giovedì 1 novembre 2018

Delle astutissime ma molto fallibili tattiche di seduzione alle feste degli anni '60


Negli anni del liceo, essendo stato appena mollato dalla mia prima ragazza fissa che essendo ripetente era quasi due anni più grande di me e dunque decisamente più sveglia, tanto da mettersi con un tizio che era già all'università, per ribellarmi a tanta cattiva sorte decisi che era giunta l'ora di entrare nel vorticoso giro delle feste in casa che a Venezia, unica città al mondo senza discoteche o locali in cui ballare, se si eccettuava un night club con tanto di entreineuses  in cerca del pollo a cui fare ordinare uno spumante Cinzano che gli sarebbe costato come un Dom Pérignon e un club privato vicino all'Accademia altamente sconsigliato ad un ragazzo giovane per il particolare tipo di clientela che lo frequentava, costituivano l'unico modo per conoscere e frequentare ragazze anche al di fuori del giro delle compagne di scuola. Infatti, volendo, se ne trovavano almeno un paio a settimana e bazzicando tra Campo Santo Stefano, Campo San Luca e San Bortolo (Bartolomeo) dove c'era lo struscio serale dei ragazzi veneziani, qualche invito lo si rimediava sempre. Questo anche perché essendo fortunatamente alto, di modi garbati e classificato come "belloccio" risultavo abbastanza appetibile al gentil sesso. Pertanto, acquistato da Vittadello in campo San Lio e grazie al generoso contributo di mia zia, che mia madre non ne voleva sapere, un completo blu scuro da sera (perchè alle feste dell'epoca si andava vestiti bene, in giacca e cravatta) e arricchitolo con una cravatta regimental di seta appertenuta a mio padre e una bella camicia button down con i gemelli dorati sui polsini, rimanevano da mettere a punto le tattiche di seduzione da adottare.
 
Avendo risolto a modo mio il celebre dilemma di Moretti: "alle feste mi si nota di più se non ci vado o se resto lì in disparte?" con la scelta di frequentarle assiduamente rimaneva infatti in sospeso la questione di quale comportamento adottare per ottenere la giusta visibilità ed evitare l'anonimato dell' "effetto massa", che poi una il giorno dopo ti diceva: "peccato che non sei venuto!" e invece c'eri. Abbandonai subito l’ipotesi di imitare un mio compagno di classe che si atteggiava a compagnone allegro e confidente di tutte, un po’ perché non era nelle mie corde e aveva pure l'aria malaugurante del temutissimo "restiamo amici", un po’ in quanto la parte la faceva già lui e non era il caso di farla in due, ma, soprattutto, perché chi sceglie di fare “l’amico delle donne” generalmente va in bianco dal momento che con gli amici ci si confida ma non ci si mette, se non in età adulta e come ultima ratio.  Dunque, non volendo aspettare tanto tempo, la tattica che adottavo era quella ben collaudata di assumere l’aria malinconica di chi si porta dentro un grande dolore e se ne sta in disparte con il suo bel bicchiere di coca-cola in mano. Insomma, una cosa collocabile tra l’umore tenebroso di un giovane Werther che vede Charlotte imburrare una fetta di pane per Albert, la madeleine di Proust e un poète maudit.


Alle feste dei 18 anni le ragazze erano in lungo e  noi
si andava con la giacca bianca dello smoking,
anche con il rischio di essere scambiati per il cameriere

Dai diciassette anni in poi, come detto in precedenza, avevo introdotto tra gli strumenti di seduzione anche le Gauloises senza filtro, che lasciavo penzolare dal labbro come un giovane Alain Delon, ma stando ben attento a non riempire i denti di pezzettini di tabacco, con il rischio di ritrovarsi il “sorriso primavera” come con i tramezzini vegetariani. Naturalmente, l'espressione triste andava utilizzata senza esagerare altrimenti si finiva come Emanuele a fare il ruolo di quello un po’ sfigato che cambia i dischi. Doveva essere giusto un velo, uno sguardo disilluso da uomo ferito ma non domo da far balenare ogni tanto. Quindi occorreva studiare con cura la candidata da scegliere tra le meno peggio di coloro delle quali ti accorgevi, intercettando qualche sguardo insistito, che ti avevano notato a loro volta. Soprattutto, occorreva essere sicuri che non ci fossero da parte sua o di altri delle mire in corso, per evitare spiacevoli incidenti diplomatici.

A questo proposito, siccome l' "Arte della guerra" insegna che il primo passo verso la vittoria consiste nel saper scegliere realisticamente il proprio nemico, conveniva abbandonare subito la pretesa di indirizzare le proprie attenzioni verso la fascia di nicchia delle "bellone abbaglianti " dove trovavi più affollamento di pretendenti che sul vaporetto della linea 1 nelle ore di punta. Lo stesso valeva per le "belle incantevoli" e le "carine intriganti" dove i duellanti erano ancora in buon numero. Invece, scegliendo come target il vasto territorio delle "graziose e accettabili" fino al livello del "che non si fila nessuno" avevi non solo la possibilità di trovare la concorrenza molto ridotta, ma incontravi quasi sempre ragazze sveglie, di grande simpatia e molto piacevoli perché non se la tiravano come le altre e magari la possibilità d'incrocio tra la domanda e l'offerta era attraente per entrambe le parti. In ogni caso, una volta individuato il bersaglio e ultimate le verifiche, tutto era pronto per l’attacco che doveva essere effettuato con la determinazione e la rapidità di un incursore di marina.


Con i miei genitori e mio fratello in Piazza a 15 anni.
Ero alto e stiloso, dunque irresistibile (magari...) 

Non appena lei era seduta a rifiatare da qualche parte, possibilmente senza amiche attorno, era il momento di spegnere con decisione la sigaretta (che spesso si era già spenta per conto suo, perché a forza di tenerla in bocca si era inumidita). Dopo aver passato rapidamente la lingua sui denti per rimuovere gli eventuali pezzetti di tabacco di cui sopra, ci si avvicinava alla preda con l’aria di chi aveva improvvisamente deciso di dare un calcio alla cattiva sorte e fissandola con lo stesso sguardo che mia madre classificava come "fecondatore" si proferiva un: "Vuoi ballare?" che non ammetteva rifiuti. Di solito lei spalancava gli occhioni ingenui e rispondeva stupita: "Chi, io? " 
Così, dopo esserti morsicato la lingua per non ribattere: "Certo, bellina! Chi vuoi che inviti? La tua sedia? "  dovevi risponderle come il Principe Azzurro di Cenerentola con un suadente: "Sì, è proprio con te che vorrei ballare, sai? Però se non vuoi... " . 
L'ultima frase serviva a farle intendere come fossi una persona di sentimenti profondi e disposta anche ad accettare l'ennesima cattiva sorte di un rifiuto. 
Il suo: "Ma certo che lo voglio! Sono qui per questo, mica per far tappezzeria, che diamine!" era implicito nel fatto che a quel punto lei si alzava subito prima che potessi cambiare idea e raggiungeva con te il centro della sala.

Ovviamente, per avviare le danze, che dovevano essere lente e struggenti, occorreva aspettare che finisse la manciata iniziale di twist e surf, utile solo per frollare le carni. Dopo i rituali convenevoli di cortesia (nome, cognome, scuola, numero di matricola) bastava di solito aver la pazienza di aspettare un pochino e la pesciolina, curiosa come tutte le donne, abboccava all'amo con l’atteso: "Ti posso chiedere una cosa un po’ indiscreta? Come mai te ne stavi tutto solo? ". 
Questa sua domanda ingenua era la prova provata che aveva notato il tuo velo di malinconia e che ora si stava ponendo il problema di come ficcare il naso nei tuoi affari sentimentali, che dovevano esserne la causa. 
Da quel momento in poi, disponendo di inventiva e dialettica, si giocava alla grande rivelandole gradualmente tutta una serie di sofferti “ti dico e non ti dico” a proposito di una recente e tristissima storia d’amore con una ragazza che l'aveva illuso e poi lasciato di punto in bianco per mettersi (chi l'avrebbe mai detto?) proprio con uno dei suoi migliori amici. Se il racconto era credibile di solito provocava dopo pochi istanti la domanda incuriosita "Ma (questa zoccola) la conosco?" . Qui si doveva rispondere "forse sì, ma come immagini non voglio dirne il nome per correttezza" e questo ti dava subito dieci punti bonus nella sua considerazione. Era comunque importante mescolare nello stesso pentolone della vicenda ingredienti forti quali: l’amore infedele, l’ingenuità oltraggiata e irrisa, l'amicizia tradita, l’inganno crudele... cioè la serie completa di tutti i peggiori luoghi comuni delle soap opera.


Forse studiando, ma pensando a lei...

Durante il ballo era necessario aumentare progressivamente la stretta e insinuare per gradi nel discorso concetti riassumibili in: "Magari la mia ex fosse stata una donnina dolce e comprensiva come te. Allora si che avrei avuto la felicità a portata di mano". Di solito lei annuiva pensosa e si stringeva di più. A quel punto occorreva avere ancora un po’ di pazienza, mentre la pesciolina si rosolava ulteriormente al fuoco delle chiacchiere e aspettare il momento clou di tutte le feste: lo spegnimento della luce. Prima o poi, infatti, arrivava sempre il momento in cui qualcuno avrebbe fatto finta di essersi appoggiato per sbaglio con la schiena sull'interruttore spegnendo le luci della sala. In quel preciso istante tra tutte le coppie in sala sarebbero partite delle raffiche di baci e di stropicciamenti frenetici (ma solo per i più evoluti). Occorreva però sbrigarsi a pomiciare perché appena si accorgeva del buio la madre della padroncina di casa accorreva a sirene spiegate con la velocità della polizia nei film americani per ripristinare l’ordine e smascherare il colpevole che era severamente redarguito di fronte a tutti (lo dirò a tuo padre) e a volte persino invitato ad andarsene con un rosso diretto. A casa di una ragazza di Cannaregio arrivò perfino la nonna con la scopa in mano, salutata dall’applauso di tutti.

