lunedì 12 settembre 2016

Noi che andavamo a scuola con il grembiule nero e i gradi sul braccio


Il primo ottobre del 1954 ho cominciato il mio lungo e conflittuale rapporto con la scuola entrando all’Armando Diaz, proprio in fondamenta dell'Osmarin, dietro a quella riva degli Schiavoni dove tutte le domeniche andavo con mia madre e la zia al caffè Jolanda a prendere il chinotto con la cannuccia, ad arrampicarmi sul monumento a Vittorio Emanuele II e a cercare i tappi delle bottiglie per riempirli di pongo e giocare a calcetto sul tavolo (il nostro Subbuteo) o a tirar giù i mazzetti di figurine posate sui masegni della riva in alternativa al tacco da scarpa. Ero stato direttamente ammesso in seconda (dopo un piccolo esamino d’idoneità) perché avevo fatto una specie di primina per i figli degli ufficiali organizzata da alcune mamme al Circolo Marina di Augusta. Compiendo gli anni il dodici di ottobre, credo di essere stato per undici giorni il più giovane scolaro di seconda elementare d’Italia, dal momento che avevo appena cinque anni, però sapevo già leggere e scrivere discretamente. Dopo qualche settimana passata a piagnucolare in balia di una vecchia, arcigna maestra, di nome Meneghetti che mi metteva in castigo per qualsiasi cosa, ma che per fortuna era solo provvisoria nell'attesa che le classi si assestassero, fui assegnato finalmente alla maestra Gugliotta, una simpatica signora piccolina e molto buona, cui mi affezionai moltissimo. Una sorta di amorevole maestrina dalla penna rossa alla De Amicis che ci insegnava di tutto e di più perché all'epoca avevi una maestra unica che di fatto diventava una seconda mamma.


La mia scuola elementare, oggi chiusa e con un negozio di maschere dove
c'era la cartoleria che vendeva anche gli attestati di lode

A mio fratello capitò, quattro anni dopo, la severissima De Nardus, un ex istruttrice della G.I.L. di mussoliniana memoria (sorry Franco, ma a chi tocca, tocca...). Mentre io, in quinta elementare, al ritorno da Taranto e dalla scuola privata e casereccia delle sorelle Traversa, dove avevo frequentato la terza in salotto e la quarta in veranda accanto ad un vaso di azalee, ebbi la fortuna di incontrare il maestro Lino Beccegato, da Fossalta di Portogruaro, una cara persona e un galantuomo, di quelli dei quali, come si dice, oggi si è perso lo stampo. A suo merito, il fatto che quell'unico anno passato con lui, è rimasto nella mia memoria come il più bello e coinvolgente di tutta la mia storia scolastica, tanto da provare un vivo dispiacere quando ebbe termine. Negli anni successivi, tale dispiacere per la fine dell’anno scolastico non solo non trovò conferma, ma si trasformò in un senso di euforica liberazione. Vai a capire il perché…

All'Armando Diaz le classi, dopo la radunata a voce fuori dal portone, entravano perfettamente allineate come dei plotoncini, a passo cadenzato e in fila per tre, immagino per coerenza con le evidenti nostalgie fasciste di alcune maestre e del direttore didattico. Quando la maestra, dopo l'un, due, tre faceva battere il passo nel lungo sottoportico che conduceva al cortile interno, si sentiva rimbombare una cannonata, e la cosa accadeva almeno quattro volte, con nostra soddisfazione. Mia madre una volta aveva detto ad un'amica che le ricordavamo il pattuglione della Wehrmacht, quello che marciava nottetempo per le calli veneziane con il rimbombo degli scarponi chiodati che si sentiva da lontano e ti faceva andare il cuore in gola per lo spavento. Ora che sono in grado di capire di cosa si trattasse, devo dire che in effetti c'era qualche somiglianza, però non facevamo il passo dell'oca. I bambini erano tutti rigorosamente in grembiule nero, con le barrette dei gradi sulla manica, sempre come i militari. I banchetti (grigioverdi...) avevano il calamaio per l’inchiostro ed io, che ero un pasticcione, combinavo dei macelli incredibili con la carta assorbente (che però, inzuppata a dovere e trasformata in pallina era un proiettile eccellente per le cerbottane) e sporcavo ogni cosa di blu scuro in un raggio di mezzo metro. Ero altamente inquinante, insomma. Non andava meglio con i pennini (ne avevo una ventina di scorta in una scatolina metallica, perché ne rompevo mediamente uno o due al giorno premendoli con troppa forza...) e i quaderni, che erano sempre tragicamente pieni di macchie. A causa di ciò ero sovente condannato a scrivere almeno cinquanta volte sul quaderno: non devo più fare le macchie!. E, siccome nel farlo ne producevo inesorabilmente di nuove, il risultato finale consisteva, di solito, in un aggravio di pena. Le maestre, d'altronde, non volevano assolutamente che i bambini usassero le prime penne biro, perché sostenevano che inducessero a peggiorare la calligrafia. Che doveva avere quell'ariosità e quegli svolazzi che solo la penna a cannuccia con i pennini intercambiabili e il calamaio consentivano. A giudicare dalla mia attuale grafia, temo avessero ragione. 

