lunedì 26 settembre 2016

Delle borse delle mogli e delle chiavi che spariscono.


A volte penso che dovrei scrivere qualcosa e non è detto che prima o poi non lo faccia (anzi, lo sto facendo ora), sul complesso rapporto di mia moglie con le sue borse e i mazzi di chiavi, che poi sono due cose strettamente connesse tra loro. Cominciamo dalle borse: mia moglie Morena, anche se il più delle volte le acquistiamo assieme, spesso come conseguenza dolorosa delle sue scorribande nei negozi di scarpe, non sceglie mai delle borse “umane” ma piuttosto degli enormi contenitori a tracolla “multi purpose” come li definisce lei o “di Eta Beta” come li definisco io perché dalle loro innumerevoli taschine con cerniera e scompartimenti fuoriesce di tutto e spesso dell’incredibile. 

Quando non stavamo ancora assieme e c’eravamo appena conosciuti, una mattina eravamo a pranzo in una piccola trattoria all'aperto e lei era stata colta da una crisi di starnuti, così mi aveva chiesto di cercarle un fazzoletto nella borsa ed io vi avevo infilato la mano fiducioso di trovarvi le solite cose che uno immagina possano stare nella borsa di una ragazza: che ne so? un pettine, la scatolina della cipria, il tubetto del mascara, un rossetto, l’agendina e magari la scatoletta delle mentine Saila o roba del genere. Invece, mi sono punto il dito con qualcosa di metallico che subito si è rivelata essere una punta da trapano da nove che le serviva perché allora si divertiva a fare lavoretti di carpenteria nella fabbrica di famiglia tra lo stupore dei suoi operai. Così, abituato alle svenevoli gattine che avevo frequentato sino ad allora, nel trovarmi di fronte una ragazza tanto carina quanto grintosa, pragmatica e completamente fuori dai miei schemi mentali oltre che capace perfino di usare trapani e fresatrici, pensai subito: “Una così deve essere mia…” e, infatti, lo è da trentadue anni. 


Quella che come caratterino è una leonessa...

Dunque, premesso che il peso medio di una borsa di Morena viaggia tra i cinque e i sei chili, oggi so che se andiamo all’IKEA lei non prenderà mai il loro metro di carta come fanno tutti perché se c’è da prendere la misura di un mobile lei tirerà fuori dalla borsa un metro a scomparsa di quelli professionali e probabilmente in qualche tasca possiede di sicuro uno spella fili, un paio di cacciaviti o una livella a bolla, che non si sa mai che possano servire. Di conseguenza, una delle richieste che quando siamo assieme in macchina, mi gettano nell'ansia da prestazione è: “Mi cerchi il pacchetto delle sigarette nella borsa?” perché so già che dovrò ravanare per minuti dentro quel contenitore apparentemente senza fondo, tra oggetti indefiniti e misteriosi, in un angosciante tuffo nell'ignoto. Un po’ come era quel pannello del padiglione giapponese di una Biennale di tanti anni fa dove tu infilavi il dito in uno delle decine di buchi sparsi nella parete e ti poteva succedere di tutto: dalla scossa elettrica, alla puntura, fino al ritirarlo ricoperto di cioccolata (spero lo fosse). A causa di ciò, ora mi tocca barare spudoratamente perché tengo di nascosto un pacchetto di sigarette nella tasca della portiera per non farle vedere che non sono riuscito a trovare il suo e questo vale anche per il temuto passo successivo del “Mi passi anche l’accendino? Che mica si accende per autocombustione...”, che vallo tu a trovare la dentro. 

Tuttavia, Morena ha un’altra peculiarità che introduce il secondo punto di cui volevo parlare: lei sa trovare con assoluta sicurezza e precisione qualsiasi cosa stia nelle sue borse, tranne una: le chiavi, di qualsiasi tipo esse siano. Questo perché da qualche parte le sue borse devono contenere un buco nero di antimateria capace di inghiottirle e trasferirle in un universo parallelo per il tempo necessario a crearti le dovute ansie. A causa di ciò, la sua frase tipica di quando siamo a qualche centinaio di chilometri da casa, o pieni di borse della spesa o magari dobbiamo correre all'aeroporto a prendere nostro figlio e siamo già in ritardo è: "Non trovo più le chiavi della macchina…” con relativo umore tra l’agitato e il molto agitato. 

