mercoledì 27 dicembre 2017

Di noi che eravamo bambini quando le Topolino amaranto le vedevi davvero per strada.


"Sulla Topolino amaranto... si va che è un incanto... nel’46 " cantava Paolo Conte in una sua bellissima canzone che ogni volta che la sento ha il potere di farmi naufragare nelle più vorticose malinconie. Perché io (ahimè!) le Topolino amaranto le ho viste di persona e di quegli anni dell’immediato dopoguerra e di quel modo di vivere (e anche dei suoi valori...) conservo ricordi ancora molto intensi e profondi. Che ora provo a raccontare.

La nostra vita, all'inizio degli anni '50, era semplice e senza aspirazioni consumistiche. Eravamo tutti, insomma, dignitosamente poveri e impegnati (parlo degli adulti, naturalmente...) a rimettere in piedi la nostra cara e sgangherata Italietta, uscita a pezzi dalla guerra. Infatti, pur in mezzo a tante vicissitudini, le fabbriche al nord, sgomberate le macerie, stavano lentamente riavviando la produzione e di lì a poco la povera gente del sud avrebbe lasciato le sue terre per affrontare (come i loro padri agli inizi del secolo) la dura vita dell’emigrante. E con loro tanti veneti e friulani (anche se oggi, che siamo benestanti, facciamo finta di essercene dimenticati...). Quando nel 1956 avvenne l'incendio drammatico nella miniera di carbone belga di Marcinelle, delle 256 vittime di quel giorno oltre la metà era italiana e proveniente da tante regioni diverse. Del resto, in quell'epoca, nelle varie miniere del belgio lavoravano 44.000 minatori italiani, oltre un terzo del totale.

Le merci che non fossero generi di prima necessità avevano ripreso gradualmente a tornare nei negozi, ma la gente aveva ancora come necessario punto di riferimento lo stile di vita spartano degli anni di guerra e, d'altronde, non è che ci fosse molto da spendere nel superfluo. Anzi, in verità non c'era di che spendere tout court. Vi era, infatti, una larga fascia di popolazione che viveva in condizioni di reddito che oggi definiremmo d’estrema povertà ed anche la borghesia, che pure stava un tantino meglio, si arrangiava secondo livelli di vita che oggi considereremmo inaccettabili (quantomeno dai nostri viziatissimi figli...).


1951 all'Alpe di Siusi con il latte e lo Sciliar

Noi, grazie alla pensione del nonno e allo stipendio (da statale, quindi magro per definizione...) di papà stavamo abbastanza benino, ma non tanto da permetterci quei due pasti completi al giorno cui oggi ci sottoponiamo con esiti fatali per la linea. La sera, come cena, la mamma ci presentava, infatti, un bel caffelatte (con la miscela Leone...) con tanto pane vecchio da inzuppare e - subito dopo - buonanotte, bacino e tutti a nanna. L'arancia, fonte invernale di vitamine, era solo alternativa perché con il caffelatte non ci stava e poi c'era da fare i conti con il proverbio secondo il quale "L'arancia è d'oro al mattino, d'argento al pomeriggio e di piombo alla sera". Inoltre, quando eravamo a Taranto, al mercato si trovavano quasi sempre solo le "arance vanigliate", una varietà dolciastra e stucchevole che non mi piaceva affatto anche perché era piena di semi. Quindi vi rinunciavo volentieri