Dopo il cappottone spinato con la martingala venne l'ora
del loden con il colletto di pelo, ma era sempre tragica.

Io andavo a scuola con i capelli impiastricciati e luccicanti di brillantina Linetti e, d’inverno, imbacuccato da strati di sciarpe fino agli occhi. Inoltre, nonostante il cappottone spigato con la martingala che oggi definiremmo fantozziano, portavo il Gazzettino infilato sotto la canottiera per difesa dal freddo. Quando mi chinavo, il giornale scrocchiava con mio grande imbarazzo e, se sudavo, mi restava impressa sul torace gran parte della pagina. In quel periodo si usavano dei pessimi inchiostri da stampa. 

All’inizio delle lezioni la maestra, tutta impettita, ci faceva alzare in piedi al grido di: "bambini...aaattènti!" e si recitava la preghierina tutti insieme. Quindi, dopo un altrettanto stentoreo: "bambini...riiipòso!" ci si poteva sedere e aprire il sussidiario per leggere commossi l’edificante storia d’Albino cavallo d'Italia che vegliava il suo padrone del Savoia Cavalleria morto nel campo di girasoli della lontana e ostile Russia. Cosa ci fossero andati a fare nella lontana e ostile Russia non ci veniva spiegato. Scattavamo impettiti sull'attenti anche quando, ogni tanto, usciva gracchiante dall'altoparlante sopra la cattedra la voce stentorea del Direttore Didattico, un omino coi baffetti e alto un soldo di cacio, proprio come quello della caffettiera Bialetti. Ogni dichiarazione del Direttore, fosse anche l’annuncio che l’indomani non c’era l’ora di ginnastica, era enunciata in modo solenne come fosse l'ora del destino che batte nel cielo della nostra patria, veniva ascoltata nel più assoluto silenzio (con le maestre che annuivano pensose) e fragorosamente applaudita dopo l’immancabile esortazione: "insegnanti e bambini, buon lavoro!" che la concludeva. Per fortuna non era più tempo di "Eia! Eia! Alalà!", altrimenti immagino che ce l'avrebbero fatto dire. Una volta al mese c'era l'ora di religione, con il Parroco di San Zaccaria che veniva a dirci svogliatamente quattro cosette edificanti e poi prima di Pasqua veniva anche a benedire l'aula con la maestra che ci faceva inginocchiare fuori dal banco con le manine giunte in preghiera. Una o due volte all'anno, se andava bene, si faceva anche della ginnastica che in primavera consisteva in un paio di corsette in cortile e d'inverno in qualche flessione e braccia alzate fuori dai banchi. In tutto era un quarto d'ora o poco più, poi c'era il "bambini tornate al banco e aprite il sussidiario" o l'intervallo.


