domenica 15 luglio 2018

Del Redentore di una volta e di quelli che oggi si ammaccano l'occhio in barca stappando una bottiglia


Ieri sera, malgrado il temporale che l’aveva preceduta mettendola in forse, si è ripetuta in bacino San Marco la notte magica dei “foghi” del Redentore, che per un veneziano è da secoli la festa più sentita, con le centinaia di barche di ogni tipo, decorate con addobbi di frasche e lanternine colorate, tutte assiepate tra la Punta della Dogana e Riva degli schiavoni (dove una volta c’era anche la galleggiante con il cantante, oggi sostituita dai lancioni turistici con la musica cafona a tutto volume), le migliaia di persone sulla riva sino quasi ai giardini della Biennale in piedi e con i bambini sulle spalle nell’ attesa di vedere lo spettacolo dei fuochi, le tavolate enormi fuori dalle case sulla fondamenta della Giudecca dove si portano in tavola in un flusso continuo di pentole e vassoi la castradina, l’anara col pien, ma anche i bovoletti, i bigoli in salsa, le sarde in saòr e l’anguria. E ovviamente tanto vino che scorre generosamente, perché nel giorno della Sensa Venezia celebra il suo sposalizio con il mare e la sua acqua, mentre al Redentore si dedica anima e corpo alle nozze con il vino. Naturalmente come ogni festa pagana (quella del Redentore lo è diventata, anche se è nata per celebrare la fine della pestilenza del 1575 con ponti votivi e basiliche commissionate al Palladio) ci sono degli eccessi per libagioni ed altro e questa mattina La Nuova ne stila l’elenco, a cominciare dai due barchini scontratisi davanti a Sant’Elena, dei quali uno si è rovesciato per continuare con alcune barche (padovane?) incagliate e liberate dai pompieri. Poi ci sono alcuni vecchietti che hanno avuto dei leggeri malori per eccesso di cibo e libagioni, qualcuno che si è fatto male salendo dentro la barca (ma quanti padovani c’erano?), uno che si è rotto un braccio dopo essere caduto da una panchina (?) al Mulino Stucky , un’altra persona che ha avuto una crisi allergica per qualcosa che aveva mangiato, un tizio in evidente stato di agitazione dentro all’Hotel Bauer, per finire con il ricovero del fenomeno che si è fatto male ad un occhio stappando una bottiglia. Insomma, anche se oggi è diventato un tantino più YouTuber e turistico, è il Redentore, nulla di più...

Quella che ricordo io era davvero una notte di mille magie, quasi sempre vissuta con il mio branco di amici e amiche del liceo e che iniziava quando la festa degli altri finiva, subito dopo i fuochi in bacino San Marco. Verso mezzanotte i foresti (chiunque provenga da oltre il Ponte della Libertà è indicato genericamente dai veneziani come “foresto” ed è sempre bene accetto, specie se viene per commerciare e portare schèi ) cominciavano a sfollare, le barche illuminate dalle lanternine liberavano il bacino, i vaporetti riprendevano le corse per il Lido e si raggiungeva la lontana spiaggia libera degli Alberoni. I più disinvolti, se non c’era l’autobus pronto sul piazzale, visto che al Lido è normale “dàrsea e tòrsea” (darla e prenderla) con le bici, ne prendevano una in prestito. Spesso sine die.

La spiaggia degli Alberoni all’epoca era una landa desolata di dune e arbusti a cui si accedeva passando tra i canneti nel buio pesto e rischiarato solo dalla luna che brillava alta sul mare. Se questa non c’era bisognava pregare che qualcuno si fosse ricordato della pila, altrimenti ci si arrangiava creando torce improvvisate con arbusti e fogli di giornale. Una volta arrivati, mentre quelli che avevano pestato qualche coccio di bottiglia tra le dune sciacquavano la ferita nell’acqua salata per disinfettarla, si cominciava a scavare la buca per il falò, mentre altri andavano a cercare rami secchi e fogliame da bruciare. Appena i fenomeni che sostenevano di saper accendere strofinando i rami secchi ammettevano il fallimento, spuntava un accendino e la fiamma crepitava viva, salutata da baci e abbracci. Quindi partiva una danza pagana attorno al fuoco (un misto tra il girotondo delle scuole materne e il sabba delle streghe, purché caotico) e spuntavano le chitarre (o mare nero, mare nero, mare ne…tu eri chiaro e trasparente come me…) le birre atrocemente calde e le salsicce da arrostire sul fuoco affumicandosi a morte e da mangiare a scottadito con la sabbia che scricchiolava sotto i denti.

