lunedì 16 gennaio 2017

Dell'antica arte veneziana di cadere in acqua dalla barca a vela in navigazione.


La sera seguente all’esproprio brutale della Carla II e al mio conseguente abbandono sull'isola di Sant’Erasmo arrivò, subito dopo cena, una telefonata gentilissima di Vittorio, il padre di Donatella, che aveva appreso da uno dei custodi del Diporto Velico di come la figlia vi avesse ormeggiato abusivamente una barca non sua. Avendo chiesto spiegazioni all'interessata, che dopo una prima spiegazione fantasiosa era crollata indecorosamente ammettendo tutto, ora si scusava con me per l’accaduto e mi ribadiva l’invito a bordo per la gita in Istria della settimana seguente. Mi disse anche di aver sgridato a dovere la figlia per il suo comportamento indecente e la cosa mi diede un certo compiacimento postumo. Tralasciai però di riferirgli la faccenda del ceffone (anche se Donatella era stata la prima donna dopo mia madre a darmene uno e la cosa bruciava parecchio nell'orgoglio) e di rivelare a quel brav'uomo che sua figlia, oltre ad essere una piratessa che si appropriava di vascelli altrui, si era rivelata anche piuttosto manesca. Anzi, la nobiltà d’animo che da sempre scorre nel mio sangue arrivò al punto di intercedere per un gesto di clemenza nei confronti della poverina quando seppi che era stata anche messa in castigo con divieto di uscire per tutta la settimana, attribuendomi un concorso di colpa per averla provocata con delle considerazioni inopportune di cui mi scusavo.

Siccome la facevo un po’ troppo lunga, alla fine Vittorio, che come tutti i chirurghi era un uomo assai pragmatico, tagliò corto dicendo: “Senti… è inutile che mi racconti tutte queste storie di malintesi e di bisticci che sapete solo voi. Ci aspettano lunghe ore di navigazione a contatto di gomito e quindi avrete tutto il tempo di guardarvi negli occhi e di chiarirvi. Ho già detto a Donatella e ora lo dico anche a te, che il primo di voi due che crea problemi a bordo con ripicche e musi lunghi, lo butto in mare e se ne torna a casa a nuoto. E’ chiaro questo punto?”. 

Gli dissi di sì con qualche apprensione perché non sapevo sino a che punto scherzasse e lo salutai. La mattina dopo andai a riprendere la Carla II al Diporto velico di Sant’Elena e con mia grande sorpresa la trovai tirata a lucido come non l’avevo mai vista e perfino con il pieno di benzina. Al momento di slegare gli ormeggi uno degli addetti mi consegnò un cartone da tre bottiglie di Chardonnay che, come diceva lo scherzoso bigliettino allegato, rappresentava la “pecunia doloris” e l’invito a chiudere la faccenda bevendoci sopra. Cosa che feci diligentemente nei giorni successivi.


In uscita verso il mare aperto, costeggiando il Lido...

Il giorno della partenza, arrivato sul pontile del Diporto Velico verso le sei di sera, scorsi subito Donatella che stava sistemando degli attrezzi nel vano del pozzetto di poppa della barca. Doveva essere ancora arrabbiata perché pur non essendo difficile scorgere un giovanotto di un metro e ottantaquattro con una sgargiante polo rosso lacca (volutamente uguale alla sua come segnale di pacificazione), sembrava ignorare la mia presenza. Al mio saluto cordiale rispose con un “Ciao” che sarebbe suonato anche bene se non fosse che subito mi parve di cogliere l’aggiunta di un “…onzo” che non doveva esserci. Così le chiesi conto di quell'atteggiamento ostile e lei sibilò che avevo una bella faccia tosta ad essere lì e che se avessi avuto un minimo di intelligenza avrei dovuto declinare l’invito perché potevo ben immaginare che lei non avrebbe avuto alcun desiderio di vedermi dopo la sgridata che aveva preso per colpa mia (colpa mia?) e della mia stronzaggine (quale?) . Poi mi avvisò perentoria che suo padre aveva finito il turno in ospedale e stava arrivando e dunque, se proprio volevo venire via con loro, di sistemare la mia borsa nel microscopico e scomodissimo vano delle cuccette di prora, una specie di loculo caldo e umido dove sarei stato alloggiato per espiare le mie colpe. Aggiunse anche, casomai avessi avuto qualche idea bizzarra, che lei avrebbe dormito nella cabina principale con suo padre e di non rivolgerle mai la parola se non per questioni strettamente legate alla vita di bordo. 