Lo so benissimo che dopo mille brontolii, soffiate minacciose da gatta arrabbiata e rovistate sempre più nervose nella borsa prima o poi le chiavi della macchina salteranno fuori, ma per precauzione e senza che lei lo sappia (altrimenti, spumantina com'è, si offenderebbe a morte), quando andiamo in vacanza porto sempre con me quelle di riserva, metti che sia la volta che se le perde davvero. Perché la gestione delle chiavi è da sempre il suo punto debole. Lei, non a caso, è come nostro figlio che ogni volta che oltrepassa la porta di casa “esplode” e trovi il cappotto sul divano, la sciarpa su una sedia, il portafoglio sul tavolo, le chiavi sul tavolino del salotto, gli occhiali sulla credenza, la tessera dell’autobus in cucina e così via. Quindi la norma è quella del “Chiudi tu la porta che non trovo le chiavi… “ o del “Torna a casa ad aprirmi che sono chiusa fuori…” oppure del non riuscire alla sera a chiudere il portone d’ingresso con il catenaccio e scoprire che succede perché dall'altra parte qualcuna si è dimenticata le chiavi nella serratura (i ladri ringraziano).

Quello che con il suo fiuto è mobilitato a cercare le chiavi smarrite in macchina

Così, grazie a questo suo alto senso dell’ordine e malgrado l’abbia rifornita nel tempo di portachiavi sempre più mastodontici per aiutarla nelle ricerche, ogni volta che si deve uscire o rientrare in casa nostra va in scena lo psicodramma delle chiavi smarrite. L’ultima questa mattina, quando appena uscito con il cane l’ho vista rientrare sparata con l’auto, spalancare il cancello e correre come una furia dentro casa. Preoccupato l’ho raggiunta in tempo per vedere sul tavolo della cucina la montagna di oggetti della sua borsa completamente svuotata con brutalità. “Cosa è successo? Hai perso qualcosa?”.
Sì, non trovo le chiavi della fabbrica… le tengo sempre nel cassettino vicino al volante e non ci sono, ma sono sicurissima che ieri sera quando ho chiuso le ho messe lì. Ho guardato anche per terra e sotto al sedile, ma nulla… speravo fossero nella borsa ma non ci sono, quindi o le ho perse, ma non credo, o me le hanno rubate questa notte dalla macchina.
Rubate? Ma ci sono dei segni di effrazione sulla serratura della Vitara?”
“No, ma non vuol dire niente, figurati se non sanno aprire una porta senza scassinarla…”
“Però la macchina l’hai trovata chiusa questa mattina, vero?”
“Sì, era chiusa…”
“Con la sicura?”
“Certo…”
“Beh, allora sono dei ladri educatissimi se si prendono anche la briga di richiuderti a dovere la macchina con la sicura…”
Lei ringhia qualcosa che preferisco non approfondire e intanto si mette a cercare nella borsa delle scarpe da tango perché la sua tesi ora è che in un momento di follia potrebbe averle messe lì dentro ieri sera. La lascio fare e poi le dico: “Ti dispiace se vado io a guardare in macchina?” 
Tu? Ma figurati… ho già guardato io dappertutto, cosa vuoi trovare? Non ci sono, punto e basta…”.

Invece vado ugualmente e, giusto il tempo di aprire la portiera e infilare la mano in un altro piccolo vano sotto al volante, trovo al primo colpo le chiavi che cercava. Gliele riporto facendogliele tintinnare sotto al naso con il mio miglior sorriso da vipera felice e così alla fine, dopo aver cercato di sminuire la disfatta come Allegri con l'Inter affermando che la mia era solo una botta di culo, ha capitolato e mi ha offerto in premio la brioche e il cappuccino, però con il mio avvertimento che la prossima volta non se la sarebbe cavata per meno di una pizza. Vabbè, ora la smetto di scrivere ed esco con il cane, ma … qualcuno ha per caso visto le mie chiavi?

venerdì 23 settembre 2016

Timeo Microsoft et dona ferens

Il vecchio detto del "Timeo Danaos et dona ferentes" dovrebbe essere aggiornato a "Timeo Microsoft et dona ferens" perché questa mattina, dopo che già ieri notte aveva macinato i suoi bravi aggiornamenti prima di spegnersi, accendo il Pc e, preceduto dai soliti avvisi azzurrini che non promettono nulla di buono del "sto preparando il computer, non spegnerlo" (perché mai dovrei, se l'ho appena acceso? Non sono mica uno psicopatico iperattivo...) e dopo vari riavvii, finalmente Microsoft mi ha installato l'atteso mega aggiornamento gratuito per l'anniversario di Windows 10. Un gentile omaggio di Guglielmo Cancelli (Bill Gates per i non anglofoni) agli utenti fidelizzati che lo avevano installato appena uscito credendo in lui (che invece la Fiat, ai clienti fedeli che acquistavano a scatola chiusa i nuovi modelli appena usciti e ancora pieni di difettucci da correggere nel tempo, non regalava nemmeno una bottiglietta di chinotto, ma si sa che i torinesi hanno il braccino corto...). 