Finita la musica, ci si spogliava e si correva tutti assieme a tuffarsi nudi e felici nel mare gelido e buio. Dopo qualche minuto di grida, spruzzi e schiamazzi si tornava grondanti e infreddoliti ad asciugarsi davanti al fuoco, che però si era spento perché nessuno lo aveva badato. 
Allora ci si rivestiva e si restava abbracciati a riscaldarsi tutti assieme con i vestiti umidi e pieni di bestioline finché qualcuno, dopo aver frugato disperatamente negli zainetti e nella sabbia, ritrovava l'accendino e riaccendeva, sempre che non avesse bagnato la pietrina con le dita umide. Più tardi qualcuno riprendeva a suonare la chitarra (seduto in quel caffè, io non pensavo a te… guardavo il mondo che girava attorno a me…) altri si davano il primo bacio, qualche coppia litigava di brutto e si lasciava e qualche altra si appartava tra le dune e i canneti (generazioni di veneziani sono nate ad aprile… vorrà pur dire qualcosa). I primi raggi rosati del sole che emergeva dall'Adriatico avrebbero illuminato chitarre silenziose e abbandonate, un fuoco definitivamente spento, corpi sulla sabbia immersi nel sonno, gente che vomitava birra e salsicce tra le dune e nuove coppiette innamorate intente ad osservare l’alba con le mani tra le mani.

Questo è lo spirito vero del Redentore, alzi la mano chi non ne ha nostalgia (i non veneziani e i padovani sono esentati...)

lunedì 9 luglio 2018

Dei suonatori lungocriniti in rotta per il Mar Nero e delle lettere a Pinocchio


A differenza di mia moglie, talmente gelosa della sua privacy che nostro figlio ha scoperto solo poche settimane fa che sua madre aveva dei parenti a Londra, a me piace moltissimo raccontare la mia vita, tanto che ricordo benissimo la mattina in cui uscendo dal mio appartamentino padovano dei tempi dell'università assieme ad una ragazza conosciuta solo il giorno prima in facoltà (il bello del '68 non consisteva solo nel fare i cortei) l'avevo portata al bar sotto casa a fare colazione e lei, mentre sorseggiava il cappuccino, dopo uno sguardo intenso mi aveva detto "Beh... dopo questa notte credo sia il caso di conoscerci meglio, no? Dai, raccontami un po' di te..." e io le risposi "Si, certo... molto volentieri, ma hai qualche impegno per cena?". Naturalmente non la rividi più (come forse era nelle mie aspettative), ma in effetti il piacere di raccontare mi è rimasto anche perché, arrivato ormai alla soglia dei settant'anni, se non l'avesse già fatto Pablo Neruda per intitolare le sue memorie, potrei dire anch'io (si parva licet componere magnis) "Confesso che ho vissuto". Così, visto che siamo ormai in piena estate e che tra poco, dopo il centenario della fine della prima guerra mondiale, ricorre (ahimè!) il cinquantenario del mio imbarco per suonare assieme ad altri quattro amici come complesso rock di classe turistica a bordo dell' Ausonia in crociera lungo il Mediterraneo, anche se non sono più inedite, vi racconto alcune storie buffe di quei viaggi. 

Dovete infatti sapere (lo so, lo sapete già, ma devo pure trovare un incipit) che a parte l'assiduo impegno negli studi di giurisprudenza nel mio minuscolo appartamento padovano subito trasformato in alcova e centro permanente di dissolutezze e cazzeggiamenti vari, in quel primo anno di università mi dedicavo con grande trasporto al mio complesso rock, nato ancora ai tempi del liceo.


