sabato 21 marzo 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 2



La mattina seguente, mentre il sole cominciava ad invadere la stanza vanificando lo sforzo di riprendere il filo di un sogno già interrotto dal cigolare di cassetti aperti e chiusi, dal fruscio dei vestiti e da voci lontane di bambini probabilmente miei, il silenzio della campagna innevata fu squarciato dal ruggito di un motore e, subito dopo, dal rumore di ruote che scavavano furiose la ghiaia del giardino. Non vi era dubbio che si trattasse di Milla che portava i nostri figli alla scuola materna. La mandai mentalmente a quel paese per quelle quotidiane partenze da gran premio assolutamente immotivate se non dal fatto che, come al solito, la mia signora era in gran ritardo. 
Subito dopo, mentre cercavo di riprendere conoscenza di me e di proteggermi con la trapuntina dal gelo proveniente dalle finestre spalancate per arieggiare la stanza e svegliare gli oziosi, arrivò puntuale il frastuono della quotidiana transumanza di pentole tra i vari cassetti della cucina, che sembrava essere una tradizione irrinunciabile di mia suocera. La brava signora Lucia, infatti, doveva avere ancora in circolazione diversi cromosomi di quell’inflessibile nonno tedesco di cui ogni tanto mi parlava (tutti trasmessi puntualmente alla figlia) e questo le rendeva impossibile spostare anche di un solo minuto la sua meticolosa pianificazione quotidiana. 

Decisi pertanto che quello era il momento propizio per attuare il piano concordato con Giulio. Il mio obiettivo si trovava solo e indifeso in cucina. Dunque avrei potuto scendere giù da lei e, facendo leva sulle sue granitiche ritrosie a qualsiasi forma di vita sociale, spaventarla a morte con la prospettiva della calata dei barbari d’oltralpe. L’indiscussa superiorità dialettica e una certa soggezione nei miei confronti da parte di quella brava donna, che mi considerava una specie di alieno giunto dalla lontana Venezia a sposarle la figlia, avrebbero reso sicuramente facile il compito assegnato. Indossata la vestaglia e calzate le ciabatte scesi quindi al piano sottostante. Mia suocera, come da programma, dopo il rigoverno delle pentole e prima di cucinare si concedeva una ventina di minuti di riposo ed era alle prese con un cruciverba della sua inseparabile “Settimana enigmistica”. Appena mi vide comparire sulla soglia della cucina, posò la matita copiativa e mi si rivolse premurosa per conoscere i miei desideri in tema di colazione, poi, prima che potessi risponderle, con l’aria mesta di chi è conscio d’infliggerti un grande dolore pur contro la sua volontà, soggiunse: <<Comunque, questa mattina Camilla, siccome aveva i pomodori freschi la gà fatto un gazpacho e la ga dito che el xe da finir. Quindi de non star a butarlo via >>. 

M’indicò la caraffa del frullatore piena a metà della spremuta di pomodoro e altre verdure che Milla, fin dal nostro primo incontro, mi aveva imposto come salutare colazione e che ancora continuava a propormi, dimentica del fatto che se dopo quella notte d’amore, qualora me lo avesse proposto, avrei mangiato anche un topo gratinato, dopo cinque anni di matrimonio l’esigenza mattutina di un caffelatte con il pan biscotto ruggiva nel mio stomaco. In ogni modo, dall’indicazione decisa di mia suocera era chiaro che la volontà di Milla non era negoziabile in alcun modo e che la vittima designata a finire il beverone di verdure ero io. Inoltre, lei era lì per accertarsi che obbedissi all’ordine. Quindi, rassegnato, presi posto a tavola e dopo un’annusatina diffidente che mi rimandò erbacei effluvi di sedano e cipolla, versai l’intruglio nella scodella. La signora Lucia, che si era rimessa a trafficare con il cruciverba, mi guardò compiaciuta mentre affondavo il cucchiaio nel gazpacho e mi offrì una consolazione. <<Che bravo ‘sto toso! Dopo, se l' vol, ghe fasso un caffelatte>>. 

La prima sorsata, mi fece capire che l’intruglio di verdure non era poi malvagio e, soprattutto, costituiva un eccellente spunto per avviare il discorso. <<No, signora Lucia, grazie, ma non è il caso di disturbarsi. Dopo questo minestrone freddo sarei più incline alla bistecca. Comunque, più tardi vado in paese a comperare il giornale ed eventualmente prendo un cappuccino al bar delle corriere…mi dica, piuttosto: sono difficili? >> 
<< Che cosa?>> 
<< Le parole crociate che sta facendo>> 
Mia suocera guardò lo stato di avanzamento del cruciverba. <<Insomma … conforme!>> 
L’uso del “conforme” era tipico di quella donna quando non voleva sbilanciarsi troppo e veniva adoperato come forma di difesa nei confronti di chiunque. La cosa risaliva a quando, fermi ad uno stop molto trafficato, Milla le aveva chiesto se la strada fosse libera dalla sua parte e lei aveva risposto dapprima <<Si!>> e poi, dopo una discreta pausa di riflessione <<... Anzi, no!>>. Così, dopo un bello spavento e seicentomila lire di danni, era stata redarguita severamente, con il risultato che da quel momento ad ogni domanda potenzialmente insidiosa la poveretta rispondeva con quell’amletico: <<Conforme…>> che la toglieva da ogni impiccio. 

Dopo un breve silenzio tattico, buttai l’esca per avviare la conversazione e giungere al punto << Le serve una mano con qualche parola? Chieda pure…>>. 
La signora Lucia non se lo fece ripetere due volte, anche perché di norma quando la vedevo indaffarata con i cruciverba cercavo di defilarmi e immaginavo che l’occasione di avere finalmente a sua disposizione la mia cultura universitaria, le sarebbe sembrata troppo ghiotta per lasciarsela scappare.
<<Sì, grazie! Però… Carlo, non si offenda, ma lo sa che l’altra sera lei mi ha dato una parola sbagliata?>>. 
Per rafforzare il concetto agitò più volte la matita nell’aria, come una maestra intenzionata a dare una bacchettata al somarello della classe per aver fatto male il compito. Il tono di bonario rimprovero mi punse nell’orgoglio, così come il fatto che la mia interlocutrice aveva abbandonato il dialetto, cosa che, di norma, significava il suo intento di prendere le distanze. 
<<Ho sbagliato? Io? Come è possibile? >>. 
<<Ciò! Certo che è possibile! Si ricorda che le avevo chiesto cosa fosse “il vento che soffia su Venezia”? Lei mi ha detto: “Sciroppo”, ma non era giusto ….>>. 
Pensai amareggiato allo spreco di cultura che andavo perpetrando con gente che non era neppure in grado d’intendere chiaramente le mie risposte. <<Immagino! Però io le avevo detto: “Scirocco”! E’ successo come l’altra settimana con il latte “stremato” che invece era scremato. Non sono io che ho sbagliato, cara signora… forse è lei che ha capito male!>>. 
<<Ah! Ecco…sarà così!>> Mia suocera ammise mansueta le sue colpe, poi soggiunse: <<Comunque, se proprio el vol darme una man, mi dica questa, che io non me ne intendo: “Nota casa automobilistica”. E’ di quattro lettere…>>. 
<< Questa è proprio facile! Sarà la Ford! Oppure la Saab…>> 
<< No, finisce con la T>> 
<<Allora è la Fiat! In ogni caso, le ha detto qualcosa Milla dei francesi? Lo sa che alla fine del mese avremo l’albergo pieno di persone straniere?>>. 
Lanciai l’attacco utilizzando deliberatamente la parola “straniero”, certo dell’effetto panico che avrebbe indotto in una persona mai uscita dai confini della provincia di Treviso. 
Lo sguardo della signora Lucia, come previsto, si fece immediatamente vitreo. Subito dopo, fece cadere il lapis sul tavolo ed esclamò con evidente dispiacere: <<Oh! Madre santissima!>> 

Il colpo sembrava andato a segno e rinforzai subito l’attacco <<E’ preoccupata, vero? In effetti, lo sono anch’io. Mi pare che questa volta facciamo il passo più lungo della gamba! Siamo troppo pochi per reggere l’urto, non trova? >>. 
Mia suocera cercò il mio sguardo, poi scrollò la testa in segno di sconforto.
<<Carlo! Ha sbagliato di nuovo! Non può essere la Fiat perché comincia con la esse. Adesso mi tocca cancellare tutto!>>. 
Alzai le mani in segno di resa <<D’accordo, mi dispiace. A questo punto è chiaro che non è la Fiat, ma la Seat! Comunque, la Seat una volta faceva parte della Fiat, quindi non ho poi sbagliato di tanto. Però adesso mi dica una cosa: sua figlia le ha già parlato dei francesi?>>. 
La signora Lucia era indaffarata a cancellare il mio strafalcione con la gommina della matita e tuttavia rispose sorridendo. <<Si… lo so! So già tutto! Camilla me lo ga dito stamattina. Nol xe contento?>>. 

Il ritorno all’uso dell’ital-trevigiano significava il ripristino delle normali relazioni diplomatiche e quindi andai avanti. <<Contento? Veramente io sono molto preoccupato, soprattutto per lei. Come farà con la cucina? Si tratta di almeno quindici persone, non è mica uno scherzo>> (aumentai un po’ il numero dei commensali per calcare sull’effetto). 
Mia suocera spalancò gli occhi meravigliata, come se le avessi domandato il nome di sua figlia.
<< Che problema ghe xe? Fasso da magnar tutti i giorni, matina e sera, per otto persone, posso far da magnar anca per quindese, no? Basta aver qualche tecia più granda…>>. 
La sua calma serafica cominciava ad indispettirmi, così, anche se non era vero, provai ad attribuire a tutti i quindici ospiti dell’albergo la cittadinanza francese, ma quella santa donna non fece una piega <<‘Sti siori sarà anche francesi, ma i magna come noi, no? Vedrà che resteranno contenti>>. 

