mercoledì 26 ottobre 2016

Dell'antica arte veneziana di naufragare in mare aperto.

(continua dalla puntata precedente)

Deciso che quel relitto abbandonato sarebbe presto diventato la mia barca, restava da individuare a chi appartenesse. Sicuramente non si trattava di nessuno dei nostri vicini di capanna perché lo avrei saputo. Infatti, gli stabilimenti balneari dei grandi alberghi sul lungomare del Lido, dal Des Bains sino all’Excelsior, si stendevano per alcuni chilometri lungo tutta la parte centrale dell’isola, dove la sabbia era dorata e la spiaggia più larga, costavano una follia e costringevano le famiglie a mettersi assieme anche a gruppi di quattro o cinque per prendere a noleggio per tutta la stagione le loro capanne: delle casupole in legno dove non solo ti potevi cambiare, ma si poteva perfino pranzare su un tavolino e fare il pisolino del dopo pranzo sulla brandina sotto il tendone. Queste capanne erano un po’ come i palchi alla Fenice, che si trasmettevano di generazione in generazione e di conseguenza i nostri vicini di spiaggia erano sempre gli stessi da anni, di cui ormai sapevo vita, morte e miracoli ed ero cresciuto assieme ai loro figli. Dunque se qualcuno di loro avesse posseduto una barca, ne sarei stato a conoscenza. Mi informai in giro su chi potesse essere il proprietario di quel povero relitto e dopo qualche giorno, grazie ad una mancia e uno spritz al chioschetto fuori dalla spiaggia, ebbi la giusta dritta da un bagnino. 

La spiaggia degli Alberoni, dove non c'erano i servizi e le capanne
dei grandi alberghi di lusso, ma ci si stava benone (1970)

La barca apparteneva ad una benestante studentessa veneziana che stava in una capanna in prima fila alle Quattro fontane e che due estati prima l' aveva ricevuta in dono come regalo per la maturità. La fanciulla, del tutto ignara delle faccende di mare, non appena aveva realizzato dopo i primi entusiasmi quante cure (e fatiche) la barca richiedesse, aveva deciso di disinteressarsi di quel costoso giocattolo, abbandonandolo al suo destino. Così i bagnini trascinavano quel povero scafo in magazzino d’inverno e all'inizio dell’estate lo riportavano fuori sulla riva del mare, dove rimaneva abbandonato a scolorirsi al sole da giugno a settembre. Individuata la proprietaria, che tra l’altro conoscevo di vista per via di alcuni amici comuni, restava da capire come avrei potuto racimolare il capitale necessario. Avevo ancora qualche soldino derivante dai miei compensi da orchestrale di bordo e dalla successiva svendita della Fender Stratocaster acquistata da soli due mesi e impostami come prova d’amore da Donatella (che le ragazze prima ti dicono “o me o la chitarra” e quando tu incautamente scegli loro e svendi tutto, poi due mesi dopo ti lasciano per un banale puntiglio) ma non era una gran cifra e non potevo certo chiedere soldi a mia madre che già faceva i salti mortali per far quadrare i conti di casa e mandare due figli all'università (e meno male che ogni tanto riusciva a vendere qualcuno dei suoi dipinti).


Il fattore "Effe" ovvero mio fratello Franco,
generoso finanziatore, non di sua sponte, della mia barca.

Per fortuna, c’era il fattore “Effe”, cioè mio fratello Franco che, malgrado fosse già a Padova a studiare invano ingegneria (che era la via più tortuosa per diventare avvocati, come poi avvenne), era sempre considerato il piccolino di casa ed era il cocco di diverse zie e madrine di battesimo che lo riempivano di regali e soldi. Lui poi, per qualche strano giro degli antichi cromosomi genovesi di famiglia riattivatisi al momento della sua nascita a Rapallo, invece di essere un veneziano cordiale, munifico e disponibile come il fratello maggiore, crescendo era diventato un classico ligure taciturno, dal carattere spigoloso e di braccino corto, che risparmiava come una formichina e metteva via tutto. Non potevo coinvolgerlo nell'acquisto perché difficilmente uno che non sapeva nuotare (con grande vergogna di nostro padre ufficiale di Marina) si sarebbe appassionato all'idea di essere comproprietario di una barca, ma questo non era un problema perché sapevo dove far leva sui suoi interessi. Infatti, dal momento che all'epoca il giovinetto era un donnaiolo piuttosto desiderato dalle fanciulle veneziane e pure intraprendente di suo (almeno un paio volte mi capitò l'imbarazzo di scoprire che la ragazza con la quale mi era appena messo era già stata con lui), bastò ricordargli come fossi al corrente di una scappatella che la sua ragazza dell’epoca era bene continuasse ad ignorare per avere subito un prestito di duecentomila lire a tasso agevolato. 

In tal modo, rimpinguato il mio capitale anche grazie ad alcune fortunate serate di poker, di quelle dove cambiando un paio di carte ti entra qualsiasi gioco e in cinque mani consecutive fai due full e tre scale mentre gli altri non vanno oltre alla doppia coppia e vendendo a buon prezzo anche una decina di long-playing che non sentivo più (anche perché due erano di mio fratello) ad un amico che li collezionava aggiungendoci anche, per fare cifra tonda, un maglioncino di cachemire (sempre di mio fratello che tanto, uno in più o uno in meno, neanche se ne accorgeva), contattai finalmente la proprietaria.  Dopo aver avuto il suo consenso di massima all'ipotesi di vendermi la sua barca (che nemmeno si ricordava di possedere) le diedi appuntamento per la mattina seguente alla Pagoda del Des Bains (era il bar sulla spiaggia dell'albergo) per prendere uno spritz assieme e iniziare la trattativa. Dopo averle offerto l'aperitivo, non ricordando purtroppo che prezzi praticassero alla Pagoda, speculando bassamente sul suo disinteresse totale per la barca e sulla sua profonda ignoranza delle quotazioni di mercato dell’usato nautico (e non solo...), le proposi di primo acchito un prezzo francamente ridicolo per liberarla da quel relitto, sicuro che lo avrebbe rifiutato con sdegno per dare il via alla contrattazione vera e propria, ma lei, la pollastra, accettò entusiasta al primo colpo. Prima che ci ripensasse, le misi subito i soldi in mano e, dopo aver chiamato un amico complice che attendeva nei pressi (che a lui lo spritz l'avrei offerto dopo, in un baretto più economico) per aiutarmi a trascinare la barca nei miei confini territoriali, con una sorridente stretta di mano alla pollastra suggellai l’evidente circonvenzione d'incapace da me perpetrata.


La laguna andando verso il Lio Piccolo. Un mondo sconfinato di barene,
canali e isolotti abbandonati da esplorare sotto lo sguardo dei gabbiani.


La sera stessa ricevetti una telefonata di tono sostenuto da sua madre che cercava di farmi recedere dall'acquisto, lamentando la sproporzione tra il valore del bene (sia pure malandato) e quanto da me corrisposto. Ma, forte della mia fresca preparazione legale e adducendo la scusa indecentemente falsa che ormai avevo comperato un motore fuoribordo, esponendomi finanziariamente in tal misura da rendere impossibile un ripensamento, tenni duro e la barca fu mia. Ci sarebbero stati anche un paio di carabottini in legno da posare sul pavimento della barca e i remi in dotazione che avrei dovuto ritirare la mattina seguente nella capanna della ragazza, ma qualcosa mi disse che non era il caso di presentarsi e che me li potevo comperare per conto mio. 

Avuto in prestito da un amico di famiglia, con la (molto) generica promessa di un futuro acquisto, un malandato motore Selva da ben 2,5 cavalli di potenza, armato di silicone, di nastro adesivo e di vari attrezzi da carpenteria, mi misi volonterosamente all'opera per turare la falla in chiglia e per togliere dall'intercapedine dello scafo con un ferro piegato ad uncino il puzzolente cadavere di un grosso granchio porro che si infilato dentro chissà quando, anche se temo non di sua volontà. La puzza di pesce marcio non l' abbandonò mai più e rimase una curiosa caratteristica del natante, assieme ad una certa dose di sfiga che, superstizioso come ogni uomo di mare, non potei che attribuire a quel macabro rinvenimento e a qualche oscura maledizione lanciata dal granchio porro al momento del trapasso.


La lunga e perigliosa navigazione che mi attendeva per portare la barca risanata
dal Lido al cantiere. Il passaggio per la bocca di porto di San Nicolò
con le sue correnti per una barca come la mia era come quello di Capo Horn

Dopo qualche ora di lavoro di carpenteria navale sotto il sole rovente e in mezzo ad una platea di bambini e bagnanti incuriositi, la mia barca era pronta per prendere il mare aperto affrontando la circumnavigazione del faro di S.Nicolò per entrare nelle bocche di porto e, dopo essere sfilato davanti a Punta Sabbioni e aver superato il bacàn di Treporti e i bastioni cinquecenteschi del forte di Sant’Andrea, raggiungere le più tranquille acque del bacino di San Piero di Castello, dove avrebbe trovato posto nel cantiere che avevo già prenotato dal giorno prima. La barca venne subito ribattezzata Tellina in ricordo di uno dei dragamine della squadriglia che comandava mio padre e come tentativo sleale di riconquistare Donatella, che normalmente chiamavo Tella.
Questa che segue è la cronaca, tratta dal giornale di bordo, del primo viaggio della Tellina sotto il mio comando.

Aggancio il motore al pianale di poppa. Tiro con energia il cordino due, tre, quattro volte. Fa: “ put...put...” ma poi non succede niente e si spegne subito. Quando già lo sconforto stava prendendo il sopravvento, al quinto tentativo, dopo qualche colpetto di tosse e una fumèra acre e biancastra, i due cavalli (e mezzo) cominciano finalmente a cantare, tra gli “Hurrà !" degli amici convenuti dalle capanne vicine per il varo, ma soprattutto per il piccolo rinfresco con tramezzini e prosecco da me signorilmente offerto.


Il faro di San Nicolò che avrei dovuto doppiare per entrare nel
 canale tra il Lido e Punta Sabbioni che porta al bacino di San Marco


Si parte! Punto la prua verso il mare luccicante e mentre il motore pulsa e gorgoglia la Tellina inizia a prendere velocità. In breve, la spiaggia sembra lontanissima e i bagnanti sono ormai dei puntini colorati. Ho superato da tempo l'ultima flottiglia di mosconi e pedalò e sono in mare aperto, tanto che ora riesco a vedere in lontananza i murazzi di Malamocco alla mia destra e il faro di San Nicolò alla mia sinistra. Dentro di me immagino le sensazioni di Cristoforo Colombo, Magellano, Amerigo Vespucci, Alvise Da Mosto e tutti i colleghi navigatori che mi avevano preceduto e avverto un lungo brivido freddo. Poi un altro. E un altro ancora... ma questa volta all'altezza dei piedi! Non ho ancora esperienza marinaresca, ma so che non dovrebbe essere così.

