavo assai. 

Alle feste come ho detto, si arrivava invariabilmente con il long playing in omaggio (spesso riciclato, come uno di Peppino di Capri che ormai riconoscevo a vista, da tante feste aveva girato) e si scopriva, altrettanto invariabilmente, che la padroncina di casa ne aveva ricevuti già altri cinque uguali. Solo il succitato Emanuele, che era tragicamente démodé, si intestardiva a presentarsi con la scatola di caramelle Rossana Perugina. 


...questa invece divenne un must alle feste appena le ragazze 
iniziarono a scoprire la Swinging England, giacché partivano per tre mesi, 
prendevano la cotta per qualche ragazzo inglese del college 
e al ritorno ti lasciavano (vita vissuta)...

Non si bevevano che aranciate e coca-cola, anche se, ogni tanto e in assenza dei genitori, saltava fuori tra gli applausi la chiave dell’armadietto dei liquori. Così qualcuno si prendeva tragiche sbronze di Bianco Sarti, di Punt e Mes e nei casi gravi anche di Bitter Campari e Liquore Strega. Ed erano di quelle ciucche che se non vomitavi l’anima in calle, poi rimanevi con il mal di testa e la bocca dolciastra per delle settimane. Io reggevo l’alcol abbastanza bene, anche perché non amo i liquori zuccherosi e quindi li lasciavo agli altri, però dopo la festa di fine liceo ho visto sorgere un’alba di giugno su una panchina della Giudecca aspettando con gli occhi gonfi di sonno il primo vaporetto, senza ricordare come ci ero arrivato e perché.

Si fumava poi qualsiasi porcheria che potesse darci un’aria vissuta alla Humphrey Bogart facendo colpo sulle ragazze. C'era gente che fumava le Nazionali, le Macedonia e le Serraglio che erano la versione aggiornata delle Milit del tempo di guerra (Merda Italiana Lavorata In Tubetti). Tutte rigorosamente senza filtro, tanto che dopo ogni boccata, se non si tossiva subito, si passava qualche secondo a sputazzare tabacco qui e là, che per la seduzione non era il massimo. Io mi facevo notare con le più signorili Gauloises, il cui pacchetto azzurro intenso spuntava regolarmente dalla mia inseparabile camicia spazzacamino (rigorosamente indossata fuori dei jeans a zampa d’elefante) e si intonava con il colore della stoffa e con quello dei miei occhi azzurri così da sciupafemmine che la mia mamma notava preoccupata come a volte i miei sguardi fossero realmente fecondatori. Comunque, visto che parliamo delle feste da liceale, nel prossimo post fornirò qualche cenno, spero ancora utile se non a voi almeno ai vostri figli, sulle raffinate tecniche di seduzione che avevo messo a punto in quegli anni. Magari funzionano ancora. Attendez quelques jours, s'il vous plaît...



venerdì 30 novembre 2012

Del doloroso antefatto alla commedia e del pollo al barolo a modo nostro


Nell'attesa di avere i filmati dei due spettacoli che abbiamo messo in scena a Mestre e ad Este (andati alla grande) per farvene la cronaca e mostrare qualche sequenza, mi trovo costretto a fare da badante al bretone che due settimane fa è stato azzannato da un grosso bull terrier in versione libero e bello (dice che gli è scappato, ma non ci credo) che gli ha spezzato la zampa posteriore destra facendolo finire due ore e mezza sotto i ferri. Tranquillizzandovi subito sul fatto che il chirurgo ha garantito che il giovanotto torna come nuovo, la cosa ha comportato anche l'avere un clone saltellante di Pietro Gambadilegno, che quando passeggia di notte sul parquet del corridoio con i suoi "toc... toc.." ci fa svegliare con il cuore in gola perché ci pare di avere qualcuno in casa. Inoltre, avendo la casa disposta su due piani, ora posso allenarmi nella disciplina olimpica di "trasporto in braccio su e giù per le scale di cane inerte, categoria 24 chili" e se non mi viene l'ernia, di sicuro avrò di nuovo degli addominali scolpiti da far invidia ad un cubista. Speriamo che l'elfa, che ultimamente è molto critica sul mio aspetto fisico, da lei definito "florido", lo apprezzi.

Comunque, il nostro aggressore oltre a sforacchiare il bretone in varie parti (gli hanno messo diversi punti di sutura) ha pensato bene di assaggiare anche la mano che gli aveva appena dato un pugno sul cranio per staccarlo dalla gola del suo cane, cioè la mia. Così, siccome le ferite da morso dei cani s'infettano facilmente, oltre al ciclo di antibiotici ho dovuto anche sottopormi ad una bella medicazione ambulatoriale con dolorosissime infiltrazioni di acqua ossigenata nella ferita (meno male che sono di una generazione che si è formata con i John Wayne operati sul tavolaccio stringendo solo del cuoio tra i denti, così non ho urlato per non dare soddisfazione alla dottoressa che me lo aveva preannunciato) e, soprattutto, sono stato costretto a recitare con un vistosissimo ditone medio color verde menta (sono dei nuovi cerotti elastici tipo velcro e quando ho chiesto se si poteva almeno avere un colore meno vistoso mi è stato detto che era disponibile in alternativa solo quello per bambini, rosa fucsia e con gli smiles. A malincuore ho dovuto tenere il ditone leghista). Naturalmente il ditone mi ha anche impedito di scrivere al computer, dato che ogni volta che premevo un tasto come minimo ne usciva un "QWERTY" o cose simili.