Visto che la cucina sembrava ben presidiata la lasciai perdere e spostai l’attenzione su altri aspetti logistici <<Si… ma come facciamo per le stanze? Al mattino ci saranno tutti i letti da rifare, occorrerà cambiare le lenzuola e gli asciugamani, che poi andranno anche lavati e stirati>>. 
La signora Lucia sorrise bonaria per fugare le mie paure anche su questo punto <<Nol staga a preoccuparse, Carlo! La Nadia la xe brava e svelta. Se la xe bona de starghe drio a quel macaco de Giulio, la pol starghe drio anche a cinquanta francesi, nol ghe par? E poi alle dieci, quando go messo su el magnar, posso anche darghe una man a fare qualche stanza o a stirare. Camilla la me ga dito che ‘sti siori i starà a far lessiòn fino alle sie de sera, quindi gavemo tutto il pomeriggio a disposizione >>. 
A quanto sembrava la donna, sicuramente già indottrinata dalla figlia, era molto più coriacea del previsto e non riuscivo a metterla in agitazione, così giocai l’ultima carta, quella della disperazione << Sì, ma ci saranno anche da preparare due coffee break al giorno, come facciamo?>>. 

La parola straniera e misteriosa causò l’effetto sperato e il volto della signora Lucia si fece finalmente preoccupato. 
Stavo per proseguire nell’attacco quando una mano si posò sulla mia spalla trasformando subito la presa in un doloroso pizzicotto che aveva lo scopo di bloccare ogni velleità di proseguire nel discorso. Subito dopo, risuonò la voce di Milla 
<<Non ti preoccupare, mamma! Il coffee break di cui parla Carlo, che si riempie la bocca con i suoi soliti paroloni, non è altro che un piccolo spuntino a metà mattina e a metà pomeriggio. Bastano due caraffe di succo di frutta, qualche biscottino e un thermos di caffé. Cosa vuoi che ci voglia? >> poi, rivolta a me soggiunse << …e in quanto a questo bel signore ancora in vestaglia alle dieci del mattino, che ne direbbe di accompagnare sua moglie in paese a fare due spese?>>. 

Il tono della richiesta era tale che dieci minuti dopo ero già lavato, sbarbato e vestito a fianco di Milla sulla Peugeot che usciva sparata dal cancello di casa in direzione di Sant’Anastasia. Dopo aver chiuso gli occhi al momento dell’immissione sulla provinciale che la mia autista compiva regolarmente buttandosi fuori dallo stop senza vedere cosa stesse arrivando da dietro la curva, aspettai rassegnato la presumibile ramanzina che non tardò.
<< Perché ti diverti a preoccupare la mamma? Lo sai che lei interpreta le cose a modo suo, no? Sono già abbastanza preoccupata io senza che tu ti metta a buttare altra benzina sul fuoco >>. 
Quell’ammissione imprevista mi lasciò stupefatto. <<Beh? Come sarebbe a dire che sei preoccupata? Ieri sera sembravi… >>. 
Milla m’interruppe <<Ieri sera ero contenta di poter finalmente riempire l’albergo! Ma non sono la pazza irresponsabile che tu e Giulio pensate. So benissimo a cosa andiamo incontro e, se ti può far piacere, non ci ho dormito tutta la notte perché ho una paura maledetta che qualcosa vada storto e so perfettamente che ci stiamo condannando tutti ad un mese d’inferno >>. 
<<Ma…allora possiamo pensare a qualche rinforzo?>>. 
Milla sbuffò infastidita, intanto che dava un colpetto di clacson ad un ciclista per toglierlo di traiettoria. 
<<Ma siii! Che palle con questa storia! Certo che ci sto pensando! Se sarà possibile prenderemo qualcuno, ma deve essere una persona con le caratteristiche che voglio io. Non voglio una contadina rifatta o qualche ragazzetto dall’oratorio di Don Fabio. Mi serve una persona che abbia qualche esperienza e sia professionale nel servizio a tavola, ma siccome quelli bravi difficilmente accettano di lavorare solo per un mese e per quattro soldi, non sarà facile >>. 
Presi atto con gioia della ritrovata ragionevolezza della mia compagna.<< Allora non sei arrabbiata con me?>> 
<< Perché dovrei esserlo? Se non me ne dai motivo… e poi non è proprio il momento di litigare. Questa mattina Giulio e Nadia hanno già fatto una baruffa di quelle che basta e avanza. Pensa che sono stata da loro quasi un’ora per metter pace>>. 

La notizia di quello scontro coniugale mi fece capire che anche l’altro congiurato aveva fallito, ma ormai importava poco. Così mi accomodai sul sedile passeggero e mi dedicai ad osservare compiaciuto il verde dei prati che spuntava dalla nevicata del giorno prima, ormai visibile in abbondanza solo sui tetti delle case e in qualche zona all’ombra. Il vento forte della sera prima aveva spazzato via le nuvole e ora tutta la vallata appariva splendente di sole e senza un filo di foschia e pensai che se fossi salito in cima al Cesèn avrei potuto vedere all’orizzonte la laguna di Venezia e forse, come favoleggiava qualcuno in paese, perfino la costa istriana. Per un attimo fui tentato di chiedere a Milla di imboccare la strada verso Pianezze per inebriarmi assieme a lei con la visione di spazi infiniti, ma poi, appena sceso dalla macchina, un refolo di venticello fresco mi fece rimpiangere di aver lasciato la giacca a casa e spense subito qualsiasi velleità di scalatore. 

Dopo le spese e prima di far ritorno a casa, Milla, dal momento che era quasi l’ora di pranzo, mi propose un aperitivo al bar “Da Celio” che accettai volentieri, un po’ perché quell’aria frizzantina aveva già stuzzicato l’appetito e anche perché ero curioso di vedere la nuova banconiera che, dopo molte sostitute non all’altezza, aveva finalmente riempito il vuoto lasciato da Nadia nel cuore degli avvinazzati del paese. La penombra odorosa di vino e di fumo del bar e il brusio degli avventori alle prese con il bianchetto di mezzogiorno ci accolsero piacevolmente. 
Sul banco di marmo grigio facevano bella mostra alcuni piattini con le mezze uova sode, le alici con il cappero e i cubetti di mortadella infilzati negli stuzzicadenti. Più in disparte, la pentolona di cottura del musetto e il tagliere di legno affiancato dalle ciotoline del cren e della senape. Dopo esserci fatti largo a fatica tra la ressa e dopo il solito scambio d’arguzie da caserma con il vecchio Celio che stava alla cassa, mi dedicai ad osservare la nuova entrata. In effetti, la ragazza, che veniva da Mareno di Piave, era una cavallona di tutto rispetto e ben tornita, anche se di viso non era un granché, ma sicuramente quella era la parte che avrebbe destato meno interesse tra gli avventori. 

Piuttosto trovavo un po’ volgare il suo modo di rivolgersi ai clienti con un uso del “tu” indiscriminato e, in quanto a seno, sicuramente con l’uscita di Nadia il locale aveva perso molto del suo fascino. In ogni caso, la giovanetta sembrava nel complesso un acquisto azzeccato. Mentre ero intento a quelle riflessioni ed anche a mandar giù un mezzo uovo sodo con la cipollina e il pezzetto d’acciuga, Milla mi bruciò sul tempo facendo le ordinazioni <<Io prendo uno spritz con l’Aperol e mio marito un calice di Merlot >>. 
La scelta non casuale mi fece paura << Perché per me hai chiesto proprio un calice di Merlot?>>. 
Milla ridacchiò anche perché probabilmente ero sbiancato in volto e la cosa non le era sfuggita. 
<<Non ti piace? Eppure mi sembrava che ultimamente lo tenessi in gran conto>>. 
Mi fu subito chiaro che ogni resistenza era vana e puntai ad una resa onorevole sperando nella clemenza della vincitrice <<Va bene, mi arrendo! Ma come hai fatto a sapere?>> 
<<Scemo che sei! Non lo sai che ho i miei informatori segreti? E poi tu e Giulio con la vostra tendenza alle chiacchiere siete molto improbabili come congiurati, soprattutto se passate la serata al bar a far bisboccia con gli amici>>. 
Capii al volo chi fosse stato l’anello debole della catena. Pensai anche che se Giulio in tempo di guerra fosse caduto in mano della Gestapo, non avrebbero avuto neppure bisogno di torturarlo per ottenere informazioni, sarebbe bastato portarlo al bar e offrirgli un calice di vino. 

Sondai cautamente il terreno che sapevo essere minato. <<Davvero non sei arrabbiata?>>. 
Milla attese un attimo prima di rispondere. Gli occhi le brillavano di divertimento, come quando sapeva di poter giocare come il gatto con il topo.
<< Tu che ne pensi?>> 
<< Penso che dovresti esserlo!>> 
La mia compagna, prima di rispondere, si prese del tempo e trafficò a lungo con il bicchiere dello spritz cercando di far uscire la scorza di limone. Quel silenzio scatenò le mie ansie, poi, dopo che un sorriso le aveva illuminato il volto, ruppe gli indugi. 
<<No, non lo sono affatto. Anzi, la storia del vostro “Patto del Merlot” mi ha divertito molto. Sembrava uno di quei complotti tra studenti sfigati che si ordivano al liceo contro il professore o la secchiona di turno. Devo ammettere che a volte tu e mio fratello avete slanci adolescenziali assolutamente deliziosi. Invece, in quanto al Merlot, avrei qualcosa da ridire sul fatto che tu e Giulio ve ne siete scolati quasi due bottiglie, per non parlare della strage delle noccioline. Pensavate che non lo vedessi? Ti faccio notare, come l’ho già fatto con Giulio, che il bar dell’albergo non è lì per dissetarvi e mangiucchiare a vostro piacimento. Quindi mi devi cinquemila lire di vino e ti abbuono le noccioline perché hai ammesso le tue colpe >>. 
Pagai volentieri quel prezzo sicuramente esoso e la pace fu suggellata da Milla appena usciti dal bar con un abbraccio e un bacio sulla bocca che sapeva di limone e che fece voltare mezza piazza.


giovedì 19 marzo 2020

L'Enigma di Ponsard - Capitolo 1


Il gridolino di piacere di Milla giunse inaspettato alle mie orecchie mentre ero intento ad osservare la nevicata fuori stagione che ricopriva ogni cosa attorno a villa Seiffert. Essendo un suono ormai raro, oltre che inatteso, mi voltai giusto in tempo per vedere la mia consorte venire raggiante verso di me agitando un foglio di carta del fax << Arrivano! Arrivano! Lo sapevo che ce la facevamo!>>. 

