domenica 9 settembre 2012

Dell'epica battaglia dello stracotto d'asino e delle rimembranze indebite delle signore anziane


Sabato sera in albergo in montagna, il giorno prima della partenza. L’elfa ed io, seduti in veranda sotto una stellata memorabile eravamo intenti a scacciare le malinconie della vacanza quasi finita sorseggiando il caffè e le grappe del dopo cena e conversando amabilmente con due simpaticissime signore, casuali vicine di tavolino, una delle quali una volta appurato come fossimo veneziani anche noi (anche se sulla venezianità dell’elfa ci sarebbe da discutere) mi aveva raccontato di essere stata la proprietaria del bel negozio di biancheria che c’era tanti anni fa in Salizada San Lio, quello vicino all’orefice. Appena le avevo rivelato di essere nato e di aver vissuto per diverso tempo proprio dalle parti di campo San Lio e di ricordare benissimo il suo negozio, era accaduta una di quelle sorprese straordinarie che a volte ci riserva la vita. Infatti, la signora, dopo avermi scrutato per bene, aveva sorriso di colpo come se avesse trovato il ricordo che cercava dicendomi divertita: “Ah! Ma lei non sarà mica il figlio della signora Carla, la pittrice? " e dopo la mia risposta affermativa aveva subito proseguito: "Lo sa che la sua mamma era una mia cliente affezionata e veniva sempre a comperare i costumi da bagno da me? Era tanto simpatica, ma così esigente … mi faceva diventare matta, sa? C’era sempre qualcosa che non le andava e me ne faceva tirare fuori a decine, poi però me ne comperava anche due o tre assieme”. 

Quell’ultimo dettaglio mi diede la conferma che si trattava proprio di quell’eccentrica spendacciona di mia madre e rese del tutto superflua l’ulteriore informazione che a volte veniva a fare acquisti anche con la fidanzatina di uno dei figli (che ero io). Mi era ben noto, infatti, che Donatella si era fatta un intero corredo di biancheria intima e costumi grazie alla propensione di mia madre - che l’adorava - a riempirla di regalini e quando quelle due uscivano a negozi assieme il nostro modesto conto in banca subiva dei veri e propri smottamenti. In tutto questo l’elfa mi osservava deliziata dal racconto e con l’aria di dire “Quindi, tua madre regalava allegramente costumi alle tue fidanzatine, mentre tu a me….”. 

Ma non ebbi tempo di preoccuparmene perché la signora, dopo i rituali “Oh! Ma che divertente!” e “Ma tu guarda la combinazione!” e le previste considerazioni sulla piccolezza del mondo che ci aveva fatto incontrare tanti anni dopo in un piccolo albergo di Tambre, divenne subito preda della sindrome da rimembranze in stile “Carramba che sorpresa!” decidendo di dar fondo a tutta la sua indiscrezione. 
“Lei dovrebbe essere il figlio chitarrista con i capelli lunghi. Quello che la faceva disperare con lo studio, giusto?” 
“Temo di sì… sono il figlio lungocrinito, come mi definiva per distinguermi dall’altro di pelo corto” 
La mia interlocutrice ridacchiò soddisfatta della mia ammissione.
“Allora, caro il mio signore, ora che ho capito chi ho di fronte non se ne stia lì così tranquillo perché adesso le farò andare la grappa di traverso. Guardi che io so tutto di lei… altarini compresi"


Piccoli paesini, grandi pettegolezzi

Sentendo i propositi della signora l’elfa si era messa comoda sulla poltroncina e aveva assunto l’aria del “Questa proprio non me la perdo...” mentre io, pur essendo certo dei miei trascorsi di rettitudine, posavo il bicchiere sul tavolino per precauzione. Infatti, mia madre, che normalmente era una persona molto riservata, sulle mie vicende era un libro aperto forse perché, essendo io per carattere molto simile a lei, viveva la sfida di farmi crescere con particolare coinvolgimento e quando la deludevo se ne doleva molto e non lo nascondeva. Comunque, essendo curioso di scoprire se stava bluffando e cosa sapesse davvero di me invitai la signora a vuotare il sacco dei ricordi. Però, come quando vai a vedere il gioco dell’altro sicuro che non possa avere più di una doppia coppia e invece gli è entrato il full, non fu una buona idea perché mia madre a suo tempo doveva proprio essersi sfogata per bene con quella donna raccontandole che io ero lo sciagurato che tornava con il naso rotto dai cortei, la faceva stare in pena perché rientravo a notte fonda da chissà dove, frequentava chissà quale gente trinariciuta, pensava a tutto fuorché a studiare e dava tante amarezze a quella povera ragazza così di buona famiglia che l’accompagnava a comperare i costumi nel suo negozio. 

Alla fine la signora, accorgendosi di avere esagerato un tantino, decise di lanciarmi un’ancora di salvezza “Però lei, almeno, era quello che giocava bene a bridge e faceva i tornei con la mamma, vero?” 
“No, il figlio virtuoso era mio fratello. Mia madre ha cercato invano per anni di coinvolgermi con il bridge, tanto che alla fine per reazione ho iniziato a giocare a scacchi. Ai suoi occhi era uno dei miei peccati originali…” 

L’imbarazzo crescente fu interrotto dal trillo una volta tanto salvifico del telefonino. Si trattava di un nostro amico veneziano che essendo a sua volta in vacanza con la moglie dalle nostre parti ci invitava a raggiungerli la mattina seguente per pranzare assieme in una malga sperduta tra i monti e i prati al confine tra il Cadore e la Val di Fassa che conoscevano loro e dove si degustavano vere prelibatezze locali per tacere dei formaggi d’alpeggio prodotti direttamente nella vicina casèra. Accettammo entusiasticamente anche perché, visto che il nostro programma per la domenica prevedeva solo il ritorno a Venezia, era l’occasione per regalarsi ancora qualche ora di montagna. 

 La malga introvabile che conoscono solo gli amici... e qualche altro migliaio di persone

I nostri amici ci aspettavano verso mezzogiorno sulla porta del loro albergo e appena saliti in macchina ci diedero le istruzioni per raggiungere la malga che era all’inizio della Val Fredda e a cui si accedeva da una piccola strada sterrata andando verso il passo di San Pellegrino. Essendo uomo di mondo e sapendo come la montagna la domenica sia strapiena di gitanti m’informai subito se avessero prenotato e per che ora, ma mi venne risposto che quel locale lì lo conoscevano solo i pochi eletti che lo avevano scovato e non serviva prenotare. Infatti, appena arrivati sul posto fummo accolti da una lunga fila di auto parcheggiate sino a duecento metri di distanza dalla malga che appariva brulicante di eletti. Così fummo costretti a ripiegare in cerca di altre soluzioni iniziando, di locale in locale e di paese in paese, a collezionare tutta una serie di “Siamo al completo”, “Mi spiace, ma è tutto prenotato.” sino al classico: “Se volete aspettare… ma vi avverto che c’è almeno un’ ora di attesa…(che poi si raddoppia)”. Verso le due, discendendo in disordine e senza speranza le valli che avevamo risalito con orgogliosa sicurezza, facemmo l’ultimo disperato tentativo di mettere qualcosa sotto i denti a canale d'Agordo, un piccolo paesino lungo la strada tra Falcade e Cencenighe Agordino. 

L’unico ristorante del luogo era un locale dall'aria anonima proprio nella piazzetta dove a fianco della chiesa e del campanile erano parcheggiati due autobus turistici e a giudicare dal vociare che ci giungeva da una delle finestre aperte non ci voleva molto a capire dove si stessero rifocillando i passeggeri. Però all'ingresso del locale faceva bella mostra di sé una lavagna con la scritta: “Oggi stracotto d’asino e polenta e finferli” e questo migliorò sensibilmente il mio umore, ma solo per pochi attimi perché prima ancora che potessimo varcare la soglia per chiedere se c’era posto giunse una cameriera per avvisarci che il cane non poteva entrare, ma che però, se volevamo, girando attorno all'edificio potevamo accomodarci sulla loro terrazza belvedere all'aperto che aveva un ingresso a parte e lì il cane ci poteva stare, purché al guinzaglio.


