domenica 27 novembre 2016

Dell'antica arte veneziana di farsi comperare il motore nuovo dalle mamme


Qualche giorno dopo il mio naufragio tragicomico, esaurito il clamore di popolo per la vicenda, riprovai a portare la Tellina fino al suo cantiere di San Piero di Castello compiendo il periplo del Lido. Mia madre, sicuramente preoccupata per le mie sorti, ma adducendo la scusa che il suo sogno era sempre stato quello di ammirare da una barca lo spettacolo del passaggio attraverso la bocca di porto fino dell’entrata nel bacino di San Marco, volle farmi compagnia e dopo essersi presentata inattesa in capanna ed esaminata con aria perplessa e un: “Tutta qui?” la mia minuscola scialuppa, al momento di prendere il mare salì a bordo sedendosi coraggiosamente al mio fianco. Accettai di buon grado la sua presenza perché in fondo un po’ di compagnia avrebbe alleviato la noia del viaggio, ma soprattutto l’ansia che mi attanagliava anche se, dopo la figuraccia del naufragio, l’idea di navigare accompagnato dalla mamma mi metteva in ulteriore imbarazzo perché a Cristoforo Colombo, Magellano ed Amerigo Vespucci la presenza materna a bordo era stata risparmiata. Credo anche a James Cook e Vasco da Gama. 

Comunque, la sua partecipazione all'evento si dimostrò inaspettatamente vantaggiosa perché giunti al traverso della spiaggia libera di San Nicolò, dopo due ore di navigazione con una corrente contraria talmente forte per i due cavalli bolsi del motore che a momenti sembrava che la Tellina fosse ferma, mia madre ordinò spazientita di accostare a riva. Sul momento pensai che ne avesse le scatole piene di cuocersi il cranio sotto il sole con quella mia velocità da lumaca, ma il motivo vero era che, essendo già da un pezzo l’ora di pranzo, aveva deciso di gratificarci con una bella frittura di “anguelle” e “sfogi” (pesciolini e piccole sogliole di laguna da preparare con un’infarinata veloce e poi subito dentro l’olio bollente) dalla Sidonia. Questa era la signora ben in carne e dall'aria paciosa che gestiva con la sua famiglia il rustico bar-trattoria che si affacciava sulla spiaggia: una casupola in cemento e lamiera con la veranda esterna in legno e riparata da frangivento fatti con le canne, non molto distante dalla diga foranea che s’inoltrava in mare per oltre un chilometro fino alla lontanissima rotonda in punta dove era situato il faro.


Il faro in fondo alla diga foranea di San Nicolò al Lido


La signora Sidonia era diventata nel corso degli anni una cara amica di mia madre che, detestando da bohemienne qual’era i formalismi della vita di capanna negli stabilimenti alberghieri dove le signore “bene” veneziane si presentavano tutte in ghingheri e sfoggiavano i costumi delle boutique del centro, appena arrivavano le giornate calde e luminose di maggio si metteva addosso la prima camicetta che le capitava sottomano, s’infilava dei pantalonacci larghi e stinti sul costume da bagno demodé, calzava le sue adorate “furlane” (quelle specie di coloratissime espadrillas che un tempo erano cucite a mano con i ritagli di velluto dalle montanare della Carnia e che come suola avevano un pezzo di copertone di bicicletta) e preso con sé il suo cappello di paglia originale cubano, vinto ad una festa dell’Unità, si recava a prendere il sole, un bianchetto in amicizia e talvolta a dipingere in quella spiaggia semi deserta, dove si arrivava a piedi dal capolinea dell’autobus della Linea A attraversando un breve sentiero sterrato tra cespugli, sabbia, rottami vari e alcuni vecchi bunker della seconda guerra mondiale immersi tra le sterpaglie e usati come deposito e rifugio da varia umanità.


Che nelle capanne degli alberghi al Lido le signore bene
si mettevano i bigodini per uscire la sera con i capelli a posto.

Sulle pareti del bar, frequentato da pochi bagnanti occasionali e dai tantissimi pescatori che sostavano per ore lungo la diga con le loro lenze in acqua, c’erano alcune belle vedute di laguna dipinte da mia madre (uno dei suoi temi preferiti) assieme ad un insolito scorcio della spiaggia che era sicuramente una ruffianata di quell'incantatrice di serpenti perché ritraeva - guarda caso - il locale della Sidonia immerso tra i canneti e le dune in tal guisa che sembrava uscito da un racconto di Conrad. Di conseguenza, la mia intraprendente genitrice godeva di credito illimitato e di un trattamento di riguardo. Esattamente (si parva licet) come all’altro capo del Lido accadeva in quegli stessi anni a Hugo Pratt che si pagava i pranzi e il soggiorno alla trattoria “Da Scarso” a Malamocco con qualche disegno di Corto Maltese.


Quelli che incrociano la tua rotta e tu hai solo un motorino
da 2 hp per toglierti di mezzo alla svelta (1972)


Il fatto che mia madre fosse l’artista prediletta dai proprietari del locale comportava che quando il marito della Sidonia tornava con la barca dal bacàn davanti a Treporti c’era sempre del pesce freschissimo da cucinare per gli ospiti di riguardo come noi. Così, seduti ad un tavolo traballante e stinto dal sole, apparecchiato alla buona con una tovaglia di carta a quadretti, ma con davanti a noi un vassoio enorme di frittura asciutta e croccante come dio comanda e un litro di Glera (un prosecco fermo) bello fresco, avvenne il miracolo perché mia madre affermò nell'ordine: 

A) Che era indecente che pensassi di andare in giro per la laguna con un “cagaoro” (testuale) di motore del genere e che quindi avrei dovuto acquistarne uno più potente. 

B) Che nel negozio di motonautica vicino a casa ne aveva visto alcuni usati in vendita e che poteva farmi avere un prezzo di favore, visto che tra le signore che venivano a lezione di bridge da lei c'era anche la moglie del titolare.

C) Che lei sarebbe rimasta dalla Sidonia ancora qualche ora a prendersi il sole e che sarebbe tornata a casa per conto suo. Quindi che salpassi pure le ancore a comodo mio. 