Essendo uno che qualche piccola permalosità ogni tanto se la concede, di fronte a tanta ostilità verso la mia persona le risposi che se le cose stavano così l’avrei liberata subito dall'incomodo della mia presenza tornandomene a casa e l’ invitai a trovare una qualche scusa credibile con suo padre. Purtroppo, proprio in quel momento, a rovinare la mia virile impennata d'orgoglio arrivò tutto allegro Vittorio, carico di provviste e pacche sulle spalle al suo nocchiero e così dovetti salire a bordo tra un ribollire di sguardi inviperiti, come se anche quella fosse stata colpa mia.

Tra una cosa e l’altra mollammo gli ormeggi all'imbrunire da S.Elena, con direzione golfo di Trieste, superando ben presto la boa del miglio fuori dalla diga di S.Nicolò. C'era una buona brezzolina da terra e la barca filava bene su di un mare Adriatico in formato estivo, liscio come l’olio. Le uniche parole che mi aveva rivolto Donatella sino ad allora erano state: “Passami quella cima” e “Attento al boma che facciamo il bordo” (quest’ultima con qualche sforzo, perché immagino che l’idea di vedermi colpito sulla nuca dal boma durante la virata le avrebbe fatto piacere). Per il resto un muso lungo e occhiatacce da far spavento, tanto che mi domandai se suo padre avrebbe davvero messo in atto anche con la prole la sua minaccia di buttare fuori bordo i piantagrane. 

Per fortuna, la crescente tensione a bordo venne interrotta da un grosso cabinato che dopo aver navigato di conserva con noi fino all'uscita in mare aperto, quando pensavamo che se ne sarebbe andato per i fatti suoi sul più bello ci puntò deciso illuminandoci con il faro di bordo e con il brontolio minaccioso dei suoi due entrobordo che si avvicinavano in rotta di collisione. Ci ponemmo di conseguenza quesiti preoccupati sulla natura e le intenzioni del nostro visitatore. Poteva infatti essere la Guardia Costiera o la Finanza che aveva deciso di farci un controllo ed in questo caso ci sarebbe stato solo da mettere la mano sul portafoglio, perché, per quanto uno si doti di tutte le mille carabattole prescritte per i natanti, quando quelli si mettono in testa di rovinarti il week-end o il conto in banca, puoi star tranquillo che una qualsiasi cosa scaduta o fuori posto te la trovano.


In ricordo di Vittorio, grande uomo di mare e persona stupenda,
 che sono certo starà navigando in mari lontani e bellissimi


Il bestione intanto aveva compiuto una virata affiancandosi a noi, ma tenendosi ad una decina di metri di distanza. La barca era tutta illuminata a giorno. Due belle giovanotte in costume da bagno ci facevano ciao ciao con la manina confermandoci che non si trattava della Guardia Costiera o della Finanza. Seduto sulla poltrona di cuoio, in plancia, c'era un signore sulla quarantina che, sarà stata l’impressione, ma aveva l’aria da parvenu dell' industrialotto di provincia che ha fatto i soldi alla svelta con i mobili o il calzaturificio e si è comprato la barchetta da venti metri. Mi venne anche qualche dubbio sul grado di parentela delle due signorine in coperta, che immaginai destinate al sottocoperta. Siccome una malignità tira l'altra, pensai anche che, seduto così alto sul mare, anziché ricordare l’ammiraglio Nelson in plancia della Victory a Trafalgar, quel tizio ricordava più che altro un conducente di trattore e non ci andai molto lontano perché il nostro prese il megafono gridando con voce tonante: "Scusate!... da che parte per Portorose ? ". 
Restammo tutti basiti per la sorpresa. Vittorio fu il primo a riprendersi e gli rispose indicando un punto lontano all'orizzonte: "Guardi, è molto facile... lei vada sempre diritto in quella direzione, appena è in vista del faro di Pirano, giri a destra... e poi chieda !" e aggiunge velenoso: " ...non può sbagliare !".
Quello ringraziò, mise la prua nella direzione indicata e ripartì bruscamente con due grossi baffi di schiuma, mentre le ragazze facevano ancora ciao ciao e noi, sballottati dalle onde, respirammo il fumo acre dei suoi motori. Di lì a poco sparì alla vista con il suo bestione inutilmente irto di antenne e radar e noi, tutti assieme, scoppiammo finalmente a ridere fino alle lacrime.


