sabato 12 aprile 2014

Dell'importanza di chiamarsi Kevin e delle sorprese della vita


La signora con la felpa rosso lacca che faceva a pugni con i pantaloni della tuta rosa confetto era seduta su una panchina di piazzetta Santa Barbara per godersi il primo sole primaverile confabulando con le amiche in modalità “gossip senza ritegno” quando entrò improvvisamente in modalità: “madre agitata ma con tendenza al madre molto agitata” alzandosi di colpo e iniziando a sbracciarsi strillando: “Keeeevin, Keeeeevin….” . Tutto questo mentre passavo nei suoi pressi per la passeggiata pomeridiana con il quattro zampe peloso e facendo ululare il bretone che probabilmente aveva percepito alcuni ultrasuoni fuori dalla portata dell’orecchio umano, ma non del suo. Non mi ci volle molto a capire che il destinatario degli strilli era un bambinotto rubizzo e florido dai capelli a spazzola, che stava giocando a calcio con altri indemoniati sullo spiazzo in cemento del campo da basket e che, dopo aver reclamato a gran voce un rigore inesistente, al momento di batterlo era ruzzolato incespicando goffamente sul pallone mettendosi subito a piagnucolare immagino più per la figuraccia che per essersi ammaccato.

Un rigore calciato da Kevin è appena atterrato nel nostro giardino destando perplessità
Lasciato trascorrere il tempo necessario alla madre per portare i primi soccorsi con l'acqua ossigenata, il cerottino al ginocchio sbucciato e l'asciugatura delle lacrime, guardai meglio l'infortunato mentre riprendeva il gioco come se nulla fosse a conferma che era stata tutta una scena. Era un torello in formato XXL con la maglietta del Milan e una specie di codino multicolore sulla nuca alla Roberto Baggio, senza dubbio opera di un barbiere da segnalare al Tribunale dei minori. Valutandolo anche da un punto di vista tecnico (gli interisti sono tradizionalmente molto esigenti) notai che portava troppo la palla dribblando chiunque in “stile oratorio” e che doveva sentirsi molto bravo perché nessun altro bambino riusciva a contrastarlo o a spostarlo dal pallone, ma purtroppo per lui questo accadeva solo per via del baricentro basso e dei suoi lombi precocemente massicci. Così tanto pieni di polpa da farmi immaginare che o la madre in tuta rosa lo ingozzava di farinacei come l’oca per il foie gras, oppure che il pargolone facesse parte di quella sventurata generazione di ragazzini in dieta intensiva di Cipster e merendine al grasso idrogenato durante l’intervallo scolastico, dunque condannati alle profonde malinconie dell’età puberale per via dei brufoli incontenibili.

Quello che m’incuriosì, però, era quel nome inatteso da bimbo yankee e agguerrito di “Mamma ho perso l’aereo” e che qui da noi, terra di santi, poeti e navigatori, avevo sempre immaginato potesse essere affibbiato unicamente al figlio tamarro di Jessica e Ivano (cfr. Viaggi di nozze, di e con C. Verdone, M.& V.Cecchi Gori Production, Italia, 1995). 


Invece, ora avevo un vero Kevin davanti agli occhi, in carne (molta) e ossa. Che poi, esaminandone lombrosianamente la madre, per quanto ne sapevo il ragazzino poteva benissimo anche chiamarsi Chevin, come avevo appreso quando mia moglie Morena insegnava economia e tecnica bancaria ai giovani ragionieri della Riviera del Brenta. La sera del sabato, infatti, una volta sotto le lenzuola e come condizione ineludibile per l’espletamento (forse) di alcune mie velleità coniugali, l'elfa mi rifilava da correggere i compiti di economia aziendale dei suoi allievi in quanto, occupandomi di metodologie manageriali, ero ritenuto persona sufficientemente informata dei fatti. In tal modo, segnando a matita blu quello che mi pareva un erroraccio e dopo averle detto inorridito “ Meno male che questa per te sarebbe la migliore della classe. Non sa neppure scrivere il proprio nome… sostiene di chiamarsi Gessica come se fosse uno stucco per muri. Immagino che di cognome faccia Ducotone” avevo scoperto che tanta gente impone ai figli nomi stranieri perché fa tanto fino, ma non li sa neppure scrivere decentemente.

Non avete idea, infatti, di quante versioni di Samantha o Deborah abbia visto comparire sui compiti in classe di mia moglie, con quella “H” che andava e veniva irrequieta e secondo l’estro dei genitori. Per non parlare poi di tutti quei Cristian o Cristhian dei maschietti, che già è discutibile affibbiare una professione di fede ad un figlio che non può opporsi, impedendogli magari un domani di essere buddista o altro senza imbarazzo, ma almeno, se proprio lo volete fare, il nome scriveteglielo bene, che diamine! Basta informarsi. Che poi i nomi bisognerebbe anche poterli abbinare ai cognomi senza che gridino vendetta al cielo, che se uno si chiama Kevin e poi ha un cognome da profonda campagna veneta che non c’entra nulla, l’effetto tragicomico è garantito.

Per fortuna non siamo i soli a non aver dimestichezza con i nomi stranieri 

Comunque, il dubbio che Kevin potesse essere uno dei tanti ragazzini stranieri del quartiere svanì immediatamente appena la mamma riuscì ad avvicinare nuovamente il figlio vicino alla fontanella della piazza per un rapido scappellotto. “Keeeevin! Varda come ti te gà combinà, (termine irriferibile)… e poi no sta a bèvar l’acqua fredda che ti xe tuto suà e te vien la bronchite, porco de quel can!”. 
Quest’ultima frase indusse il bretone a protestare vivamente abbaiando.

Dunque, la madre di Kevin era di queste parti, sicuramente "nostrana" come si dice della soppressa trevigiana e con un accento vagamente di terraferma che ad un altezzoso veneziano del centro storico qual sono suonava assai “country” e localizzabile in un triangolo compreso tra le vicine località agresti di Robegano, Scorzè e Martellago. Inoltre, m’incuriosiva quella sua teoria medica originale secondo la quale un sorso di acqua fresca da una fontanella in una giornata primaverile avrebbe potuto scatenare una bronchite da ricovero. Io negli anni della scuola avevo giocato freneticamente a pallone con ogni tempo e in ogni stagione, rientrando a casa fradicio di sudore anche in pieno inverno e non mi ero beccato mai neppure un raffreddore, che in tempi di interrogazioni di greco e compiti di matematica mi avrebbe fatto assai comodo. Se solo avessi saputo che sarebbe bastato bere un sorso da una fontanella…

Anche il bretone mi guardò ridacchiando maliziosamente di quei due tamarri umani, poi, dopo avermi fatto capire che nel frattempo aveva annusato ogni centimetro quadrato di erba e che, francamente, avrebbe gradito alzare la gamba per marcare il territorio altrove, mi trascinò via impedendomi ogni altra considerazione malevola su Kevin e la sua mamma.

Due sere dopo, mentre ero in pizzeria con la mia elfa che nel frattempo era uscita in giardino a fumare, il tavolo da sei alle mie spalle venne occupato dall'ennesima famigliola berciante per il ben noto effetto euforizzante delle pizzerie, che fa sì che tutti parlino e ridano con un volume di voce superiore alla soglia del dolore acustico e all'emissione delle casse audio sul soffitto che pompano musica tamarra senza tregua. Essendo concentrato a sfogliare le diciotto pagine di pizze presenti sul menù rilegato in cuoio come un'enciclica papale ed essendo arrivato appena al capitolo terzo intitolato “pizze bianche” ed in attesa di affrontare quello ponderoso delle pizze “ai segni zodiacali” per vedere che cosa fosse riservato alla bilancia, sul momento non ci feci troppo caso fino a quando non mi giunse il suono di uno scappellotto seguito da un “Keeevin! Basta magnar i grissini, che poi no ti magni più la pizza…”.

Mi voltai eccitato. Erano proprio la madre e il figlio incontrati ai giardinetti, questa volta in compagnia del padre e di un'altra coppia abbastanza anonima, ma con una bimba che sembrava Heidi sponsorizzata dalla Lelly Kelly. La madre di Kevin smessa la tuta ora indossava una camicetta nera con disegno astratto a brillantini a forma di gabbiano in volo che per via del seno prosperoso e delle prossime festività poteva essere benissimo anche una colomba pasquale. In compenso ora mostrava sulle braccia scoperte un dettaglio che mi era sfuggito: un tatuaggio a bracciale intrecciato, in stile Hunziker o Canalis, ma sicuramente eseguito da un tatuatore in equilibrio precario sullo sgabello. Osservandola meglio notai che aveva anche un secondo tatuaggio tribale all'attaccatura del collo che però assomigliava ad un codice a barre del  CONAD, o forse lo era davvero. 

Kevin invece era infagottato dentro ad una maglietta rossoblu extralarge tipo giocatore di rugby con la scritta “Wild travel – one way ticket 2012” di cui mi sfuggiva il senso ma non che provenisse da una bancarella e che potesse far riferimento alla profezia dei Maya ormai trascorsa. Ascoltando cosa si dicessero capii che le due coppie si stavano raccontando delle vacanze estive e così ebbi modo di apprendere che la famiglia di Kevin era stata in giro sulla Costa Brava, località che venne quindi depennata all'istante dalle mie future mete di viaggio. Nel racconto veniva citata ripetutamente anche una gita a Valenza, ma immagino si trattasse di Valencia e non della ridente cittadina piemontese sulla riva destra del Po. Avendo sentito a suo tempo un collega insospettabile citare tra le delizie assaggiate durante un viaggio in Grecia la salsa "Suzuki" aspettai che i miei vicini giungessero alle forche caudine della descrizione dei piatti tipici spagnoli, ma purtroppo la paella mangiata nell'occasione venne pronunciata correttamente e senza l'attesa aggiunta della "d" togliendomi una parte del divertimento.

Ormai in estasi per il diletto che mi arrecava lo spettacolo di tanta truzzaggine, cercai di capire cosa stessero ordinando. Kevin prese, come sospettavo, una Maradona, cioè una di quelle pizze “omnicomprensive” che consentono al pizzaiolo di smaltire perfino i sottaceti e la Nutella e ai bimbi deperiti di mettere su qualche chilo solo con lo sguardo. La madre invece si orientò sulla margherita con la mozzarella di bufala d.o.c. “della campagna”, certamente migliore di quelle della città. Il padre di Kevin, un signore minuto con gli occhialetti e un principio di stempiatura invece non mi dava particolari soddisfazioni, anzi, mi deludeva abbastanza perché invece di chiamarsi Ridge o Denis come immaginavo era un normalissimo Roberto e aveva ordinato la mia stessa pizza.

