venerdì 3 agosto 2012

Luglio e agosto blog mio non ti conosco...

Mi sono un po' assentato da queste pagine per un sovraccarico d'impegni di lavoro durante gran parte del mese di luglio, con alcune settimane di docenza belle toste da preparare e giornate da otto ore filate di aula, di quelle che rientri a casa soddisfatto, ma afono e con le caviglie gonfie. Subito a ruota sono arrivati alcuni impegni di famiglia, tra i quali nostro figlio che è ritornato alla base dopo i sei mesi di stage retribuito in Lombardia e si prepara a ripartire per i due anni di specialistica a Vienna con tutti gli annessi e connessi di volture, traslochi, prenotazioni, caparre e immatricolazioni che la faccenda comporta. Aggiungete pure altre varie ed eventuali, compresa qualche ecografia di controllo da fare e il cane da vaccinare per la filaria. Su tutto questo si è scatenato un caldo disumano e interminabile a liquefare le poche idee residue che ancora fluttuavano tra i miei esausti neuroni. 

Eccomi  in aula a Treviso Tecnologia con un gruppo
 di neolaureati e alle prese  con le metodologie per il Problem Solving

Dunque, riprenderò a scrivere più assiduamente appena la colonnina di mercurio sarà scesa di qualche grado e sempre che l'elfa ed io (e il bretone) non si decida che è l'ora di pensare anche a noi e di cercare le pedule in soffitta per andare a respirare per una decina di giorni un po' di aria fresca tra le malghe e le montagne dell'Alpago (e il profumo del pastin alla brace con la polenta). In tal caso ci si sente ai primi di settembre. Buone e serene vacanze a tutti... 
(Oh! non perdiamoci di vista... )

giovedì 7 giugno 2012

Noi che abbiamo vissuto quel lungo esame del 1966


L’avvisaglia che ormai ci fossimo vicini l’avevo appena letta sul bel blog di Mìgola e subito dopo ne ho avuto conferma sulla pagina web di Repubblica: “Maturità conto alla rovescia: si preparano 450.000 studenti”. Questo semplice titolo è bastato per rimettere in moto come ogni anno ai primi di giugno quel senso di agitazione incoercibile che mi attanaglia al solo sentir pronunciare le parole: esame di maturità. Non so perché, ma essendone abbondantemente lontano (gli esami che si affrontano alla mia età sono altri e ben più fastidiosi…) ed avendo un figlio ormai laureato e con tanto di Master che a domanda risponde: “abbiamo già dato” dovrei leggere la notizia con superiore distacco o addirittura ignorarla. Invece, ogni volta che si avvicinano gli esami ed escono fuori le prove della maturità sono subito pervaso da un senso di solidarietà verso tutti quei miei giovani alias seduti sui banchi e da qualche oscuro timore retrospettivo. Apro ansioso il giornale, leggo i compiti assegnati e mi domando se sarei stato capace di venirne a capo e spesso, tanto per farmi del male, arrivo al punto di cimentarmi perfino con le versioni (tanto ho la traduzione e posso copiare). 

Forse tutto nasce dal fatto che la mia maturità l’ho vissuta come un incubo non del tutto rimosso e tuttora ignoro come abbia fatto a conseguirla. Parlo del diploma, ovviamente, non della maturità comportamentale. Mia moglie, infatti, dubita fortemente che io ne sia in possesso sostenendo da sempre che devo esser stato colto dalla sindrome di Peter Pan attorno ai sedici anni e che ancora oggi mi comporti di conseguenza.


In campo Sant'Angelo, con l'aria serafica che deriva
 dalla consapevolezza di non sapere un tubo.

L’esame, comunque, l’ho passato nel 1966, all'acerba età di diciassette anni, perché ero stato spedito a scuola avanti di un anno nella certezza che tanto prima o poi sarei stato bocciato e mi sarei rimesso in pari, invece non accadde. Era la maturità pazzesca in vigore prima della riforma degli anni '70, praticamente immutata dalla fine del 1800 e dove si portavano i programmi di tutti e tre gli anni di liceo, si facevano tutti gli scritti possibili e gli orali erano due, separati da una settimana e su tutte le materie. Prima c'era il blocco di quelle scientifiche, poi quelle classiche. In entrambi i casi, erano almeno due ore d'esame garantite e t'interrogavano anche in storia dell'arte, in chimica e in scienze naturali. Alla mattina e anche al pomeriggio. 

Io non ho mai pompato eccessivamente sui libri, ma in quelle settimane disperate in cui ci si giocava tutto restavo a studiare fino a notte fonda, con solo la gatta assonnata a tenermi compagnia. Un po’ ero motivato dal fatto che non vedevo l’ora di uscire dal mondo della scuola con tutti i suoi riti che non sopportavo più e molto lo facevo per orgoglio personale e per dare finalmente una gioia a mia madre, che se la meritava. Un pochino anche perché se mi avessero bocciato immaginavo le prese per i fondelli e i sorrisetti ironici dei miei amici nel chiedermi per tutto l'anno seguente a che facoltà mi fossi iscritto. Infine, c'era anche la faccenda della storia appena iniziata con Donatella, ma di questo ne stiamo già parlando altrove e ci ho scritto pure un libro, dunque ve la risparmio.


Quello che "potrebbe fare, ma non si applica.." colto in un momento
in cui si applicava (forse...)


Le dimensioni dell’esame e l’impegno richiesto erano qualcosa di terrorizzante e non solo per me, ma anche per i più bravi. Fin da gennaio non si pensava ad altro e l’ultimo mese di scuola non si riusciva neppure ad organizzare una partitella a calcio o un’uscita al cinema perché erano tutti chiusi in casa chini sui libri (avessero avuto Wikipedia invece del Bignami, magari…). Emanuele si faceva negare al telefono e Marcello si aggirava per le Mercerie con una faccia che sembrava l’urlo di Munch. Lino, invece, era stato mandato da sua madre Serenina in ritiro come i calciatori nella cinquecentesca villa avita di Biancade persa nelle campagne vicino a Treviso perché si concentrasse nello studio (difficile conoscendolo) tra vecchi libri e i quadri del nonno ed era irraggiungibile. Le ragazze poi non parliamone. Già molte di loro erano secchione per tendenza naturale, ma anche quelle allegrotte del tipo usato sicuro sembravano entrate in clausura, con le madri che rispondevano seccate al telefono “Lasci stare tranquilla mia figlia che deve studiare. Anzi, lo faccia anche lei, che le conviene…”. 

