mercoledì 16 marzo 2022

L'appartamento veneziano al Ponte Tetta (farsa teatrale in un atto per Carnevale - scene terza e quarta)

 (segue...)

Scena terza


La luce si riaccende sulla stanza ormai vuota perché i quattro ragazzi sono andati in pizzeria e dopo un rumore di chiavi entrano due signore. 

La signora Giustinian – Ecco qui l’appartamento di suo figlio Emanuele… come vede,  è arredato di tutto punto e c’è tutto quel che serve….(fa una smorfia di disappunto) anche se ora noto un certo disordine, ma d’altronde a quell’età sono ragazzi esuberanti, si sa… 

La mamma di Emanuele, la signora Agnese: – Già! Vedo che non hanno nemmeno sparecchiato… Comunque, sono venuta qui apposta da Motta di Livenza per mettere un po’ d’ordine e pulire, così i ragazzi quando ritornano da lezione troveranno la casa a posto. Che se non ci pensiamo noi mamme… Grazie cara signora, lei è stata gentilissima…

Giustinian –  Ma si figuri… sono mamma anch’io e la capisco benissimo. Questi nostri figli sono sempre un po’ bambini e bisogna tenerli sotto controllo proprio quando iniziano a  sentirsi grandi. Ecco qui ci sono le chiavi, così ne ha una copia anche lei per ogni evenienza e io sono anche più tranquilla. Buonasera. (se ne esce)

La mamma di Emanuele. rimasta sola si rimbocca le maniche e intona uno slogan da corteo studentesco: “ E’ ora.. E’ora… la mamma che lavora.” . Si avvicina al tavolo e guarda la teglia con il pollo.

Mamma di Emanuele. – Oh! Ma guarda che bravi! Hanno fatto il pollo ripieno… questo  però dev’essere opera di quell’altro ragazzo, perché il mio Emanuele queste cose non sa nemmeno da che parte iniziarle…

Intinge il dito nel sugo e assaggia…

Mamma di Emanuele. –… forse un po’ forte di sapore, ma è proprio buono. Devo fargli i complimenti a questo Roberto e farmi dare la ricetta. Strano che lo abbiano lasciato sul tavolo. Comunque, sarà meglio metterlo in frigo, che magari per cena se lo riscaldano.

Le luci di scena si abbassano e la madre esce (dopo un rumore di aspirapolvere ), poi quando si riaccendono ricompaiono Emanuele e Roberto.

EMA – (sbalordito) Oh mio dio! Il pollo era ancora vivo…

Rob – Ma che cazzo dici? Se lo abbiamo cotto e squartato…

EMA – Sarà, però se n’è andato via da solo e ha pure sparecchiato la tavola.

Rob – Hai ragione…E ha fatto anche dell’altro… sulla fotografia incorniciata che ho messo sulla credenza ha lasciato un bigliettino con su scritto: “carina, chi è?”

EMA – Oh Cazzo! La conosco: è la calligrafia di mia madre! Ti ho detto che quella donna sarebbe riuscita ad entrare…è peggio degli incursori di marina. Allarme rosso! Abbiamo un’invasione! Ispezioniamo tutti i locali…

Rob –  Stai calmo!  (si guarda in giro) Magari si è limitata solo a… oh cazzo! Non si è affatto limitata…(corre di colpo in camera sua e si sentono imprecazioni e tonfi poi rientra con l’aria furibonda) Lo sai che ha fatto tua madre? Mi ha buttato tutti i Playboy originali americani in spazzatura e mi ha messo sul comodino un foglietto con scritto “Studiare! Niente donnine…”. Poi mi ha fatto sparire dall’armadietto del bagno tutte le confezioni di preservativi e ha lasciato al loro posto la scritta “Sesto comandamento: non fornicare” e nell’armadietto dei liquori al posto delle bottiglie ho trovato questa: (mostra una classica bandiera pirata con le tibie e i teschi incrociati),.

EMA  –  Scusa,  sono  senza  parole…  probabilmente pensava  che  fosse  tutta  roba  mia.  Ti ricompero tutto…

Rob – Ma no… figurati… mi secca solo che sia entrata a curiosare in casa. Le hai dato tu la chiave?

EMA – Ovviamente no. L’avrà chiesta alla padrona di casa, che sarà stata ben felice di dargliela. Visto che è sempre lì a controllarci non le sarà sembrato vero che qualcuna lo facesse per lei

Rob–   Quindi è inutile cambiare la serratura perché tanto la Giustinian le ridarebbe subito la nuova chiave.

EMA – Temo di sì. Comunque le parlerò e spero di convincerla a smetterla. Piuttosto… ma chi è la ragazza che hai messo nella cornice?

Rob–  E che ne so? L’ho trovata su una rivista. La uso per non insospettire Fabianino che così pensa che la mia donna sia un’ altra, che non è la sua.

EMA – Ah! Non mi avevi detto che la Patrizia stava ancora con Fabianino. Avevo capito che ora stesse solo con te…ecco perché non dovevo dire che tu e lei… ma da quant’è che quei due stanno assieme?

Rob – circa un anno…ma è solo per via della famiglia della Putty. Lui è figlio di un sottosegretario democristiano molto influente e i genitori di lei, che hanno una piccola impresa edile sperano nel matrimonio della figlia con un buon partito.

EMA – Ma lui non se ne accorge che lei viene a letto con te?

Rob– Figurati… a quello potrebbe passare vicino un leone e nemmeno se ne accorgerebbe. 

EMA – Ma tu non sei geloso di avere la tua donna in condominio?

Rob – No perché ci sta assieme per modo di dire… Patrizia gli ha detto che vuole fargli il dono di arrivare vergine al matrimonio e lui che è un tipino religioso e remissivo, magari diventa cieco, ma aspetta buono e tranquillo…e intanto io gliel'addestro per bene, sono praticamente il personal trainer della sua ragazza in quel campo e quando sarà il suo momento lui potrà solo ringraziarmi.

EMA – Quindi come ricompensa avrà un gran bel regalo di nozze (ridacchia)… hai ragione a chiamarla Putty. 

Rob  –  (severo)  Sì,  ma  ti  ricordo che  solo  io  posso  chiamarla così,  tu  non  ti  permettere. Comunque, mettiti il cuore in pace, che questa settimana Patrizia è venuta con Fabianino perché mi ha detto che stava finendo le mestruazioni, ma venerdì viene di nuovo a pranzo qui da sola, quindi dopo il caffè tu trovi una scusa e te ne vai. Chiaro? 

EMA – (sull’attenti come un soldato) Sissignore! Forte e chiaro. 

Rob - Bene e ricordati del segnale:  se vedi il vaso di gerani sulla finestra del bagno, puoi salire, altrimenti te ne resti a spasso e vai a giocare a flipper al bar in campo, magari avendo fatto scorta di monete, visto come giochi . 

EMA – (annuisce) – Sarà fatto…

Rob  –  Bravo! così ti voglio: uso obbedir tacendo e tacendo... andar fuori dai marroni.