Con il favore delle tenebre potevi infliggere alla preda la stoccata finale del matador e sussurrarle in rapida successione una serie di cosette tanto dolci da intenerire anche Angela Merkel. Al termine della sequenza, tenendo pronto il Kit di salvataggio "scuse-fraintendimento", era possibile provare a darle un primo tenero bacino di test sulla fronte, sugli occhi (a patto di non sciuparle il Mascara) o anche sul lobo dell’orecchio, ma senza mordicchiarlo ancora. La scelta tra queste opzioni dipendeva in particolar modo dalla statura della malcapitata che imponeva alcune regole da rispettare:
1-Se ti accompagnavi a delle nanerottole andava bene il classico bacio sugli occhi o sopra la teca cranica. 
2-Se ambivi a delle cavallone: bacio sul lobo e, nei casi estremi, sulla punta del mento o sul gargarozzo e fino a dove si arrivava senza camminare sulle punte come una ballerina classica, evitando comunque il bacio all’attaccatura del seno in quanto prematuro. 
3-Se, infine, eri interessato al genere normolineo, bastava un bacio sul lato del collo, o, meglio ancora, dietro l’orecchio stando attento però a non farle cadere l’orecchino che poi ti toccava cercarlo subito in ginocchio sul pavimento prima che gli altri lo pestassero, con grave rischio per le tue delicate dita da chitarrista. In mancanza di apprezzabili reazioni negative, si poteva finalmente, dopo tanta fatica, passare al bacio vero e proprio (modello base, lingua optional) con successiva, travolgente limonata su divano appartato e/o in una delle tante callette buie dove passavano sì e no due persone al giorno, eccetto quando stavi pomiciando.


The day after...

In realtà, la tattica che dava i migliori risultati per incuriosire positivamente le ragazze era quella che mi veniva spontanea nella vita di tutti i giorni per una naturale predisposizione alla timidezza e all’essere imbranato nelle faccende quotidiane come tutti i giovanotti cresciuti nella bambagia di mamme, nonne e zie che tutto sanno e che a tutto provvedono . Però essendo un maldestro volonteroso cercavo almeno di rimediare alle mie carenze con soluzioni ingegnose, ma quasi sempre con risultati discutibili. Per esempio, fino al giorno in cui cominciai a vivere fuori di casa nell’appartamento padovano ero del tutto all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi, questo perché mia madre e mia nonna come due fatine buone facevano periodicamente il giro dei cassetti e degli armadi rinforzando all’occorrenza quelli penzolanti. Così, appena scoperta la caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte materna del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare aghi con il filo già inserito nel cestino da lavoro di mia madre. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni del loden e delle camicie attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le ragazze del’epoca. Questo giacché a rinforzo dell’addestramento da “angelo del focolare” impartito a quei tempi dalle madri, a scuola avevano anche l’ora di economia domestica per diventare bravissime oltre che nello sfornare crostate bruciacchiate anche nel cucito e nel lavoro a maglia. Così, oltre ad infliggerti tragici maglioni con gli orli sformati e con le maniche di diversa lunghezza, guardavano divertite e con tenerezza materna quei miei rammendi improbabili (e non avevano nemmeno visto i calzini blu ricuciti con il filo rosso). Ed era proprio sull’istinto materno che ad un certo punto decisi di puntare per entrare nelle grazie del gentil sesso anche perché non mi costava molta fatica, visto che spesso le cretinate per intenerirle mi venivano spontanee.


Una così mi sarebbe tanto piaciuto incontrarla in quelle feste.

Ricordo a mo' di esempio la tragica serata di quando andai ad una festa al Lido a casa di una tizia che neppure conoscevo e solo perché mi era stato detto che ci sarebbe stata anche una ragazza del Liceo Marco Polo di nome Claudia, che mi piaceva un sacco. Mi ero fatto invitare da amici comuni che mi avevano detto che la casa della festeggiata si trovava in una traversa di via Sandro Gallo che finiva di fronte alla laguna. Le mie poche informazioni dicevano anche che la festa era di buon tono e quindi ero elegantissimo, con disco omaggio per la padroncina di casa. C’era un nebbione fittissimo quella gelida sera di gennaio e temevo che i vaporetti per il Lido non si muovessero, ma per fortuna, dopo venti minuti di attesa infreddolita all’imbarcadero di San Zaccaria, arrivò la motonave che aveva il radar e mi portò a destinazione. Imboccata la strada che mi era stata detta con un bel ritardo, realizzai di non aver chiesto il numero della casa in cui dovevo andare, ma la paura di non trovarla durò pochissimo, giusto il tempo di sentire musica e risate da una villetta con giardino a metà della via. Suonai, mi venne subito aperto il cancello e una ragazza molto caruccia e sorridente arrivò ad accogliermi sul portone “Ciao! Io sono Silvia e tu?” 
Sorrisi a mia volta “ Ciao, Silvia, io sono Carlo, grazie per avermi invitato. Sei tu la festeggiata?” 
Lei annuì, io le porsi il long playing degli Who che le avevo comperato e dopo il "Ma dai...non dovevi disturbarti" di routine ci demmo due bacini di ringraziamento, poi lei mi prese il cappotto dicendo di accomodarmi in salotto con gli altri, che sarebbe tornata subito. Lo feci molto volentieri, salvo rendermi conto dopo dieci minuti e un paio di pizzette e coca cole, che io di quella gente non conoscevo nessuno. Non erano del mio giro, ma questo non voleva dire nulla visto che il Lido non era tra le mie frequentazioni abituali, però non c’era neppure la ragazza per cui ero lì.

Attesi che questa Silvia ritornasse in vista, poi le domandai “Scusa, ma non vedo Claudia. Non è ancora arrivata?” .
Lei mi guardò perplessa e disse “ Guarda che Claudia c’è. E' in cucina a dare una mano a mia madre con i tramezzini... ma come mai conosci mia sorella?
Ah...caspita! Non avevo capito che Claudia abitasse qui e avesse una sorella, e che sorella. Ma anche tu sei al liceo Marco Polo come lei?” 
Lei rise divertita “Guarda che mia sorella Claudia è alla Scarsellini, aspetta che te la chiamo...” .
Nello stesso momento in cui la chiamava ricordai che la Scarsellini era una scuola elementare. Infatti arrivò al mio cospetto una bambinetta di circa otto anni con le treccine che si presentò e mi strinse la mano con grande compostezza e un accenno d’inchino.
Guardai sconsolato la padrona di casa “Scusa, ma temo ci sia un tragico errore... credo di aver sbagliato festa” 
Silvia rise di nuovo, ma stavolta proprio di gusto “Ma va? Ma cosa mi dici? Sai che forse cominciavo a sospettarlo?” .
Scusandomi per la figura barbina le chiesi il cappotto per rimettermi in strada a cercare l’altra festa, ma lei si oppose carinamente e mi riportò per mano in salotto, poi dopo aver chiesto un attimo di silenzio ai suoi amici disse loro indicandomi: “Qui c’è un povero viandante disperso nella nebbia e di nome Carlo che ha bussato per sbaglio alla nostra porta. Daremo noi generosa ospitalità a quest’anima smarrita, anche se ci ha portato un disco che non si può ballare?
Tutti dissero in coro di si e io, rosso d’imbarazzo, rimasi in quella festa. Mi andò pure bene perché qualche giorno dopo, visto che l’avevo intenerita con la mia disarmante idiozia, mi misi assieme con quella Silvia (qualche bacetto e poco altro, che all'epoca era il massimo che ti veniva concesso), che poi lasciai dopo due settimane, anche perché mi rivelò di aver cambiato il mio long playing degli Who con uno dei Dik Dik e questo non lo potevo tollerare ma anche perché andare avanti e indietro dal Lido mi costava un patrimonio e un mucchio di tempo. Due ottimi motivi, direi. O no?

mercoledì 24 ottobre 2018

L'importanza di chiamarsi Kevin


La signora con la felpa rosso lacca che faceva a pugni con i pantaloni della tuta rosa confetto era seduta su una panchina di piazzetta Santa Barbara per godersi un tiepido sole autunnale confabulando con le amiche in modalità “gossip senza ritegno” quando entrò improvvisamente in modalità: “madre agitata ma con tendenza al madre molto agitata” alzandosi di colpo e iniziando a sbracciarsi strillando: “Keeeevin, Keeeeevin….” . Tutto questo mentre passavo nei suoi pressi per la passeggiata pomeridiana con il quattro zampe peloso e facendo ululare il bretone che probabilmente aveva percepito alcuni ultrasuoni fuori dalla portata dell’orecchio umano, ma non del suo. Non mi ci volle molto a capire che il destinatario degli strilli era un bambinotto rubizzo e florido dai capelli a spazzola, che stava giocando a calcio con altri indemoniati sullo spiazzo in cemento del campo da basket e che, dopo aver reclamato a gran voce un rigore inesistente, al momento di batterlo era ruzzolato incespicando goffamente sul pallone mettendosi subito a piagnucolare immagino più per la figuraccia che per essersi ammaccato.


Il rigore calciato da Kevin è atterrato nel nostro giardino

Lasciato trascorrere il tempo necessario alla madre per portare i primi soccorsi con l'acqua ossigenata, il cerottino al ginocchio sbucciato e l'asciugatura delle lacrime, guardai meglio l'infortunato mentre riprendeva il gioco come se nulla fosse a conferma che era stata tutta una scena. Era un torello in formato XXL con la maglietta del Milan e una specie di codino multicolore sulla nuca alla Roberto Baggio, senza dubbio opera di un barbiere da segnalare al Tribunale dei minori. Valutandolo anche da un punto di vista tecnico (gli interisti sono tradizionalmente molto esigenti) notai che portava troppo la palla dribblando chiunque in “stile oratorio” e che doveva sentirsi molto bravo perché nessun altro bambino riusciva a contrastarlo o a spostarlo dal pallone, ma purtroppo per lui questo accadeva solo per via del baricentro basso e dei suoi lombi precocemente massicci. Così tanto pieni di polpa da farmi immaginare che o la madre in tuta rosa lo ingozzava di farinacei come l’oca per il foie gras, oppure che il pargolone facesse parte di quella sventurata generazione di ragazzini in dieta intensiva di Cipster e merendine al grasso idrogenato durante l’intervallo scolastico, dunque condannati alle profonde malinconie dell’età puberale per via dei brufoli incontenibili.

Quello che m’incuriosì, però, era quel nome inatteso da bimbo yankee e agguerrito di “Mamma ho perso l’aereo” e che qui da noi, terra di santi, poeti e navigatori, avevo sempre immaginato potesse essere affibbiato unicamente al figlio tamarro di Jessica e Ivano (cfr. Viaggi di nozze, di e con C. Verdone, M.& V.Cecchi Gori Production, Italia, 1995). 