Non vedevo l’ora che l'elfa Morena tornasse al tavolo per condividere con lei le mie malignità, ma quando finalmente rientrò in sala la vidi illuminarsi all'improvviso di un sorriso smagliante e puntare dritta al tavolo alle mie spalle. Quello di Kevin…

Quella che il padre di Kevin lavorava per lei a mia insaputa
 (come ormai è di moda qui in Italia)
Architetto carissimo, come sta? Ma che piacere vederla… come mai da queste parti?” e subito dopo una serie di festose presentazioni incrociate, mentre cercavo di farmi piccino al tavolo perché nessuno si ricordasse di me, arrivò inesorabile la frase che temevo: “Lei non conosce mio marito, vero? Carlo…vieni che ti presento l’architetto…" (omissis per la privacy).

Morale della favola: dopo una votazione a maggioranza con un solo voto contrario (indovinate di chi?) si decise di unire i tavoli per conoscerci meglio e dopo aver appreso che l’architetto in questione aveva firmato diversi lavori di mia moglie compreso il bar in centro dove andavo a prendere lo spritz, mi ritrovai seduto tra Kevin e la sua mamma a cercare inutilmente di trovare un argomento di conversazione che non fosse il Milan o George Clooney intanto che Morena discuteva di arredamenti e di possibili futuri progetti da sviluppare.

Alla fine della serata, mentre rientravamo a casa in macchina, dopo aver ammirato nel parcheggio della pizzeria il mastodontico SUV metallizzato del padre di Kevin, dissi all’elfa: “Senti… voglio almeno una soddisfazione morale. Dimmi che sono leghisti… lo sono vero? Ti prego... dimmi di sì!
I suoi occhi però saettarono un lampo di sdegno verso i miei. “Ma scherzi o è l'età che inizia a farsi sentire? Alle ultime elezioni comunali lui era in lista con il tuo partito. Non ti ricordi che gli hai dato anche la preferenza?”.

Non ci sono più i Kevin di una volta…



sabato 8 marzo 2014

Di quelli che si perdono nello spazio e prendono le stazioni spaziali al volo come l'autobus di Fantozzi

Proseguendo nei festeggiamenti per il genetliaco dell’elfa mia diletta consorte ieri sera, dopo una deliziosa cenetta a base di pesce, da nottambuli collaudati abbiamo deciso di tirare mezzanotte recandoci a vedere un film nel nuovo e centralissimo multisala con caffetterie, paninoteca, libreria e stordente moquette psichedelica da poco inaugurato in piazzetta Candiani, che per Mestre è come dire Piazza San Babila a Milano e che eravamo curiosi di vedere per la prima volta. Fin dal momento dell'antipasto di cozze e vongole saltate, come di consuetudine si è accesa tra me e l’elfa la tradizionale controversia sulla scelta del genere di film da scegliere. Infatti, in base al principio che trascorsi 40 anni nella visione di film socialmente impegnati, colti e politically correct e dopo esser stato perfino costretto (per amore) a vedere 4 volte, con grave rischio di orchite, Crìa cuervos di Carlos Saura in lingua originale, oltre alle giuste dosi di Fassbinder, Almodovar e Lars von Trier, ritengo di aver acquisito di fronte a certi film il diritto di dire “No, grazie, abbiamo già dato” . Pertanto, in mancanza di titoli migliori tra quelli in programmazione in questi giorni, le ho proposto due commediole rilassanti e leggere come Verdone o De Luigi, disposto ad accettare anche le delicate e introspettive mattonate di Ozpetek pur di venirle incontro, ma lei era irremovibile nell’esigere la macelleria cruenta in 3D tra greci e persiani di 300 - l’Alba di un impero e mi offriva come unica alternativa l’allegria contagiosa di 12 anni schiavo. Alla fine, giunti al caffè e al calice di ramandolo con i biscottini ebraici da inzupparci dentro, si è raggiunto il compromesso atteso con Gravity, il thriller fantascientifico spaziale appena presentato alla Mostra del cinema e di cui ora farò la mia personalissima recensione in 10 punti (liberissimi di non condividerla, obviously).

Questo è il trailer del film. Effetti speciali e fotografia sono da urlo,
 la trama invece...

Faccio una doverosa premessa: a mio parere chiunque abbia visto in gioventù 2001 Odissea nello spazio o il Solaris di Tarkovskij e subito dopo i tre episodi originali della saga di Star Wars (i tre successivi sono delle cover e valgono come gli Oasis rispetto ai Beatles: carini, ma non fanno la storia della musica) può dire di aver esaurito il genere fantascienza memorabile e rassegnarsi alla routine della banalità e del déjà vu. Al massimo ai film degni di memoria può aggiungere gli Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg e magari Capricorn One e Mars Attack, che però rispetto al genere classico sono dei border line come i due Man in Black e Avatar, che ha i suoi momenti di fascino, ma è la versione per adulti di Pocahontas. Tutto il resto prodotto da Hollywood in questi anni nel settore fantascienza è consistito quasi sempre in mastodontiche americanate con storie improbabili e perfino involontariamente comiche come quando in Indipendence Day per abbattere l’immensa astronave che sta distruggendo New York Jeff Goldblum le inocula un virus informatico in Ms-Dos utilizzando un portatile con Windows 98 e - s’immagina - connettendosi tramite una porta USB, notoriamente diffusa anche nella tecnologia aliena. Il tutto sotto gli occhi sgomenti dell’ extraterrestre che si rende conto troppo tardi di non aver aggiornato il Norton Antivirus. Premesso anche che qui di seguito dovrò fare necessariamente un po’ di spoiler sul film, ma tanto la trama e il finale sono talmente prevedibili che non vi svelerò nulla che possa sorprendervi, ecco alcune considerazioni sulle cose che ho notato in Gravity:

1- La fotografia e gli effetti speciali sono mozzafiato. Nella versione in 3D passerete metà del tempo a cercare di schivare sulla vostra poltrona detriti spaziali che vi vengono incontro come proiettili. Se la spettacolarità è quel che cercate in un film di fantascienza, allora qui siete a posto e vale ad abundantiam il prezzo del biglietto. 

2- Viste le situazioni che i due personaggi dovranno affrontare lungo tutto il film immagino che il titolo Gravity sia stato scelto solo perché Guida intergalattica per autostoppisti era già stato utilizzato in precedenza da altri. Tutto quello che accade nel film da quando i due protagonisti restano dispersi nello spazio è infatti cercare un passaggio verso qualsiasi cosa transiti dalle loro parti.

3- Ti aspetti che per un minimo tocco di humour (come quando in Trappola in alto mare, sulla corazzata Missouri conquistata dai terroristi Steven Seagal dice alla pin-up uscita dalla torta di essere un semplice cuoco e lei risponde “Mio dio, allora siamo fritti…”) al posto del classico “Houston, abbiamo un problema” uno dei personaggi dica per radio qualcosa tipo “Houston abbiamo un bel mucchio di problemi” o anche un più realistico “Houston, ma vaffanculo, va…” visto che poco prima gli avevano detto di non preoccuparsi dei detriti in arrivo, ma nulla di tutto ciò accade. Così come, dato l’elevatissimo numero di carambole e sponde tra ferramenta spaziali e relitti di stazioni orbitanti, ti aspetti che nei titoli di coda tra gli sponsor ci sia la Federazione Italiana Gioco Biliardo, ma non è così.

4- George Clooney gigioneggia in maniera insopportabile anche dentro una tuta spaziale e hai sempre l’impressione che da un momento all’altro stia per offrire alla Bullock un caffè espresso in cialda (what else?). Invece, poi le offrirà una vodka e immagino che il suo sponsor non ne sarà contento.

5- Pur trovandosi all'improvviso e drammaticamente soli a fluttuare persi nello spazio in una situazione in cui chiunque griderebbe di terrore, i due per molti minuti continuano a cazzeggiare chiacchierando tranquillamente delle loro cose come fossero a fare jogging ai giardinetti e consumando prezioso ossigeno senza motivo. Anche le ripetute domande di “Dove sei?”  ad una che sta roteando in un luogo come lo spazio dove è difficile dire se sei a destra o a sinistra ed in alto o in basso di qualcosa, lasciano perplessi così come il successivo “Dammi un punto di riferimento…” appena lei ritrova  un minimo di stabilità e che implicherebbe risposte del tipo “Sono all’incrocio tra la California e il Golfo del Messico”. La Bullock ti spiazza rispondendo “Sono qui.” . Che è ancora meglio in quanto a precisione e ti conferma che nel film interpreta un ingegnere.

Nel film le stazioni spaziali si afferrano al volo come l'autobus di Fantozzi

6- Le stazioni spaziali, da quel che si capisce, viaggiano tutte a vista sulla stessa orbita e intervallate da pochi minuti di distanza, come i treni della metropolitana. Dunque si può passare da quella americana a quella russa e da quella russa a quella cinese a patto di aggrapparsi al volo a qualche sporgenza, esattamente come Fantozzi quando decide di prendere l’autobus calandosi dal balcone perché è in ritardo.

7- Ogni volta che la Bullock riesce ad entrare in una stazione spaziale, per prima cosa si sfila velocemente la tuta e rimane in mutande e canottiera. Immagino sia per motivare il pubblico maschile a proseguire nella visione. A questo punto t’immagini anche che ci siano delle pantofole fluttuanti in assenza di gravità, ma non si vedono. In compenso ti chiedi come mai in una stazione spaziale semidistrutta ci sia ancora una temperatura tanto mite. Comunque, la scena in cui la Bullock appena rientrata nella stazione spaziale fluttua nell'aria in posizione fetale con i cavi dell’aria che sembrano il cordone ombelicale, è bella ed è un buon momento di cinema, anche se mi ha fatto subito venire in mente il videoclip di Teardrop dei Massive Attack.