Beh, appena completata l'installazione, dopo aver preso nota che ha tolto la foto del mio bretone Whisky come sfondo per sostituirla con il logo imperiale di Windows guardo curioso cosa sia successo e c'è subito Cortana che, dopo un cortese "Ciao", ora mi contatta dal lato destro delle notifiche e non più solo da quello sinistro e che ora, quando le dico "Apri Chrome" tanto per compiacerla, mi apre proprio Chrome e non il meteo come prima (a volte anche la mappa di Roma, che è pur sempre cultura generale). Davvero un gran miglioramento, ne valeva la pena!

Perché Microsoft toglie lo sfondo del mio cane? Come si permette?

Non faccio tempo a rallegrarmene che lo schermo viene progressivamente invaso da tutta una serie di pop up di allarme per avvisarmi che dall'antivirus al firewall nulla funziona più e praticamente mi dice che mi è caduta la saponetta in mezzo alla doccia del penitenziario. 

Per fortuna, forse per qualche premonizione, ieri avevo installato la versione appena uscita di Kaspersky Internet Security 2017 e avevo ancora il file d'installazione sul desktop, così lo reinstallo e alla fine, dopo una decina di minuti, un paio di "Sì, sono io l'amministratore e ho le autorizzazioni, fidati..." e qualche aggiornamento da scaricare, tutto va a posto e la saponetta Windows se la raccoglie da solo. Subito dopo dico a Cortana di aprirmi Spotify sicuro che ripeterà l'exploit di capire ben due comandi di fila, cosa che non succedeva dallo scorso dicembre, ma dopo le previsioni meteo su Spotorno, ridente cittadina ligure, e la home page di Sporti, una rivista sportiva albanese, alla fine mi rompo le palle e me lo apro da solo. 

Peccato che appena lancio la prima compilation dei Led Zeppelin con l'impianto surrond a sei casse messo a palla e il balcone spalancato per dare il buon giorno alla vecchia babbiona di fronte che sta già stendendo il bucato, tutto è silenzio attorno a me. Guardo cosa sia successo all'impianto stereo (che magari Sua Moldavità mi ha staccato un paio di cavi passando con l'aspirapolvere) e così, facendo le prime verifiche sul pannello di controllo, scopro che l'aggiornamento, per qualche onanismo mentale dei programmatori, ha pensato di mettere come uscita audio predefinita il microfono con le cuffiette USB con il quale parlo su Skype. Ripristino e riconfiguro anche l'audio (riequilibrando pazientemente casse, woofer e subwoofer) e ora so che passerò la mattinata in ansia nell'attesa di scoprire qualche altra chicca di driver che non funzionano più (tipo quello della stampante, che sto aggiornando in questo momento e quello della webcam, misteriosamente sparito chissà dove) e cose del genere, anche perché, la bella notizia è che per ripristinare eventualmente la versione precedente di Windows 10 ci sono solo 10 giorni di tempo, poi te la tieni per sempre. 
Grazie Bill, un regalo davvero graditissimo...

lunedì 12 settembre 2016

Noi che andavamo a scuola con il grembiule nero e i gradi sul braccio


Il primo ottobre del 1954 ho cominciato il mio lungo e conflittuale rapporto con la scuola entrando all’Armando Diaz, proprio in fondamenta dell'Osmarin, dietro a quella riva degli Schiavoni dove tutte le domeniche andavo con mia madre e la zia al caffè Jolanda a prendere il chinotto con la cannuccia, ad arrampicarmi sul monumento a Vittorio Emanuele II e a cercare i tappi delle bottiglie per riempirli di pongo e giocare a calcetto sul tavolo (il nostro Subbuteo) o a tirar giù i mazzetti di figurine posate sui masegni della riva in alternativa al tacco da scarpa. Ero stato direttamente ammesso in seconda (dopo un piccolo esamino d’idoneità) perché avevo fatto una specie di primina per i figli degli ufficiali organizzata da alcune mamme al Circolo Marina di Augusta. Compiendo gli anni il dodici di ottobre, credo di essere stato per undici giorni il più giovane scolaro di seconda elementare d’Italia, dal momento che avevo appena cinque anni, però sapevo già leggere e scrivere discretamente. Dopo qualche settimana passata a piagnucolare in balia di una vecchia, arcigna maestra, di nome Meneghetti che mi metteva in castigo per qualsiasi cosa, ma che per fortuna era solo provvisoria nell'attesa che le classi si assestassero, fui assegnato finalmente alla maestra Gugliotta, una simpatica signora piccolina e molto buona, cui mi affezionai moltissimo. Una sorta di amorevole maestrina dalla penna rossa alla De Amicis che ci insegnava di tutto e di più perché all'epoca avevi una maestra unica che di fatto diventava una seconda mamma.