Invece, ora avevo un vero Kevin davanti agli occhi, in carne (molta) e ossa. Che poi, esaminandone lombrosianamente la madre, per quanto ne sapevo il ragazzino poteva benissimo anche chiamarsi Chevin, come avevo appreso quando mia moglie Morena insegnava economia e tecnica bancaria ai giovani ragionieri della Riviera del Brenta. La sera del sabato, infatti, una volta sotto le lenzuola e come condizione ineludibile per l’espletamento (forse) di alcune mie velleità coniugali, l'elfa mi rifilava da correggere i compiti di economia aziendale dei suoi allievi in quanto, occupandomi di metodologie manageriali, ero ritenuto persona sufficientemente informata dei fatti. In tal modo, segnando a matita blu quello che mi pareva un erroraccio e dopo averle detto inorridito “ Meno male che questa per te sarebbe la migliore della classe. Non sa neppure scrivere il proprio nome… sostiene di chiamarsi Gessica come se fosse uno stucco per muri. Immagino che di cognome faccia Ducotone” avevo scoperto che tanta gente impone ai figli nomi stranieri perché fa tanto fino, ma non li sa neppure scrivere decentemente.

Non avete idea, infatti, di quante versioni di Samantha o Deborah abbia visto comparire sui compiti in classe di mia moglie, con quella “H” che andava e veniva irrequieta e secondo l’estro dei genitori. Per non parlare poi di tutti quei Cristian o Cristhian dei maschietti, che già è discutibile affibbiare una professione di fede ad un figlio che non può opporsi, impedendogli magari un domani di essere buddista o altro senza imbarazzo, ma almeno, se proprio lo volete fare, il nome scriveteglielo bene, che diamine! Basta informarsi. Che poi i nomi bisognerebbe anche poterli abbinare ai cognomi senza che gridino vendetta al cielo, che se uno si chiama Kevin e poi ha un cognome da profonda campagna veneta, l’effetto tragicomico è garantito.


Per fortuna non siamo i soli a non aver dimestichezza con i nomi stranieri 

Comunque, il dubbio che Kevin potesse essere uno dei tanti ragazzini stranieri del quartiere svanì immediatamente appena la mamma riuscì ad avvicinare nuovamente il figlio vicino alla fontanella della piazza per un rapido scappellotto. “Keeeevin! Varda come ti te gà combinà, (termine irriferibile)… e poi no sta a bèvar l’acqua fredda che ti xe tuto suà e te vien la bronchite, porco de quel can!”. 
Quest’ultima frase indusse il bretone a protestare vivamente abbaiando.

Dunque, la madre di Kevin era di queste parti, sicuramente "nostrana" come si dice della soppressa trevigiana e con un accento vagamente di terraferma che ad un altezzoso veneziano del centro storico qual sono suonava assai “country” e localizzabile in un triangolo compreso tra le vicine località agresti di Robegano, Scorzè e Martellago. Inoltre, m’incuriosiva quella sua teoria medica originale secondo la quale un sorso di acqua fresca da una fontanella in una giornata di tiepido sole autunnale avrebbe potuto scatenare una bronchite da ricovero. Io negli anni della scuola avevo giocato freneticamente a pallone con ogni tempo e in ogni stagione, rientrando a casa fradicio di sudore anche in pieno inverno e non mi ero beccato mai neppure un raffreddore, che in tempi di interrogazioni di greco e compiti di matematica mi avrebbe fatto assai comodo. Se solo avessi saputo che sarebbe bastato bere un sorso da una fontanella…

Anche il bretone mi guardò ridacchiando maliziosamente di quei due tamarri umani, poi, dopo avermi fatto capire che nel frattempo aveva annusato ogni centimetro quadrato di erba e che, francamente, avrebbe gradito alzare la gamba per marcare il territorio altrove, mi trascinò via impedendomi ogni altra considerazione malevola su Kevin e la sua mamma.

Due sere dopo, mentre ero in pizzeria con la mia elfa che nel frattempo era uscita in giardino a fumare, il tavolo da sei alle mie spalle venne occupato dall'ennesima famigliola berciante per il ben noto effetto euforizzante delle pizzerie, che fa sì che tutti parlino e ridano con un volume di voce superiore alla soglia del dolore acustico e all'emissione delle casse audio sul soffitto che pompano musica tamarra senza tregua. Essendo concentrato a sfogliare le diciotto pagine di pizze presenti sul menù rilegato in cuoio come un'enciclica papale ed essendo arrivato appena al capitolo terzo intitolato “pizze bianche” ed in attesa di affrontare quello ponderoso delle pizze “ai segni zodiacali” per vedere che cosa fosse riservato alla bilancia, sul momento non ci feci troppo caso fino a quando non mi giunse il suono di uno scappellotto seguito da un “Keeevin! Basta magnar i grissini, che poi no ti magni più la pizza…”.

Mi voltai eccitato. Erano proprio la madre e il figlio incontrati ai giardinetti, questa volta in compagnia del padre e di un'altra coppia abbastanza anonima, ma con una bimba che sembrava Heidi sponsorizzata dalla Lelly Kelly. La madre di Kevin smessa la tuta ora indossava una camicetta nera con disegno astratto a brillantini a forma di gabbiano in volo che per via del seno prosperoso poteva essere benissimo anche una colomba pasquale fuori stagione. In compenso ora mostrava sulle braccia scoperte un dettaglio che mi era sfuggito: un tatuaggio a bracciale intrecciato, in stile Hunziker o Canalis, ma sicuramente eseguito da un tatuatore in equilibrio precario sullo sgabello. Osservandola meglio notai che aveva anche un secondo tatuaggio tribale all'attaccatura del collo che però assomigliava ad un codice a barre del  CONAD, o forse lo era davvero. 

Kevin invece era infagottato dentro ad una maglietta rossoblu extralarge tipo giocatore di rugby con la scritta “Wild travel – one way ticket 2012” di cui mi sfuggiva il senso ma non che provenisse da una bancarella e che potesse far riferimento alla profezia dei Maya ormai trascorsa. Ascoltando cosa si dicessero capii che le due coppie si stavano raccontando delle vacanze estive e così ebbi modo di apprendere che la famiglia di Kevin era stata in giro sulla Costa Brava, località che venne quindi depennata all'istante dalle mie future mete di viaggio. Nel racconto veniva citata ripetutamente anche una gita a Valenza, ma immagino si trattasse di Valencia e non della ridente cittadina piemontese sulla riva destra del Po. Avendo sentito a suo tempo un collega insospettabile citare tra le delizie assaggiate durante un viaggio in Grecia la salsa "Suzuki" aspettai che i miei vicini giungessero alle forche caudine della descrizione dei piatti tipici spagnoli, ma purtroppo la paella mangiata nell'occasione venne pronunciata correttamente e senza l'attesa aggiunta della "d" togliendomi una parte del divertimento.

Ormai in estasi per il diletto che mi arrecava lo spettacolo di tanta truzzaggine, cercai di capire cosa stessero ordinando. Kevin prese, come sospettavo, una Maradona, cioè una di quelle pizze “omnicomprensive” che consentono al pizzaiolo di smaltire perfino i sottaceti e la Nutella e ai bimbi deperiti di mettere su qualche chilo solo con lo sguardo. La madre invece si orientò sulla margherita con la mozzarella di bufala d.o.c. “della campagna”, certamente migliore di quelle della città. Il padre di Kevin, un signore minuto con gli occhialetti e un principio di stempiatura invece non mi dava particolari soddisfazioni, anzi, mi deludeva abbastanza perché invece di chiamarsi Ridge o Denis come immaginavo era un normalissimo Roberto e aveva ordinato la mia stessa pizza.

La soddisfazione di sedersi a prendere un tè in un bar che hai arredato tu

Non vedevo l’ora che l'elfa Morena tornasse al tavolo per condividere con lei le mie malignità, ma quando finalmente rientrò in sala la vidi illuminarsi all'improvviso di un sorriso smagliante e puntare dritta al tavolo alle mie spalle. Quello di Kevin…

Architetto carissimo, come sta? Ma che piacere vederla… come mai da queste parti?” e subito dopo una serie di festose presentazioni incrociate, mentre cercavo di farmi piccino al tavolo perché nessuno si ricordasse di me, arrivò inesorabile la frase che temevo: “Lei non conosce mio marito, vero? Carlo…vieni che ti presento l’architetto…" (omissis per la privacy).

Morale della favola: dopo una votazione a maggioranza con un solo voto contrario (indovinate di chi?) si decise di unire i tavoli per conoscerci meglio e dopo aver appreso che l’architetto in questione aveva firmato diversi lavori di mia moglie compreso il bar in centro dove andavo a prendere lo spritz, mi ritrovai seduto tra Kevin e la sua mamma a cercare inutilmente di trovare un argomento di conversazione che non fosse il Milan o George Clooney intanto che Morena discuteva di arredamenti e di possibili futuri progetti da sviluppare.

Alla fine della serata, mentre rientravamo a casa in macchina, dopo aver ammirato nel parcheggio della pizzeria il mastodontico Cayenne metallizzato del padre di Kevin, dissi all’elfa: “Senti… voglio almeno una soddisfazione morale. Dimmi che sono "Populist chic" che vanno incontro ai bisogni del popolo con il Porsche da ottantamila euro… lo sono vero? Ti prego... dimmi di sì! ”
I suoi occhi però saettarono un lampo infastidito verso i miei. “Guarda che di come la pensi politicamente non me ne può impippare di meno. So solo che doveva essere in lista da qualche parte alle ultime comunali, ma non ricordo con chi”.
"Ussignùr! Davvero? Però lo hanno trombato, giusto?"
"Mi pare evidente... è una brava persona, ma suo figlio Kevin è molto più sveglio di lui. Avrebbe avuto molte più possibilità del padre"
"Già! Rinascesse oggi Oscar Wilde scriverebbe "L'importanza di chiamarsi Kevin" e non Ernesto. Ormai il futuro di questo paese è in mano alla generazione dei Kevin..."
"Anche delle Gessica e delle Debora, non lo scordare..."
E chi se lo scorda... 

martedì 11 settembre 2018

Degli anni felici di Taranto, della signora Pepe, del dramma dei cachi e altre storie


Qualche giorno fa, ripubblicando su Facebook un vecchio post che raccontava del mio primo giorno alla scuola elementare Armando Diaz di Venezia e degli anni scolastici seguenti in quel di Taranto, ho scoperto, con un certo divertimento, che Marcello, un caro amico anche lui veneziano e figlio di un ufficiale compagno di corso di mio padre, aveva condiviso le mie stesse esperienze scolastiche fino al punto di frequentare la stessa scuola privata tarantina che mi aveva visto tra le sue mura. La cosa, in realtà, non era poi così straordinaria, perché per noi figli degli ufficiali di marina imbarcati su qualche nave, il peregrinare al seguito della squadra navale da una base all'altra era inevitabile e tutti prima o poi ci siamo ritrovati a Taranto, La Spezia, Brindisi o ad Augusta, alloggiati alla foresteria del Circolo Ufficiali Vandone, perché lì a quel tempo, subito dopo la guerra, al massimo c'era una pensioncina fatiscente.