Il campanile di Pirano, copia in scala ridotta di quello di San Marco

Tornata almeno una parvenza di serenità a bordo, poco dopo Vittorio ed io, seduti accanto nel pozzetto di poppa, chiacchieravamo amabilmente su come organizzare al meglio la giornata che ci attendeva e soprattutto i turni al timone di notte, mentre giù in cabina sua figlia, con una dimostrazione di alta scuola culinaria, stava aprendo la scatoletta di tonno da versare sugli spaghetti in cottura. Nella nostra scia gorgogliava da un’ora una bottiglia di pinot grigio legata ad una cima e messa in acqua a rinfrescarsi proprio mentre stava scendendo rapida la notte e il mare ci regalava gli ultimi bagliori rossastri. Appena gli spaghetti arrivarono pronti e fumanti nei nostri piatti di plastica, la bottiglia venne recuperata e brutalmente decapitata con un colpo secco contro il bordo metallico del verricello (chissà mai perché sulle barche deve mancare sempre il cavatappi...) poi di chiacchiera in chiacchiera e di bicchiere in bicchiere, quando ormai le luci di Jesolo e Cortellazzo erano lontane sulla nostra scia si decise che Vittorio avrebbe fatto il primo turno fino alle tre del mattino e io il secondo sino alle sette. Donatella, invece, che si era ritirata subito dopo la cena a leggere in cabina per non prendere parte alla discussione, avrebbe dormito tranquilla fino all'alba. 



Le tipiche callette istriane, tanto simili a quelle veneziane

Verso le due, dopo un sonno a strappi per il caldo umido di quella specie di loculo e le dimensioni ristrette del lettino che mi costringevano a stare rattrappito senza poter distendere le gambe, raggiunsi Vittorio per dargli il cambio e prendere una boccata di aria fresca che mi togliesse dal naso l’odore misto di muffa e salso della caletta delle vele che mi toglieva il respiro. Fumammo assieme una sigaretta mentre sopra le nostre teste incombeva una stellata strabiliante e tra le luci lontane della costa e noi si vedevano solo i fanali di posizione di un mercantile in navigazione verso Trieste. Subito dopo mi diede le consegne riguardo alla rotta e se ne andò a dormire, lasciandomi al timone con le mie angosce notturne da solitudine in mezzo al mare. Ad un certo punto, per scacciare tutti i fantasmi che la mia fertile immaginazione produceva in continuazione ad ogni gorgogliare dell'acqua contro lo scafo mi misi a canticchiare qualsiasi canzone scema che mi veniva in mente, finché, verso le tre e mezza, preannunciata dall'accensione della luce della sua cuccetta Donatella si affacciò sulla porta della cabina facendomi sentire subito in colpa.
"Oddio, scusami.. ti ho svegliata io cantando?"
 “No, ho caldo e non riesco a dormire. Poi con papà che russa in quel modo… ti spiace se ti faccio compagnia?”
No, affatto… stare al timone da solo in mezzo al buio e al silenzio della notte, un po’ ti esalta perché sai che hai la responsabilità degli altri che si sono affidati a te e un po’ ti angoscia perché l’oscurità e la solitudine ti affollano i pensieri di tutti i possibili fantasmi…”
“Compreso il calamaro gigante che ghermiva nottetempo i marinai dei pescherecci. E' per quello che canticchiavi vero? ”
“Già! Compreso quello…. ad ogni fruscio insolito dell’acqua lungo lo scafo pensi che sia arrivato il tuo momento e aspetti di sentire il tentacolo che si posa sulla schiena”
Sia pure al chiarore fioco delle luci di navigazione vidi balenare un sorriso sul viso di Donatella per la prima volta da quando ero salito a bordo. “Per come cantavi avrebbe fatto bene a trascinarti negli abissi, comunque, senti... visto che siamo tranquilli e nessuno ci ascolta..."
"A parte il calamaro..."
"Sì, ma tanto non capisce. Comunque, ti va di parlare di noi? Vorrei riprendere quel che ci stavamo dicendo a Sant’Erasmo prima che tu te ne uscissi con quelle stupidaggini
Sai che non posso buttarmi a mare per sfuggirti, quindi procedi pure, ma ti ricordo che la barca è già tua, dunque non avrebbe senso impadronirsene con la forza. E comunque vada la discussione stai ferma con le mani che non voglio altri schiaffi…”.
Lei sorrise di nuovo, con un piccolo lampo maligno negli occhi." Tranquillo, al massimo se mi dici un'altra cavolata farai un giro di chiglia, niente di più..."

