lunedì 3 ottobre 2016

Dei miei sogni notturni e dei vecchi incubi che ancora li agitano.


Qualche notte fa, forse grazie ad una pizza cotta frettolosamente dal pizzaiolo e ai calici di vino impiegati per sciogliere quel conglomerato di rucola, pomodorini e calcestruzzo, ho sognato che ero ritornato - chissà poi perché - agli anni del liceo, cosa che di solito mi piace molto. Però il contesto in cui avrei dovuto trovarmi non quadrava affatto perché non era quello della fine degli anni '60 che mi era ben noto ma appariva completamente mutato in una realtà futura, che non conoscevo.

Così, in quello strano sogno, c'era la mia vecchia aula del Marco Foscarini, identica a come l'avevo lasciata nei miei ricordi, con l’unica differenza che, al posto del vetusto altoparlante da cui usciva la voce gracchiante del preside, s'aggirava il gelido occhio di una telecamera. Guardando meglio attorno m'accorgevo però che tutto l’ambiente era molto più nitido e pulito di prima, tanto che al posto del caratteristico odore di piscio e lisoformio che proveniva dai gabinetti nel corridoio, sempre ingorgati, adesso aleggiava nell'aria una voluttuosa fragranza di lavanda e ciclamino, cioè il fresco profumo del nuovo Mastro Lindo ai fiori di campo. Erano scomparse le bolle di salso e le macchie d’umido sotto alle finestre e dai muri non penzolavano più le due mappe sbrindellate dell’Europa e dell’Africa (una del 1950 e l'altra del 1939, con tanto di confini dell’Impero...) e neppure quella con la raffigurazione del corpo umano e del sistema muscolare, cui un vigoroso tratto di penna a biro di Emanuele aveva restituito l'organo più importante per la riproduzione. Al loro posto luccicavano degli eleganti manifesti incorniciati sotto vetro e riproducenti famigliole felici, bianchi cavalli sulla riva del mare e una scintillante auto sportiva parcheggiata in mezzo ad un campo di margherite gialle (che, se lo faccio io, arriva subito il contadino con il forcone...). Anche i banchi erano tutti belli sfavillanti di plastichetta colorata e senza alcuna traccia delle incisioni rupestri che testimoniavano il succedersi delle generazioni di studenti.

Il mio, che ai suoi tempi era considerato un vero capolavoro del genere intagliato, tanto che lo avresti detto uscito dalla bottega del Brustolon, era diventato di un bel color celeste carico, ma, purtroppo, risultava privo di quell'indignato: "Donatella, sei una stronza! È così che mi vuoi bene ?"  che mi era costato un mal di fegato, una scazzottata in calle con l'amico che me l'aveva portata via (quella zoccola), due settimane di lavoro di bulino e una nota sul registro. 


il bello di risvegliarsi e realizzare che era solo un incubo...

Naturalmente c'erano i miei compagni, seduti assai compostamente sui loro banchi e tutti in elegante abito blu con cravatta griffata (tranne Bettiolo che era vestito da prete, con il sottanone fino ai piedi...). Io ero invece - chissà perché - vestito démodé, da sessantottino con l’eskimo, ma non provavo alcuna vergogna per la mia diversità, quanto piuttosto un senso di viva infelicità perché questo fatto mi rendeva estraneo al mio mondo e impediva qualsiasi contatto con i miei amici. Nessuno, infatti, mi rivolgeva parola (tu quoque, Emanuele !) e i pochi sguardi che riuscivo ad incrociare erano tra l'infastidito e il commiserativo. Sui banchi non c'era traccia di libri, ma tutti brandivano uno strano aggeggio simile ad un telecomando, con quattro tastini colorati. Ogni tanto qualcuno, tutto eccitato, pigiava un tastino e subito dopo si accendeva di volta in volta una lucina verde o rossa sul suo banchetto. Alla lucina verde corrispondeva un breve segnale acustico melodioso, a quella rossa un sonoro: "Brrrrrrrr..." assai sgradevole.

"Qualunque cosa sia, è bellissima!" pensai (com’è noto, qualsiasi boiata elettronica ha sempre esercitato un fascino irresistibile su di me) "Ma perché io non l’ ho avuta ?".

Mi sporsi così verso Grosz, che sedeva lì vicino: "Ehi! Andrea ! Cos'è quel coso lì e come si fa per averlo ?" gli bisbigliai sottovoce, ma lui non mi rispose e dopo un cenno di mantenere il silenzio si limitò ad indicarmi una cassettina a fianco del banco che non avevo notato. Guardai bene l’etichetta. C'era scritto:“Risponditore: Euro 10.00 + Iva per tre minuti di collegamento. Versione Premium con tre suggerimenti, Euro 25.00 + Iva”. 
"Caspita! È caruccio in tutti i sensi!" pensai tra me e me, ma ero troppo curioso per non provare quella novità. Così, cerca che non ti cerco, saltarono fuori delle tasche del mio eskimo, tra gettoni del telefono e varie, gli euro richiesti (evidentemente il sogno mi aveva cambiato cortesemente le lire) e con loro saltò fuori finalmente anche il mio Risponditore.