La guardai sospettoso, perché ormai sei anni di convivenza con quella donna mi avevano abituato ad ogni stranezza. Sembrava che Milla per una sorta di suo oscuro malessere esistenziale non potesse passare serenamente le sue giornate senza abbandonarsi a qualche nota d’eccentricità, quasi sempre costosa e a danno mio o di suo fratello Giulio. Eppure avevamo due bellissimi figli in tenera età, ai quali si era aggiunto il marmocchio che mia cognata Nadia, già nota in paese come “Figa de fero” e ora detta “Voltaire” per il suo acume intellettuale, aveva sfornato subito dopo il matrimonio, vivevamo immersi in una campagna che era un inno alla vita placida, con una madre suocera che pensava a tutto (ed anche oltre) ed eravamo perfino discretamente benestanti. 
C’era tutto l’occorrente per passare il resto della nostra esistenza a leggere buoni libri e a coltivare amicizie appaganti intellettualmente delibando vini profumati e cibi eccellenti all’ombra del noce secolare davanti alla nostra dimora. Invece quella sventurata ci proponeva in continuazione iniziative strampalate, tanto che i bisticci con me e Giulio si erano andati infittendo negli anni, ma con la differenza sostanziale che se con Giulio la cosa finiva lì dopo un’urlata omerica, con me i musi lunghi si protraevano anche nel talamo nuziale e per diverso tempo. 
Per questo le risposi con una certa ansia: << Chi arriva? Per fare che cosa? E, soprattutto: perché? >> 
Milla mi guardò sorpresa da tanta ignoranza. <<I francesi! Chi se no? Saranno qui tra un mese>>. 

Mi girò le spalle e fece per tornarsene verso la reception. La cosa m’indusse subito ad inseguirla, non fosse altro perché odiavo essere piantato in asso nel bel mezzo di un discorso.
<< Camilla!>> (chiamavo sempre mia moglie con il suo nome intero quando volevo prendere le distanze da lei) <<la Francia è un paese amico, cosa hai combinato questa volta?>>.
La mia compagna si fermò e sorrise benevola <<Ma va! Mona che non sei altro! Vengono qua al residence >>.
Questa faccenda del residence, che in realtà non era tale, ma ambiva ad essere un albergo vero e proprio, era appunto una delle tante stranezze recenti di Milla che, da quando suo fratello Giulio aveva deciso che la villa Seiffert, da lui ereditata pochi anni prima, era troppo grande e ingestibile per la sua famiglia, aveva immediatamente rispolverato la sua laurea in architettura e le sue velleità d’arredatrice e grazie alla complicità di quella mente semplice di Nadia, facilmente suggestionabile, aveva convinto il fratello ad investire una cifra abnorme nella ristrutturazione della villa in albergo di charme. 

Alla fine d’interminabili lavori fatti in totale economia (che per la mia consorte voleva dire disturbare i suoi cari e tutto il paese per ottenere piaceri e favori di varia natura e soprattutto lavoretti in nero) ne aveva ricavato cinque stanze matrimoniali con bagno al piano nobile, una delle quali, l’ex stanza da letto dei conti Seiffert, era stata chiamata pomposamente “Suite del conte” solo perché dotata di una minuscola anticamera e di un bel paio di bifore. Poi c’erano altrettante camere più piccole al secondo piano, dove era stata ricavata anche una saletta per riunioni adatta per una quindicina di persone. 
I bagni delle stanze al piano nobile erano stati tutti decorati con un raffinato mosaico di stupendi “Sassi del Piave” che costavano un occhio della testa e che furono oggetto di un’accesa discussione tra Milla e suo fratello, il quale sosteneva che, dal momento che il Piave scorreva a meno di un chilometro da casa, proprio non vedeva il motivo di una spesa del genere. 

A dimostrazione della sua tesi, Giulio, dopo aver perlustrato il greto del fiume per una mattinata, aveva scaricato una carriola intera di ciottoli davanti alla nostra porta di casa. Questo atto di ostilità aveva alimentato l’ennesima zuffa fratricida. Al piano terra, cui si accedeva dal giardino grazie ad una minuscola scalinata abbellita da due sedicenti ninfe in pietra scovate nel retrobottega di un marmista di Oderzo, la nostra architetta, sopprimendo alcuni bei salottini in nome di quella che lei chiamava: “una lettura rigorosa della struttura”, aveva ricreato un’ampia sala da pranzo, valorizzando, ad onor del vero, la stupenda palladiana originale del pavimento. Poi, dopo una radicale ristrutturazione delle cucine da cui si era salvata, per le nostre veementi proteste, solo la vecchia cappa del camino e grazie ad un misterioso amico bergamasco che progettava interni di barche a vela, aveva realizzato finanche un minuscolo bar in mogano e ottone, a cui si accedeva, tra luci soffuse, dalla vecchia biblioteca del conte Vittorio, trasformata ora in reception e in sala di lettura. 

Per gli arredi si era fatto ricorso a quanto restava dei mobili originali e per il resto si erano saccheggiati tutti i robivecchi e i sedicenti antiquari compresi in un’area di svariati chilometri, da Belluno a Treviso. Tutto questo sfoggio di magnificenze, però, anche se Milla sosteneva con incrollabile certezza che una famosa catena americana di hotel “di charme” avrebbe presto avanzato una generosa offerta per rilevare le attività, fino ad oggi era servito soltanto ad ospitare alcune coppiette occasionali, una delle quali, oltre a svuotare il frigobar e a spegnere le cicche dappertutto fuorché nei portacenere, aveva anche fatto razzia degli asciugamani e degli accappatoi di spugna ricamati a mano con le iniziali del residence ed era stata vanamente inseguita da Milla fino al casello di Conegliano. Ora, a quanto sembrava, le cose stavano finalmente per cambiare…

Ad ogni modo, essendo sospettoso di natura, decisi di approfondire la notizia di quell’insperato arrivo. << Camilla… potrei sapere chi sono questi francesi, quanti sono, quanto si fermano e, soprattutto, com'è che ci hanno trovato? >>.
Milla mi porse con malagrazia il fax perché ci dessi un’occhiata e, intanto, appoggiandosi al banco della reception si era immersa a far calcoli scarabocchiando con la matita sul retro dell’elenco del telefono, cosa che se l’avessi fatta io sarei stato trucidato all'istante.
<<Allora… i francesi sono cinque persone, arriveranno tra venti giorni e si fermeranno per quasi un mese a mezza pensione…dunque…calcolando lo sconto e quindi un prezzo a persona di 90.000 lire per notte, perché di meno non gli faccio… fanno 450.000 lire al giorno e per 27 giorni ….sono 12.150.000 d’incasso. Inoltre, in tutti quei giorni, vuoi che almeno altri due o tre milioncini di extra non me li facciano? Quindi, possiamo calcolare all’incirca una quindicina di milioni. Poi ci sono i corsisti che sono una dozzina di persone di media. Noi ne possiamo alloggiare cinque al secondo piano, gli altri li mando alla locanda “Vigna d’oro”. Sono già d’accordo con il proprietario il quale mi darà una piccola percentuale… e anche qui, tra una cosa e l’altra, possiamo calcolare un’altra quindicina di milioni, Quindi, alla fine della giostra, ci portiamo a casa oltre una trentina di milioni al lordo delle tasse. Non è male, no?>>

La mia consorte mi rivolse uno sguardo complice e mi fece sentire in dovere di non deluderla <<Sì, non è male, ne convengo, finalmente si vedrà qualche soldo entrare e non uscire soltanto. Ma, al di là di quanto sborseranno, non mi hai ancora detto chi sono questi signori e come mai, dalla Francia, tra tutti gli alberghi della zona hanno scelto proprio il nostro che già a Valdobbiadene, se non fosse che la gente mormora ancora su quanto c’è costato, sarebbe del tutto sconosciuto>>.
Milla mi tolse il fax dalle mani e me lo agitò sotto il naso. <<Se tu avessi la pazienza di leggere, invece di fare sempre il sospettoso, vedresti che questi signori che tanto ti turbano sono il direttore di una società di consulenza di Marsiglia e quattro suoi collaboratori. Vengono qua perché devono tenere dei corsi in zona e se hanno scelto il nostro residence è stato grazie alla signora Trevisan…>>.
La rivelazione mi colse completamente di sorpresa.
<<La Trevisan? La farmacista del paese? Ma cosa ha a che fare con noi?>>
La mia consorte sospirò con la solita aria infastidita di quando doveva proprio spiegarmi tutti i misteri della vita, anche quelli che secondo lei avrei dovuto sapere per non so quali capacità divinatorie.
<<Visto che, come al solito, quando una cosa non t’interessa spegni l’audio e dopo fai la parte di quello che casca dalle nuvole, anche se te ne avevo già parlato il mese scorso, te lo ricordo subito! La Trevisan ha partecipato tre mesi fa ad un corso di questo professor Ponsard a Vicenza per conto dell’Associazione di categoria dei farmacisti. Siccome il professor Ponsard aveva trovato da ridire sull’albergo vicentino che era troppo affollato e sapendo che in seguito sarebbe dovuto venire qua in provincia a fare degli altri corsi, lei, che è una persona sempre tanto cortese nei nostri confronti, gli ha detto che il nostro albergo era il massimo del comfort e della quiete e così ci ha messo in contatto. Soddisfatto?>>.

Il primo impulso fu quello di domandarmi come mai quella megera non si fosse fatta i fatti suoi. Poi, ricordando che la signora in questione, da dietro il bancone della sua farmacia veniva inevitabilmente a conoscenza di vita, morte, miracoli e acciacchi di ogni abitante del paese e che sembrava trarre lo scopo della sua esistenza nell’impicciarsi dei fatti altrui, capii il perché di quel favore non richiesto. Sicuramente alla signora non pareva vero di aver gente nuova, straniera per giunta, in giro per il paese e su cui curiosare. Quest’ultimo era sicuramente uno dei motivi per cui mia moglie e la Trevisan legavano tanto, unitamente al fatto che da quando Milla aveva risolto il caso dei conti Seiffert e il delitto della vedova Orzes, la signora, che era un’appassionata lettrice di romanzi gialli, la considerava come una giovane Miss Marple, ignorando colpevolmente il mio decisivo contributo alla soluzione d’entrambe le vicende. La mia memoria, per un’elementare questione di correttezza, andò a ripescare nei ripostigli dimenticati del cervello i frammenti smarriti di quella conversazione sulla Trevisan in mezzo ad un groviglio di comunicazioni sui figli da portare all’asilo, il sale grosso che mancava e sulle lenzuola da cambiare e, alla fine, mi parve che probabilmente Milla avesse ragione. L’avevo colpevolmente rimossa. 