Il nostro giovane e creativo regista Rico "Silver" Silvestri, al suo debutto
sulle scene e immortalato fuori dal teatro di Este

Malgrado ciò desideravo scrivere appena possibile per non lasciare il blog inattivo da troppo tempo e ora che ho tolto la medicazione, finalmente posso farlo. Ho solo l'imbarazzo della scelta. Potrei raccontare, per esempio, che questa mattina l'elfa quando mi ha visto tornare tutto bardato con il piumone con il collo di pelo, la sciarpa e il berrettone di lana calato sulla fronte dalla passeggiata nel gelo con il pirata Gambadilegno mi ha chiesto subito come fosse andata la pesca delle aringhe, dato che le sembravo il comandante di un peschereccio delle isole Lofoten, tuttavia non lo farò (ehm...) perché poi lei si lamenta che la metto in cattiva luce sul blog e, comunque, io non sono permaloso (ehm...). 

Così, essendomi sostanzialmente rotto le scatole di tutti quelli che in questi giorni pedalano nella farina sui giornali e nelle televisioni per dimostrare all’inclito pubblico elettore (che ormai ci siamo quasi) che Tizio è migliore di Caio e ci condurrà ad un nuovo ballo Excelsior con il trionfo della Luce sull'oscurantismo e tanto di magnifiche sorti e progressive incluse, stacco un attimo e riprendo a raccontare la mia quotidianità (la buona vecchia fuga nel privato…) e magari a frugare nel cassettone delle mie cavolate giovanili, che lì è terreno fertile.


Eccomi in scena nei panni del padre di Donatella,
con il ditone verde che spicca vistosamente 
sul bianco del gatto Belzebù.

Dunque… avendo un figlio ventiseienne che, dopo gli esordi in Erasmus a Vilnius con un discutibile ragù al ketchup (si giustificò dicendo che non sapendo il lituano credeva di aver preso una passata di pomodoro) oggi sostiene di essere ormai un giovane Cracco e ci racconta con orgoglio di leggendari risotti alla ricotta e speck cotti nella birra scura, per non parlare del suo sushi da far invidia a Jiro Ono e di essere diventato il più rinomato e ricercato cuoco tra i suoi amici di Vienna e ora di Düsseldorf, (però quando torna a casa non mette nemmeno il pentolino del latte sul fuoco) mi sono inevitabilmente ricordato i miei disastrosi esordi in cucina, sempre in ambito studentesco, anche se padovano, che qui ripropongo anche a fine didattico e di monito agli apprendisti cuochi.


Gli esordi da cuoco di mio figlio all'Ostello dell'Università di Vilnius.
Raffinato ed elegante come le cene di Arcore...

All'epoca avevo preso alloggio in un miniappartamento a due passi dalla facoltà assieme a Roberto, un simpatico cialtrone figlio di un ufficiale di Marina (collega e amico di mio padre) e drammaticamente indietro negli esami come me. Non che ce ne fosse realmente bisogno dell'appartamento essendo Padova a 30 minuti di treno da Venezia, ma alle nostre rispettive madri sembrava un’eccellente idea per far in modo che i due pargoli studiassero tranquilli insieme, unendo le loro mediocrità per proseguire spediti nel percorso universitario. Per noi, invece, era la realizzazione di un sogno: iniziare il vorticoso giro di donne e di vita dissoluta che era nei nostri piani.

Dopo poche settimane, però, iniziarono i problemi di convivenza perché Roberto, che da figlio unico era viziatissimo (mentre io, avendo un fratello minore, ne ero sicuramente esente), non faceva letteralmente un tubo per tutto il giorno. Di solito, come il Giovin Signore del Monti, entrava in bagno verso le nove e ne usciva verso le undici, fragrante di dopobarba e sbucando da una nuvola di borotalco. Io, nel frattempo, avevo lavato i piatti, rifatto i letti, fatto la spesa e stavo cominciando a cucinare. Dopo essersi vestito, il milordino veniva a tavola e, allontanando con aria annoiata il suo piatto, diceva “...ma non sai fare altro che pastasciutte ? ”. Roba che se oggi mi permettessi di dirlo all'elfa mi troverei con quattro palmi di coltello da cucina nello sterno o inchiodato sulla porta da una sua freccia al carbonio senza neppure capire come. Così, a parte che avendo già superato i livelli basic del burro e formaggio, del gran ragù Star e del pomodoro e basilico vi posso garantire che i miei sughi non erano per niente male, capii che se non avessi interrotto subito la faccenda poteva succedere che: o alla lunga lo strangolavo, o mi sarebbe venuto il complesso di Cenerentola. Quindi, essendo tendenzialmente un non violento e anche troppo giovane per mettermi in analisi dallo psicologo, lo sfidai, se si riteneva tanto bravo, a cucinare lui.

