lunedì 25 luglio 2016

Traveling & traveling (nei favolosi anni'80)


Stazione di Roma Termini, ore 22.30 di una tiepida sera di primavera del 1985 .
Arriva il treno intercity da Venezia con quasi due ore di ritardo. Sfortunatamente ne sono a bordo per motivi di lavoro. L'indomani mattina alle nove, infatti, dovrò intervenire ad un (palIoso) convegno nazionale sulle nuove frontiere della formazione in azienda e dell'action learning e mi toccherà quindi alzarmi abbastanza presto. Malgrado il ritardo, dovuto ad un treno merci che non so quale problema avesse, sono ancora sereno e rilassato, anche se le Ferrovie - al solito - mi hanno tenuto sul leggero facendomi saltare la cena. Ho passato il tempo del viaggio un po' chiacchierando con una matura signora che -­ bontà sua - nel tratto da Bologna ad Arezzo ha ritenuto essenziale informarmi su come si potesse curare l'artrite reumatoide con le medicine omeopatiche e il decotto di biancospino, e un po' rileggendo e correggendo il testo della mia relazione. Sono dunque pronto a recarmi in albergo (prenotato per tempo ... ) per una bella doccetta e una gran dormita ristoratrice. Non posso ancora immaginare quale notte mi aspetti.




Arrivo frattanto in hotel. Mi presento al portiere chiedendo la mia camera, ma invece delle chiavi e della richiesta di documenti ricevo uno sguardo imbarazzato al quale rispondo sorpreso. "C'e' forse qualche problema? Non trova la prenotazione? Ho un cognome strano, guardi meglio, magari per telefono l'avete capito male e scritto peggio..." 
"No dottore il suo cognome è stato scritto benissimo... il fatto è che ormai la sua camera non c'e' più'" e chiude il registro dell'albergo con aria sconsolata, quasi a sottolineare che assieme alla camera era scomparsa anche la speranza.
"Come sarebbe a dire che la stanza non c'e più? Se l'ho prenotata almeno dieci giorni fa ..." 
"Beh ... perché lei era atteso per le nove, ma e' arrivato dopo le dieci e  trascorsa tale ora, come sa, le prenotazioni saltano e le camere si considerano di nuovo libere... ". 
Impallidisco e ricaccio in gola l'imprecazione robusta che cercava di affiorare a viva forza. "Ma che ca ... volo di discorso è?  Sara' mica colpa mia se i treni fanno schifo e non si può neppure avvisare che si e' in ritardo ... ". 
"Non e' neppure colpa mia se un cliente e' arrivato prima di lei e ha preteso la sua camera ... "
Insisto avanzando varie argomentazioni sul mio incontestabile diritto di ottenere comunque un letto, ma senza produrre alcun effetto perché i miei ragionamenti sembrano rimbalzare su di un muro di gomma. "Lei ha ragione, dottore, ma io che ci posso fare? E comunque adesso non abbiamo più stanze libere" (alle sue spalle penzolano due o tre chiavi, ma va tu a sapere se sono di clienti ancora in giro o se le gestisce per scopi suoi). 
"Ah! Perfetto .... e io, secondo lei, dove vado a dormire ora, al Colosseo?" 
"Glielo sconsiglio, dottore, non fa ancora abbastanza caldo .... ma se vuole le 
cerco un albergo!".
Questa inaspettata offerta di aiuto mi induce a soprassedere allo strangolamento del portiere con successivo vilipendio di cadavere per la faccenda del Colosseo. 
Gli allungo un ventimila (dieci per il suo disturbo e dieci per le telefonate .. ) perché sono un uomo di mondo e so bene che i favori dopo le dieci di sera non si fanno per nulla (mi chiedo anche, en passant, se per ottenere la mia camera un qualche altro uomo di mondo non abbia per caso usato lo stesso mio sistema ... ) e mi siedo su una poltrona in attesa degli eventi. 



