mercoledì 29 agosto 2018

Delle malinconie da vacanze finite, della montagna di una volta e dei bauli via Mezzocorona.


Ecco! Ancora una volta le vacanze sono finite per davvero. Ci tocca sopportare un po’ di giorni residui di caldo e zanzare e poi la polo ritorna nel cassetto e ci si rimette la cravatta. Non ci crederete, ma a pensarci anche da pensionato  provo ancora quella stessa sensazione di malinconia profonda che mi prendeva alla domenica sera dell’ultimo giorno di ferie, quando alla Domenica Sportiva finivano i servizi sulle partite del campionato appena iniziato e iniziavano quelli sull’ippica spalancandomi la finestra sul baratro del ritorno lavorativo a Torino. Anche perché alla frustrazione di ricominciare di nuovo la vita del pendolare a lunga percorrenza si aggiungeva il supplizio di dover trascorrere almeno le prime due settimane ad ascoltare con aria compiaciuta sempre gli stessi resoconti delle mirabolanti vacanze di colleghi e colleghe reduci dai vari villaggi vacanza con l'animatore simpaticissimo, il ricco buffet e l'acquagym, posti esotici improbabili scovati con il last minute e finanche scottature da sole himalayano o da Sharm (lo El Sheikh tra la gente di mondo si dà per sottinteso). Ma anche vicende di bambini guastavacanze con la tonsillite proprio il giorno prima di partire e racconti mitologici di grigliate pantagrueliche su spiaggia greca con l’Ouzo e la Retsina a garganella (nella variante croata con la Malvazjia) e perfino il bagno nudi a mezzanotte con la medusa vigliacca che ti becca proprio lì (mio pensiero grato alla piccola vendicatrice), l’incontro ravvicinato con lo squalo (che probabilmente era un tonno) facendo snorkeling a Pantelleria e le gite in barca con il mare mosso attorno a Panarea spacciate come il periplo di Cape Horn. Tralascio la mia collega che per cinque anni di fila mi ha raccontato come in Oman cuociano l'agnello dentro la sabbia fino ad indurmi a dirle: "Guarda che ormai sarà cotto..." e quell'altra che, penso per competenza territoriale trattandosi di ex possedimenti veneziani, mi ha stressato per mesi con il riccio che a Rovinj (Rovigno) l'aveva mandata al pronto soccorso con il piede trafitto dagli aculei, neanche l'avessi messo io... (però mi sarebbe piaciuto assai). 


Tra le case  e i frutteti di Nötsch im Gailtal al tramonto

Quando finalmente mi veniva chiesto “E lei, dov’è stato di bello?” ero costretto ad ammettere che per l’ennesima volta avevo trascorso le ferie a Nötsch im Gailtal, un minuscolo e sconosciuto paesino tra le colline e i laghi della Carinzia, immerso tra i frutteti e i campi di grano, appena dopo il confine, a solo due ore di auto da casa. Dunque, anche se mi affannavo a dire che era l’ideale per il bambino che si divertiva un mondo in mezzo alla natura incontaminata delle valli austriache venivo guardato con stupore unito al sospetto perché si capiva lontano un miglio che per trascorrere le ferie in un posto così poco originale e "trendy" dovevo nascondere qualcosa d'inconfessabile. 


Che poi anche la Carinzia avrebbe i suoi piaceri, ma tu vallo a spiegare...