La cucina dell'appartamento padovano. Il tavolino per la colazione,
come gran parte del'arredamento minimalistico/proletario,
 era un mio design esclusivo dal nome:
"due assi  messe in croce, rubate di notte da un cantiere"

La sfida, che integrava quelle quotidiane a flipper nel bar sotto casa e a calcetto sul tavolo del salotto con i tappi del gingerino riempiti di pongo giallorosso per lui che era della Roma e nerazzurro per me (il Subbuteo di allora), fu subito accettata e fu così che arrivò il gran giorno del pollo al barolo. Un avvenimento gastronomico di grandissimo rilievo durante il quale Roberto, che lo aveva annunciato a mezzo mondo, si sarebbe esibito nella preparazione del prelibato manicaretto su autentica ricetta di sua madre, già citata come formidabile artista dei fornelli. L'aspirante cuoco si alzò dunque di buon ora e andò in Piazza delle Erbe a scegliere il pollo dai banchetti dei contadini, perché doveva essere assolutamente ruspantissimo. In casa, frattanto, era spuntata già da qualche giorno una pregiatissima bottiglia di Barolo Gaja 1964 d.o.c. (presa in prestito sine die  immagino dalle rinomate cantine del padre o di qualche Circolo Marina).

Al mercato, non senza un qualche trauma, perché all'epoca i contadini vendevano i polli vivi e gli tiravano il collo alla presenza dell’acquirente, il nostro eroe comperò (si fece rifilare…) un bestione di volatile, buono per sei persone e lo portò trionfante a casa. Così, indossato un pesante grembiulone cerato della Marina Militare (fregato a bordo dell'Impavido), di quelli che si usano in cambusa per pelare patate e preso un catino, cominciò subito una delicatissima operazione di spiumaggio della povera bestia che fin dalla prima penna si dimostrò particolarmente coriacea e decisa a rendergli dura la vita. Dopo aver tentato (invano) di sostenere che occorreva aspettare qualche ora affinché il rigor mortis dilatasse i pori del pennuto e che notoriamente le piume delle galline padovane sono più attaccate di quelle delle galline livornesi, Roberto cominciò ad accanirsi su quella povera salma e la lotta durò quasi due ore, tra lazzi (miei), bestemmie (sue) e piume (del pollo) che volavano da tutte le parti. Finalmente, nella tarda mattinata, l’ormai ex-pennuto finì nella casseruola e una volta affogato nel barolo, con l’estremo oltraggio di una carota nel sedere, fu infilato festosamente nel forno. A momenti, sembrava il varo della Queen Elisabeth.


Il tavolo da pranzo dell'appartamento padovano, dove perfino
il compagno Lenin inorridì alla vista del pollo al barolo

Nell’attesa golosa di gustare tanta prelibatezza, incominciammo a studiare diritto amministrativo, che sembrava fatto apposta per tenere l'appetito a bada. Dopo una ventina di minuti, però, avvertimmo un odore strano, ma Roberto, che se ne intendeva, affermò che, ovviamente, quello era l’aroma tipico del vino di gran corpo che si sprigionava e non ci preoccupammo un granché. Quando il pollo arrivò in tavola ci buttammo avidamente sul sughetto, sul petto e sulle cosce. Poi, tolta la carota e aperta la carcassa, fui colto da un vago senso di allarme. Chiesi a Roberto, che stava facendo avidamente scarpetta col pane: “ Ma... hai messo dentro anche il ripieno?”. Lui, con la bocca piena, e unto di sugo fino agli occhiali, mi rispose stupito: “No... perché?”. Il perché era rappresentato da una poltiglia scura, molliccia e rivoltante. Quello sciagurato, comperandoli sua madre dal macellaio, non sapeva che i polli ruspantissimi vanno anche puliti dalle interiora! 

Grazie a lui, nell’ambiente studentesco di Padova fummo a lungo celebri come quelli che si erano mangiati il poulèt a la merde .

sabato 10 novembre 2012

Le elfe e le loro notti inquiete


Cronaca della notte trascorsa in un interno di casa borghese tra due coniugi di lungo corso di ritorno da un breve soggiorno in Germania per godere al prezzo di saldo della bassa stagione di un sole primaverile del tutto inconsueto, con noi in piumino d'oca e i Deutschen a passeggio in maglioncino (raffreddore gentilmente offerto dalla mia signora che quando viaggiamo non si fa mancare nulla). Comunque, dopo qualche giorno di pioggia, anche qui è sbocciato il sole come a mille chilometri più a nord, ma in compenso ieri tirava vento di bora e oggi fa un freddo cane, di quelli che ti metteresti il maglione sopra la felpa anche per stare in casa. Dunque, appena superato lo shock termico dell'elfa che, al solito, appena è sotto la trapunta infila i suoi piedini ghiacciati tra le mie gambe per scaldarseli, mi concedo almeno dei sogni in controtendenza.