Inganno il tempo osservando con crescente rancore quell'omuncolo insignificante con le chiavi incrociate sulla giacchettina grigia che si e' frapposto come un ostacolo tra me e il mio meritato riposo. Ha una faccettina sottile con due baffetti appena accennati su cui incombe un buffo naso largo, i capelli pepe e sale allisciati all' indietro. Penso che, con una faccia cosi', durante il fascismo sarebbe stato perfetto per fare la spia dell' O.V.R.A . 
Mentre compone i numeri del telefono infilando la matita nel disco, noto anche che porta al dito un pacchiano anellone squadrato, con una pietra verde che ha molto l'aspetto di un fondo di bottiglia. Emana inoltre, lo percepisco fino dalla poltrona dove sono sprofondato, un dolciastro profumo di acqua di colonia, della quale si deve essere inondato. Decido che per profumarsi in tal misura deve essere anche uno che si lava poco. E cosi' il nostro e' servito di barba e capelli. Il portiere, mentre lo viviseziono con lo sguardo, attacca il giro dei suoi colleghi ed amici e ogni tanto scuote sconsolato il crapino : "Dotto', qua' e' un pasticcio, nun c'e' sta un posto libero in tutta Roma". 
Mi si riaffaccia inquietante l'ipotesi Colosseo. 




Noto anche che il portiere, penso a seguito dell'effetto "ventimila", ha abbandonato rapidamente l'inappuntabile italiano dell'esordio, virando al classic roman style. 
Comunque, dopo altre quattro o cinque chiacchierate telefoniche a spese mie per informarsi oltre che: "Se ce stava na camera pè uno ... " (che sarei stato io )  anche se: "domenica ce vedemo ar mare co' li regazzini ..." e dopo una serie di ossequiosi saluti a una non meglio identificata Marisa, il nostro riaggancia e con un sorrisone mi annuncia che mi ha sistemato ( "Ma che fatica, dotto' !" ) presso la pensione Katy in via Numa Quintilio, definita come piccola ma pulita e che incidentalmente è della cognata di un suo amico. Capisco che sarebbero gradite altre diecimila a titolo di compenso per il buon fine della vicenda e prontamente eseguo ricevendone l'atteso e untuoso "Troppo buono, dottore..."
Perplesso, ma in fondo sollevato, ringrazio e mi faccio chiamare un taxi (Como 7, in tre minuti) che arriva dopo dieci minuti. Sono già le 11.30 ed ho un gran sonno, che mi si chiudono le palpebre. Salgo e do l'indirizzo al conducente: "Mi porti in via Numa Quintilio, per favore... " ma ne ricevo una risposta agghiacciante: "Via ché? E 'ndo sta?"  
Ora, io adoro le situazioni surreali e anche l'humour romano, ma non a quell'ora e con quel sonno, per cui la mia voce si trasforma in un ringhio cupo e minaccioso. "Beh! Il tassista - romano, per giunta - è lei, mica lo devo sapere io che vengo da fuori ....si faccia dire da qualcuno dove e' questa via della malora, che ho sonno e voglio andare in albergo".




Dopo lunghi conciliaboli con radio-taxi (a tassametro acceso e a voce abbastanza alta per essere sentita) a proposito di un tipo che voleva proprio andare in questa via introvabile " 'sto fanatico ..." e sul fatto "che tutti a me devono capita'..."  arriva finalmente la sentenza: si tratta di una via periferica del quartiere di Tor e qualcosa d'altro che, anche se lo capivo ormai benissimo da solo, mi dice essere un posto per scannacristiani (ecco perché' lui non lo trovava!) e non per persone distinte come me. 
Sono tentato per un momento di rientrare in albergo e farmi restituire le trentamila dal portiere. Poi rifletto che a seguito di un fatto del genere avrei potuto passare la notte a Rebibbia per minacce e violenza privata e desisto. 
Tento la sorte e gli dico: "Senta, questa pensione Katy, a quanto mi dice, e' in un posto da lupi e mi e' passata la voglia di andarci. Mi affido a lei. Andiamo in giro per Roma a cercare un albergo, di prima, seconda o terza categoria, va bene anche con mezza stella, non m'importa. Basta che possa dormire!". 
Quello capisce al volo la possibilità del lucroso guadagno e dopo un: "Stia tranquillo, dottò, 'ce penzo io!" il mio Como 7 parte sgommando verso il centro. 
Giriamo invano cinque, sei alberghi o forse piu'. Lui scende, va a trattare e ogni volta ritorna sconsolato "Gnente , dottò, nun e' serata ..." . O forse sì - sospetto io - ma solo per il tassametro .... 