La scena di lei che si mette in posizione fetale e fluttua senza gravità
 è molto bella, ma ricorda qualcosa

8- Nelle stazioni spaziali visitate la Bullock trova sempre accanto al sedile di pilotaggio un libretto d’istruzioni delle dimensioni di un terzo di quello della Panda. Immagino che sulla prima pagina ci sia scritto “Grazie per aver scelto la nostra stazione

9- Mentre la Bullock precipita tra fiamme e strilli a bordo del modulo di salvataggio verso la terra, considerando tutte le sfighe che ha collezionato sino a quel punto pensi che atterrerà come minimo in Afghanistan nel centro di un villaggio di talebani o in pieno Atlantico a 800 miglia dalla costa più vicina. Quando invece termina la corsa affondando nelle acque lacustri di un paesaggio vagamente asiatico e riesce ad uscire dal modulo, ovviamente in mutande e canottiera, ti aspetti il coccodrillo o l’anaconda. Ma a quel punto gli sceneggiatori dovevano essere esausti e non succede nulla.

10- Il film termina con una lunga inquadratura ravvicinata sulle cosce ancora ben tornite della Bullock e lì finalmente si coglie il disperato tentativo del regista di dare in extremis un po’ di concretezza ad un film francamente improbabile, ma ormai... ci sono già i titoli di coda ed è ora di andare a prendere la macchina nel parcheggio.

giovedì 13 febbraio 2014

L'intermezzo dello scrittore dubbioso


Ho già in mente a grandi linee (molto grandi) il prossimo post e potrei anche mettermi alla tastiera e pubblicarlo alla svelta in quanto grazie al mestiere che ho fatto e che ancora mi diverto a fare per gli amici di questo blog ho imparato da tempo a scrivere velocemente, giacché questa per un comunicatore è la condizione primaria per la sopravvivenza in azienda. Non tanto per la faccenda del leone e della gazzella che si svegliano alla mattina e dopo aver pensato: "Ma che due palle, però..."sanno che dovranno correre fino a sera per sopravvivere, quanto perché quando il Grande Capo Megagalattico si affaccia alla porta del tuo ufficio alle quattro del pomeriggio e ti chiede se puoi scrivergli venti cartelle su un certo tema per la mattina dopo che deve intervenire a un convegno a Roma, di solito l'alternativa è procedere immediatamente ad una ricca spremuta di meningi sperando che la Dea del déjà vu e dell'ovvietà ti sia ancora amica o ringraziare chi ha inventato il "copia e incolla" (che tanto i precedenti discorsi mica se li ricorda e la zuppa è sempre quella...). Altrimenti, nel caso di horror vacui davanti allo schermo o al foglio ancora bianco per sindrome da carenza creativa o di un soprassalto di orgoglio che ti induca a rammentargli che il tuo ruolo non è necessariamente quello di scriba del faraone è bene prendere in considerazione la prospettiva di avviare in un breve lasso di tempo una nuova attività con un ampio ventaglio di prospettive che andranno dallo scrivere necrologi, oroscopi, i cinema in città, le previsioni meteo e le cronache di cresime e comunioni per i bollettini parrocchiali oppure fare concorrenza a quello che lava i vetri al semaforo (sempre che accetti le regole del libero mercato). Dunque, appurato che so scrivere velocemente (bene o male, questo lo sapete voi) immagino vi starete domandando perché non lo faccia ancora.

Sembra tutto in ordine a Vienna, ma l'elfa noterà subito
 la ciabatta spaiata sotto alla finestra. Sono cavoli tuoi, figliolo...

In realtà temporeggio in quanto sono indeciso sul da farsi, dato che da qualche giorno sono di fronte ad una novità interessante che potenzialmente può scombinare tutti i miei piani editoriali. Infatti, l'elfa M.D.C.(mia diletta consorte) con una mossa di blitzkrieg da fare impallidire Rommel ha deciso di effettuare in anticipo la minacciata Ispezione Generale di Primavera all'appartamentino di mio figlio nel suo ostello universitario viennese. Pertanto aspetto comprensibilmente le prime cronache danubiane che si preannunciano gustose e mi hanno già regalato l'espressione di mia moglie quando dopo aver affidato al giovanotto l'incarico via Skype di trovarle un albergo vicino, confortevole e a buon prezzo (che lei è notoriamente di braccino corto) a prenotazione avvenuta e pagata si è sentita chiedere: "Mamma, ti crea problemi se l'albergo è nel quartiere a luci rosse?". Per questo ho già scommesso una birra con i miei amici su Facebook che la prima cosa che mia moglie farà entrando nell'appartamentino di mio figlio sarà quella di passare il dito sul primo mobile che incontrerà e dire "Va bene studiare, ma un minutino per togliere la polvere proprio non lo si trova, vero?". Mi piace vincere facile. 

Quelle che quando vengono a vivere con te ribaltano la tua casa da single
 e per prima cosa iniziano a sequestrare tutti i liquori, che fanno ingrassare...

Anche perché ricordo come fosse oggi il giorno in cui l'elfa M.D.C. affascinandomi con le sue arti seduttive prese possesso manu militari della mia minuscola casetta da single con vista sui tetti dell'Arsenale che a me pareva tanto linda e ordinata, ma a lei no. Di conseguenza mi fu subito chiaro come il suo proposito di ribaltarmela da cima a fondo non fosse una boutade ma andasse preso alla lettera. E siccome la forza del tornado elfico dopo alcuni raid nella sua stanza qui a casa e nella sua lontana dimora di Casorate (quando era in stage) è nota anche a lui, già vedo il mio erede impegnato in queste ore a strofinare affannosamente il lavabo del bagno con il Viakal o sento il suo grido affranto "No! il forno no!" mentre si avvinghia allo sportello come le casalinghe nei migliori caroselli. Così, per amor paterno e perché mi diverto a tenerlo sulle spine, lunedì sera, appena l'Euronight per Vienna ha preso il largo dalla stazione di Mestre, ho contattato l'erede confermandogli: 
A) che la madre era partita (e ora erano cavoli suoi)
B) che era convocato tassativamente per le ore 08.10 in punto alla Westbanhof
Inoltre, gli ho domandato, visto che per uno che si sta specializzando in logistica dovrebbe essere una banalità, quale programma avesse redatto per le giornate viennesi di sua madre, magari visualizzandomelo in un file di Excel sotto forma di diagramma di Gantt. Quindi l'ho lasciato snocciolare tutta una serie di edificanti e ben congegnate visite a musei, palazzi imperiali e chiese varie, ivi comprese un paio di birrerie storiche, la degustazione della vera Sachertorte e una passeggiata per le vie dello shopping elegante (questa messa non a caso nella speranza che ci scappi il paio di jeans per lui). Tutto questo prima di annunciargli: "Scusa... ma tu lo sai che la mamma vuole ballare tango, vero?" di godermi il suo atteso: "Cooosa? Stai scherzando, spero..." e di replicargli "No, affatto... si è messa un paio di scarpe in valigia e anche un abito da sera. Vedi tu...". Purtroppo è stato un vero peccato che non fosse collegato con la webcam perché mi sono perso il suo pallore improvviso.


Così, nell'attesa di conoscere l'esito della visita ispettiva, i racconti delle parti in causa e di decidere se ne valga la pena di scriverci sopra, ho pensato di ripostare una mia intervista dello scorso anno su 7 Gold nella quale parlo dei miei gialli e che ormai non è più disponibile sul sito dell'emittente. Prendetela non tanto come una marchetta pubblicitaria (anche se ne ha tutta l'aria), ma come l'intermezzo dello scrittore in attesa. Buona visione...

mercoledì 22 gennaio 2014

Dei figli giramondo, degli ospiti stranieri in cucina e delle sfogline ceke


Ormai diversi anni fa durante una cena mi venne l’incauta idea di raccontare a dei nostri amici di come a mio parere il modo migliore di svezzare definitivamente un figlio ormai quasi alla fine dell’adolescenza evitando di ritrovarsi poi per casa dei mammoni incapaci anche di fare una raccomandata alle poste, fosse quello di adottare lo stesso sistema che mia madre, adorabile quanto stravagante artista bohémienne ma molto avanti rispetto ai suoi tempi, aveva usato con me per farmi crescere dopo la perdita improvvisa di mio padre. Questo consisteva nel superare legittime ansie e paure e responsabilizzare i figli lasciandoli vivere in progressiva autonomia (ma controllata con discrezione e con la regola del tre sbagli e sei fuori) le loro esperienze esistenziali, meglio se all'estero, perché tanto oggi con Intercultura e organizzazioni simili ci sono opportunità per tutte le borse. Infatti, non c’è nulla di meglio per un ragazzo che metterlo in condizione di gestirsi da solo e doversi sfidare quotidianamente con lingua, usi e culture diverse per svegliarsi rapidamente e diventare adulto. Questa tesi la proposi incautamente, non tanto perché incrociai subito lo sguardo estasiato dell’elfa che sapeva da: “Mi devo essere persa qualcosa. Quand'è che tu saresti diventato adulto?” quanto perché avevo dimenticato che a tavola con noi ad ascoltare quella proclamazione d’intenti c’erano anche le orecchie interessatissime di un quasi diciassettenne. Così, puntuale come una cambiale in scadenza solo una settimana dopo mi arrivò un “Papà, mi sono informato su internet e durante l’estate ci sarebbe la possibilità di uno scambio di studio all'estero praticamente a costo zero. Tu hai detto che mi farebbe bene, pertanto lo posso fare, vero?” 
Beh… sì. Certo che lo puoi fare, non mi rimangio quello che ho detto e poi tanto sei in vacanza.
Quindi è confermato? Non è che poi cambi idea?
Ti ho detto di sì, sono una persona di parola perciò stai tranquillo. Allora… dove vorresti andare? Spagna? Inghilterra? Francia?” 
Gli occhi del giovanotto s’illuminarono di uno degli sguardi maligni di sua madre “No, Australia…”.