La mia prima comunione a Taranto. Notare la signora sulla sinistra in evidente estasi mistica 

In quell'epoca (1956) mi trovavo a Taranto perché mio padre era stato nominato comandante in seconda dell'Aviere, un cacciatorpediniere americano veterano della guerra del Pacifico, ceduto all'Italia nel primo dopoguerra (e nello stipetto della cabina di papà erano rimasti ancora alcuni attaccapanni con le iniziali del precedente proprietario e, cosa assai gradita, una bella vestaglia da camera a quadrettoni rossi e giallo senape, d’inconfondibile gusto Yankee). Forse per questo motivo, proprio come i marinai americani dei film, i ragazzi dell’Aviere diedero un bel grattacapo a mio papà e al suo comandante quando, avendo provocato un gruppetto di marinai francesi per via del pompon rosso sul loro berrettino, diedero vita ad una terrificante scazzottata all'interno della Standa di Taranto con un fuggi fuggi generale, arrivo della polizia a sirene spiegate e due milioni di danni (cifra rispettabilissima, per quei tempi...).

L’Aviere, come più tardi la corvetta Bombarda nella base di Augusta, diventò la mia seconda casa e, nel periodo in cui mia madre era dovuta rientrare a Venezia con mio fratello per le condizioni di salute del nonno, anche il doposcuola, tanto che qualche pomeriggio, quando la nostra ordinanza era in permesso o non c'erano mogli di nostri amici al Circolo Ufficiali a cui affidarmi, svolgevo i compiti per casa nella cabina di mio padre servito di freschissima aranciata versata in un calice con l’ancoretta della marina da un marinaio in giacca bianca e bottoni dorati. Visto che ormai ero diventato una specie di mascotte dell'Aviere potevo girare (solo accompagnato) per la nave e così sapevo tutto sulla sala macchine (affascinante), sui lanciasiluri, sul radar e sulle bandiere di segnalazione, che riconoscevo una per una e citavo in fila come l'alfabeto (Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Echo...) e un pomeriggio un marinaio, per farmi giocare, mi aveva fatto accomodare sul seggiolino dell'impianto binato di mitragliere da 40 mm. azionando il comando elettrico a pedaliera (lui, io non ci arrivavo con i piedi) per brandeggiarlo in modo che ruotasse quasi come una giostra, cosa che mi era piaciuta moltissimo, anche se mio padre, quando lo raccontai, non ne fu molto contento. Qualche volta mio papà, se per caso ero a bordo, verso l’ora di pranzo mi faceva salire sul ponte e mi nominava: Comandante in Seconda Temporaneo ponendomi il suo berretto sulla testa e affidandomi così il grande onore (sollevando il vero comandante dall'incombenza) di assaggiare come da tradizione il rancio dei marinai (che era regolarmente composto da: maccheroni con il sugo, pollo arrosto e una monumentale pasta con la glassa) con il cuoco di bordo e l’equipaggio in ansiosa (e divertita) attesa del mio placet. Essendo il cuoco dell'Aviere piuttosto bravo, di solito ero molto coscienzioso nell'assaggio (lasciavo solo l'insalata, mentre, quando c'erano le patate al forno le spazzolavo) e così mio padre risolveva brillantemente anche il problema del mio pranzo.


L'Aviere si rifornisce in navigazione dall'incrociatore Montecuccoli

Quei due anni tarantini costituirono la sola occasione della mia vita di poter stare con i miei genitori e mio fratello durante l’anno scolastico. Frequentai, infatti, la terza e la quarta elementare presso la rinomata scuola privata delle sorelle Traversa, cui erano affidati gran parte dei pargoli degli ufficiali di marina (che facevano una specie di vita appartata tra la foresteria del Circolo Resta e l’arsenale). Le tre nubilissime sorelle Traversa (la più vecchia delle tre era perennemente raffreddata ed aveva sempre lo scialle sulle spalle, una gonna scura lunga fino alle ciabatte e una goccia luccicante che le pendeva dal naso, minacciando di cadere sui miei quaderni...) utilizzavano per la bisogna il loro appartamento ed in ogni stanza era collocata una classe. Feci la terza elementare nel tinello e la quarta in veranda, seduto accanto ad un vaso di azalee. Ho naturalmente molti altri ricordi degni di nota di quel periodo, dalle corse in bicicletta nei giardini di Villa Peripato affacciati sul Mar Piccolo, alle carrozzine tirate dall'asinello, dai venditori di cozze sul lungomare da mangiare crude con una goccia di limone (meno piacevoli i fichi d'india, che te li vendevano da spellare e con tutte quelle spinette) al cinema Lux (a cui immagino avessero solo cambiato una consonante) dove certe sere interrompevano la proiezione portando in sala un trespolo traballante con un televisore per consentire agli spettatori di vedere "Lascia o Raddoppia?" . Al cinema Lux durante il film vendevano anche i gelati Lola "Duplo" chiamati così perché avevano un doppio stecchino in modo da poter dividere il gelato in due parti, con successivo pianto di mio fratello perché secondo lui imbrogliavo e la mia parte di gelato era maggiore della sua (ammetto che era vero). Tra i ricordi di quel periodo, oltre ai bagni fino a novembre inoltrato nella spiaggia della Marina a Praia a Mare,  essendo piuttosto precoce c'era anche quello della prima cotta per una ragazzina esile e con lunghi capelli neri e lisci che si chiamava Costanza e stava seduta di fronte a me, vicino alla credenza e ad un orrido soprammobile in ceramica. Era la figlia di un ammiraglio che era stato Addetto Navale a Parigi e quindi parlava con quell'accento francese che sembra fatto apposta per far innamorare perdutamente uno che già di suo è molto portato ad invaghirsi, ma ora vorrei raccontarvi dei ricordi legati a due persone davvero speciali. Una la presento subito, l'altra lo farò tra qualche giorno nella prossima puntata.


L'Aviere in navigazione con mare grosso

Sul nostro pianerottolo al quarto piano di una palazzina in Corso Umberto si affacciava anche l’appartamento di una piccola e cicciottella casalinga napoletana (immaginate una sorta di Marisa Laurito, ma in formato mignon) moglie di un impiegato comunale, tale signora Pepe, che era una di quelle persone che sembra vivano unicamente per impicciarsi dei fatti altrui e si fanno un punto d’onore ad aggiornarti su quel che succede nelle altre famiglie del condominio, con particolare riferimento alle tresche amorose. Noi, dopo solo una settimana dal nostro arrivo nella palazzina, eravamo già stati messi al corrente, con fare complice, che quella biondona tutta cotonata che stava con il signor De Cataldo al quinto piano in realtà non era la vera moglie, che invece viveva a Bari con un altro, mentre correvano voci che la signora Angelillo, quella del secondo piano, se la intendesse da anni con il titolare del bar di fronte, mentre quel povero marito, tanto una brava persona, ma tanto ingenuo, non s’accorgeva di nulla (e solo un cieco non avrebbe notato come il figlio non gli assomigliasse affatto). Naturalmente a noi di tutte queste vicende private non poteva importare di meno, ma per la Pepe questo sembrava essere un dettaglio di poco conto. 

La nostra esuberante vicina di pianerottolo, oltre al desiderio – mai esaudito per assoluto divieto paterno – di essere invitata a cena e d’intrattenere rapporti con la famiglia di uno di quegli ufficiali di marina che in città erano considerati una casta a parte, aveva come apparente scopo della sua esistenza quello di rivaleggiare con il nostro tenore di vita (che poi non era nulla di speciale). Perciò, se noi si comperava una qualunque cosa, lei come minimo ne comperava due, oppure una (vistosamente) più grossa. Come devo aver già raccontato in un post di qualche tempo fa, l’unico vantaggio per noi piccoli arrivava alla vigilia di Natale, quando la Pepe c’invitava ad ammirare il suo albero (il doppio del nostro) e ci rimpinzava degli addobbi di cioccolata e marzapane (due volte più numerosi dei nostri). Il lato negativo della cosa, invece, era che la Pepe, per confermarci che eravamo proprio di fronte ad una pia donna, ci invitava a recitare le preghierine a mani giunte e solo dopo sganciava il cioccolato. E, proprio alla vigilia di un Natale, la Pepe se ne uscì con un lapsus clamoroso, invitandoci premurosa, con la sua vocina cantilenante, ad essere tanto buoni e a dire le preghierine:“Che facciamo tanto contento il Gesuino Bambù!”. Questo fatto del “Gesuino Bambù”, subito riferito, scatenò per giorni l’ilarità di mio padre e divenne un vero tormentone.



Abitando vicini lo spettacolo del ponte girevole e delle navi non lo perdevamo mai

La Pepe era in perenne agguato sulle scale (per me sorvegliava i nostri movimenti dallo spioncino della porta) ed era quasi impossibile uscire o rientrare a casa senza vederla comparire ad offrirci preziosi suggerimenti non richiesti. Se riuscivamo a sottrarci con qualche sotterfugio all'agguato per le scale, allora la Pepe agguantava mia madre non appena si recava a stendere la biancheria sul balconcino della cucina che era adiacente al suo. Bastava attendere qualche secondo e subito compariva la nostra vicina che, anche lei, ma guarda il caso, era lì per stendere i panni. Da quel momento, apriti cielo! Le sue conoscenze, a quanto c’era dato di vedere, spaziavano su qualsiasi settore della vita tarantina. Mia madre aveva comperato la carne dal macellaio Ubaldo, quello con il negozio all’angolo? E lei subito ti diceva sgomenta “Uuh! Mamma mia! Ma dove è andata? Signora, chillo è nu mariuolo di tre cotte! Io lo chiamo Ubaldo il Ribaldo perché rubba sempre sul peso! Le dico io dove deve andare…” e giù una lista dei migliori macellai di Taranto. Mia madre era appena stata dal parrucchiere? E via con una serie di considerazioni sulla permanente non perfetta (fosse andata al Salone Lola di Corso Umberto, invece…). Per acquistare il pesce (“Uuh! Mamma mia! Signora, ma che pesce le hanno venduto?”) ovviamente si doveva andare soltanto da Salvatore, quello che aveva il secondo banchetto a sinistra nel mercato di Taranto Vecchia (e che facessimo pure il suo nome). Un vero incubo, insomma. 