Così, in uno spettacolare show-down notturno ci rinfacciammo di tutto. Dal mio scarso impegno per laurearmi al suo limbo di signorina benestante e nullafacente a pensione completa dalla cara mamma. Giungemmo poi a toccare i miei amici del ramo politica/sezione che lei non sopportava, così come io non sopportavo quelle oche petulanti delle sue compagne di scuola, per finire, ormai esausti, con sua madre che s’impicciava di tutti i fatti nostri e la mia che mi viziava troppo (mio fratello forse, ma io quando mai?). Alla fine, siccome una conclusione ci doveva pur essere, decidemmo che essendoci comunque stato un chiarimento, non ci saremmo rimessi assieme per manifesta incompatibilità, ma però almeno l’amicizia era salva. Guardai l'orologio, erano le quattro e mezza passate e mi ricordai che avrei dovuto accostare almeno mezzora prima, ma in fondo c'erano cose più importanti da risolvere e un errore di rotta lo si poteva anche rimediare in seguito, tanto nell'Adriatico mica ci si perde, dunque Donatella ed io facemmo il bordo senza troppi pensieri e puntammo decisi verso la linea scurissima della costa che intravvedevo nella luce fioca della luna.


sorge il sole sule coste istriane, aspre e appuntite come l'umore di Donatella

Verso le cinque e mezza del mattino quella che sembrava una capocchia di spillo rossastra che faceva capolino all'orizzonte iniziò a fendere il cielo fino a diventare un’enorme sfera arancione che svelava il contorno della costa istriana facendo scintillare le onde. Non avevamo finito di guardare estasiati lo spettacolo clamoroso della luce che vince sul buio della notte che Vittorio, che già sentivo armeggiare con le pentole nel cucinino, si affacciò al boccaporto della cabina con i (radi) capelli tutti arruffati. “Allora, nottambuli che non siete stati zitti un minuto, che ne direste di un bel caffè bollente?
Diremmo che è un’ottima idea… anche perché ormai siamo in vista di Umag, mancherà, si e no, un’oretta di navigazione, forse anche meno “
Vittorio guardò l’orologio poi guardò verso la linea verde scuro della costa che ormai era illuminata dalla prima luce del giorno e ci squadrò sorpreso. “Davvero siamo già in vista di Umago? Ma avete seguito la rotta con la bussola come vi avevo detto di fare? Siamo in anticipo di quasi un’ora sui miei calcoli. Come avete fatto ad arrivare così presto? ”
Non so, non abbiamo fatto nulla di particolare… abbiamo semplicemente proseguito la rotta fino a quando abbiamo visto in lontananza il faro della Vittoria di Trieste e le luci della città. A quel punto abbiamo accostato di quaranta gradi a dritta come ci aveva chiesto di fare, poi appena abbiamo visto il faro sul promontorio di Savudrija abbiamo messo il timone in quella direzione da almeno un'ora e ormai il porto di Umag si vede a occhio nudo. Siamo stati bravi, no?
"Avete visto il faro e le luci di Trieste da questa distanza? Ma siete sicuri? Non è che avete visto Lignano o Grado?"
Guardai in cerca di appoggio Donatella, che però aveva assunto un'aria imbarazzata e colpevole che non le conoscevo, così fui costretto ad assumere le mie responsabilità di ufficiale di rotta.
"Beh... sì sono quasi sicuro che fosse il faro di Trieste, almeno doveva essere lui... il suo fascio di luce era molto forte e la città sembrava grande. Comunque, quelle che si vedono la in fondo sono le prime case di Umago e tra poco si dovrebbe scorgere anche il porticciolo da diporto. "
Vittorio prese il binocolo e guardò verso la costa, poi si rivolse a noi ”Vi sentireste molto imbarazzati se vi dicessi  che siamo in vista di Pirano?
Donatella ed io rispondemmo all'unisono stupiti
“Pirano? Ma è più a nord, come è possibile?”
"E' possibile se siete fuori rotta... vi dice niente che abbiamo la penisola di Savudrija sulla nostra destra invece che a sinistra?"