Me ne scusai, ma subito dopo pensai che fosse mio dovere far presente alla signora alcune incognite che la mia mente d’uomo organizzato vedeva chiaramente. <<Camilla… va bene pensare all’incasso che faremo, ma ci sono alcuni problemi che sarebbe bene non sottovalutare. Il primo è: chi accudirà tutta questa gente? >>
Milla scrollò le spalle <<Non ti preoccupare. Ho già pronta la squadra: la mamma in cucina e la Nadia per le stanze e il servizio bar e ristorante. Giulio per la manutenzione e logistica e io a sovrintendere il tutto >>.
L’esclusione dalle convocazioni mi ridiede il buonumore, tanto da indurmi ad una mossa affrettata <<Vedo con sollievo di non essere incluso nel team>>.
Naturalmente, il crollo delle mie speranze fu immediato <<No affatto! Signorino mio, non t’illudere di stare come al solito a guardare noi che lavoriamo. Tu ti occuperai, oltre che dei nostri figli, anche delle relazioni pubbliche, visto che mastichi un po’ di francese e sarai, assieme a Giulio, una specie di factotum, pronto a dare una mano dove occorrerà. >>.

Incassai disinvoltamente la faccenda del factotum, confidando che in seguito, con qualche accorta diplomazia, la cosa sarebbe finita nel dimenticatoio. In ogni modo le preoccupazioni persistevano e considerai mio dovere farlo presente.
<<Camilla… sorvolo sul fatto che Nadia, Giulio e tua madre normalmente stentino a comprendere l’italiano, figuriamoci il francese, ma tu pensi seriamente che la mamma regga per un mese l’urto di colazioni, pranzi e cene per una dozzina di persone, con tutte le possibili varianti di richieste e che la Nadia sia capace di servire adeguatamente a tavola? Una cosa è fare la banconiera al bar “da Celio” ad affettare musetti e a servire ombre e spritz al giro degli avvinazzati del paese, un’altra è servire dodici clienti alla tavola di un ristorante che pretende di essere di tono. Ci vuole professionalità, non bastano un paio di mammelle ipertrofiche. E poi occorre fare quotidianamente le pulizie e le stanze. E’ un lavoraccio. Non possiamo scaricarlo sulle spalle di tua madre e di Nadia, mentre Giulio da questo punto di vista è irrecuperabile. Se non altro per il fatto che a quarant'anni suonati e grazie a tua mamma non ha mai rifatto un letto in vita sua. Anzi, deve essere convinto che i letti si rifacciano misteriosamente da soli. E’ bravo a portare il trattore e a curare le viti, ma questo non ci serve, no? Dovremo prendere almeno qualche altra persona che non ci costi troppo. Che ne pensi di tua zia Ginetta? E’ pensionata, robusta come un toro e si annoia mortalmente>>.

Milla sollevò la frangetta con uno sbuffo, come quando era infastidita da qualcuna delle mie idee bislacche. Poi mi fissò dritto negli occhi affinché m’imprimessi bene in testa quanto stava per dirmi <<Per amor di Dio! La Ginetta sta bene dov’è. Anzi, che non venga in mente a nessuno, e a te per primo, di raccontarle quel che succede perché non la voglio tra i piedi a curiosare e a straripare con tutte le libertà che si prende con le persone e neppure lo zio Orio. Chiaro? Questo deve essere un posto elegante e di stile, non una bettola di campagna. Mia madre non uscirà dalle cucine e la Nadia la tengo apposta perché non sa una parola di francese e quindi anche se dice una delle sue solite cretinate non la capiscono. In quanto al servire a tavola avrà tutti gli insegnamenti che le servono. Ma i rapporti con i clienti li gestisco io e soltanto io. Se proprio occorrerà un aiuto, ma dovrò vedere qualcuno stramazzare al suolo, cercherò qualche cameriera professionista, Per ora non è proprio il caso. Siamo tranquillamente in grado di far funzionare tutto da soli e non intendo spendere una sola lira in più di quanto abbiamo già speso! >>. 
Subito dopo, guardandomi minacciosa soggiunse: <<Tra l’altro, non capisco perché tu ti debba mettere sempre di traverso su ogni cosa che faccio. Sembra quasi che ti compiaccia di stare lì a seminare dubbi e geremiadi con la tua solita aria di superiorità di quello che ha già visto il mondo e c’illumina del suo sapere. Non è che potresti pensare in positivo ed essere un po’ più collaborativo? C’è già Giulio che fa il profeta di sventure a tempo pieno, se vi mettete in due siete un po’ troppi >>.

Avrei avuto molto da obiettarle, ma in quel momento il nostro scambio d’opinioni fu interrotto da un essere riccioluto comparso dal nulla e che correva a nascondersi tra le braccia della mamma piagnucolando. <<E’ brutto lo zio Giulio, mamma… è brutto! >>. Contemporaneamente apparve in fondo al salone mio cognato che teneva per mano Ortensia, la nostra figlia più piccola, che al confronto di quello zio dal fisico così massiccio sembrava ancora più minuscola. L’uomo era decisamente imbarazzato e Milla, cui l’intuito materno non faceva difetto, lo interpellò subito. <<Giulio, che hai combinato con Gianmarco? Perché piange?>>
<<Ma niente...  non ti agitare come al solito. Li ho portati a Valdobbiadene in piscina, cosa vuoi che sia successo? Ha bevuto un poco mentre cercavo d’insegnargli a nuotare, tutto qui! >>.
La mia consorte si fece ancora più sospettosa. <<Tu gli insegnavi? Ma non ti avevo detto di affidarli all'istruttore?>>.
<<Sì, ma costava diecimila lire l’ora e poi l’orario non andava bene. Allora ho chiesto ai bambini se volevano che gli insegnasse lo zio e sono stati contenti>>.
Gli occhi di Milla si fecero piccoli e vitrei come quelli del cobra che sta per mordere <<Non per sfiducia, ma posso saper come gli stavi insegnando a nuotare? Avrai avuto qualcuna delle tue pensate geniali, immagino>>.
Mio cognato indietreggiò istintivamente, in gran disagio, tanto da inciampare contro una poltroncina. 
<<Beh… li ho calati in acqua e li ho lasciati a muoversi da soli. Ortensia è stata bravissima, ha preso subito confidenza con l’acqua>>. Poi, per cercare complicità si rivolse alla nostra piccolina <<E’ vero che sembravi un pesciolino? Dillo alla mamma>>.
Nostra figlia annuì soddisfatta, confermando la faccenda del pesciolino. Milla, però, non era tipa da farsi depistare così facilmente. <<Lascia stare il pesciolino… cosa è successo a Gianmarco? >> 
Giulio tirò il fiato, poi confessò. <<…invece Gianmarco ha bevuto un pochino, si è spaventato ed è andato sotto, ma l’ho tirato su subito >>.
Milla lo guardò inorridita, mentre il nostro piccolo, nell’ intento di far sgridare lo zio, drammatizzava l’accaduto con una sceneggiata spudorata, simulando singhiozzi e convulsioni. 
La mia consorte si rizzò di scatto alzando la voce. 
<<Giulio, ma sei scemo?…Ma cosa ti è venuto in mente? Volevi affogarmelo? Lo sai che un bambino può restare traumatizzato per tutta la vita?>>. 
Poi, sopraffatta dall’amore materno, si riaccomodò sulla poltrona al mio fianco, stringendo a sé il nostro pargolo e riempiendolo di baci e carezze. Gianmarco, raggiunto lo scopo, si voltò soddisfatto verso lo zio come a dirgli: <<Hai visto che la mamma ti avrebbe sgridato?>>.

Come padre del naufrago non potevo più esimermi dall’intervenire sulla questione. Mi rivolsi dunque a Milla. <<Perché te la prendi con Giulio? Quello di buttarli subito in acqua mi pare un ottimo sistema, per insegnare a nuotare ai bambini. Tanto, prima o poi tornano a galla, no? >>.
La provocazione colse subito nel segno e lo sguardo di mio cognato si fece minaccioso.<<Senti un po’, Culastrisce, tu mi hai sempre fatto due marroni così con la storia che tuo padre, ufficiale di marina, per insegnarvi a nuotare aveva fatto allo stesso modo con te e tuo fratello quando eravate bambini >>.
<<Infatti! Mio fratello, trentacinque anni dopo, nuota ancora con i bracciali, Ti dice niente?>>. 
Giulio non fece a tempo a replicare, forse frenato dal fatto di essere alla presenza di due minori, che Ortensia, in crisi di gelosia, si staccò dalla sua mano e corse a sua volta a farsi coccolare dalla mamma. Non appena le passò la mano nei capelli, Milla avvampò nuovamente di sdegno.
<<Giuliooo… ma la bambina è fradicia! Non le hai asciugato i capelli? Fuori nevica, vuoi che mi prenda una polmonite?>>.

Mio cognato provò come di consueto a tirar fuori la faccenda della “Razza Piave” che a dire suo e di Nereo Rocco era praticamente indistruttibile e le storie di quando lui e Milla da ragazzini facevano il bagno nel fiume d’inverno, ma ne ricavò solo un insulto irriferibile. Poi, mia moglie, definitivamente disgustata, prese per mano i due bambini e li portò via per asciugarli. Rimasti soli, Giulio, che voleva evidentemente recuperare una complicità tutta maschile, mi fece cenno di prender posto su uno sgabello del bar. Quindi, dopo aver armeggiato nei cassetti alla ricerca del cavatappi e di qualche salatino, tirò il collo ad una bottiglia di Merlot e riempì due calici rasi sino all’orlo. Mentre mi porgeva il vino, sbottò improvviso: <<Culastrisce, se pol savèr cossa gà la tosa ?>>.