02.50 – Mi trovo in spiaggia a Jesolo (Malibu non me la posso permettere nemmeno nei sogni) e stravaccato sulla sedia a sdraio assaporo un long drink al gin e maracuja guarnito con una fetta di lime e un bellissimo ombrellino giallo, quando finalmente Gwyneth Paltrow, la vicina di ombrellone che sta leggendo un mio libro giallo, si accorge di me e mi sorride allegra incurante del fatto che Cameron Diaz stia languidamente sdraiata sul lettino al mio fianco intenta a risolvere i cruciverba della Settimana Enigmistica. Le sorrido a mia volta e lei mi dice qualcosa, ma il rumore improvviso di un elicottero copre le sue parole. Poi mi accorgo che è il frastuono di un tritaghiaccio in azione e il mio sguardo infastidito scorre verso il barista cinese del vicino chiosco che ha il sorrisetto inquietante di Jackie Chan e che sta preparando delle granite.

02.51 – Il rumore del tritaghiaccio sembra trasformarsi in quello di qualcuno che scava nella ghiaia con tanta intensità da farmi perdere concentrazione e indurre la Paltrow e la Diaz ad andare assieme a prendere una granita al caffè  al baretto della spiaggia.

le elfe appena conosciute sembrano innocue...

02.52 – Il rumore della ghiaia rimescolata ormai ha invaso i miei pensieri e si è arricchito con il cigolio di un cassetto di fine ottocento. Provo ad aprire gli occhi ancora appiccicati di sonno e nella penombra scorgo una figura in camicia da notte felpata intenta a frugare con una piccola pila nel comò tra collane aggrovigliate, bracciali, gioielli e bigiotteria varia. Farfuglio qualcosa tipo: “Chi sei? Sei un ladro?” (questa è un’ottima domanda, le cronache nere pullulano di ladri in camicia da notte felpata che rispondono affermativamente).

02.53 – La figura risponde “Scusa…” poi spegne la pila e accende brutalmente la luce. Riconosco l'elfa all'interno della camicia da notte.  E' una felpata rosso lacca punteggiata da tante pecorelle bianche e da una nera. La pecora nera mi conferma che non può che essere lei...

02.54 – Dopo aver nascosto la testa sotto il cuscino ed espresso un giudizio sferzante sulla moralità della mia consorte di cui pagherò le conseguenze in seguito, cerco a tentoni la sveglia dell’Oregon Scientific sul comodino per cercare di capire che ora sia, ma la faccio cadere ed esplode come suo solito sul pavimento scagliando le pile nel raggio di diversi metri e comunque sempre sotto qualsiasi mobile da dove le potrò tirare fuori solo con la scopa. Immagino che le bombe a grappolo funzionino così.

02.55 – Ho recuperato abbastanza lucidità da iniziare un dialogo serrato con l'elfa.
Si può sapere che stai cercando a quest’ora di notte?”
Lei, senza smettere di rovistare nel cassetto, con il tono infastidito di chi ti sta dicendo una cosa ovvia e solo perché tu non ci arrivi,  mi svela l'arcano.
“Gli orecchini…tu dormi e non te ne preoccupare”
"Ah... va bene... " Sul momento la cosa appare del tutto ovvia e mi viene perfino da chiederle scusa per averle posto una domanda così ingenua. Subito dopo cerco disciplinatamente di sprofondare nel sonno come ordinato. Tuttavia, man mano che inizio a riprendere coscienza di me, avverto l'anomalia della faccenda.
“Quali orecchini e, soprattutto, perché?”
“Quelli in oro bianco a mezzaluna con gli smeraldini, hai presente?”
“No. Possiedi un numero di orecchini tale che mi servirebbe il database del CERN di Ginevra. Comunque, perché li cerchi alle tre di mattina?”
“Non mi ricordo se li ho portati in albergo e non vorrei averli dimenticati in camera. Non riesco a prendere sonno se non mi tolgo il pensiero”.
“Logica ineccepibile. Se non sai di averli portati non puoi neppure sapere se li hai persi. Mi ritiro dalla discussione, ma sbrigati che vorrei riprendere a dormire.” 

03.05 – La mia disturbatrice notturna dopo un’incursione al piano di sotto ritorna in camera tutta felice. “Che scema che sono, li avevo lasciati sulla mensola del bagno”. Avrei dovuto pensarci. Mia moglie, proprio come mio figlio e la sveglia dell’Oregon Scientific, tende infatti ad esplodere appena varcata la soglia di casa. Le chiavi della macchina di qua, la borsa di là, la giacca sul divano, le scarpe in lavanderia e gli occhiali e le sigarette chissà dove. Ovvio che gli orecchini fossero sulla mensola del bagno di sotto… comunque, finalmente, bacetto, si spegne di nuovo la luce e si torna a dormire.

Poi, con un sorrisetto s'impadroniscono delle tue notti e dei tuoi sogni

03.15 - Si riaccende la luce e l'elfa scende di scatto dal letto.
"Oh mio Dio!"
"Che c'è ancora? Non ti ricordi se hai perso la collana?"
"Macché! Ho dimenticato di mettere il telefonino sotto carica..."
La rivelazione mi getta nell'ansia più profonda perché la frase "mettere il telefonino sotto carica" pronunciata  dall'elfa implica da sempre come pena accessoria una tremenda rottura di palle.
"Ti prego, dimmi che sai dov'è il caricabatterie..."
"Ma sì che lo so! Dovrebbe essere ancora nella tasca della valigia"
"E' il dovrebbe che mi preoccupa..."
Infatti, dopo una ricerca affannosa lo si scopre ancora attaccato ad una presa della cucina al piano terra.
Ci rimettiamo a letto e dopo il "Buonanotte amore..." (augurio improbabile visto che tra poco sarà l'alba...) le giro le spalle e cerco di tornare alla spiaggia del sogno.