Poi, verso mezzanotte e un quarto, la buona sorte riappare. C'è un albergo di prima categoria, centralissimo e che ha una stanza libera . Scendo, ringrazio e pago un conto chilometrico. Mi informo dal portiere sul prezzo di una singola. Sono duecentoquarantamila lire per una notte (e pure senza colazione ! ). Mi rassegno al taglieggio, e del resto a quell'ora pagherei anche mezzo milione pur di dormire. Mentre il concierge mi registra i documenti mi guardo attorno. La hall e' molto elegante, con specchi antichi, stucchi color crema e pistacchio, un'allegra fontanella con putto e molte piante di felce tutt'attorno. M'insospettisce solo una cosa: il portiere, un giovanotto tozzetto con l'aria del pugile, non e' in divisa ma indossa una maglietta di cotone bianca con il collo da ciclista e, per dirla tutta: ha l'aria un po' burina. Ma - penso - sono dettagli e poi a quell'ora di notte, con certe facce che si vedono in giro (anche nella hall, per la verità) forse e' quello che ci vuole. Così, prendo la mia borsa e dopo aver preso un ascensore cigolante ma che profumava di cera (buon segno) salgo al terzo piano in cerca della mia stanza, l'introvabile 344.  Mi aggiro per i corridoi notando che man mano che mi allontano dal corpo centrale dell'albergo aumenta la trasandatezza, come se stessi inoltrandomi in una specie di depandance di più basso livello. Finalmente, percorso un lunghissimo corridoio, trovo la stanza, apro la porta e ci resto male. 




Si trattava di una stanzona tappezzata con una strana stoffa/moquette color carota con alcuni intarsi blu (rattoppi o creatività' dell' arredatore ?) e una fascia di mogano che correva lungo le pareti. Al centro, un letto matrimoniale con un solo comodino e di lato, una sedia di velluto rosso e un po' liso e un vecchio armadio. Dirimpetto al letto c'era una porta bianca, chiusa. Fine della stanza da duecentoquarantamila lire e senza colazione. Dimenticavo il quadro sopra il letto, ma è meglio così.
Passo il dito sulla fascia di mogano e lo ritiro ricoperto di polvere . Guardo anche il copriletto : ci sono delle macchie di varia natura. Non oso guardare le lenzuola. Mi indigno. Mi spingo ad esaminare il bagno e vi trovo ancora l'acqua da tirare con pisciata ricordo del precedente inquilino e una saponetta con capello incorporato. Mi indigno ulteriormente e l'impulso e' quello di prendere e andare via (magari a sporgere denuncia per truffa ... ). Poi, penso che in fondo si tratta di una sola notte (anzi, ormai di poche ore di sonno ... ) e che rimettersi ancora in pista a quell'ora in cerca di un nuovo albergo sarebbe stata una follia. Quindi, dopo un'accesa discussione tra il mio lato emotivo e quello razionale, decido di restare. Tolgo con le dita a pinza di granchio il copriletto, mi infilo il pigiama, spengo la luce e mi stendo sulle lenzuola cercando di prendere finalmente sonno. E qui invece il dramma riprende vigore. 