Nelle famiglie dell’epoca, poi, non si buttava via niente. Mamme e nonne erano delle sapienti esperte d’ogni sorta di riciclaggio di materiali domestici. Bucce d’arancia, pane raffermo, mozziconi di sapone, giornali vecchi, fiammiferi usati... tutta roba che oggi finirebbe senza remissione in pattumiera e che allora era riportata a nuova vita con una fantasia illimitata. Non parliamo poi degli avanzi di cucina, dove si sfiorava il sadismo. Il pane vecchio che non finiva nel caffelatte o che non era tostato per la grattugia (e la relativa passata al setaccio...), era riproposto bollito con una cipolla e un filo d’olio e denominato pan bògio. La sua versione extralusso prevedeva anche l’incorporazione nella minestra fumante di un uovo crudo. Detto uovo crudo costituiva talvolta anche la mia colazione. Ricordo ancora con apprensione gli sforzi sovrumani per succhiarne il contenuto attraverso i forellini che la nonna praticava in punta di forbice e l’improvviso sblòpp! con cui il tuorlo e l’albume viscido mi riempivano sgradevolmente la bocca. Nel polpettone del venerdì finiva di tutto, tanto da essere conosciuto presso molte famiglie (e anche alla mensa FIAT) con il sinistro appellativo di Milite ignoto. La mia mamma produceva abilmente un finto sugo di carne che era composto da un soffritto di tutte le verdure e gli aromi che insaporiscono il ragù. Ma della carne - che si mangiava si e no una o due volte la settimana - neppure l’ombra. Del resto, in quegli stessi anni, nelle campagne del nostro Veneto, allora molto povere e spopolate dall’emigrazione, le famiglie mangiavano in un rito collettivo la polenta versata fumante sul tavolo e da insaporire toccando fuggevolmente la sardèa affumicata appesa con un filo alla lampadina, mentre nelle sere d’inverno, si ritrovavano insieme con le altre famiglie vicine, nelle tiepide stalle, per fare quei filò da cui provengono tante bellissime storie contadine che, purtroppo, sono state in gran parte tramandate unicamente a voce.


Quando l'Aviere arrivava a Venezia con la squadra navale, era festa grande
perché papà stava con noi qualche giorno.

Rimanendo sempre in tema d’economie domestiche, per i nati della mia generazione il concetto del vestitino nuovo era pressoché sconosciuto. I cappotti, i colli e i polsini delle camicie venivano puntualmente rivoltati per raddoppiarne la durata e i vestiti passavano di padre in figlio. Da un vecchio cappotto con la martingala di mio padre n’era fuoriuscito il cappottino con la martingalina che accompagnò la mia infanzia accoppiandosi nei giorni di gran freddo con i resti di un collo di lince appartenuto a mia madre e che, in seguito, terminò la sua ventennale ed onorata carriera sul cappotto di mio fratello Franco. La mia nonna materna era perennemente in azione con la sua Singer a pedale e con il gessetto bianco per segnare le stoffe sopra le carte modello quadrettate di Burda. Credo che a forza di cucire gonne e vestiti per la mia mamma e la zia, avesse pedalato almeno quanto Coppi e Bartali messi insieme. Anche per abbandonare un paio di scarpe occorreva che il calzolaio, all’ennesima richiesta di risolatura, confessasse l'impotenza della scienza calzaturiera a procedere oltre ed emanasse la luttuosa sentenza scuotendo consolato il capo (il calzolaio, in genere, non parlava mai perché aveva sempre la bocca piena di chiodini !).


Nel 1958, con il capottino che poi avrei riciclato a mio fratello

Le signore che potevano permetterselo andavano dal parrucchiere giusto quelle tre/quattro volte all’anno per il taglio e per il resto provvedevano in proprio con messe in piega casalinghe, bigodini improvvisati e con strane alchimie per le tinture. Più tardi, verso l’inizio degli anni sessanta e sull’onda impetuosa delle prime spinte consumistiche, sarebbe apparso in molte case, tra cui la nostra, un diabolico arnese costituito da una calotta di plastica collegata con un tubo alla bocchetta del motore del mitico aspirapolvere Folletto (quello che viene ancora oggi venduto a porta a porta...). La cosa, invertito il flusso di aspirazione, doveva funzionare come il casco del parrucchiere. In realtà, oltre a dare la sensazione che un jet stesse decollando dal salotto di casa, l’arnese forniva degli splendidi esempi di come si potesse cuocere a puntino un cuoio capelluto e renderlo invitante con una glassata di polvere. Ai figli innocenti non veniva risparmiata l’umiliazione del taglio casereccio a scodella o della pettinatura all’Umberto (ultima tragica eredità di Casa Savoia...) con i capelli fissati all’indietro da spatolate di untuosa brillantina Linetti.