Le mie estati da adolescente erano suddivise in due fasi ben distinte. Il mese di giugno lo si passava ad annoiarsi in spiaggia al Lido perché il medico di famiglia, spiegando alla nonna che mi ospitava (mia madre seguiva mio padre da una base navale all'altra e io ero parcheggiato nella casa veneziana dei nonni per via della scuola) i motivi della mia scarsa concentrazione negli studi, aveva sentenziato che ero linfatico e che l’aria iodata sarebbe stata per me un vero toccasana. Dunque mi veniva impartito l'obbligo di esposizione al sole sul bagnasciuga per respirare l’aria marina a pieni polmoni e per le scottature la nonna mi ungeva la schiena con un misterioso olio di San Giovanni che le preparava il farmacista e che avrebbe dovuto lenire il dolore. Quando il medico, dopo aver curato quelle brutte scottature da sole, sentenziò che secondo lui ero anemico mi ritrovai ben presto in una tempesta di bistecche al sangue, mentre dopo la frattura esposta della gamba che mi ero procurato sciando fui condannato ad essere ingozzato di verza cruda a pranzo e a cena per il fatto che, secondo quel luminare della medicina, il maledetto vegetale era ricco di sostanze atte a favorire la calcificazione. Quell’uomo tanto prodigo di consigli e quella nonna così apprensiva per il mio pallore adolescenziale non mi risparmiarono neppure l’olio di fegato di merluzzo e il cucchiaio da minestra di ricostituente "Proton" da trangugiare prima di andare a scuola. Mi consolo pensando che se il nostro medico avesse sentenziato che ero stitico, sarei probabilmente affogato nei clisteri. 


Musica di sottofondo: "Abbronzatissimo"

Dal primo di luglio e fino all’inizio di settembre, abbandonate la spiaggia e il linfatismo da correggere scattava la seconda fase: quella delle vacanze montane a Moena, in Val di Fassa. Al tempo prendevamo in affitto ogni anno la casa di un certo Angelo Sommavilla, che mia madre contattava grazie al vicino albergo Rosengarten perché come la maggior parte dei valligiani di allora non aveva il telefono in casa. Questi era un rude montanaro che mio papà chiamava "Grande Capo Cavallo Basso" perché portava in testa un cappellaccio di feltro adorno di una lunga piuma di gallo cedrone e indossava perennemente dei vecchi calzonacci tirolesi con il cavallo all’altezza delle ginocchia. La casa, anche se piuttosto spartana negli arredi, era molto bella e piena di luce perché si trovava appartata sopra una piccola collinetta, da cui dominava gran parte del paese ed era circondata dai prati che costeggiavano la strada sterrata che portava verso la frazione di Sorte e il Sass da Ciamp. 

I primi giorni nella casa di montagna erano vissuti nel disagio più totale nell’attesa ansiosa del fatidico arrivo del baule. A pensarci bene, i bauli sono stati una costante della mia gioventù. 


Il baule che arrivava con comodo via Mezzocorona o da Calalzo

Nei bauli, quelli grandi di una volta, di legno verde scuro, foderati di carta da parati con i gigli fiorentini e con le borchie dorate, ci stava una casa intera. Una volta, quando le famiglie partivano per la villeggiatura in montagna si effettuavano delle vere transumanze, con tutte le vicissitudini di un trasloco e il baule ne diventava il protagonista assoluto. Questi, infatti, viaggiava in treno per suo conto, prendendosela comoda e, di solito, nel giro di una settimana dalla spedizione arrivava ad Ora o in quel di Mezzocorona (via Trento) oppure a Calalzo (via Cadore). Occorreva indovinare. Bisognava poi trovare il volonteroso con il motofurgone (il prescelto era quasi sempre il fruttivendolo...) che ci accompagnasse al ritiro alla stazione delle autocorriere. Alla fine dell'impresa (perché tale era...) dall’enorme baule saltavano fuori, come da un inesauribile bazar, le agognate coperte, la borsa dell’acqua calda, la caffettiera, i piatti, le pentole… e la vita poteva riprendere la sua normalità. Tra le calamità estive (vipere, zanzare, colpi di sole...) emergevano dal baule, quasi sempre per mano della zia, anche i minacciosi compiti delle vacanze. Essi venivano regolarmente da me dimenticati inevasi in qualche cassetto il giorno della partenza. Tornando ai miei anni spensierati da ragazzino, Moena incarnava il concetto stesso delle vacanze. Che si aprivano ufficialmente con la cerimonia dell’acquisto delle pedule e della piccozza alla Famiglia Cooperativa (regolarmente si piantava la grana per avere anche la borraccia e il coltellino con lo scoiattolo sul manico, ma con scarsi risultati...). Papà e mamma erano dei grandi e appassionati camminatori (mia madre da ragazza aveva fatto anche roccia con impegno e aveva smesso solo perché una pietra staccatasi durante la salita per la via normale della parete del Sassòngher le aveva spezzato male una caviglia che non era più guarita del tutto). 