03.30 – Arriva una piccola grattatina sulla schiena proprio mentre Gwyneth Paltrow spazientita ha preso su la sua roba e sta uscendo dalla spiaggia e Cameron Diaz è ancora seduta al tavolo del bar a scherzare con Jackie Chan davanti ad una granita enorme. 
Dormi?
Con te è molto improbabile. Cosa c‘è questa volta?
Sono io che ho le vampate di calore o fa molto caldo?
La seconda che hai detto. Se metti i termosifoni al massimo è ovvio che poi fa caldo… perché non scosti la trapunta dalla tua parte e mi lasci riposare?”
“Ti spiace se abbasso il riscaldamento?”
“No, fallo pure, ma poi non ti lamentare che hai freddo appena si abbassa la temperatura…”
“Non mi lamenterò, non sono mica come te che fai una tragedia di tutto…” 
(scende da basso dove c'è la caldaia, esegue, ritorna e si ristende al mio fianco).

03.32 - Mentre sprofondo nel sonno mi pare di sentire una che dice: "Eccola, la maledetta..." ma mi impongo di non farci caso. 
03.35 – Nuova grattatina. Anzi, questa volta è proprio una gomitata nelle costole.
“Mi ha punto…”
"Ma chi? Chi ti ha punto?"
"Una zanzara. Mi ha punto sul lobo dell'orecchio"
"Ma che dici? Non ci sono zanzare a novembre, sono tutte morte per fine contratto..."
"Questa non l'hanno avvisata. A parte il prurito, la sento benissimo che mi ronza attorno alla faccia..."
Le chiedo un istante di silenzio ed effettivamente, forse per la suggestione, ma alla fine la sento ronzare anch'io. 
“Si, è una zanzara. Probabilmente il caldo estivo e subtropicale a cui ci costringi sparando al massimo il riscaldamento ai primi freddi deve averla ingannata, oppure è una Highlander e allora siamo nei guai. Comunque, mettiti l’Autan…”
“No perché poi resta l’odore sulle lenzuola… piuttosto, se la trovo, metto la piastrina “
“Con noi dentro la camera a respirare il Baygon? Ma fammi il piacere..." 
"Non c’è un altro modo per tenerla lontana?”
“Potrei provare con la moral suasion ma dubito di riuscire a convincerla. Mi passi una tua pantofola? ”
“Scherzi? Non voglio che le schiacci sul muro che poi rimane il segno…”
“Veramente volevo massacrare te a colpi di ciabatta, mica la zanzara…”

Quello che vorrebbe dormire tranquillo
senza quei due umani che discutono nella stanza a fianco...

Segue immediatamente un breve scambio di villanie e recriminazioni reciproche, tra le quali, non so perché, il fatto che lei mi chiede da tre mesi di dipingere la porta del garage e io me ne frego come al solito. Il bretone in tutto questo si affaccia alla porta con l'aria seccata di chi chiede un po' di silenzio per dormire, ma viene scacciato bruscamente in corridoio, che non è il momento.

Ore 04.00 – Si riaccende all'improvviso la luce e cosi Cameron Diaz fugge definitivamente con Jackie Chan e le sue granite. Mi giro verso la mia compagna che ora è appoggiata allo schienale del letto con un libro in mano (e neppure uno dei miei…).
Si può sapere che fai, ora?
Mi guarda seccata con l'aria di chi te la farà pagare. “Che vuoi che faccia? Per colpa tua che mi hai innervosita non riesco più a prendere sonno, quindi leggo… e grazie per la notte in bianco!”.

sabato 27 ottobre 2012

Repetita iuvant (dal teatro a Splinder, passando per Firenze)

Di solito scrivo per il blog alla sera, anzi, proprio di notte quando tutto tace, la pizzeria Vesuvio ha chiuso finalmente la saracinesca, il bretone ronfa dietro di me sopra quella che una volta era la mia poltrona dei pisolini e che ora è la sua cuccia abusiva, l'elfa ronfa a sua volta nella stanza vicina sognando le cose da farmi fare la mattina seguente e mio figlio, dopo aver chattato su Facebook per ore con Katerina da località perennemente "altrove" (tanto lo vedo dal pallino verde che sei on line, cosa credi?) si degna finalmente di aprire la chat con me per scrivere: "Ora stacco... ciao pà, ...notte!.". Così, finalmente solo, posso assaporare in santa pace il mezzo dito di Lagavulin con acqua ghiacciata a parte (è il mio rito notturno) e iniziare a far scorrere i pensieri e le dita sulla tastiera.