D) Che il whisky di fine pasto offerto dalla Sidonia lo avrebbe preso solo lei perché io dovevo portare la barca sino al cantiere possibilmente da sobrio. 

E) Infine, che il motore nuovo me lo avrebbe acquistato lei a condizione che la smettessi di “fare il Michelasso, che mangia, beve e va a spasso” (nuovamente testuale) e mi guadagnassi finalmente qualche soldino.


La chiesa di San Piero in volta, tra gli Alberoni e Pellestrina (1970)


Giacché le mamme non parlano mai per caso, mi rivelò che per pura combinazione e grazie al suo sconfinato giro di amicizie, che era un po’ come la borsa di Eta Beta da cui poteva uscire sempre di tutto, mi aveva trovato un lavoretto da un tizio del Lido che disegnava fumetti per adulti (roba dell’epoca, che oggi farebbe sorridere) per una casa editrice milanese. Si trattava di ricopiare con la penna a china, sovrapponendoci degli speciali fogli trasparenti di acetato necessari per gli impianti di stampa, gli originali delle vignette che lui disegnava su carta. Questo significava stare tre pomeriggi a settimana in piedi per quattro ore (almeno) davanti ad un tavolo da disegno a “chinare” pazientemente le vicende piccanti di una vampiressa procace e in guepière o, in alternativa, di una guerriera vichinga con la quinta di reggiseno. Noioso, ma discretamente retribuito. Dunque, accettai e nel giro di qualche tempo potei agganciare al pianale di poppa della Tellina un fiammante e velocissimo motore Johnson da 15 cavalli, che era come passare dalla bicicletta alla moto. Con tutti i vantaggi ma anche i rischi connessi, però di questo ne parleremo più avanti. Per festeggiare l'inizio della nuova era di navigazione lagunare la Tellina venne ribattezzata Carla II in onore della mia finanziatrice e in spregio alla superstizione marinara per la quale cambiare nome ad una nave porta male, ma in fondo, visto che la barca era affondata pochi minuti dopo il varo, non è che il vecchio nome le avesse portato molto bene e dunque valeva la pena di tentare la sorte.

Comunque, tornando a quel giorno, lasciata mia madre a fare quattro chiacchiere dalla Sidonia e ripresa la navigazione in solitaria restai senza miscela all'altezza dell’isola delle Vignole per un mio eccessivo ottimismo sui consumi del motore ma forse anche per quell'alone di sventura che aleggiava sull'imbarcazione provocato dalla maledizione del granzo porro. Tuttavia, dopo aver richiamato l’attenzione delle barche di passaggio (a Venezia ci si aiuta sempre in laguna) riuscii ad avere un rimorchio sino al distributore in Riviera san Nicolò da una Sanpieròta con a bordo una famigliola che rientrava dal picnic in barena, ma non prima di sentirmi chiedere dal conducente come mai me ne andassi in giro con un simile "cagaoro" di motore che al massimo andava bene per il canotto dei bambini.


Il naufragio della Tellina nei miei racconti
(in realtà non avevo controllato che ci fosse il tappo della sentina)

Così arrivai al mio cantiere, un grande capannone in lamiera di fronte alle mura dell’Arsenale, che erano quasi le otto di sera, con i due addetti al rimessaggio delle barche che stavano tirando giù la saracinesca. A Venezia trovare un posto libero in qualche cantiere per il rimessaggio della propria barca è sempre stato un’impresa ai limiti dell’impossibile e probabilmente quello che avevo trovato, a parte il costo da strozzini dell’abbonamento mensile e le condizioni capestro (tre mesi già pagati in anticipo a titolo di caparra), disponeva ancora di qualche posto libero solo per il pessimo servizio e per l’atteggiamento ruvido del personale che avrebbe indotto chiunque ad andarsene altrove, se solo avesse potuto. Io non potevo e questo mi diede modo di apprendere subito alcune colorite espressioni del dialetto di Pellestrina espresse con la tipica cantilena e di sentirmi dire con malagrazia che, al massimo, potevo legare la barca ad una delle loro paline, che di tirarla su con le cinghie e l’argano a quell'ora non se ne parlava neppure. Immaginai che se avessi tirato fuori una banconota da diecimila se ne sarebbe parlato eccome, ma sfortunatamente dopo il pieno al distributore le mie finanze ammontavano a duecento lire e tre gettoni del telefono, dunque non disponevo di strumenti di persuasione e dovetti rassegnarmi

Alla mia domanda angosciata sulla possibilità di sopravvivenza del motore nel caso fosse rimasto incustodito per una notte mi venne risposto bruscamente “ma chi vol che te lo ciàva un cagaoro del genere?”. Guardai il mio vetusto 2 hp e pensai che se aveva ricevuto tre volte nello stesso giorno da persone tanto diverse la qualifica infamante di “cagaoro” forse non avevo davvero nulla da temere. Infatti, quella notte sparirono dalla barca i costosi giubbotti salvagente appena comperati (dimenticati stupidamente a bordo) ma il motore nessuno me lo portò via…

(continua...)

mercoledì 16 novembre 2016

Delle elfe e delle loro notti inquiete di novembre.


Cronaca di una notte agitata in un interno di casa borghese tra due coniugi di lungo corso di ritorno da un soggiorno in Germania per godere di un sole primaverile del tutto inconsueto al prezzo di saldo della bassa stagione (raffreddore gentilmente offerto dalla mia signora che quando viaggiamo non si fa mancare nulla) con noi bardati in piumino d'oca e i Deutschen a passeggio in maglioncino che ci guardavano come fossimo Totò e Peppino appena scesi dal treno a Milano con il colbacco e la pelliccia. Comunque, una volta rientrati alla base, dopo qualche regolamentare giorno di pioggia anche qui è sbocciato il sole come a mille chilometri più a nord nella Renania settentrionale, ma in compenso ieri tirava vento di bora mentre oggi  è tutto sereno, però fa un freddo cane, di quelli che ti metteresti il maglione sopra la felpa anche per stare in casa. Dunque, appena superato lo shock termico dell'elfa che, al solito, appena arriva sotto la trapunta infila i suoi piedini ghiacciati tra le mie gambe per scaldarseli, mi concedo almeno dei sogni in controtendenza per scaldarmi le ossa.

