Mi sono un po' assentato da queste pagine per un sovraccarico d'impegni di lavoro durante gran parte del mese di luglio, con alcune settimane di docenza belle toste da preparare e giornate da otto ore filate di aula, di quelle che rientri a casa soddisfatto, ma afono e con le caviglie gonfie. Subito a ruota sono arrivati alcuni impegni di famiglia, tra i quali nostro figlio che è ritornato alla base dopo i sei mesi di stage retribuito in Lombardia e si prepara a ripartire per i due anni di specialistica a Vienna con tutti gli annessi e connessi di volture, traslochi, prenotazioni, caparre e immatricolazioni che la faccenda comporta. Aggiungete pure altre varie ed eventuali, compresa qualche ecografia di controllo da fare e il cane da vaccinare per la filaria. Su tutto questo si è scatenato un caldo disumano e interminabile a liquefare le poche idee residue che ancora fluttuavano tra i miei esausti neuroni.
Eccomi in aula a Treviso Tecnologia con un gruppo di neolaureati e alle prese con le metodologie per il Problem Solving
Dunque, riprenderò a scrivere più assiduamente appena la colonnina di mercurio sarà scesa di qualche grado e sempre che l'elfa ed io (e il bretone) non si decida che è l'ora di pensare anche a noi e di cercare le pedule in soffitta per andare a respirare per una decina di giorni un po' di aria fresca tra le malghe e le montagne dell'Alpago (e il profumo del pastin alla brace con la polenta). In tal caso ci si sente ai primi di settembre. Buone e serene vacanze a tutti...
L’avvisaglia che ormai ci fossimo vicini l’avevo appena letta sul bel blog di Mìgola e subito dopo ne ho avuto conferma sulla pagina web di Repubblica: “Maturità conto alla rovescia: si preparano 450.000 studenti”. Questo semplice titolo è bastato per rimettere in moto come ogni anno ai primi di giugno quel senso di agitazione incoercibile che mi attanaglia al solo sentir pronunciare le parole: esame di maturità. Non so perché, ma essendone abbondantemente lontano (gli esami che si affrontano alla mia età sono altri e ben più fastidiosi…) ed avendo un figlio ormai laureato e con tanto di Master che a domanda risponde: “abbiamo già dato” dovrei leggere la notizia con superiore distacco o addirittura ignorarla. Invece, ogni volta che si avvicinano gli esami ed escono fuori le prove della maturità sono subito pervaso da un senso di solidarietà verso tutti quei miei giovani alias seduti sui banchi e da qualche oscuro timore retrospettivo. Apro ansioso il giornale, leggo i compiti assegnati e mi domando se sarei stato capace di venirne a capo e spesso, tanto per farmi del male, arrivo al punto di cimentarmi perfino con le versioni (tanto ho la traduzione e posso copiare).
Forse tutto nasce dal fatto che la mia maturità l’ho vissuta come un incubo non del tutto rimosso e tuttora ignoro come abbia fatto a conseguirla. Parlo del diploma, ovviamente, non della maturità comportamentale. Mia moglie, infatti, dubita fortemente che io ne sia in possesso sostenendo da sempre che devo esser stato colto dalla sindrome di Peter Pan attorno ai sedici anni e che ancora oggi mi comporti di conseguenza.
In campo Sant'Angelo, con l'aria serafica che deriva
dalla consapevolezza di non sapere un tubo.
L’esame, comunque, l’ho passato nel 1966, all'acerba età di diciassette anni, perché ero stato spedito a scuola avanti di un anno nella certezza che tanto prima o poi sarei stato bocciato e mi sarei rimesso in pari, invece non accadde. Era la maturità pazzesca in vigore prima della riforma degli anni '70, praticamente immutata dalla fine del 1800 e dove si portavano i programmi di tutti e tre gli anni di liceo, si facevano tutti gli scritti possibili e gli orali erano due, separati da una settimana e su tutte le materie. Prima c'era il blocco di quelle scientifiche, poi quelle classiche. In entrambi i casi, erano almeno due ore d'esame garantite e t'interrogavano anche in storia dell'arte, in chimica e in scienze naturali. Alla mattina e anche al pomeriggio.
Io non ho mai pompato eccessivamente sui libri, ma in quelle settimane disperate in cui ci si giocava tutto restavo a studiare fino a notte fonda, con solo la gatta assonnata a tenermi compagnia. Un po’ ero motivato dal fatto che non vedevo l’ora di uscire dal mondo della scuola con tutti i suoi riti che non sopportavo più e molto lo facevo per orgoglio personale e per dare finalmente una gioia a mia madre, che se la meritava. Un pochino anche perché se mi avessero bocciato immaginavo le prese per i fondelli e i sorrisetti ironici dei miei amici nel chiedermi per tutto l'anno seguente a che facoltà mi fossi iscritto. Infine, c'era anche la faccenda della storia appena iniziata con Donatella, ma di questo ne stiamo già parlando altrove e ci ho scritto pure un libro, dunque ve la risparmio.
Quello che "potrebbe fare, ma non si applica.." colto in un momento
in cui si applicava (forse...)
Le dimensioni dell’esame e l’impegno richiesto erano qualcosa di terrorizzante e non solo per me, ma anche per i più bravi. Fin da gennaio non si pensava ad altro e l’ultimo mese di scuola non si riusciva neppure ad organizzare una partitella a calcio o un’uscita al cinema perché erano tutti chiusi in casa chini sui libri (avessero avuto Wikipedia invece del Bignami, magari…). Emanuele si faceva negare al telefono e Marcello si aggirava per le Mercerie con una faccia che sembrava l’urlo di Munch. Lino, invece, era stato mandato da sua madre Serenina in ritiro come i calciatori nella cinquecentesca villa avita di Biancade persa nelle campagne vicino a Treviso perché si concentrasse nello studio (difficile conoscendolo) tra vecchi libri e i quadri del nonno ed era irraggiungibile. Le ragazze poi non parliamone. Già molte di loro erano secchione per tendenza naturale, ma anche quelle allegrotte del tipo usato sicuro sembravano entrate in clausura, con le madri che rispondevano seccate al telefono “Lasci stare tranquilla mia figlia che deve studiare. Anzi, lo faccia anche lei, che le conviene…”.
A spasso con una compagna di classe, ma solo per ripassare
il greco, che non si pensi male...