La mia "tana" e quella del bretone (la mia poltrona)

In queste settimane però è diventato tutto più complicato perché quando meno ci pensavo gli amici della Vanguardia Nonsensista, la compagnia teatrale universitaria che aveva messo in scena la mia commedia, (questo qui sotto è il loro nuovo sito molto professionale, con tutte le foto di scena degli spettacoli realizzati)


mi hanno comunicato che intendono andare in scena nuovamente con l'Ars Amandi Veneziana il 17 di novembre al Teatro Lippiello di Mestre e il sabato successivo - udite, udite - pure in trasferta, al Teatro Filodrammatici di Este (Padova). Quindi, visto che lo scorso febbraio incautamente avevo accettato di interpretare il ruolo del professor Barbaro, il severo padre di  Donatella, nella prima edizione e considerando che il tempo per provare è pochissimo (il copione è stato leggermente modificato) ora trascorro molte sere a teatro a fare le prove fino a tardi peraltro divertendomi un mucchio, tranne quando si fanno gli esercizi di riscaldamento vocale e arriva il momento della "erre", nel mio caso della "evve" (che poi tutti ridacchiano...). Questo però comporta che il tempo da dedicare alla mia produzione notturna di testi per il blog, si sia piuttosto rarefatto. Dunque, fino al termine degli spettacoli in programma la mia produzione letteraria sarà alquanto risicata. Ovviamente, me ne scuso e cercherò di rimediare in qualche modo.

Prima di entrare in scena, truccato da professor Barbaro e con il gatto Belzebù

Per esempio, qualche sera fa, forse per le malinconie di questi giorni piovosi, mi è venuto in mente che proprio in questo periodo lo scorso anno iniziava la lenta dissoluzione di Splinder, dove avevo scritto di tutto e di più per due anni filati (compreso il libro a puntate da cui è stata tratta la commedia). Avendo salvato tutto il blog in un file di ben 700 mega (ho scritto tanto, eh?) sono andato a rileggermi qualche pezzo di allora (tanti nemmeno li ricordavo) e tra questi ho trovato per combinazione un piccolo post del 2010 che era proprio l'antefatto di quello che ho scritto qualche settimana fa su Ferrara e la stanza numero 3 dell'Hotel Europa. Perché in quella notte di ottobre in cui l'elfa ed io ci siamo persi tra le nebbie estensi stavamo proprio rientrando da una gita in Toscana e questa che segue è la descrizione della disavventura fiorentina che avevamo vissuto prima di quella notte magica ferrarese, che per fortuna ci ricompensò adeguatamente. 

Il racconto s'intitolava: "An american restaurant in Florence (Italy)" e ve lo ripropongo, anche perché delle mie lettrici e lettori di allora, se non sbaglio, dopo la diaspora degli splinderiani ho ritrovato solo Redcats, Maude e Alessandra (che immagino lo rileggeranno volentieri) mentre per i nuovi arrivati tra i miei amici su Blogspot questo racconto è... un inedito.
Dunque, buona (ri)lettura.


La home page del mio Splinder. Sempre attraversato dal dubbio, eh?

La ragazzona bionda in salopette e con le guance coperte di efelidi ci accolse festosa sulla porta del locale: «Bienvenuti, vollete cenarei?… » invitandoci ad entrare con un sorriso scintillante. Lo sguardo sconcertato dell'elfa arrivò saettante come una delle sue frecce al carbonio e non aveva torto. Nella mia recherche du temps perdu con cui, a suo dire, l’affliggo ad ogni nostra vacanza cercando di tornare sempre nei posti dove sono stato felice, appena usciti dall'albergo fiorentino che ci ospitava l’avevo fatta scarpinare avanti e indietro tra Palazzo Vecchio, San Lorenzo e Santa Croce alla ricerca di una piccola e deliziosa trattoria casalinga in cui mi aveva portato anni prima un collega fiorentino e dove si mangiava toscano autentico, tra tagliate di manzo, carciofi fritti, trippe e ribollite preparate dalla mamma e dalla nonna del proprietario, tra profumi di salvia e rosmarino, in una linda cucinetta che sembrava quella di casa. Ne ricordavo solo vagamente il nome e che vi si accedeva da una specie di sottoportico tra alcune viuzze strette. Alla fine, chiedendo e richiedendo, l’avevo rintracciata, però qualcosa non quadrava e non mi riferisco solo alle tovaglie lise che ora erano giallo intenso, alle luci che da soffuse ora erano a giorno e ai quadri astratti alle pareti al posto delle vecchie pentole in rame e tutta la paccottiglia delle trattorie di una volta. Mi riferisco a quel che era del tutto inatteso, a cominciare dall’accento della ragazza, tragicamente yankee. Ora, io, in genere, se proprio non si mettono a fare gli sceriffi in giro per il mondo, non ho problemi di antiamericanismo, ma sapendo come i loro unici contributi alla gastronomia mondiale siano stati il Big Mac e il Kentucky fried chicken tendo a diffidarne dal punto di vista della ristorazione. Così, sperando che quella sorta di sorella florida di Fonzie fosse lì solo per servire ai tavoli, le chiesi se per caso avessero cambiato gestione. 
«Oh sì, certo! L’abbiamo rilevato due mesi fa con altri amici americani che studiano in Florence. Abbiamo appena riaperto da tre giorni, dopo il restauro…» . Ed effettivamente l'odore di vernice delle pareti pitturate di fresco sovrastava qualsiasi possibile profumo di cucina confermando il tutto.
Poi, mentre mia moglie aveva già sul volto l’aria del “ma dobbiamo proprio? ” la giovanotta lentigginosa aggiunse con la sua vocina alla Heather Parisi:  «Oh... ma guarda che si mangia benèi, sai? », annuendo con convinzione. 