A spasso con una compagna di classe, ma solo per ripassare
il greco, che non si pensi male...

L’unico tra noi che appariva serafico era un certo Magrofuoco, un giovanottone mite, dinoccolato, con le camicie di flanella a quadrettoni tipo tovaglia di trattoria sul Piave, i sandali con il calzino bianco e gli occhiali da miope spessi come un fondo di bottiglia, che veniva dalle campagne attorno a Treporti e che dopo il liceo voleva entrare in seminario (infatti, fa il sacerdote). Lui era il fenomeno che quando ci davano la versione dal latino, visto che la finiva in quindici minuti, poi la traduceva anche in greco per la gioia del professore ed era abbonato al 10 con lode venendo portato ad esempio per tutta la classe. Per questo, pur essendo un degnissimo figliolo, stava sulle palle a tutti e quando alla maturità cannò entrambi i compiti e prese un misero sei in latino e in greco molti di noi (si dice il peccato, non il peccatore) fecero gesti scurrili davanti ai tabelloni con i risultati. 

Qualcuno tentava perfino la via del doping. Ricordo un mio compagno che su consiglio di “uno che sapeva” si era impasticcato di simpamina prima dell’orale per presentarsi lucido e brillante di fronte alla commissione. Purtroppo per lui la commissione sospese gli orali per qualche ora per dare spazio a due privatiste fuori elenco che dovevano ritornare non so dove e quando venne il suo turno la pastiglia aveva finito l’effetto galvanizzante e si presentò al colloquio con la stessa brillantezza di un bradipo esausto. 



C'è poco da fare, il diploma l'ho preso, ma la maturità...
beh, quella mi deve ancora raggiungere...

Qualche giorno prima dell’esame si era saputo che l’insegnante esterna di latino e greco sarebbe stata una certa professoressa Chiozzi di Modena. Qualcuno si prese la briga di telefonare al suo liceo e ne venne fuori la storia che era severissima e che a Modena generazioni di studenti se la facevano sotto solo a sentirne il nome. In realtà non la ricordo particolarmente crudele, anzi, era perfino una donna dotata di un bel senso dell’ironia espressa con un bonario accento emiliano. Infatti, appena mi sedetti di fronte a lei per sostenere l’interrogazione di greco mi guardò soddisfatta e disse: “Lo sa che non vedevo l’ora di conoscerla?”. Ovviamente lusingato le chiesi il motivo e lei prendendo il compito con la mia traduzione rispose: “Perché lei è uno stratega eccellente. La sua idea che Pericle suggerisca agli ateniesi di dare fuoco alla propria flotta per disorientare gli spartani che assediavano la città è assolutamente geniale…” . Provai a sostenere la tesi che Pericle in realtà faceva il doppio gioco ed era un infiltrato spartano, ma venni ugualmente rimandato ad ottobre in greco con un bellissimo 3 (numero spesso ricorrente in quella materia)


la sigaretta della notte prima con gli amici...

Per la prova di italiano scelsi il tema storico anche perché inizialmente ero stato tentato di affrontare quello su Ungaretti pensando che avrei potuto scrivere qualcosa sulla sua raccolta poetica “Ossi di seppia” ma per fortuna Emanuele mi suggerì che era di Montale e quindi lasciai perdere. Il compito chiedeva di descrivere il periodo delle campagne risorgimentali da Cavour a Garibaldi dove qualcosina, avendo madre e nonna piemontesi e sabaude, sapevo. Dopo quattro ore, al momento di consegnare, avevo scritto moltissimo della situazione socio-economica del Piemonte (anche con un sapido excursus sulla cucina delle Langhe e gli agnolotti con il plìn e il sugo di brasato) un po' di Cavour (giusto che amava mangiare il risotto con il tartufo al ristorante del Cambio), ma di Garibaldi nessuna traccia (doveva essere ancora in viaggio di nozze con Anita). Ero praticamente rimasto bloccato nei pressi dello Statuto Albertino e della fatal Novara come i gitanti della domenica al casello di Melegnano.


... ma anche la birretta della notte prima con gli amici
(che non ci facevamo mancare niente, noi...)

Quindi, rassegnato ad andare ad ottobre anche in italiano, oltre che in greco e forse altro, tralasciai di studiare per l'orale e di conseguenza andai molto male. Mi arrampicai sugli specchi come Messner quando mi chiesero del Parini (confuso con il Monti) e non riuscii a recitare a memoria i sepolcri del Foscolo oltre alle prime tre righe e a quel "vero è ben Pindemonte!" che declamavo con piglio tenorile. Mi risollevai un po' con Carlo Goldoni (avevo visto la Locandiera di recente), ma crollai quando gli attribuii una commedia di Giacinto Gallina. Dunque, presi un bel 4 con la commissione che sembrava molto rammaricata della cosa, come se da me si aspettassero tutt'altra performance, anche se non ne capivo il motivo (scusate, ma non avete visto chi avete di fronte?). 

Così, alla fine, visto che non ci arrivavo, il nostro commissario interno (il preside, ormai un vecchio amico per tutte le volte che mi mandavano a fargli visita) me lo spiegò e con mia grande sorpresa mi rivelò che avevo preso 10 nel tema, che all'epoca era un voto pazzesco, dunque i professori erano delusi perché si aspettavano che li stupissi con altrettanta brillantezza all’orale. Fatta la media, il voto finale in pagella fu 7 che andò ad aggiungersi ad un altro 7 del tutto estemporaneo in fisica, guadagnato perché il professore mi disse ridacchiando che intendeva premiare il coraggio spudorato di uno che per la disperazione si era inventato su due piedi la tortuosa dimostrazione di un teorema che ignorava, peraltro riuscendoci. Talento precoce, no? 


Pensoso e dubbioso sull'esito dell'esame. Sarò andato peggio in  greco o in latino?
Però in filosofia ho fatto un figurone...