L’unico tra noi che appariva serafico era un certo Magrofuoco, un giovanottone mite, dinoccolato, con le camicie di flanella a quadrettoni tipo tovaglia di trattoria sul Piave, i sandali con il calzino bianco e gli occhiali da miope spessi come un fondo di bottiglia, che veniva dalle campagne attorno a Treporti e che dopo il liceo voleva entrare in seminario (infatti, fa il sacerdote). Lui era il fenomeno che quando ci davano la versione dal latino, visto che la finiva in quindici minuti, poi la traduceva anche in greco per la gioia del professore ed era abbonato al 10 con lode venendo portato ad esempio per tutta la classe. Per questo, pur essendo un degnissimo figliolo, stava sulle palle a tutti e quando alla maturità cannò entrambi i compiti e prese un misero sei in latino e in greco molti di noi (si dice il peccato, non il peccatore) fecero gesti scurrili davanti ai tabelloni con i risultati.
Qualcuno tentava perfino la via del doping. Ricordo un mio compagno che su consiglio di “uno che sapeva” si era impasticcato di simpamina prima dell’orale per presentarsi lucido e brillante di fronte alla commissione. Purtroppo per lui la commissione sospese gli orali per qualche ora per dare spazio a due privatiste fuori elenco che dovevano ritornare non so dove e quando venne il suo turno la pastiglia aveva finito l’effetto galvanizzante e si presentò al colloquio con la stessa brillantezza di un bradipo esausto.
C'è poco da fare, il diploma l'ho preso, ma la maturità...
beh, quella mi deve ancora raggiungere...
Qualche giorno prima dell’esame si era saputo che l’insegnante esterna di latino e greco sarebbe stata una certa professoressa Chiozzi di Modena. Qualcuno si prese la briga di telefonare al suo liceo e ne venne fuori la storia che era severissima e che a Modena generazioni di studenti se la facevano sotto solo a sentirne il nome. In realtà non la ricordo particolarmente crudele, anzi, era perfino una donna dotata di un bel senso dell’ironia espressa con un bonario accento emiliano. Infatti, appena mi sedetti di fronte a lei per sostenere l’interrogazione di greco mi guardò soddisfatta e disse: “Lo sa che non vedevo l’ora di conoscerla?”. Ovviamente lusingato le chiesi il motivo e lei prendendo il compito con la mia traduzione rispose: “Perché lei è uno stratega eccellente. La sua idea che Pericle suggerisca agli ateniesi di dare fuoco alla propria flotta per disorientare gli spartani che assediavano la città è assolutamente geniale…” . Provai a sostenere la tesi che Pericle in realtà faceva il doppio gioco ed era un infiltrato spartano, ma venni ugualmente rimandato ad ottobre in greco con un bellissimo 3 (numero spesso ricorrente in quella materia)
la sigaretta della notte prima con gli amici...
Per la prova di italiano scelsi il tema storico anche perché inizialmente ero stato tentato di affrontare quello su Ungaretti pensando che avrei potuto scrivere qualcosa sulla sua raccolta poetica “Ossi di seppia” ma per fortuna Emanuele mi suggerì che era di Montale e quindi lasciai perdere. Il compito chiedeva di descrivere il periodo delle campagne risorgimentali da Cavour a Garibaldi dove qualcosina, avendo madre e nonna piemontesi e sabaude, sapevo. Dopo quattro ore, al momento di consegnare, avevo scritto moltissimo della situazione socio-economica del Piemonte (anche con un sapido excursus sulla cucina delle Langhe e gli agnolotti con il plìn e il sugo di brasato) un po' di Cavour (giusto che amava mangiare il risotto con il tartufo al ristorante del Cambio), ma di Garibaldi nessuna traccia (doveva essere ancora in viaggio di nozze con Anita). Ero praticamente rimasto bloccato nei pressi dello Statuto Albertino e della fatal Novara come i gitanti della domenica al casello di Melegnano.
... ma anche la birretta della notte prima con gli amici
(che non ci facevamo mancare niente, noi...)
Quindi, rassegnato ad andare ad ottobre anche in italiano, oltre che in greco e forse altro, tralasciai di studiare per l'orale e di conseguenza andai molto male. Mi arrampicai sugli specchi come Messner quando mi chiesero del Parini (confuso con il Monti) e non riuscii a recitare a memoria i sepolcri del Foscolo oltre alle prime tre righe e a quel "vero è ben Pindemonte!" che declamavo con piglio tenorile. Mi risollevai un po' con Carlo Goldoni (avevo visto la Locandiera di recente), ma crollai quando gli attribuii una commedia di Giacinto Gallina. Dunque, presi un bel 4 con la commissione che sembrava molto rammaricata della cosa, come se da me si aspettassero tutt'altra performance, anche se non ne capivo il motivo (scusate, ma non avete visto chi avete di fronte?).
Così, alla fine, visto che non ci arrivavo, il nostro commissario interno (il preside, ormai un vecchio amico per tutte le volte che mi mandavano a fargli visita) me lo spiegò e con mia grande sorpresa mi rivelò che avevo preso 10 nel tema, che all'epoca era un voto pazzesco, dunque i professori erano delusi perché si aspettavano che li stupissi con altrettanta brillantezza all’orale. Fatta la media, il voto finale in pagella fu 7 che andò ad aggiungersi ad un altro 7 del tutto estemporaneo in fisica, guadagnato perché il professore mi disse ridacchiando che intendeva premiare il coraggio spudorato di uno che per la disperazione si era inventato su due piedi la tortuosa dimostrazione di un teorema che ignorava, peraltro riuscendoci. Talento precoce, no?
Pensoso e dubbioso sull'esito dell'esame. Sarò andato peggio in greco o in latino?
Però in filosofia ho fatto un figurone...
Infine, ho ancora vivi nella mente il batticuore e gli sguardi di quella mattina sulla fondamenta davanti al Foscarini, tutti in attesa che si aprisse il portone per poter vedere i risultati affissi in bacheca. Ricordo le scaramanzie di Emanuele, con le bretelle che gli portavano buono e il profumo spagnolo di suo padre e quelle di Marcello, che indossava ancora la stessa camicia del giorno dell'esame (e si sentiva). Ricordo Annavera che stava assorta in disparte e non voleva parlare con nessuno, che neanche ti potevi avvicinare ed Elena che guardava fissa l'acqua del canale e ripeteva come un mantra "se è andata male non torno neanche a casa, mi butto e basta" e poi la corsa tumultuosa dentro l'atrio appena i bidelli avevano aperto, con il mio nome che era in basso e avendo tutte le teste che si agitavano davanti non riuscivo a vedere che ci fosse scritto. Finalmente Emanuele che mi dice: "Che culo! Hai solo greco" e il mio urlo di gioia neanche avessi segnato a San Siro nel derby.