Quando poi riusciva a mettere piede dentro casa nostra, sempre con le scuse più inverosimili, soppesava ogni nostro avere, dalle stampe antiche appese sopra il divano, alle chincaglierie d’argento sul tavolino del salotto (“Mamma mia! Quante belle cose che tenete, signora cara!”) e sembrava sempre che ci facesse i conti in tasca. Se poi riusciva a penetrare in profondità, fino alla cucina, si scatenava nel valutare quali cibi fossero in preparazione (talvolta alzava persino i coperchi delle pentole) e trovava sempre qualche miglioria da suggerire su tempi di cottura o condimenti. A volte mia madre si accorgeva che la Pepe cercava di sbirciare anche in camera da letto attraverso la porta socchiusa e questo l’irritava assai (anche per il caos inestricabile che vi regnava).


L'Aviere (a sinstra) e il Granatiere in bacino di carenaggio


La nostra vicina, assolutamente indomabile nel suo desiderio di avviare relazioni cordiali con noi, visto che da parte nostra non arrivava alcun segnale d’incoraggiamento (e mai sarebbe giunto) prese direttamente in mano la questione e, sapendo di colpire nel ventre molle, cominciò una furba manovra d’aggiramento con una serie di inviti a pranzo per noi bambini (tanto simpatici e educati). Poiché la signora si riteneva irresistibile nell’individuare e risolvere problemi altrui, per dare maggior forza all’invito e con grande sensibilità verso mia madre le fece notare come i due guaglioncelli fossero tanto pallidi e magri e ne concluse che sarebbe stato il caso di sottoporli ad una bella cura ricostituente a base delle sue celeberrime penne al ragù napoletano verace. Mia madre rimase a lungo incerta se offendersi o esserle grata, visto che le risparmiava l’incombenza di cucinare. Poi prevalse lo spirito pratico. Di conseguenza, la Pepe ci mise all'ingrasso come maiali, sempre previa preghierina pre e post-prandiale, perché era tanto devota. Qualche settimana dopo anche mia madre, incrociata casualmente sul pianerottolo, venne considerata sciupata e magrolina e di conseguenza gli inviti a cena vennero estesi anche a lei (senza preghiere e solo quando mio padre era per mare). Con mio padre, uomo di carnagione olivastra e dal fisico atletico, il trucco del pallore non poteva funzionare. Ma funzionava benissimo il debito d’ospitalità (perché noblesse oblige). Pertanto, una sera, grazie a questa sapiente escalation, la Pepe ottenne un risultato di grande importanza che sancì il trionfo delle sue strategie. Una cena a casa sua con tutta la nostra famiglia, mio padre compreso. In realtà, mio padre, aveva nicchiato per giorni chiedendo a mia madre se non poteva dirsi affondato e disperso in mare o cose del genere. Poi, rassegnato, di fronte alla considerazione che non si poteva fare la figura dei maleducati, accettò.

La prima preoccupazione della Pepe (bardata come una cavallerizza del Circo Orfei e sfoggiante una vistosa acconciatura nero-corvina sicuramente proveniente dal rinomato Salone Lola di Corso Umberto) una volta varcata la fatidica soglia fu quella di farci subito visitare con orgoglio ogni stanza del suo appartamento, cosa della quale, come capirete, non ci poteva fregare di meno. Fummo così condotti in mesta processione ad ammirare una serie di mostruosità domestiche, tra le quali ricordo un numero impressionante di santi sotto campana di vetro e madonne ingrottate dentro enormi conchiglie (con il lumino, proprio come al cimitero), una credenza baroccheggiante dove spiccavano due cavalli rampanti di maiolica dipinta, un copri asse del water in ciniglia rosa, alcuni quadri ad olio stile pizzeria (una natura morta con cozze, limone e cesti di sardine e un ritratto di bimbo imbronciato con lacrimone sulla guancia) ed in camera da letto, colpo finale, la bambolona con il vestito di pizzo e le treccine adagiata sul copriletto di raso. Sbirciai la faccia dei miei. Mia madre lanciava dagli occhi lampi di puro divertimento, il volto di mio padre era impassibile e terreo, come di chi sa soffrire in silenzio.

Mia madre e mio padre a cena al Circolo Ufficiali

Tra gli orrori in mostra, comparve ad un tratto anche un buffo omino bassottello, spelacchiato e con gli occhiali che la Pepe ci presentò subito come suo marito “o’ ragioniere”. Che non si capiva se era un titolo di studio o il soprannome del bar del biliardo. Caratteristica di “o’ragioniere” era quella di non poter aprire bocca senza essere contraddetto o zittito da sua moglie che monopolizzava il dialogo con tutti noi e in special modo (anche se senza troppo successo) quello verso “o’comandante”. Colpiva soprattutto nel poveruomo, oltre alla cravatta fantasia sulla camicia fantasia, l’aria sottomessa e abbacchiata (e, del resto, con una virago di moglie così…). A sentire la sua dolce metà, l’unica attività degna di nota di “o’ragioniere” era quella di prendere parte annualmente alla processione dei Perdoni, quella dove penitenti incappucciati con un abbigliamento a metà via tra le processioni sacre spagnole e quelle del Ku Klux Klan (mi perdonino gli amici tarantini) sfilano per tutto il centro cittadino al ritmo di due passi avanti e uno indietro, pregando e flagellandosi le spalle con la frusta. Veniva spontaneo chiedersi cosa mai quel poveruomo, che già portava la croce di quella moglie, avesse ancora da farsi perdonare (ancora qualche settimana e l’avremmo scoperto).

La cena, annunciata come alla buona e in famiglia, fu un vero sfoggio di alta gastronomia partenopea (il lettore s’immagini qualsiasi cosa, purché sostanziosa, fritta, rifritta e affogata nell'olio extra vergine) e tutto sembrava filare alla perfezione fino al momento di portare in tavola il lussureggiante vassoio della frutta, dove spiccavano alcuni splendidi cachi maturi. Qui la signora Pepe fu probabilmente tradita dal suo disperato bisogno di vincere la soggezione che le ispirava mio padre e così lo invitò premurosamente a servirsi con uno stentoreo: “Comandante! U’ pigliainculo!”. Mio padre, folgorato, restò con la forchetta per aria. Noi tutti ci fermammo attoniti. Gli occhi di mia madre brillarono luciferini, mentre la Pepe, ostinata, ribadiva il suo invito con un bel sorriso: “Comandante! Gradisce nu pigliainculo?". 
Scusi, signora, non sono certo di aver capito…che cosa intende dire?” le chiese gelido mio padre.
Perchè? Non le piacciono i pigliainculo?”. La sventurata proprio non si capacitava che mio padre rifiutasse una tale prelibatezza, finché immagino le sia giunto provvidenziale un calcio sotto tavola da parte di “o’ ragioniere” giacché di colpo le connessioni di quel cervello ripresero a funzionare. “Uh! Mamma mia! Comandante! Non vi sarete offeso? Come la chiamate voi al nord questa frutta accà? ” disse prendendo un caco in mano e mostrandocelo.
Cachi, signora, noi li chiamiamo semplicemente cachi, al massimo kaki con la kappa” 
Mio fratello e io non riuscivamo più a trattenere le risa guardando il viso di mio padre che era tutto un programma. La mamma ci fece un rapido cenno di stare buoni, immagino perché non voleva perdersi il seguito del dramma umano che si stava consumando davanti a lei.
Aaah! Adesso ho capito. Mi dovete proprio scusare. Qui in dialetto li chiamiamo pigliainculo, perché se ne mangiate troppi e non sono maturi, poi non vi fanno più venire la cacarella. Lo sapevate Comandante?”.
Detto questo, cercando di tornare nelle nostre simpatie pur senza mai esserci entrata, con la mossa della disperazione si rivolse a mio fratello e ponendogli affettuosa una mano sulla testa gli domandò “E tu, giovanotto, la fai la cacarella?”. Mio fratello, sgomento, dopo aver cercato con lo sguardo l’approvazione materna, borbottò di sì e la Pepe concluse sospirando “Uh! Mamma mia! Quanto è bbravo stù guaglione!” e subito si lanciò lungo la china scivolosa di un dettagliato resoconto di quanto accaduto ad un suo nipote di Caserta che, non facendo la cacarella per delle settimane, aveva avuto non so più quali problemi intestinali e che lei aveva amorevolmente curato con non so più quali rimedi naturali. Il tutto si concluse con una lunga e appassionata perorazione a favore della regolarità delle funzioni intestinali.