L’annosa faccenda del Culastrisce, che alludeva alla mia condizione di nobiluomo veneziano solidamente squattrinato, di solito m’induceva a pesanti ritorsioni sul suo recente e immeritato titolo di conte a cui, per rinforzo, associavo spesso l’invettiva di “Sculassavacche di un trevisàn”, ma questa volta, avendo già avuto quell’uomo il fatto suo dalla sorella, mi disposi di buon grado ad ignorare la cosa, disponendo, tra l’altro, di una vendetta ben più raffinata che intendevo attuare immediatamente. <<Giulio, dovrei dirti che fa così solo perché hai cercato di sterminarle la prole, ma non ho il coraggio di mentirti. In realtà Milla sa benissimo che Gianmarco ha fatto solo una bevutina d’acqua clorata, buona al massimo per disinfettargli l’intestino e che Ortensia, se va fuori a fare a palle di neve con il fratello, si bagna ben di più. In realtà tua sorella è su di giri per quello>> 
Gli indicai con noncuranza il fax che era rimasto sul tavolino. Giulio lo raccolse e mi divertii a vedere la sua espressione mutare in rapida successione durante la lettura fino all'inevitabile esplosione. 
<<Ma porca di quella porcona di una vacca! Ma semo diventai matti? Dove la mettemo tutta sta gente?>>. Per ben sottolineare la sua disapprovazione tirò un cazzotto sul piano di mogano del bar facendo tintinnare tutti i bicchieri e spandendo metà del suo vino. 
A quel punto, sollevato il calice verso la luce della finestra per ammirare il perfetto color rubino di quel Merlot, lanciai l’ultima stoccata. <<Giulio, hai voluto la bicicletta? Ora pedali…>>
Mio cognato mi fissò ostile <<Cos'è questa storia che io devo pedalare?>>.
<<Voglio dire… avevate una villa stupenda e piovuta dal cielo dove potevate vivere sereni per il resto dei vostri anni. Chiunque lo avrebbe fatto, ma voi no, non vi bastava. Avete voluto fare il residence? Ci avete speso un sacco di soldi? E’ovvio che ora Milla lo vuol fare funzionare a pieno regime. Non penserai mica che tua sorella si accontenti di giocare all'albergatrice con qualche coppietta che viene qua a farsi una sveltina e frega pure gli asciugamani, non ti pare?>>.

Sapevo di rischiare la vita, ma la mia contrarietà su quella follia dell’albergo andava ribadita ad ogni costo. 
<<Culastriscie! Bevi quel vin e non sta a dirme un'altra parola che altrimenti rendo orfane quelle due creature. Perché dopo de ti vado su in casa e accoppo anche quella pazza scatenata di tua moglie che è la responsabile di tutto… e magari anche la mia, così impara ad ascoltare quell’incantatrice di serpenti che hai sposato!>>. 
Giulio mi guardò per un istante con un’espressione che faceva temere che stesse davvero per compiere quanto andava minacciando. Poi, di colpo, depose le armi e la sua voce si fece grave, come quel giorno che ci aveva annunciato che il trattore si era ribaltato nella roggia. <<Comunque, è chiaro che da adesso abbiamo un problema serio, quindi smettiamola di dirci monate che non servono a niente. La questione è: come ce la caviamo con tutta questa gente?>>.
Allargai le braccia sconsolato <<A parte che mia moglie sarebbe anche tua sorella, non c’è molto da fare, purtroppo…d’ora in poi si tratta di fare l’albergo sul serio e non per scherzo come lo abbiamo fatto fino ad oggi. Dunque dobbiamo prendere tutti gli interessati e, dopo aver loro spiegato con tutte le cautele del caso, e mi riferisco soprattutto a tua madre, quel che sta per capitare, farli sedere attorno ad un tavolo per mettere nero su bianco tutto quel che ci sarà da fare e chi farà che cosa. Mettere a punto un mansionario e definire le responsabilità è fondamentale per la sopravvivenza. Mi pare che tua sorella, nella sua estasi creativa, non abbia ancora messo bene a fuoco la complessità della cosa. Una cosa è gestire una o due coppiette che è già tanto se si fermano per la colazione, un’altra è il tutto esaurito nelle camere e a pranzo e cena. Probabilmente, dalla riunione verrà fuori chiaramente la necessità di prendere dei rinforzi per il servizio in sala e nelle stanze, anche se tua sorella per ora non ne vuole sapere. Dice che prima vuole vederci stramazzare al suolo, e probabilmente di questo passo sarà accontentata. Pensiamo, per esempio, al portiere di notte…chi lo fa? Per ora, con quei quattro gatti che sono venuti ce la siamo cavata chiudendo il portone a mezzanotte e con il campanello collegato alla tua camera, ma ora con le stanze al completo ci vuole senz’altro un servizio continuo e se uno resta sveglio tutta la notte, poi non è che il giorno dopo può sfacchinare come un mulo, non ti pare? >>.

Giulio annuì versandosi dell’altro vino e strappando brutalmente con i denti una bustina d’arachidi con cui si riempì il palmo della mano <<A parte che mia sorella sarebbe anche tua moglie, su questo hai ragione… qui se non prendiamo in mano la cosa noi uomini vien fora un casìn che non ci voglio neanche pensare >>. Poi, dopo una pausa di riflessione, dovuta anche alla sofferta masticazione di una manciata troppo abbondante, mi guardò complice <<Senti un po’, Culastrisce… e se io e te mandassimo ora un fax ai francesi dicendo che ci dispiace tanto, ma l’albergo deve fare delle ristrutturazioni urgenti o qualche altra balla del genere e non li può più ospitare? >>

Sporsi la mano per avere a mia volta una manciata di noccioline. <<L’idea è buona, purtroppo, però, mi pare difficile da realizzarsi per due buone ragioni. La prima è: ammettiamo che i francesi prendano per buono il fax e rinuncino. Certamente Milla non si spiegherebbe le ragioni della loro sparizione improvvisa e chiederebbe delucidazioni. Quindi verrebbe di sicuro a conoscenza dei responsabili del misfatto e sarebbe quantomeno la fine del mio matrimonio. Forse a te la cosa non importerà, ma io, per puro masochismo, ci tengo ancora. La seconda è che se leggi il fax fino in fondo vedrai che i francesi dicono di aver già mandato due milioni di caparra sul conto dell’albergo sul quale ha la firma solo Milla. Dunque, nessuno tranne lei potrebbe restituire loro i soldi, con quel che ne deriva>>.
Mio cognato ebbe un gesto di disappunto, poi ammise sconsolato: <<Allora lo abbiamo in quel posto>>. Il suo tono era quello della disfatta e nella sala scese un silenzio cupo, interrotto solo dalla masticazione delle noccioline.

Ora, quando un esercito è sull’orlo della disfatta occorre che i veri leader escano allo scoperto e prendano in mano la situazione per invertire le sorti della guerra. Così, il Von Clausewitz che riposava in me si fece sentire << Non è detto! Se siamo bravi possiamo riuscire a prendere noi in mano la situazione senza che Milla si senta esautorata e senza esporci troppo. Se la investiamo di petto, tua sorella farà una resistenza accanita, ma se la lavoriamo accortamente ai fianchi cederà. E’ un po’ come la linea Maginot, per restare sul tema dei francesi…i tedeschi l’hanno aggirata dal Belgio, mica sono andati a rompersi le corna sui fortini. Basterà agire sul versante femminile facendo un’accorta opera di persuasione su tua madre e su Nadia, che sono il ventre molle dello schieramento. Da loro e solo da loro deve partire durante la riunione la richiesta di rivedere la squadra e di assumere rinforzi, oppure, ma non oso sperarlo, di mandare a monte l’operazione per manifesta inadeguatezza della struttura e di restituire la caparra ai francesi. Noi staremo calmi e sottotraccia, apparentemente collaborativi e pronti ad intervenire solo per dar loro manforte se fosse necessario >>.

Giulio rimase qualche attimo in silenzio mentre riempiva nuovamente i nostri calici. Si vedeva lontano un miglio che l’idea lo stuzzicava. 
<<Quindi proponi una specie di ammutinamento generale?>>.
<< Diciamo un ammutinamento mirato. A noi Milla può dire di no, ma a tua madre e a Nadia, che hanno un ruolo strategico, non può, altrimenti non sarebbe in grado di gestire l’albergo. Quindi, sarà una resa senza condizioni! >>.
<< E noi saremo magnanimi… il generale sconfitto avrà l’onore delle armi!>>.
Giulio, conquistato dal mio pensiero strategico, sollevò il bicchiere verso di me per brindare al successo del piano. 
I brindisi propiziatori furono ripetuti e convinti, per scacciare del tutto ogni possibile malasorte, quindi, dopo aver nascosto i vuoti delle bottiglie affinché Milla non ci trovasse da ridire, chiudemmo l’albergo, perché, tanto, con un tempo del genere non ci sarebbero venute neppure le coppiette.
Quindi convenimmo di avviarci verso casa, dove ci aspettavano benigni i profumi corroboranti della cucina di mia suocera e le nostre modeste gioie familiari. 

Al momento d’inforcare le biciclette e prima d’inoltrarci nel gelo del viottolo ricoperto di neve, dopo aver stabilito che io avrei preso in consegna mia suocera, mentre lui avrebbe instillato il germe del dubbio in sua moglie Nadia, Giulio suggellò l’intesa con una vigorosa stretta di mano e propose che il nostro patto avesse un nome da tramandare agli storici e così, non trovando di meglio, quell'intesa tra gentiluomini venne denominata “Patto del Merlot”.

martedì 11 febbraio 2020

Delle temibili astuzie delle arciere elfe


La scena si svolge alla vigilia di un weekend in un caldo fine estate, nell' interno della tipica camera da letto di una famiglia borghese. Sul letto una borsa da viaggio e sparsi attorno numerosi vestiti. Una giovane donna si agita in piedi davanti ad un armadio mentre il marito è seduto sul letto con l'aria meravigliata.