La cena di fine liceo, con il sollievo di avere avuto solo greco da riparare ad ottobre.
All'alba mi troverò su una panchina della Giudecca ad aspettare
il vaporetto senza ricordare come ci fossi arrivato.
Poi tutti a consolare la povera Mavi che era stata bocciata e singhiozzava tutte le sue lacrime con il seno precocemente ipertrofico che le sussultava, mentre invece Maurizio, bocciato a sua volta quando pensava di avere due materie soltanto, appariva come un eroe omerico folgorato da Zeus e stava appoggiato allo stipite del portone come un corpo senza vita. Infine il girotondo sfrenato e collettivo in fondamenta con Marcello che declamava uno per uno i nomi di tutti i professori e noi che li vaffanculeggiavamo in coro fino a far venir fuori i bidelli (vaffanculeggiati anche loro, maledette spie del preside).
A ben pensarci, quanta magia in quelle giornate ormai tanto, troppo lontane... (fermate il mondo, voglio scendere).
Dedicato con tanto amore a Marina, Cristina, Elena, Sandro, Francesco e Marcello che non ci sono più.
Lo so, lo so... è un bel po' di giorni che non mi faccio vedere, non posto nulla e, peggio ancora, non commento sui blog amici. Un disastro di blogger, insomma. Me ne scuso, naturalmente, ma il fatto è che fino ai primi di giugno le mie residue energie mentali saranno impegnate a preparare alcune giornate di aula piuttosto impegnative. Il ché significa non solo rispondere alla classica domanda del formatore: " ...e mo che ci dico io a questi?" ma anche preparare i materiali didattici e i casi aziendali per i lavori di gruppo da discutere assieme. Insomma, una bella spremuta di meningi.
Ma non basta. Infatti, una sera che l'elfa era insolitamente soave nei miei confronti ho proposto che dovendo andare a trovare il nostro giovane logistico nel suo eremo di Casorate si sarebbe potuto anche fare un bel giro turistico per gli agriturismi dell'Oltrepo' pavese. Così sono stato preso in parola e ora mi tocca farlo per davvero. Quindi, dovrò lasciare Donatella a sbollire per qualche settimana le sue ire funeste per l'incauta provocazione di Carlo e il mio povero alter ego senza la sua adorata barca e la guancia ancora dolente per il ceffone. Ma ne riparleremo anche perché il giovanotto ora ha da giocare la carta dell'invito sulla barca a vela del padre di lei per la crociera in Istria e volete che se la faccia sfuggire?
Quel “Ma noi… perché ci siamo lasciati?”
buttato lì da Donatella come se fosse stata colta da una riflessione improvvisa
sulle nostre vicende passate e si domandasse se non fosse giunto il momento di tornare indietro invece di farmi felice mi fece quello strano effetto di quando desideri
tanto che accada un qualcosa ma poi appena succede rimani deluso perché pensi
che in fondo non lo volevi in quel modo o non era quello che avevi
immaginato. Avevo fantasticato molto nei mesi precedenti su come sarebbe stato
il momento in cui ci saremmo rimessi assieme (perché doveva giungere, che
diamine!) e nelle mie fantasie c’era una sorta di lieto fine cinematografico
con i due che all'improvviso, magari per un incontro fortuito, si riscoprono
innamorati come e più del primo giorno e si gettano l’uno tra le braccia
dell’altra. Ora invece lei, che sicuramente aveva preparato ogni passo con cura
fin dal momento della telefonata serale perché le ragazze conducono sempre loro il gioco dell'amore anche se sono abilissime a farti credere che lo stai conducendo tu, mi lasciava tra le dita il cerino
acceso di doverle rispondere in qualche modo scoprendo le mie intenzioni.
Tramonto sul Rio di Cannaregio
La parte
razionale che alberga in me, essendo da sempre in netta minoranza rispetto alla
parte emotiva, dovette faticare parecchio per dissuadermi dallo sporgermi d’impulso
verso di lei e baciarla sic et
simpliciter motivando il tutto con il fatto che la cosa sarebbe stata tecnicamente
difficile avendo il tavolino, i piatti e le bottiglie a far barriera tra noi. Avrei potuto alzarmi da tavola e raggiungerla,
ma avrei dovuto anche far spostare alcune persone che sedevano sulla nostra stessa
panca, tra le quali un omone sudato con la faccia immersa nell'anguria e non mi
pareva il caso, per tacere del fatto che avendo mangiato entrambi le masanette (i granchi di laguna) condite
con l’aglio e il prezzemolo, l’eventuale bacio avrebbe perso molto del suo
romanticismo. E poi, a ben vedere, la frase di Donatella era ambigua. Che ne
sapevo se voleva davvero dire: “che ne
dici se ci rimettiamo assieme?” oppure nascondeva qualcuno dei suoi inganni?
Così, dopo
aver elaborato migliaia di ipotesi in una frazione di secondo, la parte
razionale, ringalluzzita dall'aver avuto ascolto una volta tanto, mi suggerì: “Carlo, è sicuramente una trappola... prendi tempo… non scoprirti, rilanciale la
palla e vedi se si scopre lei” . Questo fu il motivo per cui le risposi con
un: “Boh… il perché ci siamo lasciati francamente non lo so. Hai
fatto tutto tu…” che mi sembrava molto efficace per indurla a fornire
la sua versione dei fatti. Ma proprio come mi succede talvolta giocando a
scacchi, quando dopo una lunga meditazione faccio finalmente la mossa
astutissima che getterà nel panico il mio avversario e poi mi accorgo
di aver lasciato la regina in presa, me ne pentii immediatamente. Donatella dall'espressione
di piacevole attesa degli eventi virò subito sull'aria infastidita, anzi molto infastidita. “Eh già! Per te è sempre colpa degli altri,
vero? Tu non sai mai perché accadono le cose e, comunque, te ne chiami fuori
elegantemente come tuo solito“.