Nostro figlio nel suo periodo Australiano. Quando sua madre vide questa foto
 la definì :  il pasto dell'Australopithecus Venetianus

Così all'inizio fu Oliver detto “Ollie”, il coetaneo australiano di Melbourne che ricevemmo in scambio quando mio figlio iniziò la sua prima avventura di giramondo transoceanico. “Ollie”, a cui sono affezionato come fosse un secondo figlio, arrivò a casa nostra un giorno di giugno guardandosi attorno con l’aria diffidente di un Alec Guinnes, ufficiale di Sua Maestà britannica con il frustino da cavallo sotto il braccio e in visita alle colonie remote dell’Impero. Tranquillizzato nelle sue inquietudini su quelle terre e tribù sconosciute grazie alla cucina italiana di cui si rivelò subito un entusiasta e vorace ammiratore (gli inglesi insinuano maligni che il vocabolario australiano sia composto solo dalla lettera B e tre parole: Beer, Beefsteack, Barbecue e dunque nessuna meraviglia di ciò) dopo cena gli consegnammo la stanza di nostro figlio e andammo tutti a dormire. Verso le due di notte iniziai a sognare Jimmy Page che partiva con l’assolo di Heartbreaker che però dopo qualche minuto diventò Smoke in the water e lì il sogno non mi tornava più perché quello era un pezzo dei Deep Purple. Quando la musica virò ancora su Back in Black degli AC/DC realizzai finalmente che si trattava dell’ospite australiano. Infatti, lo trovai seduto in pigiama sul letto con la mia Fender che aveva scovato dentro l’armadio e un sorriso compiaciuto al mio apparire “Nice guitar! It’s yours?”. A fargli compagnia c’erano un paio di lattine di Nastro Azzurro scovate in frigorifero. Così realizzai di avere in casa un eccellente chitarrista in preda al jet lag e che era il caso di nascondere meglio le scorte di birra.

Oliver oggi è un brillante jazzista e ha appena inciso il suo primo album "Survival"
che raccoglie suoni e atmosfere di oltre un mese di viaggio attraversando l' Australia

Nei giorni seguenti ci furono altre curiose scoperte reciproche: lui inorridì guardandoci come aborigeni quando seppe che qui si mangiava la carne di cavallo (Are u kidding me? You eat horses? Really?) ma poi volle imparare a tutti i costi a preparare lo spritz e la carbonara. A nostra volta, scoprendo il numero di barattoli che si era portato dietro, apprendemmo che nessun Aussie poteva concepire una colazione senza il Vegemite, che sarebbe l’estratto di verdura Liebig che qui si usa per il brodo mentre dall'altra parte del mondo lo spalmano sul pane tostato e imburrato e che per loro è normale chiedere se puoi fargli una “pasta pommidoro and basillico, please” alle cinque del pomeriggio, come fosse la merenda. Al termine del suo lungo soggiorno presso di noi Ollie, che ormai oltre ad un italiano più che accettabile aveva imparato anche diverse espressioni dialettali veneziane alcune delle quali irriferibili, volle ricompensarci preparandoci un dolce caratteristico: una Pavlova (una sorta di meringata) alle fragole e panna. Ancora oggi, grazie alla sua inesperienza nello scegliere il contenitore più adatto a montare a neve con il frullatore le chiare di 12 uova troviamo tracce di albume in varie zone della cucina.

Katerina mentre scopre con moderato entusiasmo
 la cucina  di pesce veneziana e il fritto misto dell'Adriatico
 (anche il prosecco).

Così ebbe inizio questa usanza simpatica degli ospiti di mio figlio (che ha l’invito facile e non considera che abitando noi a Venezia e non a Cavarzere o Trebaseleghe, qui arrivano tutti di corsa) di cucinare per noi i propri piatti tradizionali per mostrarci gratitudine e ricambiare l’ospitalità. La faccenda diventò nel tempo una tradizione a volte gradevole, altre da accogliere con il sorriso sulle labbra e la morte nel cuore, come per quella sua amica belga che ci mise in tavola un qualcosa che ancora oggi è oggetto di discussione in famiglia per capire cosa fosse.

Il ritorno dall'Australia di nostro figlio ci restituì come previsto un adulto ormai in grado di sbrigarsela da solo in mille faccende e la convinzione che il bisogno di esperienze estere e avventurose dell’erede fosse finalmente sedato, invece questo ripartì in automatico poco tempo dopo appena gli fu possibile andare in Erasmus scegliendo questa volta i 30 gradi sottozero dell’inverno lituano tanto per non farci stare in ansia. Da Vilnius rientrò alla base sei mesi dopo avendo imparato definitivamente a farsi il bucato a mano nel lavandino (ma davvero occorre risciacquare?) ad appenderlo sgocciolante sopra il letto del suo compagno di stanza, a stirare e a cucinare, tanto che negli ultimi mesi, essendo di indole ingegnosa, per arrotondare l’assegno mensile (sua madre è notoriamente di braccino corto) dava lezioni di ragù, risotto e lasagne ai suoi colleghi di ostello in cambio di una spesa gratuita al supermercato.


Un vero professional si nota dalla cura dei dettagli.
Tutto in tinta: cucina, maglietta, confezione di farina e ciotola delle uova...
(Gordon Ramsay is a loser...)

Una sera la nostra telefonata quotidiana con Skype venne interrotta perché era entrato qualcuno in stanza a chiedergli se poteva risolvergli un problema urgente e io pensai compiaciuto che fosse una questione di studio, invece si trattava dell’indonesiano del piano di sopra che non capiva come cuocere una piadina. Soprattutto nostro figlio rientrò da Vilnius con una nuova ragazza conosciuta in università: Katerina, una graziosa studentessa (ormai dottoressa) di Brno con la quale sta assieme già da tre anni e che è entrata a pieno titolo nella nostra casa e nelle simpatie mie (ma qui ci vuole poco) e di mia moglie (che con le madri è sempre più difficile). Questo anche se il livello di conoscenza dell'inglese dell'elfa è decisamente "cheap" perché pur avendo soggiornato alcuni mesi da ragazza per una full immersion presso dei suoi cugini che vivono a Newcastle era rientrata alla base solo con un forte accento padovano essendo questi suoi parenti di Monselice.

Di Katerina  ho già parlato in qualche post precedente e non mi ripeterò se non per dire che ospitandola periodicamente per alcune settimane anche per lei è iniziato inevitabilmente lo stesso percorso di italianizzazione di Ollie con la differenza che mentre questi, come tutti gli Aussie, si sentiva sostanzialmente un inglese abbandonato da secoli su un continente sperduto in mezzo all'oceano Pacifico e circondato da gente con gli occhi a mandorla, dunque era entusiasta di qualsiasi cosa provenisse dalla madre Europa (tanto più dall’Italia), lei, essendo di formazione sostanzialmente asburgica e quindi molto rigorosa, logica (non a caso sta con un logistico) e schematica, tendeva a diffidare istintivamente di tutto quel che è latino e mediterraneo, dunque approssimativo e casinista, confutandolo con quel suo “in Czech Republic…” che sapeva di cortese riprovazione o di stupore di fronte a stranezze che non comprendeva, come quando davanti al banco della gastronomia di Auchan ci chiese perché avessimo bisogno di tanta varietà di formaggi, quando ne bastavano due o tre tipi. Bastò una cena basata su assaggi di burrate, grana, scamorze, gorgonzola, taleggi e ricotte affumicate per risponderle e trasformarla in una buongustaia entusiasta.

Johann-Markus Von Lebel, comandante dell'U-331
mostra orgoglioso l'impasto creato dalle sue vigorose mani
e a suon di imprecazioni in varie lingue

Anche Katerina, come tutti gli ospiti stranieri a casa nostra non si è sottratta alla tradizione di cucinare per noi, ma in questo caso, essendo lei una cuoca notevole ed amando noi la cucina mitteleuropea, dopo il suo primo e superbo gulasch con i knedliky la cosa è stata subito accolta e incoraggiata. La ragazza è anche piuttosto pragmatica nelle sue scelte e ai regalini tipo profumi, creme per il viso e sciarpine che di solito i genitori fanno alle ragazze dei figli per Natale ci ha fatto sapere tramite il  nostro beneamato che preferiva cose utili. Così, dopo la Moka Bialetti dello scorso anno, questo Natale è arrivata la richiesta più inquietante: la macchina per tirare la sfoglia. Inquietante perché siamo stati subito informati che il suo desiderio, per farci vedere i progressi nell'italianizzazione, era di collaudarla immediatamente in loco e prepararci le tagliatelle fatte in casa, come una vera sfoglina bolognese. Ora, essendo lei una debuttante totale nell'arte di impastare, la faccenda presentava molti punti oscuri, anche perché mio figlio, subito precettato come aiuto di cucina, pur proclamandosi grande cuoco di lasagne (dice che quando è ospite da lei tutta la famiglia gliele richiede pressantemente, cane compreso) in realtà compera quelle della Barilla e sembrava non avere idea di come si realizzasse una fontana con la farina e di come iniziare a lavorare le uova al suo interno e non sul pavimento della cucina avendo rotto gli argini.

Le tagliatelle stese ad arieggiarsi e qualcuno che guarda interessato la novità

Il gran giorno delle tagliatelle, prima di obbedire all'elfa e al suo imperioso "lasciali soli, che si divertano tra loro a fare la pasta" siccome la ragazza è molto orgogliosa e indipendente e mio figlio mi raccomanda sempre di non fare il padre italiano protettivo e premuroso, che da loro non si usa, mi sono limitato a ricordarle la faccenda dell’uovo ogni cento grammi di farina (che naturalmente già lo sapeva, perché prima di fare una cosa si informa e studia, mica come noi latini che improvvisiamo) e soprattutto a confutare la sua certezza, acquisita da non so quale loro (dunque sacra) trasmissione di cucina, che nell'impasto delle tagliatelle ci andasse una robusta dose di lievito di birra. Volevo almeno evitare che trattando l’impasto delle tagliatelle come quello di un panettone si ripetesse il drammatico quanto lontano ricordo di quando condividevo un appartamentino per studenti a Padova con quel simpatico fancazzista che (l'ho raccontato in un post precedente) già ci aveva reso celebri in tutto l’ambito universitario patavino come i due che si erano mangiati il “poulet à la merde”, giacché ignorava che al suo pollo ruspante al barolo occorreva togliere le interiora (e per giustificarsi osò pronunciare la celebre frase “sono iscritto a giurisprudenza, mica a veterinaria”). Quella volta, invece, avendo invitato a pranzo la mia ragazza dell’epoca e una sua amica su cui lui voleva fare colpo, aveva deciso di propinare loro un risotto alla salsiccia al “modo di casa sua”, che poi altro non era che una quantità invereconda di salsiccia sminuzzata e rosolata a parte con aglio e rosmarino, da accoppiare a fine cottura con del normale riso bollito spacciato per Pilaf. L’errore lo avevo commesso lasciandolo solo, visto che erano arrivate le ospiti, nel momento di fare le dosi. Infatti, il nostro cuoco, non avendo la più pallida idea di quanto ne servisse a persona, ma essendo di indole ingegnosa, aveva preso dalla tavola i nostri quattro piatti fondi e verificato che versando tutta la confezione questi si riempivano appena, non volendo che le ospiti rimanessero a corto di riso per un eventuale bis, aveva aperto una seconda scatola e ne aveva aggiunto una buona metà. Quindi, gettato quel chilo e mezzo di Arborio nell’acqua bollente, ci raggiunse in salotto per unirsi all’aperitivo e dopo 10 minuti di cottura anche il riso, forse sentendosi escluso, decise di uscire dalla pentola e di venirci incontro lungo il corridoio.