Noi che volevamo suonare i Led Zeppelin e ci chiedevano le canzoni dei Dik Dik

Prima di compiere l'errore dell'appartamento, l'altro grande sbaglio di mia madre era stato quello di regalarmi tra mille raccomandazioni perché non trascurassi lo studio (ma figuriamoci) una chitarra acustica in offerta stracciata da Barera, in Merceria. La chitarra in questione era di un orrido colore giallastro (che la rendeva invendibile a prezzo normale) e con una tastiera dura come un manico di scopa che a momenti ti pagavano loro purché la portassi via. Ma essendo un giovane di grande ingegno, sostituii subito le corde ruvide che scorticavano le dita con quelle lisce da chitarra elettrica per poterle “tirare su” e appena finito il doloroso apprendistato sul giro di do e il barrè dopo qualche mese la permutai con la mia prima chitarra elettrica, un’eccellente Zerosette Castelfidardo alla quale in seguito associaì una Fender Esquire a una piastra (che conservo ancora) e infine, la mitica Stratocaster di Jimi Hendrix, purtroppo rivenduta solo dopo due settimane a causa del ricatto sentimentale della mia beneamata (o io o lei) e di una scelta rivelatasi poi sbagliata. Quindi, con altri quattro amici e compagni di classe tra i quali Emanuele che avevo persuaso subdolamente a fare il bassista (che per rimorchiare era la cosa più sfigata e dunque mica lo potevo fare io) fondai un complessino ad imitazione di un effimero gruppetto di Liverpool che allora andava tanto di moda ma di certo sarebbe svanito dopo il primo disco: The Beatles.


Lungocrinito, sguardo fecondatore e chitarrista rock. Pronto per l'imbarco

Gli inizi non furono brillanti, tanto che mia madre richiesta di un giudizio sul mio fragoroso accompagnamento di “She loves you” rispose gelidamente: “Davi l’impressione di un’armatura medioevale che rotola per una scalinata”. Questo, integrato da altri giudizi corrosivi sulla mia capacità di cantante, m'indusse presto a trasformarmi in chitarra solista. In ogni caso, del tutto corazzato contro i giudizi negativi che attribuivo comunque ad incompetenza, per un più completo adeguamento al ruolo mi lasciai anche crescere i capelli quasi sino alle spalle ed assunsi l’aspetto educatamente trasandato che poi caratterizzò anche l’imminente stagione dell’impegno politico. A causa del nuovo look affrontai stoicamente anche il martirio quotidiano del “Quando li tagli?” al quale mia madre, che per distinguermi da mio fratello con le sue amiche mi chiamava: “Il figlio lungocrinito”, si dedicava con impegno. 

Passavamo interi pomeriggi a provare in uno scantinato nei pressi della Misericordia, con gran sollazzo dei vicini e frequente arrivo dei vigili ed io, che nel frattempo mi occupavo di tutto fuorché di far progredire i miei esami di Giurisprudenza fermi a quell'unico trenta in sociologia, che allora lo avrebbero dato anche al fattorino che portava le pizze, brigavo assai per ottenere una qualche scrittura seria che ci consentisse, finalmente, di abbandonare il circuito precario delle salette parrocchiali e delle festine private. Giunti alle soglie dell’estate del 1969, con un’abile strategia raccontai a mia madre che avevamo avuto una scrittura per una tournèe di alcune settimane nelle peggiori balere tra Jesolo e Lignano. Non era vero, ma servì egregiamente allo scopo perché lei, in piena crisi d’ansia, purché il suo bambino lungocrinito non finisse in certi postacci, ci trovò, grazie a sue amicizie del giro del bridge, una strepitosa scrittura per suonare sulle navi da crociera dell'Adriatica di Navigazione.


L'Ausonia in rotta per il Mediterraneo orientale con noi a bordo
che stiamo già collegando impianto voci, amplificatori e chitarre

Come si può immaginare, Donatella, la mia ragazza dell'epoca, nonostante le assicurazioni (poco credibili anche a me stesso) che avrei fatto il bravo ragazzo monogamo e fedele non la prese affatto bene e iniziò a tramare alle mie spalle, trovando ben presto appoggio in mia madre pentitissima che, non potendo rimangiarsi quanto promesso, con una tipica astuzia materna provò a sabotare la cosa inducendo la mamma di Emanuele a negare il permesso al nostro bassista. 