I vecchi bàcari veneziani, dispensatori di deliziosi cicchetti e buoni vini. Questa è "La vedova" dentro una calletta nascosta in Strada Nova
Ora io non
sono un tipo fumantino, anzi. Solitamente,
quando mi trovo sotto attacco provo a replicare fino ai limiti del sopportabile con
garbo ed ironia, essendo un fedele osservante della legge di Murphy che recita: “Mai mettersi a discutere con un cretino.
Chi ascolta potrebbe non cogliere la differenza”, ma in quel caso, vuoi per
la delusione di essere passato in un amen dal possibile bacio alla litigata
certa, vuoi perché il modo con cui lei mi aveva lasciato bruciava ancora a mesi
di distanza, andai subito dritto al nocciolo della questione incurante delle conseguenze,
in una sorta di: à la guerre comme à la
guerre.
“Beh… forse sarà il vino, ma ti vedo un po’
smemorata sulla faccenda perché come non ricordi o fai finta di non ricordare non è stata una mia iniziativa. Sei
tu che quella sera di ritorno dal cinema ti sei fermata di colpo come folgorata
dagli Dei in mezzo a Campo Sant’Angelo e mi hai detto senza alcun preambolo che
le cose tra noi non funzionavano più e che era meglio che ci lasciassimo. Quando ho ripreso fiato e te ne ho chiesto la ragione mi hai fatto tutto un
sermone sull'impegno diverso che avrei dovuto mettere nel nostro rapporto e perfino
negli studi. Ora, se mi chiedi un maggiore impegno verso di te, se ne può benissimo
discutere, ci mancherebbe, anche se faccio fatica a capire in cosa dovrei impegnarmi di più. A tal proposito ti ricordo che lo scorso anno per pura gelosia - anche se lo neghi - degli incontri femminili che avrei potuto avere a bordo mi hai fatto vendere la Fender Stratocaster appena comperata e per amor tuo ho rinunciato a suonare ancora
sulle navi da crociera, che non mi sembra poco come segno di serietà
nei tuoi confronti perché oltre a vedere il mondo gratis, mi pagavano pure bene e mi ci divertivo un sacco.
Per il resto, devo ancora capire cosa c’entrassero i miei esami di giurisprudenza con il nostro
rapporto. Ho ventuno anni, mi mancano sei esami e la tesi e non sono ancora
fuori corso, quindi non mi pare di essere poi messo così male. Ci arrivo alla laurea, stai tranquilla...”.
Questo è il Codroma, storico ritrovo di studenti, artisti e perditempo vari dalle parti dell'Angelo Raffaele.
Come davo per certo, Donatella mi lanciò uno sguardo inceneritore, poi replicò piccata.
“Guarda che il fatto che ora ti manchino
“solo” sei esami è tutto merito mio, che se rimanevi a fare il menestrello a bordo
come minimo oggi te ne sarebbero mancati una dozzina e avresti ancora la media
del 19 abbondante, come ti vantavi con quei nullafacenti dei tuoi amici, che
Dio vi fa e poi vi accoppia. Ma quel che ti rimprovero, anche se ti fa comodo fare sempre orecchie da mercante, è che non noto in te
alcuna voglia di fare le cose seriamente, di costruire il tuo futuro. Sembra
che tu ti diverta a restare nel tuo limbo di “né carne, né pesce” dove nessuno ti disturba chiedendoti responsabilità che non hai voglia di assumerti. Ci stai troppo comodo, vero? Eppure io,
scomodando la mia famiglia, ti avevo anche procurato un’opportunità importante,
ma tu l’hai lasciata cadere…”
Il ponte che va in campo della Celestia, dietro all'Arsenale
Per un
istante, avendo capito dove stava andando a parare, pregai tutti i santi che
conoscevo che non ritirasse fuori la storia del praticantato nello studio da
avvocato di suo nonno, ma Donatella fu più rapida delle mie preghiere
costringendomi a rispiegarle tutto per l’ennesima volta.
“Visto che anche ora, come quella sera, mi
rimproveri di non avere ancora deciso cosa voglio fare da grande e di non far
nulla per crearmi un futuro professionale, ti ribadisco per l'ennesima volta che so perfettamente di aver sbagliato a dar
retta a mia madre, che per mille motivi suoi ha insistito perché facessi Giurisprudenza anziché
entrare in Accademia Navale come mio padre, che era quello che sognavo. Di conseguenza, non provo alcun
interesse per la materia forense, la studio controvoglia e anche se ormai sarebbe
stupido mandare tutto a monte e quindi farò comunque l’ultimo sforzo per laurearmi, ti ripeto che non ho la minima intenzione di fare l’avvocato nella mia
vita futura. Questo è il motivo per cui non avevo e non ho alcuna voglia di
rinchiudermi nello studio di tuo nonno a fare praticantato di diritto
amministrativo tra faldoni, codici e gazzette ufficiali. Quindi, ringrazia il
nonno della sua generosa offerta, so benissimo di star rinunciando stupidamente ad
un mucchio di soldi futuri, ma non la cosa non m’interessa assolutamente. Infine, quel che intendo fare
della mia vita è affare esclusivamente mio e sono stufo sia dei consigli
affettuosi che delle sottili pressioni psicologiche e ancor più dei ricattini sentimentali. In sintesi e tanto perché tu te ne faccia una ragione: d’ora in poi qualsiasi
donna mi vorrà, mi dovrà accettare come sono in base al principio che io non
cercherò mai di cambiare lei e di conseguenza ho diritto di pretendere che lei
non cerchi di cambiare me ”.
Quando sono a corto di argomenti, ti dicono che sei il solito immaturo, come se non lo sapessi già di tuo...
Donatella
posò con malagrazia la forchetta sul tavolo poi allontanò da sé il piatto quasi
disgustata.
“Appunto!
Speravo che in questi mesi avessi riflettuto sul perché ti avevo lasciato e fossi
cambiato, ma vedo che sei rimasto ancora il solito immaturo che non vuole crescere e
non sa assumersi le sue responsabilità. Devo dire che tua madre ha proprio
ragione…”.