Infine, ho ancora vivi nella mente il batticuore e gli sguardi di quella mattina sulla fondamenta davanti al Foscarini, tutti in attesa che si aprisse il portone per poter vedere i risultati affissi in bacheca. Ricordo le scaramanzie di Emanuele, con le bretelle che gli portavano buono e il profumo spagnolo di suo padre e quelle di Marcello, che indossava ancora la stessa camicia del giorno dell'esame (e si sentiva). Ricordo Annavera che stava assorta in disparte e non voleva parlare con nessuno, che neanche ti potevi avvicinare ed Elena che guardava fissa l'acqua del canale e ripeteva come un mantra "se è andata male non torno neanche a casa, mi butto e basta" e poi la corsa tumultuosa dentro l'atrio appena i bidelli avevano aperto, con il mio nome che era in basso e avendo tutte le teste che si agitavano davanti non riuscivo a vedere che ci fosse scritto. Finalmente Emanuele che mi dice: "Che culo! Hai solo greco" e il mio urlo di gioia neanche avessi segnato a San Siro nel derby.


La cena di fine liceo, con il sollievo di avere avuto solo greco da riparare ad ottobre.
All'alba mi troverò su una panchina della Giudecca ad aspettare
il vaporetto senza ricordare come ci fossi arrivato.

Poi tutti a consolare la povera Mavi che era stata bocciata e singhiozzava tutte le sue lacrime con il seno precocemente ipertrofico che le sussultava, mentre invece Maurizio, bocciato a sua volta quando pensava di avere due materie soltanto, appariva come un eroe omerico folgorato da Zeus e stava appoggiato allo stipite del portone come un corpo senza vita. Infine il girotondo sfrenato e collettivo in fondamenta con Marcello che declamava uno per uno i nomi di tutti i professori e noi che li vaffanculeggiavamo in coro fino a far venir fuori i bidelli (vaffanculeggiati anche loro, maledette spie del preside). 

A ben pensarci, quanta magia in quelle giornate ormai tanto, troppo lontane... (fermate il mondo, voglio scendere).

Dedicato con tanto amore a Marina, Cristina, Elena, Sandro, Francesco e Marcello che non ci sono più.

mercoledì 23 maggio 2012

Doge in stand-by

Lo so, lo so... è un bel po' di giorni che non mi faccio vedere, non posto nulla e, peggio ancora, non commento sui blog amici. Un disastro di blogger, insomma. Me ne scuso, naturalmente, ma il fatto è che fino ai primi di giugno le mie residue energie mentali saranno impegnate a preparare alcune giornate di aula piuttosto impegnative. Il ché significa non solo rispondere alla classica domanda del formatore: " ...e mo che ci dico io a questi?" ma anche preparare i materiali didattici e i casi aziendali per i lavori di gruppo da discutere assieme. Insomma, una bella spremuta di meningi.
Ma non basta. Infatti, una sera che l'elfa era insolitamente soave nei miei confronti ho proposto che dovendo andare a trovare il nostro giovane logistico nel suo eremo di Casorate si sarebbe potuto anche fare un bel giro turistico per gli agriturismi dell'Oltrepo' pavese. Così sono stato preso in parola e ora mi tocca farlo per davvero. Quindi, dovrò lasciare Donatella a sbollire per qualche settimana le sue ire funeste per l'incauta provocazione di Carlo e il mio povero alter ego senza la sua adorata barca e la guancia ancora dolente per il ceffone. Ma ne riparleremo anche perché il giovanotto ora ha da giocare la carta dell'invito sulla barca a vela del padre di lei per la crociera in Istria e volete che se la faccia sfuggire?
Presto saprete come va a finire...
Ciao

domenica 13 maggio 2012

Dell'antica arte veneziana di litigare con le ragazze riconquistate e lasciar loro la barca


Quel “Ma noi… perché ci siamo lasciati?” buttato lì da Donatella come se fosse stata colta da una riflessione improvvisa sulle nostre vicende passate e si domandasse se non fosse giunto il momento di tornare indietro invece di farmi felice mi fece quello strano effetto di quando desideri tanto che accada un qualcosa ma poi appena succede rimani deluso perché pensi che in fondo non lo volevi in quel modo o non era quello che avevi immaginato. Avevo fantasticato molto nei mesi precedenti su come sarebbe stato il momento in cui ci saremmo rimessi assieme (perché doveva giungere, che diamine!) e nelle mie fantasie c’era una sorta di lieto fine cinematografico con i due che all'improvviso, magari per un incontro fortuito, si riscoprono innamorati come e più del primo giorno e si gettano l’uno tra le braccia dell’altra. Ora invece lei, che sicuramente aveva preparato ogni passo con cura fin dal momento della telefonata serale perché le ragazze conducono sempre loro il gioco dell'amore anche se sono abilissime a farti credere che lo stai conducendo tu, mi lasciava tra le dita il cerino acceso di doverle rispondere in qualche modo scoprendo le mie intenzioni.


Tramonto sul Rio di Cannaregio 

La parte razionale che alberga in me, essendo da sempre in netta minoranza rispetto alla parte emotiva, dovette faticare parecchio per dissuadermi dallo sporgermi d’impulso verso di lei e baciarla sic et simpliciter motivando il tutto con il fatto che la cosa sarebbe stata tecnicamente difficile avendo il tavolino, i piatti e le bottiglie a far barriera tra noi.  Avrei potuto alzarmi da tavola e raggiungerla, ma avrei dovuto anche far spostare alcune persone che sedevano sulla nostra stessa panca, tra le quali un omone sudato con la faccia immersa nell'anguria e non mi pareva il caso, per tacere del fatto che avendo mangiato entrambi le masanette (i granchi di laguna) condite con l’aglio e il prezzemolo, l’eventuale bacio avrebbe perso molto del suo romanticismo. E poi, a ben vedere, la frase di Donatella era ambigua. Che ne sapevo se voleva davvero dire: “che ne dici se ci rimettiamo assieme?” oppure nascondeva qualcuno dei suoi inganni?

Così, dopo aver elaborato migliaia di ipotesi in una frazione di secondo, la parte razionale, ringalluzzita dall'aver avuto ascolto una volta tanto, mi suggerì: “Carlo, è sicuramente una trappola... prendi tempo… non scoprirti, rilanciale la palla e vedi se si scopre lei” . Questo fu il motivo per cui le risposi con un: “Boh… il perché ci siamo lasciati francamente non lo so. Hai fatto tutto tu…” che mi sembrava molto efficace per indurla a fornire la sua versione dei fatti. Ma proprio come mi succede talvolta giocando a scacchi, quando dopo una lunga meditazione faccio finalmente la mossa astutissima che getterà nel panico il mio avversario e poi mi accorgo di aver lasciato la regina in presa, me ne pentii immediatamente. Donatella dall'espressione di piacevole attesa degli eventi virò subito sull'aria infastidita, anzi molto infastidita. 
“Eh già! Per te è sempre colpa degli altri, vero? Tu non sai mai perché accadono le cose e, comunque, te ne chiami fuori elegantemente come tuo solito“.