02.50 – Mi trovo in spiaggia a Jesolo (la Malibù originale e non il camping che ne porta il nome, non me la posso permettere nemmeno nei sogni) e stravaccato sulla sedia a sdraio assaporo un long drink al gin e maracuja guarnito con una fetta di lime e un bellissimo ombrellino giallo, quando finalmente Gwyneth Paltrow, la vicina di ombrellone che sta leggendo un mio libro giallo, si accorge di me e mi sorride allegra incurante del fatto che Cameron Diaz stia languidamente sdraiata sul lettino al mio fianco intenta a risolvere i cruciverba della Settimana Enigmistica. Le sorrido a mia volta e lei mi dice qualcosa, ma il rumore improvviso di un elicottero copre le sue parole. Poi mi accorgo che è il frastuono di un tritaghiaccio in azione e il mio sguardo infastidito scorre verso il barista cinese del vicino chiosco che ha il sorrisetto inquietante di Jackie Chan e che sta preparando delle granite.

02.51 – Il rumore del tritaghiaccio sembra trasformarsi in quello di qualcuno che scava nella ghiaia con tanta intensità da farmi perdere concentrazione e indurre la Paltrow e la Diaz ad andare assieme a prendere una granita al caffè  al baretto della spiaggia.


le arciere elfe appena conosciute sembrano innocue...

02.52 – Il rumore della ghiaia rimescolata ormai ha invaso i miei pensieri e si è arricchito con il cigolio di un cassetto di fine ottocento. Provo ad aprire gli occhi ancora appiccicati di sonno e nella penombra scorgo una figura in camicia da notte felpata intenta a frugare con una piccola pila nel comò tra collane aggrovigliate, bracciali, gioielli e bigiotteria varia. Farfuglio qualcosa tipo: “Chi sei? Sei un ladro?” (questa è un’ottima domanda, le cronache nere pullulano di ladri in camicia da notte felpata che rispondono affermativamente).

02.53 – La figura risponde “Scusa…” poi spegne la pila e accende brutalmente la luce. Riconosco l'elfa all'interno della camicia da notte.  E' una felpata rosso lacca punteggiata da tante pecorelle bianche e da una nera. La pecora nera mi conferma che non può che essere lei...

02.54 – Dopo aver nascosto la testa sotto il cuscino ed espresso un giudizio sferzante sulla moralità della mia consorte di cui pagherò le conseguenze in seguito, cerco a tentoni la sveglia dell’Oregon Scientific sul comodino per cercare di capire che ora sia, ma la faccio cadere ed esplode come suo solito sul pavimento scagliando le pile nel raggio di diversi metri e comunque sempre sotto qualsiasi mobile da dove le potrò tirare fuori solo con la scopa. Immagino che le bombe a grappolo funzionino così.

02.55 – Ho recuperato abbastanza lucidità da iniziare un dialogo serrato con l'elfa.
Si può sapere che stai cercando a quest’ora di notte?”
Lei, senza smettere di rovistare nel cassetto, con il tono infastidito di chi ti sta dicendo una cosa ovvia e solo perché tu non ci arrivi,  mi svela l'arcano.
“Gli orecchini… tu dormi e non te ne preoccupare”
"Ah... va bene... " Sul momento la cosa appare del tutto ovvia e mi viene perfino da chiederle scusa per averle posto una domanda così ingenua. Subito dopo cerco disciplinatamente di sprofondare nel sonno come ordinato. Tuttavia, man mano che inizio a riprendere coscienza di me, avverto l'anomalia della faccenda.
“Quali orecchini e, soprattutto, perché?”
“Quelli in oro bianco a mezzaluna con gli smeraldini, hai presente?”
“No. Possiedi un numero di orecchini tale che mi servirebbe il database del CERN di Ginevra. Comunque, perché li cerchi alle tre di mattina?”
“Non mi ricordo se li ho portati in albergo a Dusseldorf e non vorrei averli dimenticati in camera. Non riesco a prendere sonno se non mi tolgo il pensiero”.
“Logica ineccepibile. Se non sai di averli portati non puoi neppure sapere se li hai persi. Mi ritiro dalla discussione, ma sbrigati che vorrei riprendere a dormire.” 

03.05 – La mia disturbatrice notturna dopo un’incursione al piano di sotto ritorna in camera tutta felice. “Che scema che sono, li avevo lasciati sulla mensola del bagno”. Avrei dovuto pensarci. Mia moglie, proprio come mio figlio e la sveglia dell’Oregon Scientific, tende infatti ad esplodere appena varcata la soglia di casa. Le chiavi della macchina di qua, la borsa di là, la giacca sul divano, le scarpe in lavanderia e gli occhiali e le sigarette chissà dove. Ovvio che gli orecchini fossero sulla mensola del bagno di sotto… comunque, finalmente, bacetto, si spegne di nuovo la luce e si torna a dormire.


Poi, con un sorrisetto s'impadroniscono delle tue notti e dei tuoi sogni

03.15 - Si riaccende la luce e l'elfa scende di scatto dal letto.
"Oh mio Dio!"
"Che c'è ancora? Non ti ricordi se hai perso la collana?"
"Macché! Ho dimenticato di mettere il telefonino sotto carica..."
La rivelazione mi getta nell'ansia più profonda perché la frase "mettere il telefonino sotto carica" pronunciata  dall'elfa implica da sempre come pena accessoria una tremenda rottura di palle.
"Ti prego, dimmi che sai dov'è il caricabatterie..."
"Ma sì che lo so! Dovrebbe essere ancora nella tasca della valigia"
"E' il dovrebbe che mi preoccupa..."
Infatti, dopo una ricerca affannosa lo si scopre ancora attaccato ad una presa della cucina al piano terra.
Ci rimettiamo a letto e dopo il "Buonanotte amore..." (augurio improbabile visto che tra poco sarà l'alba...) le giro le spalle e cerco di tornare alla spiaggia del sogno.