Scena quarta 

 

I tre ragazzi sono a tavola e stanno sorbendo il caffè. Mentre Patrizia è distratta, Roberto fa segno con le mani ad  Emanuele di togliere il disturbo. Emanuele si gira a guardare verso la finestra con aria sconsolata. In quel momento si ode un forte tuono e il suono della pioggia battente… 

EMA.  – Beh… quasi, quasi, visto che abbiamo finito il pranzo, ora andrei a fare due passi… ho bisogno di un po’ di aria fresca per digerire.

Patrizia (sconcertata) – ma… Emanuele… ti bagnerai tutto, sta diluviando.

EMA. (si alza ) ma no….non preoccuparti, ho l’impermeabile. E poi mi piace il clima di tempesta. Il vento in faccia mi tonifica. E’ fortificante. Anzi, prendo anche la macchina fotografica, che se ho fortuna scatto delle foto di Piazza san Marco con la grandine. Sarebbero così insolite…

Rob –  Ottima idea, magari hai una botta di culo e c’è anche l’acqua alta…a dopo allora, buona passeggiata e buon safari fotografico…

Emanuele prende l’ombrello, la macchina ed esce di casa. Roberto e Patrizia, si abbracciano e si dirigono verso il letto (che è fuori scena, come fosse in un’altra stanza) Ricompare Roberto già in mutande e canottiera che  dopo aver tolto il vaso di gerani dal balcone del bagno lo posa sul pavimento

La scena si fa buia e si illumina nuovamente poco dopo con la mamma di Emanuele che entra furtiva con l’ombrello gocciolante. La Mamma di E. guarda i piatti ancora sul tavolo.

Mamma di E.  –  Ecco! Lo sapevo! Tanto per cambiare hanno pranzato e se ne sono andati a lezione senza sparecchiare. Meno male che ci sono le mamme a pensarci (inizia ad impilare piatti e forchette, poi lo sguardo le cade sul vaso di gerani sul pavimento. Posa di nuovo tutto sul tavolo e congiunge le mani in preghiera)  Madre santissima! Che devo vedere…  ma guarda tu, quella povera pianta quanto è secca e poi perché la tengono sul pavimento? Roba da matti…comunque, gliela rimetto sul balcone del bagno che almeno prende un po’ di pioggia. (esegue, poi rientra in salotto rimboccandosi le maniche) Su! Dai! Forza e coraggio… iniziamo a pulire questo covo di sfaticati… anzi iniziamo dalla loro camera che sono sicura che non si sono nemmeno rifatti il letto….

Entra decisa nella camera da letto e si sentono gli strilli di terrore di Roberto e Patrizia, poi la madre di Emanuele fugge fuori di casa imbarazzatissima “ Ragazzi scusate…non volevo… …è stato uno sbaglio… scusatemi tantissimo” appena esce di casa compaiono sulla soglia della camera Roberto e Patrizia (visibilmente scossa)

Pat – Ma chi era quella pazza? Cosa voleva?

Rob – Era la madre di Emanuele, ecco chi era.. e voleva solo curiosare, la maledetta impicciona. 

Pat– Oh mio dio! Quindi ora mio padre lo saprà…

Rob  – Ma no! Non sa nemmeno come ti chiami. Come farebbe a dirlo a tuo padre? E poi la figuraccia la farebbe lei che s’introduce nelle case altrui come una ladra

Pat–  Sì, forse, ma mio padre spaccherebbe lo stesso le ossa a me, se lo sapesse e la mamma di Emanuele potrebbe farselo dire dal figlio. E, comunque, io qui non ci vengo più…

Rob (sorpreso) –   Ma come non ci vieni più, amore? E’ il nostro nido delle coccole…lo vuoi abbandonare?

Pat–  (piagnucolando) Non me ne importa niente! Non posso fare l’amore con il terrore che sul più bello arrivi di nuovo quella matta. Mi sono vergognata come una ladra che mi abbia vista a letto con te (si soffia il naso).

Rob–   Ma no! Era buio, cosa vuoi che abbia visto… e poi (con il tono da seduttore).. micina mia…ma davvero non vuoi più fare l’amore con il tuo Roby?

P – (asciugandosi una lacrimuccia) Sì che lo voglio, ma allora prendi una stanza da un’affittacamere o in una pensione. Mi sta bene anche un letto sfasciato, con i pidocchi e che cigola, ma qui mai più.

Rob. –  Dai micettina… su… vedrò di farmi ridare le chiavi o cambio la serratura, così il problema il tuo Roby te lo risolve subito. Va meglio così? (lei annuisce) Dai…vieni qui e dammi un bacetto come prima, che tanto per oggi quella non torna più

Patrizia lo abbraccia lo bacia e i due rientrano in stanza . Proprio in quell’istante si apre la porta ed entrano Emanuele e Fabianino 

EMA – Robertoooo … sono qui con Fabianino, è venuto a riprendere la sua dispensa… 

Rob (dalla stanza) – oh caz… ehm…. sì … va bene… ce l’ho in camera da letto, mi sto vestendo… offrigli una birra che arrivo.

EMA. –  Non abbiamo birra in casa…

Rob – Vabbè, offrigli del vino…. 

EMA – Lo hai finito…

Rob – Ma che caz...  allora andate giù e vi raggiungo al bar in calle…

EMA – Fabianino dice che non ha voglia di nulla.

Rob –   E ti pareva?  Comunque non importa, portalo lo stesso al bar che io ho voglia di uno spritz

EMA –  Va bene. Ma fai presto che Fabianino deve tornare a Conegliano 

(I due escono chiudendo la porta e subito dopo si riaffacciano alla stanza Roberto e Patrizia)

Pat  (agitatissima) – Ci mancava anche Fabianino adesso…Io qui non ci torno più…neanche morta mi ci rivedi.

Rob – Si vabbè, ne riparliamo dopo, micettina, ora scappa che la via è libera. 

Pat – Sono sicura che non li incontro per le scale?

Rob – Ma sì certo, sono al bar, basta che fai il ponte delle tette invece di passare per la calle…. Vai tranquilla…

(si sente aprire la serratura della porta. Patrizia corre a nascondersi sotto il tavolo. Rientrano in casa Emanuele e Fabianino)

EMA. –  Il bar in calle era chiuso per turno 

Rob .(impreca sottovoce)  – Allora portalo in campo San Giovanni e Paolo, ci sono tre locali lì, almeno uno stracazzo fottuto di bar su tre sarà anche aperto, no? 

Fabianino:  –  Scusa Roby se dico la mia… ma io vorrei solo riavere la mia dispensa, non ho voglia di prendere qualcosa al bar. Perché devo andare per forza al bar?

Rob –  (Lo spinge verso l’uscita con l’aria severa) Non ti ci mettere anche tu, oggi, che non è giornata! Emanuele ed io abbiamo voglia di uno spritz. E’ vero Emanuele che anche tu ne hai voglia? Dai, usciamo che sono pronto….al ritorno ti do la dispensa.

Passando a fianco di Emanuele gli bisbiglia “Stronzo! Guarda i segnali la prossima volta”

Emanuele allarga le braccia perplesso “ Ma se c’era il vaso sul balcone…”.

Appena tutti sono usciti, Patrizia esce da sotto il tavolo e dopo aver fatto il gesto dell’ombrello all’appartamento come a dire che non ci verrà mai più, se ne va anche lei.

