lunedì 19 dicembre 2016

Dell'antica arte veneziana di riprendersi (forse) le ragazze con le gite in barca.

Aprii il portone di casa che erano quasi le nove e per un attimo l’odore delle muffe secolari e dell’umidità salmastra di cui sono intrisi gli androni dei palazzi veneziani si sovrappose all’odore di benzina, olio di motore e granchio putrefatto che avvertivo ancora nel naso dopo averlo respirato per ore a bordo della Carla II.  La luce delle scale era già accesa e avvertii subito il trambusto di una persona che scendeva i gradini di corsa. Era mio fratello Franco vestito “epico” con la giacca blu e la cravatta regimental (mia). Questa volta all’odore di benzina, olio di motore e granchio putrefatto si sovrappose netto il profumo del mio dopobarba Dunhill e la cosa mi inquietò come al solito, anche perché era evidente che il giovanotto aveva abbondato parecchio nella dose.
Acchiappai al volo per un braccio quel gaglioffo prima che mi schivasse per attraversare l’uscio di casa.
“Sbaglio o hai fatto il bagno con il mio dopobarba?”
“Solo due gocce… perché? Si sente tanto?”
“Sembri una vecchia baldracca di Frezzeria. ” (la calle vicino a San Marco dove, uniche in Venezia, esercitavano la loro antica professione alcune ottuagenarie la cui decana si diceva fosse stata l’ultima donna di D’Annunzio)
“Comunque ti avverto che la mamma è incavolata nera con te…”
Questa tecnica di eludere le situazioni imbarazzanti introducendo nella discussione un argomento del tutto estraneo al tema ma in grado di attrarre subito l’attenzione dell’interlocutore era tipica di mio fratello e in seguito, per qualche strano giro di cromosomi sarebbe stata utilizzata largamente anche da mio figlio.
“Perché è incavolata? Per il ritardo?”
“Chiediglielo tu…”
“Non puoi darmi un’anteprima?”
“Scusa ma devo andare ad una festa e sono in ritardo… comunque, prima ti ha anche cercato una ragazza…”
“Prima quando? E chi era?”
“Prima… fai conto dieci minuti fa. Comunque la mamma sa tutto. Ciao…”
Pensai fosse Claudia che voleva ringraziarmi (o forse no) per la gita e iniziai a salire i tre piani di scale fino al nostro pianerottolo.

La voglia di girare la laguna in barca ce l'hai nel sangue e non ti abbandonerà mai.