I vecchi bàcari veneziani, dispensatori di deliziosi cicchetti e buoni vini.
Questa è "La vedova" dentro una calletta nascosta in Strada Nova

Ora io non sono un tipo fumantino, anzi.  Solitamente, quando mi trovo sotto attacco provo a replicare fino ai limiti del sopportabile con garbo ed ironia, essendo un fedele osservante della legge di Murphy che recita: “Mai mettersi a discutere con un cretino. Chi ascolta potrebbe non cogliere la differenza”, ma in quel caso, vuoi per la delusione di essere passato in un amen dal possibile bacio alla litigata certa, vuoi perché il modo con cui lei mi aveva lasciato bruciava ancora a mesi di distanza, andai subito dritto al nocciolo della questione incurante delle conseguenze, in una sorta di: à la guerre comme à la guerre.

“Beh… forse sarà il vino, ma ti vedo un po’ smemorata sulla faccenda perché come non ricordi o fai finta di non ricordare non è stata una mia iniziativa. Sei tu che quella sera di ritorno dal cinema ti sei fermata di colpo come folgorata dagli Dei in mezzo a Campo Sant’Angelo e mi hai detto senza alcun preambolo che le cose tra noi non funzionavano più e che era meglio che ci lasciassimo. Quando ho ripreso fiato e te ne ho chiesto la ragione mi hai fatto tutto un sermone sull'impegno diverso che avrei dovuto mettere nel nostro rapporto e perfino negli studi. Ora, se mi chiedi un maggiore impegno verso di te, se ne può benissimo discutere, ci mancherebbe, anche se faccio fatica a capire in cosa dovrei impegnarmi di più. A tal proposito ti ricordo che lo scorso anno per pura gelosia - anche se lo neghi - degli incontri femminili che avrei potuto avere a bordo mi hai fatto vendere la  Fender Stratocaster appena comperata e per amor tuo ho rinunciato a suonare ancora sulle navi da crociera, che non mi sembra poco come segno di serietà nei tuoi confronti perché oltre a vedere il mondo gratis, mi pagavano pure bene e mi ci divertivo un sacco. Per il resto, devo ancora capire cosa c’entrassero i miei esami di giurisprudenza con il nostro rapporto. Ho ventuno anni, mi mancano sei esami e la tesi e non sono ancora fuori corso, quindi non mi pare di essere poi messo così male.  Ci arrivo alla laurea, stai tranquilla...”.


Questo è il Codroma, storico ritrovo di studenti, artisti e perditempo vari
 dalle parti dell'Angelo Raffaele. 

Come davo per certo, Donatella mi lanciò uno sguardo inceneritore, poi replicò piccata.
“Guarda che il fatto che ora ti manchino “solo” sei esami è tutto merito mio, che se rimanevi a fare il menestrello a bordo come minimo oggi te ne sarebbero mancati una dozzina e avresti ancora la media del 19 abbondante, come ti vantavi con quei nullafacenti dei tuoi amici, che Dio vi fa e poi vi accoppia. Ma quel che ti rimprovero, anche se ti fa comodo fare sempre orecchie da mercante, è che non noto in te alcuna voglia di fare le cose seriamente, di costruire il tuo futuro. Sembra che tu ti diverta a restare nel tuo limbo di “né carne, né pesce” dove nessuno ti disturba chiedendoti responsabilità che non hai voglia di assumerti. Ci stai troppo comodo, vero? Eppure io, scomodando la mia famiglia, ti avevo anche procurato un’opportunità importante, ma tu l’hai lasciata cadere…”


Il ponte che va in campo della Celestia, dietro all'Arsenale
Per un istante, avendo capito dove stava andando a parare, pregai tutti i santi che conoscevo che non ritirasse fuori la storia del praticantato nello studio da avvocato di suo nonno, ma Donatella fu più rapida delle mie preghiere costringendomi a rispiegarle tutto per l’ennesima volta.
“Visto che anche ora, come quella sera, mi rimproveri di non avere ancora deciso cosa voglio fare da grande e di non far nulla per crearmi un futuro professionale, ti ribadisco per l'ennesima volta che so perfettamente di aver sbagliato a dar retta a mia madre, che per mille motivi suoi ha insistito perché facessi Giurisprudenza anziché entrare in Accademia Navale come mio padre, che era quello che sognavo. Di conseguenza, non provo alcun interesse per la materia forense, la studio controvoglia e anche se ormai sarebbe stupido mandare tutto a monte e quindi farò comunque l’ultimo sforzo per laurearmi, ti ripeto che non ho la minima intenzione di fare l’avvocato nella mia vita futura. Questo è il motivo per cui non avevo e non ho alcuna voglia di rinchiudermi nello studio di tuo nonno a fare praticantato di diritto amministrativo tra faldoni, codici e gazzette ufficiali. Quindi, ringrazia il nonno della sua generosa offerta, so benissimo di star rinunciando stupidamente ad un mucchio di soldi futuri, ma non la cosa non m’interessa assolutamente. 
Infine, quel che intendo fare della mia vita è affare esclusivamente mio e sono stufo sia dei consigli affettuosi che delle sottili pressioni psicologiche e ancor più dei ricattini sentimentali. In sintesi e tanto perché tu te ne faccia una ragione: d’ora in poi qualsiasi donna mi vorrà, mi dovrà accettare come sono in base al principio che io non cercherò mai di cambiare lei e di conseguenza ho diritto di pretendere che lei non cerchi di cambiare me ”.



Quando sono a corto di argomenti, ti dicono che sei il solito immaturo, 
come se non lo sapessi già di tuo...