(segue...)

martedì 15 marzo 2022

L'appartamento veneziano al Ponte Tetta (farsa teatrale in un atto per Carnevale - scene prima e seconda)

 

L’appartamento veneziano al Ponte Tetta

Farsa in un atto di Carlo Volebele Vay

Personaggi:


Emanuele: studente un po’ secchione di Filosofia, timido e impacciato quanto basta (soprattutto nei rapporti con le ragazze), proveniente dalla provincia (Motta di Livenza) e afflitto da una madre bigotta, oppressiva e invadente, oltre che, in seguito, dal suo compagno di stanza.

Roberto:  Compagno  di  stanza  un  po’  fricchettone  di  Emanuele.  Uno  studente fancazzista e praticamente fuoricorso di Economia e donnaiolo tanto disinvolto quanto piacione. Un rodomonte parolaio pronto solo a sfruttare la disponibilità di Emanuele.

Patrizia detta Patty: la donna di Roberto ma anche di Fabianino, una civettina piuttosto chiacchierata e disinvolta.

Claudia:  la  nuova  inquilina  timida  e  apparentemente  dimessa  di  cui  Emanuele s’innamorerà 

La signora Agnese, vedova e madre di Emanuele, ansiosa ed invadente

Il professor Gracco, ricchissimo primario chirurgo e padre di Claudia

Fabianino: un amico timido e taciturno di Roberto, cornificato di nascosto da Patrizia

La signora Giustinian: la proprietaria dell’appartamento

Scena prima

La scena si svolge nell’appartamento che Roberto, perennemente in bolletta, ha preso in affitto sulla fondamenta del Ponte Tetta e che sta cercando di dividere con Emanuele. Roberto sta lavando dei piatti con addosso uno di quei grembiulini volgarotti che si vendono nelle bancarelle con la riproduzione del David e gli attributi maschili ben in vista quando suona il campanello.  Roberto guarda l’orologio poi si rivolge al pubblico con aria complice:

Rob – Oh… ma che bravo! Deve essere arrivato il pollastrone. Devo dire che sarà anche imbranato, ma però è puntuale, anzi, è perfino in anticipo.

(va ad aprire la porta e accoglie con cordialità esagerata Emanuele che entra con dei valigioni pesanti e l’aria circospetta.)

Rob –  Eccoti qua!  Io sono Roberto e tu sei Emanuele, giusto?

EMA – (ansante) dopo tre piani di scale con le valigie devo pensarci… comunque credo di sì.

Rob – Benissimo, benvenuto a bordo, caro Emanuele. Vuoi vedere la casa? Dai vieni…

EMA (si guarda attorno spaesato) – Beh… sì, aspetta solo che posi i bagagli.

Rob – Guarda che scherzavo! C’è poco da vedere, la casa è tutta qui, ti mancano solo il cesso e l’armadietto delle scope. Se vuoi…

EMA –  no… no, grazie. Va benissimo così. (continua a guardarsi attorno)

Rob – Benone, vedrai che ci starai benissimo perché è parva sed apta mihi. Dite così voi di Lettere, vero? Comunque quello lì è il tuo letto, che è anche vicino al termosifone e non dirmi che non sono gentile perché ti ho lasciato il posto migliore qui in salotto, che hai anche la televisione. Il mio invece è nell’altra stanza. Ti ho anche messo a disposizione due ante dell’armadio e in bagno ti ho dato il bicchiere per lo spazzolino in vetro blu, che sarà scheggiato, ma è di Carlo Moretti, mica balle... In quanto al prezzo, come ti ho detto, sono duecentomila mensili a testa, più il condominio. Per le bollette faremo a metà, così come per le spese alimentari e tutto il resto. Le pulizie in casa, invece, le farà chi ha voglia, cioè tu… (risatina ambigua) Ovviamente scherzo!  Se ti va bene, sai cucinare e ti lavi i piedi prima di dormire, sei arruolato, altrimenti è stato bello conoscerti…

EMA – A parte che studio Filosofia e il prezzo è un po’ caro, è ovvio che accetto anche perché è già tanto che sia riuscito a trovare un appartamento per studenti qui a Venezia e poi se sono arrivato fin quassù con quelle valigie di piombo, è chiaro che intendo restare, perché non le riporterei giù per le scale per nessun motivo. In quanto al lavaggio dei piedi e alla cucina, puoi stare tranquillo. Inoltre, se ti può rassicurare ulteriormente su chi ti metti in casa non russo, alzo l’asse, lavo la vasca da bagno dopo la doccia e ovviamente spero lo stesso di te. Piuttosto, hai un telefono?

Rob– (glielo indica) devi chiamare la ragazza?

EMA – No, mia madre… si è raccomandata che l’avvisassi appena ero arrivato.

Rob.– Oh! Ma che ragazzo premuroso! Faresti la gioia di ogni mamma. Di dove mi hai detto che sei?

EMA – Di Motta di Livenza

Rob – Ah! Quindi sei uno sculassavacche trevigiano di campagna… (ride e dà una pacca sulla spalla a Emanuele che lo guarda offeso). Naturalmente scherzavo di nuovo! Comunque guarda che chiamando in teleselezione devi essere breve, che sennò la bolletta schizza, mi raccomando…

Emanuele compone il numero (voce della mamma fuori campo.)

EMA –  Ciao mamma, volevo dirti che sono arrivato…si…. ti sto chiamando dal salotto. Lo so che stavi in pena. Com’è la casa? Boh, va bene. E’ quello che aspettavo (guarda verso Roberto) …più o meno.(Roberto gli fa un gestaccio con il dito medio alzato e lui sorride) Vuoi sapere per il bonifico? la padrona di casa si chiama Giustinian e abita al piano nobile sopra di noi. Il palazzo è tutto suo e il telefono è… aspetta un attimo (tira fuori un foglietto dalla tasca) 0415427930.

(pausa perché la madre gli sta parlando a lungo di cose che non condivide)

EMA –   (sbuffando irritato) –   No mamma, dai…non ritorniamo ancora sulla cosa. La casa a Venezia era necessaria. Non è che posso andare a lezione da Motta  tutti i giorni con la corriera che ci mette due ore e in ogni caso ti ho garantito che studierò. Non ho altro da fare che quello e poi Venezia non offre molto svago per un giovane. Non ci sono neanche le discoteche… Sì, stai sicura che studio  e che non ci sono pericoli. Non frequenterò brutte compagnie e non farò le ore piccole. Contenta?

EMA –   (fa gesti verso Roberto come a dire “ma che palle!) sì mamma, lo ricordo quello che mi ha raccomandato Don Fabio prima di partire, non temere…non farò nessuna vita dissoluta e non cadrò in tentazione anche se l’università, come pensi tu, è piena di ragazze seduttrici che aspettano solo me, va bene? (altra pausa)

EMA –  (dapprima sorpreso, poi imbarazzato) – Perché vuoi l’indirizzo? No… non c’è bisogno che ti scomodi a venire. La casa è perfettamente in ordine e c’è tutto, non mi sono dimenticato nulla. Ah! Vuoi conoscere la padrona di casa? Beh…l’indirizzo è Castello 3563 e risparmiami la battuta su quanti castelli avete a Venezia. E’ un sestiere

(si sente uno strillo nel telefono e Emanuele stacca l’orecchio dalla cornetta)

EMA. –   (imbarazzato) mammaaaa…lo so che non sei stupida… stavo scherzando. Ah! Vuoi sapere come si chiama la calle…non saprei… la calle….hai presente quella che porta all’ospedale da Santa Maria Formosa? La fai tutta e appena arrivi sulla fondamenta invece di fare il ponte davanti a te vai verso sinistra. Il nostro è il portone verde scuro.

