sabato 2 luglio 2016

Di noi che volevamo andare in India e delle nostre ragazze che invece se ne andavano in Inghilterra


Chi ha bazzicato da ventenne gli anni settanta probabilmente ricorderà che frammisti al magma ribollente delle lotte politiche, dei cortei per il Vietnam e delle occupazioni, dei nuovi stili di vita, della questione femminile che avanzava, di Woodstock, del profumo del patchouli e delle prime canne, assieme ai pantaloni a zampa di elefante per lui e alle gonne da zingara lunghe e a fiori per lei c'erano due punti fermi: noi ragazzi volevamo andare in India e loro, le nostre ragazze, volevano andare in Inghilterra.

Lo so perché in quegli anni grondanti voglia di cambiamento, di  viaggi e di avventure, con alcuni amici, dei libri, carte geografiche alla mano e lo spirito di un novello Marco Polo ne avevo pianificato uno in automobile che avrebbe dovuto durare oltre un mese, con attraversamento di Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Turchia, Iran e Afghanistan con passaggio del Khyber pass, attraversamento del Pakistan e arrivo in India (forse). L'idea era nata una sera in campo Santo Stefano, tra il solito giro di perditempo seduti dopo la mezzanotte ai tavolini del bar Paolin, ovviamente chiuso. Di solito, fumando Gauloises come dei belli e dannati alla Alain Delon, si parlava/bisticciava fino a notte fonda di politica, donne, amori, cinema e di tutto lo scibile umano, ma quella sera qualcuno raccontò di gente del Marco Polo che in India c'era andata e di quanto fosse stato epico il loro viaggio via terra e questo bastò per scatenare lo spirito competitivo. In fondo, se gliel’aveva fatta gente del Marco Polo, noi ex del Liceo Foscarini ci saremmo andati in carrozza. In breve tempo, raccogliendo amici dell'università e di varia provenienza, riuscii a trovare un buon numero di sostenitori del progetto.

L'osteria Da Codroma, dove prese forma l'audace viaggio in India, sulle orme di Marco Polo

Alla prima riunione, attorno ad un tavolaccio dell'osteria da Codroma, ci ritrovammo in nove, tutti entusiasti e con tre vetture disponibili (un Maggiolone, che doveva fungere da ammiraglia, una Fiat 127 e una Simca 1000). Dopo il giuramento collettivo di portare a compimento il viaggio della nostra vita qualunque ne fosse il costo, brindammo ripetutamente per essere veramente convinti. Nelle riunioni successive, disponendo il gruppo di due futuri ingegneri, pianificammo con cura ogni cosa, comprese le soste nelle città, i rifornimenti di acqua, cibo e benzina, le possibili strade alternative e perfino quando partire per evitare la stagione dei monsoni. 

Naturalmente, man mano che si avvicinava il giorno della partenza cominciarono le defezioni per i più futili motivi, tipo: i miei non vogliono più, la ragazza dice che se parto mi lascia, non ho i soldi, devo dare l'esame di diritto amministrativo e non voglio rovinarmi la macchina che papà mi ha appena regalato per la laurea. La scusa migliore fu: non vengo più perché c'è da dormire all'aperto in sacco a pelo ed io ho paura dei cobra. Alla fine, ci ritrovammo in cinque, con la 127 e la Simca ma, soprattutto, con due traditori che all'ultima riunione del giorno prima della partenza se ne uscirono con un' inattesa mozione d'ordine dal titolo: "Ma perché invece di romperci le balle tra deserti, guadi e passi di montagna per andare in India non ce ne andiamo belli e tranquilli a Capo Nord, che è quasi tutta autostrada?". 
I cospiratori ebbero facilmente la meglio, anche perché le auto erano le loro e poi promettevano diverse soste "di piacere" lungo il percorso in paesi sessualmente liberi. Diciamo che di fronte agli eros center tedeschi, il Taj Mahal, il Gange e il Brahmaputra non erano molto competitivi. Così, alla fine di un voto drammatico, mi ritrovai in minoranza e tanto contrariato per quel voltafaccia da salutarli e abbandonare sdegnato la squadra, che peraltro non andò lontano perché al secondo giorno di viaggio furono respinti bruscamente alla frontiera della Germania Est in quanto nessuno di loro si era ricordato che serviva il visto per l'ingresso sul passaporto.

Sfortunatamente, in quel periodo i nostri sogni di viaggio in India sulle orme dei Beatles, del suono del sitar, del curry, del pollo tandoori e dei santoni alla Sai Baba rimasero solo esercizi teorici e velleitari. Erano bolle di sapone lievi e dai mille colori (come se fossero uscite da Lucy in the sky with diamonds) che scoppiavano di fronte alla prima difficoltà. Il guaio era invece che le nostre ragazze, quando volevano andare in Inghilterra, beh... loro ci andavano davvero.


