domenica 19 luglio 2020

Del nostro triste Redentore di quest'anno senza i fuochi e di quelli magici della giovinezza.


Ieri sera, malgrado la pioggia pomeridiana che l’aveva preceduta, si è ripetuta in bacino San Marco la notte magica dei “foghi” del Redentore, che però quest'anno, per la prima volta da quando son nato, non c'erano grazie a Brugnaro che li ha annullati per motivi di bilancio più che di Covid.
In bacino di San Marco c'erano quindi poche barche ed erano più quelle della Polizia e dei vigili indaffarate a fare controlli. In Piazza i pochi turisti li trovavi a mazzetti come i bruscandoli e sulla riva degli Schiavoni c'erano solo i bar e i ristoranti abbastanza pieni di gente. Sulla fondamenta della Giudecca ieri sera solo poche case avevano messo fuori i consueti tavoloni per cenare e brindare in riva e meno male che in Canal Grande son transitati sul barcone i Batisto Coco e altri gruppi musicali a rallegrare il grigiore di una serata altrimenti tristissima. E un veneziano malizioso potrebbe dire che, più che il Covid, ci voleva solo uno di campagna per riuscire a rovinare quella che per un veneziano è da secoli la festa più sentita e preparata per settimane. Perché ogni veneziano possessore di una barca già a fine giugno la tirava in secco o l'ormeggiava sotto casa per darci dentro di pennello e riverniciarla dopo l'inverno. Poi, qualche giorno dopo passava meticolosamente per ore il Lustrofin sul legno e lo straccio con il Sidol sulle cromature e infine si dedicava a costruire gli addobbi di frasche e lanternine colorate sotto l'attenta supervisione critica di mogli, suocere e fidanzate (con i sonori litigi tipo: "ma te gà finìo de romperme e bae? La barca la xe mia e la fasso come che a vogio mi!" che si sprecavano)..

La sera del Redentore e fin dal pomeriggio tutte le barche addobbate a festa e brulicanti di famigliole e amici, si assiepavano, non senza qualche litigata e tentativo di speronamento per il posto migliore, tra la Punta della Dogana, la Giudecca e Riva degli schiavoni (dove una volta c’era anche la galleggiante con il cantante, oggi sostituita dai lancioni turistici con la musica cafona a tutto volume) e, una volta che le madri e le nonne avevano aperto gli scrigni delle meraviglie cucinate dal giorno prima, iniziava una lunghissima cena con libagioni e spesso tra le barche legate assieme, c'erano anche amichevoli scambi di cibi e di bottiglie. Come quella volta che rimasto colpevolmente senza vino a bordo della mia barchetta con un paio di amiche venni amichevolmente rifornito da un vicino barcone carico di Pellestrinotti che avevano a bordo ben due damigiane da 50 litri, ma con il rimprovero: "Scolta vecio... ma te porti fora do fie e no te ghe offri da bevar? Ti xe un bel mona.." .

Poi c'erano le migliaia di persone sulla riva sino quasi ai giardini della Biennale in piedi e con i bambini sulle spalle (anch'io con Gianmarco, quando d'estate abitavamo vicini all'Arsenale) nell’ attesa di vedere lo spettacolo dei fuochi e c'erano le tavolate enormi ed ospitali fuori dalle case sulla fondamenta della Giudecca dove si portano in tavola in un flusso continuo di pentole e vassoi la castradina, l’anara col pien, ma anche i bovoletti, i bigoli in salsa, le sarde in saòr e l’anguria. E ovviamente tanto vino che scorreva generosamente, perché nel giorno della Sensa Venezia celebra il suo sposalizio con il mare e la sua acqua, mentre al Redentore ,la città Serenissima si dedica anima e corpo alle nozze con il vino. Naturalmente come ogni festa pagana (quella del Redentore lo è diventata, anche se è nata per celebrare la fine della pestilenza del 1575 con ponti votivi e basiliche commissionate al Palladio) ci sono degli eccessi per libagioni ed altro e ogni mattina La Nuova e il Gazzettino piccolo e meschino (scusate ma è un riflesso condizionato che mi porto dal '68) ) ne stilavano l’elenco, a cominciare dai due barchini scontratisi davanti a Sant’Elena, dei quali uno si era rovesciato per continuare con alcune barche (padovane?) incagliate e liberate dai pompieri. Poi c'erano alcuni vecchietti che avevano avuto dei leggeri malori per eccesso di cibo e libagioni, qualcuno che si era fatto male salendo dentro la barca (ma quanti padovani c’erano?), uno che si era rotto un braccio dopo essere caduto da una panchina (?) al Mulino Stucky , un’altra persona con una crisi allergica per qualcosa che aveva mangiato, un tizio in evidente stato di agitazione dentro all’Hotel Bauer, per finire con il ricovero del fenomeno che si era fatto male ad un occhio stappando una bottiglia. Insomma, anche se nel tempo era diventato un tantino più YouTuber e turistico, tutto questo era il nostro Redentore, nulla di più...