La prima tagliatella fatta in casa non si scorda mai...

In ogni caso, chiusa alla mie spalle la porta della cucina e lasciato dentro il bretone, a suo rischio e pericolo d'infarinatura, mi ritirai  in salotto a leggere quel "In difesa delle cause perse" di Slavoj Zizek il cui titolo non poteva essere più appropriato in quel frangente di grandi timori. Dalla cucina arrivavano periodicamente alle mie orecchie attente rumori di pentole, ordini decisi preceduti da un "Honey!" (di lei) e imprecazioni in inglese seguite da un "Honey!" (di lui) oltre a qualche "woff" del bretone. Poi verso mezzogiorno, del tutto inatteso, iniziò ad filtrare da sotto la porta un buon profumo di sugo al pomodoro e basilico che, vista l'ora, iniziò a procurarmi un tale languore da indurmi a bussare e a chiedere se avessero finito. Ottenuta l'autorizzazione ed aperta la porta rimasi affascinato dallo spettacolo, tanto da chiamare subito l'elfa a guardare a sua volta: per tutta la cucina erano appese delle stupende tagliatelle ad asciugare e tutto attorno regnava l'ordine e il pulito. Mio figlio che, sarà per la barba che si è fatto crescere o perché vivendo a Vienna ormai parla anche tedesco, sembrava il comandante dell' U-Boot 331 con tutto l'equipaggio schierato, ci disse orgoglioso "Non si vede San Luca attraverso la sfoglia appoggiata alla finestra, come dice la tradizione bolognese, ma solo perché non ce l'abbiamo... però si vede la casa della signora Tomaello, vi basta?". L'applauso ammirato dell'elfa e mio arrivò immediatamente (replicato al momento di assaggiare le tagliatelle, davvero eccellenti) così come l'abbraccio ai due cuochi e la consapevolezza che da quel giorno in poi in Czech Republic una graziosa sfoglina di Brno avrebbe incominciato a produrre con metodo lasagne, fettuccine e tagliatelle in quantità industriale. Che in fondo fa piacere pensare, nel nostro piccolo, di essere stati dei promotori del made in Italy...

martedì 24 dicembre 2013

Auguri a tutti e arrivederci nel 2014

Carissime lettrici e lettori del mio blog, un grazie per la simpatia con cui continuate a seguirmi e tanti auguri per uno strepitoso 2014 con affetto e un abbraccio da tutti noi, bretone compreso. Sperando di riuscire anche per il prossimo anno a donarvi qualche sorriso con le nostre piccole storie e i ricordi di vita quotidiana e veneziana.


domenica 15 dicembre 2013

Cronache natalizie e di fine anno di un viaggiatore avventuroso suo malgrado.


Va bene, ormai ci siamo. La mattina c’è una nebbia gelida che ti si appiccica sul viso neanche fosse neve, per strada si scivola sul ghiaccio che ci vogliono gli scarponcini da montagna e la signora della casa di fronte ha appeso alla ringhiera del balcone la monumentale luminaria con Babbo Natale e le sue renne che di notte illumina ritmicamente la nostra camera da letto di luci rosse e azzurre, neanche fosse uno di quei TIR bulgari che incontri in autostrada. Dunque, tra qualche ora tirerò giù nuovamente l’albero di Natale dal suo ripostiglio e inizierò la lunga e sofferta opera di addobbo tra cavi attorcigliati in un nodo gordiano di lucine cinesi che poi non si accenderanno, palline azzurre, argento e oro regolarmente senza il gancetto per appenderle, la punta in cima che non ne vuole sapere di stare dritta, il bretone che continua ad annusare la base dell’albero con atteggiamento sospetto e lo sguardo severo dell'elfa in stile: “se non sei capace togliti e fai fare a me, che ti sta venendo un orrore…”. 

In tutto questo ho pensato che sarebbe stato bello scrivere un post in tema con le prossime festività e qui è iniziato il dilemma perché volendo risparmiare agli amici che mi leggono le solite tiritere retoriche e buoniste sul Natale e l’anno nuovo, che quelle le trovi da qualsiasi parte anche con poesia di Alda Merini incorporata, pensavo di raccontare qualche storia insolita e magari divertente. Il fatto è che avendo ormai diverse primavere alle spalle ho anche diversi Natali e capodanni da raccontare (...ma va?) e alcuni pure movimentati a dovere, ma proprio per questo non sapevo decidermi su quale scegliere. Potevo - che ne so? -  citare il Natale del trifulone piovuto miracolosamente dal cielo proprio alla vigilia, quando parlando con la nostra vicina di pianerottolo che era la simpatica e napoletanissima moglie di un colonnello della Guardia di Finanza mia mamma aveva appreso che tra i doni ricevuti dal marito c’era una specie di patata puzzolente che la signora non sapeva se buttare in spazzatura o meno. Così, essendo mia madre di Canelli, a mezza via tra Langhe e Monferrato, aveva subito intuito di che si trattasse e con un abile riflesso viperino si era offerta di provvedere gentilmente allo smaltimento della suddetta patata maleodorante liberando la nostra vicina dall’incomodo. Così il giorno del pranzo di Natale era apparso sulla nostra tavola un tartufo bianco di Alba (la trifula) grande come una palla da tennis, paradisiaco arricchimento per giorni di risotti e uova strapazzate. Potevo in alternativa dire di quel capodanno a Cortina quando un gruppo di incauti amici che volevano festeggiare l'anno nuovo con una polenta e salsiccia in una malga sperduta dalle parti della frazione di Alverà ci avevano affidato il compito di portare le bottiglie di champagne. Avendo indicazioni abbastanza vaghe su come si raggiungesse il posto, alla fine Donatella, io e i due amici che erano in macchina con noi ci siamo persi tra stradine che portavano in mezzo al nulla e tra cumuli di neve. Così a mezzanotte in punto per vincere il freddo e in spregio alla sorte avversa che ci impediva di compiere la nostra missione abbiamo stappato in macchina le bottiglie e dato luogo ad una delle più colossali bevute di  Moët & Chandon della storia, anche se, con una chiara caduta di stile, dovemmo berlo deplorevolmente a canna per la mancanza di flute (non chiedetemi come abbiamo fatto poi a tornare in albergo perché ricordo solo che eravamo tanto, ma tanto allegri).

Quando a Natale ci si divertiva con cose semplici

Magari avrei anche potuto raccontare di quel capodanno triste, solitario y final con tanto di strade e treni bloccati da metri di neve e struggente telefonata interurbana di auguri a moglie e figlio, trascorso al Roxy Hotel di Campobasso (che almeno Vasco Rossi si trovava come le star al Roxy Bar, che di certo era meno desolante) grazie ad un genio sabaudo che aveva messo in programma una mia docenza dal 27 al 30 dicembre, ignorando che in Molise quando nevica lo fa sul serio. Oppure, sempre in tema di capodanni solitari in albergo, citare quello vissuto molti anni prima all'Hotel Rosetta di Perugia, avendo colpevolmente ignorato il principio che non bisognerebbe mai litigare e lasciarsi con la propria ragazza il giorno prima di partire per le vacanze e quando hai già prenotato e pagato un’ intera settimana di soggiorno, ma tanto meno ruggire di virile orgoglio e dirle in tono di sfida: “Guarda che non ho bisogno di te, a Perugia ci vado benissimo da solo, non ti preoccupare” perché poi ti tocca farlo davvero se non vuoi perdere la faccia. Ma siccome a volte la sorte gira in positivo le sconfitte quando meno te lo aspetti, l’ultimo dell’anno ero già in camera dalle dieci, rintanato sotto le coperte a leggere un libro giallo con solo il pessimo umore a farmi compagnia quando alcuni minuti prima della mezzanotte suonò inatteso il telefono. Era il portiere che, essendo io l’unico cliente sfigato rimasto in albergo (ma dai?), mi proponeva di scendere giù nelle cucine dove il personale avrebbe stappato qualche bottiglia in allegria e aperto dei panettoni per festeggiare l’anno nuovo. Mi vestii in un lampo, scesi da basso e passai una serata simpaticissima, finendo perfino a cantare in coro delle canzonacce in dialetto umbro che purtroppo oggi ho dimenticato.


Eccomi in live concert a bordo dell'Ausonia, con una delle rare sigarette della mia vita.

Sempre rimanendo in tema di capodanni insoliti passati in viaggio ne avrei certamente da raccontare alcuni tra quelli trascorsi in navigazione, quando appena iniziata l’università non avevo trovato nulla di meglio per evitare di studiare che suonare con il complesso rock di cui ero chitarra solista a bordo delle navi dell’Adriatica come orchestra della classe turistica. D’estate si navigava sulla rotta per il Mar Nero a bordo dell’Ausonia che era l’ammiraglia della società. Una nave moderna, dotata di ogni comfort ed era un gran bel vivere, anche perché in classe turistica le belle figliole nostre coetanee si contavano a pacchi. Le crociere a bordo dell’Ausonia si svolgevano però solo tra luglio e agosto. D'inverno navigavamo, invece, a bordo dell’Esperia, una vecchia carriola rugginosa, semi-affondata a Trieste, rimessa a galla dopo la guerra e restaurata alla buona, soprattutto per quanto riguardava le caldissime e rumorose cabine interne di classe turistica dove alloggiavamo. La chiamavamo la Caienna, e non senza buoni motivi. Caratteristica dell’Esperia era quella di essere stretta e lunga e quindi di ondeggiare paurosamente con il mare al traverso. Prerogativa, questa, che era messa ancor più in risalto dal fatto di essere una delle ultime navi da crociera al mondo a non possedere uno straccio di aletta anti-rollio. E la cosa, per l’appunto, si notava parecchio. Pertanto l’Esperia era la nave ideale per godere di robusti mal di mare costituendo un opportunità davvero imperdibile per un appassionato del genere.