Tanto per continuare con qualche minimo esempio del vivere quotidiano, noi, che pure eravamo classificabili tra la media borghesia, all’epoca ci lavavamo con degli economici pani di quel sapone di Marsiglia che qualcuno continuava a fabbricarsi in casa, come in tempo di guerra e che serviva indifferentemente per la faccia e per il bucato. Ma, per restare in tema di igiene personale, ricordo bene che l’uso del dentifricio era considerato da molte famiglie come un’americanata abbastanza originale e comunque superflua. Ivi compreso l’uso della vasca da bagno (le abluzioni di grandi e piccini avvenivano, se andava bene, con cadenza settimanale nel pomeriggio della domenica... con le nonne che sorvegliavano fuori della porta in grande apprensione). In molte case di civile abitazione (a noi capitò a Taranto, nelle case Incis dove alloggiavano molti dipendenti della Marina...) i servizi igienici, oltre ad essere il più delle volte collocati sul balcone o esternamente (incoraggiando così nelle notti gelide e piovose il poco igienico uso del pitale celato nel comodino...) erano rudimentali e limitati...al minimo indispensabile. Il bidè, il cui uso intensivo era limitato alle case di tolleranza, era considerato dalle famiglie normali poco più che un lavapiedi o, nel peggiore dei casi, una curiosa custodia per violino in maiolica. Esattamente come amici maligni mi dicono accada ancora oggi in alcune lande della civilissima Inghilterra. 

la mia Prima Comunione a Taranto (1956) con l'aria compunta
e la signora in alto a sinistra in preda a crisi mistica

Non esistevano dunque gli shampoo delicati e/o medicamentosi alle erbe medicinali, i prebarba e i dopobarba, i dentifrici antiplacca, i colorati e sommamente inutili colluttori, le lacche, le creme prebagno e dopobagno i deodoranti, i saponi al pH neutro (?!) e tutte quelle cose che troneggiano ingombranti sulle mensole dei nostri due bagni di casa e senza le quali oggi ci parrebbe di non poter vivere dignitosamente. Anzi, per dirla tutta, la gente doveva lavarsi decisamente poco, tanto che, sia nelle Forze Armate che nelle scuole si svolgevano, oltre a quelle contro la tubercolosi (dove, con un’offerta di 100 lire, ti davano i francobolli e un distintivo con spillone che era una vera arma impropria...) delle periodiche campagne di sensibilizzazione anti pidocchi. Mio padre, fortunatamente, ci educò da subito (da buon militare qual era...) all’uso spartano del sapone e dell’abbondante acqua gelata sul collo e dietro le orecchie (le mollezze dei lavacri con l'acqua tiepida ci erano sconosciute.).

Per restare in tema di abluzioni, ricordo che la rasatura della barba di papà e del nonno consisteva in una specie di cerimonia mistica, con lunghe lisciate di rasoio (quello a lama lunga, che richiedeva la mano ferma del chirurgo e la rassicurante presenza dell’allume di rocca sulla mensola del bagno...) sulla striscia di cuoio grasso attaccata vicino al lavandino e la meticolosa preparazione del sapone nella ciotola con il pennello di tasso. Ci si impegnava oltre mezz'ora, giusto il tempo di far bollire la napoletana del caffè sulla stufa economica a legna. Le cucine a gas (con la bombola) erano, infatti, ancora privilegio di pochi. In casa nostra, come quasi dappertutto, troneggiava da tempo immemorabile la cucina economica a legna che, con il suo calore diffuso, consentiva agli alimenti cotture meno traumatiche di quelle impartite dagli attuali fornelli a gas e quindi di rilasciare quietamente gli umori più suggestivi. Era, naturalmente, un modo di cucinare adatto ad una vita serena e senza fretta. Oggi, per la gioia dei fabbricanti di pastiglie contro l’acidità di stomaco, noi, che non abbiamo tempo per definizione, sbattiamo nel forno a microonde degli intrugli insapori, precotti e predigeriti e riusciamo a nutrirci in cinque o sei minuti. E ad avere acidità di stomaco per cinque o sei ore.

 l'Aviere (D554) dove mio padre era comandante in seconda, si rifornisce
in navigazione dall'incrociatore Montecuccoli (Taranto, 1954)