Guardavo perplesso la mia arciera elfa che era intenta da alcuni minuti a rovistare nel nostro armadio con agitazione crescente a giudicare dal numero di indumenti scaraventati alle sue spalle intimorendo perfino il bretone che stava sulla soglia senza trovare il coraggio di entrare in camera (buon per lui).
"Si può sapere che fai? Sembri Whisky quando scava in giardino per cercare l'osso che ha nascosto"
"Inizio a prepararmi la borsa, così domani mattina partiremo presto"
"Ottima idea, ma sono le due del pomeriggio e fa anche caldo, non potresti farlo dopo?"
"Questa sera ho il corso di tango e così mi tolgo il pensiero…"
Poi, dopo una pausa e uno sguardo indagatore che avrebbero dovuto mettermi sull'avviso, l’elfa se ne uscì con la domanda che non mi aspettavo.
"Visto che te ne stai li a fare il nullafacente, sai mica dove sono finiti i miei parei? Cercavo quello azzurro di Bali"
"Ti ricordo che ho perso da tempo la cognizione di cosa tu tenga nella parte dell’armadio che hai occupato, a parte la sua dimensione smisurata. Conosco solo il contenuto dei due cassetti superstiti e della mezza anta dove ho compresso il mio guardaroba difendendolo accanitamente dalle tue mire espansionistiche. Dunque, la risposta è: no, il nullafacente non ne ha la più pallida idea. "
L’elfa mi riservò uno sguardo infastidito senza smettere di cercare. "Ti avevo chiesto un aiuto e non una polemica. Comunque non importa, farò tutto da sola, come al solito…".



Morena, la mia arciera elfa, è in grado di passarmi da parte a parte
con una freccia al carbonio a 50 metri di distanza. Meglio tenerla buona..

Osservai il borsone sul letto che si stava riempiendo caoticamente delle sue cose rendendomi conto che ancora una volta, finito lo psicodramma della ricerca dei suoi vestiti con il corollario degli abbinamenti tra pantaloni e magliette, avrei dovuto affrontare la sfida di incastrarvi, oltre ad un paio di polo e alla biancheria intima, almeno un maglione o una felpa per la sera e magari in caso di gita per rifugi i pantaloni di velluto a coste alla zuava, per non parlare dei calzettoni di lana da indossare con gli scarponi. Questo nell'attesa di togliere qualcosa di mio per lasciar posto al phon (perché secondo lei negli alberghi non ci sono mai, ma se ci fossero non sono come il suo) e alla sua borsetta per il maquillage. Però, in quel disastro che avveniva sotto i miei occhi c’era qualcosa che non quadrava: "...e poi, scusa, ma a che ti serve un pareo se andiamo due giorni in montagna? Pensi di prendere il sole in qualche rifugio?"


Tambre, piccolo e tranquillo paesino sull'Alpago ricco di passeggiate e boschi

Questa volta fu l’elfa a guardarmi sorpresa sospendendo per un attimo le ricerche. Poi mise le mani sui fianchi con fare bellicoso sollevandosi sulle punte e protendendo il petto all'infuori, per intimorirmi con una delle sue pose in stile mussoliniano, modello dichiarazione di guerra alle potenze demo-giudo- plutocratiche (io).
"Vuoi dirmi che, come al solito, hai fatto finta di ascoltare ma non hai ascoltato?"
"Che cosa?"
"Quello che ti ho detto mercoledì sera dopo cena e per il quale mi hai anche risposto “va bene”. Credevo fossi in stato di coscienza vigile davanti al televisore, invece eri in stand-by come al solito quando si parla di calcio…"
"Vabbè, ma se mi dici le cose mentre sto guardando una trasmissione sulla chiusura del calciomercato dove stanno raccontando gli acquisti e le cessioni dell’Inter  è chiaro che la funzione “ascolto terzi” è disattivata. E’ come quando io ti dico che non mi sento bene mentre guardi le tue Desperate Housewives o Grace Anatomy. Potrei anche svenirti davanti e al massimo mi faresti cenno di non disturbare. Comunque, a proposito di cosa avrei detto che va bene?"
"Che non si va più in montagna, ma trascorreremo il fine settimana al mare…"


Piuttosto che andare a Jesolo faccio anche il bagno nel Piave, che è pure patriottico. 

La notizia saettò dolorosa come una scossa elettrica attraverso il corpo e m’indusse ad accasciarmi sul letto. Solo dopo qualche secondo riuscii a ritrovare la parola.
"Perché non si va più a Tambre?"
La mia compagna sorrise beffarda dandomi la sensazione che provasse un piacere maligno ad infliggermi quelle brutte nuove. "Ringrazia tuo cognato che ha deciso di andare in vacanza in Puglia questa settimana…"
"A parte che mio cognato è anche tuo fratello e quindi è più parente tuo che mio, cosa c’entrano le sue fottute vacanze pugliesi con le nostre in Alpago?"
"Perché se va via lui devo badare io ai miei genitori. Metti che abbiano bisogno, da Jesolo in mezzora arrivo, code permettendo, da un rifugio sull'Alpago, no…" 
Stavo per rialzarmi, ma fui colto da un senso di vertigine all'udire quel nome che mi fece subito risedere bianco in volto. "Mio Dio! Hai detto Jesolo? Vuoi dire che vuoi passare il fine settimana a Jesolo?" 
"Sì. Hai capito perfettamente: Jesolo, anzi Gèsolo, come lo chiami te sperando di farmi arrabbiare e quindi ora non cominciare con le tue solite litanie…"
"Le comincio eccome! Detesto la vita di spiaggia e lo sai benissimo. Trovo assurdo stare dalla mattina alla sera seduti immobili sotto un ombrellone sempre troppo piccolo ad inseguire l’ombra e ad attendere il momento del bagno tirando l’orecchio a quello che raccontano i vicini di sdraio, mentre tu stai a rosolarti sul telo da bagno unta di creme abbronzanti. Io non sono fatto di amianto come te. Ho la pelle delicata, mi scotto subito e appena ho finito di leggere la Repubblica mi annoio a morte…"
Lei mi guardò stranamente allegra. "Commovente. Hai finito?"
"Assolutamente no! Odio la sabbia che arroventa i piedi costringendoti a saltellare come un canguro da un ombrellone all'altro per raggiungere il mare, quelli che ti vengono addosso con il materassino mentre nuoti, i bambini che frignano e pisciano in acqua e il tizio che ti sveglia appena sei appisolato gridandoti nelle orecchie che ha il cocco bello e si offende quando gli suggerisci dove dovrebbe metterselo, possibilmente di traverso. Inoltre, rischio ogni volta l’ergastolo per l’omicidio con vilipendio di cadavere di qualche animatore da spiaggia e lo sai bene che prima o poi succederà…"
"Il tuo solito catastrofismo gratuito di quando non vuoi fare qualcosa che non ti garba. Il ragazzo dello scorso anno ti era perfino simpatico…"
"Solo perché ha smesso di propormi la ginnastica mattutina in acqua alla prima occhiataccia. Avesse insistito con il corso di windsurf o la gara di ballo sudamericano avrebbe scoperto la parte più brutale del mio essere. In ogni caso, non sono affatto sicuro di riuscire a sopravvivere ad una convivenza con vicini di ombrellone come quelli con i quali fai invariabilmente amicizia. Non ho voglia di parlare di amori infelici o adulterini di attrici e cantanti e neppure delle tonsille di loro figlio, argomenti dei quali non me ne può fregare di meno. Inoltre, mi rifiuto di nutrirmi con pizzette riscaldate nel tostapane e birra tiepida nei chioschetti della spiaggia pagandoli come ostriche e champagne. Come ultima cosa, tra tutti i posti di mare possibili, da Caorle a Bibione, hai scelto proprio quello che sopporto di meno, anche perché Gèsolo è sotto casa, non mi pare neppure di essere in vacanza e poi dove credi di trovare posto all'ultimo momento? Lo sai che il cane non è accettato da molti alberghi…".
"Ho trovato posto a mezza pensione in un tre stelle a cento metri dalla spiaggia e per il cane ho già chiamato la dog sitter, che ce lo tiene lei" 


L'aria triste di quello che non tutti gli alberghi lo vogliono e gli tocca la dog sitter... 

Restava solo la mossa della disperazione per evitare un destino tanto crudele...
"Comunque, io avevo già prenotato a Tambre e non mi pare il caso di dargliela buca. Non vorrai fare una brutta figura con l'albergo, che sono sempre tanto carini con noi......"
"Non ci provare, tanto lo so che non è vero..."
"Come fai a dirlo?"
"Se avessi prenotato davvero, me lo avresti detto un minuto dopo... ti conosco, figliolo"
In effetti, mi conosceva. Lo dovevo ammettere...
"Dunque, non ho scampo…"
L’elfa mi guardò assorta e con gli occhi rimpiccioliti, come quando prendeva la mira per scoccare la sua freccia letale…
"No, questa volta ti tocca Jesolo. A meno che…"
"A meno che cosa? Sono pronto a tutto pur di evitare due giorni di noia atroce sotto gli ombrelloni e di spellarmi come un serpente che fa la muta"
"Ci sarebbe una soluzione alternativa..."
"La prendo a scatola chiusa! Qualsiasi cosa sia...piuttosto di Jesolo mi vanno bene anche Punta Sabbioni o Fusina e, se vuoi, faccio anche il bagno nel Piave..." 
"Aspetta! Non correre... farai qualsiasi cosa? Posso fidarmi?"
"Ma, si certo! So che sto facendo un patto con il diavolo, ma non ho scelta…"


Quando una birretta in montagna vale anche una dipintura di finestre a casa. 