Quella che ricordo io da ragazzo era davvero una notte di mille magie, quasi sempre vissuta con il mio branco di amici e amiche del liceo e che iniziava quando la festa degli altri finiva, subito dopo i fuochi in bacino San Marco. Verso mezzanotte i foresti (chiunque provenga da oltre il Ponte della Libertà è indicato genericamente dai veneziani come “foresto” ed è sempre bene accetto, specie se viene per commerciare e portare schèi ) cominciavano a sfollare, le barche illuminate dalle lanternine liberavano il bacino, i vaporetti riprendevano le corse per il Lido e si raggiungeva la lontana spiaggia libera degli Alberoni. I più disinvolti, se non c’era l’autobus pronto sul piazzale, visto che al Lido è normale “dàrsea e tòrsea” (darla e prenderla) con le bici, ne prendevano una in prestito. Spesso sine die.

La spiaggia degli Alberoni all’epoca era una landa desolata di dune e arbusti a cui si accedeva passando tra i canneti nel buio pesto e rischiarato solo dalla luna che brillava alta sul mare. Se questa non c’era bisognava pregare che qualcuno si fosse ricordato della pila, altrimenti ci si arrangiava creando torce improvvisate con arbusti e fogli di giornale. Una volta arrivati, mentre quelli che avevano pestato qualche coccio di bottiglia tra le dune sciacquavano la ferita nell’acqua salata per disinfettarla, si cominciava a scavare la buca per il falò, mentre altri andavano a cercare rami secchi e fogliame da bruciare. Appena i fenomeni che sostenevano di saper accendere strofinando i rami secchi ammettevano il fallimento, spuntava un accendino e la fiamma crepitava viva, salutata da baci e abbracci. Quindi partiva una danza pagana attorno al fuoco (un misto tra il girotondo delle scuole materne e il sabba delle streghe, purché caotico) e spuntavano le chitarre (o mare nero, mare nero, mare ne…tu eri chiaro e trasparente come me…) le birre atrocemente calde e le salsicce da arrostire sul fuoco affumicandosi a morte e da mangiare a scottadito con la sabbia che scricchiolava sotto i denti.

Finita la musica, ci si spogliava e si correva tutti assieme a tuffarsi nudi e felici nel mare gelido e buio. Dopo qualche minuto di grida, spruzzi e schiamazzi si tornava grondanti e infreddoliti ad asciugarsi davanti al fuoco, che però si era spento perché nessuno lo aveva badato.
Allora ci si rivestiva e si restava abbracciati a riscaldarsi tutti assieme con i vestiti umidi e pieni di bestioline finché qualcuno, dopo aver frugato disperatamente negli zainetti e nella sabbia, ritrovava l'accendino e riaccendeva, sempre che non avesse bagnato la pietrina con le dita umide. Più tardi qualcuno riprendeva a suonare la chitarra (seduto in quel caffè, io non pensavo a te… guardavo il mondo che girava attorno a me…) altri si davano il primo bacio, qualche coppia litigava di brutto e si lasciava e qualche altra si appartava tra le dune e i canneti (generazioni di veneziani sono nate ad aprile… vorrà pur dire qualcosa). I primi raggi rosati del sole che emergeva dall'Adriatico avrebbero illuminato chitarre silenziose e abbandonate, un fuoco definitivamente spento, corpi sulla sabbia immersi nel sonno, gente che vomitava birra e salsicce tra le dune e nuove coppiette innamorate intente ad osservare l’alba con le mani tra le mani.