Noi sognavamo, ma le nostre ragazze al solito erano molto più concrete.

La sera dopo la mancata partenza, che ci volle un giorno intero per sbollire la rabbia e la delusione, chiamai Donatella, la mia ragazza dell'epoca già nota a queste cronache, per sapere se aveva voglia di prendere un gelato (e magari darmi anche un po' di conforto spirituale e non). Lei fu molto laconica e mi rispose che accettava di uscire, ma che la dovevo andare a prendere a casa, richiesta che m’insospettì alquanto, visto che era inconsueta e quindi doveva celare qualche insidia. Infatti, appena aprì la porta di casa notai che aveva stampato sul viso quel sorrisetto teso di quando aveva qualcosa di importante da dirmi anche se il primo approccio fu la presa in giro che aspettavo.
Buonasera, amore mio… ma da dove spunti? Non dovresti essere già a Bucarest a quest’ora? Che ci fai qui da me? In Romania hanno finito i gelati o avete già finito i soldi?”
Le spiegai tutto l’accaduto e il motivo della mia rinuncia e alla fine lei disse: “Beh… mi dispiace per te che ci tenevi tanto al tuo viaggio in India...  però, non mi guardare male, ma avrei preferito che invece di mandarli a quel paese fossi andato a Capo Nord con i tuoi amici, così almeno non ti annoiavi e non saresti rimasto da solo”
La guardai sorpreso. “Perché da solo? Ci sei tu, no?”
“No… non ci sarò. Siccome tu mi avevi detto che saresti stato in viaggio per almeno un mese, ne ho approfittato per iscrivermi al corso d’inglese a Cambridge che desideravo tanto fare e così parto lunedì.”
“Ah… quindi starai in Inghilterra per un mese anche tu?”.
“No, tre mesi.. il corso a cui mi sono iscritta è trimestrale.”.
Il colpo era durissimo e cercai una mossa della disperazione.
"Ovviamente, visto che non parto più, non puoi rinviare la partenza vero? Neanche se ti dico che potremmo andare in Istria per una settimana noi due da soli?"
"Ovviamente no... ma non fare quella faccetta delusa, prendila dal lato giusto. In fondo ora, senza di me, potrai andare a vedere le partite del Venezia con i tuoi amici anche in trasferta..."
La guardai sorpreso per quella proposta che rivelava la sua grassa ignoranza sportiva.
"Ma quali partite? Il campionato è finito da un mese e riprende a fine agosto..."
"Vabbè, che sarà mai? Se non gioca il Venezia, non è che crolla il mondo. In fondo puoi andare in spiaggia, fare le ore piccole in campo a parlare di politica, girare la laguna in barca e puoi anche fare le partitelle di calcio con i tuoi amici, non sei contento?"
"Ovviamente no..."
"Altrimenti puoi sempre preparare un paio di esami per la sessione autunnale, che non ti farebbe male. Preferisci questo?"
"Ovviamente no."
Quella sera non presi il gelato perché mi era passata la voglia e lei, che forse un po' si sentiva in colpa, aprì una bottiglia del prezioso Glenfiddich di suo padre per riempirmene un bel bicchiere e ridare un po' di colorito al mio viso improvvisamente esangue.


I miei sogni di viaggio erano subito  finiti sugli scogli, come la
USS Grommet Reefer nel porto di Livorno

Quel lunedì della partenza, arrivato troppo in fretta dopo una domenica di baci e abbracci frenetici quasi a compensare quelli che non avremmo potuto darci, l'accompagnai assieme ai suoi genitori all'aeroporto e al ritorno mia madre mi avvisò che Donatella aveva già chiamato da Luton per dirmi che il volo era andato benissimo ed era arrivato in perfetto orario e mi fece impressione sapere che aveva fatto prima lei ad andare a Londra di me che, tra un autobus e un vaporetto, ero tornato a casa da Tessera. 
La sera, dopo aver comperato dalla tabaccaia giù dal ponte, che teneva anche robe di cartoleria, un bel cartoncino bristol, un righello e dei pennarelli, creai un tabellone molto grazioso graficamente dove riportavo in allegri cerchietti colorati tutti i 92 giorni che mi separavano dal ritorno di Donatella. Poi lo appesi con lo scotch in camera da letto nello spazio tra le due finestre e smarcai soddisfatto il primo giorno. Me ne mancavano novantuno, è vero, ma intanto il primo era già alle spalle.