Quello che per colpa sua non ci fanno entrare nei ristoranti

La terrazza era una sorta di grande ballatoio in legno che dava su un ruscelletto sottostante che dalla strada non si vedeva ed anche se l’unico panorama da “belvedere” era abbastanza modesto trattandosi della boscaglia sull’altra riva, sembrava abbastanza carina oltre che deserta. Prendemmo posto su uno dei tavoloni con le panche, sotto l’ombra di un paio di ombrelloni bianchi. Appena seduti, non ci fu neanche il tempo di chiederci “Chissà se qui fuori, con il ristorante pieno, si ricorderanno di noi? “ che giunse con apprezzabile solerzia la cameriera di prima per prepararci rapidamente il tavolo con delle tovagliette di carta e le posate avvolte nei tovaglioli. Appena terminato e prima di rientrare nel ristorante ci informò che l’elenco delle pizze era stampato sulle tovagliette e che tra un attimo sarebbe ritornata per le ordinazioni. Quattro paia di occhi (cinque con quelli del cane) la guardarono stupiti “Pizze? Ma noi non siamo qui per le pizze. Noi vorremmo…” 
La ragazza c’interruppe subito con fare deciso. 
“Qui in terrazza facciamo solo servizio pizzeria. Se volete pranzare con il menù del giorno dovete sedervi dentro, però vi ho già detto che il cane non ci può stare”. Detto questo rientrò nel locale, mentre il bretone assumeva l’aria mesta del colpevolizzato e tra di noi si apriva il dibattito sul da farsi. Alla fine la mia mozione d’ordine dal titolo “Alziamo i tacchi e lasciamo questo luogo gastronomicamente inospitale” fu messa in minoranza grazie all’azione disfattista delle signore felici di non dover fare un pasto completo e abituate a mangiare solo il centro della pizza perché il bordo è solo pane e fa ingrassare. In aggiunta a ciò il nostro amico avanzò la considerazione che ormai non aveva senso cercare altri ristoranti in zona con il rischio di trovarli strapieni e di arrivare all’ora di chiusura delle cucine. Di conseguenza il gruppo si rassegnò alle pizze. Tutti tranne uno, che appena la cameriera ebbe preso nota delle ordinazioni disse: “Io invece prenderò lo stracotto d’asino con la polenta. Ne avete ancora, vero?” 
“Dovrebbero essercene ancora alcune porzioni, ma quello però, come ho detto prima, lo deve venire a mangiare dentro” 
“Perché dentro?” 
“Perché questa è la pizzeria, il ristorante è all’interno” 
“Si ma la terrazza fa parte dello stesso locale e lei è la stessa cameriera che serve al ristorante. Perché non posso avere lo stracotto d’asino qui?” 

La cameriera, una ragazzotta ben piantata, con i capelli raccolti a chignon e un allegro grembiulino a fiorellini che strideva con tutta quella fermezza, si mise le mani sui fianchi come per intimidire quel cliente così puntiglioso. “Perché questa è la pizzeria e serviamo solo pizze” 
“Certo, la terrazza è l’area della pizzeria e quindi si servono pizze. Logica stringente. Ma mi faccia capire… lei non può oltrepassare la porta che separa la terrazza dal ristorante con un piatto di stracotto d’asino con la polenta?” 
“No… a questi tavoli esterni possiamo servire solo pizze” 
L'elfa, dopo avermi rifilato un calcetto negli stinchi sotto al tavolo sibilò "Avranno un problema di licenza. Non insistere e sbrigati ad ordinare..." ma ormai quella faccenda dello stracotto era diventata una sorta di sfida personale
“Ma se io le vengo incontro fin sulla soglia della porta del ristorante e lei mi passa il piatto di stracotto senza oltrepassarla, può essere la soluzione? Sarei io ad infrangere le regole, non lei ”. 
“No, non si può….” 
“Apprezzo la coerenza, ma davvero non esiste un modo per risolvere il problema?” 
“Se vuole, visto che gli ho già portato il conto, tra due minuti si libera il tavolo vicino a questa finestra, così lei può sedersi lì, ordinare il menù del ristorante e continuare a parlare con i suoi amici sulla terrazza.” 

Quella che ha già capito che tanto lo stracotto d'asino non lo mangerò...

Presi quella proposta come una provocazione e stavo per replicare duramente, ma poi incrociai lo sguardo di Morena che era come quello di Orazio Nelson a Trafalgar un attimo prima di dire la frase: “L’ Inghilterra si aspetta che ognuno faccia il suo dovere” e mi fu subito chiaro che il mio dovere era quello di porre termine immediatamente a quella discussione che ritardava l’arrivo delle pizze di tutti. Quindi, non volendo irritare l’Inghilterra ed avendo una certa padronanza delle tecniche negoziali decisi di spiazzare quell'avversaria irriducibile cambiando improvvisamente l'obiettivo. Se non potevo raggiungere il miglior risultato possibile, cioè lo stracotto mangiato al tavolo in terrazza e non volendo ottenere il peggior risultato possibile, cioè il digiuno sdegnato e con le palle in giostra, potevo ricorrere allo “stile rapido” di Cristoforo Colombo e puntare con decisione al risultato realistico-accettabile. In fondo, se non potevo avere la flotta spagnola e un intero corpo di spedizione, piuttosto che essere cacciato a calci nel sedere dal palazzo reale potevo pur sempre scoprire l’America con tre piccole caravelle ed essere ugualmente soddisfatto. 
“Allora rinuncio allo stracotto d’asino, anche perché immagino che a quest’ora è probabile che sia finito. Però, visto che siamo in montagna vorrei mangiare qualcosa di tipico e non una banale pizza da città. Ho visto che oggi avete anche i finferli con la polenta, ma pure quelli dovrei ordinarli al ristorante, giusto?” 
“Sì…” 
“Però, se rimango qui in terrazza posso ordinare una pizza ai funghi, vero?” 
“Certo…è nel menù della pizzeria, abbiamo la funghi semplice e la prosciutto e funghi” 
“Perfetto, ci siamo quasi… ora mi segua: i finferli cosa sono?” 
“Beh… sono funghi…” 
“Ottimo… allora mi porti una pizza con i finferli… abbondanti se possibile e senza prosciutto” 
A quel punto i nostri amici e l’elfa seguirono entusiasti le mie orme cambiando le loro ordinazioni in favore della pizza con i finferli da me appena ideata. 
Messa con le spalle al muro dalla mia logica stringente la cameriera, che almeno disponeva di un’etica sportiva, dovette cedere, ma giunta sulla soglia della porta che la riconduceva nel ristorante si girò per scagliare l’ultima freccia .
“Però qui non posso portarvi la polenta di contorno”. 
“Sopravviveremo lo stesso…” fu la risposta corale.

giovedì 30 agosto 2012

Delle vacanze in montagna di una volta e altre cose...



Ecco! Ancora una volta le vacanze sono finite per davvero. Ci tocca sopportare un po’ di giorni residui di caldo e zanzare e poi la polo ritorna nel cassetto e ci si rimette la cravatta. Non ci crederete, ma a pensarci provo ancora, a distanza di tanti anni, quella stessa sensazione di malinconia profonda che mi prendeva alla domenica sera dell’ultimo giorno di ferie, quando alla Domenica Sportiva finivano i servizi sulle partite del campionato appena iniziato e iniziavano quelli sull’ippica spalancandomi la finestra sul baratro del ritorno a Torino. Anche perché alla frustrazione di ricominciare di nuovo la vita del pendolare si aggiungeva il supplizio di dover trascorrere almeno le prime due settimane ad ascoltare con aria compiaciuta sempre gli stessi immutabili resoconti delle mirabolanti vacanze di colleghi e colleghe reduci dai vari villaggi vacanza con animatore simpaticissimo e acquagym, posti esotici improbabili scovati con il last minute, scottature da sole himalayano o da Sharm (lo El Sheikh tra la gente di mondo si dà per sottinteso), bambini guastavacanze con la tonsillite proprio il giorno prima di partire, grigliate pantagrueliche su spiaggia greca con l’Ouzo e la Retsina a garganella e il bagno nudi a mezzanotte con la medusa che ti prende proprio lì (mio pensiero grato alla piccola vendicatrice), l’incontro ravvicinato con lo squalo (che probabilmente era un tonno) facendo snorkeling a Pantelleria e le gite in barca con il mare mosso attorno a Panarea spacciate come il periplo di Cape Horn. Tralascio quella mia collega che per cinque anni di fila mi ha raccontato come in Oman cuociano l'agnello dentro la sabbia e quell'altra che, penso per competenza territoriale trattandosi di ex possedimenti veneziani, mi ha stressato per mesi con il riccio che in Istria l'aveva mandata al pronto soccorso con il piede trafitto dagli aculei, neanche l'avessi messo io... (però mi sarebbe piaciuto).

Quando finalmente mi veniva chiesto “E lei, dov’è stato di bello?” ero costretto ad ammettere che per l’ennesima volta avevo trascorso le ferie a Nötsch im Gailtal, un minuscolo e sconosciuto paesino tra le colline e i laghi della Carinzia, immerso tra i frutteti e i campi di grano, appena dopo il confine, a solo due ore di auto da casa. Dunque, anche se mi affannavo a dire che era l’ideale per il bambino che si divertiva un mondo in mezzo alla natura incontaminata delle valli austriache e poi costava poco, venivo guardato con stupore unito al sospetto perché si capiva lontano un miglio che per trascorrere le ferie in un posto così poco originale e "trendy" dovevo nascondere qualcosa d'inconfessabile. 