Quando si naviga distratti nella notte capita a tutti di sbagliare un faro, suvvia..
la rotta tratteggiata è quella che avrei dovuto seguire se non mi fossi messo a chiacchierare.

La vista di quel promontorio e delle sue pinete che erano del tutto fuori posto rispetto a dove avrebbero dovuto trovarsi, mi diede un lungo brivido di sgomento.
"Oddio! ma quindi quella è Savudrija?"
“E' proprio lei... quindi ora vediamo di capire cosa avete combinato. Tanto per iniziare, avete accostato all'ora prevista?”
“Più o meno…”
“Più o meno di quanto?”
“Diciamo una mezzora dopo… comunque, appena scorto quel faro poi abbiamo navigato a vista ”
“Purtroppo lo vedo. Diciamo invece che chiacchierando tra di voi vi siete dimenticati di virare al momento giusto, siete andati lunghi sulla rotta di oltre un'ora e quindi a quel punto per mettere la prora verso Umag dovevate accostare con un angolo maggiore.  Poi, navigando a vista avete fatto una confusione dannata tra i fari e le luci della costa, che chissà cosa avete visto.  Magari, se vi foste presi il disturbo di guardare la carta nautica con la traccia della rotta e i tempi di percorrenza che vi avevo lasciato apposta… comunque non è un dramma, tanto a Pirano ci dovevamo andare domani, vorrà dire che faremo al contrario”.
Poi, dopo aver osservato il filo di lana appeso alle sartie per indicare il vento e la sua direzione  mi disse: “Fila subito a prora a tirare giù il fiocco che mettiamo il genoa. Con questo bel vento da terra ci fa andare più veloci. Il fiocco lo rimettiamo vicino alla rada per andare di bolina e manovrare…”. 
Scese in cabina per prendere il sacco con la vela da sostituire ed io, dopo aver consegnato il timone a Donatella, mi alzai per raggiungere la prora. Lei mi chiese di indossare il giubbotto salvagente come si dovrebbe sempre fare quando si fanno le manovre, ma essendo notoriamente persona prudente e razionale non le diedi retta anche perché faceva caldo e mi impacciava.



Lo stretto passaggio per andare a prora e la sartia che non colsi...

Invece avrei dovuto farlo perché quando ci si sposta in coperta su una barca a vela è necessario tenersi sempre a qualche appiglio, poiché spesso la superficie è bagnata e scivolosa oppure mare mosso e vento possono giocare dei brutti scherzi. Nel mio caso per trasferirmi dal pozzetto di poppa fino a prora dovevo costeggiare la tuga tondeggiante della cabina lungo un passaggio largo meno di un piede e tenendomi alle sartie di acciaio dell’albero maestro. Lo avevo fatto centinaia di volte, ma quella mattina vuoi per la stanchezza, vuoi perché Donatella forse aveva messo le vele in filo vento oppure aveva preso un’onda di prora, la barca ebbe come uno scarto improvviso e la mia mano diretta verso il primo cavo d’acciaio brancolò nel vuoto. Così, chinandomi istintivamente in avanti per afferrare almeno la battagliola, persi definitivamente l’equilibrio e volai fuori bordo con un bellissimo tuffo di testa. 
(continua...) 

venerdì 6 gennaio 2017

Delle befane di una volta che ti portavano il carbone vero e la calza non la riempivi tu.