03.30 – Arriva una piccola grattatina sulla schiena proprio mentre Gwyneth Paltrow spazientita ha preso su la sua roba e sta uscendo dalla spiaggia ma per fortuna Cameron Diaz è ancora seduta al tavolo del bar a scherzare con Jackie Chan davanti ad una granita enorme. 
Dormi?
Con te è molto improbabile. Cosa c‘è questa volta?
Sono io che ho le vampate di calore o fa molto caldo?
La seconda che hai detto. Se metti i termosifoni al massimo è ovvio che poi fa caldo… perché non scosti la trapunta dalla tua parte e mi lasci riposare?”
“Ti spiace se abbasso il riscaldamento?”
“No, fallo pure, ma poi non ti lamentare che hai freddo appena si abbassa la temperatura…”
“Non mi lamenterò, non sono mica come te che fai una tragedia di tutto…” 
(scende da basso dove c'è la caldaia, esegue, ritorna e si ristende al mio fianco).


le mogli con l'aria pensosa incutono timore, puoi aspettarti di tutto...

03.32 - Mentre sprofondo nel sonno mi pare di sentire una che dice: "Eccola, la maledetta..." ma mi impongo di non farci caso. 
03.35 – Nuova grattatina. Anzi, questa volta è proprio una gomitata nelle costole.
“Mi ha punto…”
"Ma chi? Chi ti ha punto?"
"Una zanzara. Mi ha punto sul lobo dell'orecchio"
"Ma che dici? Non ci sono zanzare a novembre, sono tutte morte per fine contratto..."
"Questa non l'hanno avvisata. A parte il prurito, la sento benissimo che mi ronza attorno alla faccia..."
Le chiedo un istante di silenzio ed effettivamente, forse per la suggestione, ma alla fine la sento ronzare anch'io. 
“Si, è una zanzara. Probabilmente il caldo estivo e subtropicale a cui ci costringi sparando al massimo il riscaldamento ai primi freddi deve averla ingannata, oppure è una Highlander e allora siamo nei guai. Comunque, mettiti l’Autan…”
“No perché poi resta l’odore sulle lenzuola… piuttosto, se la trovo, metto la piastrina “
“Con noi dentro la camera a respirare il Baygon? Ma fammi il piacere..." 
"Non c’è un altro modo per tenerla lontana?”
“Potrei provare con la moral suasion ma dubito di riuscire a convincerla. Mi passi una tua pantofola? ”
“Scherzi? Non voglio che le schiacci sul muro che poi rimane il segno…abbiamo appena ridipinto i muri e lo sai bene quanto è costato”
“Veramente volevo massacrare te a colpi di ciabatta, mica la zanzara…”.


Quello che vorrebbe dormire tranquillo e senza quei due umani
che discutono nella stanza a fianco...

Segue immediatamente un breve scambio di villanie e recriminazioni reciproche, tra le quali, non so perché, il fatto che lei mi chiede da tre mesi di dipingere la porta del garage e io me ne frego come al solito. Il bretone in tutto questo si affaccia alla porta con l'aria seccata di chi chiede un po' di silenzio per dormire, ma viene scacciato bruscamente in corridoio, che non è il momento.

Ore 04.00 – Si riaccende all'improvviso la luce e cosi Cameron Diaz fugge definitivamente con Jackie Chan e le sue granite. Mi giro verso la mia compagna che ora è appoggiata allo schienale del letto con un libro in mano (e neppure uno dei miei…).
Si può sapere che fai, ora?
Mi guarda seccata con l'aria di chi te la farà pagare. “Che vuoi che faccia? Per colpa tua che mi hai innervosita non riesco più a prendere sonno, quindi leggo… e grazie per la notte in bianco!”.

giovedì 10 novembre 2016

Di Halloween e del nostro San Martin poarèto che non porta schei

Ormai ci siamo, sento già lo scalpitare del cavallo di San Martin che con la sua spada di pasta frolla viene a liberarci dall'invasione delle zucche. Perché dal diradarsi progressivo di cappelli da fattucchiera, ragni, ragnatele, teschi e zucche sdentate o meno che erano spuntati in tutte le vetrine dei negozi sotto casa, compresa pure la tabaccheria che aveva messo in vetrina una collezione di streghette (immagino fosse uno stock invenduto della scorsa befana) e di varia paccottiglia horror che sembrava uscita dal Malleus maleficarum, il manuale sulla stregoneria redatto nel 1497 da due domenicani tedeschi (e chi se no?) che fece accendere migliaia di roghi in tutta Europa, è chiaro che anche quest'anno abbiamo finalmente superato le forche caudine e consumistiche della notte di Halloween.

La novità, per quanto mi riguarda, è che avendo trascorso la notte di Halloween in Germania da mio figlio, non ho dovuto nemmeno trovare una scusa nuova per declinare cortesemente il solito invito alla solita festa a tema a cui mi guardo bene dal partecipare cercando di ricordare che cosa avevo detto lo scorso anno in modo da non ripetermi. Tra l'altro, il vedere come vivono la ricorrenza i giovani tedeschi a Düsseldorf è stato divertente. La metropolitana fino dalle sette di sera pullulava di plotoni di zombie, mummie, scheletri e streghette con dei bellissimi costumi e già belli carichi di birra che sfilavano tranquillissimi e ordinati sotto lo sguardo attento di poliziotti formato Schwarzenegger che scoraggiavano qualsiasi tentativo di scherzo idiota. Tutti erano diretti come un fiume colorato nella Altstadt, la città vecchia dove alla fine si camminava a fatica tra la folla e i suoi cento locali, strapieni di gente allegra, risuonavano di canti e suoni che sono andati avanti sino a notte fonda in una sorta di grande festa collettiva per le strade. Alla mattina, però, malgrado il passaggio di un simile esercito di gaudenti, a parte l'assenza di un qualsiasi segno di vandalismo su vetrine, muri e arredo urbano, non ho visto nemmeno una bottiglia o una lattina per terra, perché lì, se porti un certo numero di vuoti al centro di raccolta ti danno in cambio dei soldi o dei buoni acquisto e quindi a festa finita ci sono tantissimi ragazzi con i borsoni che le vanno a raccogliere. Un altro mondo...