La mia scuola elementare, oggi chiusa e con un negozio di maschere dove
c'era la cartoleria che vendeva anche gli attestati di lode

A mio fratello capitò, quattro anni dopo, la severissima De Nardus, un ex istruttrice della G.I.L. di mussoliniana memoria (sorry Franco, ma a chi tocca, tocca...). Mentre io, in quinta elementare, al ritorno da Taranto e dalla scuola privata e casereccia delle sorelle Traversa, dove avevo frequentato la terza in salotto e la quarta in veranda accanto ad un vaso di azalee, ebbi la fortuna di incontrare il maestro Lino Beccegato, da Fossalta di Portogruaro, una cara persona e un galantuomo, di quelli dei quali, come si dice, oggi si è perso lo stampo. A suo merito, il fatto che quell'unico anno passato con lui, è rimasto nella mia memoria come il più bello e coinvolgente di tutta la mia storia scolastica, tanto da provare un vivo dispiacere quando ebbe termine. Negli anni successivi, tale dispiacere per la fine dell’anno scolastico non solo non trovò conferma, ma si trasformò in un senso di euforica liberazione. Vai a capire il perché…

All'Armando Diaz le classi, dopo la radunata a voce fuori dal portone, entravano perfettamente allineate come dei plotoncini, a passo cadenzato e in fila per tre, immagino per coerenza con le evidenti nostalgie fasciste di alcune maestre e del direttore didattico. Quando la maestra, dopo l'un, due, tre faceva battere il passo nel lungo sottoportico che conduceva al cortile interno, si sentiva rimbombare una cannonata, e la cosa accadeva almeno quattro volte, con nostra soddisfazione. Mia madre una volta aveva detto ad un'amica che le ricordavamo il pattuglione della Wehrmacht, quello che marciava nottetempo per le calli veneziane con il rimbombo degli scarponi chiodati che si sentiva da lontano e ti faceva andare il cuore in gola per lo spavento. Ora che sono in grado di capire di cosa si trattasse, devo dire che in effetti c'era qualche somiglianza, però non facevamo il passo dell'oca. I bambini erano tutti rigorosamente in grembiule nero, con le barrette dei gradi sulla manica, sempre come i militari. I banchetti (grigioverdi...) avevano il calamaio per l’inchiostro ed io, che ero un pasticcione, combinavo dei macelli incredibili con la carta assorbente (che però, inzuppata a dovere e trasformata in pallina era un proiettile eccellente per le cerbottane) e sporcavo ogni cosa di blu scuro in un raggio di mezzo metro. Ero altamente inquinante, insomma. Non andava meglio con i pennini (ne avevo una ventina di scorta in una scatolina metallica, perché ne rompevo mediamente uno o due al giorno premendoli con troppa forza...) e i quaderni, che erano sempre tragicamente pieni di macchie. A causa di ciò ero sovente condannato a scrivere almeno cinquanta volte sul quaderno: non devo più fare le macchie!. E, siccome nel farlo ne producevo inesorabilmente di nuove, il risultato finale consisteva, di solito, in un aggravio di pena. Le maestre, d'altronde, non volevano assolutamente che i bambini usassero le prime penne biro, perché sostenevano che inducessero a peggiorare la calligrafia. Che doveva avere quell'ariosità e quegli svolazzi che solo la penna a cannuccia con i pennini intercambiabili e il calamaio consentivano. A giudicare dalla mia attuale grafia, temo avessero ragione. 

Dopo il cappottone spinato con la martingala venne l'ora
del loden con il colletto di pelo, ma era sempre tragica.

Io andavo a scuola con i capelli impiastricciati e luccicanti di brillantina Linetti e, d’inverno, imbacuccato da strati di sciarpe fino agli occhi. Inoltre, nonostante il cappottone spigato con la martingala che oggi definiremmo fantozziano, portavo il Gazzettino infilato sotto la canottiera per difesa dal freddo. Quando mi chinavo, il giornale scrocchiava con mio grande imbarazzo e, se sudavo, mi restava impressa sul torace gran parte della pagina. In quel periodo si usavano dei pessimi inchiostri da stampa. 