(pausa. Si percepisce una voce concitata al telefono)

EMA. Mamma, non lo so se la nostra calle ha un nome. E’ una fondamenta corta, più che una calle vera e propria…

Rob – (strappa il telefono di mano a Emanuele) Scusi signora, ma glielo dico io, che altrimenti mi sale la bolletta. Calle tetta, suo figlio da oggi abita in calle tetta, nella casa affacciata sull’omonimo ponte…. si… proprio così, ha capito bene…le tette! Anzi, no…perché prima che lo cerchi su qualche mappa, il ponte delle tette è a San Polo, ma qui in Calle longa Santa Maria Formosa siamo al ponte tetta, quindi una sola. Lo so che di solito vanno in coppia…ma sa, siamo studenti e dobbiamo accontentarci.

No signora, non c’è alcun meretricio qui.  Il nome deriva dalle cortigiane che stavano alla finestra con la mercanzia esposta per ringalluzzire i veneziani, ma qui in casa non ne abbiamo bisogno. Giusto? No.. vedo che non ha capito….in questo momento non c’è nessuno con le tette alla finestra, stia tranquilla. Ah! Chi sono io? Sono Roberto il compagno di stanza di suo figlio, piacere di conoscerla. Lei è simpaticissima….Siiii? bene… glielo ripasso, anzi no…. mi scusi ma ho il telefono in duplex e mi stanno bussando per avere la linea. Ci sentiamo un altro momento. Buonasera.

Rob (riaggancia guardando soddisfatto Emanuele, accasciato sulla poltrona). Ecco fatto! Risolto il problema della mamma impicciona…era così difficile dirle dove abitavi? Ma perché fai quella faccia?

EMA – Perché tu hai scatenato senza saperlo le forze dell’inferno. Non sai di che è capace quella donna. Ora non si metterà il cuore in pace sino a che non metterà il naso qui dentro. E poi mi hai rovinato perché per convincerla a farmi stare a Venezia le avevo detto che prendevo la casa assieme al figlio di un commercialista di San Donà che lei conosce e che è uno sfigato nato vecchio e pronto per entrare in seminario. Invece ora sa che le ho mentito.

Rob–   perché? Per tua fortuna sono anche io figlio di un commercialista, quindi dove sta ilproblema? Mica le hai mentito…

EMA. Non te la cavi così… quella arriverà qui, garantito…

Rob–  Ma va! Non essere ansioso, vedrai che non arriva e se anche dovesse farlo l’aspetteremo a piè fermo… (pausa) piuttosto, per prepararci all’evenienza, perché appena ti sei sistemato le tue robe non vai giù in calle a comperare qualcosa per cena, che per combinazione ho la dispensa vuota, e magari qualche bottiglia di liquore? Così magari ci rincuoriamo… Ah! Già che ci sei, se prendi le sigarette per te, prendimi anche delle Marlboro che intanto io finisco di lavare i piatti…

EMA. Non fumo e non amo i liquori, comunque se proprio servono…

Rob– Certo che servono… a proposito: non fumi e non bevi, ma ce l’hai la ragazza, vero?

(Emanuele inizia a disfare le valigie)

EMA. No… cioè non ancora…ho avuto qualche storiella, ma roba di poco conto.

Rob – livello bacetti? Toccatina di tette al cinema e stop?

EMA (imbarazzato) – beh no, di più… cioè… si, più o meno siamo lì….

Rob –  Ho capito, sei ancora vergine… hai già studiato Epicuro?

EMA. Certo… è Storia della filosofia greca, roba del primo anno.

Rob – Non si direbbe, ma rimedieremo… Cartesio l’hai studiato?

EMA. –  Non ancora…

Rob – Bene! Dammi qualche settimana di tempo e ti condurrò al capitolo del “Coito ergo sum”

EMA – (Per contrattaccare guarda il grembiule di Roberto indicandogli gli attributi ben in vista)

D’accordo! Sarò lieto di avere ripetizioni da tanta fonte di sapere. In ogni caso, complimenti per il tuo grembiule… si vede che fai economia. Come dite voi markettari? La pubblicità è l’anima del commercio, vero?

(Rob – guarda soddisfatto il disegno del pene sul grembiule)

Rob–  Infatti, noi che facciamo marketing, invece di perdere tempo a girare nudi dentro a una botte e con la lanterna per cercare l’uomo, come il vostro Diogene, commerciamo parecchio… con le donne, però…

(Rob fa una pausa, come colto da un pensiero improvviso….)

Rob – Comunque volevo dirti una cosa importante… ogni tanto, all’ora di pranzo, viene qui a trovarmi la Putty…

EMA – (sorpreso) La Putty?

Rob– Si, Patrizia, la mia ragazza….

EMA. Scusa, ma il diminutivo di Patrizia, non dovrebbe essere Patty?

Rob (ammiccando complice) Fidati… fidati… comunque, il fatto è che quando viene lei tu devi andare a spasso senza fare storie. E’ un po’ come il last In, first out che studiamo in economia.  Lei “in” tu “out” insomma…

EMA. – Aspetta un attimo, amico.  Fammi capire… ma se questa Patrizia viene all’ora di pranzo oltre alla rottura di balle di stare “out” da casa vuol dire che devo anche rimanere digiuno? Non puoi farla venire di pomeriggio?

Rob – No, perché lei esce da Cà Foscari a mezzogiorno e resta qui con la scusa di andare in biblioteca, ma poi a metà pomeriggio deve ritornare a Conegliano con il treno, che se no i genitori la sgamano e s’incazzano.. Comunque, se proprio muori di fame,  puoi anche fermarti a mangiare con noi, ma subito dopo dovrai andare a passeggio. Sarebbe un po’ imbarazzante averti qui, non trovi?

EMA. –  Non ne dubito, ma quanto dovrei stare fuori?

Rob– (indica il pene sul grembiule) Tre o quattro ore almeno…

EMA– (ridacchia rivolto al pubblico) Avrei detto quattro o cinque minuti…

Rob – Comunque, se devi andare al cinema o consumare qualcosa al bar, portami gli scontrini che ti rimborso a piè di lista. Ti avviso solo che, siccome ci ho litigato con quello che era qui prima di te, non ti pagherò le partite a flipper che non sono documentabili e anche perché non so come giochi. In ogni caso prima di tornare a casa, devi guardare dal ponte se c’è il segnale di via libera.

EMA –  Sarebbe?

Rob –  il vaso di gerani sul balcone del bagno. Se lo vedi puoi salire, altrimenti, se non c’è, vai ancora a spasso. Poi c’è un’altra cosa che devo dirti… Patrizia non ha piacere che i miei amici sappiano che andiamo a letto assieme, quindi tu non ne sai nulla e per te è ancora casta e pura come Maria Goretti, chiaro?

EMA –  Scusa, ma non la chiami Putty?

Rob – Sì, ma vale solo per me. Con gli altri è molto timida e pudica, quindi niente battute o allusioni sul nostro rapporto. Capito?