Notte veneziana, fitta di silenzio e mistero.
Perfetta per Halloween, ma anche per far risuonare i tamburi di latta di San Martin

Tornando sull'argomento, premetto che non ho assolutamente nulla contro Halloween, che tra tutte le ricorrenze importate o inventate dalle associazioni di categoria dei pasticceri e delle profumerie/gioiellerie, cioè le varie feste della mamma, del papà, del nonno e fino ai cugini di secondo grado, passando per San Valentino (che non penserai mica di cavartela con una rosa…) è in fondo la più simpatica per quel suo sapore pagano e vagamente horror che l'ha resa ormai diffusa a livello universale, tanto che un novembre di qualche anno fa, durante il suo Erasmus, mio figlio ci deliziò dalle gelide notti lituane di Vilnius (e da quelle più hot delle sue discoteche) postando su Facebook diverse sue immagini nelle vesti di uno zombie tanto lacero e insanguinato, quanto circondato da un sabba di belle streghette. Quando vide quelle immagini truculente del suo pargolo, mia moglie commentò gelida: “Purtroppo ha preso da te...” ed avendo un'eccellente memoria per le mie cavolate giovanili, dovetti pure darle ragione. Così, oggi, ero tentato di riproporre ancora quelle immagini a suo ludibrio ma poi, ricordando Rousseau e il mito del buon selvaggio, ho desistito confidando nelle possibilità di riscatto del giovanotto, che oggi sembra avviato sulla strada della serietà, e ho illustrato il post con alcune mie vecchie foto in bianco e nero di Venezia.


Due vecie "maranteghe" a passeggio in calle 

Il fatto è che io questa nuova moda importata non la amo particolarmente perché ricordo ancora con troppa nostalgia i tanti San Martin della mia infanzia (che a sua volta era una tradizione assai pagana e affatto religiosa, come pure lascerebbe intendere il nome). Perché a Venezia il nostro Halloween è stato per secoli l’undici di novembre, quando branchi di ragazzini (tra i quali io) sciamavano di buon mattino per le calli e i campielli coperti da un mantello fatto alla buona da mamme e nonne con dei vecchi canovacci cuciti assieme o dei brandelli di lenzuolo. Il mio mantello era un vecchio asciugamano di lino appartenuto a mia zia, con le frange sugli orli che facevano tanto Davy Crockett e una "F" in carattere gotico ricamata in basso tanto che tutti gli altri bambini erano convinti che mi chiamassi Francesco. L'addobbo completo per San Martin prevedeva di portare appese al collo delle pentole o delle latte vuote da suonare con le bacchette (andavano bene anche i ferri da maglia di quando le mamme nel tempo libero sferruzzavano maglioni anziché giocare a Candy Crush) come dei tamburi e con le quali si andava di negozio in negozio a rompere fragorosamente le balle ai clienti e ai bottegai assordandoli finché ti veniva dato qualcosa, che a volte non erano i dolciumi o le 10 lire ma insinuazioni irriferibili sul mestiere di madri e parenti vari.

Visto che mia nonna si guardava bene dal prestarmi le sacre pentole che si era portata a Venezia fin dal suo Monferrato assieme al tavolo a spianatoia per tirare a mattarello la pasta dei tajarèin e degli agnolotti col plìn, avevo rimediato come tamburo la scatolona gialla dei biscotti “Dolcezze” Lazzaroni debitamente forata sui lati per farvi passare lo spago della tracolla. Come bacchette, nel mio caso, andavano benissimo due vecchi cucchiai in legno. Altri ragazzini come tamburo usavano le confezioni dei Baicoli Colussi o le lattine verdi dell’olio Dante e poi c’era immancabilmente il poverino con il barattolo dei pelati Cirio appeso al collo, che era oggetto dello scherno di tutti. Il mio amico Emanuele, invece, essendo figlio di un ingegnere navale, usava una scatola vuota di biscotti danesi per farci vedere che suo padre girava il mondo. Correva anche voce che nelle calli dalle parti di Frezzeria si aggirasse solitario un invidiatissimo ragazzino con appeso al collo un rugginoso ma vero rullante da batteria, dato che suo padre suonava nell'orchestrina di un night club, però io non l'ho mai visto e ho ancora il dubbio che si trattasse di una delle tante leggende di una città come Venezia che ha praticamente un fantasma o una storia misteriosa per ogni calle, campiello o sottoportico. Per non parlare delle tante leggende lugubri legate alla laguna, come il misterioso e taciturno gondoliere avvolto in un tabarro nero che sbucando dalle notti nebbiose di novembre traghettava gli incauti viaggiatori diretti a Murano direttamente all'isola di San Michele, il cimitero. Io, in tale frangente, consiglierei vivamente di aspettare il vaporetto....


Vecia marantega alla finestra

Non sempre la questua andava bene, vuoi perché altri gruppi ci avevano preceduto (una volta si fece a botte in campo Santa Maria Formosa con dei bambini di Cannaregio che avevano sconfinato) e vuoi perché, come ho detto, non tutti avevano la pazienza di ascoltare tanto frastuono. Ricordo di essere stato inseguito con la scopa per diverse calli dalla signora Tasca, titolare dell’omonima latteria in Salizada San Lio (quando le bottiglie erano della Centrale del latte, di vetro, con il tappo di stagnola e si riconsegnavano, beh... esistevano le latterie) perché, visto che non voleva saperne di sganciarci le creme da friggere, che però erano buone anche mangiate così, qualcuno del gruppo per rappresaglia le aveva tirato una fialetta “puzza” dentro il negozio. Ricordo anche che il giorno dopo lo disse a mia madre che era andata da lei a prendere il latte e la pasta fresca (aveva la macchina impastatrice nel retrobottega e faceva delle tagliatelle buonissime, senza risparmio di farina e di uova) e quel che ne seguì è facilmente immaginabile.