In effetti, appena valicata la soglia di casa guardando attraverso la porta a vetri dell’ingresso vidi il salotto in penombra e illuminato solo dall’abat-jour a fianco della poltrona dove mia madre mi attendeva avvolta nella consueta nuvola di fumo che in quel frangente sembrava quasi attraversata da lampi e fulmini, tanto doveva essere arrabbiata. Era la sua caratteristica posa da sgridata solenne al figlio “lungocrinito” (per distinguermi da mio fratello che all’epoca li portava corti) e “fancazzista” (qui non c’era il pericolo di confusione). Così dovetti sorbirmi sull’attenti una lunga intemerata sul fatto che se la barca doveva servire a farla stare in pena, allora lei avrebbe restituito al negozio il motore che mi aveva comperato,  che i telefoni per avvisare che avrei fatto tardi esistevano anche a Mazzorbo, che lei aveva telefonato cinque volte al cantiere per sapere se mi avessero visto tornare e che stava per farmi cercare e tutto quel che potete immaginare. In più, già che c’era, tirò fuori anche la faccenda dell’esame di Diritto costituzionale che non riuscivo a dare e delle mie troppe distrazioni dallo studio, a cominciare dalla chitarra e per finire con il calcio.
Ottenute tutte le ammissioni di colpa, le scuse e le promesse di rinnovato impegno sui libri che attendeva, m’indicò la tavola ancora apparecchiata con un piatto coperto per tenere in caldo la mia cena. Mentre azzannavo con tutto l’appetito che porta l’aria di mare le seppie in umido con i piselli che aveva preparato e che essendo ancora tiepidine erano una vera prelibatezza, mi chiese a bruciapelo: “Ti sei rimesso con Donatella?”
La guardai sorpreso mentre infilzavo un pezzetto di pane nella forchetta per fare scarpetta di tanta delizia. “No, non mi risulta… perché?”
“Perché ti ha cercato prima…”
“Ah! Ti ha detto cosa voleva?”
“No! Comunque è stata molto carina, abbiamo parlato dei miei ultimi quadri, mi ha raccontato tante cose e…”
C’era un unico modo per fermarla prima che partisse la solita perorazione su quanto fosse dispiaciuta perché ci eravamo lasciati (che sicuramente era colpa mia) e su quanto le piacesse Donatella, così fine, garbata, di ottima famiglia e con la testa sulle spalle, mica come quelle “fraschette” che mi ero messo a frequentare da quando non stavamo più assieme. Così mi alzai da tavola e chiamai Donatella, che rispose allegra e senza troppi convenevoli.
“Allora… abbiamo la barca nuova e non mi si dice niente? Anzi… si portano in gita le mie amiche di nascosto?”
“Lo hai appena saputo da Claudia, vero?”
“Ovvio… tra noi donne ci parliamo, cosa credi? Lo sapevo ancora da lunedì scorso quando l’hai invitata e poi mi ha chiamata subito appena tornata a casa. Sapessi la povera Claudiotta che mi ha raccontato di te …”
“Ah! Dunque la povera Claudiotta non ha perso tempo… e che ti ha detto di così tremendo?”
“Beh! Nulla che già non immaginassi conoscendoti, ma certo che…”
“Avanti, dimmelo…”
“Eh no! Troppo comodo… devi pagare pegno per quanto sei stato scortese a tenermi tutto nascosto. In fondo, anche se non stiamo più assieme, non mi avevi detto che volevi che rimanessimo amici? E poi, scusami, con tutte le volte che sei venuto ospite sulla nostra barca potevi anche ricambiare, no? Quindi, se sabato mi porti in barca a mangiare da Tedeschi a Sant’Erasmo, te lo racconto, altrimenti no….”
“Va bene, ma perché non domani? Non devo andare a lezione…”
“Ti devi rosolare sulla brace della curiosità. Ci vediamo sabato mattina alle dieci davanti al tuo cantiere, tanto tua madre mi ha detto dov’è”.


Vecchi relitti di barche in secca sull'isola disabitata del Lazzaretto Novo

Il giorno stabilito Donatella si presentò con i soliti quindici minuti di ritardo, quindi puntualissima, all’imbarcadero del cantiere, dove, per evitarle l’impatto ruvido con quel bifolco del custode, avevo già provveduto a mettere in acqua la Carla II  che a prima vista si meritò un “Carina… un po’ piccola, ma carina.” che non sapevo se prenderlo come un complimento o meno. Era graziosissima, con il paio di pantaloni corti blu notte e stinti dal sole che usava a bordo dell’imbarcazione di suo padre, le scarpe da barca e una polo rosso lacca che non le avevo mai visto addosso e siccome ne possedevo una uguale sperai l'avesse messa per compiacermi. Portava i capelli raccolti sulla nuca con un fermaglio e questo mi dispiacque perché mi piaceva da matti quando li teneva sciolti sulle spalle, però capivo che in barca non era il massimo della praticità.
Siccome era pratica di barca, senza che lo chiedessi mi diede subito una mano a slacciare le sagole d’ormeggio e a tirare dentro i parabordi e quindi prendemmo rapidamente il largo. Appena fuori dalle mura dell’Arsenale, iniziai a dare manetta per farle vedere quanto corressero i miei 15 cavallini ruggenti e mentre la Carla II iniziava a saltellare tra le onde come un ciottolo disegnando la sua scia argentea nella laguna, Donatella dopo aver estratto dalla borsa un buffo cappellino giallo da ciclista per proteggersi dal sole si tolse la polo restando con il reggiseno del costume da bagno, che era abbastanza casto ma non abbastanza da mantenermi concentrato al timone, tanto da farmi sfiorare qualche bricola. Questo anche perché dopo averle dovuto spiegare che non usavo la barca per andare a pesca e come mai la Carla II puzzasse di granchio putrefatto, lei, forte del suo esame in letteratura romantica inglese, mi citò la maledizione del gabbiano ucciso della “Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge inducendomi a condurre la barca con una sola mano essendo l’altra impegnata in riti scaramantici. Comunque, appena approdati a Sant’Erasmo e legata la Carla II proprio di fronte al giardinetto del locale, prendemmo posto da “Tedeschi” accolti da uno stuzzicante profumo di pesce fritto.