Dormo forse 10 minuti, non di più, quando si ode nella stanza vicina uno sbattimento di porta che mi sveglia di soprassalto. La mia stanza viene inondata dalla luce che filtra dalle innumerevoli fessure della porta bianca di fronte al letto e dal vociare allegro di tre persone, evidentemente su di giri ... Non c'e' neppure bisogno di tendere l'orecchio, perche' mi sembra di averle in camera con me. La loro conversazione in Italfranglais (che sarebbe un mix di italiano, francese ed inglese ... ) mi rende subito nota l'identita' dei miei allegri vicini. Si tratta di uno steward delle linee aeree egiziane e di due entraineuses sedicenti svizzere (di una proprio non ci avrei giurato, perché riconosco l'accento pugliese) rimorchiate da qualche night della zona. Mi e' anche abbastanza chiara l'intenzione del terzetto e la prospettiva di cagnara - erotica o no, poco importava - che si annunciava per il proseguo della notte. Provo a bussare sulla porta, dapprima piano poi più energicamente, invocando il silenzio. La cosa li lascia del tutto indifferenti, anzi, le risate aumentano di intensità'! Busso ancora piu' forte (quasi un cazzotto sulla porta .. ) e finalmente il rumore si attenua e si odono solo dei bisbiglii . Penso speranzoso : " Vabbè ! Adesso faranno quello che devono fare, sperando che lo facciano in fretta e non la tirino per le lunghe, e dopo mi lasceranno dormire ... ". Macchè : passano due minuti e la conversazione riprende alta come prima. Sento tutto quello che si raccontano. Lui - intuisco - ha perfino tirato fuori delle fotografie e le sta mostrando con orgoglio alle due sedicenti svizzerotte "This is my mother on Alexandria beach ... and this is my sister .... " . Mi domando perché' uno debba sentire il bisogno di esibire la foto della madre e della sorella a due zoccole e ne concludo che certamente e' per mostrare loro due colleghe egiziane.

  


La conversazione prosegue amabilmente (ogni tanto si sente schioccare un bacio seguito da uno scoppio di risate e palla fine tutti e tre, dopo un misterioso rumore di vetri infranti (e giù altre risate...) si mettono a cantare una canzone sgangherata  e pure in tedesco. 
Decido che non ne posso più'. Mi afferro al telefono e chiamo il portiere che dopo qualche squillo finalmente risponde: "Dicaaa ... " 
Lo aggredisco in tono concitato "Senta ... lascio perdere ogni considerazione sulla mia stanza, ma questi qui della 343 stanno facendo da mezzora un chiasso indecente. lo devo alzarmi presto domattina, ho bisogno di dormire. Può far qualcosa? " 
"Nun se preoccupi dottò, 'ce penzo io .... " e' la risposta. 
Trascorrono due minuti ed ecco che finalmente Rambo entra in azione. Come nel film, meglio che nel film. La porta della stanza vicina viene investita da un uragano di cazzottoni e si sente urlare: "Ahooo!  Che 'vve volete 'sta zitti ? Me state a sveglià tutto l' arbergo (...li mortacci)" 
I tre escono intimoriti nel corridoio a parlamentare , ma Rambo, ormai senza freni, incalza: "Io ve caccio fora a pedate, ve intorcino la spina ... "
L' egiziano cerca di ribattere qualcosa, ma viene travolto: " Ma come te permetti? Ma che stai a 'ddi? So io che te chiamo la polizia... ma vedi de annartene co' ste due zoccolone". 

Morale della favola: i tre vengono espulsi ipso facto dall' albergo. la luce si spegne e ascolto le voci ancora concitate che si allontanano lungo il corridoio. Mi rilasso (ero un tantino teso) e cerco di riprendere il sonno quando - ancora! - squilla il telefono: e' Rambo che mi informa sull'esito dello scontro: "Dottò,  abbiamo ristabbilito l'ordine. Adesso può dormire tranquillo, buona notte, dottò". 
La mattina dopo, metto in mano al portiere le duecentoquarantamila lire sulle quali la tentazione di sputarci sopra una per una prima di scendere era stata fortissima. Non sarebbe stato un gesto molto fine, lo riconosco, ma avrebbe aiutato a decongestionare il fegato. 