Gerusalemme sotto la neve (1973)

A questo si aggiunga che, essendo Genova il suo porto di partenza e arrivo per puntare verso Barcellona e Maiorca, durante il primo e l’ultimo giorno di crociera proprio quando si svolgevano le feste per il cenone di Natale e il veglione di capodanno, l’ Esperia transitava inevitabilmente nel Golfo del Leone. Ora, esistono al mondo alcuni posti fetenti dove se ci passi in nave puoi essere sicuro di ballare come un turacciolo in qualsiasi giorno dell’anno. Questi sono: Capo Horn, Il Capo di Buona Speranza, le Bocche di Bonifacio, Capo Matapan e il Golfo del Leone. Noi, per l’appunto, si ballava come turaccioli due volte a viaggio. La cosa funzionava così. Si partiva dal molo Garibaldi verso le due del pomeriggio, con la musichetta della banda, i ciao-ciao con la manina, i coriandoli, le stelle filanti e con il mare liscio come l'olio. Per le prime due/tre ore di navigazione i passeggeri, emozionatissimi e festanti, si aggiravano per la nave prendendo possesso delle cabine e curiosando in ogni locale disponibile (ivi comprese le sentine e lo sbratto di cucina). Noi si aveva il nostro bravo daffare a tenere a bada i bambini che venivano a curiosare tra gli strumenti (Lele ingaggiava vere e proprie zuffe per scacciare gli aspiranti batteristi e preservare le sue bacchettine...) e i soliti perdigiorno che volevano sapere seduta stante i titoli di tutte le duecento e passa canzoni del nostro repertorio per vedere se sarebbero state di loro gradimento. Verso le otto si aprivano le porte della sala dei buffet e la gente già in coda famelica dalle sette si avventava ad ingozzarsi di tutto quello che trovava, purché unto e bisunto. Nella corsa affannosa ai vassoi del cibo si vedevano scorrettezze plateali, con spintoni, tirate di giacca e gomitate da espulsione. L’epicentro degli scontri era soprattutto davanti ai branzini con la maionese e alle aragoste in bellavista. Anche il prosciutto di cinghiale tagliato a mano e la porchetta in crosta esigevano solitamente un alto tributo di sangue. Si vedevano madri in preda a crisi d’isterismo mandare avanti i bambini (intanto che papà prende i piatti e le posate...) con la stessa risolutezza con cui Napoleone muoveva i suoi battaglioni ad Austerlitz: "tu Paolino dirigiti alle insalate! Mariangela punta ai risotti! Giulio... vedi se riesci a conquistare la zuppa inglese...e tieni la posizione che mamma arriva con i piatti! ". Tutto questo nell'illusione che l’agile corporatura dei figli li agevolasse ad intrufolarsi nella calca e rischiando invece seriamente l’estinzione della prole perché in tali frangenti e sotto tutte le latitudini: "pietà l' è morta!"

Girando nel bazar di Gerusalemme ( 1973 )

Immancabilmente c'era chi, in preda a fame atavica, tentava di riempirsi il piatto perfino di parti delle sculture decorative in margarina surgelata raffiguranti il dio Nettuno e le Naiadi, provocando lo sdegno dello chef. Quasi tutti poi, temendo di restare senza cibo o di non riuscire più a condurre un secondo assalto con successo, dimentichi di essere nella vita di tutti i giorni dei raffinati ed esigenti gourmet, infilavano nello stesso piatto il roast beef, la zuppa di cipolle, i tortellini con la panna, le melanzane al funghetto e l’ananas al maraschino. Altri mangiavano direttamente davanti al vassoio duramente conquistato (fosse anche quello delle cipolle in agrodolce...), senza neppure ritornare al proprio tavolo. E, soprattutto, si ingurgitavano litri di bevande gassate e di spumanti, che costituivano degli ottimi propellenti. Alle nove, spazzolate anche le ultime briciole e sorbiti i caffè e gli amari, si aprivano finalmente le danze, con l'Esperia intenta ad un grazioso dondolio...

Poi la nave, verso le dieci, cominciava a beccheggiare sempre più sensibilmente e noi dal nostro palco vedevamo le signore e i signori in abito da sera diventare dapprima verdognoli e poi, attraverso varie sfumature, di un bel grigio plumbeo. Si vedevano le prime coppie abbandonare a precipizio la sala. Verso le undici, riuscivamo a suonare solo tenendo ferme le aste dei microfoni con le gambe e dopo aver assicurato con le corde alle colonne del salone gli amplificatori e il pianoforte a coda. Intanto, i camerieri accorrevano di gran lena con la segatura in varie parti della sala. Verso mezzanotte era tutto finito. La sala era deserta e i corridoi pullulavano di gente elegante in coda davanti alle latrine. Fino all’alba si aggiravano per la nave rari zombie verdognoli, mentre dalle cabine si levavano gemiti lamentosi. La mattina dopo, a tavola facevamo la conta dei superstiti e, soprattutto, vedevamo scorrere esclusivamente litri di brodino. Noi ci salvavamo grazie al fatto che ci nutrivamo di cose secche, senza bere alcunché e che prendevamo il Valontàn, anche se Emanuele sosteneva che il nome del farmaco derivava dal fatto che ti consentiva di non vomitare in cabina, bensì qualche decina di metri più in là.

Al Muro del pianto di Gerusalemme: un solitario sotto la nevicata (1973)

Avevo deciso di terminare qui il post ma poi ho letto che in questi giorni ha nevicato copiosamente sia al Cairo che a Gerusalemme e allora mi è tornata in mente un'altra avventura piuttosto insolita e con un bel brivido non solo di freddo che ho vissuto nei giorni attorno al Natale del 1973. Le foto che illustrano il post sono alcune tra quelle che ho scattato in quel viaggio. Ovviamente non spaventatevi: sono ancora qui a raccontarvela, dunque è finita bene.

Anche questa volta si trattava di una crociera invernale sulla navi dell'Adriatica (ma a bordo della minuscola Messapia) che feci una volta tanto in veste di passeggero su precettazione materna con l'ordine tassativo di fare da baby sitter a mio fratello Franco e un suo compagno di classe, tale Giovanni, che mi stava cordialmente sulle balle per via delle sue simpatie politiche di destra, quindi antitetiche alle mie. Sbarcati ad Haifa dopo la consueta tappa al Pireo per la visita di Atene e del Partenone ci imbarcammo su di un pullman granturismo ed iniziammo un tour di tre giorni per tutta Israele. La guerra del Kippur era finita dal mese di ottobre (per quello l'escursione aveva prezzi stracciati alla nostra portata) e dappertutto si respirava una tensione fortissima. Sul lago di Tiberiade pranzammo con gli spinosissimi pesci di S.Pietro, che ne giustificavano senza dubbio la santità, in un albergo enorme e deserto perché il gestore ci spiegò sconsolato che i Siriani, pur arretrati dalle alture del Golan, ogni tanto sparacchiavano ancora qualche colpo d’artiglieria dimostrativo che per mancanza di gittata finiva in mezzo al lago sollevando alte colonne d'acqua. Ovviamente i già scarsi turisti non erano propensi a credere che non ci fosse alcun pericolo. Anche sulle rive del Mar Morto lo scenario non cambiava e a parte noi e gli equipaggi di due mezzi blindati intenti a far toeletta e a sgranchirsi le gambe (uno dei carristi, incurante della nostra presenza, orinava tranquillamente contro i cingoli del suo mezzo) non c'era anima viva ad aggirarsi tra gli sparuti chioschi e negozietti di souvenir. Questo, assieme al colore fangoso dell’acqua e all'aspetto da pietraia della spiaggia, accresceva il senso di desolazione del luogo. Sicuramente di maggior soddisfazione era il versante del paese che dava sul deserto del Neghev (un mare affascinante e senza fine di montagne e sabbie grigio-rosse, attraversato dagli aliti di un vento freddo e odoroso di sterpaglie). Anche lì, però, la violenza della guerra appena finita era ricordata da alcune carcasse d’automezzi anneriti ai lati della pista e da chilometri e chilometri di fortificazioni, postazioni di mitragliatrici, antenne radar e reticolati fittissimi. Nel cielo sfrecciavano in continuazione, lasciando lunghissime scie bianche i Phantom e i Mystère con la stella di Davide. In tutti i luoghi santi dei vari culti sostava sempre un blindato in assetto di guerra e spesso e volentieri ti facevano aprire le borse ed eri perquisito accuratamente.

Incontri sulle rive del Mar Morto (1973)
In questo clima non troppo rassicurante arrivammo verso sera a Gerusalemme dove stava scendendo da ore una copiosissima nevicata. Il che non era poi una cosa tanto insolita per una località che, anche se pochi ci pensano, è a 760 metri d’altitudine. Sarebbe bastato ricordarsi la storia della nevicata di duemila anni fa, della grotta di Betlemme e del bue e dell’asinello per comprendere che a volte da quelle parti d’inverno fa freddo come in Val di Fassa e quella era una delle volte. Per colmo di malasorte, ci avvisarono (dopo una frugale cenetta kasher a base di yogurt, cipolle e cetrioli) che, per un disguido dell’organizzazione e per via di un volo charter che non era partito per la neve, nel nostro albergo non c'era più posto e che quindi ci avrebbero portato a pernottare in un villaggio turistico sulle vicine colline di Bethania (nel territorio della Cisgiordania occupata) che, pur chiuso nel periodo invernale, sarebbe stato riaperto solo per noi. Giunti verso le undici di sera al villaggio, un grumo di casette isolato in mezzo alle colline, prendemmo posto nei bungalow che si sparpagliavano in un buio bosco di cedri. Dopo un chilometro di passeggiata notturna tra stradine e vialetti a Franco e Giovanni toccò il penultimo bungalow del villaggio e a me l’ultimo, che aveva anche la lampadina dell’ingresso fulminata e tutt'attorno non si vedeva una cippa di nulla.