Sull'isola di Sant'Erasmo coltivano carciofi, ci sono le vigne e sembra di essere in campagna.


L’osteria da “Tedeschi”, che esiste ancora oggi, ma è diventata tutt'altra cosa perché ora è un ristorante vero e proprio con vocazione turistica, all’epoca era un locale decisamente rustico, collocato proprio sulla punta dell’isola che guardava alle Vignole, tra gli orti di carciofi e le vigne e non era molto distante dalla Torre Massimiliana, un grosso bastione circolare costruito dagli austriaci a metà del 1800 a difesa dell’isola. Oltre a qualche piatto di pasta tipico, come i bigoli in salsa e le linguine al nero di seppia o con i caparossoli, da “Tedeschi” si mangiava pesce fritto o ai ferri in gran quantità, accompagnato da verdure degli orti vicini e da un vinello bianco acidognolo e perfino con un lieve sentore di sale come se le radici delle viti attraverso i terreni sabbiosi dei campi dovessero attingere anche acqua di laguna. Quasi tutti ci arrivavano in barca, specialmente dalla vicina Burano, dove i barconi nei giorni di festa portavano intere famigliole che arrivavano con le tovaglie ricamate, i bottiglioni di vino, le angurie fresche e i bussolà dolci da inzuppare nella Marsala per fine pasto. 



L'osteria Alla Frasca, dove si mangiavano i paninetti con l'acciughina e l'uovo sodo
e si beveva il vino spillato dalla damigiana all'uscita dal liceo Foscarini.
E' nascosta in un introvabile campiello dietro alle Fondamente Nuove.

Si mangiava in una festosa confusione sotto qualche albero spelacchiato nel giardinetto davanti all’imbarcadero, su dei tavolacci stinti dal sole, qualche gatto e delle panche traballanti tipo sagra di paese, ma nessuno passava a prendere gli ordini. Occorreva entrare nel locale, guardare quel che veniva portato sul banco in continuazione dalla cucina, lasciare il proprio nome alla signora che prendeva nota su un quadernetto di quello che volevi prendere e poi sopra un tavolo vicino all’unico flipper dell’isola e sotto una grande foto a colori del Venezia in serie A trovavi la tovaglia di carta, i bicchieri, le posate e tutto quel che serviva per apparecchiarti la tavola all’esterno. Quando tutto era pronto venivi chiamato a gran voce dalla porta (sperando non ci fossero omonimi) e dovevi iniziare a portarti i piatti fumanti in tavola. Ovviamente Donatella, essendo signorina di raffinata educazione osservò tutto il mio andirivieni con i piatti rimanendo seduta a tavola con grande compostezza e limitandosi ad osservare alla fine che avevo dimenticato il cestino del pane.