Il monte Dolada infiocchettato di nuvole

Per questo, considerato che delle nostre vacanze montane vi avevo già raccontato l’anno scorso quando la meta era ancora inedita anche per noi, invece di tediarvi con il resoconto del nostro ritorno a Tambre d’Alpago, delle nostre passeggiate con il bretone e dell’eccellente stinco di maiale, del formaggio fritto, dei cassunzèi e del capriolo con la polenta cucinati con maestria dal cuoco del nostro piccolo albergo a conduzione familiare, ho deciso di limitarmi a postare qualcuna delle tante foto che ho scattato in quei giorni e di proporvi, invece, un bel tuffo nel passato, raccontando com'erano le "vere" vacanze di una volta, quelle che si facevano quando ero ragazzino e che sembravano davvero non finire mai. Perché a volte penso che il tempo scorra con un’inversa velocità a seconda delle stagioni della vita. Quando sei piccolo il tempo è qualcosa di maestoso, come un fiume alla foce, con l’acqua quasi ferma. Invecchiando (e lavorando) gli anni scorrono con la velocità di un ruscelletto di montagna, come quello qui sotto. Di ferie in ferie, di settimana in settimana, ti ritrovi all'anno seguente e non sai neppure come. Non ho fatto tempo a riavermi dallo shock di aver compiuto i cinquanta che erano già arrivati i sessanta… 

Chiare, fresche (anzi, gelide) dolci acque...

Le mie estati da adolescente erano suddivise in due fasi ben distinte. Il mese di giugno lo si passava ad annoiarsi in spiaggia al Lido perché il medico di famiglia, spiegando alla nonna che mi ospitava (mia madre seguiva mio padre da una base navale all'altra e io ero parcheggiato nella casa veneziana dei nonni per via della scuola) i motivi della mia scarsa concentrazione negli studi, aveva sentenziato che ero linfatico e che l’aria iodata sarebbe stata per me un vero toccasana. Dunque mi veniva impartito l'obbligo di esposizione al sole sul bagnasciuga per respirare l’aria marina a pieni polmoni. Quando il medico, dopo aver curato quelle brutte scottature da sole, sentenziò che ero anemico mi ritrovai ben presto in una tempesta di bistecche al sangue, mentre dopo la frattura esposta della gamba che mi ero procurato sciando fui condannato ad essere ingozzato di verza cruda a pranzo e a cena per il fatto che, secondo quel luminare della medicina, il maledetto vegetale era ricco di sostanze atte a favorire la calcificazione. Quell’uomo tanto prodigo di consigli e quella nonna così apprensiva per il mio pallore adolescenziale non mi risparmiarono neppure l’olio di fegato di merluzzo e il cucchiaio da minestra di ricostituente "Proton" da trangugiare prima di andare a scuola. Mi consolo pensando che se il nostro medico avesse sentenziato che ero stitico, sarei probabilmente affogato nei clisteri. 

L'Alpago: prati e cieli azzurri...

Dal primo di luglio e fino all’inizio di settembre, scattava la seconda fase: quella delle vacanze montane a Moena, in Val di Fassa. Al tempo prendevamo in affitto ogni anno la casa di un certo Angelo Sommavilla, che mia madre contattava grazie al vicino albergo Rosengarten perché come la maggior parte dei valligiani di allora non aveva il telefono in casa. Questi era un rude montanaro che mio papà chiamava "Grande Capo Cavallo Basso" perché portava in testa un cappellaccio di feltro adorno di una lunga piuma di gallo cedrone e indossava perennemente dei vecchi calzonacci tirolesi con il cavallo all’altezza delle ginocchia. La casa, anche se piuttosto spartana negli arredi, era molto bella e piena di luce perché si trovava appartata sopra una piccola collinetta, da cui dominava gran parte del paese ed era circondata dai prati che costeggiavano la strada sterrata che portava verso la frazione di Sorte e il Sass da Ciamp. 

I primi giorni nella casa di montagna erano vissuti nel disagio più totale nell’attesa ansiosa del fatidico arrivo del baule. A pensarci bene, i bauli sono stati una costante della mia gioventù. 

Nei bauli, quelli grandi di una volta, di legno verde scuro, foderati di carta da parati e con le borchie d’oro, ci stava una casa intera. Una volta, quando le famiglie partivano per la villeggiatura in montagna si effettuavano delle vere transumanze, con tutte le vicissitudini di un trasloco e il baule ne diventava il protagonista assoluto. Questi, infatti, viaggiava in treno per suo conto, prendendosela comoda e, di solito, nel giro di una settimana dalla spedizione arrivava ad Ora o in quel di Mezzocorona (via Trento) oppure a Calalzo (via Cadore). Occorreva indovinare. Bisognava poi trovare il volonteroso con il motofurgone (il prescelto era quasi sempre il fruttivendolo...) che ci accompagnasse al ritiro alla stazione delle autocorriere. Alla fine dell'impresa (perché tale era...) dall’enorme baule saltavano fuori, come da un inesauribile bazar, le agognate coperte, la borsa dell’acqua calda, la caffettiera, i piatti, le pentole… e la vita poteva riprendere la sua normalità. Tra le calamità estive (vipere, zanzare, colpi di sole...) emergevano dal baule, quasi sempre per mano della zia, anche i minacciosi compiti delle vacanze. Essi venivano regolarmente da me dimenticati inevasi in qualche cassetto il giorno della partenza. 

Verso la malga al Pian Formosa

Tornando ai miei anni spensierati da ragazzino, Moena incarnava il concetto stesso delle vacanze. Che si aprivano ufficialmente con la cerimonia dell’acquisto delle pedule e della piccozza alla Famiglia Cooperativa (regolarmente si piantava la grana per avere anche la borraccia e il coltellino con lo scoiattolo sul manico, ma con scarsi risultati...). La prima gita era tradizionalmente dedicata alla malga Roncac, con mio fratello Franco, la mamma e la nonna (che indossava le scarpe da città, con il mezzo tacco...) a scarpinare quaranta minuti in ripida salita per mangiare la panna con i lamponi. Il giorno dopo si stava tutti a letto, sotto i piumini, con le gambe indolenzite (e la nonna anche con le caviglie gonfie…). Nei giorni seguenti, finalmente, cominciavano ad arrivare alla spicciolata le famiglie degli altri villeggianti con relativi figli (e l’agognata ragazzina milanese per la quale ti eri preso la cotta l’anno precedente, ma che anche quest’anno non ti filava) e cominciava la stagione dei giochi a perdifiato. Poi, dopo tanti giorni di solleone, di gite per rifugi, di uscite per andare a funghi e infinite polverose partite di calcio, un giorno ti accorgevi che i temporali cominciavano a diventare più frequenti, l’aria diventava tersa e fresca (di sera occorreva il maglioncino...) e qualche cima s’infiocchettava di neve. Cominciavi a vedere passare tante macchine con il tetto ricolmo di valigie, gli alberghi si svuotavano degli amici e in quel clima di smobilitazione diventava sempre più difficile colmare gli organici delle squadre di calcio. Allora subentrava una malinconica attesa del rientro i cui sintomi erano dati dal riempirsi del baule e dalla progressiva sparizione al suo interno delle pedule, dello zaino, del bastone e della borsa d'acqua calda della nonna. Quando sparivano le scarpe da calcio, era proprio finita e di lì a poco si sarebbe tornati a scuola. 

Uno sguardo lontano....dal Pian de le lastre

Papà e mamma erano dei grandi e appassionati camminatori (mia madre da ragazza aveva fatto anche roccia con impegno e aveva smesso solo perché una pietra staccatasi dalla parete del Sassòngher le aveva spezzato male una caviglia che non era più guarita del tutto). In quegli anni abbiamo girato tutto il Catinaccio, il Sassolungo, il Sella e dintorni in lungo e in largo e diverso tempo dopo, appena ho avuto l'età per farla, abbiamo affrontato pure qualche ferrata, come il Santner e la nord dell'Antermoia (che un po' di fifa in qualche punto te la dava). Io avevo una bellissima piccozza da montagna (che poi ho perduto con gran dolore) di quelle vere, non  come quelle da bambino che al primo colpo su un sasso si spezzava la punta e in ogni rifugio conquistato papà mi comperava la targhetta di metallo da applicarci sopra a testimonianza dell’impresa. La mia piccozza luccicava con almeno trenta targhette argentate e due smaltate a colori. E così, fin da bambino, ho imparato ad inebriarmi di vette azzurrine a perdita d’occhio e ad amare il silenzio delle alte quote, rotto solo dal vento che ogni tanto fischia attraverso qualche forcella o dallo scampanio delle mucche in fondovalle. E dal gorgogliare dei ruscelletti che sgorgano da sotto le macchie di neve scintillante. Con quell'acqua fredda come una lama, da bere a piccoli sorsi per placare la gola riarsa dallo sforzo della salita. 