L’elfa mi porse la mano perché la stringessi accettando l’accordo.
"Affare fatto! Dunque… ora sono le due e mezza, se adesso stacchi le imposte dalla finestra della camera, le porti sulla terrazza dove ci sono già i cavalletti e cominci a scartavetrarle e poi a stuccarle, per le cinque dovesti essere in grado di dare la prima mano di vernice, così durante la notte asciugano e domattina prima di partire le rimettiamo su. Lunedi, quando ritorniamo da Tambre potrai dare la seconda mano con comodo…".
Per un istante ebbi la sensazione che ci fosse qualcosa che non tornava o di aver capito male,
"Scusa, ma ... hai detto Tambre? Quindi domani andremo in montagna e non in spiaggia?"
L'elfa mi guardò con gli occhi che luccicavano soddisfazione.
"Ma certo… non stavo mica cercando i parei come ti ho detto, ma le magliette di cotone a manica lunga. E, comunque, avevo già prenotato l’albergo a Tambre da tre giorni e il cane può venire con noi, abboccone che non sei altro…"
Subito dopo l'elfa con l'aria soddisfatta m'indicò le imposte da dipingere, secondo i patti...

venerdì 24 gennaio 2020

Quelli che: non ci sono più le frìtole di una volta


Mia moglie sostiene che sto diventando un vecchio brontolone per il condizionamento psicologico dei settantuno anni che mi sono piombati addosso a tradimento quando pensavo di averne ancora diciannove. Lo so e forse ha ragione, ma ogni tanto nella mia quotidianità vedo cose che mi lasciano perplesso e non riesco a far finta di nulla. C'è chi è intollerante al glutine, chi al lattosio, io sto diventando intollerante oltre che all'imbecillità umana, che sicuramente è sempre esistita nei secoli ma ora grazie ai social appare in tutta la sua oceanica vastità, anche alle novità delle quali non se ne sentiva proprio la mancanza.

Per esempio: uno aspetta un anno intero che arrivi il periodo di carnevale (che qui ormai inizia già a metà gennaio, tanto "par ciapàr più schei") per deliziarsi di frittole e galani e, invece, di colpo si trova costretto a chiedersi perché nelle pasticcerie e nei panifici veneziani ormai al posto di quelli classici si trovino sempre più spesso (costosi) galani al Kamut (quelli al farro non li ho ancora visti, ma penso non ci manchi tanto), addirittura proposti in un assurdo formato mini con le dimensioni di un raviolo, che poi uno si chiede se non facciano parte di un corredo della Barbie. Non voglio discutere del Kamut e delle sue eventuali proprietà benefiche, ma le nostre nonne preparavano ugualmente dei fragranti e friabilissimi galani con le farine del ravennate e bene che facevano perché ti attaccavi al vassoio e smettevi solo quando anche passando il polpastrello inumidito non tiravi più su le briciole e lo zucchero. Poi, che è 'sta storia da fighetti di prepararli al forno anziché fritti e di cospargerli con lo zucchero a velo come un pandoro? Tanto le calorie ve le pappate lo stesso, non è che il forno vi salva il girovita e nemmeno il fegato. Mentre di sicuro avrete il castigo divino dello zucchero a velo che dopo il primo morso vi avrà imbiancato senza scampo la cravatta di seta, la giacca blu o il vestitino nuovo e non ci sarà una spazzola a portata di mano.


la frìtola classica veneziana, da addentare ancora calda

Passiamo alla nota dolente delle frittole (si dovrebbe scrivere frìtole, lo so, ma il correttore automatico di Windows è foresto e non capisce). Ormai le classiche veneziane, grandi come un mandarino, con l'uvetta e i pinoli e soffici da affondarci i denti con libidine, proprio come è successo con i panettoni classici e le colombe stanno diventando minoranza da riserva indiana di fronte all'avanzare nei vassoi di quelle mignon farcite con ogni tipo di cremina slimegosa partorita dai deliri creativi del pasticcere/fornaio di turno. Ora, purché si senta bene la Marsala (qui da noi si dice al femminile), passi pure la frittola farcita di quello zabajone più o meno denso o liquido che a Venezia da sempre accompagna fumante i biscottini ebraici o la pinza da inzuppare e quindi ci può stare, ma ormai di frittole aliene se ne trovano di tutti i tipi comprese quelle con la crema Chantilly, la cremina all'arancia, quella al Grand Marnier e l'onnipresente e infestante Nutella che tra poco ti ci mantecheranno anche il risotto di pesce visto che ormai ha trovato spazio anche sulla pizza napoletana verace.


gli improbabili pani verdissimi dei pescatori e dei dogi, mai visti prima


Ora io, ormai in preda allo sconforto, non discuto più sugli obbrobri dolciari che vedo ogni tanto fiorire nelle vetrine del centro storico perché so perfettamente quanto nel triangolo delle Bermuda turistico tra Rialto, San Marco e i Frari le logiche della domanda e dell'offerta siano peculiari. Magari, al posto di certe sedicenti pagnottelle “dei dogi” color E142 verde pistacchio e traboccanti mandorle a imitazione di pampepati e simili, comparse da qualche anno nelle pasticcerie per allettare i gonzi che credono siano davvero un nostro dolce tradizionale e che Casanova, oltre ad essere il nostro Rocco Siffredi di quei tempi, fosse un doge, io avrei proposto altri capisaldi della nostra grande tradizione dolciaria. Penso alle varie fugasse soffici e burrose, alla torta greca alle mandorle (deliziosa, ma ormai l'ultima l'ho vista in una pasticceria di Spinea e questo la dice lunga), agli zaletti, alla pinza, ai bussolai de Buran, vera bomba calorica di tuorli d'uovo, burro e zucchero, ai baìcoli, ai bruti ma boni, agli ossi da mordere, alle bisse e le impade della tradizione ebraica o perfino agli stecchini con l'uva, le albicocche e le prugne caramellate come li vendeva in Piazza San Marco il Caramel Bepi con la bacheca di vetro appesa al collo.


la pinza veneziana di pane, fichi, uvetta e semi di anice che prepara mia moglie

Però, è anche vero che se uno si compera sui banchetti in Strada Nuova la statuetta della torre di Pisa che cambia colore con il tempo, le damine in vetro di Murano fatto a Taiwan o la gondola in plastica con il carillon che suona "O sole mio" è giusto che se ne torni a casa con la sua pagnottella verde pistacchio pesante come un fermaporte.

E' la selezione darwiniana della specie.

Però su un punto mi sento di lanciare un appello accorato: adesso basta oltraggiare il nostro glorioso e serenissimo passato! Giù le mani dai nostri dolci di carnevale! La Nutella non passerà... sia perché la fanno con le nocciole turche e noi veneziani ci ricordiamo del nostro eroico comandante Marcantonio Bragadin scuoiato vivo per vendetta a Famagosta, sia perché magari uno ne fa indigestione e poi va a suonare ai citofoni.

sabato 18 gennaio 2020

Del doloroso rito coniugale dei saldi e degli hamburger



Sabato scorso, di ritorno dalla passeggiata mattutina assieme al bretone tra viottoli di campagna con il fango indurito dal gelo che scricchiolava sotto le scarpe e un bel nebbione fitto ad avvolgere tutto, sono stato colto da un’inquietudine improvvisa. Una sorta di ansia per una minaccia incombente che non sapevo definire. Non era perché il cane, sbuffando vapore dalla bocca e tirando come una locomotiva impazzita, stava cercando di trascinarmi in una canaletta ghiacciata tra le canne seguendo qualche sua pista misteriosa e nemmeno perché la mano con la quale lo tenevo al guinzaglio doveva essere prossima alla necrosi da congelamento, visto che non avvertivo più le dita. Doveva essere qualche cosa d’altro a infondermi quella sensazione di allarme. Poi, osservando il cielo livido che incombeva su di me ho pensato che magari avevo lo stesso senso di Smilla per la neve e di lì a poco ne sarebbe scesa a larghe falde, dunque ho affrettato il ritorno. 
Di cosa si trattasse l’ho capito appena arrivato a casa. Infatti, colei che avevo incautamente sposato trentuno anni prima ritenendo fosse una personcina tranquilla e conciliante mi aspettava sul cancello con il cappotto addosso, la sigaretta all’angolo della bocca come Humphrey Bogart e le chiavi della macchina in mano. 
“Oh! Era ora che arrivassi, stavo morendo di fame… porta il pane e il bretone in casa e andiamo a fare colazione che sono già le nove”. Eseguii l’ordine poi tornai da lei che nel frattempo stava salendo in macchina. 
“Ma non dovevi andare da tua mamma a farle le spese?” 
“Già fatto, non le serviva niente… sali in macchina” 
“Va bene, ti faccio compagnia con un altro caffè, ma ho già preso in panificio un krapfen con la crema se è per quello…”. 
Lei mi restituì lo sguardo meravigliato con il quale avevo accolto l’invito. “Da quando in qua prendi il krapfen con la crema? Non sei quello del krapfen che ha senso solo con la marmellata di albicocche e lo mangi mugugnando in Germania perché lì ci mettono solo la marmellata di ciliege?”. 
“A parte che in Germania il krapfen lo chiamano Berliner e quindi ci sarà un motivo per la marmellata diversa, lascia stare… dipende dalle due Mirandoline del panificio che sono così impegnate a chiacchierare con le clienti amiche che lo prendono senza guardare dal vassoio ed è sempre quello sbagliato. Poi, quando lo hai addentato mica glielo puoi restituire per fartelo cambiare. Piuttosto, come mai sei tanto di fretta? E dove dovremmo andare dopo la colazione?”. 
“Non mi avevi detto che sabato volevi fare un giro? Bene, oggi facciamo un giretto dalle parti di Marcon…”. 
La guardai con sospetto. “Perché proprio a Marcon? Non mi pare un posto particolarmente invitante per una gita… piuttosto, se proprio vuoi andare da quelle parti, proseguiamo per Quarto d’Altino che c’è il museo da vedere e anche un buon ristorante di pesce…” 
L'elfa attese apposta che salissi in macchina, poi appena messo in moto mi lanciò uno sguardo maligno, quasi assaporando il dolore che stava per infliggermi: 
“Andiamo a Marcon perché ci sono i saldi al centro commerciale e anche da … “. 
Il ruggito del turbo e la sua solita sgommata da pilota di rally e in stile “da zero a 100 Km/ora in 9 secondi” nascosero il mio "Noooo!" disperato e anche l’elenco degli altri negozi che intendeva visitare. 


Shopping durante i saldi, che passione...