Le nostre scorribande erano accompagnate da una filastrocca eseguita al rullo dei tamburi, che era piuttosto lunga e della quale ricordo solo alcune strofe per via di questa strana faccenda del santo che andava a trovare in soffitta la sua novizia, non si sapeva a quale scopo di devozione (i parroci davano risposte evasive) e, non avendola trovata, si accasciava deluso con il culo per terra (questa era la strofa che veniva cantata con più convinzione):

San Martin xe andà in soffitta
A trovar la so novizia
La novizia no ghe gera
El xe andà col cuo par tera
El s’a messo in bollettin
Viva Viva San Martin
Viva el nostro re del vin

(dopo la premessa storica, si passava a svelare il motivo della visita)

San Martin ne gà mandà qua
Parchè ne fassa la carità. 
Anca lu col ghe n'aveva, 
Carità el ghe ne fasseva 
Viva viva san Martin
Viva el nostro re del vin!

 (di seguito la canzoncina prendeva un tono decisamente più minaccioso)

Fè atension che semo tanti
E gavemo fame tuti quanti
Stè tenti a no darne poco
Perché se no stemo qua un toco!

Se arrivava qualcosa, si cantava sbrigativamente una canzoncina di ringraziamento (sempre che non venissimo garbatamente invitati a... rinunciarvi pur di non sentire ancora tanto strazio sulla porta del negozio). Davanti alla minuscola pasticceria del vecchio Rudatis sul Ponte delle paste, a San Lio, che ci regalava sempre un sacchettino con gli zaletti, gli "ossi da mordere" e i pevarini (sono tipici biscotti secchi veneziani, uno fatto di farina di mais e uvetta, l'altro con mandorle e nocciole e duro da rosicchiare, mentre l’ultimo è profumato con il pepe), la filastrocca la si biascicava con la bocca piena. Lo stesso accadeva nella Calle del forno giù dal ponte quando la signora del panificio Zaffalòn ci regalava delle fettine di castagnaccio appena sfornato e traboccanti d’uvetta e pinoli. 


Alla pasticceria Fersuoch a volte ti regalavano i fruttini

Anche la vecchissima e rinomata pasticceria Fersuoch in Campo San Giovanni e Paolo (non dico San Zanipolo, altrimenti capiscono dov'è solo i veneziani) insistendo un pochino qualche biscottino lo sganciava e se c'era il banconiere più anziano a volte arrivava anche una manciata di fruttini misti da dividersi tra tutti e senza litigare. Se invece non ci veniva data alcuna ricompensa, a parte la faccenda delle fialette puzzolenti o delle miccette (i petardini che si comperavano in cartoleria a venti lire per cinque pezzi) gettate nelle cassette delle lettere, allora si lanciavano veri e propri anatemi biblici contro quegli spilorci. Maledizioni possenti e corali come:

Tanti ciodi ghe in sta porta
Tanti diavoli che ve porta
Tanti ciodi ghe in sto muro
Tanti bruschi ve vegna sul cuo

Anche la faccenda dei foruncoli (i bruschi) che dovevano spuntare copiosi sulle terga del taccagno di turno veniva cantata con molta passione. Alla sera, si tornava a casa felici, infreddoliti e senza appetito, con le mamme che ti aspettavano con i quaderni spalancati sul tavolo della cucina per fare i compiti per casa.

le nostre dolcissime "vecie maranteghe" veneziane
"col sial e il cocon, che le mor confessàe disendo le orassiòn"
come cantava Alberto d'Amico.

Peccato solo che, non presentando alcuna attrattiva per il merchandising (a parte i costosissimi cavallucci di pasta frolla e i medaglioni di mela cotogna di cui in questi giorni trabocca ogni pasticceria e panificio veneziano, assieme alle “favette dei morti” da mangiare in questo periodo) e al massimo solo per i bechèri (i macellai) per via del proverbio: "Chi nol magna l'oca a San Martin, nol fa un beco de un quatrìn" , il povero San Martin sia stato ormai quasi dimenticato e relegato tra i ricordi della mia generazione. Del resto, immagino sappiate perfettamente quanto costino i costumi per Halloween, le maschere, i trucchi e perfino le zucche, da quelle reali di coltivazione biologica da scavare per ore in cucina maledicendo il mondo senza farsi sentire dai bambini a quelle di plastica con la lucina elettrica e la musichetta macabra incorporate. Non producendo fatturati di sorta, e accontentandosi di un mantello fatto di stracci e di un tamburo fatto con le pentole, il povero San Martino, avrà anche fatto i miracoli, ma non poteva pensare di vincere la competizione globale e ora galoppa solitario nelle praterie celesti dei nostri ricordi. Panta rei…

venerdì 4 novembre 2016

Della spaventosa "Aqua granda" del 4 novembre 1966 e di noi che l'abbiamo vissuta


Parlare dell'acqua alta per un veneziano è come farlo dell'anziana e bisbetica vicina di pianerottolo che abita lì da quando sei nato e che se la incontri per le scale a volte ti saluta, a volte fa finta di non conoscerti e se ti suona il campanello è per romperti le scatole e lamentarsi di qualcosa. Dunque, ce l'hai, non puoi farci nulla, te ne fai una ragione e l'acqua alta te la tieni perché in fondo è una parte di quel tuo mondo veneziano così sorprendente per gli altri e che ti rende unico. Poi, se proprio devo dirla tutta, a quella vecchia signora dispettosa che ogni tanto ti manda i piedi a mollo nell'acqua gelida di  novembre alla fine succede che ti ci affezioni. Anche perché ti dona perfino qualche sorriso quando la famigliola di turisti ti chiede a che ora facciano l'acqua alta in Piazza San Marco e tu gli rispondi che in piazza la fanno alle otto di sera, ma volendo c'è anche in replica alle dieci e mezza in campo San Polo. Oppure quando tu, che hai gli stivali di gomma, puoi lanciare sguardi di compassione verso le persone incazzate sopra una passerella che finisce di colpo in mezzo a un campiello allagato perché gli spazzini che dovevano posare le altre "i xè andai a ciavàrse n'ombra" in qualche bar e magari puoi anche decidere in "God mode" chi portare in spalla sino alla salvezza del prossimo ponte e chi no, scegliendo generalmente ragazze graziose con le quali scambiarsi il numero di telefono a salvataggio avvenuto.