Così mi ritrovai solo e soletto in una stanzetta gelida e dall'odore di muffa tipico dei locali chiusi da mesi (con bagno, angolo di cottura e condizionatore d'aria, ma nessuna traccia di termosifoni...) e mi spogliai parzialmente per andare a dormire, infilandomi in un letto talmente impregnato di umidità da farmi battere i denti. Dopo una ventina di minuti stavo ancora cercando di prendere sonno e di riscaldarmi appallottolato nel copriletto di ciniglia e nel pelo del giaccone di montone, quando avvertii intorno alla casa un rumore di passi furtivi. Allarmato, mi misi a sedere sul letto e chiesi ad alta voce: "Franco, sei tu? ", ma non ottenni risposta. In compenso i passi cessarono e si sentì distintamente un rumore metallico. Un "Ta-clak!" come di un otturatore di fucile quando si mette il colpo in canna. Pensai che un eventuale animaletto del bosco sarebbe stato senz'altro capace di fare passi furtivi, ma non di armare un fucile e così, con il cuore in gola, mi alzai e salii su di una sedia per sbirciare all'esterno dalla finestrella della cucina. Nella mia mente, intanto, si affollavano ipotesi sempre più tragiche sull'identità e le intenzioni di un qualcuno che si aggirava armato in quella terra e in quella notte da lupi. Fuori, però, solo buio pesto e vento sferzante. Non si sentiva più alcun rumore.

nella città vecchia di Gerusalemme (1973)

Restai qualche istante in attesa di un segnale di vita, trattenendo il respiro. Tutto taceva. Che se ne fossero andati? Decisi quindi, con il coraggio incosciente dei fifoni, di tentare una sortita. Così spalancai la porta d’ingresso e... mi trovai la canna di un Kalashnikov premuta con forza sullo stomaco! Lo impugnava un tizio con il volto seminascosto dalla keffiah e i cui occhi non promettevano nulla di buono. Con le mani tenute bene in alto, mentre aspettavo la raffica che avrebbe posto fine ai miei scriteriati giorni, trovai la forza di biascicare: "I’m italian... amico... friend ...Venice." e per una frazione di secondo fui attraversato dal pensiero che assai poco dignitosamente mi apprestavo a morire in calzini, mutande e canottiera. Da sotto la keffiah spuntò invece un sorriso a trentadue denti, del tutto inaspettato. Subito dopo, abbassando finalmente il mitra, il tizio mi rianimò con una serie di cordiali manate sulle spalle, affermando tutto allegro di essere una sentinella e subito dopo, avendo notato il mio abbigliamento, cominciò anche a ridere senza ritegno.
Di fronte a tanta ilarità (niente affatto condivisa) il mio primo impulso, lo confesso, fu di rivelargli cose poco edificanti sul vero mestiere della sua mother e della sua sister, ma poi, considerando che non era il caso di entrare in polemica con un giovanotto così affabile e, soprattutto, ben armato, mi limitai ad accasciarmi sulla seggiola della cucina con le pulsazioni a duecento. Mi sfuggì solo un sommesso: "ma va in mona" che sicuramente il giovanotto non era in grado d’intendere. Un secondo invito ad andare “in mona” (accompagnato questa volta dal lancio di una scarpa) lo rivolsi in seguito a Franco e Giovanni quando venti minuti dopo l’accaduto si affacciarono alla porta del mio bungalow chiedendo se fossi stato io chiedere aiuto.

La mattina seguente rividi il mio incubo notturno che faceva colazione assieme agli altri gitanti nel corpo centrale dell’albergo, con il suo monumentale mitragliatore ben appoggiato al tavolino (e, bontà sua, mi gratificò ancora di molti cordiali sorrisi). Costui, mi venne poi spiegato, era un contadino che durante la chiusura invernale sorvegliava per conto della direzione dell’albergo i bungalow per impedire i furti. Non essendo stato avvisato del nostro arrivo aveva pensato che ci fossero dei ladri in azione e si era comportato di conseguenza. Mi domando ancora oggi, però, e non senza apprensione, cosa sarebbe successo se il giovanotto, pur così cordiale, fosse stato appena un pochino più impulsivo con il grilletto del suo Kalashnikov.

Bene.. ho scritto davvero troppo e la finisco qui. Per farci gli auguri, ci ritroviamo su queste pagine tra qualche giorno. Ora vado a montare l'albero...

domenica 17 novembre 2013

Dell'acqua alta, del vento rabbioso di tramontana e di quel 4 novembre del 1966


Cielo color piombo, pioggia battente da tutte le parti, vento teso e gelido che ti rovescia l’ombrello e s’intrufola anche sotto il giaccone scacciando i tepori della felpa in pile e facendoti stringere i denti dal freddo, visto che ormai il cappuccino bollente ingurgitato al bar sotto casa è un ricordo lontano. Cammino già da un’ora tra i campi e le stradine sterrate dietro via Asseggiano con i jeans fradici sino al ginocchio e le scarpe e le calze intrise d’acqua mentre il bretone, che ormai sembra un mocio Vileda a quattro zampe, trotterella imperturbabile al mio fianco (dannati cani da caccia abituati ad andar per campi con ogni tempo) spostandosi pigramente di cespuglio in cespuglio e di albero in albero per marcare il territorio. All'improvviso, mentre come spesso accade in queste circostanze estreme mi sto domandando perché mai non avessi scelto un sedentario cagnolino da salotto, sento risuonare il cellulare con le note imperiose della Radetzky March, la musica che non casualmente ho associato al numero dell'elfa dopo un lungo e sofferto ballottaggio con la Marcia Imperiale di Guerre Stellari.



In tanti hanno cantato la Venezia turistica da cartolina, ma pochi hanno saputo 
cantare quella popolare, le sue emozioni e la sua vita come Alberto D'Amico.
Questa sua bellissima canzone mi emoziona ancora oggi.

Così, dopo aver strillato “Sitzen! Stai seduto!” al cane, che gli ordini in tedesco riescono sempre efficaci, mi riparo sotto un albero per riuscire ad estrarre il Nokia dalla tasca posteriore dei jeans maledicendo di non avere tre mani per tenere ombrello, guinzaglio e telefono contemporaneamente. Alla fine, tenendo stretto il guinzaglio tra le ginocchia e il cellulare tra spalla e guancia (che l’ombrello lo devo tenere con due mani, altrimenti il vento me lo strappa via) riesco a parlare. L'elfa, dopo aver esordito con l'atteso: "Era ora! Ma quanto ti ci vuole a rispondere?" mi dice di non aspettarla per pranzo perché forse dovrà andare in tarda mattinata a Rialto per sbrigare delle faccende di lavoro ma che però ha letto su internet che c'è lo sciopero dei vaporetti e anche l'acqua alta con punte ben oltre il metro, cioè di quelle che mandano sotto mezza città. Mi chiede quindi se le conviene andare per i Frari o per San Polo e la pescheria che sono le vie più brevi aggiungendo di guardarmi bene dal fare le solite ironie su quelle di terraferma che non sanno girare per Venezia (mio figlio sono riuscito a recuperarlo su questo punto ed ora è quasi autonomo, lei no).

Dopo averla rassicurata che non avrei fatto ironie di sorta perché tanto se l'era già fatte da sola, le spiego che se davvero è previsto oltre un metro di acqua alta in certe calli di quel percorso non ci passerà mai. Inoltre, anche raggiungendo il traghetto delle gondole di San Tomà, poi  per tornare verso Rialto doveva percorrere una calle che si chiamava Piscina San Samuele ed era libera di scoprire il perché. Le chiedo invece come mai non voglia fare il percorso per la Strada Nova che forse sino al campo dei Santi Apostoli ci arrivava con i piedi asciutti ma lei risponde che è troppo lungo e mi domanda se posso suggerirle qualche percorso alternativo. Ora io lo avrei anche qualche possibile percorso alternativo tra calli e campielli "sconti" da suggerirle, ma sono sicuro che una di terraferma come lei ci si perderebbe in un amen, dunque rinuncio in partenza per non consumare la batteria del cellulare in lunghe spiegazioni ad una che, oltretutto, è spumantina di carattere e si spazientisce facilmente. Siccome il rischio di dirle “appena sei ai Frari gira per la calle che fa angolo con il negozio di elettrodomestici” che magari nel frattempo è diventato una bottega di paccottiglia per turisti è alto, vorrei evitare di ricevere la telefonata frizzantina di una che si è persa tra le calli a causa mia.

In piazza con l'acqua alta e mio fratello con l'orrido cappellino
 impostogli dai nonni grazie all'arrendevolezza dei suoi 11 anni.(1963)

Così gioco la carta subdola della dissuasione affettuosa e le dico di considerare il fatto che se anche fosse riuscita ad arrivare a Rialto, probabilmente la Riva del carbon era già mezzo metro sotto acqua, quindi tutto si sarebbe risolto in una perdita di tempo, per non dire della pioggia e del vento che le garantivano un bel raffreddore. La mossa funziona, perché dopo il previsto "Quando ti si chiede una cosa non mi aiuti mai" m'informa di aver deciso di andare a Venezia in un altro momento, che tanto non non era poi così urgente. Nella soddisfazione dimentico però che occorre sempre temere l'ultima freccia avvelenata dell'elfa, così la mia arciera preferita riesce a scoccare un "Prendi tu il pane e il latte che io non ce la faccio" e poi chiude la telefonata. In tal modo non faccio a tempo a replicarle che, sempre per via della faccenda della terza mano mancante, forse la bottiglia del latte potevo anche infilarla nella tasca del giaccone ma il sacchetto del pane avrei dovuto tenerlo con i denti. Per fortuna, siccome una certa genialità di fondo non mi abbandona mai, realizzo che posso usare il manico dell'ombrello come un gancio per appendervi la borsa del panificio e così il problema è risolto.

Sistemata la consorte, sulla strada del ritorno, visto che ormai ero in tema, mi tornano in mente le acque alte di quando andavo a scuola e che talvolta tra il giubilo generale significavano niente lezioni perché qualche professore risultava non pervenuto assieme a tanti compagni di classe. Io, purtroppo, ero stato dotato di stivaloni di gomma sino al ginocchio e dunque non potevo esimermi, perché anche se non li avessi avuti mia zia all'epoca insegnava matematica e fisica nel vicino liceo scientifico e se ci arrivava lei non potevo non farlo io, visto che facevamo lo stesso percorso. Poi, davanti al portone del Liceo Foscarini, la cui fondamenta era molto bassa e tra le prime ad essere allagate, c'era sempre il preside Pareschi ad organizzare le squadre di soccorso degli studenti "stivalati" ai colleghi e ai compagni di classe bloccati in calle Racchetta o sul ponte dei Gesuiti. Che voleva dire caricarsi le persone sulle spalle e portarle di peso sino davanti al portone. Ovviamente le attenzioni maggiori erano riservate alle compagne di classe che venivano sempre messe in salvo con molta cura, soprattutto le più carine che venivano spesso issate sulle spalle facendo leva su punti anatomicamente rilevanti. Il professore di chimica, il temuto "Checco" gioia e delizia di intere generazioni di foscariniani, veniva spesso dimenticato sul ponte dei Gesuiti, che se lo pigliassero i bidelli.