Oggi, invece, a tornare da quelle parti m’ innervosisco (il termine esatto è un altro, ma non vorrei sembrare volgare). I luoghi magici delle mie estati da adolescente si sono, infatti, tramutati da tempo in veri e propri divertimentifìci, copiando il peggio delle spiagge romagnole. I paesi, infatti, si vanno riempiendo sempre di più di sale giochi, pizzerie, paninoteche, birroteche, videoteche, discoteche e bischeroteche varie. Non so se da qualche parte siano già approdati i doppi cheeseburger con ketchup e patatine fritte, i kebab o le piadine con il culatello e lo squacquerone, ma credo si tratti solo di una questione di tempo. E, comunque, già fin d’ora, in qualche malga o rifugio a far compagnia alla polenta con i finferli e ai canederli si trovano gli spaghetti alla carbonara o le linguine all’amatriciana. Quando non la pizza al taglio. 


Luci lungo il sentiero "del cervo"

Una volta, passando per le viuzze strette tra le case avvertivi l’odore del legno, delle stalle e dei fienili, oggi per trovare una vera vacca (invito a non fare pensieri maliziosi...) devi andare quanto meno sugli alpeggi a duemila metri. Al posto delle modeste botteghette di generi misti (il mitico negozio di gemistenwahrenhandlung da pronunciare tutto in un fiato...) piene di tutte le vecchie carabattole introvabili in città sono spuntati come funghi rutilanti negozi d’articoli sportivi, jeanserie e boutique. Dunque non vi è più traccia di quelle preziose delikatessen come le croccanti rosette con il salame affumicato e il cetriolo sottaceto che ti preparavano per le gite al negozio di alimentari, gli scartocci di castagne secche da sgranocchiare per la strada o la spuma frizzante di mele del Bar Catinaccio e la ciotolina con la panna montata (vera, non spray) con le fragoline di bosco, i lamponi e i mirtilli che ti servivano alla malga Roncac. E non so più nulla della torta di nocciole alta un palmo della malga Alloch a Pozza (dovrò verificare..). 

Per le strade, al posto delle famigliole di quieti villeggianti in pedule, camicie a quadrettoni e calzoni di fustagno, circolano oggi, in un perenne struscio da via Bafile di Jesolo, bulletti e bullette su Golf GTI nere con le portiere che si gonfiano a ritmo di rap o disco-dance e mostruosi fuoristrada magnum con le quattro ruote motrici che servono ai proprietari unicamente per parcheggiare meglio sopra i marciapiedi. Per i sentieri di montagna, invece dei "Grüss Gott" bisbigliati con un rapido cenno di saluto quando s’incrociava qualche altro escursionista e dove regnava sovrano il silenzio oggi senti berciare decine di persone che si chiamano e gridano per ogni fesseria. 

Che bello quando l'unico rumore che si sente nell'aria è il volo delle api...

In tutti questi anni, poi, gli abitanti locali ci hanno messo del loro perché per compiacere il turismo di massa hanno sconciato di buona lena boschi e montagne per piazzare impianti di risalita e funivie dappertutto, consentendo a chiunque di arrivare in men che non si dica in posti prima accessibili solo a gente esperta. Per capire cosa intendo, basta vedere il parcheggio a (caro) pagamento allestito alla base delle Cime di Lavaredo. Sembra quello di San Siro nel giorno del derby. E con le lamiere luccicanti che arrivano a lambire le pareti di roccia. Al passo Pordoi, per fare un altro esempio, è stata realizzata una funivia per trasportare i gitanti che scendono dai pullman direttamente in cima allo strapiombante sperone di roccia del Sàss Pordoi, con un salto arditissimo di trecento metri a corda unica. Sulla cima (un deserto e silenzioso universo di pietraie e macchie di neve da cui godevi una vista strepitosa sul panettone del Sella, e che ora è brulicante di nonne e bambini...) è stata costruita una mega-stazione d’arrivo in cemento armato con bar, ristorante pizzeria con vista panoramica, solarium con sdraio e menu turistico mentre tutta la zona circostante profuma di brätwurstel. 

Dentro il cuore del Catinaccio succede anche di peggio. L’apertura della strada asfaltata che porta le automobili davanti alla porta d’ingresso del rifugio Gardeccia, evitando quell’ora e mezza di camminata che occorreva per raggiungerlo dalla stazione d’arrivo della seggiovia al Ciampediè, ha eliminato ogni forma di selezione naturale. Lo strappo ripido che porta al vicino rifugio Vajolet è dunque ormai, bene o male, alla portata di tutti. E da lì si arriva nel cuore della montagna vera, quella dove, se non la si conosce, ci si può anche far male. Infatti, il risultato più discutibile che questa offerta di massa della montagna produce è che troppa gente ormai può accedere alle escursioni più impegnative come e quando vuole, senza alcun allenamento e la più pallida idea di come ci si debba comportare, mentre ogni conquista (e la montagna lo è) richiede il suo tempo d’esperienza e non sono ammesse scorciatoie o facilonerie, soprattutto quando si rischia la pelle propria e quella degli altri. 


Guardando verso il Cansiglio

Così l’ultima volta che sono salito dal Vajolet al rifugio Re Alberto ho incrociato una bolgia dantesca di gitanti vestiti in canottiera e calzoncini, equipaggiati con le scarpe da jogging che si usano per correre nel parco sotto casa e che si arrabattava ad arrampicarsi lungo le rocce e roccette che portano al rifugio, facendo cadere un mucchio di sassi (per la gioia di quelli che stavano sotto). Qualcuno ogni tanto s’incrodava su qualche roccetta e bisognava aspettare pazientemente, tra le risate della comitiva, che si raccapezzasse su dove mettere i piedi e le mani, per non parlare della visione surreale di una signora in gonna issata di peso dal marito. Insomma, uno sfregio ai miei ricordi che ad un certo punto ho deciso di non accettare più e questo è uno dei motivi che, sia pure a malincuore, mi hanno spinto a cercare una montagna più di basso profilo, sicuramente meno attrattiva e spettacolare ma, proprio perché incontaminata dal turismo di massa, ancora semplice e genuina nei suoi valori. Capace di farti lottare duramente contro la tradizionale ostinazione della gente di montagna per uno stracotto d’asino con la polenta, ma di questo ne parleremo nel prossimo post….


lunedì 6 agosto 2012

Delle nostre contraddizioni e degli amici dei figli


Quando avevo il mio vecchio blog su Splinder per presentarmi utilizzavo una piccola e delicata poesia di Guillaume Apollinaire intitolata “Le Chat” con la quale dichiaravo al mondo quel che desideravo nella vita per sentirmi felice e che diceva:

Je souhaite dans ma maison: 
Une femme ayant sa raison, 
Un chat passant parmi les livres, 
Des amis en toute saison 
Sans lesquels je ne peux pas vivre.

Ma presto questa piccola perla di buon vivere è stata superata dagli eventi, non tanto perché l’elfa le sue ragioni le sa sostenere anche troppo bene, fino al punto da importele, quanto perché un bretone da 23 chili di irruenza festosa ha preso il posto che doveva essere del gatto e quello lì a passeggiare leggero e in punta di zampine tra i miei libri non ce lo vedo proprio. Anzi, è meglio che se ne tenga lontano.

Invece, qualche tempo fa, leggendo il blog "il cielo di Linda", che è a sua volta una delle mie lettrici, ho notato che lei utilizza per presentarsi agli altri questa bella frase del poeta americano Walt Withman: “Mi contraddico, sì, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.” che m’intriga molto perché mi ci identifico appieno. Come fosse stata scritta su misura per me.

Infatti, avevo appena riaperto Blogger per dirvi che ci saremmo ritrovati a settembre, finiti il caldo e le vacanze, e mi sono subito contraddetto con un nuovo post.

 L' Oliver Paterson Quartet dal vivo in un pub di Melbourne

Il fatto che mi ha spinto a raccontare nuovamente qualcosa è legato al ritorno a casa di nostro figlio da Casorate (Pavia), dopo i sei mesi trascorsi intensamente ad occuparsi di logistica nello stabilimento locale dell’Orèal.  Tralascio il fatto che sia tornato come un Babbo Natale estivo carico di pacchi dono aziendali traboccanti di creme rivitalizzanti per il viso, latti detergenti, fondi tinta, mascara, ombretti, profumi e shampoo di tutti i tipi, per i quali si è già scatenata una serrata lotta senza quartiere tra le due donne della sua vita: Katerina e l'Elfa.  Il sedare questo conflitto muliebre che ha incautamente acceso è un problema suo, un po' come la faccenda di Paride e della mela. Tanto più che da questa mattina è entrata in gioco anche la nonna materna, reclamando almeno un fondo tinta. Dunque, a prima vista non lo vedo messo bene... però il ragazzo sa essere molto persuasivo e quindi immagino ne saprà uscire con eleganza.