Donatella posò con malagrazia la forchetta sul tavolo poi allontanò da sé il piatto quasi disgustata.
 “Appunto! Speravo che in questi mesi avessi riflettuto sul perché ti avevo lasciato e fossi cambiato, ma vedo che sei rimasto ancora il solito immaturo che non vuole crescere e non sa assumersi le sue responsabilità. Devo dire che tua madre ha proprio ragione…”.
Ora, a parte il fatto che, volendo essere maliziosi fino in fondo, uno dei possibili motivi per cui c‘eravamo lasciati l’avevo ben chiaro e aveva anche il nome e cognome del figlio di un dentista veneziano: uno stronzetto pieno di soldi e pure fascio che girava per il Lido con una 850 sport rosso fuoco e le ronzava attorno da tempo, tuttavia la citazione di mia madre, non certo casuale, mi diede la prova provata che quando le due si erano sentite al telefono avevano fatto ancora una volta comunella ai miei danni sulla faccenda dello studio e del mio avvenire e la cosa mi fece andare immediatamente su di giri. Così reagii d’impulso e le rinfacciai tutta una serie di cose tra le quali mi sfuggì anche il figlio del dentista tanto che Donatella si alzò di scatto e mi mollò un ceffone di quelli che ti lasciano le cinque dita sulla guancia e fanno voltare la gente nel raggio di venti metri, poi, dopo aver fatto spostare un mucchio di gente dalla sua panca scappò via in direzione del pontile dove era ormeggiata la Carla II.


Corte privata dietro Ruga Giuffa

L’uomo che mangiava l’anguria e si era goduto tutta la scenetta sorrise ironico. “Ciò! Te le ga cantàe ben la to morosa, vecio mio… varda se ti gà ancora tutti i denti in boca, che par mi qualchedun xe finìo zo par tèra….”
Controllai con la lingua se tutto fosse a posto giusto per scrupolo.
“Ma sì… i denti li ho ancora tutti e se mi fa passare, la raggiungo…”
“Ecco bravo… còrrighe drio che la xe andada a piànzer in barca”
Alla fine si spostò ma non prima di avermi avvisato che “… così dopo ti ghe la dà vinta, che xe proprio quel che le donne le vol quando che le se mete a piànzer…”. 
Dovette anche aggiungere la considerazione che: "In amor tuti i fioi zòveni i xe proprio dei gran mona" ma non ci badai e la raggiunsi. 
In effetti, Donatella si era seduta in barca e piangeva in silenzio rivolta verso la laguna per non farsi vedere (se non da me). 
Ora, dal momento che una donna che si faccia spuntare una lacrimuccia mi riempirà talmente di sensi di colpa che avrà subito il pieno e totale controllo su di me avendola vinta su qualsiasi questione anche se aveva torto marcio, salii a bordo e mi sedetti al suo fianco per chiederle scusa del mio comportamento e di quello che le avevo detto, guadagnandomi in prima battuta uno “Stronzo!” con il volto rigato di lacrime che non prometteva bene.
Così come non prometteva affatto bene la voce del cameriere apparso sul pontile alle mie spalle “Ciò! Bèo… sta miga a far il furbo… chi xe che paga il conto qui?”
Gli mostrai il portafoglio perché vedesse che i soldi li avevo.
 “Ma si… lo pago io. Stia tranquillo….non sto mica scappando. Non vede la situazione? E poi la barca è ancora legata, dove vuole che vada?”
“A parte che quando no ti si bon a far i nodi le barche le se sliga con niente, che quei nodi che ti gà fatto no i va ben gnanca par ligàrse le scarpe, vien dentro alla cassa che te fasso il conto, così dopo ti pol far queo che ti vol…”


Corte privata dietro Campo Santa Giustina

Lo seguii dentro il locale e dopo avergli messo in mano una discreta sommetta, siccome sosteneva di non avere moneta per darmi il resto prese un bottiglione da due litri che sembrava pieno di erbe e posati sul banco due bicchierini di plastica li riempì quasi fino all'orlo  “Dai! Che ve offro a tuti e dò il digestivo della casa, per farvi fare pace…”
“Grazie, ma non credo sia sufficiente per far pace con quella lì… ”
“Varda che el xe miracoloso. Lo femo in casa co’ le nostre erbe aromatiche. Ghe xe dentro anca la salvia, el rosmarin, la liquirissia, le scorse de narànsa e i carciofi… portalo alla tua morosa, ti vedarà che dopo la ghe torna subito il sorriso”. Siccome insisteva a smenarmela con le virtù del loro digestivo e io volevo tornare alla svelta da Donatella presi in mano i due bicchierini e uscii dal locale proprio mentre mi giungeva il rumore  del motore della Carla II che si avviava di gran carriera.

Arrivai trafelato sul pontile giusto il tempo di vedere Donatella e la mia barca ferme in mezzo alla laguna a cinquanta metri da riva. Aveva messo il motore a gorgogliare in folle e mi guardava con aria di sfida. Le gridai di tornare indietro, ma mi fece cenno di no, poi avvicinò la Carla II al pontile per venire a portata di voce.
“Tella, per favore, non facciamo stupidaggini… ho capito che ti sei offesa e che ho esagerato, ma ti ho chiesto scusa, no? “
“No… mi hai detto un mucchio di stronzate e finché non mi passa l’arrabbiatura e ti scusi seriamente e non di maniera come hai fatto prima, la barca la tengo io, così impari…”
“Su, dai, non facciamo bambinate… riportala qua che non la sai neanche guidare!”


Una bella corte privata che un tempo era il chiostro dei frati di San Piero di Castello