Ah, come dite? Il nome dell' albergo? Eh no! Non lo dico. Lasciami almeno godere all'idea che possa capitare ad altri .... 

sabato 2 luglio 2016

Di noi che volevamo andare in India e delle nostre ragazze che invece se ne andavano in Inghilterra


Chi ha bazzicato da ventenne gli anni settanta probabilmente ricorderà che frammisti al magma ribollente delle lotte politiche, dei cortei per il Vietnam e delle occupazioni, dei nuovi stili di vita, della questione femminile che avanzava, di Woodstock, del profumo del patchouli e delle prime canne, assieme ai pantaloni a zampa di elefante per lui e alle gonne da zingara lunghe e a fiori per lei c'erano due punti fermi: noi ragazzi volevamo andare in India e loro, le nostre ragazze, volevano andare in Inghilterra.

Lo so perché in quegli anni grondanti voglia di cambiamento, di  viaggi e di avventure, con alcuni amici, dei libri, carte geografiche alla mano e lo spirito di un novello Marco Polo ne avevo pianificato uno in automobile che avrebbe dovuto durare oltre un mese, con attraversamento di Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Turchia, Iran e Afghanistan con passaggio del Khyber pass, attraversamento del Pakistan e arrivo in India (forse). L'idea era nata una sera in campo Santo Stefano, tra il solito giro di perditempo seduti dopo la mezzanotte ai tavolini del bar Paolin, ovviamente chiuso. Di solito, fumando Gauloises come dei belli e dannati alla Alain Delon, si parlava/bisticciava fino a notte fonda di politica, donne, amori, cinema e di tutto lo scibile umano, ma quella sera qualcuno raccontò di gente del Marco Polo che in India c'era andata e di quanto fosse stato epico il loro viaggio via terra e questo bastò per scatenare lo spirito competitivo. In fondo, se gliel’aveva fatta gente del Marco Polo, noi ex del Liceo Foscarini ci saremmo andati in carrozza. In breve tempo, raccogliendo amici dell'università e di varia provenienza, riuscii a trovare un buon numero di sostenitori del progetto.

L'osteria Da Codroma, dove prese forma l'audace viaggio in India, sulle orme di Marco Polo

Alla prima riunione, attorno ad un tavolaccio dell'osteria da Codroma, ci ritrovammo in nove, tutti entusiasti e con tre vetture disponibili (un Maggiolone, che doveva fungere da ammiraglia, una Fiat 127 e una Simca 1000). Dopo il giuramento collettivo di portare a compimento il viaggio della nostra vita qualunque ne fosse il costo, brindammo ripetutamente per essere veramente convinti. Nelle riunioni successive, disponendo il gruppo di due futuri ingegneri, pianificammo con cura ogni cosa, comprese le soste nelle città, i rifornimenti di acqua, cibo e benzina, le possibili strade alternative e perfino quando partire per evitare la stagione dei monsoni. 

Naturalmente, man mano che si avvicinava il giorno della partenza cominciarono le defezioni per i più futili motivi, tipo: i miei non vogliono più, la ragazza dice che se parto mi lascia, non ho i soldi, devo dare l'esame di diritto amministrativo e non voglio rovinarmi la macchina che papà mi ha appena regalato per la laurea. La scusa migliore fu: non vengo più perché c'è da dormire all'aperto in sacco a pelo ed io ho paura dei cobra. Alla fine, ci ritrovammo in cinque, con la 127 e la Simca ma, soprattutto, con due traditori che all'ultima riunione del giorno prima della partenza se ne uscirono con un' inattesa mozione d'ordine dal titolo: "Ma perché invece di romperci le balle tra deserti, guadi e passi di montagna per andare in India non ce ne andiamo belli e tranquilli a Capo Nord, che è quasi tutta autostrada?". 
I cospiratori ebbero facilmente la meglio, anche perché le auto erano le loro e poi promettevano diverse soste "di piacere" lungo il percorso in paesi sessualmente liberi. Diciamo che di fronte agli eros center tedeschi, il Taj Mahal, il Gange e il Brahmaputra non erano molto competitivi. Così, alla fine di un voto drammatico, mi ritrovai in minoranza e tanto contrariato per quel voltafaccia da salutarli e abbandonare sdegnato la squadra, che peraltro non andò lontano perché al secondo giorno di viaggio furono respinti bruscamente alla frontiera della Germania Est in quanto nessuno di loro si era ricordato che serviva il visto per l'ingresso sul passaporto.