EMA.– Forte e chiaro…c’è altro che devo sapere?

Rob –  Certo… siccome comprendo il tuo disagio, nei giorni in cui verrà Patrizia, sei esentato dal cucinare.

EMA – (platealmente) – ma vaffanculo, va…


   Scena seconda


La  scena  si  svolge  qualche  settimana  dopo.  Emanuele,  vestito  come  una  casalinga,  sta passando l’aspirapolvere mentre Roberto esce dal bagno in accappatoio e spruzzandosi profumo, poi si siede sul bordo del letto a tagliarsi le unghie dei piedi. Emanuele guarda l’orologio poi si rivolge al pubblico con aria infastidita:

EMA. –   eccolo lì, il signorino, avvolto nella sua nuvola di borotalco!. Sono le undici, e come tutti i giorni lui si è alzato alle dieci, è stato un’ora in bagno a farsi bello, mentre io studiavo, facevo la spesa e le pulizie e tra poco mi chiederà pure la colazione. Garantito.

Rob – Ciao… per caso hai fatto del caffè?

EMA – (sbuffando) 041 52913723.

Rob – (sorpreso) ti ho chiesto del caffè, perché mi rispondi con un numero di telefono?

EMA – E’ il numero del bar in calle. Telefona e il garzone te lo porta. Anzi, già che ci sei, ordina anche delle brioches per me.

Rob–  Oh! Siamo nervosetti questa mattina… cos’è? Hai l’appello in settimana e ti sei accorto che ti mancano quattro capitoli e una dispensa?

EMA –  No, lo sono perché qui in casa faccio sempre tutto io e tu invece…

Rob – Hai la sindrome del cenerentolo? Guarda che non sei mica obbligato a fare le pulizie tutti i santi giorni. Una volta alla settimana va benissimo. E poi è colpa tua…

EMA – (si ferma ad osservarlo con aria minacciosa) Pure? Perché sarebbe colpa mia?

Rob –  Perché quando ti fai vedere più bravo degli altri a fare una cosa è ovvio che poi gli altri quella cosa la faranno fare sempre a te. Ragazzo ingenuo… dovrebbero insegnarvi queste cose pratiche a filosofia, altro che smarronarvi con Platone e Aristotele.

EMA– . (plateale) Ma vaffa…

Rob – Comunque, hai pensato cosa preparare per pranzo, che oggi abbiamo ospiti Patrizia e un suo amico?

EMA. –  No, ma pensavo a una pastasciutta pomodoro e basilico o magari con il pesto.

Rob  (allarga le  braccia per  lo  sconforto)–   Che  palle, però!  Ma  tu  non  sai  fare  altro  che pastasciutte?

EMA. (con le mani sui fianchi e seccato) Ohi bello! Ho fatto il classico io, mica vengo dalla scuola alberghiera. Comunque, è solo grazie a me se qui non si va avanti a panini, quindi magna e tasi…

Rob–  (Guarda l’orologio) vabbè, dai… faccio un salto al mercato di Rialto e ti faccio vedere cosa vuol dire cucinare, tanto quelli arrivano all’una e mezza e ho tutto il tempo. Hai mica diecimila lire che ti crescono?

EMA –  (gli porge di controvoglia la banconota) Pezzente! Quando tirerai fuori due lire di tasca tua? O a filosofia mi devono insegnare anche a non far vedere agli scrocconi che si ha il portafoglio pieno?

Rob –  (ridacchia dalla soglia di casa)Ti sei già risposto da solo… vedo che fai progressi. Ciao

(la scena si oscura per far vedere che è trascorso del tempo. Emanuele è al tavolo che studia, quando Roberto rientra con un voluminoso sacco della spesa).

EMA. –    Beh? Che hai comperato al mercato, grande mago dei fornelli? Non dirmi che hai svaligiato un banchetto…

Rob–  Taci, trevigiano miscredente e ammira!. (estrae trionfante dalla borsa una gallina ancora con le piume)

EMA – (inorridito) Ma cos’è? Sei diventato matto?

Rob–   Strano, tu che vivi in campagna la dovresti riconoscere. E’ una gallina padovana ruspantissima, ottima per il brodo, ma anche per il forno. Siccome era ancora da spiumare, il tizio del banchetto mi ha fatto un prezzo speciale..

EMA. –  Immagino, ti ha visto in faccia… comunque, non è che non conosco una gallina, ma non sono affatto certo che tu la sappia cucinare. Come intendi farla?

Rob –  Con questa! (tira fuori una bottiglia di vino e la mostra ad Emanuele) Barolo Gaja 1974, mica cazzi!   Che è quasi un peccato usarlo per cucinare… comunque il pollo al barolo è una mia specialità acclamata in tutta Ca’ Foscari.

EMA – E quella da dove salta fuori? E’ una bottiglia di prezzo. A chi l’hai fregata?…

Rob –  Ti fai sempre troppe domande. Alla fine diventi stressante…

EMA. –  Non sai ancora come sarà stressante avere la polizia per casa…

Rob – Non succederà, comunque ora lasciami lavorare che devo preparare il pennuto: guanti di gomma, grembiule e catino, please…

(si apparta dietro la quinta da cui fuoriescono dopo un po’ delle piume e degli improperi)

EMA – (che sta studiando, solleva la testa in direzione di Roberto) Tutto bene laggiù? Chi sta vincendo?

Rob–  Va tutto bene, il problema è che bisognerebbe attendere qualche ora che il rigor mortis dilati i pori del pennuto, così le piume vengono via meglio e poi si sa che la gallina padovana è più coriacea di quella livornese. Comunque tra poco la metto nella teglia con il vino e gli aromi…come estremo oltraggio le metto anche la carota nel culo, così impara a resistere

(la scena si fa buia e quando si riaccendono le luci i due stanno seduti a tavola studiando)

EMA. (alza la testa dal libro annusando in giro) Lo senti anche tu questo odore strano?

Rob. (annusa a sua volta) Tranquillo, è l’aroma tipico del vino di gran corpo. Comunque ora lo spengo perché dovrebbe essere pronto e tra poco sono qui gli ospiti. Anzi, prepariamo la tavola..

(eseguono e quindi suona il campanello: entrano Patrizia e Fabianino, tenendosi per mano. Seguono presentazioni reciproche)

EMA – (rivolto a Patrizia): così tu saresti la ragazza di Roberto?

Pat: (stupita):No veramente io sto con lui (indica Fabianino)… ma chi te l’ha detta questa sciocchezza che stiamo assieme? Te l’ha detta Roberto?

(Roberto sullo sfondo fa cenni disperati ad Emanuele di dirle di no)

EMA  –  Ah!  No…  forse  avevo  capito  male.  Non  è  così?  Beh…scusa,  era  solo  una  mia supposizione stupida…se siete solo amici va bene lo stesso. Mica ci toglie l’appetito. Giusto?

Rob, (presentandosi con  il  piatto  di  portata) “Giusto!  Anzi mettiamoci a  tavola che altrimenti  questa meraviglia si raffredda. Così ci sfamiamo ed Emanuele ha pure la bocca piena e non spara cazzate.

Pat – (rivolta a Roberto)– Oh sì! Finalmente!… Ho una fame! il profumo sembra ottimo. L’hai cucinata tu questa meraviglia o il tuo amico?