Dopo una settimana finalmente arrivò la prima lettera di Donatella da Cambridge. Due pagine fitte, con tanto di carta intestata dell’Università e francobollo della Regina Elisabetta sulla busta a righe rosse e blu dell’Air Mail. Constatato che, per fortuna, la lettera iniziava con un vistoso “Amore mio adorato” prima di iniziare a leggerla mi versai due dita di Laphroaig e mi sedetti comodo sul divano per assaporarla meglio. A parte tutta una serie di sue tipiche lamentazioni che m’interessavano poco sul cibo orrido, le stanze spartane, i bagni in comune e la poca acqua calda il testo conteneva descrizioni d’ambiente scontate e informazioni varie su docenti, studenti e i pub più in voga. Tutta roba archiviabile nel faldone: "Interessa una beata cippa".
Un testo modesto e francamente deludente nello stile e nei contenuti, a riprova che la prossima laurea in lettere non le garantiva affatto di scrivere in modo interessante per il lettore. Per fortuna la lettera si chiudeva con un: “Mi manchi! Mi manchi! Mi manchiiiii!!!” sicuramente molto infantile, ma che mi mise di buonumore e pensai di essere un ragazzo fortunato.
La settimana seguente arrivò una cartolina da Stratford on Avon dove però i “Mi manchi!” erano diventati uno solo, così come i punti esclamativi. Immaginai che fosse per risparmiare sulla tariffa postale.

La cabine telefoniche britanniche: very impressive per le nostre ragazze.

Un mese dopo giunse una nuova lettera che ne era priva del tutto e mi parlava per una striminzita paginetta e mezza di gite nella New Forest, di amiconi simpaticissimi che suonavano la chitarra da dio (perché, io no?) davanti al fuoco dei falò. Mi dichiarava di aver compreso finalmente quanto fosse provinciale Venezia (ma va in mona...) e sottolineava quanto al contrario li fosse tutto bello, ordinato, preciso e pulito, con particolare e insistito riferimento alle cabine telefoniche laccate di rosso, che dovevano averla impressionata decisamente. 
Un compitino tirato via in stile: “Racconta le tue vacanze” e che sembrava fatto apposta per irritarmi, anche per via di quel “baci” messo in calce alla lettera che dava la stessa emozione di un rogito notarile. Ormai in preda alle malinconie avevo anche provato a telefonarle, ma il numero che mi aveva dato sua madre risultava essere quello di un fax. 
Dopo varie ricerche, grazie all'operatore del servizio chiamate internazionali della SIP avevo trovato il numero giusto ma il centralinista del college, in onore della perfida Albione, mi aveva tenuto in linea per un quarto d'ora prima di dirmi che non sapeva chi fosse la persona che cercavo. Siccome non aveva capito una mazza del suo cognome, gli avevo fatto lo spelling ed era partito un nuovo quarto d'ora di ricerche interrotto solo da qualche “Just a moment...” e concluso alla fine mettendomi in linea con una tizia sconosciuta che sì, sapeva chi fosse Donatella, ma non era in stanza e non la si poteva rintracciare e dopo un rapido “So sorry!” mi riagganciò sbrigativamente sul muso. Mancava solo il: “Ritenta, sarai più fortunato”. 



2 commenti:

  1. Uhm..c'era da preoccuparsi sul serio!! ;-)

    PS) Io ho bazzicato da ventenne gli anni '70, quindi so benissimo a che cosa si riferisce il tuo "incipit". Possiedo ancora una di quelle gonnellone...Mancano dal tuo elenco, però, gli zoccoli di legno col tacco, portati, talvolta, anche in inverno con certi calzettoni colorati tipo Incas! Moda andina, Inti Illimani style :-D :-D :-D. A Milano, almeno, impazzava...
    Oh oh...il viaggi in auto attraverso Iran e soprattutto il resoconto dei certe strade impervie delle montagne afghane venne realmente fatto da un gruppo di nostri amici.
    Non ricordo i dettagli, solamente la strizza che si presero a posteriori, quando seppero che la zona attraversata era zeppa di predoni a cavallo......Che tempi, però...;-)

    RispondiElimina
  2. Già, tempi bellissimi e pieni di valori e progetti di vita purtroppo lontani. Comunque, anche qui a Venezia alcuni ragazzi che conoscevo, pochi mesi dopo il nostro tentativo nemmeno iniziato intrapresero a loro volta la rotta per l'India, ma dopo varie traversie e una rapina vicino al confine tra Turchia ed Iran, se ne tornarono a casa a gambe levate.

    RispondiElimina