Per convincere due amici lituani e venire a trovare lui e Katerina fino a Casorate,
 occorre essere davvero molto persuasivi. Gli spritz aiutano...
Il fatto è che siccome sua madre ed io ci siamo ormai abituati ad avere un cittadino del mondo girovago dal giorno in cui violentando le nostre ansie di genitori lo abbiamo inviato ancora diciassettenne in Australia ricevendone in cambio Oliver “Ollie” Paterson, che è il giovanotto che nella clip qui sopra suona la chitarra jazz, sappiamo da tempo che di solito i suoi rientri alla base si limitano ad una manciata di giorni, giusto per lavare la biancheria, salutare i nonni, farsi dare qualche stropicciata di coccole dalla mamma e fare lo stesso con il cane, andare a farsi qualche birretta serale con gli amici più cari, fare il pieno al bancomat e ripartire per qualche altra meta fuori dai confini, possibilmente con la sua bella Katerina. 

Vol, il nuovo attaccante della nazionale austriaca

Ma questa volta c’è stato un fatto nuovo che mi ha colpito ed è stato il regalo davvero inatteso che gli hanno fatto i suoi amici di sempre, che per la prima volta, proprio come mia moglie ed io, non avevano potuto fargli la festa di compleanno, visto che il 24 luglio lui era ancora in trasferta. Ieri sera, sapendo che Gianmarco a settembre inizierà l’avventura dei due anni di specialistica all’Università di Vienna gli hanno organizzato una festa a sorpresa e gli hanno donato una maglia della nazionale austriaca personalizzata con il suo soprannome Vol, il suo anno di nascita e sul davanti una dedica bellissima firmata da tutti: “Così, anche se sarai lontano, ci avrai sempre con te…”.

Con la bellissima dedica firmata da tutti gli amici
Quando l’abbiamo vista sua madre ed io ci siamo commossi, perché è bello sapere che nella vita i propri figli possono contare su degli amici così straordinari…

venerdì 3 agosto 2012

Luglio e agosto blog mio non ti conosco...

Mi sono un po' assentato da queste pagine per un sovraccarico d'impegni di lavoro durante gran parte del mese di luglio, con alcune settimane di docenza belle toste da preparare e giornate da otto ore filate di aula, di quelle che rientri a casa soddisfatto, ma afono e con le caviglie gonfie. Subito a ruota sono arrivati alcuni impegni di famiglia, tra i quali nostro figlio che è ritornato alla base dopo i sei mesi di stage retribuito in Lombardia e si prepara a ripartire per i due anni di specialistica a Vienna con tutti gli annessi e connessi di volture, traslochi, prenotazioni, caparre e immatricolazioni che la faccenda comporta. Aggiungete pure altre varie ed eventuali, compresa qualche ecografia di controllo da fare e il cane da vaccinare per la filaria. Su tutto questo si è scatenato un caldo disumano e interminabile a liquefare le poche idee residue che ancora fluttuavano tra i miei esausti neuroni. 

Eccomi  in aula a Treviso Tecnologia con un gruppo
 di neolaureati e alle prese  con le metodologie per il Problem Solving

Dunque, riprenderò a scrivere più assiduamente appena la colonnina di mercurio sarà scesa di qualche grado e sempre che l'elfa ed io (e il bretone) non si decida che è l'ora di pensare anche a noi e di cercare le pedule in soffitta per andare a respirare per una decina di giorni un po' di aria fresca tra le malghe e le montagne dell'Alpago (e il profumo del pastin alla brace con la polenta). In tal caso ci si sente ai primi di settembre. Buone e serene vacanze a tutti... 
(Oh! non perdiamoci di vista... )

giovedì 7 giugno 2012

Noi che abbiamo vissuto quel lungo esame del 1966


L’avvisaglia che ormai ci fossimo vicini l’avevo appena letta sul bel blog di Mìgola e subito dopo ne ho avuto conferma sulla pagina web di Repubblica: “Maturità conto alla rovescia: si preparano 450.000 studenti”. Questo semplice titolo è bastato per rimettere in moto come ogni anno ai primi di giugno quel senso di agitazione incoercibile che mi attanaglia al solo sentir pronunciare le parole: esame di maturità. Non so perché, ma essendone abbondantemente lontano (gli esami che si affrontano alla mia età sono altri e ben più fastidiosi…) ed avendo un figlio ormai laureato e con tanto di Master che a domanda risponde: “abbiamo già dato” dovrei leggere la notizia con superiore distacco o addirittura ignorarla. Invece, ogni volta che si avvicinano gli esami ed escono fuori le prove della maturità sono subito pervaso da un senso di solidarietà verso tutti quei miei giovani alias seduti sui banchi e da qualche oscuro timore retrospettivo. Apro ansioso il giornale, leggo i compiti assegnati e mi domando se sarei stato capace di venirne a capo e spesso, tanto per farmi del male, arrivo al punto di cimentarmi perfino con le versioni (tanto ho la traduzione e posso copiare). 

Forse tutto nasce dal fatto che la mia maturità l’ho vissuta come un incubo non del tutto rimosso e tuttora ignoro come abbia fatto a conseguirla. Parlo del diploma, ovviamente, non della maturità comportamentale. Mia moglie, infatti, dubita fortemente che io ne sia in possesso sostenendo da sempre che devo esser stato colto dalla sindrome di Peter Pan attorno ai sedici anni e che ancora oggi mi comporti di conseguenza.


In campo Sant'Angelo, con l'aria serafica che deriva
 dalla consapevolezza di non sapere un tubo.

L’esame, comunque, l’ho passato nel 1966, all'acerba età di diciassette anni, perché ero stato spedito a scuola avanti di un anno nella certezza che tanto prima o poi sarei stato bocciato e mi sarei rimesso in pari, invece non accadde. Era la maturità pazzesca in vigore prima della riforma degli anni '70, praticamente immutata dalla fine del 1800 e dove si portavano i programmi di tutti e tre gli anni di liceo, si facevano tutti gli scritti possibili e gli orali erano due, separati da una settimana e su tutte le materie. Prima c'era il blocco di quelle scientifiche, poi quelle classiche. In entrambi i casi, erano almeno due ore d'esame garantite e t'interrogavano anche in storia dell'arte, in chimica e in scienze naturali. Alla mattina e anche al pomeriggio. 

Io non ho mai pompato eccessivamente sui libri, ma in quelle settimane disperate in cui ci si giocava tutto restavo a studiare fino a notte fonda, con solo la gatta assonnata a tenermi compagnia. Un po’ ero motivato dal fatto che non vedevo l’ora di uscire dal mondo della scuola con tutti i suoi riti che non sopportavo più e molto lo facevo per orgoglio personale e per dare finalmente una gioia a mia madre, che se la meritava. Un pochino anche perché se mi avessero bocciato immaginavo le prese per i fondelli e i sorrisetti ironici dei miei amici nel chiedermi per tutto l'anno seguente a che facoltà mi fossi iscritto. Infine, c'era anche la faccenda della storia appena iniziata con Donatella, ma di questo ne stiamo già parlando altrove e ci ho scritto pure un libro, dunque ve la risparmio.


Quello che "potrebbe fare, ma non si applica.." colto in un momento
in cui si applicava (forse...)


Le dimensioni dell’esame e l’impegno richiesto erano qualcosa di terrorizzante e non solo per me, ma anche per i più bravi. Fin da gennaio non si pensava ad altro e l’ultimo mese di scuola non si riusciva neppure ad organizzare una partitella a calcio o un’uscita al cinema perché erano tutti chiusi in casa chini sui libri (avessero avuto Wikipedia invece del Bignami, magari…). Emanuele si faceva negare al telefono e Marcello si aggirava per le Mercerie con una faccia che sembrava l’urlo di Munch. Lino, invece, era stato mandato da sua madre Serenina in ritiro come i calciatori nella cinquecentesca villa avita di Biancade persa nelle campagne vicino a Treviso perché si concentrasse nello studio (difficile conoscendolo) tra vecchi libri e i quadri del nonno ed era irraggiungibile. Le ragazze poi non parliamone. Già molte di loro erano secchione per tendenza naturale, ma anche quelle allegrotte del tipo usato sicuro sembravano entrate in clausura, con le madri che rispondevano seccate al telefono “Lasci stare tranquilla mia figlia che deve studiare. Anzi, lo faccia anche lei, che le conviene…”. 

A spasso con una compagna di classe, ma solo per ripassare
il greco, che non si pensi male...