Per loro sfortuna all'epoca leggevo con passione "L'arte della guerra" di Sun Tzu e dunque disponevo di raffinate strategie per contrattaccare. Tra queste, l'argomento forte era che avevamo firmato un contratto con penale incorporata ed era efficacissimo per tenere a bada quelle due e anche la madre di Emanuele, nota per il suo braccino corto e quindi spaventatissima dalla prospettiva di dover pagare dei soldi e così alla fine ci imbarcammo sulla motonave Ausonia dove, tra una crociera estiva ed una invernale (sull'Esperia) attraverso il Mediterraneo, tra Grecia, Turchia e Mar Nero, quella che doveva essere solo una scrittura di poche settimane si trasformò in un periodo ben più lungo assai poco costruttivo dal punto di vista del mio impegno universitario (zero esami), ma sicuramente spettacolare per numero di esperienze e, siccome non siamo mica fatti di legno, tanto più a vent'anni con gli ormoni che girano come i cavalli del Palio di Siena, anche di conquiste. “Il cielo è vasto e l’Imperatore lontano” diceva un poeta cinese del medioevo per giustificare la dolce vita e i traffici illeciti nella remota isola di Haj-nan, e tale era il mio pensiero, anche se, tra tanta spensieratezza, capitava anche qualche episodio sfortunato.



In piscina a fare il figo con le ragazze canadesi

Anche se, vedendomi così lungocrinito, il Commissario di bordo mi aveva spedito subito dal barbiere per via del decoro da mantenere a bordo, la mia prima preda, già al secondo giorno di navigazione, appena in porto a Brindisi, fu una traccagnotta americana afflitta, oltre che da cellulite precoce, anche da un vistoso strabismo (e subito gentilmente ribattezzata dai miei compagni: Polifemo) che, dopo una pomiciata notturna di routine sulle comode sdraio del ponte di passeggiata, già dal giorno seguente, in rotta verso il canale di Corinto, fu disinvoltamente rimpiazzata da una rossa lentigginosa, sempre americana e tutt'altro che malvagia. 

Per alcuni giorni la traccagnotta scomparve di scena come inghiottita dal mare ed io non me ne diedi particolare pena, anzi, nemmeno la ricordavo. Tuttavia, una sera, mentre stavamo suonando “Homburg”, un pezzo dei Procul Harum di grande atmosfera, si spalancò di colpo la porta del ponte di passeggiata. Assieme ad una ventata di aria gelida e profumata del mare mi ricomparve improvvisamente davanti Polifemo grondante indignazione da tutti i pori e, come si intuiva dal suo incedere incerto, anche qualcosa di fortemente alcolico. Colto l'attimo che precede la burrasca cercai di cavarmela con un sorriso accattivante e un cordiale: “Hi sweetness! How are you?”, ma ci voleva ben altro. Polifemo, che ormai era lanciata sul piano della violenza fisica, dopo un insulto irriferibile in slang mi affibbiò due vigorosi ceffoni sul muso. Quindi girò i tacchi soddisfatta e si diresse al bar, per l’ennesimo gin fizz. Ci fu un attimo di sconcerto in sala, ma siccome è regola aurea tra gli uomini di spettacolo che "The show must go on", continuammo a suonare imperterriti, anche se io avevo la mascella indolenzita e le guance rosse come il fuoco e Lele suonava la batteria con una mano sola perché con l’altra si teneva la pancia dal ridere. A mio onore resta il fatto che, pur traballando vistosamente (Polifemo aveva due bracciotti sodi, da Popeye ingozzato di spinaci) nel doloroso frangente non avevo emesso neppure una stecca! Scoprii in seguito che, tra le oltre 250 fanciulle disponibili a bordo in classe turistica, per sostituire Polifemo ero andato a scegliere proprio la sua compagna di cabina. Quando si dice la mala sorte...