Oppure mi tornano in mente le acque alte di quando andavo a scuola e che talvolta tra il giubilo generale significavano niente lezioni perché qualche professore risultava non pervenuto assieme a tanti compagni di classe. Io, purtroppo, disponendo di nonne, zie e madri previdenti ero dotato da sempre di stivaloni di gomma Pirelli alti sino al ginocchio e dunque non potevo esimermi, perché, anche se non li avessi avuti, la mia zia in questione all'epoca insegnava matematica e fisica nel vicino liceo scientifico e se a scuola ci arrivava lei non potevo non farlo io, visto che facevamo lo stesso percorso. Poi, davanti al portone del Liceo Foscarini, la cui fondamenta era molto bassa e tra le prime ad essere allagate, c'era sempre il preside Pareschi, che essendo di Ferrara di alluvioni del Polesine ne aveva viste a pacchi, pronto ad organizzare le squadre di soccorso degli studenti "stivalati" (come da circolare) ai colleghi e ai compagni di classe bloccati in calle Racchetta o sul ponte dei Gesuiti. Che voleva dire caricarsi le persone sulle spalle e portarle di peso sino davanti al portone. Ovviamente, le attenzioni maggiori erano riservate alle compagne di classe che venivano sempre messe in salvo con molta cura, soprattutto le più carine che venivano spesso issate sulle spalle facendo leva su punti anatomicamente rilevanti. Il professore di chimica, il temuto "Checco" gioia e delizia di intere generazioni di foscariniani, veniva spesso dimenticato sul ponte dei Gesuiti, che se lo pigliassero i bidelli.

In piazza con l'acqua alta e mio fratello con l'orrido cappellino
impostogli dai nonni grazie all'arrendevolezza dei suoi 11 anni.


Le stesse operazioni di salvataggio le avrei vissute diversi anni dopo quando, lavorando all'epoca alla Banca Commerciale che mi aveva incautamente assunto (del resto nemmeno io mi capacito ancora del perché fossi entrato in una banca essendo del tutto negato per quel mestiere), il direttore ci mandava a recuperare i colleghi che venivano da Mestre. Il problema era che la nostra banca per evitare lo scoccare di indebite scintille amorose o corteggiamenti tra colleghi e anche per una certa misoginia congenita, aveva poco personale femminile e quel poco che c'era era stato selezionato in base al criterio estetico "Tristezza infinita". Infatti, come avvenenza le nostre colleghe rivaleggiavano con la signorina Silvani di Fantozzi e spesso perdevano la tenzone. L'unica che si salvava ed era decisamente carina era una nuova impiegata di Treviso che la vox populi diceva assunta per la raccomandazione autorevole di un notabile doroteo. Infatti, c'era una vera e propria gara tra i colleghi per localizzarla e salvarla che spesso era risolta brutalmente con criteri gerarchici. Io, essendo all'epoca felicemente e fedelmente accasato con Donatella e non intendendo partecipare a quella competizione indecorosa anche per questioni ideologiche del tipo: "i democristiani già vivono sulle spalle degli studenti e della classe operaia, che almeno si salvino per conto loro", mi limitavo a portare all'asciutto gente che mi stava simpatica e una volta anche una famigliola di turisti americani bloccati sul ponte di San Moisè, che poi volle a tutti i costi lasciarmi "ten dollars" di mancia che conservo ancora nel portafogli come il primo dollaro portafortuna di Zio Paperone.

In quella  notte drammatica del 4 novembre del 1966, sarà stato per quelle raffiche rabbiose di tramontana che da ore flagellavano la laguna facendo cadere le tegole dai tetti e rovesciando gli ombrelli assieme agli scrosci di pioggia gelida e di stravento che t'inzuppavano anche le ossa, ma la vecchia signora dispettosa si mutò all'improvviso in una divinità furiosa, una Erinni portatrice di sventura e distruzione e capace di allagare la città come mai si era visto a memoria d'uomo, con tutto quel che ne seguì. Fu una notte di tregenda in cui il mare in tempesta con onde enormi spinto da un vento fortissimo ruppe gli argini ai Murazzi del Lido rischiando di spazzar via in un colpo Pellestrina e Malamocco (si seppe solo dopo quanto si fosse andati vicini alla tragedia) e di devastare la città. Ma accadde tutto nel giro di poche ore e nessuno aveva il presentimento di quanto sarebbe potuto accadere. Sembrava solo un'orrenda giornata invernale di novembre. Nulla di cui preoccuparsi e che non fosse già visto.


Mio fratello davanti ad una passerella portata via dalla marea
 e con addosso uno dei giacconi di montone grezzo che avevamo preso
a Gerusalemme e che nostra madre appendeva fuori sul balcone perché
a suo dire puzzavano troppo da pecora per stare in casa.

In quelle ore io partecipavo tutto in ghingheri e vestito da gran sera alla festa dei 18 anni di una ragazza di quella buona borghesia veneziana che allora frequentavo e m’invitava perché non giravo ancora per i cortei a prendere manganellate con il Manifesto che spuntava dal tascone dell’eskimo e la sciarpetta rossa di cachemire (dono ironico di mia madre al suo figliolo lungocrinito, rivoluzionario di bon ton). Tra una danza e l’altra avevamo sentito più volte il lamento lugubre delle sirene dell’acqua alta, quel suono che a mia nonna ricordava i bombardamenti e sbiancava in volto ogni volta che lo ascoltava, ma nessuno ci aveva fatto caso anche perché da noi nei mesi classici dell’acqua alta la cosa è normale. Poi, verso le due del mattino, con ancora la festa nel vivo e molta gente che stava ballando, dal momento che un po' mi annoiavo decido di tornare a casa. Saluto e ringrazio la padrona di casa, scendo e alla luce fioca della lampadina delle scale mi pare di vedere la palladiana dell’androne che sta tremolando. Mi fermo sorpreso, ma poi penso si tratti solo di qualche bicchierino di troppo, così scendo quell'ultimo scalino e mi trovo sgradevolmente con l’acqua gelata alle caviglie.