All’inizio delle lezioni la maestra, tutta impettita, ci faceva alzare in piedi al grido di: "bambini...aaattènti!" e si recitava la preghierina tutti insieme. Quindi, dopo un altrettanto stentoreo: "bambini...riiipòso!" ci si poteva sedere e aprire il sussidiario per leggere commossi l’edificante storia d’Albino cavallo d'Italia che vegliava il suo padrone del Savoia Cavalleria morto nel campo di girasoli della lontana e ostile Russia. Cosa ci fossero andati a fare nella lontana e ostile Russia non ci veniva spiegato. Scattavamo impettiti sull'attenti anche quando, ogni tanto, usciva gracchiante dall'altoparlante sopra la cattedra la voce stentorea del Direttore Didattico, un omino coi baffetti e alto un soldo di cacio, proprio come quello della caffettiera Bialetti. Ogni dichiarazione del Direttore, fosse anche l’annuncio che l’indomani non c’era l’ora di ginnastica, era enunciata in modo solenne come fosse l'ora del destino che batte nel cielo della nostra patria, veniva ascoltata nel più assoluto silenzio (con le maestre che annuivano pensose) e fragorosamente applaudita dopo l’immancabile esortazione: "insegnanti e bambini, buon lavoro!" che la concludeva. Per fortuna non era più tempo di "Eia! Eia! Alalà!", altrimenti immagino che ce l'avrebbero fatto dire. Una volta al mese c'era l'ora di religione, con il Parroco di San Zaccaria che veniva a dirci svogliatamente quattro cosette edificanti e poi prima di Pasqua veniva anche a benedire l'aula con la maestra che ci faceva inginocchiare fuori dal banco con le manine giunte in preghiera. Una o due volte all'anno, se andava bene, si faceva anche della ginnastica che in primavera consisteva in un paio di corsette in cortile e d'inverno in qualche flessione e braccia alzate fuori dai banchi. In tutto era un quarto d'ora o poco più, poi c'era il "bambini tornate al banco e aprite il sussidiario" o l'intervallo.


vestito da ometto per andare a scuola,
ma tanto poi ci mettevano il grembiule


Del tutto insensibile al clima di marziale operosità che vigeva nella scuola e che, suppongo, doveva forgiare le spine dorsali dei futuri cittadini, io mi comportavo per lo più da bischero (atteggiamento che avrebbe contraddistinto in seguito tutta la mia esperienza scolastica ed universitaria). Infatti, un bel giorno mi autoaccusai di fronte a tutta la classe di un misfatto che non avevo commesso (un lavabo otturato con la carta assorbente e che aveva allagato mezza scuola) perché la maestra aveva assicurato che la classe non sarebbe uscita finché non fosse saltato fuori il colpevole. E io - cuore tenero - non volevo che la zia, che veniva amorevolmente a prendermi tutti i giorni, aspettasse al freddo. Mi guadagnai, naturalmente, una nota chilometrica e una convocazione dei genitori dal direttore. Un’altra volta, volendo alludere alla sua nascita rapidissima, scrissi in un tema che mio fratello Franco: "era nato all'insaputa di tutti, anche di mio padre, che era sempre per mare". La maestra, allarmatissima, convocò di nuovo i miei genitori per sapere se non avessi avuto per caso a che fare con seri problemi coniugali. Mio padre, che, ovviamente, aveva preso la cosa non troppo sul ridere, affermò nel corso del colloquio che, qualora la maestra avesse osato scocciarlo ulteriormente per simili fesserie, non avrebbe esitato a far cannoneggiare la scuola. Ed è quello che, a volte, avrei voluto poter dire anch'io alle numerose maestre di mio figlio e in particolare a quella che gli aveva segnato in blu sul dettato "inoltre" correggendolo con "in'oltre" e poi si era difesa sostenendo che quell'apostrofo era stato solo un fortuito sbaffo di penna o all'altra che lo aveva ripreso di fronte alla classe per aver usato delle parole inglesi che lei non aveva ancora spiegato. Purtroppo non disponevo dei quattro cannoni da 120 mm. di nave Aviere. 


E finalmente arriva l'estate e ritornano le vacanze...

In ogni modo, la convocazione dei parenti, per informarli di tutte le mie manchevolezze vere o presunte, diventò in seguito un classico della mia vita scolastica, e la zia, cui quasi sempre toccava l’ingrato compito per ordine gerarchico, ebbe spesso a dolersene con scenate memorabili.

Quando, invece, ero bravo, cosa non molto frequente, la maestra mi dava un attestato di lode verde oppure rosso (li teneva nel cassetto della cattedra). Quando ne avevi un certo numero, ti dava un attestato d’oro (in aziendalese si chiama: sistema premiante). Il fascino sacrale e misterioso di quegli attestati che mia zia, nel suo sviscerato amore, incorniciava, svanì repentinamente una mattina, quando mi accorsi che si potevano comperare per poche lire nella cartoleria di fianco alla scuola. In ogni modo, alla lettura del sussidiario preferii, però, ben presto quella del Corriere dei piccoli (con Bibì e Bibò, la Tordella e il sor Pampurio arcicontento del suo nuovo appartamento...), di Topolino e, grande amore, quella di Cucciolo, Beppe e Tiramolla (gli album grandi costavano 120 lire e sostituirono nel sistema premiante familiare gli attestati di lode...). A Taranto, invece, all'uscita dalla scuola delle sorelle Traversa l'attestato di lode prendeva la forma di una pizzetta comperata dall'omino con il carretto che andava su e giù per corso Umberto. Direi che come lode la preferivo di gran lunga anche se non si poteva incorniciare. Bene, per ora mi fermo qui... magari ne parleremo ancora in un prossimo post, intanto, visto che sono pur sempre un uomo di mare, buon vento a tutti, giovanotti che oggi andate a scuola.