Ora, a parte
il fatto che, volendo essere maliziosi fino in fondo, uno dei possibili motivi
per cui c‘eravamo lasciati l’avevo ben chiaro e aveva anche il nome e cognome
del figlio di un dentista veneziano: uno stronzetto pieno di soldi e pure
fascio che girava per il Lido con una 850 sport rosso fuoco e le ronzava
attorno da tempo, tuttavia la citazione di mia madre, non certo casuale, mi diede la
prova provata che quando le due si erano sentite al telefono avevano fatto
ancora una volta comunella ai miei danni sulla faccenda dello studio e del mio
avvenire e la cosa mi fece andare immediatamente su di giri. Così reagii
d’impulso e le rinfacciai tutta una serie di cose tra le quali mi sfuggì anche
il figlio del dentista tanto che Donatella si alzò di scatto e mi mollò un
ceffone di quelli che ti lasciano le cinque dita sulla guancia e fanno voltare
la gente nel raggio di venti metri, poi, dopo aver fatto spostare un mucchio di
gente dalla sua panca scappò via in direzione del pontile dove era ormeggiata
la Carla II.
Corte privata dietro Ruga Giuffa
L’uomo che
mangiava l’anguria e si era goduto tutta la scenetta sorrise ironico. “Ciò! Te le ga cantàe ben la to morosa,
vecio mio… varda se ti gà ancora tutti i denti in boca, che par mi qualchedun
xe finìo zo par tèra….” Controllai con la lingua se tutto fosse a posto giusto per scrupolo.
“Ma sì… i denti li ho ancora tutti e se mi fa
passare, la raggiungo…”
“Ecco bravo… còrrighe drio che la xe andada a
piànzer in barca”
Alla fine si spostò ma non prima di avermi avvisato che “… così dopo
ti ghe la dà vinta, che xe proprio quel che le donne le vol quando che le se mete a piànzer…”. Dovette anche aggiungere la considerazione che: "In amor tuti i fioi zòveni i xe proprio dei gran mona" ma non ci badai e la raggiunsi. In effetti,
Donatella si era seduta in barca e piangeva in silenzio rivolta verso la laguna
per non farsi vedere (se non da me). Ora, dal momento che una donna che si faccia spuntare una
lacrimuccia mi riempirà talmente di sensi di colpa che avrà subito il pieno e
totale controllo su di me avendola vinta su qualsiasi questione anche se aveva
torto marcio, salii a bordo e mi sedetti al suo fianco per chiederle scusa del
mio comportamento e di quello che le avevo detto, guadagnandomi in prima
battuta uno “Stronzo!” con il volto
rigato di lacrime che non prometteva bene.
Così come
non prometteva affatto bene la voce del cameriere apparso sul pontile alle mie spalle “Ciò! Bèo… sta miga a far il furbo… chi xe
che paga il conto qui?”
Gli mostrai
il portafoglio perché vedesse che i soldi li avevo.
“Ma si…
lo pago io. Stia tranquillo….non sto mica scappando. Non vede la situazione? E
poi la barca è ancora legata, dove vuole che vada?”
“Aparte
che quando no ti si bon a far i nodi le barche le se sliga con niente, che quei
nodi che ti gà fatto no i va ben gnanca par ligàrse le scarpe, vien dentro alla
cassa che te fasso il conto, così dopo ti pol far queo che ti vol…”
Corte privata dietro Campo Santa Giustina
Lo seguii
dentro il locale e dopo avergli messo in mano una discreta sommetta, siccome
sosteneva di non avere moneta per darmi il resto prese un bottiglione da due
litri che sembrava pieno di erbe e posati sul banco due bicchierini di plastica
li riempì quasi fino all'orlo “Dai! Che ve offro a tuti e dò il digestivo
della casa, per farvi fare pace…”
“Grazie, ma non credo sia sufficiente per far
pace con quella lì… ”
“Varda che el xe miracoloso. Lo femo in casa co’
le nostre erbe aromatiche. Ghe xe dentro anca la salvia, el rosmarin, la
liquirissia, le scorse de narànsa e i carciofi… portalo alla tua morosa, ti
vedarà che dopo la ghe torna subito il sorriso”. Siccome insisteva a smenarmela con le virtù del loro digestivo e io volevo
tornare alla svelta da Donatella presi in mano i due bicchierini e uscii dal
locale proprio mentre mi giungeva il rumore del motore della Carla II che si avviava di
gran carriera.
Arrivai
trafelato sul pontile giusto il tempo di vedere Donatella e la mia barca ferme in mezzo alla laguna a
cinquanta metri da riva. Aveva messo
il motore a gorgogliare in folle e mi guardava con aria di sfida. Le gridai di tornare indietro, ma mi fece cenno di no, poi avvicinò la Carla II al pontile per venire a portata di voce.
“Tella, per favore, non facciamo
stupidaggini… ho capito che ti sei offesa e che ho esagerato, ma ti ho chiesto
scusa, no? “
“No… mi hai detto un mucchio di stronzate e
finché non mi passa l’arrabbiatura e ti scusi seriamente e non di maniera come
hai fatto prima, la barca la tengo io, così impari…”
“Su, dai, non facciamo bambinate… riportala
qua che non la sai neanche guidare!”
Una bella corte privata che un tempo era il chiostro dei frati di San Piero di Castello
Per tutta
risposta lei diede di nuovo gas facendo impennare la Carla II e descrivendo un
cerchio perfetto.
“La so portare anche meglio di te. Cosa credi? Ci sono nata sulle barche io….”
“Va bene, lo vedo, sei brava… me la riporti ora?" "Non ci penso nemmeno..." "Dai.. su non scherziamo..." "Io sono serissima..." "D'accordo, hai vinto! Mi scuserò seriamente come dici tu, ma a come faccio a farlo a se te ne stai lì in mezzo al canale?" "Troppo comodo farlo adesso, bello mio... ti ho detto che mi deve passare, per oggi la tua barca te la scordi" "Vabbè, se hai deciso così prendila pure, ma come faccio a tornare a
casa? Non è che posso nuotare o andare a piedi”
“Non piangerti addosso... hai il vaporetto a Punta Vela tra mezzora,
hai tutto il tempo di prenderti il caffè oltre al digestivo che hai già in
mano, è una passeggiata di dieci minuti… “
“Si, ma dove me la porti? Al mio cantiere non
ti conoscono e non la puoi lasciare incustodita in canale”
“Tranquillo, la lascio al Diporto velico di
Sant’Elena dove ha la barca mio padre.