Il Larsec immerso tra le nubi

In quegli anni abbiamo girato tutto il Catinaccio, il Sassolungo, il Sella e dintorni in lungo e in largo e diverso tempo dopo, appena ho avuto l'età per farla, abbiamo affrontato pure qualche ferrata, come il Santner e la nord dell'Antermoia (che un po' di fifa in qualche punto te la dava). Io avevo una bellissima piccozza da montagna (che poi ho perduto con gran dolore) di quelle vere, non come quelle da bambino che al primo colpo su un sasso si spezzava la punta e in ogni rifugio conquistato papà mi comperava la targhetta di metallo da applicarci sopra a testimonianza dell’impresa. La mia piccozza luccicava con almeno trenta targhette argentate e due smaltate a colori.


Uno sguardo dalla prima cengia della ferrata dell'Antermoia

E così, fin da bambino, ho imparato ad inebriarmi di vette azzurrine a perdita d’occhio e ad amare il silenzio delle alte quote, rotto solo dal vento che ogni tanto fischia attraverso qualche forcella o dallo scampanio delle mucche in fondovalle. E dal gorgogliare dei ruscelletti che sgorgano da sotto le macchie di neve scintillante. Con quell'acqua fredda come una lama, da bere a piccoli sorsi per placare la gola riarsa dallo sforzo della salita. La prima gita era tradizionalmente dedicata alla malga Roncac, con mio fratello Franco, la mamma e la nonna (che indossava le scarpe da città, con il mezzo tacco...) a scarpinare quaranta minuti in ripida salita per mangiare la panna con i lamponi. Il giorno dopo si stava tutti a letto, sotto i piumini, con le gambe indolenzite (e la nonna anche con le caviglie gonfie…). 


Le Cime di Costabella al Passo San Pellegrino

Nei giorni seguenti, finalmente, cominciavano ad arrivare alla spicciolata le famiglie degli altri villeggianti con relativi figli e l’agognata ragazzina milanese per la quale ti eri preso la cotta l’anno precedente, ma che anche quest’anno non ti filava, anche se poi all'ultimo giorno, dopo due mesi di sguardi enigmatici, scoprivi che la cotta per te l'aveva anche lei. Ad arrivi ultimati e ricostituite le fila delle amicizie, cominciava finalmente la stagione dei giochi a perdifiato. Poi, dopo tanti giorni di solleone, di gite per rifugi, di uscite per andare a funghi e infinite polverose partite di calcio, un giorno ti accorgevi che i temporali cominciavano a diventare più frequenti, l’aria diventava tersa e fresca (di sera occorreva il maglioncino...) e qualche cima s’infiocchettava di neve. Cominciavi a vedere passare tante macchine con il tetto ricolmo di valigie, gli alberghi si svuotavano degli amici e in quel clima di smobilitazione diventava sempre più difficile colmare gli organici delle squadre di calcio. Allora subentrava una malinconica attesa del rientro i cui sintomi erano dati dal riempirsi del baule e dalla progressiva sparizione al suo interno delle pedule, dello zaino, del bastone e della borsa d'acqua calda della nonna. Quando sparivano le scarpe da calcio, era proprio finita e di lì a poco si sarebbe tornati a scuola. 

Vabbè, mi fermo qui perché mi è venuta la malinconia a pensare come si sono trasformate oggi quelle valli, quei paesi e le loro montagne per compiacere il turismo di massa. Metto in ordine nel baule dei miei ricordi più belli le immagini e le emozioni che mi scorrono in mente e lo spedisco via Mezzocorona…