Sfortunatamente, in quel periodo i nostri sogni di viaggio in India sulle orme dei Beatles, del suono del sitar, del curry, del pollo tandoori e dei santoni alla Sai Baba rimasero solo esercizi teorici e velleitari. Erano bolle di sapone lievi e dai mille colori (come se fossero uscite da Lucy in the sky with diamonds) che scoppiavano di fronte alla prima difficoltà. Il guaio era invece che le nostre ragazze, quando volevano andare in Inghilterra, beh... loro ci andavano davvero.


Noi sognavamo, ma le nostre ragazze al solito erano molto più concrete.

La sera dopo la mancata partenza, che ci volle un giorno intero per sbollire la rabbia e la delusione, chiamai Donatella, la mia ragazza dell'epoca già nota a queste cronache, per sapere se aveva voglia di prendere un gelato (e magari darmi anche un po' di conforto spirituale e non). Lei fu molto laconica e mi rispose che accettava di uscire, ma che la dovevo andare a prendere a casa, richiesta che m’insospettì alquanto, visto che era inconsueta e quindi doveva celare qualche insidia. Infatti, appena aprì la porta di casa notai che aveva stampato sul viso quel sorrisetto teso di quando aveva qualcosa di importante da dirmi anche se il primo approccio fu la presa in giro che aspettavo.
Buonasera, amore mio… ma da dove spunti? Non dovresti essere già a Bucarest a quest’ora? Che ci fai qui da me? In Romania hanno finito i gelati o avete già finito i soldi?”
Le spiegai tutto l’accaduto e il motivo della mia rinuncia e alla fine lei disse: “Beh… mi dispiace per te che ci tenevi tanto al tuo viaggio in India...  però, non mi guardare male, ma avrei preferito che invece di mandarli a quel paese fossi andato a Capo Nord con i tuoi amici, così almeno non ti annoiavi e non saresti rimasto da solo”
La guardai sorpreso. “Perché da solo? Ci sei tu, no?”
“No… non ci sarò. Siccome tu mi avevi detto che saresti stato in viaggio per almeno un mese, ne ho approfittato per iscrivermi al corso d’inglese a Cambridge che desideravo tanto fare e così parto lunedì.”
“Ah… quindi starai in Inghilterra per un mese anche tu?”.
“No, tre mesi.. il corso a cui mi sono iscritta è trimestrale.”.
Il colpo era durissimo e cercai una mossa della disperazione.
"Ovviamente, visto che non parto più, non puoi rinviare la partenza vero? Neanche se ti dico che potremmo andare in Istria per una settimana noi due da soli?"
"Ovviamente no... ma non fare quella faccetta delusa, prendila dal lato giusto. In fondo ora, senza di me, potrai andare a vedere le partite del Venezia con i tuoi amici anche in trasferta..."
La guardai sorpreso per quella proposta che rivelava la sua grassa ignoranza sportiva.
"Ma quali partite? Il campionato è finito da un mese e riprende a fine agosto..."
"Vabbè, che sarà mai? Se non gioca il Venezia, non è che crolla il mondo. In fondo puoi andare in spiaggia, fare le ore piccole in campo a parlare di politica, girare la laguna in barca e puoi anche fare le partitelle di calcio con i tuoi amici, non sei contento?"
"Ovviamente no..."
"Altrimenti puoi sempre preparare un paio di esami per la sessione autunnale, che non ti farebbe male. Preferisci questo?"
"Ovviamente no."
Quella sera non presi il gelato perché mi era passata la voglia e lei, che forse un po' si sentiva in colpa, aprì una bottiglia del prezioso Glenfiddich di suo padre per riempirmene un bel bicchiere e ridare un po' di colorito al mio viso improvvisamente esangue.