Siamo soci, una palina te la trovano senz’altro e lì è sorvegliata dai custodi anche
di notte”
Fece una
pausa poi aggiunse… “A proposito di mio
papà… domenica facciamo la traversata in barca per Pirano e Umago e mi aveva
detto di chiederti, visto che gli serve un uomo d’equipaggio, se vuoi unirti a
noi. Io te lo sconsiglio e se fossi in te ora rinuncerei con una scusa, però mi ero impegnata a dirtelo e l'ho fatto...”
“Ah! Ringrazia tuo papà e digli che invece ci vengo con molto piacere perché se giochiamo a farci i dispetti sono bravo anch'io ma, però, non è che ne possiamo parlare in
barca?”
“Ti ho detto di no, comunque va bene per la gita, in fondo se vuoi venire sono cavoli tuoi. Riferirò al papà… ciao.”.
Detto questo
diede di nuovo manetta e con un’altra virata che sollevò un mucchio di candida
schiuma la Carla II prese rapidamente il largo in direzione di Murano. La
seguii con lo sguardo finché diventò quasi un puntino. Poi di colpo sentii alle
mie spalle la voce divertita dell’uomo dell’anguria. “Ciò! Vecio… ma ti te ga fato ciavàr la barca da una donna? Vergògnite…”
“Eh! Succede… che vuol farci? L’unica ormai è
berci sopra…”
Gli porsi il
bicchierino con l’amaro per Donatella e trangugiammo assieme virilmente i
nostri liquori in un sol sorso, poi, dopo un rapido cenno di saluto mi avviai
al vicino pontile ad aspettare con calma il battello della linea 13 per le
Fondamente Nuove, che per fortuna mi erano rimasti giusti i soldi per il
biglietto.
La domenica
mattina, messa la sveglia alle sette e appurato che ci fosse il sole come
promesso dal colonnello Bernacca durante il telegiornale, mi recai al cantiere che in quel periodo doveva essere già aperto di buonora. Dopo aver atteso
pazientemente per una ventina di minuti davanti alla saracinesca del capannone
dove erano alloggiate le barche che l’addetto finisse di fare colazione nel suo
gabbiotto e si degnasse di portare fuori la mia imbarcazione per metterla sulle
cinghie e calarla in acqua, salii a bordo della Carla II e l’ormeggiai ad una
palina nei pressi per poter fare le grandi pulizie prima di accogliere
un’ospite femminile a bordo, che le donne, si sa, prima di sedersi passano veloci
il dito sul sedile per controllare se c’è la polvere. Infatti, c’era e in più
si vedevano qui e là anche diverse macchie di miscela uscita dal serbatoio
durante i rifornimenti. Ma sui sedili e lungo i bordi c'erano soprattutto diverse zone di “salso”
rappreso, dato che l’ultima volta che ero uscito in laguna per la fretta di
chiudere il cantiere il custode non mi aveva dato il tempo di lavare lo scafo
con l’acqua dolce. Mi aveva garantito che lo avrebbe fatto lui la mattina dopo,
ma ero certo che per la faccenda delle mance che non davo, la cosa non sarebbe
accaduta. E così era stato.
All'epoca dei fatti. Dubbioso, come sempre...(dubito ergo sum) (1970)
Inoltre, la
barca, per uno strano effetto simbiotico, presentava lo stesso ordine di camera
mia con una bella rinfusa di oggetti accatastata casualmente sul fondo,
mancando solo i calzini sporchi e i numeri di Linus per completare l’analogia. Pur se
tutto questo conferiva all’imbarcazione quell’aria un po’ naif e vissuta, che
faceva molto “Cuore di tenebra” o anche “La regina d’Africa” facendomi sentire
come un Humphrey Bogart di laguna, tuttavia era controindicato per accogliere
una Katherine Hepburn della buona società veneziana. Per questo mi ero portato
gli stracci per la polvere da casa, un piccolo secchiello da spiaggia fregato
ai vicini di capanna, la spugnetta che la mia mamma usava per i piatti, una
bottiglia da due litri di acqua di rubinetto e anche il Calinda al fresco
profumo dei fiori di campo, che su una barca non era il massimo, però attenuava almeno un po' l’odore di quelgranchio porro putrefatto nell'intercapedine dello scafo che ogni tanto tornava a farsi sentire.
Tutta la
dotazione di bordo venne sistemata in bell’ordine pigiandola nel ripostiglio porta
oggetti a prora. Perfino i pochi elementi cromati della barca vennero lucidati
per bene con quella costosa crema per pulire gli argenti che alcune amiche di
mia madre affiliate alla Stanhome ci venivano a vendere a domicilio con la
scusa di prendere il tè con i pasticcini (tanto poi la mia genitrice le
spennava a bridge e quindi rientrava dalla spesa). Alla fine la Carla II
sembrava un salottino e le mancavano solo i centrini di pizzo sui sedili, ma
avrebbe fatto tanto gondola. Mancava solo Claudia, la mia ospite che si materializzò
verso le dieci sulle Fondamente Nuove, vicino al ponte di Campo dei Gesuiti,
dove abitava.
Ghebi (canaletti) e barene viste dal Lazzaretto Nuovo con Burano sullo sfondo
Questa Claudia,
una simpatica morettina che però mi apparve subito più rotondetta di quanto la ricordassi, appena mi vide apparire esordì subito in
modo deludente. Dapprima con un: “Che
bella! E’ la tua barca?” che mi fece subito venir voglia di risponderle “No, ma tanto non se ne accorgeranno prima di
sera…”, poi avvisandomi che doveva essere assolutamente di ritorno per metà
pomeriggio perché il suo ragazzo sarebbe tornato da Padova per andare al cinema
con lei. E questa non era affatto una buona notizia considerando il mio
proposito di collaudare la barca anche come strumento di seduzione. Infine, Claudia
diede il colpo di grazia alle mie aspettative di una gita memorabile
rivelandomi che le vettovaglie per il picnic in barena che si era impegnata a
portare erano costituite unicamente da un panino con la cotoletta a testa (però
l’aveva impanata e fritta lei, con le sue manine) e due lattine di Lemonsoda.