Guardo cosa succede e mi accorgo con sgomento che ho i piedi a mollo. La Tellina imbarca acqua da qualche parte. Sto affondando! Mi chiedo dove possa essere la falla, visto che quella sulla chiglia anche all'ultimo controllo prima della partenza appariva saldata a dovere e l'acqua sembra venire su da poppa, ma poi realizzo che lo scoprirlo non mi salverebbe dall'affondamento, dunque, invece di rimuginare sterilmente sul problema sarebbe meglio provare a reagire per salvare se possibile la barca e assolutamente il sottoscritto.   

Il Forte di Sant'Andrea che sbarra l'ingresso al bacino di San Marco

Calcolo quanto tempo abbia a disposizione per ritornare alla base prima che il mare inghiotta la Tellina e il suo comandante, come prescrive la più nobile tradizione marinara. Ritengo, a quel ritmo di allagamento, di non poter affondare prima di un dieci/quindici minuti e decido che forse ce la posso fare. Inverto la rotta e metto il motore a tutta forza (si fa per dire). Intanto, mentre tengo la barra del motore con una mano, con l’altra mi prodigo in disperati colpi di sessola, per buttare quanta più acqua possibile fuori bordo. La spiaggia, e con lei la salvezza, pareva non avvicinarsi mai. I minuti trascorrono lenti. Raggiungo la linea dei pedalò, ma ho l’acqua quasi al bordo e navigo ormai da alcuni minuti in una situazione di gelido bidet. Proseguo ancora con il motore che fa sempre più fatica a spingere la Tellina appesantita dall'acqua. Ormai i parabordi e i salvagenti mi galleggiano vicini e se non fossero legati con una sagola, sarebbero finiti da tempo nella mia scia. Però ora distinguo finalmente  la mia capanna e il gruppetto di amici che stanno ancora onorando il mio rinfresco. Mancheranno meno di cento metri alla salvezza...

Dai! Un ultimo sforzo... resisti ancora un paio minuti e ce la facciamo...” me lo ripeto per farmi coraggio, ma la corsa della Tellina finisce malinconicamente a venti metri dalla riva in un gorgogliare di schiuma. Sul posto del naufragio, oltre ai relitti delle dotazioni di bordo, si stende quasi subito la macchia oleosa della miscela che fuoriesce dal motore mentre sulla superficie dell'acqua galleggiano malinconiche anche la bandierina tricolore di poppa e quella con il leone di San Marco che mi era stata regalata poco prima come portafortuna, ma evidentemente doveva essere tarocca. Nuoto e mi accorgo che si tocca. Sono finito sulla prima secca, quella che con la marea si raggiunge a piedi dalla riva. 

Poi arrivano i soccorsi e anche gli amici divertiti fino alle lacrime per aver assistito alla scena del naufragio tra una tartina e un calice di Prosecco. Appena rimetto piede sulla spiaggia mi accolgono con uno scrosciante applauso e il coro di "Britannia rules the waves" modificata in "Carletto rules the waves" per l'occasione. La Tellina venne subito recuperata e tirata in secco. Non così la mia reputazione marinara perché appena esamino la barca con un amico per capire dove fosse la falla scopro subito l’evidente cretinata che avevo compiuto. Per la fretta di prendere il mare, dopo averlo tolto per estrarre i resti maleodoranti del granchio, avevo dimenticato di rimettere a posto il tappo di scarico che chiude la sentina sul fondo dello scafo! Roba che a quando ti capita a Venezia sarebbe meglio cambiare città prima che si diano di gomito per strada vedendoti passare. Infatti il mio amico corse subito con le lacrime agli occhi per il ridere a raccontarlo in giro e così da quel giorno, ogni volta che si stappava una bottiglia di vino in compagnia mi veniva subito mostrato il tappo chiedendo se per caso mi fosse servito, che me lo avrebbero tenuto da parte...

(continua...)

domenica 23 ottobre 2016

Dell'antica arte veneziana di navigare in laguna e di trovarsi le barche.


Come avevo promesso o minacciato, dipende dai punti di vista, con questo primo post  inizierò a descrivere il complesso rapporto che lega un veneziano “di laguna” (precisazione indispensabile, visto che per noi veneziani venuti al mondo ad "un ponte e una calle" da San Marco già dall'altra parte del Ponte della libertà inizia la campagna, con buona pace dei mestrini e di mia moglie) alla sua barca. Che non è come avere l’automobile per portare i figli a scuola, andare in ufficio o a fare le spese del sabato come in tutto il resto del mondo. La barca per noi è praticamente un’amante esigente alla quale dedichi cure, attenzioni, soldi (molti) e tutto il tempo libero che riesci a strappare alle tue giornate e ai tuoi altri amori (che di solito non la prendono bene), magari anche solo per stendere delicatamente la seconda mano di “lustrofin” sul fasciame della prora o per tirarla in secco e lavarla con la pompa e l'acqua dolce dopo un uscita in mare e magari ripulirne la chiglia dalle incrostazioni oppure per lucidarne le cromature con il Sidol (che se solo mia madre avesse sospettato l'impegno che ci mettevo mi avrebbe fatto lucidare subito tutta l'argenteria di casa). L'amore cieco ed assoluto che nutrivo per il mio barchino ha significato anche, in tempi in cui di soldi ne vedevo pochini, l'accettare per anni che in aggiunta al fitto mensile di 40.000 lire per il rimessaggio della barca (da pagare anche d'inverno quando non la usavi) ci fosse anche il puntuale pagamento di un pizzo "primaverile" di 135.000 lire. 

Il canale di San Piero di Castello, dove all'estrema destra si vede
 ancora la saracinesca del cantiere dove tenevo la barca.
Ah... il campanile è pendente di suo, non è difettosa la foto...

Questo avveniva perché ogni volta che mi recavo al cantiere di San Piero di Castello dove la tenevo per la prima uscita in mare della stagione quel tagliagole pellestrinotto del capo cantiere si presentava da me sostenendo che mentre provava in vasca il mio motore Johnson prima di riconsegnarmelo si era accorto che a causa del gelo invernale si era rotta la piccola elica in plastica del raffreddamento ad acqua e dunque me l’aveva cambiata d’ufficio, perché lui ci teneva ai suoi clienti e metti mai che mi si fosse fuso il motore in navigazione. Per convalidare la tesi mi mostrava ogni volta il pezzo sostituito, affinché vedessi quanto fosse rotto, e magari lo ringraziassi pure per la cortese sollecitudine. Purtroppo, però, il pezzo era sempre quello, tanto che nel corso degli anni avevo imparato perfino a riconoscerlo.

A chi si chiedesse come mai non cambiassi cantiere, ricorderò che a Venezia trovarne uno che accetti barche piccole e poco remunerative è un'impresa epica, un po' come trovare un posto al garage comunale di Piazzale Roma e, d'altra parte, lasciare incustodito e semplicemente legato ad una palina un barchino con un motore fuoribordo nuovo di zecca che chiunque può sganciare o mettere in moto è come lasciare una BMW aperta e con le chiavi nel cruscotto in qualsiasi periferia urbana. Occorre essere molto ottimisti per sperare di rivederla.

Tuttavia, in cambio di questi sacrifici la tua barca, permettendoti di girovagare per miglia tra le barene e le valli da pesca della laguna, da Punta Sabbioni sino a Chioggia, ti regalerà la libertà, le emozioni e le scoperte che nessun veicolo a quattro ruote ti potrà mai dare. Forse solo la moto, per la passione che sa suscitare e le emozioni che ti può offrire, può esserle paragonabile.

L'altra faccia della medaglia è che la tua barca ti donerà a volte anche la paura di trovarti di colpo avvolto nella nebbia fitta senza sapere più dove stai andando e con l'unica opzione di legarti ad una bricola nell'attesa che si alzi per non trovarti disperso chissà dove, oppure l'angoscia di vedere il mare diventare sempre più grigio e le onde incresparsi per il vento del temporale che sta arrivando quando sei lontano da ogni approdo. Magari ti offrirà il piacere di rimanere senza miscela in mezzo alla laguna perché hai fatto male i calcoli e quindi dovrai sorbirti due ore di voga a remi per raggiungere il distributore che c'è a Burano sperando non sia chiuso, oppure il brivido esotico di attraversare uno sciame di zanzare in mezzo alle barene come Humphrey Bogart  e Katharine Hepburn nella "Regina d'Africa", ma avrai anche lo scroscio di pioggia improvviso con l'acqua che ti entra anche sotto la cerata, sempre che tu non l'abbia ceduta (perché noblesse oblige) alla tua passeggera, nel qual caso scenderai a terra da strizzare come lo straccio dei pavimenti. Ma non dimentichiamo neppure il fottuto sacchetto di plastica che ti si avvinghia all'elica bloccandola e che ti costringe a calarti fuoribordo per tagliarlo con il coltello e la barca che ti si slega dalla palina mentre stai mangiando alle Vignole (perché a fare i nodi decentemente non lo ha mai imparato) così che ti toccherà raggiungerla a nuoto. Tutte vicende che, nel bene e nel male, vivrai però come delle avventure uniche, da raccontare e portare per sempre nei ricordi e che un giorno ti consentiranno di dire con orgoglio, come Pablo Neruda: "Confesso che ho vissuto", anzi, "che ho navigato" (in laguna).


Questa è una topetta con un 20 hp. Si distingue dalla Sanpierota
perché è leggermente più grande e ha la prora alta e arrotondata.
Notare che chi la guida si è portato la sedia da casa.

D'altronde, quanto la barca sia radicata nella nostra cultura lo dice il  fatto che in realtà ne abbiamo creati e utilizziamo anche oggi quasi un centinaio di modelli diversi, di ogni dimensione e per qualsiasi uso (e prezzo). Dalle pesanti Peate, i Burci e le Caorline panciute per gli spostamenti tra le isole della laguna fino alle Tope e alle agili Topette per trasportare le merci tra i canali, passando per tutta la numerosa stirpe che deriva dalle gondole (Sandoli, Sandolini, Pupparini, Vipere, Mascarette…) per finire con le tipiche imbarcazioni a chiglia piatta dedicate alla pesca e alla caccia in laguna come le bellissime Sanpierote dei pescatori, che potevi anche usare con la vela al terzo. Poi ci sono anche gli Sciopòni dalla carena larga (perché si tirava con lo schioppo alle anatre e non doveva ribaltarsi per il rinculo) i Cofani e, per l’appunto, i Caccia e pesca. Insomma, la dottrina vigente nella Serenissima Repubblica recita ancora oggi: a ciascuno la sua barca secondo i suoi bisogni (e il suo portafoglio). 

Topette e barchini corrono veloci lungo le Fondamente Nuove

La barca dei miei sogni l’ho incontrata all'inizio dell’estate del 1970 all’Hotel Des Bains, al Lido, passeggiando solitario lungo la battigia proprio come Gustav Von Aschenbach che incontra Tadzio e non riesce più a toglierselo di mente. Era lì sulla sabbia, tirata in secca dai bagnini e abbandonata a chiglia in su. Non si vedevano segni che ne facessero intuire un utilizzo da parte di un qualche ignoto padrone. Anzi, doveva essere lì da diverso tempo, forse anche dall'estate precedente, tanto che ormai aveva assunto l’aria inconfondibile del relitto trascinato dalle onde sulla battigia a seguito di un qualche tragico naufragio del tipo:  "...e la barca tornò sola!"
Il sole estivo e la salsedine ne avevano già stinto i colori e la plastica dello scafo da bianca e rossa che doveva essere in origine, appariva ormai di un tenue colore crema-albicocca. Anche le cromature del bordo apparivano intaccate dalla ruggine e saltate in qualche punto.