Mio fratello davanti ad una passerella portata via dalla marea
 e con addosso uno dei giacconi di montone grezzo che avevamo preso
a Gerusalemme e che nostra madre appendeva fuori sul balcone perché
a suo dire puzzavano troppo da pecora per stare in casa.

Le stesse operazioni di salvataggio le avrei vissute diversi anni dopo quando, lavorando all'epoca alla Banca Commerciale che mi aveva incautamente assunto (del resto nemmeno io mi capacito ancora del perché fossi entrato in una banca essendo del tutto negato per quel mestiere), il direttore ci mandava a recuperare i colleghi che venivano da Mestre. Il problema era che la nostra banca per evitare lo scoccare di indebite scintille amorose o corteggiamenti tra colleghi e anche per una certa misoginia congenita, aveva poco personale femminile e quel poco che c'era era stato selezionato anche in base a rigidi criteri estetici. Infatti, come avvenenza le nostre colleghe rivaleggiavano con la signorina Silvani di Fantozzi e spesso perdevano la tenzone. L'unica che si salvava ed era decisamente carina era una nuova impiegata di Treviso, credo assunta per una raccomandazione. Infatti, c'era una vera e propria gara tra i colleghi per localizzarla e salvarla che spesso era risolta brutalmente con criteri gerarchici. Io, essendo all'epoca felicemente e fedelmente accasato con Donatella e non intendendo partecipare a quella competizione indecorosa, mi limitavo a portare all'asciutto gente che mi stava simpatica e una volta anche una famigliola di turisti americani bloccati sul ponte di San Moisè, che poi volle a tutti i costi lasciarmi "ten dollars" di mancia, che conservo ancora come il primo dollaro di Zio Paperone.

Poi, però, sarà per quel vento di tramontana che non aveva smesso un attimo di flagellarmi assieme alla pioggia, sarà per quello che avevo appena ricordato ma mi torna improvvisamente alla memoria anche quel drammatico 4 novembre del 1966 quando Firenze e Venezia vennero invase dalle acque con tutto quel che ne seguì. Quella notte di tregenda in cui il mare in tempesta spinto da un vento fortissimo ruppe gli argini ai Murazzi del Lido rischiando di spazzar via in un colpo Pellestrina e Malamocco  (si seppe solo dopo quanto si fosse andati vicini alla tragedia) e allagando la città io partecipavo tutto in ghingheri e vestito da gran sera alla festa dei 18 anni di una ragazza di quella buona borghesia veneziana che allora frequentavo e m’invitava perché non giravo ancora per i cortei a prendere manganellate con il Manifesto che spuntava dal tascone dell’eskimo e la sciarpetta rossa di cachemire (dono ironico di mia madre al suo figliolo lungocrinito, rivoluzionario di bon ton). Tra una danza e l’altra avevamo sentito più volte il lamento lugubre delle sirene dell’acqua alta, quel suono che a mia nonna ricordava i bombardamenti e sbiancava in volto ogni volta che lo ascoltava, ma nessuno ci aveva fatto caso anche perché da noi nei mesi classici dell’acqua alta la cosa è normale. Poi, verso le due del mattino, con ancora la festa nel vivo e molta gente che stava ballando, visto che un po' mi annoiavo decido di tornare a casa. Saluto e ringrazio la padrona di casa, scendo e alla luce fioca della lampadina delle scale mi pare di vedere che la palladiana dell’androne stia tremolando. Mi fermo sorpreso, ma poi penso si tratti solo di qualche bicchierino di troppo, così scendo quell'ultimo scalino e mi trovo sgradevolmente con l’acqua gelata alle caviglie.

Gatto che spunta dal buio di un sotoportego (1970)
Diversi gatti ci lasciarono le penne quella notte. A loro, che sono
parte dell'anima veneziana, va il mio pensiero commosso.

Maledico le maree e chi le ha inventate, apro il portone, scendo altri tre scalini che non ricordavo e l’acqua arriva di colpo alle ginocchia. Sorpreso dal trovarla così alta faccio istintivamente qualche passo in avanti per guardarmi attorno e in quel momento salta la luce in calle e in tutta la zona. Sento grida di sorpresa provenire dalla casa che ho appena lasciato, ma ormai il portone si è chiuso e il campanello, ammesso che riesca a ritrovarlo in quel buio, non funziona più. Provo a gridare, ma nessuno scende ad aprire o nemmeno mi sente. Così, siccome la casa dei miei nonni e di mia zia è solo a qualche calle di distanza e per fortuna ho anche le loro chiavi decido di raggiungerla. Quelle poche calli però si rivelano presto un cammino angosciante. Non ho punti di riferimento e cammino a tentoni come in un labirinto cercando di capire dove c'è il muro, ormai l’acqua mi arriva all'addome, sono mezzo congelato da quel bagno nell'acqua gelida e sporca e inizio a sentire anche un forte odore di nafta che fa girare la testa. Da qualche finestra si vede tremolare la fiammella fioca di una candela, per il resto è tutto buio pesto e non si sente alcun rumore, se non il miagolio straziante di un gatto rintanato da qualche parte e che deve passarsela male anche lui. Poi, per fortuna, dopo qualche minuto sento delle voci, mi faccio sentire e incontro due vigili con gli stivaloni e una torcia elettrica che mi dicono che c'è un vero disastro in città e mi ordinano di mettermi subito al sicuro, così mi faccio scortare sino a destinazione (che poi bastava girare l'angolo e fare un ponte ed ero arrivato).

Certe calli sono buie anche con la luce, figuratevi che bello percorrerle
senza e in mezzo all'acqua gelata...

Come salgo dai nonni, mentre la zia alla luce di un candelabro mi prepara un tè bollente e mi porta dei panni asciutti, provo a chiamare mia madre per tranquillizzarla, ma tutte le centraline telefoniche sono saltate e il telefono non dà alcun segnale. Aspetto sveglio le poche ore che ancora mi separano dal chiaro, poi poco prima delle sette esco per cercare di raggiungere casa mia, in Corte dell'Alboro. Il vento ancora forte continuava ad impedire alla marea di defluire dalle bocche di porto e quindi l'acqua non era affatto calata e in calle c'era ancora almeno mezzo metro. Così mia zia e la nonna, dopo aver rinunciato a convincermi che non era il caso di uscire di nuovo, mi aiutano ad imbragarmi alla meno peggio per affrontare la traversata. In casa c'è un paio di stivali di gomma, ma sono del tipo basso e quindi inutili. Però mia zia ha una specie di tuta in plastica che usa per sudare e perdere chili pedalando sulla cyclette. Il set è composto da una giacca e dei grossi bragoni argentati che si possono stringere sulle caviglie e alla cintura. Indosso solo i pantaloni gommati sopra una vecchia calzamaglia in lana del nonno e infilo i piedi dentro dei sacchetti di plastica della spesa e poi dentro gli stivali, sigillando il tutto con lo scotch da pacchi. La nonna insiste per strofinarmi le gambe con l'olio canforato per il freddo, ma rifiuto energicamente. Poi, sentendomi bardato come un palombaro, scendo in calle con la zia e la nonna affacciate in ansia alla finestra per vedere come procede il varo e inizio a camminare lentamente verso campo San Bartolomeo. Come ci entro dal sottoportico della Bissa per poco non mi scontro con un tizio che sta vogando sopra un sandolo. Lo spettacolo è incredibile: ci sono almeno altre tre barche e in acqua galleggia di tutto, compreso un gatto morto. C'è anche molta nafta uscita dalle caldaie delle case e l'acqua è lurida e maleodorante.

Due giorni dopo nei canali galleggiava ancora di tutto

Guardo le vetrine del negozio della Luisa Spagnoli e vedo che dentro ci sono vestiti che galleggiano e altri messi in salvo alla meno peggio con gli espositori sopra il bancone o appesi sugli scaffali più alti. Procedo ancora verso San Salvador e all'inizio delle Mercerie ci sono altre barche e soprattutto decine di scatole da scarpe e di cappelli di Marforio che navigano con loro. Però la zona è bassa e dunque il livello dell'acqua inizia a salire ancora. Ormai ce l'ho a metà del petto e sento che avendo superato la cintura sta iniziando ad entrare nei pantaloni appesantendomi le gambe neanche fossero di piombo. Così appena salito sul ponte dell'Ovo, all'asciutto (si fa per dire) scopro di assomigliare all'omino Michelin, con le braghe comicamente gonfie di litri d'acqua e allora decido di togliere tutto lo scafandro e di proseguire seminudo in calzamaglia, che tanto se proprio devo congelarmi almeno provo a camminare veloce.


 Le immagini di quel 4 novembre del 1966 
che portò ore drammatiche a Firenze e Venezia

In effetti la cosa funziona e grazie anche al fatto che le altre zone da attraversare erano più alte e l'acqua arrivava solo alle ginocchia arrivo finalmente a casa e trovo mia madre serafica in salotto che dopo un bacetto mi dice "Oh! bene, meno male che sei arrivato...asciugati, mettiti gli stivali alti e vai a prendere tuo fratello che è uscito a cercarti cinque minuti fa, dovrebbe essere ancora in campo."
La guardo stupito. "Scusa, ma non eri preoccupata per me?"
"Proprio no, quando mi sono svegliata questa mattina e ho visto l'acqua alta fin sul portone ho immaginato che o avevi dormito dalla tua amica o eri andato dai nonni. Sei stato da loro, vero?"
"Si... certo."
"Lo vedi? Avrai tanti difetti, ma su questo sei come me, quando serve te la sai cavare sempre. Lo so benissimo, altrimenti mica ti manderei in giro, cosa credi?".
Mia madre, che come tutti gli artisti era piuttosto stravagante anche nel modo di farmi gli elogi, spesso mi lasciava nel dubbio che non si trattasse invece di un'ironia, ma in quel caso sentivo che era davvero un complimento e la cosa mi rende ancora orgoglioso oggi.