Insomma, oltre ad aver preso a bordo una tizia con il moroso in attività ora avevo
il rimpianto di non aver accettato la
proposta di mia madre di prendere con me un contenitore con due ricche porzioni della sua leggendaria insalata di riso all'orientale, con l’uvetta, i pistacchi, la curcuma e il curry.
il punto più stretto del canale tra Sant'Erasmo e le Vignole,
con i campanili di Venezia sullo sfondo
Comunque,
appena salita a bordo con la grazia di un bisonte facendo oscillare
paurosamente la Carla II, Claudia mi chiese “Dove andiamo di bello? Mi porti a Murano, che è tanto che non ci vado?”
inducendomi a farle notare che se voleva andare a 10 minuti di navigazione
dalle Fondamente Nuove tanto valeva farlo con il vaporetto dell’ACTV e che, al
contrario, la mia intenzione era quella far rotta verso Torcello e San
Francesco del Deserto e poi andare a buttare l’ancora e fare il picnic e magari
il bagno tra le barene deserte del Lio grando. Lei annuì con l’aria di chi non ha la più
pallida idea dei posti che le stanno citando e pensa “Boh!
Saprà lui…”.
Iniziammo
così la navigazione con i 15 cavalli che gorgogliavano allegri lasciando dietro
di noi una bella scia argentea e appena lasciati al traverso di sinistra
l’isola di San Michele e il vecchio faro di Murano e incrociate le bricole che
segnavano la fine del canale del Bisatto e l’inizio di quello che conduceva a Burano, apparve presto la sagoma di San
Giacomo in Paludo. Una macchia di verde scuro cintata dal rosso mattone delle
sue mura in mezzo alla laguna scintillante.
L'isoletta disabitata di San Giacomo in Paludo, sulla rotta per Burano
Claudia, che
dopo l’iniziale loquacità aveva cominciato ad infastidirsi e a cambiare diverse
volte posto sostenendo di prendere troppi schizzi d’acqua e che questo le
avrebbe rovinato i vestiti, dopo aver deciso che facevo apposta per farle dispetto a non
abbassare la velocità e a prendere le onde di prora, si era messa ad osservare in
silenzio l’orizzonte in segno di dissenso. Ma alla vista dell'isola riprese vita e si voltò di colpo
verso di me con l’aria ansiosa di sapere.
“E’ lì che dobbiamo andare?”
“No… San Giacomo è un’isola disabitata. C’era
fino a poco tempo fa un vecchietto che abitava come un eremita la casa d’angolo
con le finestre sull'acqua da cui faceva sporgere un bastone con un cestino perché le barche di passaggio potessero metterci cibo e qualche soldo, ma credo
che lo abbiano sloggiato in una casa di ricovero…”.
vecchie barche in secca sull'isola del Lazzaretto Nuovo
L’espressione
di Claudia tradì una certa inquietudine “Ma
non c’è proprio nulla?”
“Come no? Hai vegetazione incolta, ragni, bisce e carbonassi a volontà, se ti piace il genere. In aggiunta c'è una cavana settecentesca, una nicchia sulle mura di cinta con una bella Madonna
in bassorilievo e qualche vecchio rudere in attesa di crollare. Una volta c’erano
una chiesa e un monastero e ci portavano gli appestati prima di utilizzare
l’isola più grande del Lazzaretto, vicina a Sant’Erasmo, poi Napoleone ha
demolito tutto e trasformato l’ isolotto in un deposito militare che ormai è
completamente diroccato… ma perché me lo chiedi?”
“Avrei tanto bisogno di una camomilla…”
“Ti senti poco bene?”
“Si… è questo dondolio. Non ci sono abituata,
mi fa venire la nausea…”
“Scusa, ma… quando ti ho domandato se eri mai
stata in barca e mi hai risposto: oh sì, prendo il vaporetto, non era una
battuta sarcastica?”
“No… non lo era, e comunque, portami da
qualche parte perché sto per vomitare…”
In realtà
avevo capito subito che la ragazza non aveva alcuna pratica di barca quando
avevo notato che indossava le scarpe con il mezzo tacco, ma non potevo certo
rimandarla a casa.
“Bene… allora non ci resta che far rotta
verso Sant’Erasmo. Riesci a resistere per una decina di minuti?”.
“Ci provo…tu sbrigati.”
Burano che grazie a Claudia resterà un miraggio all'orizzonte
Misi il
motore a manetta e nel tempo previsto accostai ad un pontile davanti alla
piazzetta dove sapevo che vicino alla chiesa c’era una piccola osteria. Claudia scese subito a terra dirigendosi in
fretta verso il locale, intanto che finivo di legare la barca, ma ritornò poco
dopo sui suoi passi con l’aria ingrugnata.
“Che c’è? E’ chiuso?”
“No, ma quel villano del barista mi ha detto
che se voglio la camomilla devo andare a prenderla in ospedale, che la sua è
un’enoteca e vende solo vino… “
Trattenni a
stento un sorriso maligno e cercai di farle vedere quanto fossi collaborativo. “Vuoi che ci vada a parlare io? Magari ti
può fare un tè, o anche un punch caldo può farti bene allo stomaco…”
“No, lascia stare, sarà per il nervoso ma mi
sento meglio, riprendiamo la navigazione”.
La chiesa e il centro di Sant'Erasmo, il cuore verde di Venezia
L'isola è celebre per i suoi delicatissimi carciofi e le sue vigne di uva dorona,
un vitigno autoctono risalente al 1300
Risalimmo in
barca e tornammo sulla rotta precedente. La Carla II ora filava che era una
meraviglia e io stavo riprendendo lo stato di beatitudine che mi dava la
visione di tutto quel mondo azzurro e luminoso di sole che mi circondava. Ma
l’estasi fu di breve durata. Appena in vista dell’isolotto della Madonna del
Monte, Claudia riprese con le domande inquietanti. “Quella almeno è abitata? Si può scendere a terra?”
Le porsi il
binocolo da marina di mio padre perché si rendesse conto da sola di come sull'isolotto non ci fossero altro che delle mura crollate in più punti e della
sterpaglia.
“No… anche lì c’era un monastero di clausura e poi una
chiesa ma i francesi l’hanno demolita nel settecento e dopo ne hanno fatto una
polveriera. Gli isolotti della laguna si prestavano benissimo allo scopo,
perché se le polveriere saltavano in aria come spesso accadeva, almeno erano
lontane dalla città. Questo valeva anche per i lazzaretti per gli appestati che
erano costruiti sulle isole per mettere la laguna di mezzo tra la città e il
contagio. Tanto è vero che durante la grande epidemia del 1576, quando morirono
due veneziani ogni cinque, bastava presentare qualche sintomo strano per essere
immediatamente trasportati al Lazzaretto Vecchio.