Per tutta risposta lei diede di nuovo gas facendo impennare la Carla II e descrivendo un cerchio perfetto.
“La so portare anche meglio di te. Cosa credi?  Ci sono nata sulle barche io….”
“Va bene, lo vedo, sei brava… me la riporti ora?"
"Non ci penso nemmeno..."
"Dai.. su non scherziamo..."
"Io sono serissima..."
"D'accordo, hai vinto! Mi scuserò seriamente come dici tu, ma a come faccio a farlo a se te ne stai lì in mezzo al canale?"
"Troppo comodo farlo adesso, bello mio... ti ho detto che mi deve passare, per oggi la tua barca te la scordi"
"Vabbè, se hai deciso così prendila pure, ma come faccio a tornare a casa? Non è che posso nuotare o andare a piedi”
“Non piangerti addosso... hai il vaporetto a Punta Vela tra mezzora, hai tutto il tempo di prenderti il caffè oltre al digestivo che hai già in mano, è una passeggiata di dieci minuti… “
“Si, ma dove me la porti? Al mio cantiere non ti conoscono e non la puoi lasciare incustodita in canale”
“Tranquillo, la lascio al Diporto velico di Sant’Elena dove ha la barca mio padre.  Siamo soci, una palina te la trovano senz’altro e lì è sorvegliata dai custodi anche di notte”
Fece una pausa poi aggiunse… “A proposito di mio papà… domenica facciamo la traversata in barca per Pirano e Umago e mi aveva detto di chiederti, visto che gli serve un uomo d’equipaggio, se vuoi unirti a noi. Io te lo sconsiglio e se fossi in te ora rinuncerei con una scusa, però mi ero impegnata a dirtelo e l'ho fatto...”
“Ah! Ringrazia tuo papà e digli che invece ci vengo con molto piacere perché se giochiamo a farci i dispetti sono bravo anch'io  ma, però, non è che ne possiamo parlare in barca?”
“Ti ho detto di no, comunque va bene per la gita, in fondo se vuoi venire sono cavoli tuoi. Riferirò al papà… ciao.”.
Detto questo diede di nuovo manetta e con un’altra virata che sollevò un mucchio di candida schiuma la Carla II prese rapidamente il largo in direzione di Murano. La seguii con lo sguardo finché diventò quasi un puntino. Poi di colpo sentii alle mie spalle la voce divertita dell’uomo dell’anguria.
 “Ciò! Vecio… ma ti te ga fato ciavàr la barca da una donna? Vergògnite…”
“Eh! Succede… che vuol farci? L’unica ormai è berci sopra…”
Gli porsi il bicchierino con l’amaro per Donatella e trangugiammo assieme virilmente i nostri liquori in un sol sorso, poi, dopo un rapido cenno di saluto mi avviai al vicino pontile ad aspettare con calma il battello della linea 13 per le Fondamente Nuove, che per fortuna mi erano rimasti giusti i soldi per il biglietto.

(continua…)

venerdì 27 aprile 2012

Dell'antica arte veneziana di far le gite in barca con la ragazza sbagliata (parte quinta)


(continua...) 
La domenica mattina, messa la sveglia alle sette e appurato che ci fosse il sole come promesso dal colonnello Bernacca durante il telegiornale, mi recai al cantiere che in quel periodo doveva essere già aperto di buonora. Dopo aver atteso pazientemente per una ventina di minuti davanti alla saracinesca del capannone dove erano alloggiate le barche che l’addetto finisse di fare colazione nel suo gabbiotto e si degnasse di portare fuori la mia imbarcazione per metterla sulle cinghie e calarla in acqua, salii a bordo della Carla II e l’ormeggiai ad una palina nei pressi per poter fare le grandi pulizie prima di accogliere un’ospite femminile a bordo, che le donne, si sa, prima di sedersi passano veloci il dito sul sedile per controllare se c’è la polvere. Infatti, c’era e in più si vedevano qui e là anche diverse macchie di miscela uscita dal serbatoio durante i rifornimenti. Ma sui sedili e lungo i bordi c'erano soprattutto diverse zone di “salso” rappreso, dato che l’ultima volta che ero uscito in laguna per la fretta di chiudere il cantiere il custode non mi aveva dato il tempo di lavare lo scafo con l’acqua dolce. Mi aveva garantito che lo avrebbe fatto lui la mattina dopo, ma ero certo che per la faccenda delle mance che non davo, la cosa non sarebbe accaduta. E così era stato.

All'epoca dei fatti. Dubbioso, come sempre...(dubito ergo sum) (1970)

Inoltre, la barca, per uno strano effetto simbiotico, presentava lo stesso ordine di camera mia con una bella rinfusa di oggetti accatastata casualmente sul fondo, mancando solo i calzini sporchi e i numeri di Linus per completare l’analogia. Pur se tutto questo conferiva all’imbarcazione quell’aria un po’ naif e vissuta, che faceva molto “Cuore di tenebra” o anche “La regina d’Africa” facendomi sentire come un Humphrey Bogart di laguna, tuttavia era controindicato per accogliere una Katherine Hepburn della buona società veneziana. Per questo mi ero portato gli stracci per la polvere da casa, un piccolo secchiello da spiaggia fregato ai vicini di capanna, la spugnetta che la mia mamma usava per i piatti, una bottiglia da due litri di acqua di rubinetto e anche il Calinda al fresco profumo dei fiori di campo, che su una barca non era il massimo, però attenuava almeno un po' l’odore di quel granchio porro putrefatto nell'intercapedine dello scafo che ogni tanto tornava a farsi sentire.

Tutta la dotazione di bordo venne sistemata in bell’ordine pigiandola nel ripostiglio porta oggetti a prora. Perfino i pochi elementi cromati della barca vennero lucidati per bene con quella costosa crema per pulire gli argenti che alcune amiche di mia madre affiliate alla Stanhome ci venivano a vendere a domicilio con la scusa di prendere il tè con i pasticcini (tanto poi la mia genitrice le spennava a bridge e quindi rientrava dalla spesa). Alla fine la Carla II sembrava un salottino e le mancavano solo i centrini di pizzo sui sedili, ma avrebbe fatto tanto gondola. Mancava solo Claudia, la mia ospite che si materializzò verso le dieci sulle Fondamente Nuove, vicino al ponte di Campo dei Gesuiti, dove abitava.


Ghebi (canaletti) e barene viste dal Lazzaretto Nuovo con Burano sullo sfondo

Questa Claudia, una simpatica morettina che però mi apparve subito più rotondetta di quanto la ricordassi, appena mi vide apparire esordì subito in modo deludente. Dapprima con un: “Che bella! E’ la tua barca?” che mi fece subito venir voglia di risponderle “No, ma tanto non se ne accorgeranno prima di sera…”, poi avvisandomi che doveva essere assolutamente di ritorno per metà pomeriggio perché il suo ragazzo sarebbe tornato da Padova per andare al cinema con lei. E questa non era affatto una buona notizia considerando il mio proposito di collaudare la barca anche come strumento di seduzione. Infine, Claudia diede il colpo di grazia alle mie aspettative di una gita memorabile rivelandomi che le vettovaglie per il picnic in barena che si era impegnata a portare erano costituite unicamente da un panino con la cotoletta a testa (però l’aveva impanata e fritta lei, con le sue manine) e due lattine di Lemonsoda. Insomma, oltre ad aver preso a bordo una tizia con il moroso in attività ora avevo il  rimpianto di non aver accettato la proposta di mia madre di prendere con me un contenitore con due ricche porzioni della sua leggendaria insalata di riso all'orientale, con l’uvetta, i pistacchi, la curcuma e il curry.


il punto più stretto del canale tra Sant'Erasmo e le Vignole,
 con i campanili di Venezia sullo sfondo

Comunque, appena salita a bordo con la grazia di un bisonte facendo oscillare paurosamente la Carla II, Claudia mi chiese “Dove andiamo di bello? Mi porti a Murano, che è tanto che non ci vado?” inducendomi a farle notare che se voleva andare a 10 minuti di navigazione dalle Fondamente Nuove tanto valeva farlo con il vaporetto dell’ACTV e che, al contrario, la mia intenzione era quella far rotta verso Torcello e San Francesco del Deserto e poi andare a buttare l’ancora e fare il picnic e magari il bagno tra le barene deserte del Lio grando.  Lei annuì con l’aria di chi non ha la più pallida idea dei posti che le stanno citando e pensa  “Boh! Saprà lui…”.