Ciao mamma, sono a Odessa. Qui ci sono i comunisti veri, ma non preoccuparti...

Dal punto di vista musicale eravamo ormai diventati veramente bravini e l’armonia del gruppo era buona, tranne quando c'era da mettere mano al nostro repertorio che per forza di cose doveva essere vastissimo e comprensivo di tutti i generi, giacché si suonava allo stesso pubblico per quindici sere consecutive con altrettanti pomeriggi di piano bar dove era richiesta musica soft di sottofondo che veniva eseguita dal nostro pianista, da Emanuele al basso, da Lele alla batteria con le spazzole mentre i due chitarristi erano esentati e liberi di corteggiare le gentili ospiti ai tavoli. 

C'erano, infatti, alcune canzoni che il nostro fantastico pianista, forte della sua raffinata formazione classica non si degnava di eseguire neppure per scherzo. Sua madre insegnava clavicembalo al Conservatorio e lui, con la sua naturale modestia, amava dire di sé che era stato messo al pianoforte all’età di tre anni, come Mozart. Pertanto, occorreva lottare duramente per convincerlo a suonare i brani nazional-popolari per gente di bocca buona. Tra le tante canzoni ripudiate c'era anche il popolarissimo “Casatschok”, il ballo della steppa del piccolo cosacco, che francamente era una robetta ignobile e buona per le balere romagnole. Dunque, capivo il suo disagio. Ma siccome si navigava su e giù per il Mar Nero e andava bene per i giochi dell’animatore, ci potevi scommettere che te lo chiedevano almeno una volta a sera. Così lui, estroso come tutti i cavalli di razza, boicottava regolarmente il pezzo mettendosi a fare il fenomeno, suonando di schiena e lanciando coriandoli e stelle filanti alle signore, possibilmente nelle scollature. Grazie a ciò avevamo tutti gli attacchi della pianola fuori tempo e sembravamo due orchestre distinte. Fino a quando le nostre invocazioni affinché un castigo divino si abbattesse su quell'essere malvagio, furono esaudite.


A Rodi con Violet (ma la mia ragazza non lo doveva sapere)

Una sera, infatti, durante una breve pausa un bambino accompagnato dalla mamma mi venne a chiedere se sapevamo suonare la melensa “Lettera a Pinocchio” cantata da Johnny Dorelli. Ci fu un giro di occhiate complici tra me e gli altri aspiranti vendicatori e l’accordo per punire Mozart scattò istantaneamente. Accarezzai la testolina al pargoletto e indicandogli il nostro ignaro pianista classico che stava guardando altrove gli dissi: “Noi non la sappiamo suonare, tesoro, ma so che il signore al pianoforte, che è tanto bravo e gentile, la conosce benissimo. Chiedila a lui e vedrai che la suonerà molto volentieri per te e la mamma, tutte le volte che vorrai!”. La mamma portò subito il piccino a parlare con il pianista che dapprima cercò di negare, ma siccome noi continuavamo a ribadire in coro “Guardi che la sa … dice di no perché è timido, ma se lei insiste vedrà che poi gliela suona” per tutto il resto della crociera il nostro Mozart dovette suonare il “Casatshòck” e anche “Lettera a Pinocchio” senza più fiatare. Un altro testone di granito, musicalmente parlando, era Emanuele. Come bassista era tecnicamente bravissimo, freddo e preciso come un chirurgo svizzero, ma aveva una flessibilità mentale pari ad una barra di tungsteno al nickel. Di conseguenza aborriva il concetto stesso d’improvvisazione che vedeva come un angoscioso salto nel buio, tanto che quando Mozart eseguiva dei brani jazz al piano, lui veniva esentato. Trovava, infatti, le sue sicurezze nella pianificazione più meticolosa delle attività esistenziali ed ogni variazione imprevista di programma lo turbava profondamente sprofondandolo nel più cupo sconforto. Un giorno che gli avevo preso in prestito il dentifricio rimase seduto in mutande sul letto a guardarmi inerte per cinque minuti perché la sua programmazione prevedeva che il lavaggio dei denti avvenisse prima e non dopo essersi vestito. 