giovedì 8 settembre 2016

Di Sua Moldavità e dei pinguini ritrovati


Ritrovati! Era un bel po' che non li vedevo nel mio studiolo i due pinguini di terracotta con la sciarpina gialla e quindi i sospetti preoccupati non potevano che cadere su Sua Moldavità, la signora moldava che arriva una volta a settimana apparentemente per farci le pulizie in casa, ma, in realtà, per intrattenerci con il giochino enigmistico del: “ma dove ca... lo avrà messo la Nina?” inventando per il nostro diletto sempre nuovi nascondigli originali e impensabili per mettere via le nostre cose secondo le sue logiche dell’Est. La mia preoccupazione nella fattispecie nasceva dal fatto che la signora di solito mantiene l'ordine di casa nostra con la delicatezza delle divisioni corazzate del maresciallo Žukov a Stalingrado e quando rompe qualcosa fa sparire immediatamente le prove come un killer professionista o, nel migliore dei casi, la rimette a posto rotta ma girata, in modo che non notiamo il danno (vedi costoso vaso cinese blu in giardino, che ha un buco tipo cannone anticarro, ma è stato astutamente girato tra le altre piante dietro alla fontanella in modo che si veda il lato sano) e, comunque, la sua linea di difesa è sempre: "forse tuo cane fatto cadere" (con il bretone che protesta sdegnato). Però, interpellata al riguardo, la sospettata aveva risposto "Io non sapere di pinguino. Mai visto pinguino in questa casa, solo in acquario. Forse tu perso pinguino... " e siccome brandiva la scopa ho ritenuto opportuno non replicare. 

Invece oggi, del tutto casualmente, i due pinguini con la sciarpina gialla che cercavo li ho ritrovati ben nascosti in camera di mio figlio, sopra una mensola della libreria ancora immersa nel suo casino adolescenziale, tra un Dylan Dog, una lattina di birra usata come portamatite e un libro di greco. Ovviamente, i pinguini di terracotta si animano e vanno in giro di notte da una camera all'altra sono nei film di Walt Disney e dunque, a lume di naso, Sua Moldavità dovrebbe saperne qualcosa di quella trasmigrazione, ma la contentezza di averli trovati di nuovo e soprattutto di rivederli intatti è stata troppo grande per alimentare nuove tensioni diplomatiche con la Moldavia in aggiunta alla faccenda dei caricabatterie aggrovigliati in stile nodo gordiano. Perché Sua Moldavità, malgrado i cortesi inviti ad occuparsi della pulizia in generale, ma non dei miei caricabatterie, continua imperterrita a farmeli trovare aggrovigliati inestricabilmente e, con un tocco di modernità, ora ci aggiunge anche i cavi della webcam e del microfono, per complicare ulteriormente il nodo. 


Alessandro Magno il nodo gordiano lo poteva recidere con la spada, 
io vorrei fare lo stesso con il nodo moldavo,  ma non posso.

Credo sia una specie di simpatico passatempo moldavo che ci lascia per dilettarci a risolverlo nel nostro tempo libero, un po' come le tante cose che mette a posto secondo la sua visione del mondo (la Weltanschauung hegeliana in versione moldava) costringendoci a cercarle per giorni e facendocele ritrovare fortuitamente nei posti più inconsueti, tipo il cavatappi nella cassetta degli attrezzi o la spugna per le pentole nell'armadietto del bagno. Con il coraggio vano dei cavalleggeri polacchi lanciati al galoppo contro i panzer tedeschi ho provato a lamentarmene, ma qualche giorno dopo ne ho ricevuto una risposta ambigua, tutta da interpretare. Perché tra gli antichi tarocchi veneziani c'è una carta che si chiama l'appeso o l'impiccato e che raffigura un uomo che penzola a testa in giù appeso tra due colonne (quelle del Todaro?) con le mani legate dietro la schiena. Il significato di questa carta non è necessariamente negativo, ma comunque simboleggia l'incertezza e l'inversione di prospettive e di valori di un mondo capovolto. Nella migliore delle ipotesi, Sua Moldavità è un'appassionata di cartomanzia perché ha trasformato il caricabatteria del mio Nokia in un impiccato e lo ha anche appeso, non casualmente, ad una cornice turchese, che è la pietra che si abbina alla carta. Nella peggiore... beh, evidentemente la signora non ha gradito la mia osservazione e la cosa assume un significato velatamente minaccioso, perché lei sa dove colpire... 