Cipressi, vino toscano, la mia Delta e colei che per la gioia mia
e della Polizia stradale viaggiava di norma a 180 km/h.

Quell'ultima precisazione non richiesta assieme all'uso disinvolto del "tu” mi riempì il cuore di altri sinistri presagi. Di solito, l'oste serio non ti dice che il suo vino e' buono. Dovrebbe essere il suo vino a parlare per lui... 
«Lo immagino... » replicai, e mi venne fuori un mezzo sorriso che in realtà significava: «. ..lo spero ». 

Appena seduti a tavola esaminai il menu, scritto a mano su di un foglio di carta da macelleria. Era veramente notevole. Non l' elenco delle pietanze, ma il numero di macchie e ditate unte che erano riusciti a fare in soli tre giorni. Davvero una bella impresa! Quanto alle pietanze, come temevo, ero di fronte ad un vero pianto. La lista recitava melanconicamente una serie di proposte che spaziava dagli spaghetti al pomodoro a quelli al ragù, dalle orecchiette panna e gorgonzola alle immancabili "pappardelle panna - prosciutto - piselli" (una vera piaga nazionale che andrebbe sanzionata severamente) per terminare con un tristissimo passato di verdura dal vago sentore ospedaliero. Per i secondi, c’era invece un' ampia scelta che andava dal pollo arrosto al pollo lesso (con verdure) fino - stupore e meraviglia! - alla paillard di vitello ai ferri.

Ora, essendo a Firenze uno si sarebbe aspettato almeno una bella costata di chianina alla brace, o magari anche solo un antipasto di finocchiona, ma sul menu non ve n’era traccia alcuna. Sbirciai ansioso Morena intenta alla lettura del menu con aria sempre più sbalordita e la sua risposta non si fece attendere: «Se abbiamo scarpinato due ore per questo, scusami se sciupo i tuoi preziosi ricordi, ma non mi sembra un granché! Forse era meglio andare in pizzeria, non credi? » fu il suo primo commento. 
Cercai di recuperare mentendo miserevolmente : «Beh, dai... come facevo a sapere che avevano cambiato gestione? Ci hanno accolto sulla porta con tanta gentilezza, non potevo mica essere così maleducato da girare i tacchi e andarmene. Lo vedo anch'io che propongono cose banalotte, ma magari le fanno bene. E poi la cucina toscana e' fatta di sapori semplici, no? Anzi, che tu ci creda o no, io avevo proprio voglia di un bel piatto di orecchiette alla panna e gorgonzola, che e' tanto che non le mangio. ». 
« Vuol dire che hai nostalgia della mensa aziendale... » fu la risposta raggelante.

Qui l'elfa è in un rifugio di montagna,
ma lo sguardo è lo stesso di quella sera fiorentina.

Lasciai pertanto perdere i discorsi consolatori e la panna con il gorgonzola e mi guardai attorno. Il ristorante era deserto. Ed era un brutto segno, ma pensai che forse i fiorentini cenavano più tardi. Anzi… c’era una prenotazione su un tavolo vicino e la cosa mi diede un po' di sollievo. Se qualcuno ha prenotato, pensai ancora per farmi coraggio, vuol dire che non e' poi così male. Lo dissi all'elfa che, essendo una malfidata, si alzò subito per controllare, poi tornò ghignando «Non c’è scritto alcun nome…forse lo tengono per bellezza o per i creduloni come te ». 

Non raccolsi la provocazione e mentre mi dibattevo nel dubbio se, contravvenendo alla buona educazione, convenisse alzarsi e andare via o restare, la ragazzona ritornò a prendere le ordinazioni. Così, per disperazione, ordinammo come antipasto dei crostini con la milza e, passando direttamente ai secondi, l'unica cosa che sembrava appetibile: un tortino di zucchine, anche perché ci venne subito dipinto come: « specialità della casa, sai ? ». Ordinammo subito anche un mezzo litro di vino. Avevo provato a chiederle la carta dei vini, ma dopo un po' di tentativi di farle comprendere cosa fosse mi ero rassegnato al suo Chianti che era sfuso, si, ma anche « tanto, tanto buono, sai ? » . 