La scialuppa, che di questo si trattava visto che di lunghezza era poco oltre i tre metri e mezzo, veniva unicamente usata dai bambini per fare tuffi sulla sabbia o giocare alla guerra, oppure dai più grandicelli come porta da calcio. Questi usi impropri le avevano lasciato anche un segno indelebile, rappresentato da una fenditura lunga una spanna che correva nella parte centrale della chiglia. 
Io mi recavo ad osservarla quasi tutti i giorni con crescente interesse, in primo luogo perché giaceva non molto lontano dalla nostra capanna e in secondo luogo perché in quell'estate mi trovavo in uno dei periodici momenti tipo: “non t’impegni seriamente nel nostro rapporto, dunque è meglio che ci lasciamo” che hanno segnato la mia quadriennale e travagliata storia d’amore con Donatella negli anni dell’università. Ovviamente, quando una storia d’amore s’interrompe ci sono anche dei danni collaterali da considerare e, appunto, chiudendolo con lei il rapporto si era chiuso anche quello con la barca a vela di suo padre, ma questo per fortuna era solo in teoria.


E' giunta l'ora di rientrare in cantiere e il faro di Murano ci farà da guida
anche perché le Fondamente Nuove le hai davanti e come fai a non vederle?

Infatti, disponendo tra moglie e figlie di una ciurma tutta al femminile e decisamente da salotto, ma essendo  molto pragmatico come tutti i medici, quel brav'uomo anche dopo la rottura con sua figlia continuava ad invitarmi per qualche uscita in mare (all'insaputa di Donatella) perché non gli era sembrato vero di avere finalmente un marinaio di bordo capace di eseguire le manovre in un tempo accettabile e senza dover ricorrere agli urlacci. Dunque, non aveva intenzione di perderselo per le mattane della figlia. 

Tanto più che io sapevo anche cucinare il pesce ed eccellenti pastasciutte, mentre in tutto il settore femminile della sua famiglia nessuna andava oltre al petto di pollo ai ferri o alla fettina di fegato lasciata cadere con ribrezzo nella padella rovente e senza nemmeno infarinarla e, comunque, a parte Donatella che sapeva tenere decentemente il timone anche se ad ogni suo bordo repentino e senza preavviso il rischio di prendersi il boma in testa era elevato, l’atteggiamento medio dell’equipaggio era : “Voi fate pure le vostre manovre da uomini di mare che io mi metto in costume a prendere il sole a prora”. Dunque, la mia presenza a bordo era ritenuta strategica. Però, ora la faccenda funzionava solo per qualche uscita sino alla boa del miglio fuori da San Nicolò tanto per tirar su lo spinnaker e fare qualche bordo di quelli tosti con l’Alpa 9,50 inclinata ai limiti e il mare che entrava quasi nel pozzetto di poppa. Perché la barca del padre di Donatella, con molto senso veneziano dell'understatement era stata chiamata "Co' rivo, rivo..." (quando arrivo, arrivo...) però quando c'era del buon vento da stringere filava che era una meraviglia.


Un' Alpa 9,50 come quella del padre di Donatella (la foto non è mia)

Mentre le uscite brevi in laguna continuavano imperterrite, purtroppo a causa delle turbolenze sentimentali in atto mi erano invece precluse le favolose traversate notturne verso l’Istria vissute in precedenza. Quelle che dopo il primo turno di notte passato al timone restavo lo stesso sveglio (anche perché dormire nello spazio angusto della tughetta delle vele con Donatella che russava era impresa fuori dalla mia portata) a fumare e chiacchierare sul senso della vita con suo padre, sorseggiando whisky bevuto a collo per scacciare l’umidità e rivolgendo lo sguardo alle sciabolate di luce dei fari sulla costa per capire se le luci che punteggiavano l’orizzonte erano ancora quelle di Lignano o se eravamo già al largo di Grado e Monfalcone (le luci di Trieste che andavano su fino ad Opicina erano inconfondibili). Alla fine cominciavo a buttarmi acqua di mare gelida in faccia per rimanere sveglio e non perdere lo spettacolo dell’alba perché almeno una volta nella vita occorre vedere il disco del sole sorgere lentamente in mezzo al mare dapprima come un piccolo punto rosso sull'orizzonte che poi, in un crescendo tra bagliori rosa e arancioni, dissolverà gradualmente le tenebre. Ah.. naturalmente occorre guardare verso est, non verso ovest come avevo fatto io la prima volta, iniziando così a intaccare la mia reputazione marinaresca.


Vedere la costa dell'Istria alle prime luci dell'alba dopo una notte in mare
è un'emozione indescrivibile.

Alla mattina si gettava l’ancora nella baia di Rovigno o di Novigrad per farsi passare definitivamente il sonno con un bel tuffo nell'acqua gelida (e chi ha mai fatto il bagno in Istria sa bene quanto lo sia anche d'estate), poi, dopo aver fatto scorta di acqua e di provviste e ripreso il largo in direzione di Mali Losinj (Lussinpiccolo) e le Incoronate, se il vento era buono si incontrava all'imbrunire qualche isolotto accogliente come Dugi Otok (l'isola lunga), Susak (Sansego) e Ilovik (l'asinello) dove potevi attraccare a qualche pontile e scendere a terra per accendere il barbecue o un falò e cucinare alla brace il pesce che ti vendevano a cassette i pescatori sottobordo.  A volte trovavi anche della malvasia e quella Travarica d’erbe distillata in casa dai contadini che andava giù per la strozza come piombo fuso e dopo un bicchierino già ti sentivi brillo, ma ti faceva digerire anche il calcestruzzo. Capitava spesso, durante questi approdi, di fare amicizia con l’equipaggio di qualche altra barca all'ormeggio (di solito tedeschi, ma tanto tra la gente di mare ci si capisce sempre) con il quale poi si finiva a suonare la chitarra (la mia) e a cantare le gesta della “mula de Parenzo” che aveva messo su bottega e di tutto la vendeva "fora che el baccalà", finendo a far bisboccia sino a notte fonda. Ora, come ho detto, tutto questo non lo potevo più fare perché in tal caso avrei trovato a bordo anche il resto della ciurma e per me e Donatella sarebbe stata dura ignorarsi e non litigare condividendo gli spazi angusti di una barca a vela di soli nove metri. Tanto più che, come ho detto, a me e a lei di norma era destinata per dormire la tughetta a prora dove si tenevano i sacchi delle vele, che già era dura dividerla da innamorati, figuriamoci dopo.


Lo squero del Rio dei mendicanti, uno degli ultimi dove si costruiscono le barche

Per tutti questi motivi, avevo rispolverato il sogno mai sopito di possedere una barchetta tutta mia per esplorare la laguna e le sue valli e magari anche per “rimorchiare” (così quella stronzetta supponente impara che non c’è mica solo lei al mondo…) e quella barca abbandonata sulla sabbia era proprio lì a dirmi che con un po’ di buona fortuna avrei potuto compiere l’affare della vita, acquistare la mia prima imbarcazione e realizzare le più segrete ambizioni di navigatore. Si trattava solo di scoprire chi ne fosse il proprietario per vedere quanto avrebbe chiesto per liberarlo da quel rottame, che magari me lo avrebbe regalato pure. Purtroppo, pur avendo studiato letteratura inglese e conoscendo "La ballata del vecchio marinaio" di Coleridge ignoravo che per ottenere una maledizione sulle barche non è necessario uccidere un albatros, è sufficiente anche un granchio porro, il cui spirito evidentemente aleggiava su quel povero scafo abbandonato sulla spiaggia del Des Bains, ma cosa accadde, ve lo racconterò la prossima volta...
(continua...)

giovedì 20 ottobre 2016

Diventa americano anche tu! Il mio prontuario ragionato delle frasi più utilizzate su Real Time e Cielo


Lo adoro!

Esclamazione tipicamente femminile che in America esprime approvazione istantanea e incondizionata per qualsiasi abito, paio di scarpe, accessorio purché pacchiano e costoso. Gli uomini americani sostituiscono il "Lo adoro!" con il classico "Wow!" pronunciato però come un "Waaaaaouuuu" con un numero di A e di U variabile in rapporto alla meraviglia e al gradimento suscitati. Mentre il "Wow!" maschile di solito cessa il suo effetto istantaneamente nel momento in cui lo si pronuncia o Charlize Theron nel film si rimette il reggiseno ed è comunque un'emissione singola, la caratteristica del "Lo adoro!" femminile è quella di replicarsi nel tempo, soprattutto se viene pronunciato in un atelier di moda, in un negozio di profumi e cosmetici o in una gioielleria e a volte provoca effetti collaterali anche gravi sulla Master Card. L'esclamazione "Lo adoro!" in presenza di un abito da sposa spesso precede lo scoppio di pianto (vedi) mentre, se avviene nel contesto di una gara di cucina, di solito indicherà l'apprezzamento unicamente per un singolo dettaglio del piatto da valutare, dal rametto di cerfoglio messo per guarnizione, alla goccia di salsa di lamponi del dessert caduta accidentalmente sul bordo del piatto con la tempura di gamberi. Rimane comunque un mistero come si possa esclamare "La adoro!" per la purea di pastinaca, che assieme alla quinoa e alle noci di macadamia imperversa nei vari Master Chef senza che nessuno ne capisca la necessità.

Ha appena pronunciato "Lo adoro!" ed ora sta osservando l'effetto "Big meringa"
prima del previsto scoppio di pianto che perfezionerà la vendita.

Mi vien da piangere. 

Frase che di solito viene pronunciata quando, dopo essere riuscito a fare entrare a viva forza e con la promessa di ampie modifiche strutturali un'aspirante sposa da 120 chili in un abito nuziale di tre taglie più piccolo e da cinquemila dollari, dopo aver cercato invano di farle calzare quello da venticinquemila e in progressione decrescente di prezzo almeno un'altra mezza dozzina di capi, l'elegantissimo titolare del negozio, sempre sorridente ma esausto, può porre finalmente la fatidica domanda: “E’ l’abito giusto?”. A quel punto, dopo aver ammirato allo specchio l’effetto “big meringa” dell’abito strabordante di maniglie dell’amore e veli di chiffon, scoppieranno a piangere in rigorosa successione: la sposa, la mamma della sposa, la nonna della sposa (che in precedenza aveva cercato inutilmente di rifilarle il suo vestito degli anni '50) e le due damigelle rosicone che hanno stracciato i marroni a tutti disapprovando con metodo ogni vestito precedente anche quando la sposa sembrava convinta e aveva già esclamato "Lo adoro!" (vedi). Il pianto irrefrenabile, secondo la consuetudine americana, è il momento che suggella l’approvazione del contratto tra le parti e a quel punto inizierà anche quello del padre che dovrà staccare l’assegno. Il “Mi vien da piangere” è anche pronunciato da ogni concorrente di un Master Chef che presenti nell’invention test un “timballo di tortellini ripieni al cotechino con mousse di ceci, lenticchie e topinambur” di sua creazione, che verrà subito definito da Barbieri un “mappazzone” e sarà seguito da un silenzio inquietante di Cracco e dal piatto scagliato in pattumiera da Bastianich. In tali circostanze, normalmente il "Mi vien da piangere" è seguito a ruota dal "Sono deluso..." ma i più tenaci arrivano a rilanciare subito con il "Sono qui per vincere" (vedi) perché occorre infondere sempre al telespettatore ottimismo e positività. In un caso del genere, quando arriva l'inevitabile "Togliti il grembiule, sei fuori da Master Chef" si percepirà l'intensa soddisfazione, quasi erotica, dei giudici nel pronunciarlo.