Questo è lo spirito vero del Redentore, alzi la mano chi non ne ha nostalgia (i non veneziani e i padovani sono esentati...)

sabato 18 luglio 2020

Degli inganni astuti delle mogli per indurti a ballare tango.

Facebook mi ha ricordato oggi l'inganno messo in atto dalla mia signora due anni fa per indurmi a imparare tango e la successiva difficile negoziazione per ottenere almeno una clausola di salvaguardia a mio favore nel patto appena stipulato e che, in seguito, ha avuto lo stesso destino di quello di non aggressione tra Russia e Germania: praticamente carta straccia.
Eppure avrei dovuto conoscerle le astuzie della mia compagna per ottenere subdolamente quel che desidera sfruttando i miei frequenti momenti di modica attenzione quando sono concentrato su altre cose. Nel caso in questione, lei ha usato la tecnica collaudata delle domande a grappolo (le temibili cluster questions) sulle solite menate da fare in casa alle quali di solito, quando sono seduto al computer per lavorare sulle foto o per scrivere, rispondo di sì distrattamente in automatico e talvolta mettendo l’audio al minimo per ridurre i rumori molesti di sottofondo. Infatti, ero intento a lavorare con Lightroom sulle luci di un paesaggio quando lei è arrivata di sorpresa alle mie spalle chiedendo:
“Hai portato fuori il cane?”
“Sì”
“Hai preso il pane?
“Sì”
"Il burro e le uova?"
"Sì"
“Hai dato acqua alle piante?”
“Sì”
“Vieni al corso di tango?”
“Sì”
“Hai rifatto i letti?”
“Sì”
“Hai steso la biancheria?”
“Sì, cioè no…. ”
“Come? L’hai stesa sì o no?”
“Sì, la biancheria l’ho stesa… mi riferivo a due domande prima, al corso di tango. Non ho alcuna intenzione di venirci...”
L'elfa ridacchiò soddisfatta, perché era lì che mi aspettava.
“Mi dispiace, Carluccio, ormai quel che è detto è detto… rien ne va plus ”
“No, dai....così non vale. Hai ottenuto il mio sì con l'inganno, mi avvalgo del quinto emendamento e della facoltà di non capire.”
“A parte che il quinto emendamento riguarda la facoltà di non rispondere e tu mi stai rispondendo, comunque ti informo che ti avevo già iscritto qualche giorno fa pagando anche la quota. Volevo solo la tua conferma e ora ce l’ho… in ogni caso il corso c’è solo una sera a settimana e volendo la sera prima c'è la pratica, ti ci posso portare io, così magari quando finisce facciamo anche tempo a prendere un piatto di frittura di pesce e un' ombra in qualche bàcaro e poi passeggiamo assieme romanticamente . Tra l'altro, casomai ci provassi a dirlo, non hai nemmeno la scusa che l’Inter gioca in Coppa, perché ho già controllato il calendario e giocate solo due volte al mercoledì.
Quest'ultima sua affermazione, oltre all'inganno perpetrato introduceva anche uno scenario nuovo e inquietante.
“Non cercare di lusingarmi con la frittura di pesce e fammi capire… ma ti sei iscritta anche tu?”
“Sì, certo…”
“Ma allora proprio non conosci vergogna… è un corso per principianti, tu balli tango da oltre dieci anni e fai i corsi avanzati con professionisti argentini come Walter Cardoso e la Margarita Klurfan, e - come si chiama quel piccoletto che mi mostri nei filmati su YouTube e sembra John Belushi nei Blues Brothers? - Heineken Piroga?"
"Lascia stare le piroghe e la birra e non fare lo spiritoso. Il ballerino si chiama Aoniken Quiroga ed è bravissimo, magari riuscissi un giorno a ballare un decimo di come lo fa lui..."
"Vabbè, scusa... avrò capito male il nome, anche se con quella panzotta qualche birretta di troppo assieme all'asado se la dev'essere fatta. Comunque, tu, signora mia, che ci vieni a fare al corso di tango?"
L'elfa fece subito quella faccettina innocente che le riesce tanto bene quando vuole sviare i miei sospetti.
“Ti aiuto e ti faccio compagnia, che altro?”
“No, bellezza... diciamo invece che, siccome sei malfidente, hai paura che non mi presenti a lezione e vuoi controllare che ci vada... ho indovinato?”
“Beh… effettivamente, l'autobus per Campalto davanti alla stazione parte ogni venti minuti, c’è una gelateria lungo la strada e anche qualche bar con ottimi spritz e cicchetti vicino alla fermata che potrebbero indurre un uomo in tentazione, dunque è meglio che ti porti io in macchina, anche perché così fai prima… comunque sia, il corso parte a metà ottobre e hai tutto il tempo di prepararti spiritualmente”.