Da Sant'Erasmo si arriva velocemente a Mazzorbo, divisa da Burano da un canale

Giusto il tempo di assaggiare la frittura mista di anguelle e passarini e di ridacchiare su un tale in “canottiera di peluche” che stroncato dalle libagioni dormiva stravaccato sulla panca vicina in modo che ad ogni russata si vedeva emergere ritmicamente la rotondità della pancia villosa da sotto il bordo del tavolo, poi Donatella mi fissò ridacchiando: “Allora… non ti vergogni ad averci provato con la Claudia?
“Chi? Io? "
"Siamo in due qui a tavola, vedi tu..."
"Certo, però la risposta è: ma nemmeno per sogno. Mi ha avvertito che l’aspettava il ragazzo appena ha messo piede sulla barca figurati se a quel punto ci provavo. Sai benissimo quanto sia legalitario su queste cose. Le donne degli altri sono tabù, anche se purtroppo non posso dire lo stesso delle mie…”
Donatella fece finta di non cogliere l’allusione ad alcune vicende passate. “Lei dice il contrario… mi ha raccontato che ad un certo punto con la scusa di prenderla in braccio hai allungato le mani dappertutto e che ha pure scorto un plaid nel ripostiglio di prora, segno che avevi qualche progetto erotico nei suoi confronti”
“Ma dai! Non scherziamo… quella chiattona fantasiosa della tua amica dovrebbe invece raccontarti di come per sollevarla abbia rischiato l’ernia da tanto pesava perché, diciamocelo, è una falsa magra e tu dovresti dirle che se uno ti prende in braccio per soccorrerti non devi agitarti come un’anguilla che rischi di strangolarlo o di cadere in acqua assieme a lui. In quanto al presunto plaid sul quale avrei dovuto approfittare delle sue grazie, si trattava della piccola e innocente tovaglia plastificata che avevo portato per la colazione sull'erba in barena. E’ ancora a bordo, se vuoi controllare…”
“Ma si,  ti credo… però Claudia mi ha detto anche che sei stato villanissimo con lei quando si è ferita, che non facevi che sbuffare infastidito e l’hai pure presa in giro dicendole che l’alternativa era di stare con la gamba alzata mentre le mettevi il laccio emostatico per impedirle di morire dissanguata e di agitare un fazzoletto bianco mentre la portavi a tutto gas verso l’ospedale, oppure di mettere un cerottino sul taglietto e tutto finiva lì…”.
“Questo lo ammetto…”


 Burano, con le sue case coloratissime, i merletti, il campanile pendente e i prezzi turistici

Da un certo lampo maligno negli occhi mi accorsi che Donatella in realtà si stava divertendo un mondo a sentire le disavventure della sua amica.
“Ma è vero che l’hai anche costretta a fare la pipì a bordo? Poverina…”
“Premesso che, come hai visto, non dispongo di una nave da crociera, alla poverina ho proposto mille soluzioni per risolvere il problema, ma non le andava bene niente e ringrazi il cielo che avevo un secchiello da darle…”
“Ma Claudia dice anche che da vero bifolco l’hai scaricata a terra a Mazzorbo e le hai fatto prendere al volo la motonave per Venezia lasciandola digiuna, mentre lei ha visto benissimo che mentre ti salutava con la motonave che stava facendo ancora manovra nel canale le hai girato le spalle e sei entrato a rimpinzarti nella trattoria “Ai cacciatori”.
“Ammetto anche questo, ma hai dimenticato di dire: alla faccia sua e di tutte le lamentose di questo mondo. Comunque, sappi che ha mentito sul fatto che l'avrei lasciata digiuna, perché, anche se ero affamato, mi sono tolto di bocca i panini con la cotoletta cucinati da lei per darle qualcosa da mettere sotto i denti durante il viaggio di ritorno. E per fortuna che c'era una trattoria alle mie spalle, almeno quello... voleva forse che morissi di fame per punizione? Inoltre devi sapere che quella menagrama della tua amica Claudia, non contenta di avermi rovinato la gita, da bordo della motonave mi ha anche lanciato un paio di maledizioni bibliche, perché in trattoria mi hanno pelato con il conto e in più mi sono anche preso un temporale sulla via del ritorno che a momenti imbarcavo più acqua della volta che sono affondato.”
Questa volta Donatella rise di gusto. 
“Poveretto, cosa ti sei andato a cercare… hai proprio ragione su Claudia, sai? E’ una scassapalle totale, devo confessarti che anch'io non la sopporto” . Quindi alzò il bicchiere verso di me in segno di riverenza dicendo “Sarai pieno di difetti, ma devo darti atto che sai ancora strapparmi un sorriso” e subito dopo aggiunse con aria pensosa: “Ma noi… perché ci siamo lasciati?” (continua)

2 commenti:

  1. certo che certe ragazze sono (erano) tremende. una lotta continua insomma...

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    1. E' vero, ma io ho sempre adorato le ragazze che mi davano filo da torcere. E' come quando gioco a scacchi: mi piace lo scontro d'intelligenze, è il sale della vita.

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