Iniziammo così la navigazione con i 15 cavalli che gorgogliavano allegri lasciando dietro di noi una bella scia argentea e appena lasciati al traverso di sinistra l’isola di San Michele e il vecchio faro di Murano e incrociate le bricole che segnavano la fine del canale del Bisatto e l’inizio di quello che conduceva a Burano, apparve presto la sagoma di San Giacomo in Paludo. Una macchia di verde scuro cintata dal rosso mattone delle sue mura in mezzo alla laguna scintillante.


L'isoletta disabitata di San Giacomo in Paludo, sulla rotta per Burano

Claudia, che dopo l’iniziale loquacità aveva cominciato ad infastidirsi e a cambiare diverse volte posto sostenendo di prendere troppi schizzi d’acqua e che questo le avrebbe rovinato i vestiti, dopo aver deciso che facevo apposta per farle dispetto a non abbassare la velocità e a prendere le onde di prora, si era messa ad osservare in silenzio l’orizzonte in segno di dissenso. Ma alla vista dell'isola riprese vita e si voltò di colpo verso di me con l’aria ansiosa di sapere.
“E’ lì che dobbiamo andare?”
“No… San Giacomo è un’isola disabitata. C’era fino a poco tempo fa un vecchietto che abitava come un eremita la casa d’angolo con le finestre sull'acqua da cui faceva sporgere un bastone con un cestino perché le barche di passaggio potessero metterci cibo e qualche soldo, ma credo che lo abbiano sloggiato in una casa di ricovero…”.


vecchie barche in secca sull'isola del Lazzaretto Nuovo

L’espressione di Claudia tradì una certa inquietudine “Ma non c’è proprio nulla?”
“Come no? Hai vegetazione incolta, ragni, bisce e carbonassi a volontà, se ti piace il genere. In aggiunta c'è una cavana settecentesca, una nicchia sulle mura di cinta con una bella Madonna in bassorilievo e qualche vecchio rudere in attesa di crollare. Una volta c’erano una chiesa e un monastero e ci portavano gli appestati prima di utilizzare l’isola più grande del Lazzaretto, vicina a Sant’Erasmo, poi Napoleone ha demolito tutto e trasformato l’ isolotto in un deposito militare che ormai è completamente diroccato… ma perché me lo chiedi?”
“Avrei tanto bisogno di una camomilla…”
“Ti senti poco bene?”
“Si… è questo dondolio. Non ci sono abituata, mi fa venire la nausea…”
“Scusa, ma… quando ti ho domandato se eri mai stata in barca e mi hai risposto: oh sì, prendo il vaporetto, non era una battuta sarcastica?”
“No… non lo era, e comunque, portami da qualche parte perché sto per vomitare…”
In realtà avevo capito subito che la ragazza non aveva alcuna pratica di barca quando avevo notato che indossava le scarpe con il mezzo tacco, ma non potevo certo rimandarla a casa.
“Bene… allora non ci resta che far rotta verso Sant’Erasmo. Riesci a resistere per una decina di minuti?”.
“Ci provo…tu sbrigati.”


Burano che grazie a Claudia resterà un miraggio all'orizzonte

Misi il motore a manetta e nel tempo previsto accostai ad un pontile davanti alla piazzetta dove sapevo che vicino alla chiesa c’era una piccola osteria.  Claudia scese subito a terra dirigendosi in fretta verso il locale, intanto che finivo di legare la barca, ma ritornò poco dopo sui suoi passi con l’aria ingrugnata.
“Che c’è? E’ chiuso?”
“No, ma quel villano del barista mi ha detto che se voglio la camomilla devo andare a prenderla in ospedale, che la sua è un’enoteca e vende solo vino… “
Trattenni a stento un sorriso maligno e cercai di farle vedere quanto fossi collaborativo. “Vuoi che ci vada a parlare io? Magari ti può fare un tè, o anche un punch caldo può farti bene allo stomaco…”
“No, lascia stare, sarà per il nervoso ma mi sento meglio, riprendiamo la navigazione”.


La chiesa e il centro di Sant'Erasmo, il cuore verde di Venezia
L'isola è celebre per i suoi delicatissimi carciofi e le sue vigne di uva dorona, 
un vitigno autoctono risalente al 1300

Risalimmo in barca e tornammo sulla rotta precedente. La Carla II ora filava che era una meraviglia e io stavo riprendendo lo stato di beatitudine che mi dava la visione di tutto quel mondo azzurro e luminoso di sole che mi circondava. Ma l’estasi fu di breve durata. Appena in vista dell’isolotto della Madonna del Monte, Claudia riprese con le domande inquietanti. “Quella almeno è abitata? Si può scendere a terra?”
Le porsi il binocolo da marina di mio padre perché si rendesse conto da sola di come sull'isolotto non ci fossero altro che delle mura crollate in più punti e della sterpaglia.