Sono al settimo cielo.

La frase indica una località celeste che nel mondo anglosassone dev'essere affollatissima come la metropolitana di Tokyo nell'ora di punta. Infatti, nei vari programmi la salita al settimo cielo pare avvenga per qualsiasi cosa, dall'essersi aggiudicato un box a scatola chiusa (contenente solo stracci sporchi, videocassette VHS e paccottiglia) per soli settecento dollari, all'essere riuscito a squamare un salmone reale da 15 chili buttandone via solo un terzo. Ma anche dall'aver acquistato dai due fratelli in affari per soli seicentomila dollari la casa dei sogni sul limitare del bosco che andrà ristrutturata sempre che le termiti (vedi) non si portino avanti con il lavoro e una simpatica famigliola di grizzly non decida di conoscere i nuovi vicini, sino all'aver venduto al negozio dei pegni per 50 dollari il vecchio quadro di un certo Edward Hopper che il nonno teneva in casa, ovviamente dopo aver sentito il parere dell’esperto (vedi). Come la scala di Maslow anche la salita al settimo cielo può essere percorsa rovinosamente all'indietro e nelle gare di cucina di solito la frase in questione si colloca temporalmente a metà tra il “Sono qui per vincere” (vedi) e il “Sono deluso”.


Non sapevo di essere incinta... un americano risponderebbe "Già!"

Già! 

Avverbio di cui viene fatto largo uso nei programmi ma di nessuna utilità pratica perché serve solo a confermare quanto appena detto dal concorrente precedente e agli autori per riempire qualche secondo di trasmissione e fare apparire in video una persona che altrimenti non avrebbe nulla da dire. Esempio classico il/la concorrente che afferma “La prova di oggi fa molta paura” e l’altro/a che inquadrato/a subito dopo dice con aria pensosa “Già!” senza aggiungere altro in modo che tu ti chieda quale possa essere il valore aggiunto della dichiarazione. L'uso puramente confermativo del "Già!" può presentare alcune insidie quando durante la gara uno dei concorrenti agita il pollice squartato che gronda sangue gridando "Mi sono tagliato!" e l'altro annuendo pensoso risponde "Già!" e per questo te lo pregusti riverso sul pavimento della cucina con un coltello da cucina piantato nello sterno. 

Sono qui per vincere 

Convinta dichiarazione d’intenti che viene effettuata da ogni concorrente ammesso a partecipare ad un master chef o a una gara tra pasticceri e finanche tra chi possieda la malattia più imbarazzante e serve per rassicurare gli spettatori che nessun concorrente sia lì per pareggiare o perdere. Normalmente la pronuncia anche qualsiasi sposa che partecipi alla gara tra i quattro matrimoni, pur essendo consapevole che il suo si svolgerà in una chiesa rupestre persa tra le brughiere scozzesi e il ricevimento sarà nella vicina locanda con una sala da pranzo allegra come una mensa aziendale dove al suono delle cornamuse verrà servito da mesti camerieri in tartan del brodo tiepido di montone e dello haggis di interiora d’agnello. Qualche giorno fa la frase “Siamo qui per vincere!” l’ho sentita pronunciare trionfalmente in coppia da una moglie e un marito australiani che durante una gara di cucina tra cuochi amatoriali si apprestavano a servire ai giudici una polenta italiana cotta in forno e condita con aceto e limone. Non mi è stato difficile immaginare che le loro speranze di vittoria sarebbero rimaste tali… 

Farò (faccio) del mio meglio 

Enunciazione sia maschile che femminile che spesso viene equiparata a "Sono qui per vincere" in quanto apparentemente ne condivide il proposito ma che in realtà ne differisce per la presenza laica del dubbio. Nelle gare tra cuochi amatoriali, dichiararlo prima e durante la prova serve infatti per mettere la mani avanti e indossare le "iron underpants" quando si viene colti dal sospetto che forse il peperoncino Habanero nel ripieno dei calamari non ci sta molto bene e tanto meno in quella quantità. Affermare che si sta facendo del proprio meglio chiarisce comunque al telespettatore medio americano (che a questi principi è sensibile) oltre che ai giudici di gara che nessuno è lì per fare del proprio peggio o per lavorare in modo approssimativo, dunque l'Habanero non l'ho messo per caso, ma facendo del mio meglio, sappiatelo. La dichiarazione però pare non funzionare con la stessa efficacia nelle gare di cucina a coppie. Infatti quando la moglie aspetta impaziente le venti costine d'agnello da mettere al forno e il marito, a quindici minuti dalla fine, sta ancora togliendo il grassetto dalla prima, pronunciando infastidito all'ennesimo sollecito il "Sto facendo del mio meglio" verrà percosso più volte con la padella...    

Sono angosciato 

Frase che viene spesso pronunciata dai concorrenti a Master Chef quando i giudici hanno assaggiato i calamari ripieni di peperoncino Habanero e sono ancora chiusi in camera di consiglio da tre ore. Di solito i presenti che l'ascoltano replicano con un "Già!" (vedi) che in tal caso prende il significato di un "Potevi mettercene di meno, coglione..." oppure con un "Va tutto bene" (vedi) che in quel contesto significa: "Anche se hai messo le mutande di ghisa, quelli appena escono l'Habanero te lo ficcano dentro con il bazooka".  Il passaggio dal "Sono angosciato" al "Sono qui per vincere" (vedi) in tali circostanze non è possibile e al massimo si potrà esprimere un "Sono deluso" prima di correre dal proctologo. La frase è anche tipica di chi ha appena acquistato la casa di campagna da ristrutturare dai due fratelli e sente il trombettiere delle termiti che suona l'adunata e anche della sposa da 120 chili di stazza che ha comperato l'abito nuziale da 5.000 dollari e tre taglie in meno e ora deve tirare su la cerniera. 

Va tutto bene 

Frase che nella cultura pragmatista ed eternamente positiva degli americani ha un potente effetto sedativo e tranquillizzante e solitamente è presa in prestito dai film di guerra, quando il tenente la dice paternamente al suo soldato che, avendo messo il piede su una mina ora si tiene le budella in mano, invitandolo ad essere ottimista, che tutto si risolverà per il meglio (di solito il poveretto spira un attimo dopo). In realtà, il significato corretto del "Va tutto bene" sarebbe: "Ci sei dentro fin al collo e se fossi in te nuoterei con la bocca chiusa". La frase, se utilizzata in certi contesti, nel mondo latino può assumere anche un forte contenuto ironico e provocatorio che invece nel mondo anglosassone non viene colto assolutamente. Per esempio dire "Tranquillo...va tutto bene..." quando il concorrente ha appena scoperto di aver dimenticato in forno le sue polpettine di astice e ora presenterà ai giudici una dozzina di biglie carbonizzate, di solito espone dalle nostre parti ad un immediato "Ma va a cagare, va..." mentre l'americano ti annuirà grato prima di pronunciare in rapida successione "Sono deluso " e "Sono qui per vincere" (vedi)


i fratelli furbacchioni che ti propongono la casa da ristrutturare
perché ha delle potenzialità (per loro)

Purtroppo ci sono le termiti… 

Tipico espediente dei due fratelli in affari per far sforare di almeno cinquemila dollari il budget del cliente gonzo il quale non ha ancora capito che, spaventandolo con cifre insostenibili dopo avergli chiesto che budget avesse o mostrandogli intenzionalmente dei ruderi per demotivarlo, alla fine lo hanno indotto a comperare una casa da ristrutturare "Perché ha delle potenzialità" (esclusivamente per il loro conto corrente) ma soprattutto perché così i restauri li farà uno dei due fratelli facendo, tra l’altro, demolire a picconate le pareti al loro cliente come se fosse un simpatico gioco in amicizia. Nel caso le termiti non fossero disponibili perché la casa dista miglia da qualsiasi bosco o giardino, ci saranno sempre l'impianto idraulico o i cavi elettrici marci o non a norma da sostituire. Sia le termiti che i cavi da cambiare sono sempre annunciati dal fratello carpentiere con la camicia a quadrettoni con l’aria falsamente mesta e prima che il cliente varchi la soglia di casa con la frase: “Ci sono brutte notizie…” seguita dalla cifra di quanto costerà rimediare che, probabilmente, è quanto serve a lui per andarsene in vacanza ad Acapulco. 

Ti spiace se chiamo l’esperto? 

Frase che viene pronunciata dai titolari del negozio di pegni di “Affari di famiglia” dopo che l’astuto negoziatore di turno dalle idee chiarissime ha appena confidato fuori onda (che tanto quelli mica lo sanno) che per la sua lettera autografa di Abramo Lincoln intende chiedere almeno diecimila dollari, ma però potrebbe anche accontentarsi di cento. La convocazione dell’esperto (ne hanno sempre uno per qualsiasi cosa: dalla storia dei tappi di bottiglia, ai bottoni delle divise nordiste, dalle confezioni di supposte giapponesi della seconda guerra mondiale, sino alle figurine del baseball) in realtà serve, come nella migliore tradizione dei film di Totò a fare venire il compare che dopo aver sentenziato che per lui il reperto non vale nulla, consentirà al titolare del negozio di proporre un prezzo da strozzino motivato sempre da “Non posso darti di più perché anch’io ci devo fare un guadagno”. Alla fine, dopo una serrata trattativa a base di “Ti posso offrire al massimo trenta dollari” e di “Puoi arrivare almeno a quaranta?” le due parti si metteranno d’accordo per trentadue dollari, un pacchetto di sigarette e un ingresso al casinò…

martedì 18 ottobre 2016

Dei dubbi dello scrittore che sta per andare in Germania


Ho già in mente a grandi linee (molto grandi) i miei prossimi racconti (pensavo a qualcosa di ambiente veneziano, che piace sempre tanto) e potrei anche mettermi alla tastiera per pubblicarli alla svelta in quanto, grazie al mestiere che ho fatto e che ancora mi diverto a fare per gli amici di questo blog, ho imparato da tempo a scrivere velocemente, giacché questa per un comunicatore è la condizione primaria per la sopravvivenza in azienda. Non tanto per la faccenda del leone e della gazzella che si svegliano alla mattina e dopo aver pensato: "Ma che due palle, però... non si può farne a meno? Devo ancora fare colazione…" sanno che dovranno correre fino a sera per sopravvivere, quanto perché è regola dei Grandi Capi Megagalattici man mano che riesci a soddisfare le loro richieste quella di alzarti sempre più l’asticella delle performance attese. Dunque, se sei riuscito, facendo i salti mortali, a consegnargli venti cartelle di un discorso in due ore, puoi star certo che il giorno dopo te ne richiederà altrettante dandoti un’ora di tempo per scriverle. Di solito l'alternativa che hai di fronte è procedere immediatamente ad una ricca spremuta di meningi sperando che la Dea del déjà vu e dell'ovvietà ti sia ancora amica o ringraziare chi ha inventato il "copia e incolla", che tanto i precedenti discorsi mica se li ricorda e la zuppa è sempre quella. Altrimenti, nel caso di horror vacui improvviso davanti allo schermo o al foglio ancora bianco per sindrome da carenza creativa oppure dell’arrivo di un soprassalto di orgoglio che ti induca a rammentargli che il tuo ruolo in azienda non è necessariamente quello di scriba del faraone è bene prendere in considerazione la prospettiva di avviare in un breve lasso di tempo una nuova attività con un ampio ventaglio di prospettive che andranno dallo scrivere necrologi, oroscopi, i cinema in città, le previsioni meteo e le cronache di cresime e comunioni per i bollettini parrocchiali oppure fare concorrenza a quello che lava i vetri al semaforo (sempre che accetti le regole del libero mercato).