Una mattina a colazione, tra un caffè e una brioche, avevamo deciso di cambiare tonalità a “Gimme some lovin’” perché Vincenzo sosteneva di strangolarsi sempre nel cantarla e del resto bastava guardare come diventava cianotico e con le vene del collo ingrossate per credergli. Però, con grave mancanza, non solo di tatto, c'eravamo dimenticati di avvertire Emanuele, che, deposta la tazza del cappuccino, si era rapidamente rinchiuso in bagno giacché la sua pianificazione giornaliera prevedeva l’evacuazione subito dopo la prima colazione. Così lui la suonò nella vecchia tonalità per tutto il tempo, incurante delle nostre occhiate disperate. 

Emanuele ci regalò, peraltro, anche momenti di grande imbarazzo la sera in cui quella vera calamità dell’animatore di bordo invitò il pubblico della sala a partecipare al gioco dei mestieri, con ricchi premi e cotillon. Si trattava di un giochino per imbecilli come del resto tutti quelli proposti ogni sera e che prevedeva di indovinare dopo una serie di domande il mestiere di due passeggeri scelti a caso tra il pubblico. Cose che annoiavano già ai tempi delle scuole elementari. Una dei due sorteggiati di quella sera era una vistosissima signora bionda ossigenata, truccata pesante e carica di bigiotteria come la Madonna di Pompei. Al momento della fatale domanda dell’animatore: “Secondo voi, che mestiere fa questa bella signora?” dimenticandosi di avere il microfono aperto Emanuele suggerì: “La zoccola” e l’insinuazione rimbombò a 120 watt d’uscita per tutta la sala (anche con l’effetto eco ed il riverbero) provocando un fragoroso scoppio di risate tra il pubblico, le proteste del marito della signora e le nostre scuse più contrite. Oltre ad un cazziatone del Commissario di bordo. La mattina seguente, commentando l’episodio mentre facevamo colazione, quello scellerato ebbe il coraggio di lamentarsi che, avendo indovinato, avrebbero in ogni caso dovuto dargli il premio.

giovedì 5 luglio 2018

Dell'apprendista casalingo e delle signore dai capelli azzurrini

Da quando sono entrato in pensione e salvo qualche occasionale revival da docente (credo funzioni come per quei vecchi attori scafati e istrioneschi che ogni tanto vengono richiamati sulle scene come tributo alla carriera) mi ritrovo finalmente con un bel po’ di tempo libero a disposizione. Così, oltre alle tre orette quotidiane adoperate per portare il bretone a sgambettare tra campi fangosi e nebbie invernali o steppe assolate e piene di zanzare (che lui non si degna di espletare i suoi bisogni nelle aiuole dei giardinetti, ma si sente ispirato solo dalla visione degli spazi agresti), ho una moglie che appena mi siedo in poltrona e oso aprire Repubblica per una fuggevole occhiata, invece del premuroso: “Amore, sei stanco? Vuoi che ti faccia un caffè?” tipico degli angeli del focolare di cui favoleggiavano le poesie delle elementari, mi ricorda con un automatismo tipicamente femminile che, visto che non ho nulla da fare, ci sarebbero le foglie in giardino da rastrellare o la biancheria da stendere. Dunque, essendo di natura un uomo curioso e aperto al cambiamento, sto perfezionando il ruolo del casalingo. 