A quei tempi con la tua nausea avresti rischiato anche tu. Ma perché lo
domandi? Ti senti male di nuovo?” Ci fu un lungo silenzio imbarazzato, come se cercasse la forza di parlare, poi bisbigliò:
“No, ma ho bisogno di fare la pipì.”
“Ah! Ma non potevi farla al bar? Magari invece
della camomilla chiedevi un caffè tanto per consumare qualcosa di caldo e
intanto andavi in bagno…”
“Da quel cafone lì? Nemmeno per sogno…”
“Sarà stato anche cafone, ma però aveva un
bagno da metterti a disposizione, io no. Puoi resistere fino a che arriviamo a
Burano?”
“Quanto ci vuole?”
“Venti minuti, più il tempo di trovare un
ormeggio…”
“Lo escludo, sto per farmela addosso…”
Sbarcare alla Madonna del Monte? Contenta lei...
Pur
concedendo che per noi maschietti risolvere quel problema sarebbe stato assai più
facile visto il diverso impianto idraulico, cionondimeno dovetti farmi forza
per non rispondere sgarbatamente a quella creatrice di problemi in servizio
permanente effettivo il cui scopo sembrava solo quello di rovinare la gita. In
altri tempi e in altre marinerie l’avrebbero sottoposta al giro di chiglia.
“Va bene… passiamo al piano B : hai il
costume da bagno sotto i vestiti?”
“No…”
Lo temevo perché
da una che viene in barca con la gonna e le scarpe da città, non ci si poteva
aspettare di meglio.
“Non importa… spengo il motore, mi lego ad
una bricola, ti togli quello che devi e ti cali in acqua per la bisogna…”
“Sei matto? Non lo faccio perché ho ancora le
mie cose e comunque con cosa mi asciugo, dopo?”
“Allora non ti resta che aggrapparti al
corrimano, sporgere la parte fuori bordo e farla in acqua. Io mi giro a
guardare l’orizzonte e tu mi dici quando hai finito… però se finisci in mare
puoi chiamarmi subito”
i padroni della laguna sorvegliano attenti
La proposta
sembrò dapprima convincerla, ma l’obiezione non si fece attendere.
“E se mi vedono dalle altre barche?”
“Oh mio dio… ma chi vuoi che ti veda?”
“Non lo so… magari hanno il binocolo come te e comunque mi vergogno…proprio
non puoi farmi scendere sull’isola?”
“Ci provo, ma ti avviso subito che dovrai
scendere in acqua vicino a riva perché alla Madonna del Monte non ci sono
approdi.”
Visto che la
Carla II aveva il fondo abbastanza piatto, sollevando il gambo del motore
perché non strisciasse, procedendo con cautela e spingendo sul fondo con i
remi, riuscii ad arrivare quasi sull’asciutto, così Claudia si sarebbe bagnata
solo i piedi in pochi centimetri d’acqua.
Lei scese scalza camminando con cautela sui ciottoli e i detriti per
raggiungere terra e quando già mi sentivo appagato di averle risolto il
problema sentii un gemito soffocato. “Ahi!
Mi è entrato qualcosa nel piede…”. Così, visto che aveva iniziato immediatamente
a piagnucolare sostenendo di non riuscire più a camminare, vincendo l’istinto
di riprendere il mare abbandonandola al suo destino sull'isola mi toccò
scendere a mia volta per riportarla in braccio sulla barca rischiando l'ernia, perché era una falsa magra. Qui, come
immaginavo, la ferita spaventosa si rivelò un modesto taglietto causato da un
frammento di conchiglia e per curarla furono sufficienti uno spruzzo di acqua
ossigenata e un cerottino. Restava sempre in sospeso la faccenda della pipì, ma
mentre frugavo dentro la tuga di prora alla ricerca della cassetta del pronto
soccorso mi ricordai improvvisamente del piccolo secchiello da spiaggia che
avevo preso in prestito dai vicini di capanna, così, pur se con qualche
riluttanza della mia ospite ad accovacciarcisi sopra, alla fine anche quella emergenza venne risolta.
la sera scende svelta sul canale di Mazzorbo e sulla nostra gita
Quel che
ormai era irrisolvibile era il mio pessimo umore per la gita rovinata. Così,
essendo ormai ora di pranzo, feci rotta per l’imbarcadero di Mazzorbo e feci
scendere Claudia proprio mentre la motonave per Venezia stava tornando da
Burano per attraccare al pontile. Così con la scusa di risparmiarle il supplizio
di un ritorno in barca e facendole presente che in mezzora sarebbe stata alle
Fondamente Nuove, quindi a casa, la feci salire
a bordo ricordandole che se avesse avuto fame aveva a disposizione i suoi panini con la cotoletta e la Lemonsoda di cui mi privavo generosamente.
Appena la motonave si staccò dal pontile, entrai nella trattoria “Ai cacciatori”
che era proprio alle mie spalle sulla fondamenta e scacciai l’amarezza con una spaghettata
ai caparozzoli, una fritturina mista bella croccante e un mezzo litro di Verduzzo.
Poi, per terminare l’opera consolatoria, legai la Carla II a una palina all’ombra
e usando i salvagente come cuscino, mi concessi un bellissimo sonnellino ristoratore
prima di intraprendere la navigazione verso casa. Ma sottovalutai la potenza da
maledizione biblica di quel “fai un buon viaggio di ritorno” che Claudia mi
aveva lanciato dalla motonave al momento della partenza da Mazzorbo. Infatti,
fui ridestato da un brontolio di tuono e poco dopo arrivò a ruota uno scroscio
di pioggia e perfino di grandine, mentre il cielo era diventato scuro e attraversato
dai lampi di un classico temporale estivo. Dopo aver atteso che smettesse e
impiegato quasi un’ora per svuotare la barca dall'acqua imbarcata, feci ritorno
a casa che era quasi l’ora di cena, con mia madre in ansia da ore e già sul punto di
chiamare la Capitaneria di porto perché mi cercassero. La sera stessa ricevetti
una telefonata inattesa da Donatella, ma ne parleremo la prossima puntata…
(Continua...)
Nei giorni scorsi ho presentato i miei libri gialli sulla rete televisiva 7 Gold intervistato da Fabrizio Stelluto per la rubrica "Approfondimenti". Cliccando sul link sotto l'immagine si apre la pagina del sito da dove si può visionare il filmato.