La mamma è quella persona che la porti al ristorante a Vienna
e ordina sempre cose strane, che poi guarda perplessa.

Questo sproloquio iniziale mi serve per dire che non so se i racconti che ho in mente sia meglio scriverli ora o tra un po'. Infatti, la mia incertezza odierna deriva dal fatto che sono di fronte ad una novità interessante che potenzialmente può scombinare tutti i miei piani editoriali. Infatti, tra qualche settimana e dopo tanti rinvii avverrà il nostro atteso sbarco in Germania, per visitare finalmente la casa in cui da un anno abita nostro figlio a Düsseldorf. Questo mi ha richiamato alla mente le vicende di quattro anni fa, quando l'elfa (la mia diletta consorte) con una mossa di blitzkrieg da fare impallidire Rommel aveva deciso di effettuare in anticipo la minacciata Ispezione Generale di Primavera all'appartamentino viennese di mio figlio, che allora stava conseguendo il master specialistico presso la WU Wirtschaftsuniversität Wien. Pertanto, le prime cronache danubiane mi avevano già regalato l'espressione di mia moglie quando dopo aver affidato al giovanotto l'incarico via Skype di trovarle un albergo vicino, confortevole e a buon prezzo (che lei è notoriamente di braccino corto) a prenotazione avvenuta e pagata si era sentita chiedere: "Mamma, ti crea problemi se l'albergo è nel quartiere a luci rosse?". Che poi è simile alla mia espressione di qualche giorno fa, quando, dopo aver comunicato al giovanotto il nome dell’albergo di Düsseldorf che avevamo scelto mi sono sentito rispondere con aria divertita “Bingo! Hai beccato proprio la Little Turkey, il quartiere turco della città. Complimenti, non era facile…”. 

La mamma è quella persona che tu la porti nei migliori bar
ma "A Vienna il cappuccino non lo sanno proprio fare"

Ad ogni modo, scommetto una birra con i miei amici su Facebook che la prima cosa che mia moglie farà entrando nell'appartamento di mio figlio sarà quella di passare il dito sul primo mobile che incontrerà e dire "Va bene che lavori, ma un minutino almeno al sabato per togliere la polvere proprio non lo si trova, vero?". Mi piace vincere facile, anche perché ricordo come fosse oggi il giorno in cui l'elfa, affascinandomi con le sue arti seduttive, prese possesso manu militari della mia minuscola casetta da single con vista sui tetti dell'Arsenale che a me pareva tanto linda e ordinata, ma a lei no. Di conseguenza mi fu subito chiaro come il suo proposito di ribaltarmela da cima a fondo non fosse una boutade ma andasse preso alla lettera. E siccome la forza del tornado elfico dopo alcuni raid nella sua stanza qui a casa e perfino quando era in stage nella sua lontana dimora di Casorate Primo (Pavia) è nota anche a lui, già vedo il mio erede impegnato nei prossimi giorni a strofinare affannosamente il lavabo del bagno con il Viakal o sento già il suo grido affranto "No! il forno no!" mentre si avvinghierà allo sportello come le casalinghe nei migliori caroselli (sempre che il furbacchione non abbia il microonde). Che poi quel che capita oggi a mio figlio era successo anche a me con mia madre che da spudorata incantatrice di serpenti qual'era, avendo corrotto il portiere del nostro residence padovano che come Cavour non era insensibile al grido di dolore e ad offerte in denaro ed essendo quindi in possesso di una copia delle chiavi, eseguiva ogni tanto dei blitz a sorpresa nel nostro appartamentino da studenti per il ristabilimento dell'igiene e dell'ordine pubblico. Ma anche per rifarci i letti (la cuccia del cane, come li definiva lei) e lasciarci piatti di tortellini fumanti (e lì va bene) ma pure per svuotarci l'armadietto dei liquori lasciandoci al loro posto l'immagine di una bandierina pirata (le pittrici sanno disegnare) per buttarci i Playboy nella pattumiera (che poi nel paginone centrale della Playmate ci trovavi la buccia di zucchina) e per lasciarmi un bigliettino sulla foto di Donatella che tenevo vicino al letto con su scritto:"Carina! Hai buon gusto. Quando me la presenti?". Perché per queste faccende domestiche il rapporto madre-figlio si tramanda immutato attraverso le generazioni.

La mamma è quella persona che anche la casa da single del papà,
 appena ci ha messo piede l'ha ripulita da cima a fondo

Così, ricordo bene quel lunedì sera di quattro anni fa quando appena l'Euronight per Vienna aveva preso il largo cigolando dalla stazione di Mestre avevo contattato l'erede confermandogli: 

A) che la madre era partita (e ora erano cavoli suoi)
B) che era salita sul treno già con la luna storta accusandomi di averla indotta a scegliere le scarpe sbagliate e che per colpa mia probabilmente avrebbe avuto freddo ai piedi.
C) che si era portata la guida di Vienna del Touring da leggere in treno, dunque sarebbe giunta preparatissima e agguerrita.
D) che era convocato tassativamente per le ore 08.10 in punto alla Westbanhof

Inoltre, gli avevo domandato, visto che per uno che si stava specializzando in logistica avrebbe dovuto essere una banalità, quale programma avesse redatto per le giornate viennesi di sua madre, magari visualizzandomelo in un file di Excel sotto forma di diagramma di Gantt.  Subito dopo, l'avevo lasciato snocciolare tutta una serie di edificanti e ben congegnate visite a musei, palazzi imperiali e chiese varie, ivi comprese un paio di birrerie storiche tra le quali la celeberrima 7Sternbrau, la degustazione dell’originale Sachertorte e una passeggiata per le vie dello shopping elegante (questa messa non a caso nella speranza che ci scappasse il paio di jeans firmati per lui). 
Tutto questo prima di annunciargli perfidamente : "Scusa, è tutto bello... ma vedo che hai dimenticato una cosa fondamentale."
"Che cosa? Manca solo la casetta degli gnomi al Prater e poi le ho fatto vedere tutto..." 
"Figliolo, mi meraviglio che tu non ci abbia pensato. Lo sai che la mamma vuole ballare tango, vero?
Tutto ciò per godermi il suo atteso: "Cooosa?Ma che ca... stai scherzando, spero." e replicargli "No, affatto, sono serissimo... si è messa un paio di scarpe in valigia e anche un abito da sera. Vedi tu...". Purtroppo è stato un vero peccato che non fosse collegato con la webcam perché di sicuro mi sono perso il suo pallore improvviso, tanto da indurmi a creare l'hashtag  #Gianmarcostaisereno 

Alla fine, però la temuta e anticipata ispezione di primavera dell'elfa al nostro giovane erede e ai suoi possedimenti si è rivelata tutto sommato inoffensiva. Infatti, da quel che in seguito mi è stato raccontato, la consorte, approfittando spudoratamente della sua guida quasi indigena, si è divertita parecchio, si è ben nutrita e ha visto tutto quello che doveva vedere, dalla nuova sede in stile astronave aliena della WU Wirtschaftsuniversität Wien, al castello di Schönbrunn, dalla palazzina del Belvedere, al duomo di Santo Stefano e dalle birrerie più di tendenza tra gli studenti alle vie dello shopping elegante che natürlich hanno richiesto il giusto tributo alla sua carta di credito sotto forma di due maglioncini, una giacchetta in lana cotta e non ricordo cos'altro. 

La mamma è quella persona che tu la porti a mangiare la vera Sacher
e lei ti dice "Buona, ma avrei messo una marmellata diversa"

Dopo una settimana di soggiorno viennese i miei due amori sono rientrati a Venezia in treno assieme e subito, appena è stato possibile farlo senza orecchie elfiche indiscrete, ho chiesto lumi al giovanotto su come avesse fatto a cavarsela tanto bene con la nostra inflessibile beneamata (che anche dai figli si ha sempre da imparare). Così ho appreso che scegliendo una tattica ammirevole e da adottare senz'altro aveva deciso di giocare d'anticipo come quei difensori che temendo l'attaccante avversario gli timbrano subito la caviglia al fischio d'inizio per metterlo in soggezione. Dopo aver recuperato la madre alla stazione di buon mattino l'aveva portata subito a visitare il suo alloggio e a posare la valigia nell'attesa che fosse disponibile la stanza d'albergo, ma però l'aveva stoppata sulla porta d'ingresso dicendole con tono severo: "Mamma, prima di farti entrare in casa mia ti informo subito che qui ci sono due regole su cui non transigo: la prima è che non si fuma nemmeno la sigaretta elettronica e la seconda è : togliti le scarpe prima di entrare e metti le pantofole perché non voglio che mi righi il pavimento con i tacchi." . 

La mamma è quella persona che quando arriva sei felice
di ospitarla nel tuo spartano salottino viennese

Dopo questo inatteso attacco preventivo l'elfa, spiazzata e intimidita, è rimasta quieta per qualche tempo, limitandosi ad aprire una banale procedura d'infrazione per un capello rinvenuto nel piano doccia. Subito dopo, tuttavia, incalzato dalla mia curiosità l'erede ha ceduto confessando. "Papà, non vedevo l'ora che finisse questa settimana. Tu la mamma la chiami l'elfa perché tira con l'arco, ma sei sicuro che non sia una troll? Guarda che ne ha tutte le caratteristiche. Non è stata ferma un minuto e mi ha stroncato... avevo intenzione di lavorare sul report che devo presentare a marzo, ma non c'è stato verso. Voleva andare dappertutto. Mi ha risparmiato solo la ruota del Prater ma perché era ferma per manutenzione. Poi mi ha fatto diventare matto perché voleva che la portassi a mangiare il kaiserschmarrn che mica lo so io dove sono i ristoranti che lo fanno, che al massimo quando non ho voglia di spignattare o non ho nulla in frigo mangio in mensa o dal kebabbaro davanti all'ostello. Alla fine, per fortuna, sono riuscito a trovarglielo, ma pensa che l'ho portata perfino all'Hotel Sacher ad assaggiare la Sachertorte originale e lei ha detto che sì, era buona, ma si poteva fare meglio, che a lei il fondente non piace e comunque avrebbe messo un altro tipo di marmellata. Capisci? Quelli l'hanno inventata così e lei gliela modifica! Poi, con la scusa di studiarne l'arredamento per i suoi bar ha voluto entrare in una caffetteria Starbucks e si è ordinata un tè, che è come entrare in un'enoteca e chiedere una camomilla...ma ti rendi conto?". 