Maledico le maree e chi le ha inventate, apro il portone, scendo altri tre scalini che non ricordavo e l’acqua arriva di colpo alle ginocchia. Sorpreso dal trovarla così alta faccio istintivamente qualche passo in avanti lungo la calle per guardarmi attorno e in quel momento salta la luce in tutta la zona e tutto sprofonda nel buio pesto. Sento grida di sorpresa provenire dalla casa che ho appena lasciato, ma ormai il portone si è chiuso e il campanello, ammesso che riesca a ritrovarlo in quel buio, non funziona più. Provo a gridare, ma nessuno scende ad aprire o nemmeno mi sente. Così, siccome la casa dei miei nonni e di mia zia è solo a qualche calle di distanza e per fortuna ho anche le loro chiavi decido di raggiungerla. Quelle poche calli però si rivelano presto un cammino angosciante. Non ho punti di riferimento e cammino a tentoni come in un labirinto cercando di capire dove c'è il muro o la vetrina di qualche negozio, ormai l’acqua mi arriva all'addome, sono mezzo congelato da quel bagno nell'acqua gelida e sporca e inizio a sentire anche un forte odore di nafta che fa girare la testa. Da qualche finestra si vede tremolare la fiammella fioca di una candela, per il resto è tutto avvolto nel buio e non si sente alcun rumore, se non il miagolio straziante di un gatto rintanato da qualche parte e che deve passarsela male anche lui. Poi, per fortuna, dopo qualche minuto sento delle voci, mi faccio sentire e incontro due vigili con gli stivaloni e una torcia elettrica che mi dicono che c'è un vero disastro in città e mi ordinano di mettermi subito al sicuro, così mi faccio scortare sino a destinazione (che poi bastava girare l'angolo e fare un ponte ed ero arrivato). 

Quando ti viene il sospetto che se vedi il pavimento della calle tremolare
 non è perché alla festa hai bevuto troppo

Come salgo dai nonni, mentre la zia alla luce di un candelabro mi prepara un tè bollente e mi porta dei panni asciutti, provo a chiamare mia madre per tranquillizzarla, ma tutte le centraline telefoniche sono saltate e il telefono non dà alcun segnale. Aspetto sveglio le poche ore che ancora mi separano dal chiaro, poi poco prima delle sette esco per cercare di raggiungere casa mia, in Corte dell'Alboro. Il vento ancora forte continuava ad impedire alla marea di defluire dalle bocche di porto e quindi l'acqua non era affatto calata e in calle c'era ancora almeno mezzo metro. Così mia zia e la nonna, dopo aver rinunciato a convincermi che non era il caso di uscire di nuovo, mi aiutano ad imbragarmi alla meno peggio per affrontare la traversata. In casa c'è un paio di stivali di gomma, ma sono del tipo basso e quindi inutili. Però mia zia ha una specie di tuta in plastica che usa per sudare e perdere chili pedalando sulla cyclette. Il set è composto da una giacca e dei grossi bragoni argentati che si possono stringere sulle caviglie e alla cintura. Indosso solo i pantaloni gommati sopra una vecchia calzamaglia in lana del nonno e infilo i piedi dentro dei sacchetti di plastica della spesa e poi dentro gli stivali, sigillando il tutto con lo scotch da pacchi. La nonna insiste per strofinarmi le gambe con l'olio canforato per il freddo, ma rifiuto energicamente. Poi, sentendomi bardato come un palombaro, scendo in calle con la zia e la nonna affacciate in ansia alla finestra per vedere come procede il varo e inizio a camminare lentamente verso campo San Bartolomeo. Come ci entro dal sottoportico della Bissa per poco non mi scontro con un tizio che sta vogando sopra un sandolo. Lo spettacolo è incredibile: ci sono almeno altre tre barche e in acqua galleggia di tutto, compreso un gatto morto. C'è anche molta nafta uscita dalle caldaie delle case e l'acqua è lurida e maleodorante. 


Due giorni dopo nei canali galleggiava ancora di tutto

Guardo le vetrine del negozio della Luisa Spagnoli. All'interno ci sono vestiti che galleggiano e altri messi in salvo alla meno peggio con gli espositori sopra il bancone o appesi sugli scaffali più alti. Procedo ancora verso San Salvador e all'inizio delle Mercerie ci sono altre barche e soprattutto decine di scatole da scarpe e di cappelli di Marforio che navigano con loro. Però la zona è bassa e dunque il livello dell'acqua inizia a salire ancora. Ormai ce l'ho a metà del petto e sento che avendo superato la cintura sta iniziando ad entrare nei pantaloni appesantendomi le gambe neanche fossero di piombo. Così appena salito sul ponte dell'Ovo, all'asciutto (si fa per dire) scopro di assomigliare all'omino Michelin, con le braghe comicamente gonfie di litri d'acqua e allora decido di togliere tutto lo scafandro e di proseguire seminudo in calzamaglia, che tanto se proprio devo congelarmi almeno provo a camminare veloce.

In effetti, la cosa funziona e grazie anche al fatto che le altre zone da attraversare erano più alte e l'acqua arrivava solo alle ginocchia, dopo aver attraversato campo San Luca punteggiato dai libri della libreria Tarantola che galleggiavano a pelo d'acqua, arrivo finalmente a casa e trovo mia madre serafica in salotto che dopo un bacetto mi dice "Oh! bene, meno male che sei arrivato... asciugati, indossa gli stivali alti e vai a prendere tuo fratello che è uscito a cercarti cinque minuti fa e dovrebbe essere ancora in campo. Intanto ti metto su un caffè..."
La guardo stupito. "Scusa, mamma... ma non eri preoccupata per me?"
"Proprio no, quando mi sono svegliata questa mattina e ho visto l'acqua alta fin sul portone ho immaginato che o avevi dormito dalla tua amica o eri andato dai nonni. Sei stato da loro, vero?"
"Si... certo."
"Lo vedi? Avrai tanti difetti, ma su questo sei come me: quando serve te la sai cavare sempre. Lo so benissimo, altrimenti mica ti manderei in giro, cosa credi?".

Mia madre, che come tutti gli artisti era piuttosto stravagante anche nel modo di fare gli elogi, spesso mi lasciava nel dubbio che non si trattasse invece di un'ironia, ma in quel caso sentivo che era davvero un complimento e la cosa mi rende ancora orgoglioso oggi.