Rob – Ovviamente io, che sono un cuoco provetto. Emanuele è fermo allo stadio della pastasciutta al pomodoro.

(Mentre i due ospiti prendono posto a tavola  Roberto tira a sé Emanuele e gli bisbiglia “Coglione stavi  per  combinare un  disastro” Emanuele  gli  risponde  bisbigliando  a  sua  volta  “scusa  mi  ero dimenticato che non dovevo sapere…)

Emanuele taglia il pollo con il trinciapollo, mentre Patrizia porge il suo piatto e Fabianino inizia a fare avidamente scarpetta con il sugo.

EMA. –  (appena tolta la carota e aperta la carcassa si ferma perplesso) ma...hai messo dentro anche il ripieno?.

Rob –  No... perché?

Pat – (Guarda sospettosa, poi strilla di orrore e si alza di scatto) Oh mio dio! Non hai tolto le budella! Che schifooo… (Fabianino sputa il boccone disgustato).

Rob –  (Imbarazzato): Non capisco come mai… l’ho fatto altre volte e non c’erano.

EMA – Forse perché te le toglieva il macellaio e invece qui dovevi toglierle tu? Coglione!

Pat – Comunque sia, andiamo via da questo schifo che mi viene male solo a guardarlo. C’è una pizzeria qui vicino, almeno mangeremo qualcosa di decente. E questa volta paga Roberto…

(escono tutti, mentre Roberto sussurra ad Emanuele se ha per caso dei soldi in portafoglio da imprestargli e si oscura la scena)

(segue...)



 

venerdì 12 novembre 2021

Quelli che vorrebbero fare una torta di mele e pere, ma poi ripiegano sulla pasta e fagioli.

Il detto dovrebbe essere “meglio prevenire che reprimere” ma l’elfa, che è una che non ha tempo da perdere, di solito reprime già mentre previene, quando non reprime "a sensazione" a prescindere dalle mie intenzioni nemmeno manifestate. Infatti, ieri, prima di andare di buon ora con il bretone al mercatino del giovedì nella piazzetta dietro casa per comperare verdure e altro, essendomi venuta all’improvviso una delle mie idee da cuoco creativo (mi zampillano come un torrentello di montagna soprattutto quando non mi hanno dato tempo di fare colazione) le ho chiesto mentre era già in uscita sulla porta di casa: “Abbiamo in casa della cannella in polvere?” scatenando subito il suo sguardo sospettoso. 
“Sì, c’è, ma a cosa ti serve?” 
“Pensavo di fare un dolce con il pane vecchio per iniziare a smaltirlo, visto che ti lamenti sempre che ne compero in eccedenza come la moglie di Fantozzi invaghita del fornaio” 
“Se è una pinza ti dico subito di no perché non la sai fare…”
“Grazie per la fiducia…” 
“Prego, non c’è di che…” 
“Ma perché non la saprei fare?” 
“L’hai mai fatta in precedenza?” 
“No…” 
“Ecco! ti sei risposto da solo…” 
“Ma perché non potrei provarci? Magari ho la fortuna dei debuttanti…” 
“Perché tanto per cominciare la cannella non serve, casomai ci vogliono i semi di finocchio, quindi sei già partito male..." 
“Vabbè! la farò di nascosto un pomeriggio mentre sei al lavoro e se mi viene bene te la riproporrò ogni giorno in tavola fino all’ultima fetta”. 

Lei ridacchia perfida “E se ti viene male come sono certa?” 
“C’è il cassonetto dell’umido fuori dal cancello e nessuna ne saprà niente: quella pinza non sarà mai esistita. Comunque, cara la mia Malcontenta, non volevo fare una pinza ma una torta rustica di mele, pere e pane vecchio ammollato nel latte come la faceva mia nonna…” 
“No, mi spiace per tua nonna, ma ti dico subito di no, come sono certa che te lo direbbe lei…” 
“Ma perché non vuoi? Com'è che sei tanto prevenuta sulle mie torte?” 


La pinza di pane vecchio, fichi, uvetta e semi di finocchio di mia moglie.

E qui ho verificato ancora una volta come l'elfa (mia moglie, chiamata così in famiglia perché tira con l'arco precisa come Legolas e ti può inchiodare ad un albero con una freccia al carbonio da cinquanta metri di distanza) abbia una memoria micidiale per le mie inadempienze nella vita coniugale e non parlo di quando scrivo delle morose di una volta, delle quali non le impippa nulla, anzi si diverte pure a darti dell'imbranato e quasi sempre ti dice che aveva ragione lei, quella poverina, e che aveva fatto bene a mollarti, ma mi riferisco ai miei mancati doveri casalinghi. Per esempio, mi cita improvvisamente quel gennaio di quattro anni fa quando “ho dovuto smontare io l’albero di natale perché tu ti guardavi bene dal farlo” oppure che "la scorsa settimana ti avevo chiesto di stendere la biancheria e te ne sei dimenticato lasciandola nella lavatrice tutto il giorno". 

E anche in cucina, pur potendo apprezzare il fatto di rientrare a casa dal lavoro trovando la tavola apparecchiata e un pranzo fumante ad attenderla invece del suo bigliettino: "Nel frigorifero c'è un etto di prosciutto cotto e il pane è di ieri, ma se lo scaldi torna buono e quando vieni a letto cerca di non svegliare il bambino" di quando rientravo a notte fonda e affamato da Torino, oppure con l'invito ad andare a mangiare di fronte a casa al Tinello, dove all'ora di pranzo un primo, un secondo e un contorno costano 12 euro, caffè e bevande a parte, quando sbaglio un singolo piatto in due anni (che può succedere anche a Carlo Cracco, immagino...) loro se lo ricordano nei dettagli e te lo rinfacciano, per non dire del suo tormentone "devi imparare a tritare meglio le cipolle o rosolarle di più perché fanno criz - criz sotto i denti" che tra poco o le riduco a poltiglia con il minipimer o mi indurrà per la disperazione ad usare solo l'aglio per il soffritto. 

Tutto questo mentre io, che sono di indole molto più generosa (e anche assai signorile nel non far notare queste piccolezze), mica glielo ricordo il mio costoso maglione della Les Copains infeltrito e ridotto alle dimensioni perfette per vestire la Barbie, le tante mutande e magliette uscite rosa dalla lavatrice e le ore passate a ripulire con il cotton fioc la tastiera del mio portatile piena di briciole di biscotti perché qualcuna se li sgranocchia sopra mentre fa i solitari con le carte e poi ti avverte serafica che "ci sono alcuni tasti che funzionano male...". Ci mancherebbe…noblesse oblige. 