Il caricabatteria del Nokia impiccato, così imparo a lamentarmi

Per esempio, c'era un epoca felice nella quale possedevo 7 plettri Fender per le mie chitarre, poi entrò nella nostra casa Sua Moldavità e iniziò la fine perché per odi atavici che non saprei dire le signore moldave che vengono a farti le pulizie prima ancora di sbattere i tappeti devono assolutamente smarrirti i plettri. Uno dopo l'altro, se ne sono andati tutti, immagino risucchiati dall'aspirapolvere o sbattuti in giardino assieme alla polvere dei succitati tappeti. L'ultimo rimasto, conservato come una reliquia e che avevo immortalato in una foto assieme alla mia Fender Esquire del 1970, è sparito qualche giorno fa e oggi mi tocca usare una vecchia scheda telefonica ritagliata a mo' di plettro nell'attesa di andare in centro a comperarne altri. Ad Eric Clapton di sicuro non succedeva...

Poi, ho appreso nel tempo a non lasciare mai in giro gli attrezzi con cui stai sistemando la terrazza, altrimenti Sua Moldavità, oltre a deliziarti disponendo le poltroncine e il divanetto di vimini perfettamente allineati come un plotone che debba sfilare in parata sulla Piazza Rossa, ti comporrà sul tavolino in vetro una sua opera in stile neorealista sovietico dal titolo "Bouquet di pennelli e spatola con detriti e spazzole ", pronta per il padiglione moldavo della Biennale. Anche perché ultimamente la signora, sentendosi ormai parte della famiglia, ha iniziato pure a dare sfoggio di creatività in piena autonomia e così ogni tanto ci delizia con qualche trovata di arredamento “surreale” che ci lascia senza fiato. Tempo fa, per esempio, mi sono accorto che, invece di buttarlo come le era stato chiesto, aveva pensato bene di riciclare un grande fiocco di tulle in plastica rossa proveniente da una corbeille di fiori natalizia ponendolo a mo’ di pennacchio in cima alla abat-jour del salotto, cosa che immagino abbia soddisfatto appieno il suo gusto estetico. 


un piromane non saprebbe far di meglio per innescare un incendio.

Ora, non ho dubbi che la cosa rientri a pieno diritto tra gli “epic fail”, ma non so se classificarla nella categoria dei “tristissimi arredamenti di gusto balcanico” o in quella dei “tentativi criminali d’incendio andati a vuoto”, considerando che la plastica del tulle era appoggiata proprio sulle lampadine ad incandescenza. Questa donna comincia ad inquietarmi...



I due pinguini con la sciarpa gialla, finalmente ritrovati

Ah! Dimenticavo... perché ci tengo tanto a quella statuetta di pinguini parlando della quale ho iniziato il post? Perché era un pomeriggio del dicembre 1984, mia moglie Morena ed io c'eravamo messi insieme da pochi giorni, faceva un freddo cane e passando tutti abbracciati come due ragazzini davanti alla vetrina di un negozio in Salizada San Lio li avevamo notati e siccome in quel momento per una strana combinazione indossavamo tutti e due una sciarpa gialla, avevamo deciso che rappresentassero a dovere il nostro amore appena sbocciato e ce li siamo comperati. Ben tornati, pinguinotti con la sciarpetta gialla...

domenica 4 settembre 2016

Della Regata storica, della voga alla veneta e altre cose...


Bene, anche quest’anno siamo arrivati alla Regata Storica. Dico subito che non ne vado matto, così mi tolgo il pensiero. La gara dei gondolini, che ne è il clou, non mi emoziona più di tanto, anche perché solitamente chi dal bacino di San Marco entra in testa nel canal Grande, se proprio non ha un crollo fisico o s’incasina al giro del paletto davanti alla ferrovia, poi arriva primo al traguardo della machina, davanti a Ca’ Foscari perché fare sorpassi nel Canal Grande è quasi impossibile. Dunque, dopo un po’ finisce che ti annoi perché non ci sono colpi di scena. Molto meglio le combattutissime regate di selezione tra Burano, Pellestrina, Sant’Erasmo e Malamocco che sono delle vere tonnare combattute dai gondolini tra scorrettezze e imprecazioni in mezzo a due ali di barche gremite di tifosi urlanti e parenti degli equipaggi. Quando avevo la barca le seguivo nel mese di agosto anche se era difficile trovare spazio per vedere qualcosa tra le tante imbarcazioni e comunque dovevi stare attento perché se per caso entravi anche solo con mezza prua nel percorso di gara era il modo migliore per imparare le più sanguinose imprecazioni in dialetto veneziano. 