L’unico tra noi che appariva serafico era un certo Magrofuoco, un giovanottone mite, dinoccolato, con le camicie di flanella a quadrettoni tipo tovaglia di trattoria sul Piave, i sandali con il calzino bianco e gli occhiali da miope spessi come un fondo di bottiglia, che veniva dalle campagne attorno a Treporti e che dopo il liceo voleva entrare in seminario (infatti, fa il sacerdote). Lui era il fenomeno che quando ci davano la versione dal latino, visto che la finiva in quindici minuti, poi la traduceva anche in greco per la gioia del professore ed era abbonato al 10 con lode venendo portato ad esempio per tutta la classe. Per questo, pur essendo un degnissimo figliolo, stava sulle palle a tutti e quando alla maturità cannò entrambi i compiti e prese un misero sei in latino e in greco molti di noi (si dice il peccato, non il peccatore) fecero gesti scurrili davanti ai tabelloni con i risultati. 

Qualcuno tentava perfino la via del doping. Ricordo un mio compagno che su consiglio di “uno che sapeva” si era impasticcato di simpamina prima dell’orale per presentarsi lucido e brillante di fronte alla commissione. Purtroppo per lui la commissione sospese gli orali per qualche ora per dare spazio a due privatiste fuori elenco che dovevano ritornare non so dove e quando venne il suo turno la pastiglia aveva finito l’effetto galvanizzante e si presentò al colloquio con la stessa brillantezza di un bradipo esausto. 



C'è poco da fare, il diploma l'ho preso, ma la maturità...
beh, quella mi deve ancora raggiungere...

Qualche giorno prima dell’esame si era saputo che l’insegnante esterna di latino e greco sarebbe stata una certa professoressa Chiozzi di Modena. Qualcuno si prese la briga di telefonare al suo liceo e ne venne fuori la storia che era severissima e che a Modena generazioni di studenti se la facevano sotto solo a sentirne il nome. In realtà non la ricordo particolarmente crudele, anzi, era perfino una donna dotata di un bel senso dell’ironia espressa con un bonario accento emiliano. Infatti, appena mi sedetti di fronte a lei per sostenere l’interrogazione di greco mi guardò soddisfatta e disse: “Lo sa che non vedevo l’ora di conoscerla?”. Ovviamente lusingato le chiesi il motivo e lei prendendo il compito con la mia traduzione rispose: “Perché lei è uno stratega eccellente. La sua idea che Pericle suggerisca agli ateniesi di dare fuoco alla propria flotta per disorientare gli spartani che assediavano la città è assolutamente geniale…” . Provai a sostenere la tesi che Pericle in realtà faceva il doppio gioco ed era un infiltrato spartano, ma venni ugualmente rimandato ad ottobre in greco con un bellissimo 3 (numero spesso ricorrente in quella materia)


la sigaretta della notte prima con gli amici...

Per la prova di italiano scelsi il tema storico anche perché inizialmente ero stato tentato di affrontare quello su Ungaretti pensando che avrei potuto scrivere qualcosa sulla sua raccolta poetica “Ossi di seppia” ma per fortuna Emanuele mi suggerì che era di Montale e quindi lasciai perdere. Il compito chiedeva di descrivere il periodo delle campagne risorgimentali da Cavour a Garibaldi dove qualcosina, avendo madre e nonna piemontesi e sabaude, sapevo. Dopo quattro ore, al momento di consegnare, avevo scritto moltissimo della situazione socio-economica del Piemonte (anche con un sapido excursus sulla cucina delle Langhe e gli agnolotti con il plìn e il sugo di brasato) un po' di Cavour (giusto che amava mangiare il risotto con il tartufo al ristorante del Cambio), ma di Garibaldi nessuna traccia (doveva essere ancora in viaggio di nozze con Anita). Ero praticamente rimasto bloccato nei pressi dello Statuto Albertino e della fatal Novara come i gitanti della domenica al casello di Melegnano.


... ma anche la birretta della notte prima con gli amici
(che non ci facevamo mancare niente, noi...)

Quindi, rassegnato ad andare ad ottobre anche in italiano, oltre che in greco e forse altro, tralasciai di studiare per l'orale e di conseguenza andai molto male. Mi arrampicai sugli specchi come Messner quando mi chiesero del Parini (confuso con il Monti) e non riuscii a recitare a memoria i sepolcri del Foscolo oltre alle prime tre righe e a quel "vero è ben Pindemonte!" che declamavo con piglio tenorile. Mi risollevai un po' con Carlo Goldoni (avevo visto la Locandiera di recente), ma crollai quando gli attribuii una commedia di Giacinto Gallina. Dunque, presi un bel 4 con la commissione che sembrava molto rammaricata della cosa, come se da me si aspettassero tutt'altra performance, anche se non ne capivo il motivo (scusate, ma non avete visto chi avete di fronte?). 

Così, alla fine, visto che non ci arrivavo, il nostro commissario interno (il preside, ormai un vecchio amico per tutte le volte che mi mandavano a fargli visita) me lo spiegò e con mia grande sorpresa mi rivelò che avevo preso 10 nel tema, che all'epoca era un voto pazzesco, dunque i professori erano delusi perché si aspettavano che li stupissi con altrettanta brillantezza all’orale. Fatta la media, il voto finale in pagella fu 7 che andò ad aggiungersi ad un altro 7 del tutto estemporaneo in fisica, guadagnato perché il professore mi disse ridacchiando che intendeva premiare il coraggio spudorato di uno che per la disperazione si era inventato su due piedi la tortuosa dimostrazione di un teorema che ignorava, peraltro riuscendoci. Talento precoce, no? 


Pensoso e dubbioso sull'esito dell'esame. Sarò andato peggio in  greco o in latino?
Però in filosofia ho fatto un figurone...


Infine, ho ancora vivi nella mente il batticuore e gli sguardi di quella mattina sulla fondamenta davanti al Foscarini, tutti in attesa che si aprisse il portone per poter vedere i risultati affissi in bacheca. Ricordo le scaramanzie di Emanuele, con le bretelle che gli portavano buono e il profumo spagnolo di suo padre e quelle di Marcello, che indossava ancora la stessa camicia del giorno dell'esame (e si sentiva). Ricordo Annavera che stava assorta in disparte e non voleva parlare con nessuno, che neanche ti potevi avvicinare ed Elena che guardava fissa l'acqua del canale e ripeteva come un mantra "se è andata male non torno neanche a casa, mi butto e basta" e poi la corsa tumultuosa dentro l'atrio appena i bidelli avevano aperto, con il mio nome che era in basso e avendo tutte le teste che si agitavano davanti non riuscivo a vedere che ci fosse scritto. Finalmente Emanuele che mi dice: "Che culo! Hai solo greco" e il mio urlo di gioia neanche avessi segnato a San Siro nel derby.


La cena di fine liceo, con il sollievo di avere avuto solo greco da riparare ad ottobre.
All'alba mi troverò su una panchina della Giudecca ad aspettare
il vaporetto senza ricordare come ci fossi arrivato.

Poi tutti a consolare la povera Mavi che era stata bocciata e singhiozzava tutte le sue lacrime con il seno precocemente ipertrofico che le sussultava, mentre invece Maurizio, bocciato a sua volta quando pensava di avere due materie soltanto, appariva come un eroe omerico folgorato da Zeus e stava appoggiato allo stipite del portone come un corpo senza vita. Infine il girotondo sfrenato e collettivo in fondamenta con Marcello che declamava uno per uno i nomi di tutti i professori e noi che li vaffanculeggiavamo in coro fino a far venir fuori i bidelli (vaffanculeggiati anche loro, maledette spie del preside). 

A ben pensarci, quanta magia in quelle giornate ormai tanto, troppo lontane... (fermate il mondo, voglio scendere).

Dedicato con tanto amore a Marina, Cristina, Elena, Sandro, Francesco e Marcello che non ci sono più.

mercoledì 23 maggio 2012

Doge in stand-by

Lo so, lo so... è un bel po' di giorni che non mi faccio vedere, non posto nulla e, peggio ancora, non commento sui blog amici. Un disastro di blogger, insomma. Me ne scuso, naturalmente, ma il fatto è che fino ai primi di giugno le mie residue energie mentali saranno impegnate a preparare alcune giornate di aula piuttosto impegnative. Il ché significa non solo rispondere alla classica domanda del formatore: " ...e mo che ci dico io a questi?" ma anche preparare i materiali didattici e i casi aziendali per i lavori di gruppo da discutere assieme. Insomma, una bella spremuta di meningi.
Ma non basta. Infatti, una sera che l'elfa era insolitamente soave nei miei confronti ho proposto che dovendo andare a trovare il nostro giovane logistico nel suo eremo di Casorate si sarebbe potuto anche fare un bel giro turistico per gli agriturismi dell'Oltrepo' pavese. Così sono stato preso in parola e ora mi tocca farlo per davvero. Quindi, dovrò lasciare Donatella a sbollire per qualche settimana le sue ire funeste per l'incauta provocazione di Carlo e il mio povero alter ego senza la sua adorata barca e la guancia ancora dolente per il ceffone. Ma ne riparleremo anche perché il giovanotto ora ha da giocare la carta dell'invito sulla barca a vela del padre di lei per la crociera in Istria e volete che se la faccia sfuggire?
Presto saprete come va a finire...
Ciao

domenica 13 maggio 2012

Dell'antica arte veneziana di litigare con le ragazze riconquistate e lasciar loro la barca