I miei sogni di viaggio erano subito  finiti sugli scogli, come la
USS Grommet Reefer nel porto di Livorno

Quel lunedì della partenza, arrivato troppo in fretta dopo una domenica di baci e abbracci frenetici quasi a compensare quelli che non avremmo potuto darci, l'accompagnai assieme ai suoi genitori all'aeroporto e al ritorno mia madre mi avvisò che Donatella aveva già chiamato da Luton per dirmi che il volo era andato benissimo ed era arrivato in perfetto orario e mi fece impressione sapere che aveva fatto prima lei ad andare a Londra di me che, tra un autobus e un vaporetto, ero tornato a casa da Tessera. 
La sera, dopo aver comperato dalla tabaccaia giù dal ponte, che teneva anche robe di cartoleria, un bel cartoncino bristol, un righello e dei pennarelli, creai un tabellone molto grazioso graficamente dove riportavo in allegri cerchietti colorati tutti i 92 giorni che mi separavano dal ritorno di Donatella. Poi lo appesi con lo scotch in camera da letto nello spazio tra le due finestre e smarcai soddisfatto il primo giorno. Me ne mancavano novantuno, è vero, ma intanto il primo era già alle spalle.

Dopo una settimana finalmente arrivò la prima lettera di Donatella da Cambridge. Due pagine fitte, con tanto di carta intestata dell’Università e francobollo della Regina Elisabetta sulla busta a righe rosse e blu dell’Air Mail. Constatato che, per fortuna, la lettera iniziava con un vistoso “Amore mio adorato” prima di iniziare a leggerla mi versai due dita di Laphroaig e mi sedetti comodo sul divano per assaporarla meglio. A parte tutta una serie di sue tipiche lamentazioni che m’interessavano poco sul cibo orrido, le stanze spartane, i bagni in comune e la poca acqua calda il testo conteneva descrizioni d’ambiente scontate e informazioni varie su docenti, studenti e i pub più in voga. Tutta roba archiviabile nel faldone: "Interessa una beata cippa".
Un testo modesto e francamente deludente nello stile e nei contenuti, a riprova che la prossima laurea in lettere non le garantiva affatto di scrivere in modo interessante per il lettore. Per fortuna la lettera si chiudeva con un: “Mi manchi! Mi manchi! Mi manchiiiii!!!” sicuramente molto infantile, ma che mi mise di buonumore e pensai di essere un ragazzo fortunato.
La settimana seguente arrivò una cartolina da Stratford on Avon dove però i “Mi manchi!” erano diventati uno solo, così come i punti esclamativi. Immaginai che fosse per risparmiare sulla tariffa postale.

La cabine telefoniche britanniche: very impressive per le nostre ragazze.

Un mese dopo giunse una nuova lettera che ne era priva del tutto e mi parlava per una striminzita paginetta e mezza di gite nella New Forest, di amiconi simpaticissimi che suonavano la chitarra da dio (perché, io no?) davanti al fuoco dei falò. Mi dichiarava di aver compreso finalmente quanto fosse provinciale Venezia (ma va in mona...) e sottolineava quanto al contrario li fosse tutto bello, ordinato, preciso e pulito, con particolare e insistito riferimento alle cabine telefoniche laccate di rosso, che dovevano averla impressionata decisamente. 
Un compitino tirato via in stile: “Racconta le tue vacanze” e che sembrava fatto apposta per irritarmi, anche per via di quel “baci” messo in calce alla lettera che dava la stessa emozione di un rogito notarile. Ormai in preda alle malinconie avevo anche provato a telefonarle, ma il numero che mi aveva dato sua madre risultava essere quello di un fax. 
Dopo varie ricerche, grazie all'operatore del servizio chiamate internazionali della SIP avevo trovato il numero giusto ma il centralinista del college, in onore della perfida Albione, mi aveva tenuto in linea per un quarto d'ora prima di dirmi che non sapeva chi fosse la persona che cercavo. Siccome non aveva capito una mazza del suo cognome, gli avevo fatto lo spelling ed era partito un nuovo quarto d'ora di ricerche interrotto solo da qualche “Just a moment...” e concluso alla fine mettendomi in linea con una tizia sconosciuta che sì, sapeva chi fosse Donatella, ma non era in stanza e non la si poteva rintracciare e dopo un rapido “So sorry!” mi riagganciò sbrigativamente sul muso. Mancava solo il: “Ritenta, sarai più fortunato”.