I gondolini a tutta forza

Sicuramente è più divertente la regata delle caorline a sei remi che precede quella dei gondolini, con queste barcone pesanti e tozze che i sei energumeni a bordo fanno correre sul canale sollevando un trionfo di schiuma e di spruzzi, con i lunghi remi infilati in acqua con una tale potenza da sentirne distintamente il rumore in mezzo alle grida degli spettatori. A parte quello, francamente il corteo storico mi annoia, un po’ perché ha preso la strada della rievocazione in costume ad uso dei turisti, come le serenate in gondola, ma forse perché avendo visto (e sentito) per anni i figuranti che, con adeguata scorta di bottiglioni di vino, si vestivano e prendevano posto tra un “va in mona” e un “ta morti cani” nelle bissone ormeggiate il lungo Rio delle galeazze, a due passi da casa mia, la cosa ha perso decisamente fascino e poesia. Poi, se proprio non ho di meglio da fare, la Regata mi diverto di più a guardarla in televisione e a sentire le “monate” del telecronista di turno che dopo dieci minuti di solito ci ha già deliziato con tutti i peggiori luoghi comuni su Venezia, Ponte dei sospiri e Casanova compresi.


lo spettacolo delle caorline a sei vogatori

Se qualcuno pensasse che questa mia indifferenza per la Regata Storica è solo invidia perché non so vogare alla veneta, beh… lo deluderò, perché sì, lo so fare ed ero anche bravetto. Da ragazzo, dopo aver lasciato ancora una volta Donatella (non ricordo se era la volta che l’avevo lasciata io o se era quella che lo aveva fatto lei, visto che la nostra storia è stata lunga sì, ma giovanilmente tempestosa) mi era ovviamente rimasto diverso tempo libero e quindi, anche per dimenticare virilmente le pene d’amore con un po’ di esercizio sportivo, mi ero iscritto da giovane engagé del sestiere di Castello, alla Canottieri Francesco Querini, sulle Fondamente Nuove, quella con la maglietta a righe bianco celesti, rivale storica (anche per questioni di appartenenza sociale) della Canottieri Bucintoro, quelli di San Marco con la maglietta rosso-oro. Avevo affrontato coraggiosamente il battesimo (il primo giorno ti scaraventano vestito in laguna, come cerimonia d’iniziazione) e poi, nel giro di qualche settimana, avevo imparato a portare il sandolo, dopo aver scoperto che appoggiare e fare forza con un remo di quattro metri sugli incavi di una forcola in legno per premerlo in acqua, non è affatto facile ed è il modo migliore per finire lunghi distesi sul fondo della barca tra le risate di tutti. 


Dietro le quinte della regata

Dopo alcuni mesi però avevo abbandonato la voga, perché: A) il sandolo è meglio portarlo in due e la mia nuova ragazza, un delicato fiorellino che guai a spettinarla, non aveva alcuna voglia di mettersi alla voga a sudare e farsi i calli sulle mani, B) non possedevo un sandolo e nemmeno altre barche da voga alla veneta e in Querini non era facile trovarne di liberi, C) vogare sotto il sole in laguna, con un poppiere che ti maledice i morti se non tieni il ritmo non è gratificante, D) Mi ero comperato l’agognato barchino a motore togliendolo con abili sotterfugi mercantili ad una nobile pollastra veneziana (vicenda della quale ho già parlato abbondantemente nel mio blog). Dunque, diversi ottimi motivi.


Osservando la gara dalla bissona

Piuttosto, la Regata storica per me è legata ad un brutto ricordo. Cercavo da tempo un teleobiettivo per la mia Nikkormat ma quelli esposti nei negozi in città costavano cifre che non mi potevo permettere. Poi, sfogliando una rivista di fotografia, avevo scoperto che a Milano c’era uno store all'ingrosso che vendeva un 200 mm. di una buona sottomarca e con attacco Nikon a 250.000 lire, dunque abbordabile. Di conseguenza, mi ero sobbarcato un viaggio a Milano in treno e le spese del taxi (perché i discount sono sempre nelle periferie urbane) ed ero tornato felice a Venezia con il mio teleobiettivo. E quale occasione migliore per provarlo se non la Regata storica? Così, grazie a mia madre che per via del bridge conosceva uno stuolo di contesse e nobildonne veneziane con casa sul Canal Grande ero riuscito a farmi invitare da una signora che aveva il suo palazzetto avito quasi davanti all'arrivo e quindi, mentre tutti gli altri ospiti erano indaffarati a spingersi sui balconi o a spazzolare il buffet io mi ero affacciato ad una delle finestre del salotto ed avevo scattato con il tele alcune delle foto che corredano il post (con l'intenzione, non so quanto riuscita, di rappresentare la Regata da un punto di vista meno.. retorico e quasi guardandola dietro le quinte) finché, felice e al settimo cielo, avevo pensato di usare anche il grandangolo per cambiare inquadratura. Quindi, appoggiai il tele sul davanzale per cambiare l’obiettivo e in quel momento accadde la tragedia perché una delle signore presenti si affacciò a sua volta urtandolo e facendolo cascare in canale tra il mio grido di dolore strozzato (anche qualcos'altro che non dico) e il suo: “Ooooh! Mi dispiace, mi scusi… ma guardi che glielo ricompro, eh? Stia tranquillo... quanto costava?” ”Costava 250.000 lire”. Non ci crederete, io sono stato tranquillo, ma non ho più visto né sentito la signora.