La Pepe ormai si era incartata senza speranza, navigava sbandata e in procinto di capovolgersi e mio padre l'affondò definitivamente con un siluro: “La ringrazio del prezioso consiglio di cui mia moglie, i miei figli ed io faremo tesoro. Anzi, poiché domani mattina usciamo in mare lo ricorderò all'equipaggio. Ci sarà sicuramente molto utile!”. La cena ebbe termine nella più gelida cortesia formale (clima siberiano) e la Pepe iniziò quella vertiginosa caduta in disgrazia che si completò rovinosamente poco tempo dopo, giacché il peggio doveva ancora arrivare, ma ve lo racconto tra qualche giorno....

domenica 15 luglio 2018

Del Redentore di una volta e di quelli che oggi si ammaccano l'occhio in barca stappando una bottiglia


Ieri sera, malgrado il temporale che l’aveva preceduta mettendola in forse, si è ripetuta in bacino San Marco la notte magica dei “foghi” del Redentore, che per un veneziano è da secoli la festa più sentita, con le centinaia di barche di ogni tipo, decorate con addobbi di frasche e lanternine colorate, tutte assiepate tra la Punta della Dogana e Riva degli schiavoni (dove una volta c’era anche la galleggiante con il cantante, oggi sostituita dai lancioni turistici con la musica cafona a tutto volume), le migliaia di persone sulla riva sino quasi ai giardini della Biennale in piedi e con i bambini sulle spalle nell’ attesa di vedere lo spettacolo dei fuochi, le tavolate enormi fuori dalle case sulla fondamenta della Giudecca dove si portano in tavola in un flusso continuo di pentole e vassoi la castradina, l’anara col pien, ma anche i bovoletti, i bigoli in salsa, le sarde in saòr e l’anguria. E ovviamente tanto vino che scorre generosamente, perché nel giorno della Sensa Venezia celebra il suo sposalizio con il mare e la sua acqua, mentre al Redentore si dedica anima e corpo alle nozze con il vino. Naturalmente come ogni festa pagana (quella del Redentore lo è diventata, anche se è nata per celebrare la fine della pestilenza del 1575 con ponti votivi e basiliche commissionate al Palladio) ci sono degli eccessi per libagioni ed altro e questa mattina La Nuova ne stila l’elenco, a cominciare dai due barchini scontratisi davanti a Sant’Elena, dei quali uno si è rovesciato per continuare con alcune barche (padovane?) incagliate e liberate dai pompieri. Poi ci sono alcuni vecchietti che hanno avuto dei leggeri malori per eccesso di cibo e libagioni, qualcuno che si è fatto male salendo dentro la barca (ma quanti padovani c’erano?), uno che si è rotto un braccio dopo essere caduto da una panchina (?) al Mulino Stucky , un’altra persona che ha avuto una crisi allergica per qualcosa che aveva mangiato, un tizio in evidente stato di agitazione dentro all’Hotel Bauer, per finire con il ricovero del fenomeno che si è fatto male ad un occhio stappando una bottiglia. Insomma, anche se oggi è diventato un tantino più YouTuber e turistico, è il Redentore, nulla di più...

Quella che ricordo io era davvero una notte di mille magie, quasi sempre vissuta con il mio branco di amici e amiche del liceo e che iniziava quando la festa degli altri finiva, subito dopo i fuochi in bacino San Marco. Verso mezzanotte i foresti (chiunque provenga da oltre il Ponte della Libertà è indicato genericamente dai veneziani come “foresto” ed è sempre bene accetto, specie se viene per commerciare e portare schèi ) cominciavano a sfollare, le barche illuminate dalle lanternine liberavano il bacino, i vaporetti riprendevano le corse per il Lido e si raggiungeva la lontana spiaggia libera degli Alberoni. I più disinvolti, se non c’era l’autobus pronto sul piazzale, visto che al Lido è normale “dàrsea e tòrsea” (darla e prenderla) con le bici, ne prendevano una in prestito. Spesso sine die.

La spiaggia degli Alberoni all’epoca era una landa desolata di dune e arbusti a cui si accedeva passando tra i canneti nel buio pesto e rischiarato solo dalla luna che brillava alta sul mare. Se questa non c’era bisognava pregare che qualcuno si fosse ricordato della pila, altrimenti ci si arrangiava creando torce improvvisate con arbusti e fogli di giornale. Una volta arrivati, mentre quelli che avevano pestato qualche coccio di bottiglia tra le dune sciacquavano la ferita nell’acqua salata per disinfettarla, si cominciava a scavare la buca per il falò, mentre altri andavano a cercare rami secchi e fogliame da bruciare. Appena i fenomeni che sostenevano di saper accendere strofinando i rami secchi ammettevano il fallimento, spuntava un accendino e la fiamma crepitava viva, salutata da baci e abbracci. Quindi partiva una danza pagana attorno al fuoco (un misto tra il girotondo delle scuole materne e il sabba delle streghe, purché caotico) e spuntavano le chitarre (o mare nero, mare nero, mare ne…tu eri chiaro e trasparente come me…) le birre atrocemente calde e le salsicce da arrostire sul fuoco affumicandosi a morte e da mangiare a scottadito con la sabbia che scricchiolava sotto i denti.

Finita la musica, ci si spogliava e si correva tutti assieme a tuffarsi nudi e felici nel mare gelido e buio. Dopo qualche minuto di grida, spruzzi e schiamazzi si tornava grondanti e infreddoliti ad asciugarsi davanti al fuoco, che però si era spento perché nessuno lo aveva badato. 
Allora ci si rivestiva e si restava abbracciati a riscaldarsi tutti assieme con i vestiti umidi e pieni di bestioline finché qualcuno, dopo aver frugato disperatamente negli zainetti e nella sabbia, ritrovava l'accendino e riaccendeva, sempre che non avesse bagnato la pietrina con le dita umide. Più tardi qualcuno riprendeva a suonare la chitarra (seduto in quel caffè, io non pensavo a te… guardavo il mondo che girava attorno a me…) altri si davano il primo bacio, qualche coppia litigava di brutto e si lasciava e qualche altra si appartava tra le dune e i canneti (generazioni di veneziani sono nate ad aprile… vorrà pur dire qualcosa). I primi raggi rosati del sole che emergeva dall'Adriatico avrebbero illuminato chitarre silenziose e abbandonate, un fuoco definitivamente spento, corpi sulla sabbia immersi nel sonno, gente che vomitava birra e salsicce tra le dune e nuove coppiette innamorate intente ad osservare l’alba con le mani tra le mani.

Questo è lo spirito vero del Redentore, alzi la mano chi non ne ha nostalgia (i non veneziani e i padovani sono esentati...)

lunedì 9 luglio 2018

Dei suonatori lungocriniti in rotta per il Mar Nero e delle lettere a Pinocchio


A differenza di mia moglie, talmente gelosa della sua privacy che nostro figlio ha scoperto solo poche settimane fa che sua madre aveva dei parenti a Londra, a me piace moltissimo raccontare la mia vita, tanto che ricordo benissimo la mattina in cui uscendo dal mio appartamentino padovano dei tempi dell'università assieme ad una ragazza conosciuta solo il giorno prima in facoltà (il bello del '68 non consisteva solo nel fare i cortei) l'avevo portata al bar sotto casa a fare colazione e lei, mentre sorseggiava il cappuccino, dopo uno sguardo intenso mi aveva detto "Beh... dopo questa notte credo sia il caso di conoscerci meglio, no? Dai, raccontami un po' di te..." e io le risposi "Si, certo... molto volentieri, ma hai qualche impegno per cena?". Naturalmente non la rividi più (come forse era nelle mie aspettative), ma in effetti il piacere di raccontare mi è rimasto anche perché, arrivato ormai alla soglia dei settant'anni, se non l'avesse già fatto Pablo Neruda per intitolare le sue memorie, potrei dire anch'io (si parva licet componere magnis) "Confesso che ho vissuto". Così, visto che siamo ormai in piena estate e che tra poco, dopo il centenario della fine della prima guerra mondiale, ricorre (ahimè!) il cinquantenario del mio imbarco per suonare assieme ad altri quattro amici come complesso rock di classe turistica a bordo dell' Ausonia in crociera lungo il Mediterraneo, anche se non sono più inedite, vi racconto alcune storie buffe di quei viaggi. 

Dovete infatti sapere (lo so, lo sapete già, ma devo pure trovare un incipit) che a parte l'assiduo impegno negli studi di giurisprudenza nel mio minuscolo appartamento padovano subito trasformato in alcova e centro permanente di dissolutezze e cazzeggiamenti vari, in quel primo anno di università mi dedicavo con grande trasporto al mio complesso rock, nato ancora ai tempi del liceo.


Noi che volevamo suonare i Led Zeppelin e ci chiedevano le canzoni dei Dik Dik

Prima di compiere l'errore dell'appartamento, l'altro grande sbaglio di mia madre era stato quello di regalarmi tra mille raccomandazioni perché non trascurassi lo studio (ma figuriamoci) una chitarra acustica in offerta stracciata da Barera, in Merceria. La chitarra in questione era di un orrido colore giallastro (che la rendeva invendibile a prezzo normale) e con una tastiera dura come un manico di scopa che a momenti ti pagavano loro purché la portassi via. Ma essendo un giovane di grande ingegno, sostituii subito le corde ruvide che scorticavano le dita con quelle lisce da chitarra elettrica per poterle “tirare su” e appena finito il doloroso apprendistato sul giro di do e il barrè dopo qualche mese la permutai con la mia prima chitarra elettrica, un’eccellente Zerosette Castelfidardo alla quale in seguito associaì una Fender Esquire a una piastra (che conservo ancora) e infine, la mitica Stratocaster di Jimi Hendrix, purtroppo rivenduta solo dopo due settimane a causa del ricatto sentimentale della mia beneamata (o io o lei) e di una scelta rivelatasi poi sbagliata. Quindi, con altri quattro amici e compagni di classe tra i quali Emanuele che avevo persuaso subdolamente a fare il bassista (che per rimorchiare era la cosa più sfigata e dunque mica lo potevo fare io) fondai un complessino ad imitazione di un effimero gruppetto di Liverpool che allora andava tanto di moda ma di certo sarebbe svanito dopo il primo disco: The Beatles.


Lungocrinito, sguardo fecondatore e chitarrista rock. Pronto per l'imbarco

Gli inizi non furono brillanti, tanto che mia madre richiesta di un giudizio sul mio fragoroso accompagnamento di “She loves you” rispose gelidamente: “Davi l’impressione di un’armatura medioevale che rotola per una scalinata”. Questo, integrato da altri giudizi corrosivi sulla mia capacità di cantante, m'indusse presto a trasformarmi in chitarra solista. In ogni caso, del tutto corazzato contro i giudizi negativi che attribuivo comunque ad incompetenza, per un più completo adeguamento al ruolo mi lasciai anche crescere i capelli quasi sino alle spalle ed assunsi l’aspetto educatamente trasandato che poi caratterizzò anche l’imminente stagione dell’impegno politico. A causa del nuovo look affrontai stoicamente anche il martirio quotidiano del “Quando li tagli?” al quale mia madre, che per distinguermi da mio fratello con le sue amiche mi chiamava: “Il figlio lungocrinito”, si dedicava con impegno. 

Passavamo interi pomeriggi a provare in uno scantinato nei pressi della Misericordia, con gran sollazzo dei vicini e frequente arrivo dei vigili ed io, che nel frattempo mi occupavo di tutto fuorché di far progredire i miei esami di Giurisprudenza fermi a quell'unico trenta in sociologia, che allora lo avrebbero dato anche al fattorino che portava le pizze, brigavo assai per ottenere una qualche scrittura seria che ci consentisse, finalmente, di abbandonare il circuito precario delle salette parrocchiali e delle festine private. Giunti alle soglie dell’estate del 1969, con un’abile strategia raccontai a mia madre che avevamo avuto una scrittura per una tournèe di alcune settimane nelle peggiori balere tra Jesolo e Lignano. Non era vero, ma servì egregiamente allo scopo perché lei, in piena crisi d’ansia, purché il suo bambino lungocrinito non finisse in certi postacci, ci trovò, grazie a sue amicizie del giro del bridge, una strepitosa scrittura per suonare sulle navi da crociera dell'Adriatica di Navigazione.