Non che prima non lo facessi, ma lavorando a Torino e pertanto vivendo da solo a quattrocento chilometri da casa e con orari devastanti per la mia alimentazione (uscendo alle otto di sera, riuscivo a fare spesa solo se i negozi non mi chiudevano la saracinesca sui piedi) sopravvivevo solo con scatolami e tranci di pizza o di focaccia ligure rafferma e per il resto dei lavori di casa, non disponendo dei tempi tecnici, mi limitavo al minimo sindacale (lavaggio del mio piatto singolo e della forchetta, delle calze e mutande etc...), mentre per le pulizie di fondo, chiedendo ingenuamente lumi al giovanotto della cooperativa che ci puliva gli uffici, mi era stata indicata la “Soluzione Luciana” che, a suo dire, avrebbe depurato il mio appartamento come la “Soluzione Schoum”. Si trattava di una signora molisana (ovviamente parente del giovanotto) dall’età indefinibile, sempre vestita di nero e brusca di modi che veniva al venerdì sera, quando ero già sul treno per Venezia, e che, come promesso, mi riconsegnava al lunedì una casa lucente, ancorché affumicata come uno speck perché la maledetta fumava come una turca, tanto che le lenzuola e il cuscino sapevano di fumo per almeno due o tre giorni. Questo anche se prima di dormire lasciavo la finestra spalancata per arieggiare (misura in ogni caso indispensabile perché abitando in un condominio di vecchietti freddolosi, la caldaia andava a tutto spiano anche in primavera e sui termosifoni ci potevi friggere le uova) 

Oggi, quando mia moglie insiste con il suo consueto garbo, faccio il casalingo in maniera più articolata e consapevole, tanto più con la serenità di sapere che, comunque vada, una volta a settimana viene Sua Moldavità per le pulizie. 


Homo domesticus 2.0

Si tratta di un'esperienza sicuramente interessante e formativa, che, come fossi un novello Darwin, mi svela mondi nuovi e affascinanti come quelli del Mocio Vileda, del panno antistatico, dello spray sgrassante per i vetri e dell’olio paglierino per i mobili. I problemi iniziano quando ci sono da affrontare tecnologie complesse come quella del ferro a vapore, con quella sua fottuta caldaietta che va in corto ogni volta che provo a caricarla ed emette il getto di vapore da ustioni solo quando e dove non mi serve, oppure della lavatrice intelligente che si rifiuta di accettare il detersivo se il tessuto non è quello giusto, che però sa solo lei quale sia ed in effetti è curioso che un uomo che si destreggia abilmente come un hacker tra computer e software abbia un blocco mentale di fronte a tecnologie semplici e friendly anche per le migliaia di casalinghe che popolano la città di Voghera. C’est la vie e l’importante è avere la consapevolezza dei propri limiti e accettarli serenamente, sempre che lo faccia anche tua moglie. 

Comunque sia, questo nuovo mondo, spesso mi pone davanti a scelte sconosciute e laceranti come quelle relative al detergente migliore per i pavimenti (con lisoformio o no? E la candeggina profumata a che cazzo serve?) o a scoperte amare del tipo che non esistono guanti di gomma adatti alle mani di un signore alto un metro e ottantaquattro per novanta chili di peso e che anche il formato XL ti stringe due lacci emostatici attorno ai polsi. Quindi, alla fine, essendo uomo d’ingegno, dopo aver scoperto quanto bruci il Calinda a mani nude, ora lavo il water con le mani avvolte nei sacchetti del supermercato. 

Ma quello che più mi affascina è la scoperta di specie umane nuove e insidiose, quali la verduraia del mercatino del giovedì nella piazzetta dietro casa, che ogni volta che mi vede passare davanti al banchetto mi sorride e lusinga il cane per una coccola (e quel pirla abbocca subito), ma poi approfittando della totale incompetenza di uno abituato a mettere nel carrello del supermercato il lattughino “tempo zero” già lavato e pronto da condire, mi rifila come misticanza di insalatine novelle le erbacce che crescono sui bordi della strada e quando acquisto un chilo di cipolle, facendomi credere con la gestualità di un’ illusionista che sta scegliendo solo le migliori per me, poi me ne rifila sempre almeno una marcia. Lo stesso accade in pescheria quando mi magnificano seppioline atlantiche scongelate e gommose come nostrane e fresche di giornata. Delle due mirandoline ciarliere del nostro panificio e della farmacista che qualsiasi richiesta le faccia di farmaci da banco, mi propone di default prodotti omeopatici o unguenti e tisane preparate da lei, purché costosissimi dicendo ogni volta “Questo è un prodotto tutto naturale. Vedrà che le farà solo bene” ho già parlato in precedenti post, dunque non mi ripeterò, se non per raccontare che quando, anni fa, cercavo di fare il furbo e dopo aver controllato attraverso la vetrina che la titolare non fosse al banco mi rivolgevo alla sua collega di allora, una bella signora esile, bionda, di origine tedesca e dallo sguardo glaciale, il risultato era assolutamente identico, solo che mi veniva detto: “Qvesto è prototto tutto di natura, Fedrà ke le farà solo pene” .