Invece lei, andando a pescare nell'archivio delle mie epic failure in cucina un fascicolo del reparto: "torte e dolciumi" ha subito risposto: “Perché quella torta l’hai già fatta due anni fa e non ti era venuta bene… cucini ottimamente i sughi, le carni, a volte anche il pesce (se hai la botta di culo con i tempi di cottura) e fai dei fritti asciutti e croccanti, ma non sei bravo a fare i dolci, rassegnati e fattene una ragione. ” 
“Ma sei sicura che l’avessi già fatta? Io non lo ricordo...” 
“Certo… e ti rinfresco subito la memoria: avevi messo nella pirofila dei crostoni di pane interi alti due dita, quindi troppo grossi e per quanto li avessi inzuppati nel latte e messi in forno erano ancora mezzi duri che bisognava tagliarli con il coltello seghettato e alla fine abbiamo mangiato solo le mele… che erano appena discrete, solo perché si erano un po' caramellate” 
“Vabbè, sarà come dici tu, ma se oggi ci riprovo cubettando il pane in modo che con il latte diventi morbidissimo, tipo dolce al cucchiaio?” 
“Prova, se proprio vuoi, ma lo fai a tuo rischio e pericolo, perché tanto lo sento che non ti verrà bene”.

 
La mia portokalopita, torta greca di pasta fillo e arance, perché i dolci li so fare

E a questo punto, l’animo del ribelle sessantottino che ancora si aggira in me alla ricerca dell’eskimo che chissà dove è finito, ha deciso di raccogliere il guanto di sfida, dunque per il suo ritorno a cena le avrei preparato a sorpresa la torta rustica di mele e pere di mia nonna (non conosco affatto la ricetta, ma, andando a memoria, dovrebbe consistere in una pirofila imburrata e strati alternati come una lasagna di pane sminuzzato bagnato di latte e poi strizzato alternato a fette di mela e pera cosparse di zucchero di canna e profumo di cannella. Il tutto in forno a 180° per 20 o 30 minuti con un po’ di grill finale per caramellizzare lo zucchero in cima). Se fosse venuta buona, come sono certo, qualche malfidente di mia conoscenza per penitenza avrebbe dovuto lavare i piatti sabato e domenica, in caso contrario… avreste letto come è andata in cronaca sul Gazzettino. 

Ah... aggiornamento del giorno dopo per non lasciarvi in ansia sulla mia sorte:. Alla fine, con la scusa che non potevo fare una torta di mele e pere se non avevo le pere e che, comunque, era meglio non cercarsi rogne preparando dolci, giacché mi ero ricordato che saremmo stati a dieta tutti e due, ho preferito rimanere sul sicuro e per cena me la sono cavata con una pasta e fagioli (i pregiati borlotti di Lamon, che qui si fa sul serio), giudicata buona dall'elfa, anche se: "devi imparare a tritare meglio le cipolle o rosolarle di più perché fanno criz - criz sotto i denti". Maledette cipolle... 

mercoledì 20 gennaio 2021

Degli incauti che si fidano dei consigli amorosi dei "Garzoncelli scherzosi"


Tutti noi abbiamo sicuramente qualche canzone del passato che a risentirla ci riporta dei ricordi intensi, legati magari ad un primo bacio, ad un amore lontano, un viaggio o un momento felice della nostra vita. Anch’io ho le mie, naturalmente, ma ieri, cercando su Spotify una vecchia canzone di Francoise Hardy che volevo riascoltare ma non ricordavo bene che titolo avesse, ho ritrovato questa che mi ha subito sprofondato in un terribile senso di colpa perché era stata lo strumento involontario di una vera mascalzonata commessa tantissimi anni prima ai danni di Emanuele, uno dei miei più cari amici di gioventù e mio compagno di banco fino dalla prima media, ma, soprattutto, con l'aggravante che l’incauto, timidissimo ed imbranato come pochi, mi aveva eletto a suo magister vitae ed essendo buono come un pezzo di pane aveva una capacità di sopportarmi infinita. 

La cosa iniziò quando una mattina dell’ultimo anno di liceo, durante la consueta partitella cinque contro cinque dell’intervallo, Emanuele mi tirò da parte e visti i miei decantati successi con le ragazze mi chiese di fargli da consulente per una questione che gli stava a cuore. Rientrati in classe approfittai dell’ora di chimica per farmi spiegare meglio di che si trattasse. La consulenza richiesta era davvero globale, in quanto andava dal riposizionamento della sua immagine (invero sbiadita) alla ristrutturazione del suo abbigliamento e fino ad un aiuto concreto per conquistare una certa Elena della quale era segretamente innamorato da mesi. Sul momento mi venne da ridere, soprattutto per la faccenda di Elena, una bella rossa dell’altra sezione che era assai concupita da molti e che di certo non avrebbe degnato il mio scialbo amico di uno sguardo. In quanto alle altre richieste dell’incarico, se la prima era sul “quasi impossibile”, con il resto eravamo davvero sul difficile. Però, essendo uno che quando è amico lo è veramente, soprattutto nelle difficoltà, decisi di aiutarlo. Dopo molte riflessioni sul da farsi, visto che l’estetica era quella che era, decisi di intervenire in primis sul vestire, dove c’era davvero di che mettersi le mani nei capelli. 

Infatti, i suoi genitori pur essendo assai benestanti erano molto tirati su tutto. Proprio a causa della parsimonia familiare, Emanuele era universalmente noto a scuola per vestire gli abiti dismessi del padre (tristissime grisaglie e flanelloni degli anni cinquanta). Questi erano da lui abbinati con i calzettoni a disegno scozzese della Standa lunghi sino al ginocchio e le bretelle della prima media. 

Gli regalai qualche maglione di mio fratello (che tanto neppure se n’accorgeva) e mia madre gli sistemò una mia giacca sportiva di tweed, assai bella. Poi gli feci omaggio di tre cravatte inglesi di mio padre (ne avevo un vero giacimento) e, soprattutto, lo indussi a comperare in una botteguccia di Via Garibaldi che faceva prezzi stracciati a chi come me aveva la tessera del Circolo Marina, due paia di pantaloni lunghi e un paio di jeans. Il tutto, questo va detto, con i suoi risparmi. Poi, assieme a mia madre, che si divertiva come una matta, visto che in quegli anni gli amori nascevano alle feste, gli insegnammo a ballare e dovetti accorgermi a mie spese che, purtroppo, tirava pedate proprio come a calcio. 

Quando il discepolo mi sembrò sufficientemente pronto, per fargli vedere dal vivo un esempio pratico di come operava un seduttore professionista, avvicinai questa Elena fuori di scuola e cominciai a rompere il ghiaccio. Lei sembrò molto lusingata della mia attenzione e prendendole i libri sottobraccio, l’accompagnai verso casa. Dopo qualche paio di ritorni da scuola con questa Elena, Emanuele non stava più nella pelle e mi telefonava ogni cinque minuti per sapere nell’ordine: se io le avevo parlato di lui, se lei mi aveva parlato di lui, se le sue amiche mi avevano parlato di lui e in generale che impressione ne avessi avuto. 

Gli intimai di stare quieto che tutto procedeva bene ed era in ottime mani: stavo entrando velocemente nelle simpatie della ragazza e presto sarebbe arrivato il momento del contatto con lui. Ma purtroppo, qualche settimana dopo, Elena mi rivelò tutta felice che si era messa finalmente con un ragazzo del liceo scientifico per il quale aveva da tempo una cotta terribile e la cosa per Emanuele, che sbiancò in volto quando glielo riferii, terminò bruscamente li. 

