mercoledì 14 giugno 2017

Stanotte a Venezia, ma anche no...



Mi sto divertendo assai in queste ore a leggere i commenti sui social di numerosi amici veneziani il cui giudizio sulla tanto attesa trasmissione “Stanotte a Venezia” di Alberto Angela è mediamente posizionato tra l’indignato e il molto indignato. Effettivamente, anch'io ho retto solo fino al terzo stacco pubblicitario, poi ho abbandonato per sopraggiunto limite di fastidio e ho preferito andare di sopra con mia moglie a vedere su Netflix Tom Mason e la Seconda Massachusetts fare la consueta strage di Espheni e di Skritter in Falling Skies.

La ragione è presto detta: appena ho visto all’inizio Alberto Angela attorniato da un nugolo festante di damine e cicisbei in maschera con la bauta e subito dopo Giancarlo Giannini nelle vesti di Carlo Goldoni in giro per le calli con tabarro e tricorno d’ordinanza, ho pensato immediatamente che sarebbe partita la solita cartolina in stile “Saluti da Venezia” farcita dei più biechi luoghi comuni per turisti, come se parlando della storia di Roma si iniziasse da Rugantino al suono di “Roma nun fa la stupida stasera” , dalla coda alla vaccinara e dai centurioni sotto al Colosseo.

Anche perché, per dirla tutta, il carnevale a Venezia era stato abolito da Napoleone nel 1807 ed è stato ripreso spontaneamente dagli studenti veneziani solo a partire dal 1974, quindi per 150 anni abbiamo vissuto perfettamente senza, ma per gli autori della trasmissione sembrava che nel corso di un millennio di storia, invece di conquistare e dominare gran parte del Mediterraneo, conquistare Costantinopoli grazie al Doge Dandolo che settantacinquenne e cieco conduce i crociati nell'unico punto indifeso delle mura che lui aveva studiato da ragazzo, sconfiggere Genova, i Carraresi, i pirati dalmati e salvare le chiappe al mondo cristiano a Lepanto, noi veneziani non avessimo fatto altro che lanciarci coriandoli e fare festa in maschera per calli e campielli come ebeti gaudenti.




Purtroppo la mia previsione iniziale si è rivelata fondata perché tutta la trasmissione che ho potuto vedere passava di palo in frasca tra tante imprecisioni storiche (se parliamo del ruolo di Torcello, allora non possiamo dimenticare Malamocco) e andando a zonzo tra i secoli senza un minimo ordine cronologico creando alla fine un minestrone in cui c’era di tutto e anche cose francamente inattese, come quell'introvabile campiello del Broglio dove a quanto ci hanno detto, i 41 patrizi rimasti al termine di una lunga e complicata selezione si ritiravano lontano da occhi indiscreti per nominare il nuovo Doge (magari anche gratificandosi con un giro di ombre e cicchetti).

Così, proponendo tra l’altro un’illuminazione pacchiana della piazza e dei suoi monumenti del tutto fasulla per chi passeggiando di notte per Venezia ne conosca il fascino della penombra che ne avvolge calli e campielli, e tale da presentarci la Basilica talmente giallastra di luci da sembrare la centrale Enel di Porto Tolle e il colonnato del Palazzo Ducale così bianco da sembrare di pasta di zucchero e marzapane, si passava in un batter di ciglia dalla curvatura a fuoco dei legni della gondola alla Scuola Grande di San Rocco (che non è affatto l’unica scuola ancora attiva, basti pensare per esempio a quella dei Carmini) e dalla sala delle torture nel Palazzo Ducale ad una spruzzatina di Marco Polo, ma giusto per gradire, fino alla lavorazione dei vetri a Murano. Il tutto con l’intermezzo dell’intervista all’astronauta Parmesano su come gli apparisse il mondo da lassù (offro uno spritz a chi me ne spiega il perché) e sino alla citazione inattesa dello scheletro di dinosauro conservato al Fondaco dei Tedeschi, che capirei se l’avessero ritrovato secoli fa scavando in Rugagiuffa o in Barbaria de le tole, ma Giancarlo Ligabue lo ha scoperto nel 1967 nel deserto del Niger , dunque un po’ lontano da Venezia e dalla sua storia.




A proposito della quale vorrei avvertire gli autori che non è che questa si è fermata per sempre al 1797 con la caduta della Repubblica. Perché magari mi sarebbe piaciuto, se non è stato fatto nella parte restante della trasmissione che non ho visto, ma ne dubito, che si raccontasse anche del ruolo avuto dalla città nella prima guerra mondiale, con il fronte che ormai era a Cortellazzo, il rombo dei cannoni che si avvertiva distintamente e i marinai sulle altane con i fucili a sparare sui Fokker austriaci mentre l’arsenale continuava a produrre mezzi d’assalto e pontoni armati, ma anche della Venezia partigiana che resiste, combatte e si libera da sola degli occupanti tedeschi dopo averli beffati al Teatro Goldoni e di quei sette ragazzi fucilati sulla Riva degli Schiavoni, e magari di Marghera e delle sue fabbriche, delle lotte operaie e di quei 55.000 abitanti (su 120.000 che erano negli anni ‘60 ) che ancora sono tenacemente innamorati della loro città e resistono alle ondate insostenibili e fuori controllo del turismo di massa che sta distruggendo il tessuto sociale. Perché avremmo gradito che si dicesse che qui c'è una città che vuole essere ancora viva e che resiste aggrappata ai suoi valori e alla sua storia millenaria, non una Disneyland carica di cineserie e paccottiglia per turisti in canottiera e infradito.




E invece no… Angela va giù di brutto con il Ponte dei sospiri e tutta la retorica dongiovannesca sul solito Casanova, che ormai è invasivo come Mozart a Salisburgo, che te lo ritrovi dappertutto, dai cioccolatini ai menù dei ristoranti, ma almeno lui ha scritto fior di musica che lo ha reso giustamente celebre in tutto il mondo, mentre Giacomo Casanova in realtà è stato un personaggio ambiguo, una spia, un corruttore e quindi un uomo di ben poche virtù, di cui non si dovrebbe menare gran vanto, ma a quanto pare, forse per una certa pruderie voyeuristica di stampo clericale, deve incarnare la venezianità nell'immaginario collettivo solo perché pare che trombasse a destra e a manca e spesso in talami non suoi, anche se in città questo lo si fa normalmente da secoli e senza pretendere di finire sui libri di storia. Pertanto, se proprio Venezia deve avere questa immagine libertina e godereccia, allora mi batterò come un leone per dare il giusto tributo a Giorgio Baffo, patrizio veneto e alle sue Poesie Erotiche, con particolare riferimento a quella deliziosa “ode alla mona” che andrebbe inserita nei programmi scolastici e sarebbe sicuramente più popolare tra gli studenti che non i Sepolcri del Foscolo.

Insomma, a farla breve, che altrimenti questo mio scritto sembra la “storia de Sior Intento che dura tanto tempo che mai no a se destriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? “ durante tutta la trasmissione ho avuto la sensazione che aleggiasse nell'aria e prima o poi sarebbe arrivata l’inevitabile domanda: “Scusi… a che ora fanno l’acqua alta?” . E ho detto tutto…

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