Quel “Ma noi… perché ci siamo lasciati?” buttato lì da Donatella come se fosse stata colta da una riflessione improvvisa sulle nostre vicende passate e si domandasse se non fosse giunto il momento di tornare indietro invece di farmi felice mi fece quello strano effetto di quando desideri tanto che accada un qualcosa ma poi appena succede rimani deluso perché pensi che in fondo non lo volevi in quel modo o non era quello che avevi immaginato. Avevo fantasticato molto nei mesi precedenti su come sarebbe stato il momento in cui ci saremmo rimessi assieme (perché doveva giungere, che diamine!) e nelle mie fantasie c’era una sorta di lieto fine cinematografico con i due che all'improvviso, magari per un incontro fortuito, si riscoprono innamorati come e più del primo giorno e si gettano l’uno tra le braccia dell’altra. Ora invece lei, che sicuramente aveva preparato ogni passo con cura fin dal momento della telefonata serale perché le ragazze conducono sempre loro il gioco dell'amore anche se sono abilissime a farti credere che lo stai conducendo tu, mi lasciava tra le dita il cerino acceso di doverle rispondere in qualche modo scoprendo le mie intenzioni.


Tramonto sul Rio di Cannaregio 

La parte razionale che alberga in me, essendo da sempre in netta minoranza rispetto alla parte emotiva, dovette faticare parecchio per dissuadermi dallo sporgermi d’impulso verso di lei e baciarla sic et simpliciter motivando il tutto con il fatto che la cosa sarebbe stata tecnicamente difficile avendo il tavolino, i piatti e le bottiglie a far barriera tra noi.  Avrei potuto alzarmi da tavola e raggiungerla, ma avrei dovuto anche far spostare alcune persone che sedevano sulla nostra stessa panca, tra le quali un omone sudato con la faccia immersa nell'anguria e non mi pareva il caso, per tacere del fatto che avendo mangiato entrambi le masanette (i granchi di laguna) condite con l’aglio e il prezzemolo, l’eventuale bacio avrebbe perso molto del suo romanticismo. E poi, a ben vedere, la frase di Donatella era ambigua. Che ne sapevo se voleva davvero dire: “che ne dici se ci rimettiamo assieme?” oppure nascondeva qualcuno dei suoi inganni?

Così, dopo aver elaborato migliaia di ipotesi in una frazione di secondo, la parte razionale, ringalluzzita dall'aver avuto ascolto una volta tanto, mi suggerì: “Carlo, è sicuramente una trappola... prendi tempo… non scoprirti, rilanciale la palla e vedi se si scopre lei” . Questo fu il motivo per cui le risposi con un: “Boh… il perché ci siamo lasciati francamente non lo so. Hai fatto tutto tu…” che mi sembrava molto efficace per indurla a fornire la sua versione dei fatti. Ma proprio come mi succede talvolta giocando a scacchi, quando dopo una lunga meditazione faccio finalmente la mossa astutissima che getterà nel panico il mio avversario e poi mi accorgo di aver lasciato la regina in presa, me ne pentii immediatamente. Donatella dall'espressione di piacevole attesa degli eventi virò subito sull'aria infastidita, anzi molto infastidita. 
“Eh già! Per te è sempre colpa degli altri, vero? Tu non sai mai perché accadono le cose e, comunque, te ne chiami fuori elegantemente come tuo solito“.


I vecchi bàcari veneziani, dispensatori di deliziosi cicchetti e buoni vini.
Questa è "La vedova" dentro una calletta nascosta in Strada Nova

Ora io non sono un tipo fumantino, anzi.  Solitamente, quando mi trovo sotto attacco provo a replicare fino ai limiti del sopportabile con garbo ed ironia, essendo un fedele osservante della legge di Murphy che recita: “Mai mettersi a discutere con un cretino. Chi ascolta potrebbe non cogliere la differenza”, ma in quel caso, vuoi per la delusione di essere passato in un amen dal possibile bacio alla litigata certa, vuoi perché il modo con cui lei mi aveva lasciato bruciava ancora a mesi di distanza, andai subito dritto al nocciolo della questione incurante delle conseguenze, in una sorta di: à la guerre comme à la guerre.

“Beh… forse sarà il vino, ma ti vedo un po’ smemorata sulla faccenda perché come non ricordi o fai finta di non ricordare non è stata una mia iniziativa. Sei tu che quella sera di ritorno dal cinema ti sei fermata di colpo come folgorata dagli Dei in mezzo a Campo Sant’Angelo e mi hai detto senza alcun preambolo che le cose tra noi non funzionavano più e che era meglio che ci lasciassimo. Quando ho ripreso fiato e te ne ho chiesto la ragione mi hai fatto tutto un sermone sull'impegno diverso che avrei dovuto mettere nel nostro rapporto e perfino negli studi. Ora, se mi chiedi un maggiore impegno verso di te, se ne può benissimo discutere, ci mancherebbe, anche se faccio fatica a capire in cosa dovrei impegnarmi di più. A tal proposito ti ricordo che lo scorso anno per pura gelosia - anche se lo neghi - degli incontri femminili che avrei potuto avere a bordo mi hai fatto vendere la  Fender Stratocaster appena comperata e per amor tuo ho rinunciato a suonare ancora sulle navi da crociera, che non mi sembra poco come segno di serietà nei tuoi confronti perché oltre a vedere il mondo gratis, mi pagavano pure bene e mi ci divertivo un sacco. Per il resto, devo ancora capire cosa c’entrassero i miei esami di giurisprudenza con il nostro rapporto. Ho ventuno anni, mi mancano sei esami e la tesi e non sono ancora fuori corso, quindi non mi pare di essere poi messo così male.  Ci arrivo alla laurea, stai tranquilla...”.


Questo è il Codroma, storico ritrovo di studenti, artisti e perditempo vari
 dalle parti dell'Angelo Raffaele. 

Come davo per certo, Donatella mi lanciò uno sguardo inceneritore, poi replicò piccata.
“Guarda che il fatto che ora ti manchino “solo” sei esami è tutto merito mio, che se rimanevi a fare il menestrello a bordo come minimo oggi te ne sarebbero mancati una dozzina e avresti ancora la media del 19 abbondante, come ti vantavi con quei nullafacenti dei tuoi amici, che Dio vi fa e poi vi accoppia. Ma quel che ti rimprovero, anche se ti fa comodo fare sempre orecchie da mercante, è che non noto in te alcuna voglia di fare le cose seriamente, di costruire il tuo futuro. Sembra che tu ti diverta a restare nel tuo limbo di “né carne, né pesce” dove nessuno ti disturba chiedendoti responsabilità che non hai voglia di assumerti. Ci stai troppo comodo, vero? Eppure io, scomodando la mia famiglia, ti avevo anche procurato un’opportunità importante, ma tu l’hai lasciata cadere…”


Il ponte che va in campo della Celestia, dietro all'Arsenale
Per un istante, avendo capito dove stava andando a parare, pregai tutti i santi che conoscevo che non ritirasse fuori la storia del praticantato nello studio da avvocato di suo nonno, ma Donatella fu più rapida delle mie preghiere costringendomi a rispiegarle tutto per l’ennesima volta.
“Visto che anche ora, come quella sera, mi rimproveri di non avere ancora deciso cosa voglio fare da grande e di non far nulla per crearmi un futuro professionale, ti ribadisco per l'ennesima volta che so perfettamente di aver sbagliato a dar retta a mia madre, che per mille motivi suoi ha insistito perché facessi Giurisprudenza anziché entrare in Accademia Navale come mio padre, che era quello che sognavo. Di conseguenza, non provo alcun interesse per la materia forense, la studio controvoglia e anche se ormai sarebbe stupido mandare tutto a monte e quindi farò comunque l’ultimo sforzo per laurearmi, ti ripeto che non ho la minima intenzione di fare l’avvocato nella mia vita futura. Questo è il motivo per cui non avevo e non ho alcuna voglia di rinchiudermi nello studio di tuo nonno a fare praticantato di diritto amministrativo tra faldoni, codici e gazzette ufficiali. Quindi, ringrazia il nonno della sua generosa offerta, so benissimo di star rinunciando stupidamente ad un mucchio di soldi futuri, ma non la cosa non m’interessa assolutamente. 
Infine, quel che intendo fare della mia vita è affare esclusivamente mio e sono stufo sia dei consigli affettuosi che delle sottili pressioni psicologiche e ancor più dei ricattini sentimentali. In sintesi e tanto perché tu te ne faccia una ragione: d’ora in poi qualsiasi donna mi vorrà, mi dovrà accettare come sono in base al principio che io non cercherò mai di cambiare lei e di conseguenza ho diritto di pretendere che lei non cerchi di cambiare me ”.