Il grido di dolore era dovuto al fatto che accompagnare la propria compagna a fare shopping per molti uomini è più stressante e faticoso delle marce forzate di 20 chilometri con zaino affardellato da 35 chili che si facevano durante il servizio militare. Io sono tra questi. Ovvero, sono tra coloro che non comprendono la sottile libidine tutta femminile del cazzeggio nei negozi, perché i tipi come me, permeati di logica aziendale tendente all'efficienza e all'efficacia, se hanno bisogno di un paio di scarpe o di pantaloni e camicie, di sicuro hanno già in mente con buona approssimazione quello che cercano, quindi vanno in centro, danno un’occhiata a due o tre vetrine e appena hanno adocchiato il modello che fa al caso loro per prezzo, colore e forma, entrano e se c’è la taglia giusta si va subito di bancomat e il gioco è fatto. Diciamo che il nostro tempo medio di permanenza nel negozio varia dai 10 ai 15 minuti e solo perché magari devi provarti i pantaloni e il camerino è occupato, oppure la commessa è molto gradevole. Insomma, una faccenda del tipo: veni, vidi, vici. 

Nel caso di mia moglie la faccenda è particolarmente stressante perché lei, per amor del vero, non ha la pulsione patologica all'acquisto di cui soffrono alcune donne, ma il suo piacere consiste unicamente nel vedere le cose con le quali potrebbe eventualmente fare shopping se non fosse d’indole parsimoniosa come ogni economista. Questo significa che oltre al numero inverecondo di negozi, bottegucce, megastore e outlet che mi costringerà a girare senza mai farmi capire cosa stia cercando veramente, l’unica certezza è che lei non acquisterà nulla. Immagino di conseguenza che in molti negozi ci sia da qualche parte una sua foto con scritto “Wanted” o qualche bambolina a sua immagine trafitta da spilloni perché la mia signora è di quella stirpe malvagia che prova una quantità di cose, scomoda la commessa per farsi consigliare o cercare la taglia e alla fine, dopo averla illusa che se veniva pagata a percentuale quello era il suo giorno fortunato, le riconsegna il tutto dicendo: “Grazie, ma non sono convinta, ci penserò…”. 


Durante i saldi non mi vengono risparmiati neppure i mercatini rionali

Il mio ruolo di “Accompagnator cortese” (più o meno…) poi è ancora più frustrante perché vengo coinvolto in ogni possibile scelta, sapendo bene che qualsiasi cosa io dirò o proporrò sarà sbagliata o idiota per definizione. Diciamo per vizio originario, in quanto proveniente da uno che, non sapendo cosa sia un copri-spalle o non avendo idea di che tacco serva per ballare Tango, sarebbe meglio si astenesse dal dare pareri o dal suggerire. In ogni caso, il problema maggiore è dato dal momento della prova. Infatti, appena lei entrerà nel camerino con il vestito o la gonna che deve provare, dopo esser stato caricato come un attaccapanni di borsetta, cappotto e occhiali verrò messo di piantone davanti alla tenda da cui lei uscirà periodicamente come uno dei Re Magi della Torre dell’orologio per pronunciare la frase più temuta: il “Come mi sta?” 
Ora, io lo so benissimo che nel linguaggio coniugale il “Come mi sta?” significa: “È tanto che non ci facciamo una bella litigata”, ma il problema è che non so come superare il dilemma della risposta. Perché magari il rotolino sui fianchi che non ci dovrebbe essere, ma che il vestito - sempre di una taglia inferiore a quel che le servirebbe - nasconde appena, glielo vedo benissimo perché non sono orbo, ma so che se glielo facessi notare ne verrebbe fuori una tragedia di proporzioni bibliche per lesa maestà e che sarei immediatamente accusato di cospirazione contro la sua persona, infliggendole intenzionalmente sughi pesanti, facendole mangiare troppi formaggi o mettendole olio in eccesso nell'insalata. Dunque, da oggi tutti a dieta, che la ricreazione è finita. D'altronde so anche di non potermela cavare negando l’evidenza perché, in realtà, lei il suo rotolino lo ha visto benissimo nello specchio del camerino e aspetta solo che io le dica: “Oh! Stai benissimo, ti casca perfettamente…” per scatenare l’attacco sulla stomachevole piaggeria nei suoi confronti che mi porterebbe perfino a negare l’evidenza. Una volta ho perfino provato a chiederle cortesemente: “Cosa gradiresti sentirti rispondere?” sperando di avere quell'aiutino che nei quiz non si nega a nessuno, ma è stato peggio. 

Per mia fortuna, quando lo shopping avviene tra le bancarelle di qualcuno di quei mercatini rionali che oggi sono tanto trendy (ormai il numero delle signore in pelliccia alla ricerca dello straccetto cinese in lana “mortaccina” ha superato quello delle badanti moldave) e dove finalmente l’elfa può ravanare come una ruspa nei cestoni del “4 paia di collant x 5 euro” senza che la commessa la guardi male, almeno il momento a rischio della prova non avviene, se non altro perché di solito il camerino o è un pertugio angusto tra gli scatoloni dentro il furgone, oppure è una tendina di fortuna in mezzo a una strada con il rischio concreto di farla ribaltare e di ritrovarsi in mutande tra i passanti (è successo). 


Non c'è shopping che meriti senza le patatine fritte, ma almeno questa volta
c'è il panino con la porchetta e il vino e non il cheeseburger con la Coca

Un grave problema accessorio nel nostro caso è dato dalla “Sindrome del cheeseburger” che inesorabilmente colpisce la mia dolce metà all'ora di pranzo, malgrado di norma sia una buongustaia abbastanza esigente, ogni qualvolta si dedica allo shopping nei grandi centri commerciali e che consiste nell'improvvisa e irrefrenabile voglia di un panino molliccio con la polpetta unta, il formaggio fila e fondi, l’insalata "tristezza infinita", la maionese che fuoriesce da tutte le parti, il ketchup e le patatine fritte da annichilire con un boccalone di coca ghiacciata da colpo apoplettico (antiacido non incluso nella confezione). Che già quando aspettava nostro figlio, mentre eravamo a passeggio lungo il corso principale di Gibilterra durante una gita organizzata, era stata colta dal desiderio sfrenato di un' Apple pie e solo al pensiero che nostro figlio a causa di ciò potesse nascere con una voglia fatta a forma di logo del Mc Donald’s mi aveva indotto a correre in giro come un forsennato fino a trovare un fast food che gliela vendesse. Inutile quindi proporle ristoranti, pizzerie o street food alternativi. Non funziona nemmeno il kebabbaro. Lei, per accompagnare adeguatamente il rito dello shopping, vuole il suo hamburger con le patatine fritte, punto e basta. 

Infatti, anche questa volta me lo ha proposto e ho dovuto combattere duramente per non dovermi ingozzare in fretta su un vassoietto, dopo una coda interminabile alle casse, tra adolescenti sgomitanti con l’acne iuvenilis, il giubbino nero plasticato e il piercing, famigliole con bambini frignanti, signore aggressive modello “Guardi che c’ero prima io” e gente dallo sguardo bovino che aspetta in piedi con il vassoio in mano che tu finisca di ingurgitare la tua polpetta e le lasci il tavolinetto. Oppure il tizio che ti chiede: “E' libero? Posso sedermi?” e, senza neppure attendere la risposta, si accomoda al tuo fianco sulla panchetta invadendo progressivamente ogni spazio finché definitivamente sconfitto dai suoi gomiti che ti urtano ad ogni boccone e dall'odore di ketchup e cipolla che aleggia ad ogni suo morso al panino, abbandoni il tuo posto prima dell'incombente ruttino alla coca-.cola. 


Il mercato antiquario di Badoere (TV). Merita anche per la piazza seicentesca

Alla fine, visto che c’era gente in coda con bambini petulanti fino all'ingresso del locale, sono riuscito a giungere ad un faticoso compromesso e considerato che alle due e mezza non esistevano più in zona ristoranti con la cucina aperta, ci siamo recati in una paninoteca di quelle da paesino, che a quell'ora sono semi deserte se non fosse per i soliti due vecchietti che giocano al videopoker. Uno di quei posti ancora umani dove i panini sono davvero tali, con la rosetta, il salame e la mortadella tagliati freschi, mentre il vino è un rabosello frizzantino spillato dalla damigiana e pazienza se il barista ha gli occhi a mandorla. Lì, ammorbidita dal buon vino e dalla tranquillità del posto (e forse stanca, visto che camminavamo tra scaffali, appendiabiti e vetrine da quasi quattro ore) la mia dolce metà ha finalmente sorriso grata poi mi ha detto: “Sei stato carino oggi… mi hai seguito per negozi senza nemmeno lamentarti troppo. Non mi hai nemmeno fatto fretta sbuffando come al solito mentre guardavo i rossetti, i fondotinta e le matite per gli occhi da Kiko. Che ti succede? ”. 
“Sarà un residuo del clima di bontà natalizio…sabato prossimo, che ormai siamo quasi a febbraio, te lo scordi”. 
“Può essere… comunque meriti un premio e se domani è una bella giornata ti porto a fare il giretto promesso”. 
La guardai sospettoso per via del fatto che avendo una cultura classica conoscevo bene la faccenda del “Timeo Danaos et dona ferentes”. 
“Senti un po’ bellezza… domani i negozi sono chiusi, vero? Posso stare tranquillo?” 
L'elfa incrociò le dita come fanno i boy scout per i giuramenti “Certo, è un giorno festivo. Ci sarà qualche supermercato aperto, ma abbiamo già fatto le spese e domani non devo andare dai miei, quindi siamo liberi di fare quello che vogliamo...”. 
“Anche l'Ikea di Padova è chiusa, vero?”. 
“No, è aperta, ma non mi serve niente...”. 
“Ah! Bene… allora dove andiamo? A Caorle a mangiare pesce? Oppure per malghe in Alpago? Pur di andare fuori mi sta bene perfino rivedere ancora i mosaici romani di Aquileia o l’abbazia di Pomposa…”. 
“Nulla di tutto ciò… andiamo a Badoere”. 
“Perché Badoere? La piazzetta seicentesca con le colonne a semicerchio è deliziosa, ma il paese sono quattro case in tutto e finisce lì. Poi, ci siamo già stati tante volte. Per quale ragione dovremmo andarci di nuovo?” 
Mi riempì nuovamente il bicchiere di rabosello, forse per anestetizzarmi, poi sorrise nuovamente maligna. “C’è il mercatino dell’antiquariato…”.