Ai miei tempi la befana era quella signora misteriosa che veniva di notte, con le scarpe tutte rotte e il cappello alla romana che nessuno ha mai capito come fosse, però serviva egregiamente a fare la rima con quel: “viva, viva la befana!” che concludeva la filastrocca e che veniva cantato con enfasi propiziatoria. Perché mentre Babbo Natale era tutto sommato un vecchio bonaccione panciuto e di manica larga che i regali li portava comunque, svolazzando allegro per i tetti con le renne e il suono dei campanellini, la befana no.

Lei era una severa giudice dei tuoi comportamenti durante l’anno e per questo era molto temuta da me che non ero sempre irreprensibile e anche perché le poche illustrazioni che la ritraevano me la raffiguravano come una megera segaligna e bitorzoluta, che si stagliava in cielo contro la luna volando a cavallo della scopa con la sua gerla. Poi era una strega pure dispettosa, che entrava in casa a notte fonda come un soffio di vento misterioso e poteva portarti anche il carbone o lasciarti la calza vuota e guai se per caso eri ancora alzato ad aspettarla per vederla, perché in tal caso i grandi ti raccontavano che poteva succedere qualsiasi cosa, purché spaventosa.

Così andavo a letto prestissimo, dopo aver scelto con cura assieme alla mamma la calza vecchia da appendere con uno spago in cucina e quando mia madre spegneva la luce in corridoio una volta tanto non protestavo, anche se l’eccitazione dell’attesa mi teneva sveglio con gli occhi sbarrati nel buio e le orecchie tese a percepire qualsiasi rumore insolito. Quando tutta la casa piombava nel silenzio notturno, dopo qualche tempo poteva capitare di sentire il rumore di una sedia spostata o il cigolio di una porta che si apriva o di una finestra che sbatteva e spaventatissimo m’infilavo ancora di più nel letto cercando di farmi piccino e di tirare le coperte fin sopra al collo.


Oggi la befana è diventata un'altra cosa e ormai io la vedo così


Alle prime luci della mattina, mentre ancora i miei erano addormentati, andavo in punta di piedi in cucina con il cuore in gola a controllare cosa fosse successo durante la notte e vedevo con meraviglia che la befana era venuta e doveva pure aver mangiato, perché si era apparecchiata la tavola e sulla tovaglia c’era un piatto con delle bucce d’arancia o degli avanzi di formaggio, un panino sbocconcellato e un bicchiere mezzo pieno di vino e qualche volta la smemorata vecchietta si era perfino dimenticata la candela accesa sul tavolo. Però, in cambio della cenetta a sbafo, c’era la calza appesa con il carbone finto di zucchero messo in cima perché prendessi paura (burlona la vecchia megera) il pezzetto di torrone, i fruttini, le caramelle Rossana, che però non mi piacevano, le caramelle Life Savers alla frutta che adoravo, le rotelline di liquirizia e le finte sigarette di cioccolata, che poi avrei fatto finta di fumarle per scandalizzare la nonna che ci cascava sempre (almeno credevo) e m’inseguiva per la cucina cercando di colpirmi con il canovaccio dei piatti. Una volta trovai nella calza solo del carbone vero e ci rimasi male sino alle lacrime, ma per fortuna la befana aveva nascosto quella con le caramelle dietro alla porta e mia mamma l'aveva scoperta dopo qualche minuto.

Racconto tutto questo perché ieri da Auchan (e in tutte le pasticcerie della città) erano in vendita centinaia di calze della befana industriali e preconfezionate, straboccanti di cioccolate Kinder, Lindt, caramelle Haribo frizzanti e gommose e qualsiasi dolciume immaginiate, dal costo di pochi euro sino a cifre importanti e poi c’erano in vendita le calze vuote, ricamate e coloratissime con decine di bambini petulanti che facevano a gara a indicare alle mamme i dolciumi da comperare per riempirgliele.

Dunque, anche la nostra cara, vecchia e bisbetica befana di una volta, con le scarpe tutte rotte e il cappello alla romana, ha fatto la fine del povero San Martin, messo in soffitta da Halloween e dal consumismo dove tutto è facile e a portata di mano, basta pagare ed è diventata solo un rito insulso e privo di significato in cui i bambini si scelgono da soli le caramelle per il giorno dopo, senza più alcuna aria di mistero e come se fosse un regalo dovuto. Fate pure, se questo è il nuovo che avanza, però non sapete quel che avete perso… e comunque il carbone ve lo siete meritato.