Quando sono a corto di argomenti, ti dicono che sei il solito immaturo, 
come se non lo sapessi già di tuo...

Donatella posò con malagrazia la forchetta sul tavolo poi allontanò da sé il piatto quasi disgustata.
 “Appunto! Speravo che in questi mesi avessi riflettuto sul perché ti avevo lasciato e fossi cambiato, ma vedo che sei rimasto ancora il solito immaturo che non vuole crescere e non sa assumersi le sue responsabilità. Devo dire che tua madre ha proprio ragione…”.
Ora, a parte il fatto che, volendo essere maliziosi fino in fondo, uno dei possibili motivi per cui c‘eravamo lasciati l’avevo ben chiaro e aveva anche il nome e cognome del figlio di un dentista veneziano: uno stronzetto pieno di soldi e pure fascio che girava per il Lido con una 850 sport rosso fuoco e le ronzava attorno da tempo, tuttavia la citazione di mia madre, non certo casuale, mi diede la prova provata che quando le due si erano sentite al telefono avevano fatto ancora una volta comunella ai miei danni sulla faccenda dello studio e del mio avvenire e la cosa mi fece andare immediatamente su di giri. Così reagii d’impulso e le rinfacciai tutta una serie di cose tra le quali mi sfuggì anche il figlio del dentista tanto che Donatella si alzò di scatto e mi mollò un ceffone di quelli che ti lasciano le cinque dita sulla guancia e fanno voltare la gente nel raggio di venti metri, poi, dopo aver fatto spostare un mucchio di gente dalla sua panca scappò via in direzione del pontile dove era ormeggiata la Carla II.


Corte privata dietro Ruga Giuffa

L’uomo che mangiava l’anguria e si era goduto tutta la scenetta sorrise ironico. “Ciò! Te le ga cantàe ben la to morosa, vecio mio… varda se ti gà ancora tutti i denti in boca, che par mi qualchedun xe finìo zo par tèra….”
Controllai con la lingua se tutto fosse a posto giusto per scrupolo.
“Ma sì… i denti li ho ancora tutti e se mi fa passare, la raggiungo…”
“Ecco bravo… còrrighe drio che la xe andada a piànzer in barca”
Alla fine si spostò ma non prima di avermi avvisato che “… così dopo ti ghe la dà vinta, che xe proprio quel che le donne le vol quando che le se mete a piànzer…”. 
Dovette anche aggiungere la considerazione che: "In amor tuti i fioi zòveni i xe proprio dei gran mona" ma non ci badai e la raggiunsi. 
In effetti, Donatella si era seduta in barca e piangeva in silenzio rivolta verso la laguna per non farsi vedere (se non da me). 
Ora, dal momento che una donna che si faccia spuntare una lacrimuccia mi riempirà talmente di sensi di colpa che avrà subito il pieno e totale controllo su di me avendola vinta su qualsiasi questione anche se aveva torto marcio, salii a bordo e mi sedetti al suo fianco per chiederle scusa del mio comportamento e di quello che le avevo detto, guadagnandomi in prima battuta uno “Stronzo!” con il volto rigato di lacrime che non prometteva bene.
Così come non prometteva affatto bene la voce del cameriere apparso sul pontile alle mie spalle “Ciò! Bèo… sta miga a far il furbo… chi xe che paga il conto qui?”
Gli mostrai il portafoglio perché vedesse che i soldi li avevo.
 “Ma si… lo pago io. Stia tranquillo….non sto mica scappando. Non vede la situazione? E poi la barca è ancora legata, dove vuole che vada?”
“A parte che quando no ti si bon a far i nodi le barche le se sliga con niente, che quei nodi che ti gà fatto no i va ben gnanca par ligàrse le scarpe, vien dentro alla cassa che te fasso il conto, così dopo ti pol far queo che ti vol…”


Corte privata dietro Campo Santa Giustina

Lo seguii dentro il locale e dopo avergli messo in mano una discreta sommetta, siccome sosteneva di non avere moneta per darmi il resto prese un bottiglione da due litri che sembrava pieno di erbe e posati sul banco due bicchierini di plastica li riempì quasi fino all'orlo  “Dai! Che ve offro a tuti e dò il digestivo della casa, per farvi fare pace…”
“Grazie, ma non credo sia sufficiente per far pace con quella lì… ”
“Varda che el xe miracoloso. Lo femo in casa co’ le nostre erbe aromatiche. Ghe xe dentro anca la salvia, el rosmarin, la liquirissia, le scorse de narànsa e i carciofi… portalo alla tua morosa, ti vedarà che dopo la ghe torna subito il sorriso”. Siccome insisteva a smenarmela con le virtù del loro digestivo e io volevo tornare alla svelta da Donatella presi in mano i due bicchierini e uscii dal locale proprio mentre mi giungeva il rumore  del motore della Carla II che si avviava di gran carriera.

Arrivai trafelato sul pontile giusto il tempo di vedere Donatella e la mia barca ferme in mezzo alla laguna a cinquanta metri da riva. Aveva messo il motore a gorgogliare in folle e mi guardava con aria di sfida. Le gridai di tornare indietro, ma mi fece cenno di no, poi avvicinò la Carla II al pontile per venire a portata di voce.
“Tella, per favore, non facciamo stupidaggini… ho capito che ti sei offesa e che ho esagerato, ma ti ho chiesto scusa, no? “
“No… mi hai detto un mucchio di stronzate e finché non mi passa l’arrabbiatura e ti scusi seriamente e non di maniera come hai fatto prima, la barca la tengo io, così impari…”
“Su, dai, non facciamo bambinate… riportala qua che non la sai neanche guidare!”


Una bella corte privata che un tempo era il chiostro dei frati di San Piero di Castello

Per tutta risposta lei diede di nuovo gas facendo impennare la Carla II e descrivendo un cerchio perfetto.
“La so portare anche meglio di te. Cosa credi?  Ci sono nata sulle barche io….”
“Va bene, lo vedo, sei brava… me la riporti ora?"
"Non ci penso nemmeno..."
"Dai.. su non scherziamo..."
"Io sono serissima..."
"D'accordo, hai vinto! Mi scuserò seriamente come dici tu, ma a come faccio a farlo a se te ne stai lì in mezzo al canale?"
"Troppo comodo farlo adesso, bello mio... ti ho detto che mi deve passare, per oggi la tua barca te la scordi"
"Vabbè, se hai deciso così prendila pure, ma come faccio a tornare a casa? Non è che posso nuotare o andare a piedi”
“Non piangerti addosso... hai il vaporetto a Punta Vela tra mezzora, hai tutto il tempo di prenderti il caffè oltre al digestivo che hai già in mano, è una passeggiata di dieci minuti… “
“Si, ma dove me la porti? Al mio cantiere non ti conoscono e non la puoi lasciare incustodita in canale”
“Tranquillo, la lascio al Diporto velico di Sant’Elena dove ha la barca mio padre.  Siamo soci, una palina te la trovano senz’altro e lì è sorvegliata dai custodi anche di notte”
Fece una pausa poi aggiunse… “A proposito di mio papà… domenica facciamo la traversata in barca per Pirano e Umago e mi aveva detto di chiederti, visto che gli serve un uomo d’equipaggio, se vuoi unirti a noi. Io te lo sconsiglio e se fossi in te ora rinuncerei con una scusa, però mi ero impegnata a dirtelo e l'ho fatto...”
“Ah! Ringrazia tuo papà e digli che invece ci vengo con molto piacere perché se giochiamo a farci i dispetti sono bravo anch'io  ma, però, non è che ne possiamo parlare in barca?”
“Ti ho detto di no, comunque va bene per la gita, in fondo se vuoi venire sono cavoli tuoi. Riferirò al papà… ciao.”.
Detto questo diede di nuovo manetta e con un’altra virata che sollevò un mucchio di candida schiuma la Carla II prese rapidamente il largo in direzione di Murano. La seguii con lo sguardo finché diventò quasi un puntino. Poi di colpo sentii alle mie spalle la voce divertita dell’uomo dell’anguria.
 “Ciò! Vecio… ma ti te ga fato ciavàr la barca da una donna? Vergògnite…”
“Eh! Succede… che vuol farci? L’unica ormai è berci sopra…”
Gli porsi il bicchierino con l’amaro per Donatella e trangugiammo assieme virilmente i nostri liquori in un sol sorso, poi, dopo un rapido cenno di saluto mi avviai al vicino pontile ad aspettare con calma il battello della linea 13 per le Fondamente Nuove, che per fortuna mi erano rimasti giusti i soldi per il biglietto.

(continua…)