Visto che ormai il dado era tratto, inizio, avendo finalmente dei buoni motivi per farlo, ad illustrare a Morena (che sentendola da diversi anni, a questo punto di solito si distrae e guarda il soffitto) la mia ardita teoria sul rapporto tra decadenza dei costumi e tramonto della cultura gastronomica popolare quando arriva in tavola una bottiglia etichettata Cabernet del Piave (!?) e piena a metà. Inorridisco: « Scusi, ma ... questa cos’e'? » 
« E' il vino, no ? E’ il Chianti… » 
La ragazzona aveva l’aria di chi si era appena sentita domandare la cosa più ovvia del mondo. 
« Si, lo vedo e lo spero, ma mi riferisco alla bottiglia che sembra usata! ». 
Mi guardò paziente, come si fa con i clienti un po' troppo esigenti. 
« Oh! Sii...la botillia ... (sospiro) tu ci devi scusarei, ma il grossista non ci ha ancora mandato i servizi che gli abbiamo ordinato! Ma guarda che la botìllia e' pulita, sai? » 
Anche se almeno l'igiene sembrava salva, ero così allibito che non trovai neanche le parole per replicare, tanto più che assieme al vino era arrivata in tavola una ciotolina cinese (?) di quelle azzurrine a "chicchi di riso" contenente il patè di milza da spalmare sui crostini. Che non c'erano. 
Dopo una vana attesa richiamai la nostra giovane yankee: «Signorina, per cortesia, può chiedere in cucina quando arrivano i crostini? ». 
« Oh...ma il pane e' lì davanti a te! » rispose indicandomi il cestino del pane con l'espressione di chi in Piazza San Marco si senta chiedere dove è il campanile. 

Respirai profondamente mentre l'elfa iniziava a darmi calcettini leggeri sotto il tavolo perché lasciassi perdere: « Senta, se si chiamano (e lo avete scritto voi, non io...) crostini con la milza, ci devono essere da qualche parte i crostini e non il pane comune! Non le pare?» 
«Oh... certo che si usa il pane. La milza si spalma su pane. Tu prova a spalmare su pane... e' molto buono, sai ? ». 
Mi accingevo paternamente a spiegarle alcuni punti chiave della cucina toscana, con particolare riferimento al concetto di crostino quando Morena mi fece arrivare un nuovo calcetto sotto la tavola perché stessi zitto e dopo aver messo in stand-by la ragazza con un cenno imperioso di mano suggerì : « Probabilmente non sa cosa vuole dire crostino. Prova a dirle: toast... magari funziona.» . Ma, per prudenza, non seguii il consiglio e  dopo aver congedato la nostra giovane ignara dicendole che non importava e andava bene così, mi rassegnai a spalmare sulla mezza rosetta (non c'era neppure il pane toscano!), una melmetta grumosa e fredda da freezer che sapeva vagamente da milza.

               
Tuscany at her best
(come si prepara il vero pane toscano)

Arrivò a ruota, su un bel piatto da portata, il pezzo forte della cena: il tortino di zucchine, che a prima vista era così composto: forma semi-circolare con pareti a tratti bruciacchiate e abbastanza regolari nell'emisfero prospiciente il lato nord del tavolo. Vasto terrazzamento centrale delimitato da quattro fette di zucchina cruda (abbellimento, dimenticanza o delirio del cuoco?) cui seguiva, in direzione sud, una progressiva inclinazione con frane e smottamenti sempre più marcati che davano origine ad un' ampia zona acquitrinosa, color giallo uovo con vari sedimenti non classificabili, ma comunque in tinta con la tovaglia. 
« Scusi… questo cosa sarebbe?» La mia meraviglia ormai non aveva confini. 
«Ma e' tortino di zuchìnei ! Lei ha chiesto il tortino di zuchìnei…» Rispose ormai rossa in viso e spazientita da quel cliente così pignolo che faceva una questione di ogni cosa . 
«Guardi signorina, sicuramente in America il tortino di zucchine viene cucinato così e non lo discuto, ma dalle mie parti, una roba del genere,  se va bene, viene classificata come "frittata" e quando invece riesce così, viene denominata "un castròn”» 
«What's castròn? » Sgrano' gli occhioni azzurri come folgorata. Che avesse capito l'ingiurioso giudizio in veneziano sul "tortino di zuchìnei" specialità della casa? Così, dopo una pausa per calmare lo sdegno che le faceva gonfiare ritmicamente il petto dentro la salopette sbuffò, stufa di noi e dei nostri capricci: «Oh my God! Ma se tu no piace tortino, io lo porta via. » 
L'elfa, che quando serve è donna di pochi convenevoli, s’intromise decisa: «Si, benissimo...lo porti pure via. Vorremmo due caffè e il conto. Grazie.» 
Il caffè, brodoso il giusto, arrivò servito in due bicchierini di plastica di quelli che si usano negli ospedali (sempre per via del perfido grossista che...). 
Quanto al conto, accompagnato sul piattino da due caramelle di liquirizia  era, come temevamo, in linea con i peggiori prezzi turistici fiorentini. Lasciammo le banconote sul tavolo senza discutere ulteriormente (perché noblesse oblige ) e ci avviammo alla porta. Che ci fu aperta da una nuova americanina (la prima, forse, si era buttata sul letto a piangere) anche lei tutta pimpante . 
«Tutto benei ?» ci chiese ansiosa. 
«Certo, grazie, e complimenti per il pane….davvero squisito! » fu la nostra sdegnata risposta, e nuovamente ci perdemmo (affamati) nelle buie stradine attorno a Santa Croce alla ricerca almeno di una pizza al taglio.