l'aspetto inquietante della tua fruttivendola che ti attende al varco con la mela bacata

Una delle specie più aggressive che ho potuto scoprire andando a fare la spesa su mandato coniugale, è quella delle signore "vintage" con i capelli cotonati e azzurrini. Quelle donne di età indefinibile, spesso già nonne, che parlano in dialetto, con l’abitino a colori inspiegabili e il trolley della spesa da cui spuntano due gambi di sedano e che verrà presto usato contro le tue caviglie come una macchina da guerra di Leonardo da Vinci. Quelle che quando il tuo macellaio pronuncia il fatidico “A chi tocca?” le senti subito mentire alle tue spalle: “Tocca a me!” e che, dopo averti spostato con la grazia di un rugbysta degli All Blacks per raggiungere il bancone, iniziano il Cantico delle Fettine. 

Detto Cantico, comincia sempre chiamando per nome il macellaio, per farti capire subito che tra i due c’è un’antica confidenza che, pertanto, le consentirà di pretendere la rimozione minuziosa di ogni filo di grasso dalle bistecche, il disossamento del quarto di pollo e il legamento con lo spago dell’arrosto. Inoltre, consiste nel rivelarti, di fettina in fettina e di etto in etto, tutte le abitudini alimentari della famiglia e di conseguenza quanto lei sia carica di attenzioni e avveduta nelle scelte, casomai avessi pensato che ordinasse alla: “Valà, che vai bene...” (Purtroppo non posso più dire: “Alla ca... di cane”. Qualcuno in famiglia non la prenderebbe bene). 


Quando l'acquisto della carne non diventa un piacere, anzi...


Così, in capo ad una mezzoretta verrai a sapere che il figlio trentenne, quello che lavora in banca, non sopporta i nervetti nella carne sin da quando era bambino, che li sputava di nascosto e meno male che c'era il cane che glieli mangiava sul pavimento, mentre suo marito è l’unico della famiglia che mangia il fegato, ma solo alla veneziana con la cipolla che invece per suo figlio è indigesta, che lei usa solo la guancia per fare lo spezzatino, come lo faceva una volta sua mamma, che diventa tenerissimo, mentre oggi la gente compera solo lo spezzatino misto di maiale e vitello che costa di più e poi diventa anche stopposo perché non lo sa cuocere (incrocio lo sguardo carico d'odio della signora di prima che era ancora sulla porta della macelleria a parlare con un'amica e doveva aver comperato lo spezzatino misto). Invece, i messicani di pollo (ma senza il peperone, mi raccomando) sono per il nipotino di cinque anni che mangia poco, perché la nuora come tutte le ragazze di oggi non sa cucinare, ma che se glieli prepara la sua nonna… "ti gà da védar come se li magna...leca anca el piato"

A quel punto, dopo aver invocato qualsiasi divinità affinché il pargolo si strozzi con i messicani di pollo della nonna, appena ti sembrerà che il Cantico abbia avuto termine e dopo l'attesa di altri minuti di ricerca nelle borse per trovare i dieci centesimi che mancano (“Guardi… glieli do io, signora, se non si offende e anche se si offende…”), proprio quando stai per aprire bocca e ordinare, la signora dai capelli azzurrini si fermerà sulla soglia della macelleria come folgorata da una visione celeste e tornerà subito al banco dicendo: “Maria santissima… gèro drio a desmentegàrme… Mauro, hai mica il prosciutto cotto dell’altra volta? Ma non quello con i conservanti, quell'altro naturale che era piaciuto tanto a …”  (poi, già che prima non li aveva visti, seguiranno dei wurstel, ma solo se i xè boni, e poi dammi anche un etto di pancetta coppata e un toco de salame all'aglio, ma tagliato a mano, mi raccomando...)