vestito da ometto per andare a scuola,
ma tanto poi ci mettevano il grembiule


Del tutto insensibile al clima di marziale operosità che vigeva nella scuola e che, suppongo, doveva forgiare le spine dorsali dei futuri cittadini, io mi comportavo per lo più da bischero (atteggiamento che avrebbe contraddistinto in seguito tutta la mia esperienza scolastica ed universitaria). Infatti, un bel giorno mi autoaccusai di fronte a tutta la classe di un misfatto che non avevo commesso (un lavabo otturato con la carta assorbente e che aveva allagato mezza scuola) perché la maestra aveva assicurato che la classe non sarebbe uscita finché non fosse saltato fuori il colpevole. E io - cuore tenero - non volevo che la zia, che veniva amorevolmente a prendermi tutti i giorni, aspettasse al freddo. Mi guadagnai, naturalmente, una nota chilometrica e una convocazione dei genitori dal direttore. Un’altra volta, volendo alludere alla sua nascita rapidissima, scrissi in un tema che mio fratello Franco: "era nato all'insaputa di tutti, anche di mio padre, che era sempre per mare". La maestra, allarmatissima, convocò di nuovo i miei genitori per sapere se non avessi avuto per caso a che fare con seri problemi coniugali. Mio padre, che, ovviamente, aveva preso la cosa non troppo sul ridere, affermò nel corso del colloquio che, qualora la maestra avesse osato scocciarlo ulteriormente per simili fesserie, non avrebbe esitato a far cannoneggiare la scuola. Ed è quello che, a volte, avrei voluto poter dire anch'io alle numerose maestre di mio figlio e in particolare a quella che gli aveva segnato in blu sul dettato "inoltre" correggendolo con "in'oltre" e poi si era difesa sostenendo che quell'apostrofo era stato solo un fortuito sbaffo di penna o all'altra che lo aveva ripreso di fronte alla classe per aver usato delle parole inglesi che lei non aveva ancora spiegato. Purtroppo non disponevo dei quattro cannoni da 120 mm. di nave Aviere. 


E finalmente arriva l'estate e ritornano le vacanze...

In ogni modo, la convocazione dei parenti, per informarli di tutte le mie manchevolezze vere o presunte, diventò in seguito un classico della mia vita scolastica, e la zia, cui quasi sempre toccava l’ingrato compito per ordine gerarchico, ebbe spesso a dolersene con scenate memorabili.

Quando, invece, ero bravo, cosa non molto frequente, la maestra mi dava un attestato di lode verde oppure rosso (li teneva nel cassetto della cattedra). Quando ne avevi un certo numero, ti dava un attestato d’oro (in aziendalese si chiama: sistema premiante). Il fascino sacrale e misterioso di quegli attestati che mia zia, nel suo sviscerato amore, incorniciava, svanì repentinamente una mattina, quando mi accorsi che si potevano comperare per poche lire nella cartoleria di fianco alla scuola. In ogni modo, alla lettura del sussidiario preferii, però, ben presto quella del Corriere dei piccoli (con Bibì e Bibò, la Tordella e il sor Pampurio arcicontento del suo nuovo appartamento...), di Topolino e, grande amore, quella di Cucciolo, Beppe e Tiramolla (gli album grandi costavano 120 lire e sostituirono nel sistema premiante familiare gli attestati di lode...). A Taranto, invece, all'uscita dalla scuola delle sorelle Traversa l'attestato di lode prendeva la forma di una pizzetta comperata dall'omino con il carretto che andava su e giù per corso Umberto. Direi che come lode la preferivo di gran lunga anche se non si poteva incorniciare. Bene, per ora mi fermo qui... magari ne parleremo ancora in un prossimo post, intanto, visto che sono pur sempre un uomo di mare, buon vento a tutti, giovanotti che oggi andate a scuola.





2 commenti:

  1. Mamma mia, poso dire una vera e propria "full immersione" nei miei anni di scuola elementare. Del resto, mi basta sottolineare che anch'io il 1^ ottobre 1954 iniziai la Scuola Elementare, e, guarda caso, anch'io direttamente in seconda, avendo sostenuto un esamino che, dall'asilo, mi fece bypassare la prima elementare...Vedi un po'!

    Bellissimo post, denso di ricordi, che mi ha suscitato non solo sorrisi nostalgici, ma anche vere e proprie sguaiate risate!!( Una tra le tante su tuo padre che minaccia di cannoneggiare la scuola...ahahahah)

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  2. Ragazzi, permettetemi questo appellativo,(siLiana) leggere questo post e poi il tuo commento è stato tornare indietro di 60anni. Era abitudine di quegli anni saltare la prima e passare direttamente alla seconda? Capito' anche a me, solo che non avendo ancora compiuto gli anni canonici, frequentai come uditrice. E poi, come non rimanere sbalordita dalla coincidenza del cannoneggiamento della scuola? Ma per me fu mio nonno ,allora ufficiale di marina , a minacciare, non la scuola ,bensì le suore dell'asilo che frequentavo, a causa di un 'ingiustizia da me patita

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