Passarono un paio di anni ed ormai Emanuele ed io ci trovavamo quasi tutte le mattine in stazione per prendere il locale per Padova e recarci in Università (anche se di lì a poco io avrei avuto il mio appartamentino, condiviso con un altro studente, di cui ho già parlato). Durante uno di questi viaggi, cercando posto nel treno sempre strapieno, finimmo nel vagone di testa dove in uno scompartimento c’era un gruppetto di matricole veneziane (noi eravamo già al secondo anno) che conoscevamo perché, tranne uno, erano tutti ex studenti del nostro liceo Foscarini. Tra questi c’era una certa Patrizia, una ragazzona statuaria e discretamente carina, ma con la vivacità di un pesce lesso perché se interpellata a domanda rispondeva, come quelli della Benemerita, ma non andava oltre. Così, incontrandoci con questo gruppetto quasi tutte le mattine (ormai sapevamo che li avremmo trovati sul vagone di testa che era sempre mezzo vuoto) iniziammo a fare assieme a piedi la strada dalla stazione verso il centro con Emanuele che all’altezza di Piazza Eremitani ci salutava per dirigersi verso la sua facoltà e noi che invece proseguivamo per il Bo’ e il Liviano, dove questa Patrizia frequentava il primo anno di Lettere. 

Naturalmente, poco tempo dopo Emanuele mi rivelò di essersi preso una cotta terribile per questa ragazza e se potevo informarmi con discrezione sul suo stato sentimentale. Trovato un amico comune che giocava a calcio con me gli chiesi che tipa fosse costei perché interessava ad un mio amico e lui sbottò a ridere dicendo “Chiiii? La Patrizia? Oh mamma mia… dì al tuo amico di starle alla larga perché perde tempo. Noi l’abbiamo soprannominata: un frigorifero montato su ruote, quindi ti ho già detto tutto.” . Ovviamente non lo riferii ad Emanuele, anzi, gli dissi “Vai tranquillo: è libera…è tutta tua!” e lui ne fu molto felice. 

Dal momento che la ragazza abitava dalle parti di campo San Maurizio combinai finalmente un cinema serale al Rossini e successiva pizza in campo San Fantin con lei, una sua amica bruttina ma compiacente e l’Emanuele, che nell’apprendere la notizia andò in pieno caos emotivo, tanto da farmi pensare che fosse svenuto al telefono. Andai a prenderlo sotto casa e assieme a lui arrivò anche una zaffata di quel suo terrificante profumo da bancarelle di cui ogni tanto si cospargeva (ecco cosa avevo dimenticato di dirgli!). Lo guardai attentamente. Aveva indosso la mia giacca di tweed e finalmente una camicia non fantasia sulla quale spiccava una bella cravatta a righine (si vedeva che aveva studiato, anche se il nodo poteva essere migliore) e fin lì era molto elegante, tanto che avrei voluto ricordargli che andavamo soltanto al cinema e non ad un matrimonio. Però sotto la giacca comparivano i jeans, che non sarebbero stati in sé sbagliati se lui, essendo piuttosto lunghi per la sua taglia, non ne avesse arrotolato l’orlo più volte alla pescatora. Gli chiesi subito se quella sera era prevista acqua alta, ma lui non sembrò cogliere la provocazione. 

Dopo la serata con le due ragazze, passai qualche giorno a confermargli che, anche se al posto suo non avrei scelto un film storico che si chiamava “Silvia la vergine di Roma” non fosse altro perché il titolo non era beneaugurante, l’incontro e la cena con la sua amata erano andati benissimo e lui sicuramente, pur ordinando la pizza marinara con l’aglio per risparmiare e bevendoci sopra dell’acqua naturale, aveva fatto colpo ed era stato notato da Patrizia che, secondo me, mentre l’accompagnavamo a casa a fine serata gli lanciava sguardi inequivocabili. 

In effetti,  poco dopo Emanuele ricevette (con mia grande sorpresa) l’invito alla festa a casa di Patrizia per festeggiare i suoi diciannove anni (secondo me l’invito arrivava per conto dell’amica bruttina che ci voleva provare, ma non glielo dissi per non agitarlo con la prospettiva di aver sbagliato bersaglio). Quando lui mi chiese se sarei venuto anch’io alla festa, gli dissi che avendo la ragazza fissa ero ormai uscito dal giro delle festine da liceali preferendo cose più concrete, ma che, comunque, ormai lo consideravo partito bene e che, dunque, iniziasse ad arrangiarsi da solo, che stava andando alla grande. Ma lui, da quel momento in poi, andò progressivamente nel panico e così, telefonandomi in continuazione a casa e perfino disturbandomi durante il sacro torneo di flipper nel baretto di Piazza delle Erbe iniziò a tempestarmi di domande sempre più indisponenti su come vestirsi, cosa fare e come comportarsi casomai lei l’avesse incoraggiato e soprattutto come capirlo. 

Alla fine, il pomeriggio prima della festa arrivò l’ennesima sua telefonata agitata proprio mentre stavo pomiciando in salotto con la mia ragazza e solo per chiedermi che disco, a mio parere, avrebbe dovuto regalare a Patrizia per farle capire che lui provava dei sentimenti d’amore per lei. Così, francamente esausto di tutto quel martellamento di domande, pur di cavarmelo di torno e riprendere quel che stavamo facendo, invece di ringhiargli seccato “Senti Emanuele, ormai hai vent’anni, puoi anche arrangiarti da solo a scegliere un disco… anzi, vai al negozio di Brancaleon in calle della Bissa, e fatti consigliare da Gaetano, il commesso, che di musica e di nuovi dischi ne sa a pacchi, tanto è lì apposta e non ha mai un cazzo da fare…” gli dissi per scherzo: “Guarda, regalale: Je t’aime, moi non plus, di Jane Birkin e Serge Gainsbourg, che ci farai un figurone e se Patrizia non ti casca tra le braccia con quella canzone, vuol dire che è di ghiaccio”. 

Però io, quando gli feci lo scherzo, mica lo potevo immaginare che quel citrullo di Emanuele quel disco gliel’ avrebbe regalato sul serio a scatola chiusa e senza nemmeno sentirlo, con tutti quei gemiti e sospiri inequivocabili da scopata di lusso. 

Così, appena qualcuno lo mise sul giradischi durante la festa, arrivò di corsa e scandalizzata la mamma di Patrizia, che era una pia donna almeno quattro spanne sopra il livello normale di moralismo puritano e codino di quegli anni e, una volta accertato chi avesse portato quel disco scandaloso in casa sua, il povero Emanuele venne accompagnato alla porta con la minaccia di telefonare ai suoi genitori per rivelare loro quale scandaloso libertino avessero messo al mondo. Non so se poi venne chiamato il parroco a purificare con l’incenso quella casa profanata da tanta indecenza, ma probabilmente sì. 

Ecco, ho ricordato tutto questo con il capo cosparso di cenere e, caro Emanuele, anche se non so dove tu sia finito dopo la diaspora di fine università e se magari mi leggi, ti chiedo ancora scusa sinceramente per non averti consigliato Endrigo o Tenco, che certamente sarebbero andati meglio, però, anche tu, suvvia… non potevi chiedere a Gaetano, una volta in negozio da Brancaleon, di farti ascoltare il disco senza limitarti al titolo? Anche perché se il professore d’italiano del liceo, prendendo spunto dal Leopardi, mi definiva continuamente “garzoncello scherzoso” qualche sospetto sui miei consigli ti doveva pur venire, no?