L'Ausonia in rotta per il Mediterraneo orientale con noi a bordo
che stiamo già collegando impianto voci, amplificatori e chitarre

Come si può immaginare, Donatella, la mia ragazza dell'epoca, nonostante le assicurazioni (poco credibili anche a me stesso) che avrei fatto il bravo ragazzo monogamo e fedele non la prese affatto bene e iniziò a tramare alle mie spalle, trovando ben presto appoggio in mia madre pentitissima che, non potendo rimangiarsi quanto promesso, con una tipica astuzia materna provò a sabotare la cosa inducendo la mamma di Emanuele a negare il permesso al nostro bassista. 

Per loro sfortuna all'epoca leggevo con passione "L'arte della guerra" di Sun Tzu e dunque disponevo di raffinate strategie per contrattaccare. Tra queste, l'argomento forte era che avevamo firmato un contratto con penale incorporata ed era efficacissimo per tenere a bada quelle due e anche la madre di Emanuele, nota per il suo braccino corto e quindi spaventatissima dalla prospettiva di dover pagare dei soldi e così alla fine ci imbarcammo sulla motonave Ausonia dove, tra una crociera estiva ed una invernale (sull'Esperia) attraverso il Mediterraneo, tra Grecia, Turchia e Mar Nero, quella che doveva essere solo una scrittura di poche settimane si trasformò in un periodo ben più lungo assai poco costruttivo dal punto di vista del mio impegno universitario (zero esami), ma sicuramente spettacolare per numero di esperienze e, siccome non siamo mica fatti di legno, tanto più a vent'anni con gli ormoni che girano come i cavalli del Palio di Siena, anche di conquiste. “Il cielo è vasto e l’Imperatore lontano” diceva un poeta cinese del medioevo per giustificare la dolce vita e i traffici illeciti nella remota isola di Haj-nan, e tale era il mio pensiero, pur se, tra tanta spensieratezza, capitava anche qualche episodio sfortunato.



In piscina a fare il figo con le ragazze canadesi

Infatti, vedendomi così lungocrinito, il Commissario di bordo mi aveva spedito subito dal barbiere per via del decoro da mantenere a bordo. Malgrado la tosatura  la mia prima preda, già al secondo giorno di navigazione e appena giunti in porto a Brindisi, fu una traccagnotta americana afflitta, oltre che da cellulite precoce, anche da un vistoso strabismo (e subito gentilmente ribattezzata dai miei compagni: Polifemo) che, dopo una pomiciata notturna di routine sulle comode sdraio del ponte di passeggiata, già dal giorno seguente, in rotta verso il canale di Corinto, fu disinvoltamente rimpiazzata da una rossa lentigginosa, sempre americana e tutt'altro che malvagia. 

Per alcuni giorni la traccagnotta scomparve di scena come inghiottita dal mare ed io non me ne diedi particolare pena, anzi, nemmeno la ricordavo. Tuttavia, una sera, mentre stavamo suonando “Homburg”, un pezzo dei Procul Harum di grande atmosfera, si spalancò di colpo la porta del ponte di passeggiata. Assieme ad una ventata di aria gelida e profumata del mare mi ricomparve improvvisamente davanti Polifemo grondante indignazione da tutti i pori e, come si intuiva dal suo incedere incerto, anche qualcosa di fortemente alcolico. Colto l'attimo che precede la burrasca cercai di cavarmela con un sorriso accattivante e un cordiale: “Hi sweetness! How are you?”, ma ci voleva ben altro. Polifemo, che ormai era lanciata sul piano della violenza fisica, dopo un insulto irriferibile in slang mi affibbiò due vigorosi ceffoni sul muso. Quindi girò i tacchi soddisfatta e si diresse al bar, per l’ennesimo gin fizz. Ci fu un attimo di sconcerto in sala, ma siccome è regola aurea tra gli uomini di spettacolo che "The show must go on", continuammo a suonare imperterriti, anche se io avevo la mascella indolenzita e le guance rosse come il fuoco e Lele suonava la batteria con una mano sola perché con l’altra si teneva la pancia dal ridere. A mio onore resta il fatto che, pur traballando vistosamente (Polifemo aveva due bracciotti sodi, da Popeye ingozzato di spinaci) nel doloroso frangente non avevo emesso neppure una stecca! Scoprii in seguito che, tra le oltre 250 fanciulle disponibili a bordo in classe turistica, per sostituire Polifemo ero andato a scegliere proprio la sua compagna di cabina. Quando si dice la mala sorte...


Ciao mamma, sono a Odessa. Qui ci sono i comunisti veri, ma non preoccuparti...

Dal punto di vista musicale eravamo ormai diventati veramente bravini e l’armonia del gruppo era buona, tranne quando c'era da mettere mano al nostro repertorio che per forza di cose doveva essere vastissimo e comprensivo di tutti i generi, giacché si suonava allo stesso pubblico per quindici sere consecutive con altrettanti pomeriggi di piano bar dove era richiesta musica soft di sottofondo che veniva eseguita dal nostro pianista, da Emanuele al basso, da Lele alla batteria con le spazzole mentre i due chitarristi erano esentati e liberi di corteggiare le gentili ospiti ai tavoli. 

C'erano, infatti, alcune canzoni che il nostro fantastico pianista, forte della sua raffinata formazione classica non si degnava di eseguire neppure per scherzo. Sua madre insegnava clavicembalo al Conservatorio e lui, con la sua naturale modestia, amava dire di sé che era stato messo al pianoforte all’età di tre anni, come Mozart. Pertanto, occorreva lottare duramente per convincerlo a suonare i brani nazional-popolari per gente di bocca buona. Tra le tante canzoni ripudiate c'era anche il popolarissimo “Casatschok”, il ballo della steppa del piccolo cosacco, che francamente era una robetta ignobile e buona per le balere romagnole. Dunque, capivo il suo disagio. Ma siccome si navigava su e giù per il Mar Nero e andava bene per i giochi dell’animatore, ci potevi scommettere che te lo chiedevano almeno una volta a sera. Così lui, estroso come tutti i cavalli di razza, boicottava regolarmente il pezzo mettendosi a fare il fenomeno, suonando di schiena e lanciando coriandoli e stelle filanti alle signore, possibilmente nelle scollature. Grazie a ciò avevamo tutti gli attacchi della pianola fuori tempo e sembravamo due orchestre distinte. Fino a quando le nostre invocazioni affinché un castigo divino si abbattesse su quell'essere malvagio, furono esaudite.


A Rodi con Violet (ma la mia ragazza non lo doveva sapere)

Una sera, infatti, durante una breve pausa un bambino accompagnato dalla mamma mi venne a chiedere se sapevamo suonare la melensa “Lettera a Pinocchio” cantata da Johnny Dorelli. Ci fu un giro di occhiate complici tra me e gli altri aspiranti vendicatori e l’accordo per punire Mozart scattò istantaneamente. Accarezzai la testolina al pargoletto e indicandogli il nostro ignaro pianista classico che stava guardando altrove gli dissi: “Noi non la sappiamo suonare, tesoro, ma so che il signore al pianoforte, che è tanto bravo e gentile, la conosce benissimo. Chiedila a lui e vedrai che la suonerà molto volentieri per te e la mamma, tutte le volte che vorrai!”. La mamma portò subito il piccino a parlare con il pianista che dapprima cercò di negare, ma siccome noi continuavamo a ribadire in coro “Guardi che la sa … dice di no perché è timido, ma se lei insiste vedrà che poi gliela suona” per tutto il resto della crociera il nostro Mozart dovette suonare il “Casatshòck” e anche “Lettera a Pinocchio” senza più fiatare. Un altro testone di granito, musicalmente parlando, era Emanuele. Come bassista era tecnicamente bravissimo, freddo e preciso come un chirurgo svizzero, ma aveva una flessibilità mentale pari ad una barra di tungsteno al nickel. Di conseguenza aborriva il concetto stesso d’improvvisazione che vedeva come un angoscioso salto nel buio, tanto che quando Mozart eseguiva dei brani jazz al piano, lui veniva esentato. Trovava, infatti, le sue sicurezze nella pianificazione più meticolosa delle attività esistenziali ed ogni variazione imprevista di programma lo turbava profondamente sprofondandolo nel più cupo sconforto. Un giorno che gli avevo preso in prestito il dentifricio rimase seduto in mutande sul letto a guardarmi inerte per cinque minuti perché la sua programmazione prevedeva che il lavaggio dei denti avvenisse prima e non dopo essersi vestito. 

Una mattina a colazione, tra un caffè e una brioche, avevamo deciso di cambiare tonalità a “Gimme some lovin’” perché Vincenzo sosteneva di strangolarsi sempre nel cantarla e del resto bastava guardare come diventava cianotico e con le vene del collo ingrossate per credergli. Però, con grave mancanza, non solo di tatto, c'eravamo dimenticati di avvertire Emanuele, che, deposta la tazza del cappuccino, si era rapidamente rinchiuso in bagno giacché la sua pianificazione giornaliera prevedeva l’evacuazione subito dopo la prima colazione. Così lui la suonò nella vecchia tonalità per tutto il tempo, incurante delle nostre occhiate disperate. 