All'epoca, mi sono divertito come fossi riflesso in uno specchio, ad ascoltare lo stupore di un figlio alle prese con la mia realtà quotidiana, e pertanto figuratevi se non pregusto già la nostra visita tedesca.

domenica 16 ottobre 2016

Della mia vita da gourmet in trasferta e delle mense aziendali torinesi


Tutte le mattine, prima di uscire con il bretone per la consueta sgambata di chilometri tra campi e viottoli di campagna mi concedo il solito giochino stupido/scaramantico che consiste nel trarre auspici positivi o negativi sulla giornata che mi attende accendendo il lettore Mp3 con la modalità di riproduzione casuale. Ci sono stipati più di 1.500 brani, dai Led Zeppelin ai Nirvana, da Patti Smith a Janis Joplin e Joni Mitchell, passando per la musica irlandese dei Chieftains e delle Corrs, al jazz di Gerry Mulligan e per finire con gli Inti Illimani e “Bella ciao” dei Modena City Ramblers. Ho perfino la Radetzky March dei miei nonni per quando mi sento in crisi d’identità nazionale (succede abbastanza spesso di questi tempi). Dunque, secondo la mia scaramanzia puerile la prima canzone che ascolterò, sia allegra o triste, riposante o struggente, mi anticiperà come andrà la giornata. Beh... non ci crederete, ma in questi giorni invernali che hanno preceduto il weekend è uscita quasi sempre “Impermeabili” di Paolo Conte.

Quando la prima canzone che ascolti dal tuo lettore Mp3 è "Impermeabili"
meglio uscire con l'ombrello.

Questa mattina, invece, è uscita “Dark necessities” dei Red Hot Chili Peppers. Sul momento mi sono domandato che significasse (forse che il cane aveva un bisogno urgente?) poi ho compreso che il messaggio era contenuto non nella canzone ma nel nome del gruppo che la eseguiva. Così, riagganciandomi al post precedente sul ristorante indiano, mi sono messo nuovamente a rimuginare sulle mie esperienze gastronomiche sabaude, che in realtà non sono state moltissime perché da un lato gratificarsi da single e dopo un giorno di lavoro con una monumentale carbonara o mangiarsi un panino con la mortadella stravaccato sul divano davanti al televisore non ha prezzo, ma anche perché, dall'altro lato, di inviti a cena in case private torinesi in dodici anni di soggiorno ne ho contati solo sei o sette. Questo non perché stessi sulle scatole particolarmente, anzi, godevo di grande simpatia e cordialità da parte di tutti. Però la “tota” (signorina) o la "madamin" (signora) sabauda media non possiede nel suo imprinting il concetto della cena improvvisata ed informale. Lì non esiste proprio quella nostra usanza veneziana che vivi fin da ragazzo e che fa sì che dopo aver passato ore in un campiello seduti ai tavolini di un bar chiuso a discutere di tutto, magari verso l’una di notte uno diceva “Fioi, gò fame … venite su a casa mia che continuiamo la discussione e ci facciamo due bìgoli in salsa “ e si mangiava spesso in case di sconosciuti una spaghettata alla buona su piatti di plastica per il solo piacere della compagnia. Se invece vieni invitato a casa di qualcuno a Torino, la padrona di casa si sentirà in obbligo di riceverti con il filo di perle, la tovaglia in lino di Fiandra e il servizio buono e, soprattutto, penserà di aver mancato al suo dovere di ospitalità se non ti avrà preparato almeno una mezza dozzina di antipasti. Dunque ospitare un collega a cena diventa una tale rottura di balle che la si preferisce evitare. 

Comunque, andando a pescare tra le mie esperienze (alcune molto gradevoli, ma si trattava di cucina tradizionale piemontese, come al vecchio San Giors di Porta Palazzo o una piccola trattoria dalle parti di Baldissero che faceva un fritto misto da urlo) ho escluso per giusta causa i ristoranti di pesce, perché Torino è una città che, come potevo constatare di buon mattino al mercato di Piazza Bottesini in Barriera di Milano dove abitavo, riceve quotidianamente pesce freschissimo e di qualità eccellente dal Tirreno e dall’Adriatico, però non ha idea di come si cucini, un po’ come i padovani (che almeno i vicentini si salvano con il baccalà). E' la stessa storia della farinata di ceci, che in città la preparano alta mezzo dito, molle, farinosa e senza la crosticina dorata, perché la farinata ligure o toscana non sanno nemmeno cosa sia.



Nei tanti anni trascorsi sotto la Mole ho provato anche ristoranti di pesce sardi, napoletani, pugliesi e perfino greci, ma è come se sulla città (sia la Torino "bianca" che quella "nera”) gravasse una specie di sortilegio che trasformava anche la cottura più semplice in qualcosa di mediocre o decisamente scadente, con gamberi gommosi, fritti unti e molli e orate alla griglia servite al sangue come i filetti o gravemente ustionate con il lanciafiamme. Una volta, uno dei miei grandissimi capi mi volle invitare assieme ad altri ospiti in un ristorante sedicente veneziano (solo per i prezzi) e a fine cena mi chiese compiaciuto un giudizio dicendo: "Si è sentito a casa, vero?". Solo la mia innata buona creanza, oltre a quel certo dislivello gerarchico tra noi che sconsigliava la cosa, m’impedì di dirgli che solo per quel risotto scotto di pesce con il pomodoro e l’origano (per tacer del resto) quel cuoco, se gli andava bene, finiva incatenato sui banchi di voga di una galeazza, altrimenti lo avrebbero squartato tra le colonne del Todaro in Piazza San Marco dopo averlo ingozzato a forza di tutta la maionese, la besciamella e le salsine assurde con cui ricopriva il pesce.


Le mie linguine con i caparozzoli, che i sabaudi se le sognano

In realtà, i miei ricordi gastronomici sabaudi prevalenti sono di tutt'altro tenore. Ho avuto, infatti, per molti anni della vita il piacere e l’onore (non ci crederete, ma in fondo ne sono orgoglioso, un po' come quei nonni che raccontano ai nipotini di quando lavoravano in miniera) di pranzare alla mensa Fiat di Corso Dante (ma anche di Mirafiori, dell’Alfa Romeo ad Arese e di altri stabilimenti) con migliaia di colleghi. Durante i due turni di mensa si mangiava tutti lo stesso menu, seduti agli stessi tavoli da sei posti e senza particolari distinzioni gerarchiche. C'era un posto libero, salutavi i presenti e ti sedevi con il tuo vassoio, senza badare a chi fossero i tuoi compagni di tavola. Tute blu, impiegati, funzionari e dirigenti che erano tutti accomunati dallo stesso problema insolubile: il cibo. 

La mensa era così una zona franca di discussione che creava empatia e solidarietà immediata tra personale di reparti e ruoli diversi e sviluppava anche un bellissimo senso dell’umorismo, tanto che alcune delle più folgoranti battute della mia vita le ho potute ascoltare seduto a quei tavoli. Talvolta pittorescamente in dialetto ligure o toscano talvolta in napoletano, pugliese o calabrese. Una miniera imperdibile di cultura, ma anche di tradizioni italiane. Come un mio collega sardo che per sbucciare la mela estraeva di tasca davanti ai nostri occhi sbigottiti "Sa Resolza", ovvero il lungo coltello a serramanico dei pastori della Barbagia. O quell'altro dell’officina di cui non ricordo il nome e che prima di mangiare si faceva un veloce segno della croce e bisbigliava una preghiera, non ho mai capito se per ringraziare del cibo quotidiano o invocare la protezione divina su quanto stava per mangiare. 

Pappardelle con il ragù di fegatini al prosecco: un piatto tipico della nostra mensa.
(Basta crederci...)

Per non parlare delle piccole manie salutistiche del ragionier Peretti dell’amministrazione che puliva meticolosamente le posate e poi la frutta con il tovagliolo, del perito industriale Nicchi della logistica che ogni volta ce la smenava con la carne troppo cotta che a Firenze sarebbe successa la rivoluzione e l’ingegner Cannavacciolo dell'assemblaggio motori di Rivalta, che a grande richiesta dei colleghi prima del rito del caffè recitava "'A livella" meglio di Eduardo. Ricordo anche la coppettina tristissima della macedonia sciroppata in barattolo inflitta per dessert in alternativa a quello yogurt alla banana di cui qualcuno degli acquisti doveva aver comperato incautamente un'intero stock di prodotto, dato che ci venne proposto ininterrottamente dal settembre 1991 sino al luglio del 1992 prima che iniziasse il biennio dello yogurt all'albicocca. Associato alla coppetta di macedonia, dove non riuscivi a distinguere tra quei pochi pezzettini di frutta sperduti nel liquido e dunque denominati "I sommozzatori" quale fosse la pesca e quale la mela o la pera, c'era un concorso interno nato spontaneamente e riservato a chi riusciva a trovarvi più di una ciliegina. Nel 1992 il perito meccanico Morabito del reparto carrozzerie ne trovò ben tre e vinse il premio consistente in una settimana di buoni caffè, ma qualcuno insinuò a lungo che se le fosse portate da casa o che le avesse abilmente sottratte dalle altre coppette in vetrina.

All'inizio dei tempi in mensa c’era il precotto (o premasticato e predigerito, tanto è lo stesso), che non auguro a nessuno, se non ai vegani. Il precotto ti obbligava alla scelta tra due primi banali e due secondi anonimi. Prendere o lasciare oppure mettersi in coda per venti minuti al Bar Isabella per un tramezzino da mangiare in piedi tra gente che spinge, con l’unica consolazione di poter ammirare tra una gomitata e un pestone la giovane moglie del proprietario, una bellissima sabauda dai lunghi capelli ramati, copia conforme di Senta Berger. Il tuo pasto lo dovevi ordinare alla mattina entro le 10 compilando l'apposito modulo perché così ne scongelavano e preparavano il numero esatto, non uno di più (che altrimenti il titolo Fiat poteva risentirne in borsa) e se per caso te ne dimenticavi o decidevi all'ultimo istante di fermarti per via di qualche lavoro imprevisto eri fortunato se rimediavi un’insalata “Tristezza infinita” condita all'olio di semi o un panino imbottito con il prosciutto cotto (quello scadente, di spalla, che si usa per i toast in autogrill) la mortadella grigiastra o la sottiletta “Favorit” bianca come un lenzuolo.