“No… anche lì c’era un monastero di clausura e poi una chiesa ma i francesi l’hanno demolita nel settecento e dopo ne hanno fatto una polveriera. Gli isolotti della laguna si prestavano benissimo allo scopo, perché se le polveriere saltavano in aria come spesso accadeva, almeno erano lontane dalla città. Questo valeva anche per i lazzaretti per gli appestati che erano costruiti sulle isole per mettere la laguna di mezzo tra la città e il contagio. Tanto è vero che durante la grande epidemia del 1576, quando morirono due veneziani ogni cinque, bastava presentare qualche sintomo strano per essere immediatamente trasportati al Lazzaretto Vecchio.  A quei tempi con la tua nausea avresti rischiato anche tu. Ma perché lo domandi? Ti senti male di nuovo?”
Ci fu un lungo silenzio imbarazzato, come se cercasse la forza di parlare, poi bisbigliò:
“No, ma ho bisogno di fare la pipì.”
“Ah! Ma non potevi farla al bar? Magari invece della camomilla chiedevi un caffè tanto per consumare qualcosa di caldo e intanto andavi in bagno…”
“Da quel cafone lì? Nemmeno per sogno…”
“Sarà stato anche cafone, ma però aveva un bagno da metterti a disposizione, io no. Puoi resistere fino a che arriviamo a Burano?”
“Quanto ci vuole?”
“Venti minuti, più il tempo di trovare un ormeggio…”
“Lo escludo, sto per farmela addosso…”

Sbarcare alla Madonna del Monte? Contenta lei...

Pur concedendo che per noi maschietti risolvere quel problema sarebbe stato assai più facile visto il diverso impianto idraulico, cionondimeno dovetti farmi forza per non rispondere sgarbatamente a quella creatrice di problemi in servizio permanente effettivo il cui scopo sembrava solo quello di rovinare la gita. In altri tempi e in altre marinerie l’avrebbero sottoposta al giro di chiglia.
“Va bene… passiamo al piano B : hai il costume da bagno sotto i vestiti?”
 “No…”
Lo temevo perché da una che viene in barca con la gonna e le scarpe da città, non ci si poteva aspettare di meglio.
“Non importa… spengo il motore, mi lego ad una bricola, ti togli quello che devi e ti cali in acqua per la bisogna…”
“Sei matto? Non lo faccio perché ho ancora le mie cose e comunque con cosa mi asciugo, dopo?”
“Allora non ti resta che aggrapparti al corrimano, sporgere la parte fuori bordo e farla in acqua. Io mi giro a guardare l’orizzonte e tu mi dici quando hai finito… però se finisci in mare puoi chiamarmi subito”


i padroni della laguna sorvegliano attenti

La proposta sembrò dapprima convincerla, ma l’obiezione non si fece attendere.
“E se mi vedono dalle altre barche?”
“Oh mio dio… ma chi vuoi che ti veda?”
“Non lo so… magari hanno il binocolo come te e comunque mi vergogno…proprio non puoi farmi scendere sull’isola?”
“Ci provo, ma ti avviso subito che dovrai scendere in acqua vicino a riva perché alla Madonna del Monte non ci sono approdi.”
Visto che la Carla II aveva il fondo abbastanza piatto, sollevando il gambo del motore perché non strisciasse, procedendo con cautela e spingendo sul fondo con i remi, riuscii ad arrivare quasi sull’asciutto, così Claudia si sarebbe bagnata solo i piedi in pochi centimetri d’acqua.  Lei scese scalza camminando con cautela sui ciottoli e i detriti per raggiungere terra e quando già mi sentivo appagato di averle risolto il problema sentii un gemito soffocato. “Ahi! Mi è entrato qualcosa nel piede…”. Così, visto che aveva iniziato immediatamente a piagnucolare sostenendo di non riuscire più a camminare, vincendo l’istinto di riprendere il mare abbandonandola al suo destino sull'isola mi toccò scendere a mia volta per riportarla in braccio sulla barca rischiando l'ernia, perché era una falsa magra. Qui, come immaginavo, la ferita spaventosa si rivelò un modesto taglietto causato da un frammento di conchiglia e per curarla furono sufficienti uno spruzzo di acqua ossigenata e un cerottino. Restava sempre in sospeso la faccenda della pipì, ma mentre frugavo dentro la tuga di prora alla ricerca della cassetta del pronto soccorso mi ricordai improvvisamente del piccolo secchiello da spiaggia che avevo preso in prestito dai vicini di capanna, così, pur se con qualche riluttanza della mia ospite ad accovacciarcisi sopra, alla fine anche quella emergenza venne risolta.


la sera scende svelta sul canale di Mazzorbo e sulla nostra gita

Quel che ormai era irrisolvibile era il mio pessimo umore per la gita rovinata. Così, essendo ormai ora di pranzo, feci rotta per l’imbarcadero di Mazzorbo e feci scendere Claudia proprio mentre la motonave per Venezia stava tornando da Burano per attraccare al pontile. Così con la scusa di risparmiarle il supplizio di un ritorno in barca e facendole presente che in mezzora sarebbe stata alle Fondamente Nuove, quindi a casa, la feci salire  a bordo ricordandole che se avesse avuto fame aveva a disposizione i suoi panini con la cotoletta e la Lemonsoda di cui mi privavo generosamente. 

Appena la motonave si staccò dal pontile, entrai nella trattoria “Ai cacciatori” che era proprio alle mie spalle sulla fondamenta e scacciai l’amarezza con una spaghettata ai caparozzoli, una fritturina mista bella croccante e un mezzo litro di Verduzzo. Poi, per terminare l’opera consolatoria, legai la Carla II a una palina all’ombra e usando i salvagente come cuscino, mi concessi un bellissimo sonnellino ristoratore prima di intraprendere la navigazione verso  casa. Ma sottovalutai la potenza da maledizione biblica di quel “fai un buon viaggio di ritorno” che Claudia mi aveva lanciato dalla motonave al momento della partenza da Mazzorbo. Infatti, fui ridestato da un brontolio di tuono e poco dopo arrivò a ruota uno scroscio di pioggia e perfino di grandine, mentre il cielo era diventato scuro e attraversato dai lampi di un classico temporale estivo. Dopo aver atteso che smettesse e impiegato quasi un’ora per svuotare la barca dall'acqua imbarcata, feci ritorno a casa che era quasi l’ora di cena, con mia madre in ansia da ore e già sul punto di chiamare la Capitaneria di porto perché mi cercassero. La sera stessa ricevetti una telefonata inattesa da Donatella, ma ne parleremo la prossima puntata… (Continua...)



domenica 8 aprile 2012

La mia intervista su 7 Gold

Nei giorni scorsi ho presentato i miei libri gialli sulla rete televisiva 7 Gold intervistato da Fabrizio Stelluto per la rubrica "Approfondimenti". Cliccando sul link sotto l'immagine si apre la pagina del sito da dove si può visionare il filmato.

Buona Pasqua a tutti


Auguri a tutte le amiche e gli amici del blog