Milonga in rosso (2018)


A quel punto, conscio di non avere vie d'uscita con quella lì e non potendo modificare l'esito del negoziato, provai almeno ad inserire qualche clausola di salvaguardia a mio favore.
“Va bene, ormai vedo che non mi lasci scampo, anche perché so perfettamente che se ora mi tirassi indietro, mi pianteresti un muso epico e inizieresti la guerriglia domestica quotidiana con scassamenti di palle devastanti, però almeno esigo che venga stipulato tra noi un patto ferreo e intangibile che accetterai senza discutere. La pongo come una "conditio sine qua non" per confermarti il sì”
“Quale sarebbe?”
“Ti avverto ora per allora che la prima volta che tu oserai esclamare “Stai attento! Ma cosa fai? il piede va messo così e non come fai tu e meno molle quel, braccio! Tienilo più su, concentrati! Sei sempre il solito…” io mi metterò elegantemente sull'attenti davanti a te, accennerò ad un inchino molto charmant, ti farò il baciamano e, dopo aver salutato il maestro e i presenti, abbandonerò all'istante la lezione senza fiatare e per non farvi più ritorno”.
“Va bene, accetto, ma facciamo che sia alla terza volta?”
“Io ci sto! Quindi, siamo d’accordo: tre strikes e sei fuori, come a baseball…”
"Andata anche per me!"
Subito dopo, una vigorosa stretta di mano ha suggellato il patto tra me e l'elfa.
Ecco, come poi sia andata a finire una volta iniziato il corso è presto detto perché in cuor mio già sapevo che qualcuna di mia conoscenza, confidando nella tolleranza smisurata che mi contraddistingue e sul fatto che - noblesse oblige - non si pianta mai in asso una signora, tanto meno su una pista da ballo, poi avrebbe sconfinato al quarto strike e magari anche al quinto, al sesto…
Così (anche per merito di un bravissimo maestro che ogni tanto mi soccorreva dicendole :"ma non rompergli sempre le balle, poveretto, che sta andando bene") alla fine ormai ballo tango (dignitosamente) da due anni e l'altra sera ho perfino sognato di fare una milonga in un campiello veneziano. Indovinate con chi?

venerdì 3 luglio 2020

Di quelli che devono affrontare le incazzature indecifrabili



L’“incazzatura indecifrabile” è una tattica squisitamente femminile cui mia moglie fa spesso ricorso nelle nostre schermaglie dialettiche e che mi trova totalmente indifeso. La cosa nasce di solito quando la vedo aggirarsi per casa stranamente evasiva nei miei confronti. Quella, in realtà, è proprio la trappola, alla quale abbocco con puntualità pari alla sventatezza, perché subito scatta uno dei miei numerosi sensi di colpa che m’induce a chiederle: "Sei arrabbiata con me?".
La risposta, se c’è, di solito consiste in un grugnito o, peggio, in un "Vedi tu…" che dà l’avvio a un vorticoso giro di domande su cosa mai le avessi fatto e di risposte che partono dal livello: "Niente…" (in pratica, una provocazione, poiché non può essere vero, altrimenti non ci sarebbe quel broncio) fino ad arrivare gradualmente alla frase più temuta: "Ci devi arrivare da solo!". Il ché diventa una specie di quiz a perdere, perché a quel punto, in una sorta di autocritica marxista-leninista, non resta che percorrere la dolorosa strada dei ricordi e del pentimento attraverso frasi del tipo: "Ma è forse perché ieri ti ho detto….?" oppure: "O è perché l’altro ieri non ho fatto…? " il cui unico risultato pratico è quello di aprire nuovi fronti di discussione e ampliare ulteriormente le mie colpevolezze, perché alle volte finisco per ammettere reati non ancora rilevati.