Il Bar Isabella in Corso Dante, l'ultima affollatissima spiaggia
per chi non aveva prenotato in mensa

Nel mio caso questo succedeva spesso in quanto i Grandi capi più sono “grandi” e più sono… (ad libitum) e siccome il mio non mangiava e si nutriva solo di fumo e caffè, dava per scontato che questo dovesse per forza valere anche per i suoi collaboratori più stretti delle cui vite riteneva di poter disporre a piacimento, vedi anche le telefonate a casa alle due di notte dal Brasile ("Perché ha la voce da sonno? Starà mica dormendo?") per avere dei dati del tutto inutili. Quindi ci convocava in riunione da lui durante l’ora d’intervallo, che così i telefoni non suonavano, nessuno bussava alla porta e si poteva discutere (ascoltare i suoi monologhi) in santa pace, a parte il brontolare degli stomaci. Però io avevo almeno la fortuna che una delle signore che servivano alla mensa, era di Castelfranco e pertanto quando era di turno per solidarietà tra veneti qualche porzione avanzata da passarmi sotto banco me la rimediava sempre (anche perché era stata a suo tempo sensibilizzata con una bella scatola di cioccolatini). Quando invece ti presentavi con la tua ordinazione, ti veniva consegnato quanto scelto in un paio di contenitori sigillati di stagnola, che ricordavano quelli che ti danno nei take away cinesi per portare via i ravioli al vapore, soltanto che la somiglianza si fermava al vapore. Infatti, il cibo precotto terminava la sua cottura immerso a bagnomaria in vasche ricolme di acqua bollente e, dopo aver atteso che si raffreddasse per non ustionarsi, occorreva aprirlo con mille cautele per evitare schizzi proditori di vapore al pomodoro sulla camicia e/o la cravatta. Ricordo con particolare angoscia le pastasciutte perché dovevano essere assemblate come certi yogurt alla frutta riversando dalla sua vaschetta separata il condimento sopra la massa scotta e incollata degli spaghetti. Il profumo del condimento alle vongole “veraci”, dette anche “mendaci” in quanto spacciate per quello che non erano, ricordava quello del mercato del pesce di Rialto all'ora di chiusura, dopo una giornata di sole estivo.

Il “sugo al pomodoro fresco e basilico” delle pennette invece era decisamente asprigno e c’era un mio collega di Pozzuoli che ogni volta ne aspirava l’aroma avidamente perché sosteneva che gli ricordava il profumo delle solfatare. L’intingolo, di un bel rosso Ferrari, era particolarmente indicato per gli adoratori dell’acidità di stomaco o di quel reflusso gastro-esofageo che consentiva di non appisolarsi sulla scrivania nel dopo pranzo, ma di concentrarsi subito sul lavoro. Era comunque eccellente per le sedicenti scaloppine alla pizzaiola in quanto, per qualche strana reazione chimica, quel sugo di pomodoro fungeva da catalizzatore per i succhi gastrici consentendo di degradare le parti gommose della carne, intese proprio nel senso di pneumatico. Siccome le scaloppine alla pizzaiola venivano servite quasi sempre al venerdì, in alternativa al sinistro polpettone “Milite Ignoto” e l’effetto si protraeva per diverse ore, fungevano egregiamente anche per dissolvere lo spugnoso panino al formaggio e prosciutto che sapeva di freschino, servito dal carrello ristoro delle Ferrovie dello Stato sull'intercity del ritorno a casa, in prima istanza tra le stazioni di Vercelli e Novara o, in sessione d'appello, tra Milano e Brescia. Se a Desenzano il carrello non era ancora comparso, eri certo della condanna al digiuno e alla sete. Ma dei viaggi in treno da pendolare ne parleremo prossimamente, così da consentirvi di digerire questo polpettone domenicale che vi ho propinato.

martedì 11 ottobre 2016

Di Torino e dell'India misteriosa


Un po' perché la cosa mi diverte e mi rilassa e anche perché la vivo come una sfida personale al problema di salute che mi limita pesantemente in quel che posso mangiare con particolare riguardo agli affetti più cari (salumi e formaggi) da qualche tempo ho ripreso a darmi da fare ai fornelli per preparare piatti di varia difficoltà che, come la mia trippa al sugo con polenta, ormai posso solo assaggiare (una forchettata, ma poi basta) ma comunque so che a mangiarla ci penseranno mia moglie o mia suocera, che ne va matta e a volte mi chiede se gliela preparo. Tra i piatti insoliti che cucino per diletto e che mi riescono bene c'è anche una ricetta indiana come il pollo alla crema di latte con il curry e purea di ceci con curcuma e zenzero fresco che ho imparato curiosamente a fare in quel di Torino e a suo tempo ho raccontato chi me l'avesse insegnata e in quali circostanze. Il racconto lo avevo postato cinque anni fa su Splinder e immagino che quasi nessuno dei lettori attuali lo abbia letto, anche perché molti di loro sono giunti da poco tra i miei amici, quindi, dopo averlo accorciato e sfrondato di qualche parte troppo "datata"  lo posto sul mio nuovo blog  sperando che vi possiate divertire a leggerlo, come avevano fatto i miei lettori di allora…

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I tre colpetti leggeri seguiti da uno più deciso sulla porta del mio ufficio mi fecero trasalire perché sapevo benissimo chi ne fosse l’autrice. Era la signora Mò, (con l’accento marcato sulla ò, perché ci teneva). Una donnina secca e sottile e di età indefinibile (qualcuno tra gli anziani raccontava che la Mò fosse così anche a vent'anni, quando si diceva che l'avesse selezionata addirittura Valletta), taciturna e incapace di un sorriso, oltre che d’indossare qualcosa che non fosse un golfino di color sbiadito su gonna grigia. Dunque, non poteva che essere la segretaria fedelissima del mio Grande Capo. Il suo bussare alla mia porta significava una cosa soltanto: l’arrivo di una grana devastante di livello tre. Infatti, le grane nella nostra prassi aziendale si classificavano su tre livelli in base al tipo di convocazione. Se ti chiamava direttamente il Dottore al telefono (può venire da me un momento?) di solito era una cosa semplice, del tipo: “Può fermarsi stasera anche dopo cena per prepararmi un discorso da dieci cartelle con un cinque o sei slide per il convegno di domani?” (sì, certo, tanto ho ancora una scatoletta di sgombro sott’olio nella dispensa e due panini raffermi di ieri), o una cazziata leggera del tipo “in questo articolo mi ha scritto: miglioramento continuo e non: continuous improvement” (che poi sarebbe lo stesso, ma fa più managerialese), magari talvolta anche un complimento (raro). Insomma: nulla di cui preoccuparsi.

Se la convocazione telefonica invece era fatta dalla Mò (può venire un momento dal Dottore?) la grana minacciava di essere più consistente, tipo una cazziata immane come quando nel filmato di presentazione della nostra Società che avevo prodotto in quattro lingue (costato 10 milioni del vecchio conio), s’intravvedeva per un decimo di secondo e in uno spezzone di repertorio, l’ex Amministratore Delegato caduto in disgrazia. 
Se, infine, la signora Mò veniva a prenderti di persona con l’aria di una sentenza di morte, allora la faccenda era gravissima. Infatti, la presenza della signora Mò alla porta era da interpretare come l’accompagnamento coatto dei carabinieri, per evitare che potessi darti alla fuga per i corridoi (ho sempre sospettato che in tal caso avesse l’ordine di spararti alle gambe). La seguii rassegnato ma a testa alta, come un eroe risorgimentale verso il plotone d’esecuzione. Una volta entrato nella stanza del Grande Capo vidi che in piedi davanti alla sua scrivania vi erano già la direttrice del personale e il mio collega delle relazioni esterne. Tutti e due pallidi e con l’aria preoccupata. 
Come il Capo mi vide al suo cospetto, chiese a bruciapelo: “Lei sa dell’India, vero?”.
Si…certo… da ragazzo ho letto Kipling
Prego?
I miei due colleghi mi guardarono inorriditi, temendo seriamente per me. Invece, il Dottore, dopo un silenzio e un sorrisetto fuggevole mi fece cenno di sedere.
Bene! Prima che mi citi anche Salgari, dovrei ricordarle che non le pago uno stipendio per fare lo spiritoso, ma visto che lei, al contrario di questi due cagadubbi, almeno la prende sul ridere, da questo momento l’organizzazione della cena indiana è affar suo”. I due colleghi, visto che avevo pescato la carta avvelenata si dileguarono alla svelta. Così, rimasto solo con il Grande Capo venni messo al corrente della faccenda che ora incombeva tutta sul mio capo. Ed era una rogna bella grossa. 


Nella movimentata vita di un comunicatore aziendale
capita anche di dover organizzare pranzi indiani

Infatti, in previsione della costruzione di un nuovo stabilimento di produzione nel profondo Rajasthan qualcuno in cima al nostro Olimpo aveva avuto la bella idea di organizzare un volo privato da Nuova Delhi a Torino per portare uomini politici, di cultura, sindacalisti e giornalisti indiani a presentare il loro paese ai 150 alti dirigenti della nostra società. L’incontro, da svolgersi in un antico castello sulle colline dell’astigiano, si sarebbe concluso con una bella cena tutta a base di cucina indiana e siccome il cuoco indiano che doveva venire in aereo con il gruppo aveva dato forfait, io ora la dovevo organizzare, rischiando quindi l’osso del collo (e altre nobili parti del mio essere) se qualcosa fosse andato storto e qualcuno degli altezzosi commensali sabaudi avesse storto il naso.

Per prima cosa mi misi disperatamente alla ricerca di un ristorante indiano in Torino, che all’epoca iniziava già a pullulare di ristoranti cinesi, greci e arabi come ogni buona città che si rispetti e già trovarne uno che ti facesse ancora la tofèja (tufèa) canavese con le cotenne di maiale e i fagioli bianchi, gli agnolotti al plìn con il ripieno di brasato o il fritto misto con gli amaretti di Mombaruzzo, i semolini e la cervella come al vecchio San Giòrs di Porta Palazzo era un’impresa. Ma, comunque, di ristoratori indiani, nessuna traccia. O meglio, sulle pagine gialle ce n’erano quattro, ma uno era prevalentemente una pizzeria (e non potevo far servire a 150 persone una pizza tandoori) e in quanto agli altri tre, dopo averli contattati avevo saputo che i cuochi erano o pakistani o del Bangladesh, dunque non era il caso di avviare il rapporto con un incidente diplomatico. Tanto meno, come mi aveva suggerito il mio collega ischitano (un vero talento nell'arte partenopea di arrangiarsi), di spacciare come un ristorante indiano il ristorante thailandese di via Sacchi, dove lui aveva rapporti non meglio precisati con il proprietario, “che tanto geograficamente sono lì vicino, no? E chi vuoi che se ne accorga….”.