Grazie alla stufa a legna, invece, era possibile mangiare delle strepitose e digeribilissime paste e fagioli (rigorosamente di Lamon) così dense da tenere il cucchiaio ritto in piedi, come esige la più nobile tradizione veneta. Dette paste e fagioli era ghiotta tradizione riproporle il giorno seguente appena intiepidite e cònse con il raicièto amaro di campo, l’ògio (de quel bon), il pèvare, il sàl e appena un profumo de asèo. Oppure era possibile godere di intingoli tirati alla cassopipa (tra questi, il sughetto di cipolle, acciughe e uvetta passita per i bigoli in salsa che veniva lasciato a consumarsi per ore quasi al...tepore di candela). E, soprattutto, raschiare sul fondo del paiolo le più croccanti croste di polenta che si potessero concepire. Il carbone e la legna per la stufa venivano accatastati nella grande terrazza coperta di casa nostra e venivano portati su per le scale, con gerle di vimini tenute in precario equilibrio sulla testa, da facchini anneriti e seminascosti da un sacco di iuta (ecco da dove mi veniva la paura dell’uomo nero!). Dopo un rifornimento di carbone si puliva per giorni la casa dal pulviscolo nero che si depositava su tutto. 

In casa avevamo anche un (quasi) lusso: la ghiacciaia. Questa era alimentata con grandi stecche di ghiaccio, dal costo di cinque lire, che erano prodotte dalla vetusta fàbrica del giàso, alla Giudecca. Le stecche venivano distribuite per la città con un apposito barcone il cui arrivo era annunciato con grandi grida dal canale. A queste, facevano subito eco le signore alle finestre, gridando per le ordinazioni. I facchini portavano in spalla le stecche su e giù per le ripide scale delle case, arpionandole con uncini di ferro tipo mattatoio. Per salire i quattro piani di casa nostra con tutto quel peso sulle spalle si accontentavano di: "un ombrèta de quèo bòn". Calcolando il numero di case visitate e di ombre conseguenti, dubito che a sera fossero in grado di reggersi in piedi. D’altronde l’offerta dell’ombra di vino, in una casa veneziana, era un fatto di normale ospitalità. Anche don Gino, il parroco di Santa Maria Formosa, quando veniva a benedire la casa con l'incenso e il chierichetto, di fronte all’offerta dell’ombra non si tirava indietro, tanto che, quando molti anni dopo, nel pieno del sessantotto, fu soprannominato il prete rosso qualcuno insinuò che fosse per via del Cabernet.


I Mottarelli al latte e ricoperti: il mito delle
nostre lunghe estati degli anni '50

Le lavatrici e i detersivi "che più bianco non si può" erano di là da venire. In casa nostra sarebbero arrivate intorno alla metà degli anni sessanta. Nell’attesa, i panni si lavavano dentro la rugginosa vasca da bagno sfregandoli energicamente su un asse di legno con lo spazzolone e il sapone marsigliese (sempre lui !). Per sbiancare i lenzuoli che bollivano per ore nei pentoloni si versava la cenere nell’acqua bollente, rimestando in continuazione con il bastone. Il ferro da stiro era una sorta di carrarmato di pesantissima ghisa e veniva perigliosamente alimentato riempiendolo di brace incandescente prelevata dalla stufa. Soppiantati poi dai ferri elettrici e a vapore ed essendo praticamente indistruttibili, finirono la loro carriera come fermaporta vivacemente colorati. Le mamme e le nonne, oltre a stirare impeccabilmente (con la riga dei pantaloni che faceva mia nonna ci potevi affettare il pane...) e a ruotare e profumare la biancheria nei cassetti con i sacchettini di lavanda, controllavano assiduamente lo stato di tenuta di tutti i bottoni, rinforzandoli all’occorrenza. Così, fino al giorno in cui cominciai finalmente a vivere fuori di casa rimasi all'oscuro del fatto che i bottoni potessero anche staccarsi. Dopo la conquista dell’indipendenza, e la scoperta della caducità di quegli utili accessori, mi adattai all’arte del cucire con l’entusiasmo dell’autodidatta. Ma, riuscendomi del tutto impossibile far passare un filo nella cruna di un ago senza attorcigliarlo irreversibilmente (ma come faranno le donne a farlo al primo colpo?) mi ridussi ben presto a pescare nel cestino da lavoro di mia madre esclusivamente aghi con il filo già inserito. Di conseguenza andavo in giro con i bottoni attaccati con fili dai colori più strani, cosa che faceva sghignazzare gli amici, ma inteneriva tanto le donne. Lo faccio ancora oggi, ma mia moglie non s'intenerisce. Forse ha sgamato il trucco...


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