Emanuele ci regalò, peraltro, anche momenti di grande imbarazzo la sera in cui quella vera calamità dell’animatore di bordo invitò il pubblico della sala a partecipare al gioco dei mestieri, con ricchi premi e cotillon. Si trattava di un giochino insulso, come del resto tutti quelli proposti ogni sera e che prevedeva di indovinare dopo una serie di domande il mestiere di due passeggeri scelti a caso tra il pubblico. Cose che avrebbero annoiato già ai tempi delle scuole elementari. Una dei due sorteggiati di quella sera era una vistosissima signora bionda ossigenata, truccata pesante e carica di bigiotteria come la Madonna di Pompei. Al momento della fatale domanda dell’animatore: “Secondo voi, che mestiere fa questa bella signora?” dimenticandosi di avere il microfono aperto Emanuele suggerì: “La zoccola” e l’insinuazione rimbombò a 120 watt d’uscita per tutta la sala (anche con l’effetto eco ed il riverbero) provocando un fragoroso scoppio di risate tra il pubblico, le proteste del marito della signora e le nostre scuse più contrite. Oltre ad un cazziatone del Commissario di bordo. La mattina seguente, commentando l’episodio mentre facevamo colazione, quello scellerato ebbe il coraggio di lamentarsi che, avendo indovinato, avrebbero in ogni caso dovuto dargli il premio.

giovedì 5 luglio 2018

Dell'apprendista casalingo e delle signore dai capelli azzurrini

Da quando sono entrato in pensione e salvo qualche occasionale revival da docente (credo funzioni come per quei vecchi attori scafati e istrioneschi che ogni tanto vengono richiamati sulle scene come tributo alla carriera) mi ritrovo finalmente con un bel po’ di tempo libero a disposizione. Così, oltre alle tre orette quotidiane adoperate per portare il bretone a sgambettare tra campi fangosi e nebbie invernali o steppe assolate e piene di zanzare (che lui non si degna di espletare i suoi bisogni nelle aiuole dei giardinetti, ma si sente ispirato solo dalla visione degli spazi agresti), ho una moglie che appena mi siedo in poltrona e oso aprire Repubblica per una fuggevole occhiata, invece del premuroso: “Amore, sei stanco? Vuoi che ti faccia un caffè?” tipico degli angeli del focolare di cui favoleggiavano le poesie delle elementari, mi ricorda con un automatismo tipicamente femminile che, visto che non ho nulla da fare, ci sarebbero le foglie in giardino da rastrellare o la biancheria da stendere. Dunque, essendo di natura un uomo curioso e aperto al cambiamento, sto perfezionando il ruolo del casalingo. 

Non che prima non lo facessi, ma lavorando a Torino e pertanto vivendo da solo a quattrocento chilometri da casa e con orari devastanti per la mia alimentazione (uscendo alle otto di sera, riuscivo a fare spesa solo se i negozi non mi chiudevano la saracinesca sui piedi) sopravvivevo solo con scatolami e tranci di pizza o di focaccia ligure rafferma e per il resto dei lavori di casa, non disponendo dei tempi tecnici, mi limitavo al minimo sindacale (lavaggio del mio piatto singolo e della forchetta, delle calze e mutande etc...), mentre per le pulizie di fondo, chiedendo ingenuamente lumi al giovanotto della cooperativa che ci puliva gli uffici, mi era stata indicata la “Soluzione Luciana” che, a suo dire, avrebbe depurato il mio appartamento come la “Soluzione Schoum”. Si trattava di una signora molisana (ovviamente parente del giovanotto) dall’età indefinibile, sempre vestita di nero e brusca di modi che veniva al venerdì sera, quando ero già sul treno per Venezia, e che, come promesso, mi riconsegnava al lunedì una casa lucente, ancorché affumicata come uno speck perché la maledetta fumava come una turca, tanto che le lenzuola e il cuscino sapevano di fumo per almeno due o tre giorni. Questo anche se prima di dormire lasciavo la finestra spalancata per arieggiare (misura in ogni caso indispensabile perché abitando in un condominio di vecchietti freddolosi, la caldaia andava a tutto spiano anche in primavera e sui termosifoni ci potevi friggere le uova) 

Oggi, quando mia moglie insiste con il suo consueto garbo, faccio il casalingo in maniera più articolata e consapevole, tanto più con la serenità di sapere che, comunque vada, una volta a settimana viene Sua Moldavità per le pulizie. 


Homo domesticus 2.0

Si tratta di un'esperienza sicuramente interessante e formativa, che, come fossi un novello Darwin, mi svela mondi nuovi e affascinanti come quelli del Mocio Vileda, del panno antistatico, dello spray sgrassante per i vetri e dell’olio paglierino per i mobili. I problemi iniziano quando ci sono da affrontare tecnologie complesse come quella del ferro a vapore, con quella sua fottuta caldaietta che va in corto ogni volta che provo a caricarla ed emette il getto di vapore da ustioni solo quando e dove non mi serve, oppure della lavatrice intelligente che si rifiuta di accettare il detersivo se il tessuto non è quello giusto, che però sa solo lei quale sia ed in effetti è curioso che un uomo che si destreggia abilmente come un hacker tra computer e software abbia un blocco mentale di fronte a tecnologie semplici e friendly anche per le migliaia di casalinghe che popolano la città di Voghera. C’est la vie e l’importante è avere la consapevolezza dei propri limiti e accettarli serenamente, sempre che lo faccia anche tua moglie. 

Comunque sia, questo nuovo mondo, spesso mi pone davanti a scelte sconosciute e laceranti come quelle relative al detergente migliore per i pavimenti (con lisoformio o no? E la candeggina profumata a che cazzo serve?) o a scoperte amare del tipo che non esistono guanti di gomma adatti alle mani di un signore alto un metro e ottantaquattro per novanta chili di peso e che anche il formato XL ti stringe due lacci emostatici attorno ai polsi. Quindi, alla fine, essendo uomo d’ingegno, dopo aver scoperto quanto bruci il Calinda a mani nude, ora lavo il water con le mani avvolte nei sacchetti del supermercato. 

Ma quello che più mi affascina è la scoperta di specie umane nuove e insidiose, quali la verduraia del mercatino del giovedì nella piazzetta dietro casa, che ogni volta che mi vede passare davanti al banchetto mi sorride e lusinga il cane per una coccola (e quel pirla abbocca subito), ma poi approfittando della totale incompetenza di uno abituato a mettere nel carrello del supermercato il lattughino “tempo zero” già lavato e pronto da condire, mi rifila come misticanza di insalatine novelle le erbacce che crescono sui bordi della strada e quando acquisto un chilo di cipolle, facendomi credere con la gestualità di un’ illusionista che sta scegliendo solo le migliori per me, poi me ne rifila sempre almeno una marcia. Lo stesso accade in pescheria quando mi magnificano seppioline atlantiche scongelate e gommose come nostrane e fresche di giornata. Delle due mirandoline ciarliere del nostro panificio e della farmacista che qualsiasi richiesta le faccia di farmaci da banco, mi propone di default prodotti omeopatici o unguenti e tisane preparate da lei, purché costosissimi dicendo ogni volta “Questo è un prodotto tutto naturale. Vedrà che le farà solo bene” ho già parlato in precedenti post, dunque non mi ripeterò, se non per raccontare che quando, anni fa, cercavo di fare il furbo e dopo aver controllato attraverso la vetrina che la titolare non fosse al banco mi rivolgevo alla sua collega di allora, una bella signora esile, bionda, di origine tedesca e dallo sguardo glaciale, il risultato era assolutamente identico, solo che mi veniva detto: “Qvesto è prototto tutto di natura, Fedrà ke le farà solo pene” .


l'aspetto inquietante della tua fruttivendola che ti attende al varco con la mela bacata

Una delle specie più aggressive che ho potuto scoprire andando a fare la spesa su mandato coniugale, è quella delle signore "vintage" con i capelli cotonati e azzurrini. Quelle donne di età indefinibile, spesso già nonne, che parlano in dialetto, con l’abitino a colori inspiegabili e il trolley della spesa da cui spuntano due gambi di sedano e che verrà presto usato contro le tue caviglie come una macchina da guerra di Leonardo da Vinci. Quelle che quando il tuo macellaio pronuncia il fatidico “A chi tocca?” le senti subito mentire alle tue spalle: “Tocca a me!” e che, dopo averti spostato con la grazia di un rugbysta degli All Blacks per raggiungere il bancone, iniziano il Cantico delle Fettine. 

Detto Cantico, comincia sempre chiamando per nome il macellaio, per farti capire subito che tra i due c’è un’antica confidenza che, pertanto, le consentirà di pretendere la rimozione minuziosa di ogni filo di grasso dalle bistecche, il disossamento del quarto di pollo e il legamento con lo spago dell’arrosto. Inoltre, consiste nel rivelarti, di fettina in fettina e di etto in etto, tutte le abitudini alimentari della famiglia e di conseguenza quanto lei sia carica di attenzioni e avveduta nelle scelte, casomai avessi pensato che ordinasse alla: “Valà, che vai bene...” (Purtroppo non posso più dire: “Alla ca... di cane”. Qualcuno in famiglia non la prenderebbe bene). 


Quando l'acquisto della carne non diventa un piacere, anzi...


Così, in capo ad una mezzoretta verrai a sapere che il figlio trentenne, quello che lavora in banca, non sopporta i nervetti nella carne sin da quando era bambino, che li sputava di nascosto e meno male che c'era il cane che glieli mangiava sul pavimento, mentre suo marito è l’unico della famiglia che mangia il fegato, ma solo alla veneziana con la cipolla che invece per suo figlio è indigesta, che lei usa solo la guancia per fare lo spezzatino, come lo faceva una volta sua mamma, che diventa tenerissimo, mentre oggi la gente compera solo lo spezzatino misto di maiale e vitello che costa di più e poi diventa anche stopposo perché non lo sa cuocere (incrocio lo sguardo carico d'odio della signora di prima che era ancora sulla porta della macelleria a parlare con un'amica e doveva aver comperato lo spezzatino misto). Invece, i messicani di pollo (ma senza il peperone, mi raccomando) sono per il nipotino di cinque anni che mangia poco, perché la nuora come tutte le ragazze di oggi non sa cucinare, ma che se glieli prepara la sua nonna… "ti gà da védar come se li magna...leca anca el piato"

A quel punto, dopo aver invocato qualsiasi divinità affinché il pargolo si strozzi con i messicani di pollo della nonna, appena ti sembrerà che il Cantico abbia avuto termine e dopo l'attesa di altri minuti di ricerca nelle borse per trovare i dieci centesimi che mancano (“Guardi… glieli do io, signora, se non si offende e anche se si offende…”), proprio quando stai per aprire bocca e ordinare, la signora dai capelli azzurrini si fermerà sulla soglia della macelleria come folgorata da una visione celeste e tornerà subito al banco dicendo: “Maria santissima… gèro drio a desmentegàrme… Mauro, hai mica il prosciutto cotto dell’altra volta? Ma non quello con i conservanti, quell'altro naturale che era piaciuto tanto a …”  (poi, già che prima non li aveva visti, seguiranno dei wurstel, ma solo se i xè boni, e poi dammi anche un etto di pancetta coppata e un toco de salame all'aglio, ma tagliato a mano, mi raccomando...)