Alla fine, quando tutto sembrava perduto perché mancavano solo cinque giorni all'evento e non sapevo dove sbattere la testa, l’aiuto celeste che non ti aspetti si materializzò sotto le sembianze di uno dei nostri commessi, un omino mite di Cerignola che faceva il giro degli uffici per consegnare la posta interna. Quando seppe cosa mi angosciasse, mi raccontò che avevano aperto da poco un ristorante indiano vicino a casa sua, nel quartiere di Nichelino, e che il locale sembrava anche molto pulito e in ordine. Dopo averlo fatto traballare con una pacca sulla spalla e anche arrossire perché la gerarchia aziendale non prevedeva tanta familiarità tra ruoli organizzativi diversi, gli dissi: “Benissimo! Allora domani sera, se non ha altri impegni, lei prende sua moglie e sua figlia, io invito la mia segretaria e suo marito e andiamo tutti assieme a provare il ristorante in incognito, così vediamo se fa al caso nostro. Ovviamente, siete miei ospiti….”


Isvor era in Corso Dante, nella sede storica dove è nata la FIAT.
La finestra del mio ufficio era la quinta visibile all'ultimo piano.
Oggi l'edificio è stato ceduto, sventrato e pare ne faranno appartamenti  

La sera, appena sceso con la mia segretaria e suo marito davanti al ristorante Maharani di Nichelino, invece delle tre persone che dovevano farci compagnia a tavola ne trovai sette perché il mite omino di Cerignola aveva pensato di estendere l’invito anche al fidanzato della figlia e ai suoi futuri consuoceri, oltre che al cognato vedovo da poco, che poverino bisognava tenerlo su di morale. Siccome noblesse oblige non ebbi il coraggio di rivelare loro che la cena non la pagava l’azienda, ma io di tasca mia.

All'ingresso ci accolse con le mani giunte e un inchino riverente una bella signorina olivastra e dai lunghi capelli neri, vestita con uno stupendo sari di seta ricamata e con tanto di velo dorato sulla testa, che ci accompagnò al tavolo. Non ci volle molto per accorgersi che non capiva un tubo d’italiano se non le quattro cose che aveva imparato a memoria. Una nota sul menù informava che il ristorante effettuava ogni settimana un menù degustazione diverso di piatti tradizionali delle varie regioni dell’India e che a noi quella sera sarebbe toccato l’Andhra Pradesh. Prendere o lasciare. 
Accettammo di stare al gioco, anche se il marito della segretaria che un po’ ne sapeva perché era abbonato a Focus e conosceva uno dell’Iveco che aveva viaggiato per l’Asia sui camion di Overland, ci mise in guardia contro la birra indiana ricordandoci che l’acqua utilizzata per prepararla poteva provenire o dal Gange o dal Brahmaputra, non proprio il massimo dell’igiene. Anche la birra messicana sul menu fu scartata a furor di popolo perché qualcuno fece presente che Città del Messico era tra le città più inquinate del pianeta e quindi figuriamoci le sue falde acquifere. Alla fine la Peroni familiare ci mise tutti d’accordo. 

L’avvio del pranzo fu più che buono, con il pane naan portato caldo in tavola da sbocconcellare (subito una signora proruppe con l’atteso “Guarda! Fanno le piadine anche loro”) e tutta una serie di antipasti a base di ceci, lenticchie e banane fritte o lessate, condite con vari chutney. La signorina in sari ci illustrava premurosamente ogni piatto che portava in tavola con un inchino riverente e ripetendo a memoria e come un disco rotto quello che le avevano insegnato.“Questa essere sfoglia di ceci e lenticchie lessate con zenzero, curry, coriandolo e cardamomo
Se per caso le chiedevi ulteriori lumi tipo: “Ma viene fritta nel burro chiarificato?” dopo un inchino gentile a mani giunte rispondeva inesorabile: “Questa essere sfoglia di ceci e lenticchie lessate con zenzero curry, coriandolo e cardamomo”. Alla terza volta lasciai perdere.


Ussignùr... cos'è questa cosa enorme che è spuntata sopra la nostra mensa? 

Finiti gli antipasti, tutti gradevolissimi, la ragazza ci disse una cosa che mise a tutti una discreta inquietudine. “Ora assaggerete piatti cucinati con il garam masala del nostro cuoco. Ogni cuoco indiano ha il suo masala segreto di spezie.
Scusi, ma il garam masala del vostro cuoco è molto piccante?
Il volto della ragazza, che quella parola doveva conoscerla, s’illuminò di un sorriso antico e annuì “Sì piccante … peperoncino di Andhra Pradesh è migliore di India”.
Il marito della nostra segretaria, che era di Crotone, fece spallucce e poi ci disse “Questi neanche conoscono il peperoncino calabrese di Soverato. Voglio proprio vedere…” 
La ragazza fu di parola e il peperoncino dell’ Andhra Pradesh si disvelò in tutta la sua geometrica potenza. Iniziò, infatti, un crescendo rossiniano di piatti di rara piccantezza che alla fine donarono a tutti la cosiddetta lingua di bue, gonfia e tumefatta. Compreso il nostro commensale calabrese che cercava di farsi vedere disinvolto, ma si capiva che era in difficoltà respiratoria anche se non voleva ammetterlo per via del peperoncino di Soverato da conservare patriotticamente al primo posto

Durante una pausa del pranzo l'omino mite di Cerignola, ormai paonazzo in viso, mi si rivolse con lo sguardo del marinaio che implora una parola di speranza dal suo comandante mentre la nave è in balìa della tempesta.
Scusi ingegnere…” (non sono ingegnere, ma chiunque fosse laureato in qualsiasi cosa nella nostra società veniva chiamato così per default, e, d'altronde essendo io laureato in giurisprudenza scontavo il fatto che il termine “Avvocato” fosse già occupato) secondo lei, che conosce la cucina indiana, abbiamo finito con il piccante?”.
Si… credo che questa pausa nell'arrivo dei piatti sia il segnale che ora stanno per portarci i dolci… quelli non dovrebbero essere piccanti. Almeno lo spero, al massimo li possono fare flambè”.
Non feci tempo a dirlo che la ragazza posò in centro alla tavola una zuppiera che conteneva una specie di spezzatino, solo che il sugo era dello stesso colore rosso intenso dei giubbini dell’ANAS. Lo sgomento per quell'ulteriore intingolo inquietante ci strappò un collettivo: “Oh cazzo!”, ma la signorina in sari con un inchino a mani giunte ci spiegò sorridendo dolcemente “No cazzo… è agnello”.

La cena proseguì fino alla fine con le lacrime agli occhi di tutti per il piccante e per l’equivoco sul contenuto dello spezzatino e con la signorina che, offesa dal nostro scoppio di risa di cui non aveva capito il motivo, ora non sorrideva più, tanto da portarci il conto (piccantino anche lui) sbrigativamente. Alla fine, sul marciapiede fuori dal ristorante, ci fu un veloce giro di opinioni sul da farsi. Non avendo ormai molte alternative, le ipotesi in ballo restavano tre:
1- fare il contratto al ristorante per la cena nel castello, ma chiedendo garanzie sul livello di piccantezza e con divieto assoluto di uso del peperoncino dell’Andhra Pradesh (bastava quello di Soverato)
2- fare il contratto al ristorante, ma assecondando il mio mai sopito spirito sessantottino (colpire il sistema dal cuore del sistema) non dare alcuna istruzione al cuoco e lasciare inalterato il livello di piccante (anzi, chiedergli di alzarlo), in modo da avere al lunedì successivo alla cena l’intero gruppo dirigente della società falcidiato da ulcere, gastriti e violente crisi emorroidarie (queste ultime soprattutto).
3- chiedere al mio collega ischitano come intendesse far passare la cucina del suo ristorante thailandese per indiana.

Per fortuna è rimasto il Bar Isabella, dove si andava per mangiare in fretta un tramezzino
 facendosi largo tra decine di clienti, ma anche per  la stupenda moglie del titolare,
una sabauda dai  lunghi capelli ramati che sembrava Senta Berger

Alla fine, mi feci coraggio e scelsi la prima, essendo le altre due ipotesi suggestive ma ad alto rischio per quanto riguardava il proseguimento della mia vita lavorativa in quella società. Tornai dentro il locale e visto che, rispetto alla ragazza in sari, la cassiera sembrava capire almeno l’inglese, le chiesi di farmi parlare con il cuoco, che era anche il proprietario del locale.
Accompagnato sulla porta della cucina mi trovai di fronte un omone, alto e baffuto, tutt’altro che olivastro, con i capelli tenuti assieme a codino con un elastico e il grembiule variamente macchiato. Dietro di lui scorgevo tre ragazzotti sicuramente asiatici in camice bianco e indaffarati tra le pentole. La cassiera gli spiegò sommariamente il perché del mio ingresso in cucina. Lui, dopo averla strofinata sul grembiule, mi porse cordiale la mano che profumava dello zenzero fresco che stava sminuzzando. Ricambiato il sorriso, andai subito al sodo.
Must I speak english or you understand italian?
Che te pijasse un gòrbu! Sono di Macerata, mò voglio anche vedere che ti devo parlare inglese…

Così feci subito amicizia con Alcide, eccellente cuoco marchigiano che dopo una vita nomade per mezzo mondo, si era fermato quindici anni a Bangalore dove aveva percorso tutti i gradi all’interno delle cucine dell’Hotel Richmond, da sguattero fino a capo cuoco, imparando tutti i segreti della cucina indiana. Gli spiegai di cosa avessi bisogno, lo istruii debitamente sul tipo di cibi e di piccante auspicabili e così la cena di gala fu un successone, con tanto di applauso finale al cuoco e al suo staff.
Il lunedì seguente, di prima mattina, il mio Grande Capo, m’incrociò nel corridoio e dopo avermi squadrato severo e in un silenzio da far temere il peggio, allargò le braccia sconsolato e mi disse “Solo lei poteva portarmi un indiano di Macerata… comunque, è stato bravo… intendo il cuoco, naturalmente
Quindi, io no?
Sì è stato bravo, ma lei lo deve essere per forza, altrimenti non lavorerebbe più con me
Anche se sapevo bene che per il suo modo ruvido di fare dei complimenti, quello era il massimo, comunque ne restai piuttosto deluso. In fondo aveva fatto una bella figura senza muovere un dito e grazie a me, dunque un minimo di riconoscenza me lo sarei aspettato.

Il venerdì mattina seguente, alle nove in punto, sentii bussare nuovamente la signora Mò alla porta del mio ufficio per accompagnarmi al cospetto del Grande Capo. Nel breve tragitto sotto scorta immaginai che qualcuno dei direttori megagalattici non fosse sopravvissuto al pollo tandoori con purea di ceci e lenticchie al curry e ne ebbi paura. Invece, come mi affacciai nel suo studio, il Grande Capo dapprima mi guardò corrucciato, poi sorridendo mi disse “Cosa fa ancora qui? Non ha una moglie e un bambino piccolo che l’aspettano a Venezia? Corra a prendere il treno che non voglio più averla tra le balle sino a lunedì e faccia alla svelta prima che ci ripensi”.
Lo presi in parola (e, inventandomi che ne avevo il permesso, gli fregai anche la macchina blu con l’autista, che altrimenti con il cavolo che prendevo l’intercity delle 9 e 40).