Appartenendo da sempre alla vasta corrente di pensiero di coloro che non si sognerebbero mai di leggere un libretto d’istruzioni (perché vuoi mettere il brivido di incasinare tutto subito?) provai a schiacciare un tastino a caso. E fu subito: "Brrrrrrrr...". Riprovai ancora cambiando colore del tasto ma il risultato era sempre lo stesso sgradevole: "Brrrrrrrr..".  Al quinto tentativo si accese un piccolo display sull'angolo in alto del banchetto e vi comparve una scritta lampeggiante in rosso: "Attenzione! Limite d’errore superato! Il Risponditore sarà ritirato fino al termine della lezione! ". E subito arrivò un tecnico di laboratorio in camice bianco che senza dir nulla staccò degli slot di memoria e alcuni cavetti e si portò via l’aggeggio, non senza aver messo bene in vista sul banco un cartello rosso e giallo con su scritto: "Preparazione insufficiente - squalificato" , che doveva essere la versione moderna del quattro e mezzo e del conseguente: "potrebbe fare ma non si applica" da dire a mia madre per rovinarmi la settimana.

La cosa mi dispiacque molto e ne provai un vivo dolore, sia perché i miei compagni avevano osservato la scena ridacchiando felici (e non potevo che domandarmi dove fosse finita quella gran solidarietà di gruppo che ci aveva sempre uniti) sia perché, avendo pagato Euro 10.00 + Iva (che erano tutto quello che possedevo dato che nella vita sono spendaccione, ma i miei sogni hanno il braccino corto) avevo compreso, squalifica a parte, che non avrei mai più potuto avere un telecomando come gli altri. Ed essere come uno di loro.


Studiando per smentire il " potrebbe fare ma non si applica... "

All’inizio del sogno, in ogni modo, il campo visivo era limitato agli ultimi banchi e sembrava non riuscisse a rivolgersi altrove. Poi, d’un tratto, mi sono accorto che qualcosa cambiava poiché di lontano giungeva una voce, dapprima sottile e indistinta, poi sempre più chiara: "Logaritmo di ypsilon, meno la radice quadrata di zeta... aperta parentesi... per alfa, fratto il logaritmo di beta, chiusa parentesi..." . 

Il sogno girava lentamente in quella direzione... ed era proprio lei !

In piedi dietro la cattedra, sotto il ritratto di un distinto signore dal sorriso paterno, c'era la mia mai dimenticata professoressa di matematica e fisica. La terribile Gigia, che si apprestava ad interrogare!

Ossuta, con i dentini aguzzi e bianchissimi che spuntavano dalla bocca sottile come un taglio di rasoio e fasciata come sempre nel suo grembiule nero come la notte, saliva e scendeva lentamente con il dito adunco lungo la pagina del registro per scegliere la sua preda, scrutando tra i banchi con quel suo sguardo d'acciaio (terrore d’intere generazioni di Foscariniani.) in un modo che mi ricordava quelle scene dei film di guerra quando l’equipaggio del sommergibile americano in immersione sente arrivare, dapprima piano e poi sempre più ossessivamente forti gli impulsi sonori del sonar e il rumore delle eliche del cacciatorpediniere giapponese che lo sta braccando e tutti trattengono il respiro fino a quando il rumore e gli impulsi cominciano lentamente ad allontanarsi e il comandante, asciugandosi il sudore che scende copioso sulla fronte, dice sollevato: "O.K. ragazzi! Quel maledetto muso giallo è passato..." e tutti i marinai in coro fanno un sospirone di sollievo con primo piano del regista sulle dita intrecciate scaramanticamente del nostromo. Che poi sarà quello che morirà nella missione successiva subito dopo aver detto: "Appena questa sporca guerra finisce, torno in Arkansas, compero una bella fattoria con tanti capi di bestiame e mi sposo". Attirandosi così la mitragliata di qualsiasi aereo giapponese di passaggio.

Anche la Gigia usava battere lentamente l’aula come un sonar ma la sua era solo una perfida manfrina perché era evidente il suo divertimento sadico nell'osservare le nostre espressioni all'avvicinarsi o all'allontanarsi del suo sguardo. In realtà lei aveva già deciso da tempo il nome della sua vittima sacrificale quotidiana. E quando ormai i suoi occhi puntavano altrove e cominciavo a sentirmi al sicuro, di colpo mi gelava il sangue schioccando secca come una frustata : "Sentiamo Polentìna!". Che era il cortese soprannome attribuitomi per via della confusa polenta di formule che azzardavo in preda al panico alla lavagna. E fin qui, era quasi tutto normale.