Se per caso imbrocco la risposta giusta, allora parte il litigio vero e proprio, preceduto dalla frase "Aaah! Vedi allora che lo sapevi?" che serve a evidenziare quanto la mia coscienza fosse sporca e come fossi stato abilmente smascherato.
Così, pur di fare la pace hic et nunc, perché fa troppo caldo per bisticciare o proprio hai di meglio da fare, finisci per dirle: "Senti, qualsiasi cosa abbia fatto, te ne chiedo scusa!" annunciando la resa senza condizioni come Friedrich von Paulus a Stalingrado.
Questo consente finalmente di conoscere il capo d’accusa che, di solito, si rivela essere una cazzata immane del tipo: "Ti avevo chiesto di dare acqua alle ortensie e non lo hai fatto", o, peggio ancora, cose del genere “Non mi hai svuotato la lavatrice” (anche perché - tesoro mio adorato - se non mi avvisi che l’hai messa su alle sei di mattina prima di uscire, non è che poi mi viene l’estro di passare dalla lavanderia a vedere se, per caso, nella lavatrice c’è della biancheria da stendere).

All’“incazzatura indecifrabile” si aggiungono le temutissime “domande delle cento pistole” che ogni marito (compagno o moroso che sia) conosce perfettamente e che in realtà significano “E' tanto che non ci facciamo una bella litigata”. Tra queste c’è la classica “Come mi sta il vestito?” all'uscita da un camerino di prova. Perché lei lo sa benissimo come le sta, visto che si è guardata allo specchio mentre lo indossava, però vuole che sia tu a esprimerti e in questo caso è inutile chiedere l’aiutino da casa come nei quiz televisivi, perché se le dici “Ti sta benissimo, sembra fatto per te…” ti risponde indignata “O sei orbo oppure sei un falsometro! (neologismo coniato dall’elfa per le mie innocenti bugie a fin di bene coniugale). Lo vedi anche tu che mi stringe troppo sul seno…” e se invece le dici “Forse ti fascia appena un pochino sui fianchi… “ allora scatta la filippica sulle tue insalate con troppo olio, i tuoi sughi abbondanti e il successivo “Da domani tutti a dieta”.
Lo stesso vale per il “Come mi stanno i capelli?” appena torna dal parrucchiere o il “Come sto vestita così?” quando sta per uscire. E poi c’è la più temuta, ovvero il: “Noti niente di nuovo in me?” che è un po’ come quel giochino della Settimana Enigmistica per cui “Questa immagine differisce da quella a fianco per sei piccoli particolari, il solutore più che abile li trovi" e tu, siccome qui non c'è la soluzione a fine pagina da andare a guardare, inizi disperatamente a cercare di ricordarti come l’elfa fosse vestita o pettinata qualche ora prima e sapendo che hai solo tre risposte a disposizione prima che lei ti riveli, seccata per la tua mancanza di attenzione nei suoi confronti, che si è cambiata lo smalto sulle unghie dei piedi.

Ieri, a fine pranzo e prima di uscire per tornare al lavoro, l’elfa mi ha rivolto una “domanda delle cento pistole” del tutto inedita. Stavamo guardando Master Chef quando un giovane concorrente, lamentandosi che durante una gara a coppie gli era toccato cucinare con una collega che gli stava sempre con il fiato sul collo a criticare, a dirgli cosa dovesse fare e cosa stesse sbagliando secondo lei, ha concluso dicendo “ E’ stato come avere per tutto il tempo una gatta attaccata con le unghie ai marroni”.
A quel punto l’elfa ha ridacchiato e mi ha guardato maliziosa dicendo “Dimmi la verità… anch'io alle volte sono così con te, vero?”.
Non sapendo cosa risponderle, per l'istinto di conservazione me la sono cavata alla meno peggio con la tipica risposta veneta e un po’ democristiana di quando non si vuole prendere una posizione netta e si cerca di passare indenni tra Scilla e Cariddi : “Conforme…”
Lei ha avuto un lampo divertito negli occhi, poi, mostrandomi le unghie e soffiando come una gatta che sta per graffiare mi ha sussurrato “Gatinha Assanhada …” (la gattina arrabbiata di una canzone brasiliana) e se ne è tornata al lavoro lasciandomi a meditare su che avesse voluto dire e sul mio prossimo futuro, tanto che poi sono subito andato a controllare in lavanderia se per caso avesse fatto una lavatrice.