Allora con questo disegno sarei andato dritto dal preside...

Ma poi (ed ecco la stranezza del sogno), con mia gran meraviglia e con voce sorprendentemente suadente, la Gigia cinguettava: "Ma, prima ... cinque secondi di pubblicità! Non andate via...". Seguivano quindi, come da circolare del Ministero e preceduti da un festoso jingle, alcuni brevi comunicati commerciali, tra i quali quello dello sponsor:
"Questa interrogazione in matematica è offerta dal mobilificio Scantamburlo Cav. Giuseppe di Cazzago di Pianiga... ed è sottotitolata a pag.777 di Televideo per i non udenti..". Mentre lo speaker raccomandava di correre ad acquistare non ricordo cosa per avere in omaggio la prestigiosa tovaglia ricamata e anche l'originale set di bicchieri, ma solo per le prime cento telefonate, si accendeva la lucina rossa della telecamera per scrutare con un primo piano totale l’ansia del mio volto a cui seguiva un' inquadratura lunga sull'aula per cogliere le espressioni di nuovo rilassate dei compagni e per terminare un campo americano a mezzobusto sulla Gigia, posta sulla cattedra di sguincio, in stile Lilli Gruber per "bucare" meglio lo schermo e, temo, anche le nostre terga.

Un breve annuncio m'informò che la differita dell'interrogazione sarebbe andata in onda in chiaro, ma dopo la mezzanotte, in un programma chiamato Real Tv, la televisione del dolore. Dopo alcune altre informazioni su di un ammorbidente particolarmente delicato sulle mani, tanto che: "Ci puoi lavare anche tuo figlio..." e su di un lugubre orologio Sector (some) limits, edizione limitata in memoria di un loro testimonial sfracellatosi scendendo in bicicletta dall’Empire State Building, entrò nell'aula la vecchia bidella Maria, non più in ciabatte e con il grembiule liso, ma dalle tasche traboccanti di pacchetti di crackers da vendere di nascosto per pochi spicci durante la ricreazione. Nel sogno era infatti infilata in un sobrio tailleur grigio con camicetta bianca e filo di perle, portando, assieme ad una scia di profumo Hypnotic Poison di Dior, alcune buste gialle sopra un vassoio. Immediatamente dopo la Gigia riprese con il suo solito piglio da Erinni: "Allora...polentina, quale busta vuoi? La uno, la due o la tre ? " . Scelta la busta (la tre, per la cronaca...) mi invitò a passare alla lavagna e allo scontro fisico con i logaritmi e le equazioni esponenziali, a metà del quale, tuttavia, mi trovai un po’ in difficoltà, ma solo perché ero fuori forma e senza il ritmo partita, che altrimenti la finivo in un attimo (forse). Provai, come da istinto di sporavvivenza, a guardare verso il buon samaritano Emanuele, sperando nel suo consueto suggerimento, ma la Gigia lo bloccò con un gesto della mano e mi ricordò subito che l'aiutino standard costava 15 euro e quello Premium 30 euro, ma bisognava fare l'abbonamento mensile ed io non avevo nulla in tasca.

Subito mi domandò se mi fossi almeno assicurato con la Polizza Scudo della Compagnia tal dei tali, l’unica che tuteli lo studente dall'insuccesso scolastico. Risposto incautamente di no, la Gigia sorrise crudele e poi, dopo avermi chiesto "E' la tua risposta definitiva? L'accendiamo? " ed aver avuto la mia conferma, fece un cenno a qualcuno fuori campo e immediatamente si spense la lucetta rossa sulla telecamera. Subito dopo, mentre venivo invitato bruscamente a tornare al mio banco, risuonò nell'aula un jingle di una tristezza indicibile, con conseguente pessimo voto e conclusione dell’incubo "Anche quest’incubo vi è stato offerto da...".

Del resto del sogno fortunatamente non ricordo più molto, tranne un’intervista del Preside a botta calda su quanto dolore avessi provato nella circostanza (e relativa zoomata di telecamera sul mio volto sgomento...) e, forse, un tema d’italiano per il giorno dopo dal titolo: "Un prosciutto che non dimenticherò mai..". Mi pare anche di aver notato un plastico dell'aula con evidenziato in giallo il mio percorso dal banco alla cattedra, che serviva per una qualche trasmissione televisiva in seconda serata, ma non ne sono sicuro.

Però sta di fatto che al risveglio mi sentivo un po’ inquieto...

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